USA, proposto un patto per l’ambiente: il Green New Deal

Lo si chiama GND, e non è una stranezza del tempo dei social network, dove abbreviare tutto, rendere qualunque concetto un acronimo rappresenta qualcosa di cool, di trendy ed assolutamente al passo con i tempi. Dietro alle tre lettere c’è un’idea rivoluzionaria, in netta controtendenza con il sistema economico, politico e sociale, dei nostri giorni. Questa sì che è una stranezza.

GND significa Green New Deal ed è una proposta di legge avanzata da due tra le più attente figure politiche americane, ma diciamo pure mondiali, al cambiamento climatico. Ed Markey, democratico del Massachusetts e naturalmente Alexandria Ocasio – Cortez, di New York. Appare evidente il richiamo al rivoluzionario New Deal di Franklin Delano Roosevelt. Tale misura economica pose le basi per rilanciare gli Stati Uniti dopo il pantano della Grande Depressione e, nel giro di qualche anno, li rese la prima potenza mondiale.

Per la cronaca, il Congresso ha bocciato, a marzo, la misura di Markey. Ciò non stupisce, dal momento che parliamo di un Paese che si è ritirato dagli accordi internazionali sul clima firmati alla conferenza di Parigi. Un Paese, poi, governato da un milionario senza scrupoli il quale ammise candidamente, qualche anno fa, che il surriscaldamento globale era una trovata cinese per mettere in difficoltà l’industria tessile statunitense. Ciononostante la proposta incontra sempre maggior seguito, negli USA e nel mondo.

Etimologia

Il termine fu coniato, nel 2007, dal giornalista Thomas Friedman. Egli scrisse sul New York Times che, per parlare di green economy e green society, era necessario cambiare la natura del sistema di approvvigionamento elettrico, rinunciando ad olio e carbone a vantaggio di fonti pulite e rinnovabili. A ciò aggiunse che era fondamentale lanciare l’economia mondiale nel ventunesimo secolo. Per farlo, esisteva solo la strada di creare un nuovo apparato industriale mondiale. Tale progetto era ed è ancora, per ammissione dello stesso Friedman, un piano molto più grande di quello che ognuno di noi possa immaginare.

Tracce storiche

La prima traccia tangibile del New Deal verde risale al 2006. Si tratta di un piano per arrivare ad utilizzare, entro il 2030, il 100% di energie rinnovabili. L’ambizioso obiettivo, ben lontano a 13 anni di distanza, si sarebbe dovuto raggiungere tramite alcuni importanti provvedimenti. Innanzi tutto, l’introduzione di una tassa sull’inquinamento, la carbon tax, l’abolizione delle tasse universitarie e un programma di lavoro garantito per tutti. In più si prevedeva l’assistenza sanitaria gratuita per ogni cittadino e un focus sull’utilizzo di risorse pubbliche. Tale documento è stato a lungo manifesto del partito verde statunitense, fino ad entrare di peso nel dibattito interno al Partito Democratico americano dopo le elezioni mid-term del 2018.

Dagli scranni di partito è ora diventato un argomento caldo in tutto il mondo. Diffusosi grazie all’amplissima cassa di risonanza del profilo Twitter di Alexandria Ocasio – Cortez, che conta circa 6 milioni di follower, e alla sempre maggiore attenzione dell’opinione pubblica sulla questione.

A che punto siamo

Trattandosi di una proposta di strettissima attualità, gli aggiornamenti riguardanti il Green New Deal arrivano a fiume, ogni settimana. Al momento però si tratta di una posizione presa da alcuni candidati statunitensi per incitare il governo affinché si concentri concretamente nel fronteggiare la crisi climatica, coinvolgendo l’intera nazione. Esattamente come fece il presidente Roosevelt per contrastare la Grande Depressione.

Il GND, attualmente, vede il supporto di numerose figure di spicco interne ai dem. Tra essi vale la pena ricordare rappresentanti impegnati in prima persona su vari fronti relativi ai diritti civili, come Rashida Tlain, Ilhan Omar, Antonio Delgado e Josè Serrano. Numerose ONG impegnate a contrastare il cambiamento climatico si sono schierate, fin da subito, a favore del New Deal verde. Tra esse figurano attori di primissimo piano come 350.org, Greenpeace, Sierra Club, Friends of the Earth ed Extinction Rebellion.

La risoluzione del 7 febbraio

Lo scorso 7 febbraio venne rilasciata ufficialmente la risoluzione del Green New Deal. In 14 pagine di documento, si sollecita la transizione degli Stati Uniti in un Paese ad energia 100% rinnovabile. Nel testo si sottolinea la necessità di investire in auto elettriche e reti moderne di treni ad alta velocità. Si richiede inoltre di implementare i controlli sul costo sociale del carbone, una misura approvata dal presidente Barack Obama come parte del suo programma, cestinato da chi lo ha succeduto, che mirava a contrastare di petto il cambiamento climatico, nell’arco di 10 anni.

Leggi il nostro articolo “Energie rinnovabili in Italia: a che punto siamo?”

Accanto a queste proposte vi sono quelle relative alla creazione di posti di lavoro nel settore pubblico. Per esempio, quelle per fare in modo che le comunità più povere siano le prime a godere dei vantaggi della riconversione. Oppure quelle mirate all’azzeramento dei monopoli commerciali, spesso e volentieri i primi avvelenatori, concentrati solo sulla massimizzazione del proprio profitto, a scapito di qualunque accorgimento ambientale. Diverse pagine della risoluzione riguardano l’assicurazione sanitaria universale, ovvero il diritto, per ogni cittadino, di poter accedere in maniera completamente gratuita all’assistenza sanitaria. Il testo contempla poi una mobilitazione nazionale di 10 anni per sostenere e mettere in pratica il GND.

Il presidente Trump, che durante i primi 100 giorni di mandato sostenne apertamente i minatori di carbone, accogliendoli nello Studio Ovale, ha definito il New Deal verde un inganno.

Trump: “The Green New Deal is a hoax”

Le critiche al GND

Il GND ha subito numerose critiche, anche da parte di sostenitori dei suoi obiettivi. Secondo alcuni scienziati il traguardo del 2030 sarebbe un miraggio e occorrerebbe tarare la deadline al 2045 o 2050, per riuscire ad ottenere quei risultati. Vi è poi chi sostiene come la proposta di raggiungere una quota pari al 100% di energie rinnovabili sia irrealizzabile nei tempi proposti, dal momento che una transizione completa non potrà che essere più lunga. Inoltre vi è il nodo dei fondi; secondo le stime di American Action Forum, associazione politicamente destrorsa, il New Deal verde potrebbe costare circa 600mila dollari a famiglia nel corso della sua messa in pratica, per una spesa complessiva pari a circa 67.000.000.000.000 (sì, gli zeri sono giusti) di dollari nel corso del prossimo decennio.

Anche alcuni commentatori di sinistra hanno sottolineato come il New Deal non faccia nulla per contrastare le cause del cambiamento climatico, limitandosi a proporre delle contromisure; a partire dalla principale causa del surriscaldamento globale: il capitalismo più becero e spietato, che non viene mai messo in dubbio o attaccato nel documento. Per tale motivo, molti sostengono che il GND sia un tentativo di greenwashing dell’attuale sistema economico, destinato dunque a fallire.

Un piano ambizioso

Il New Deal verde è un piano ambiziosissimo, che per certi tratti può apparire davvero irrealizzabile, eppure si pone come un importante segnale di attenzione, di interesse verso un tema che, in questo preciso momento, è forse il principale che l’umanità si trovi a dover affrontare. I continui fallimenti dei governi nel contrasto del fenomeno climatico, da ultimo quello di Cop25, che di fatto ha rappresentato poco più di una vacanza in Spagna per chiunque vi abbia partecipato, suonano come un inquietante campanello d’allarme, una sveglia che non vuole zittirsi, un orologio del destino sul quadrante del quale i secondi ticchettano imperturbabili verso la mezzanotte. Il tempo non è più molto, occorre agire in fretta.

Leggi il nostro articolo: “Perché anche la Cop25 è fallita”

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