Venezia e i politici con l’acqua alle caviglie. L’immagine di un fallimento

Se non fossimo sull’orlo di una crisi climatica farebbe quasi ridere. Ma purtroppo non è così. Venezia, 12 Novembre. Durante una seduta del Consiglio Regionale del Veneto, l’aula in cui si stava tenendo l’incontro ha iniziato ad allagarsi. I consiglieri hanno dovuto darsela a gambe in fretta e furia. A denunciare l’accaduto è Andrea Zanoni, rappresentante del PD che stava prendendo parte alla riunione. Un’immagine simbolo di una politica che ha commesso un’infinita serie di errori e che stenta tutt’ora a prendere decisioni sensate per affrontare la crisi climatica.

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Foto di Palazzo Ferri Fini dai profili Social di Andrea Zanoni

C’è chi lo definirebbe Karma

E pensare che i rappresentanti del centro-destra veneto avrebbero potuto tranquillamente risparmiarsi questa figuraccia. Secondo quanto riportato da Zanoni, infatti, le possibilità di allagamento dell’aula erano ampiamente previste: “I numerosi e precisi bollettini sull’acqua alta e soprattutto le sirene in azione ci dicevano solo una cosa: evacuare Palazzo Ferro Fini. E invece il Presidente del Consiglio e i rappresentanti della Lega hanno voluto proseguire ad oltranza creando una serie di disagi aggiuntivi comprese le gravi difficoltà degli addetti ai servizi di trasporto via acqua che hanno dovuto azzardare anche manovre pericolose. Intanto le acque invadevano tutto il piano terra di palazzo Ferro Fini defluendo come un torrente (il rumore era proprio quello) nelle zone piu’ basse come la sala mensa, la Sala del Leone, la sala Giunta, le cucine, la guardiola e purtroppo l’aula consigliare: l’aula dell’assemblea legislativa del Veneto”.

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La bocciatura degli emendamenti green per Venezia ed il Veneto

Fa ancora più rabbia sapere che pochi minuti prima dell’accaduto la maggioranza – composta da Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia – aveva bocciato gli emendamenti proposti dal PD per contrastare i cambiamenti climatici. “Bocciati o respinti gli emendamenti che chiedevano finanziamenti per le fonti rinnovabili – continua Zanoni – per le colonnine elettriche, per la sostituzione degli autobus a gasolio con altri più efficienti e meno inquinanti, per la rottamazione delle inquinantissime stufe, per finanziare i Patti dei Sindaci per l’Energia Sostenibile e il Clima (PAESC), per ridurre l’impatto della plastica, ecc.. Tutti emendamenti presentati perché il bilancio di Zaia non contiene alcuna azione concreta per contrastare i cambiamenti climatici”.

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A Venezia la “sicurezza” del centro-destra non si vede

Sembra una barzelletta mal riuscita. Mentre Venezia affoga sotto quasi 2 metri d’acqua, i politici che dovrebbero fare di tutto per preservarne l’integrità si riuniscono in un aula che sapevano si sarebbe allagata. L’ordine del giorno? Bocciare una serie di proposte incentrate sulla green economy. Nel frattempo sono stati diversi i personaggi autorevoli, tra cui anche il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ed il Sindaco di Venezia Brugnoni, che hanno attribuito la colpa dell’inondazione ai cambiamenti climatici. Una serie di eventi raccapriccianti che lasciano poco spazio ad interpretazioni.

La vecchia classe politica veneta, quella che è stata investita tra le altre cose dallo scandalo MOSE con tanto di condanna per l’ex Presidente della Regione Gianfranco Galan (Forza Italia), sta tradendo i propri cittadini. Che Venezia fosse vulnerabile sotto questo punto di vista non è cosa nuova. Questi scenari sono stati ampiamente previsti dagli scienziati. La mancanza di infrastrutture adeguate per combattere queste emergenze è sicuramente attribuibile al centro destra, che governa la regione dal 1995. E non ci vorrà certo troppo tempo prima che il problema si espanda a macchia d’olio in altre parti della regione e non solo.

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Se infatti si vanno ad effettuare delle simulazioni sull’aumento del livello dei mari, in relazione a quanto si alzerà la temperatura media globale, salta subito all’occhio come una delle aree italiane che ne subirà i danni più ingenti sia proprio la Pianura Padana. In alcuni periodi dell’anno finirà completamente sott’acqua anche con aumento della temperatura media globale di soli 3C°. Va precisato come, ai ritmi attuali e senza una netta inversione di rotta, il pianeta si scalderà ben più di così. Lo scenario appena descritto potrebbe dunque addirittura essere considerato ottimistico, almeno per il momento. Serve a poco farsi paladini della “sicurezza”, parola troppo spesso usata a vanvera dalla destra italiana, se poi non si è nemmeno in grado di prendere decisioni coscienziose per salvaguardare l’incolumità delle proprie città. D’altronde, chissà quali interessi privati ci sono dietro la bocciatura di quegli emendamenti.

Basterebbe prendere esempio

Questa triste successione di eventi palesa un’evidente mancanza di volontà politica in materia di adattamento ai cambiamenti climatici. Allo stesso modo, ed è questo forse un fatto ancora più grave, questa lunga serie di errori è anche sintomo di inadeguatezze a livello tecnico e, diciamolo, mancanza di umiltà. Sono numerosi infatti gli esempi di aree del pianeta vulnerabili tanto quanto Venezia che, però, non sono finite sott’acqua per due anni di fila. Basterebbe prendere spunto da posti in cui le cose funzionano. Ed invece no, siamo qua a piangere una tragedia.

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L’Olanda, ad esempio, ha il 40% del proprio territorio sotto il livello del mare. Nonostante ciò i suoi sistemi di prevenzione la proteggono da eventi di questo tipo. Stesso discorso per quanto riguarda la Gran Bretagna, più che preparata ad eventuali inondazioni del Tamigi, o New Orleans, dove dopo gli ingenti danni causati dall’uragano del 2005 sono stati costruiti nuovi anelli di dighe e barriere. Basterebbe guardarsi intorno e mettersi ad ascoltare chi è più bravo di noi. Invece no. Meglio (non) fare da soli. Meglio raccogliere i cocci, aspettando che se ne rompano altri. Per poi raccoglierli nuovamente. Tanto, quello che conta, è vincere le elezioni. E chissene di tutto il resto.

Matera e Venezia in emergenza: il “nuovo normale”?

Stanno facendo il giro delle televisioni e del web le immagini apocalittiche di due fiori all’occhiello del nostro paese letteralmente sommersi dall’acqua. Matera e Venezia come Atlantide. Al pari di tante altre zone dell’Italia, un paese morfologicamente fragile dove eventi di questo tipo rischiano di diventare il “nuovo normale” man mano che gli effetti dei cambiamenti climatici inizieranno a manifestarsi più di frequente.

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Matera © Meteoweb.eu

La causa delle alluvioni di Matera e della Basilicata

L’Italia si è trovata nel bel mezzo della traiettoria di un Ciclone Mediterraneo che ha colpito principalmente il Sud. La Basilicata tutta, in particolare, è stata una delle regioni più devastate. Sono nell’ordine delle decine le località in cui sono cadute piogge al di sopra dei 55mm con picchi di 97 mm a Pisticci e di 82 mm a Matera. Diverse sono anche le località pugliesi vittime del maltempo. A Vieste sono stati toccati gli 86 mm. Danni ingenti saranno registrati anche nelle città di Francavilla Fontana, Martina Franca ed Ostuni solo per citarne una piccola parte. A peggiorare la situazione salentina è stato anche lo scirocco che sta soffiando a velocità che hanno raggiunto i 151 km/h, ampliando inevitabilmente gli effetti delle alluvioni.

Preoccupa l’allerta degli esperti che ci raccontano di un ciclone che continuerà a far danni in tutto il resto del Sud Italia: Calabria, Sicilia e Campania, oltre che la parte più meridionale del Lazio, rischiano di fare la stessa fine. Difficile, almeno per ora, quantificare i danni. Ciò che resta è una ferita profonda che difficilmente si rimarginerà in tempi brevi. Le scuole sono chiuse da giorni e vaste aree delle città sono inaccessibili. E non è finita qua.

A Venezia si contano anche le vittime

Anche la città di Venezia sta vivendo ore drammatiche. Quella che si sta verificando nel capoluogo veneto è infatti la seconda alluvione più dannosa della sua storia, dopo l’”acqua granda” del 1966 che ha visto la città andare sotto 194 centimetri d’acqua. Questa volta i centimetri sono “solo” 187. Piazza San Marco, simbolo della città, è stata sommersa da oltre un metro d’acqua con ingenti danni che sono stati arrecati proprio alla Cattedrale. La cripta del Presbiterio è finita sotto più di un metro d’acqua. A tratti struggente l’appello del Sindaco Brugnaro che ha subito richiesto lo stato di calamità chiedendo aiuto al Governo: “Questa volta bisognerà fare la conta dei danni. E saranno tanti. Non ce la potremo fare da soli. Ci servirà una mano per sostenere i costi”.

Ai danni strutturali della città vanno aggiunte anche due vittime degli allagamenti. “Venezia continua a essere angustiata dalle acque alte eccezionali. L’anno scorso, quest’anno uguale.” – prosegue Brugnoli – Qui si rischia di non farcela più. Preoccupanti anche le dichiarazioni di Claudio Scarpa, direttore dell’Associazione Veneziana Albergatori: “È una devastazione: i danni sono ingentissimi e non è finita qui. Stanno continuando le alte maree ed essendo saltato i quadri elettrici gli hotel non hanno nemmeno più le pompe disponibili per far uscire l’acqua”.

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Come si evince dalle parole degli sfortunati protagonisti di questa tragedia Venezia non è nuova ad eventi di questo tipo. La sua natura lagunare, combinata con la totale assenza di elevazione rispetto al livello del mare, rende la città una vittima preannunciata di calamità ambientali come quella che si sta verificando in questi giorni.

Solidarietà ai cittadini di Matera, Venezia e degli altri comuni colpiti

Il primo pensiero va ovviamente alle vittime delle catastrofi. Fa male vedere due bellezze del nostro paese del calibro di Matera e Venezia sopperire sotto gli schiaffi di eventi meteorologici sempre più estremi. Fa ancora più male sapere che i campanelli d’allarme suonano da tempo e, fino ad oggi, poco o nulla è stato fatto per quanto riguarda l’adattamento delle nostre città ad avvenimenti di questo tipo.

Gli scienziati ci stanno avvertendo da decenni e, sebbene non sia possibile associare un singolo fenomeno atmosferico ai cambiamenti climatici, le loro previsioni parlavano di un aumento nell’intensità e nella frequenza di eventi meteorologici estremi come siccità – vedi Zimbabwe, Australia e California – ed alluvioni, solo per citarne alcuni. Risulta ragionevole dedurre che, forse, ci avevano preso.

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In questo senso sarà necessario iniziare ad attuare politiche serie sotto diversi punti di vista. Se da un lato la situazione di Matera e della Basilicata potrebbe essere un’anteprima di ciò che ci aspetta da un punto di vista meteorologico, dall’altro, quella di Venezia, mette in luce le enormi pecche infrastrutturali del nostro paese, al momento non adatte a rispondere in maniera adeguata ad eventi di questo tipo. Ad un massiccio intervento nella riduzione delle emissioni e, quindi, alla fondamentale mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici, vanno affiancate serie politiche di adattamento e resilienza all’interno delle città. L’Italia, al momento, non è affatto a buon punto in nessuno di questi aspetti. Se non si inizia da subito a correggere il tiro a pagarne le conseguenze saremo noi tutti. Meglio darsi una svegliata, prima che sia troppo tardi.

Ottobre da record: è stato il più caldo mai registrato

I dati non mentono, mai. Almeno in un mondo dove regna il buon senso. Nel nostro, invece, dove la disinformazione, anche volontaria, regna sulla ragione e su un’analisi onesta dei fatti non è così. Ottobre si aggiunge alla lunga lista dei mesi del 2019 che sono stati i più caldi mai registrati. Le temperature medie mondiali del mese appena trascorso sono state di 0,69°C sopra la media del periodo che va dal 1981 al 2010. Questo è quanto si evince da un comunicato del Copernicus Climate Change Service (C3S), gestito dal Centro Europeo per le Previsioni Meteorologiche a medio termine.

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Com’ è stata condotta l’analisi

Il C3S è un ente dell’Unione Europea che conduce delle analisi meteorologiche costanti pubblicandone i risultati con cadenza mensile. Grazie al suo metodo è in grado di rilevare i cambiamenti delle temperature, e non solo, su scala globale comparandoli con i dati relativi agli anni trascorsi. Il risultato è dato dall’intreccio di miliardi di rilevazioni provenienti da satelliti, navi, aerei e stazioni meteo sparsi per tutto il mondo. Oltre a rilevare i cambi delle temperature a livello mondiale il Copernicus Climate Change Service riesce ad ottenere anche altri tipi di dati che permettono di individuare eventuali variazioni a livello locale. 

Nel comunicato sono state inserite anche una serie di altre informazioni più che rilevanti per capire le aree in cui la situazione è peggiore. Nella regione Artica, ad esempio, le temperature sono state molte più alto rispetto alla media. Nel continente Europeo è stato registrato un aumento molto più lieve ad eccezione delle parte nord-orientale dove sono state registrate temperature più o meno in linea con gli anni passati. Mentre nell’America settentrionale la media delle temperature per il mese di Ottobre è stata più bassa rispetto a quella degli anni scorsi.

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Ottobre è il quinto mese consecutivo da record del 2019

Il mese appena passato, come si poteva immaginare, non è un esempio isolato. Le rilevazioni fatte dal Copernicus Climate Change Service ci dicono infatti che Ottobre è il quinto mese consecutivo a battere il record di temperatura media su scala globale. Risulta verosimile anticipare che, più in generale, quello che sta trascorrendo sarà l’anno con la temperatura media più alta mai registrata. Va specificato che, sebbene non tutti gli altri mesi abbiano infranto questo record negativo, la maggior parte di essi c’è andata comunque vicino.

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Si suol dire che “due indizi fanno una prova”. Solamente in un comunicato da parte del C3S ne abbiamo ben 5, come i mesi appena trascorsi. Se a questi aggiungiamo la lunghissima serie di notizie che continuano a mostrare chiaramente come il nostro pianeta sia in palese difficoltà, risulta veramente difficile capire come ci sia ancora chi sminuisce il problema o, peggio, lo nega senza di fatto avere argomenti che possano essere considerati tali. La scienza ci dice altro. I campanelli d’allarme continuano a suonare, da ogni parte del mondo. Sarebbe meglio iniziare a darsi una mossa.

Smettiamola di incolpare Cina e India per le (nostre) emissioni

Sempre più spesso sentiamo risuonare la frase “tutta colpa di Cina e India” quando si parla di emissioni e cambiamento climatico. Sebbene ci sia un sostanziale fondo di verità in questa accusa, sentiamo il dovere di spiegare con dati alla mano che il problema è tanto cinese quanto italiano, inglese e soprattutto americano. Infatti, analizzando il quadro storico, le responsabilità pro-capite e le cause di emissione, ricaviamo un quadro che tutto ci permette tranne che continuare ad avere il nostro solito stile di vita ed accusare Cina e India dal nostro smartphone. Smartphone che con ogni probabilità è stato prodotto proprio in quei paesi, ordinato su Amazon, e che ha quindi richiesto una quantità enorme di anidride carbonica per arrivare fino alle nostre mani.

Cina e India al primo e terzo posto

È vero, Cina e India sono fra i grandi inquinatori del mondo. Risultano rispettivamente primo e terzo nella classifica mondiale, intervallati dagli Stati Uniti. Nel 2017 la Cina ha emesso circa 10 miliardi di tonnellate di CO2, ricoprendo quindi il 27,2% delle emissioni globali, mentre l’India è stata responsabile del 6.8% con un’emissione pari a 2,4 miliardi di tonnellate. È innegabile quindi attribuire ai due colossi asiatici una responsabilità enorme nel quadro del cambiamento climatico. Ed è altrettanto vero che questa tendenza va assolutamente fermata, se si vuole evitare il collasso ecologico di cui tanto sentiamo parlare.

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D’altra parte però, bisogna rintracciare le coordinate storiche, i motivi politici e le ragioni economiche che stanno dietro a questi numeri. In primo luogo, se si analizza l’arco di tempo che parte dalla rivoluzione industriale, ovvero da quando le emissioni hanno iniziato a crescere su larga scala, i dati soprariportati vengono fortemente ridimensionati. Infatti, come riporta Chivers nel libro The No-nonsense Guide to Climate Change, la Cina scende al terzo posto per responsabilità storiche, preceduta da Stati Uniti e Russia. L’India è invece settima, attestandosi dopo Germania, Gran Bretagna, Giappone e Francia. Cosa ha causato allora il forte aumento degli ultimi anni? L’inizio delle emissioni sregolate da parte di Cina e India va attribuito in parte alle regole stabilite dal Protocollo di Kyoto, il primo storico accordo in materia di riscaldamento globale.

Cina e India “in via di sviluppo”. La crescita che ferisce la Terra

L’accordo aveva infatti diviso i vari paesi del mondo in tre categorie: paesi sviluppati, paesi sviluppati con “economie in transizione” e paesi in via di sviluppo. Cina e India furono inserite nell’ultimo gruppo come paesi in via di sviluppo. L’accordo non impose loro nessun vincolo di emissioni per permettere di perseguire il “progresso” già ottenuto dai paesi cosiddetti industrializzati, in gran parte situati in Occidente. Questo perchè negli ultimi quarant’anni ha predominato un’idea di sviluppo misurato in termini puramente economici, senza tener conto delle conseguenze devastanti che una crescita annua di PIL fra i 6 e i 10 punti percentuali possa creare sull’ecosistema.

Quante terre servono a un cittadino occidentale?

Un altro fattore interessante da indagare è l’emissione pro-capite: infatti, Cina e India risultano fra i principali paesi nelle classifiche su base nazionale; un indicatore più veritiero riguarda invece le emissioni prodotte da ogni individuo nei singoli paesi. Come riporta Il Fatto Quotidiano, “nel 2017 un cinese emetteva circa un terzo della CO2 emessa da uno statunitense, e un indiano meno di un terzo di un cittadino italiano”. Avete presente l’Overshoot Day, il giorno in cui l’umanità finisce le risorse naturali previste per quell’anno?

Quando andiamo a calcolare l’impronta ecologica delle singole nazioni, notiamo che paesi come gli Stati Uniti già negli anni Sessanta utilizzavano una quantità di risorse naturali pari a cinque volte le disponibilità del pianeta. La Cina invece, ha iniziato il suo “deficit” nei confronti della terra solo nel 1999 (al momento ha un’impronta ecologica di 2.2 pianeti per sostenere lo stile di vita dei suoi abitanti). I dati disponibili sul sito Global Footprint Network ci mostrano che l’India è addirittura dentro la biocapacità della Terra. Gli italiani ultimamente chiamano spesso in causa cinesi e indiani, ma l‘impronta ecologica del nostro paese si attesta attorno a 2.72 pianeti; nel complesso, l’Italia ha superato i limiti di biocapacità già nel 1965.

Le emissioni per necessità e le emissioni di lusso

Inoltre, dobbiamo considerare la concentrazione della ricchezza. I dati Oxfam ci ricordano che il 10% più ricco della popolazione produce da solo il 50% delle emissioni globali. La metà più povera della popolazione situata nel mondo, pari a 3.5 miliardi, è responsabile di un misero 10% delle emissioni totali di Co2. Questi dati generali non considerano neanche il tipo di fonte delle emissioni. In India, ad esempio, il riscaldamento e la cottura del cibo vengono ancora in gran parte generati da metodi altamente inquinanti, come le biomasse. Riscaldamento e cottura del cibo devono essere considerati bisogni primari e non possono valere quanto le infinite emissioni date da attività di svago o lusso dei paesi sviluppati.

Per fare un esempio su tutti, a Dubai esiste una pista da sci artificiale all’interno di un centro commerciale, con una temperatura esterna media fra i 25 e i 40 gradi. Immaginiamo l’immensa quantità di energia per creare una temperatura ideale per sciare all’interno. Nella stessa città, i clienti che fanno shopping a volte lasciano la macchina con aria condizionata accesa fuori dai negozi; così che, al loro ritorno nel veicolo, non soffrono troppo per lo sbalzo di temperatura interno-esterno. Quanto è giusto comparare le emissioni indiane per riscaldare la cena con l’assurdo sfizio occidentale di divertirsi e sentirsi freschi?

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Cina e India: i nostri ordini su Amazon

Infine, bisogna considerare che il continente asiatico inquina anche per soddisfare le richieste dei consumatori occidentali. Ovvero tutti noi, cittadini italiani, americani, francesi, che dal nostro divano ordiniamo prodotti su Amazon o altre piattaforme con un semplice click dello smartphone. La Cina da sola, rappresenta il 54% del mercato globale e-commerce. Per contro, uno studio americano ha calcolato che circa il 15% dei cittadini di New York riceve come minimo un pacchetto al giorno. Jose Holguin-Veras, Professore all’Università di Rensselaer ha commentato così questo fenomeno: “Quante di queste consegne sono veramente urgenti? Forse il 2% o il 5%?”. Anche lui, ci ricorda che il nostro ruolo di consumatori ha un grosso peso nella crisi climatica: “Noi, come clienti, stiamo guidando il processo. In un certo senso, siamo noi ad avere creato tutto ciò”.

Responsabilità globale, in nome della giustizia climatica

Al netto di tutte queste considerazioni, vogliamo sottolineare che nessuno può esonerare Cina, India e gli altri paesi emergenti dalle emissioni prodotte nei propri paesi. Nessuno stato può ormai esimersi dalla responsabilità storica e intergenerazionale di adeguare i propri concetti di sviluppo, modernità e crescita ai confini planetari del pianeta. Tuttavia, è bene tenere a mente gli argomenti sopraelencati prima di puntare il dito e compiere l’ennesimo tentativo di greenwashing delle nostre coscienze. Sarebbe certo più comodo lasciare che siano gli altri ad agire. Potremmo continuare imperterriti con i nostri stili di vita pieni di sfizi ad alto contenuto di emissioni. Sarebbe più comodo, ma la crisi climatica richiede che tutti facciano la propria parte. Ogni stato e ogni cittadino deve fare qualcosa, tenendo conto delle proprie responsabilità passate, delle possibilità presenti e dei benefici futuri.

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Scienziati: “Emergenza clima, ci aspettano sofferenze indicibili”

Allo scoccare del quarantesimo anniversario dalla prima conferenza mondiale sul clima di Ginevra (1979), non vi e’ assolutamente nulla da festeggiare. 11 mila scienziati hanno infatti lanciato l’ennesimo allarme sulla rivista BioScience, rivolgendosi non solo ai politici, ma a tutti noi. La popolazione mondiale dovra’ affrontare “sofferenze indicibili a causa della crisi climatica” a meno che non ci siano importanti trasformazioni nella società. Si legge nello studio, che prende in considerazione 40 anni di dati scientifici ed e’ stato condotto da ricercatori provenienti da 153 paesi, guidati da William J Ripple della Oregon State University.

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Non e’ stato abbastanza

Nonostante in questo lasso di tempo si siano registrati alcuni miglioramenti, come la decelerazione della perdita della foresta Amazzonica e una lieve decrerscita della natalita’, questo non e’ stato abbastanza per prevenire il riscaldamento globale. La foresta amazzonica ha infatti ripreso la sua decrescita dopo l’elezione di Bolsonaro e il calo demografico e’ rallentato negli ultimi 20 anni. Inoltre, La temperatura, l’acidita’ degli oceani, il clima estremo, gli incendi, le tempeste, il livello del mare, le inondazioni, la scomoparsa dei ghiacci, sono tutti in aumento – ha affermato Ripple. E conclude: Questi rapidi cambiamenti evidenziano l’urgente necessità di agire.

Cosa fare?

Lo studio pero’ non solo denuncia l’emergenza climatica, ma suggerisce anche soluzioni concrete per uscirne. Innanzi tutto e’ necessario cambiare il sistema di produzione di energia, prediligendo le fonti rinnovabili ai combustibili fossili e tassando questi ultimi il piu possibile. E’ poi importante proteggere gli ecosistemi quali foreste, praterie e torbiere per favorire il massimo svolgimento della loro funzione ecologica e l’assorbimento dell’ anidride carbionica. E’ inoltre necessario ridurre le emissioni di metano, idrofluorocarburi e altri inquinanti. Cosi’ facendo, sarebbe possibile ridurre il riscaldamento del pianeta del 50 percento nei prossimi decenni.

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Una delle maggiori fonti di metano sono gli allevamenti animali. Per questo e’ fondamentale che tutti riducano il consumo di carne e prodotti animali, prediligendo frutta, verdura e legumi. In questo modo, oltre a ridurre le emissioni, si ottimizzerebbe la distribuzione delle risorse alimentari, ricavando piu’ cibo in meno tempo e con meno spazio. Questo sarebbe positivo su molti fronti, visto che ad oggi nel mondo un terzo del cibo ancora commestibile viene sprecato. Gli scienziati inoltre ci ricordano che la popolazione mondiale cresce di 200 mila unita’ al giorno. Un fenomeno non sostenibile, sopratutto se tutti loro conducono, o aspirano a condurre, uno stile di vita agiato e pieno di lussi come quello occidentale.

Inquinamento a Shanghai, Cina

Educazione e giustizia sociale

Un’altra importante iniziativa che tutte le Nazioni dovrebbero implementare e’ quella dell’educazione, ambientale e non, sopratutto femminile. Infine, dobbiamo allontanarci dalla mentalita’ della crescita incessante del Prodottio Interno Lordo e della ricerca constante della ricchezza. La buona e paradossale notizia, infatti e’ che un tale cambiamento che prevede giustizia sociale ed economica per tutti, promette un benessere generale molto maggiore rispetto al continuare con business as usual, hanno detto gli scienziati.

La loro vera speranza pero’ risiede nei giovani e nei movimenti nati di recente in tutto il mondo, primo fra tutti i Fridays for Future di Greta Thunberg. Se infatti i giovani di oggi sono gli adulti di domani, forse siamo in buone mani.

Gli incendi che stanno devastando la California

Per anni è stato definito il “Golden State”, un paradiso in terra. Oggi la California ha invece sembianze più simili all’inferno, tanto che il San Francisco Chronicle non ha avuto paura ad affermare che “parti della California sono diventate troppo pericolose per abitarci” o, ancora, che ormai “è diventato un deserto invivibile”. In questi giorni più di 200.000 persone sono state evacuate a causa degli incendi che stanno devastando lo stato. Uno scenario a cui i californiani dovranno abituarsi.

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Photo: U.S. Air Force photo/Tech. Sgt. Roy. A. Santana

Dichiarata l’emergenza per gli incendi in California

Gli accadimenti, che ormai sarebbe superficiale definire “sfortunati”, hanno spinto il governatore Gavin Newsom a dichiarare lo stato di emergenza il 27 Ottobre scorso. Migliaia di pompieri sono da giorni al lavoro per spegnere gli incendi sparsi per la California senza che se ne possano vedere risultati tangibili. I roghi più grandi sono quelli scatenatisi a Santa Clarita Valley ed il Kincade Fire nella contea di Sonomy. Sono centinaia di migliaia le persone che sono state costrette a lasciare le proprie case. Nell’ordine dei milioni, invece, il numero di quelle rimaste senza elettricità. I ripetuti blackout hanno infatti spinto la società energetica locale a sospendere i servizi per limitare i danni alle infrastrutture, già altamente danneggiate dagli eventi.

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Lo scopo di questa decisione è anche quello di scongiurare lo scatenarsi di nuovi roghi a causa delle scintille che i cavi elettrici in funzione potrebbero innescare. Nello scorso weekend i venti hanno toccato i 160 chilometri orari contribuendo ad alimentare ulteriormente il fuoco peggiorando drasticamente la situazione. Steve Anderson, meteorologo del National Weather Service assegnato alla zona di San Francisco, ha dichiarato di “non aver mai visto, in 30 anni di servizio, niente di simile”.

Gli incendi della California sono il nuovo normale?

La California non è nuova ad eventi di questo tipo, soprattutto nella stagione autunnale. Il dato più sorprendente riguarda infatti la ridotta portata degli incendi di quest’anno rispetto alle annate passate. La conta dei morti del biennio 2017/18 si attesta a 130. Quest’anno, per fortuna, il numero di vittime è ancora fermo a zero ma i problemi sussistono. Sono moltissime infatti le persone che avevano da poco finito di ricostruire la propria casa e che sono state costrette ad evacuarla di nuovo, nell’attesa di scoprire se questa volta resisterà o meno agli incendi.

Cosa c’entra col cambiamento climatico?

In un report della California Natural Resources Agency, datato 27 agosto 2018, gli esperti hanno confermato che l’inasprimento della stagione degli incendi in California è legata agli effetti del cambiamento climatico. La regione sarà infatti sempre più soggetta a periodi di lunga siccità che causano la morte degli alberi rendendone gli arbusti estremamente secchi. Queste condizioni rendono vaste aree verdi il nido ideale per il proliferare di incendi di questa portata. Se a tutto ciò aggiungiamo l’aumento nella forza dei venti che invadono la California nel periodo autunnale, viene da sé che i roghi diventano difficilmente arginabili proprio per la velocità e l’intensità con cui si espandono in un lasso di tempo relativamente breve.

La spiegazione del Guardian

Per non parlare di ciò che potrebbe accadere nella stagione invernale. Oltre ad essere vulnerabile agli incendi, la regione californiana è stata in passato anche colpita da diverse alluvioni. Questo potrebbe generare grossi problemi in termini di ricollocazione degli sfollati e di ricostruzione delle infrastrutture.

Leggi il nostro articolo: “Greta rifiuta premio da 47.000 euro:”Al pianeta non serve”

I soldi non bastano per salvarsi dai cambiamenti climatici

Fino ad oggi il benessere del pianeta è stato di fatto sacrificato in favore del proliferare dell’economia di alcuni paesi. L’ironia della sorte ha voluto che proprio in quella che è la quinta regione al mondo per PIL si manifestassero prima che in altri posti gli effetti dei cambiamenti climatici. Va tuttavia specificato come proprio nel “Golden State” sia già da qualche anno nata una forte coscienza ecologica che ha spinto sia il settore pubblico sia quello privato ad investire ingenti somme di denaro nella green economy, senza che questo sia bastato a salvarli.

Leggi il nostro articolo: “Cos’è rimasto della strage di alberi del Nord Italia un anno dopo”

Questa successione di eventi spinge a trarre un’unica conclusione. Con l’avanzare del riscaldamento globale le aree del pianeta più vulnerabili ad esso saranno di fatto inabitabili, poco importa se e quanto la comunità locale avrà agito per risolvere il problema. Siamo di fronte ad un circolo vizioso di ingiustizia sociale che non colpirà solo la California.

Leggi il nostro articolo: “Il tempo dei dubbi è finito. I cambiamenti climatici sono qui, ora”

In Zimbabwe, recentemente, sono stati toccati i 51 gradi centigradi ed alcune zone delle Cascate Vittoria, uno dei bacini idrici più importanti dell’Africa, sono quasi a secco. Si tratta della peggiore siccità che ha colpito l’area negli ulitmi 40 anni. Sono 7 milioni le persone che rischiano di pagarne le conseguenze ed alcune di esse lo faranno con la vita. Questo solo per citare due degli avvenimenti più recenti. Siccità, alluvioni, uragani, ondate di calore, gelate o, più in generale, fenomeni atmosferici più marcati. Che ne dicano i negazionisti questi sono tutti scenari ampiamente previsti dagli scienziati e sono legati ai cambiamenti climatici. Vedremo cos’altro dovrà accadere prima che se ne accorgano tutti.

Cosa è rimasto della strage di alberi nel Nord Italia. Un anno dopo

È passato un anno dalla strage di alberi più imponente avvenuta nel Nord Italia. Fra il 29 e il 30 ottobre 2018, la tempesta Vaia, con venti fino a 280 chilometri orari, ha raso al suolo milioni di alberi che da secoli o decenni rivestivano le vette dei nostri monti in Trentino, Friuli e Veneto. Dico “nostri” perché ognuno di noi almeno una volta nella vita ha trascorso qualche giorno immerso nella bellezza delle Alpi, per una vacanza in famiglia o un weekend di sci con gli amici. Ed è per questo che le immagini con interi versanti di alberi abbattuti hanno fatto il giro della penisola, creando un moto di commozione e sbalordimento collettivo. Oggi, ad un anno da quella strage, viene da chiedersi che fine abbiamo fatto tutti quegli alberi: Sono ancora lì? Oppure sono stati raccolti? E a beneficio di chi? Ma soprattutto, quanto tempo ci vorrà perché la situazione torni come prima?

Parco Naturale Paneveggio Pale di San Martino. Foto dell’autrice, Settembre 2019

14 milioni di alberi abbattuti. Il ruolo del cambiamento climatico

8 milioni di metri cubi di alberi. Questa la cifra indicativa di alberi abbattuti dopo il passaggio della tempesta Vaia. Per quanto i negazionisti proveranno ad obiettare, è difficile non riconoscere anche in questo disastro naturale il contributo del cambiamento climatico. Le tempeste violente si sono sempre verificate, ma in questo caso si sta parlando di una quantità di legname pari a sette o otto anni di taglio normale annuo. Una quantità che porta con sé allo stesso tempo un’inaspettata forma di mercato nel breve termine e conseguenze molto negative in una visione ad ampio raggio.

Il mancato governo e il mercato di legname

Infatti, se si guarda all’immediato, la strage di alberi dello scorso ottobre ha spalancato la porta ai mercanti di legname. Ottimo legno a prezzi stracciati. È così che si sono affacciati sul nostro mercato acquirenti stranieri, perlopiù austriaci, sloveni, ma anche cinesi. Come biasimarli. La colpa non è di certo loro, che fanno il loro mestiere. Né è delle autorità e delle imprese locali, che preferiscono vendere al ribasso piuttosto che lasciare a terra quantità enormi di ottimo legno. Resta quindi da chiedersi cosa abbia fatto il governo italiano: “è mancata una regia complessiva”, ha affermato Emanuele Orsini, presidente di FederLegno Arredo, in un’intervista al Sole 24 Ore.

E continua: «Sarebbe servita una task force centrale a supporto delle aziende nella rimozione degli alberi e nello stoccaggio in aree collettive, attraverso un consorzio nazionale sostenuto dalle banche e con la garanzia del governo». La strategia del governo è stata invece quella di stanziare fondi di emergenza e derogare alle singole Regioni o Province Autonome il compito di gestire la situazione. Per il resto è stata creata una “filiera solidale” in mano a Pefc, l’ente certificatore delle foreste italiane; l’invito è rivolto alle aziende di legname del nostro paese, che attraverso il logo Pefc possono riconoscere il legno proveniente dalle zone delle Dolomiti e preferirlo all’importazione di legno straniero.

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Una corsa contro il tempo per “salvare” gli alberi

Perché quel legno non rimarrà ottimo per sempre. Si parla di un lasso di tempo che va dai sei mesi ai due anni per poter usufruire del legno degli alberi abbattuti. Dopodiché il legname perde di valore o diventa inutilizzabile a causa dell’arrivo di parassiti che proliferano nel legno morto. Ed è per questo motivo che la strage di alberi rappresenta un pericolo anche nel lungo termine: il legno abbandonato intaccato da parassiti potrebbe contaminare tutte le piante adiacenti rimaste ancora in piedi. Un altro rischio per la zona è costituito dallo sradicamento delle enormi radici su cui poggiavano quegli alberi. In caso di forti nevicate, le radici estirpate o mal ancorate potrebbero causare colate di fango o valanghe, così mettendo in pericolo le valli sottostanti.

In una recente inchiesta de L’Espresso, si stima che il 50% del legname sia stato rimosso e che il mercato sia ora prevalentemente gestito da imprese dell’Est Europa. Difficile constatare se quella cifra sia reale o un po’ troppo ottimistica. Un servizio del Tg2 parla infatti di un misero 20%. Nel mio recente viaggio in Trentino, precisamente nel parco naturale Paneveggio Pale di San Martino, ho potuto constatare che pochissimi alberi sono stati rimossi, a fronte di interi versanti ancora ricoperti da migliaia di tronchi. Uno scenario spettrale. Si percorrono sentieri totalmente al sole dove fino all’anno scorso c’era solo ombra. Gli abitanti locali raccontano che non hanno mai vissuto nulla di paragonabile a quella notte, con il vento forte e l’acqua che si abbatteva alle finestre. Sono rimasti isolati per tre giorni a causa delle strade interrotte; anche loro fanno riferimento all’arrivo dei cinesi per accaparrarsi il legno ad un prezzo stracciato.

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Nuovi alberi crescono

È stato stimato che ci vorranno cento anni, come minimo, per far tornare la situazione come prima. Molti si stanno prodigando per riparare ciò che la strage di alberi ha spazzato via in una sola notte. Aveva fatto notizia, ad esempio, il colossale sforzo della Magnifica Comunità di Fiemme: 400mila baby alberi coltivati nei vivai per diventare le future cime delle Dolomiti. Un lavoro di estrema cura, che necessita di un’osservazione costante per un periodo di 4 anni prima della piantumazione nelle aree previste. Come ci testimonia Ilario Cavada, tecnico forestale della Magnifica Comunità di Fiemme, “quando sono piccoli, anche un filo d’erba rappresenta una minaccia”.

Una storia di premura che ci ricorda il famoso racconto francese intitolato L’uomo che piantava gli alberi di Jean Giono. Narra di un pastore che con la sua sola costanza decise di riforestare un’intera zona delle Alpi francesi. Così recita il breve racconto allegorico: “Le querce del 1910 avevano adesso dieci anni ed erano più alte di me e di lui. Lo spettacolo era impressionante. Se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani e dall’anima di quell’uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione”.

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Una strage di alberi, la crisi climatica è qui e ora

Ritengo che questa ultima frase debba rimanere impressa nelle nostre menti. È opportuno sottolineare una volta ancora che la strage di alberi delle Dolomiti non può essere considerato un fenomeno naturale. Fa parte invece delle ormai quotidiane testimonianze che la crisi climatica esiste. Una crisi climatica che ognuno di noi ha contribuito a creare. Gli scienziati ammettono che è complicato trovare una diretta correlazione fra il cambiamento climatico e ogni singolo evento meteorologico estremo. D’altra parte però, in un convegno organizzato a Dicembre 2018 per analizzare cause e conseguenze della tempesta Vaia, tutti hanno convenuto che il primo e principale fattore a scatenarla sia stato il cambiamento climatico, che porta ad eventi sempre più frequenti ed estremi nelle Alpi.

In definitiva, ci teniamo a far presente che diviene sempre più urgente riconoscere l’emergenza climatica a livello nazionale, con un piano verde e di transizione energetica coraggioso e mirato. La piantumazione di alberi, in questo caso, deve essere una priorità assoluta. Ce l’hanno ricordato Greta Thunberg e il giornalista George Monbiot alla vigilia dell’ultimo Climate Strike: “Esiste una macchina magica che aspira il carbonio dall’aria, costa pochissimo e si costruisce da sola. Si chiama albero”. Come ci ricorda il racconto sopracitato, l’essere umano è stato bravissimo a distruggere, ma potrebbe essere altrettanto efficace per riparare, ripristinare, rigenerare. Cominciamo dagli alberi.

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Ghiacciai italiani. Il nuovo rapporto IPCC su ghiacci e oceani

“Requiem per un ghiacciaio. Veglie funebri per i nostri ghiacciai che stanno morendo”. Così Legambiente ha deciso di chiamare una serie di eventi avvenuti la scorsa settimana nelle nostre Alpi. Dei funerali per i ghiacciai italiani che sono scomparsi o stanno scomparendo a vista d’occhio: dal ghiacciaio del Lys in Valle d’Aosta al Ghiacciaio del Montasio in provincia di Udine, una serie di escursionisti appassionati hanno scalato le vette per attirare l’attenzione sul maggiore “hotspot climatico” italiano, le Alpi appunto. Tutto questo a pochi giorni dall’uscita del nuovo allarmante rapporto IPCC sul legame fra scioglimento dei ghiacciai e innalzamento del mare.

ghiacciai italiani

I ghiacciai italiani: hotspot climatico

Si definiscono “hotspot climatici” quei punti del globo che stanno risentendo maggiormente dell’impatto del cambiamento climatico, sia a livello di entità che di velocità. Sono considerati hotspot paesi come il Bangladesh o le Filippine, dove il cambio del regime delle piogge, unito all’innalzamento del mare, sta portando sempre più inondazioni e fenomeni climatici estremi. Altri hotspot climatici sono le regioni africane in via di desertificazione, così come la catena montuosa dell’Himalaya e la nostra catena alpina.

Infatti, come riportato dall’attivista James Whitlow Delano, “dal 1960 al 2017 la stagione delle nevi nelle Alpi si è accorciata in media di 38 giorni l’anno”. Inoltre, le estati 2015 e 2016 sono state le più calde mai registrate. Ciò è particolarmente preoccupante perché le Alpi costituiscono la maggior riserva d’acqua europea: uno scioglimento rilevante dei ghiacciai significa meno acqua nei fiumi e di conseguenza meno acqua a valle e nelle città.

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Funerali per i ghiacciai. Perdita dei maggiori in Europa

Per questo motivo la scorsa settimana, in occasione del Summit ONU sul clima e della mobilitazione giovanile targata Fridays For Future, numerosi cittadini si sono recati sulle cime del Monte Rosa, del Monvisio, del Montasio, dello Stelvio, della Marmolada e del Brenta allo scopo di testimoniare la ritirata impressionante dei maggiori ghiacciai italiani; all’escursione sul Monte Rosa era presente anche Diego Bianchi di Propaganda Live (il reportage è visibile nel sito della trasmissione). L’idea di fare un funerale per i ghiacciai è stata ripresa da un evento organizzato in Islanda nell’agosto scorso: il funerale del ghiacciaio Okjokull a causa del cambiamento climatico.

Durante la commemorazione è stata affissa una targhetta con questa scritta: “Lettera al futuro: Ok è il primo ghiacciaio islandese a perdere lo status di ghiacciaio. Nei prossimi 200 anni, è previsto che tutti gli altri ghiacciai facciano la stessa fine. Questo monumento è per riconoscere che sappiamo cosa sta succedendo e cosa bisognerebbe fare. Solo voi saprete se l’abbiamo effettivamente fatto. Agosto 2019, 415ppm CO2”. Seppur senza targhe, discorsi simili sono stati fatti durante i funerali per i ghiacciai dei giorni scorsi in Italia. Una crescente preoccupazione dovuta anche all’evacuazione di alcuni abitanti per l’imminente crollo del ghiacciaio Planpincieux sul Monte Bianco.

ghiacciai italiani
Photograph: Jeremie Richard/AFP/Getty Images

Il nuovo rapporto IPCC sullo scioglimento dei ghiacciai

Questi eventi così tangibili stanno finalmente risvegliando tutte quelle persone che fino a poco tempo fa non credevano nel cambiamento climatico o non lo consideravano prioritario. Il cambiamento climatico sta ora scalando le vette degli argomenti più discussi in politica, nei quotidiani e fra la gente comune. Già un anno fa era uscito il monito dell’ONU, “abbiamo solo 11 anni per salvare il pianeta”. Questa frase è stata spesso ripetuta durante gli scioperi del clima iniziati dalla svedese Greta Thunberg.

Un nuovo rapporto IPCC, intitolato Special Report on the Ocean and Cryosphere in a Changing Climate, è stato reso pubblico il 25 settembre. In questo dettagliato documento, si fa ancora più chiarezza sull’impatto che il cambiamento climatico sta avendo sui ghiacciai, con tutte le conseguenze che questo comporta: lo scioglimento dei ghiacciai sta avvenendo con una velocità estremamente maggiore rispetto alle previsioni, causando un innalzamento del livello del mare di 3,6 millimetri l’anno, che significherebbe un aumento fra i 30 e i 60 centimetri entro il 2100.

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Le conseguenze dello scioglimento dei ghiacciai

Non solo. Lo scioglimento dei ghiacciai porta con sé un aumento degli eventi estremi come tempeste e inondazioni, creando grossi disagi per tutte le attività economiche e turistiche. Solo nella scorsa estate, in Italia si sono verificati numerosi fenomeni estremi, come la tempesta nelle spiagge di Numana o il nubifragio di agosto in Emilia Romagna. Infine, il rapporto mette in guardia sul devastante effetto che si sta verificando in termini di biodiversità: il Mediterraneo, assieme alle aree tropicali, vedrà una diminuzione di stock ittico pari al 40% entro il 2050.

Emanuele Bompan, giornalista e attivista ambientale, ha commentato con queste parole i nuovi dati rilasciati dall’ONU: “In Italia il tema dei ghiacciai è centrale, giacché dalle loro acque dipende una parte dell’agricoltura delle regioni settentrionali, centinaia di migliaia di lavoratori nel settore turistico e la produzione di energia idroelettrica, che pesa il 16,5% del totale nazionale. Secondo il report questi ghiacciai, insieme a quelli dell’Africa Orientale, delle Ande Tropicali e dell’Indonesia, entro il 2100, perderanno oltre l’80% della loro attuale massa di ghiaccio se non si riducono le emissioni. Il ritiro della criosfera di alta montagna avrà impatti economici rilevanti, oltre che ambientali e paesaggistici”.

Funerali per i ghiacciai: un monito per agire immediatamente

In definitiva, la celebrazione dei funerali per i ghiacciai della scorsa settimana non deve essere letta come una stravagante esibizione di pochi fanatici. Il nuovo rapporto rilasciato dall’ International Panel on Climate Change costituisce un’ulteriore evidenza scientifica che il cambiamento climatico sta trasformando il mondo che ci circonda, in modi e tempi molto più devastanti rispetto a quanto predetto qualche anno fa. Tantissime persone lungo tutta la penisola stanno in qualche modo avendo riprova di ciò, con perdite personali in termini umani, paesaggistici ed economici. Non servono altri dati per agire immediatamente e cercare di arginare un fenomeno davanti agli occhi di tutti.

https://www.youtube.com/watch?v=sitUI1WELEs

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L’onda verde globale. Oggi milioni di giovani in piazza

L’onda verde non si arresta. Anzi, qualcuno direbbe che è appena cominciata. Milioni di giovani in tutto il mondo stanno riempendo le piazze nel nome della giustizia climatica. Ha iniziato la Nuova Zelanda quando in Italia era ancora notte, seguita da Hong Kong, Korea e via via spostandosi lungo i fusi orari verso sinistra. Un salto di qualità notevole se si pensa che il movimento è partito con una sola ragazzina seduta in piazza un anno e un mese fa. Sempre più giovani, sempre più studenti, sempre più cittadini, decidono di unirsi per lanciare un messaggio chiaro e preciso: il cambiamento climatico è qui ed ora, non possiamo più rimandare.

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L’onda verde italiana

I numeri italiani sono ancora da stimare con precisione, si parla di più di un milione. Si può intanto notare una notevole crescita del movimento, sia nei grandi capoluoghi che nelle città più piccole. Ho personalmente partecipato allo sciopero di questa mattina a Fano, nelle Marche. Un corteo di cartelli colorati ha sfilato dall’Arco d’Augusto alla piazza principale, intervallati dai cori resi famosi a livello nazionale e internazionale. Numerose voci hanno poi animato il presidio in piazza, a partire dal professor Taffetani dell’Università Politecnica delle Marche. Il professore ha fatto presente ai ragazzi che è giusto richiamare le immagini degli orsi polari morenti o dell’Amazzonia in fiamme, ma che allo stesso tempo bisogna puntare i riflettori sui problemi e le soluzioni intorno a noi.

Problemi e soluzioni a portata di mano

Ad esempio, il professore ha menzionato lo scempio ambientale che sta avvenendo sul Monte Catria, dove migliaia di faggi secolari sono stati tagliati per far posto ad un nuovo impianto sciistico. L’associazione ambientalista Lupus In Fabula ha tentato più di una volta di bloccare i lavori, richiamando la follia di questo progetto: “Estirpare due ettari di bosco maturo, quando l’evidenza dei cambiamenti climatici dovrebbe indurre ogni amministratore pubblico a piantare nuovi alberi, rappresenta un attentato alle future generazioni”.

Taffetani ha allo stesso modo ricordato che non bisogna solamente aspettare che la politica faccia qualcosa dall’alto, perché i cittadini hanno in mano una vasta varietà di scelte con cui migliorare la propria impronta ecologica. Cambiare le proprie abitudine alimentari, ha detto il professore, è un’azione concreta che tutti noi possiamo fare nell’immediato. Soprattutto nelle Marche, culla del cibo biologico grazie alla sfida culturale lanciata da Gino Girolomoni più di quarant’anni fa.

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L’onda verde contagia i più piccoli

Il microfono è poi passato in mano ai piccoli della scuola elementare Luigi Rossi, accompagnati dalle loro maestre. Sono solo bambini, cosa ne capiscono? Invece, con grande stupore, le parole più incisive sono state pronunciate proprio da uno di loro: “Sarò forse l’unico a dire questa cosa. La terra non sopravviverà. È vero, siamo molto più bravi di ieri e del giorno prima, ma secondo me, poi posso sbagliare e tutto, siamo troppo abituati a questa realtà. Grazie per avermi fatto esprimere questa opinione”. Parole forti, che ci testimoniano come le nuove generazioni stiano acquisendo una consapevolezza enorme della crisi climatica, con tutta la paura che questo comporta. Sicuramente un grande lavoro di sensibilizzazione è stato svolto dalle maestre e dai professori nelle attività scolastiche di tutti i giorni.

Un professore del Liceo Artistico Apolloni ha infatti voluto ricordare che la lotta al cambiamento climatico deve intersecarsi con tutte le piccole lotte che vivono nel quotidiano fra i banchi. Greta Thunberg, simbolo di questo movimento, non ha mai nascosto che la Sindrome di Asperger è per lei un superpotere, anziché un limite. La diversità, in tutte le forme che esistono – ambientale, sociale, culturale – va difesa e condivisa per arricchire questo mondo oggi così impaurito e bloccato in una guerra identitaria fra Noi e Loro. La crisi climatica ci ricorda invece che siamo tutti sulla stessa barca, e che per fermare il cambiamento climatico serve il contributo di tutti, ognuno con le proprie qualità.

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Fridays For Future: la voce dei giovani

I ragazzi di Fridays For Future Fano hanno concluso gli interventi. Margherita, una delle coordinatrici, ha rivolto un messaggio chiaro e preciso ai suoi coetanei: “I più grandi problemi della nostra società sono l’ignoranza e la disinformazione e questi problemi fanno parte della mia generazione così come di tutte le altre. Anche di chi con una certa maturità ed esperienza dovrebbe avere imparato ad indagare, informarsi, porsi dei dubbi, mettere in discussione le proprie conoscenze. Eppure è dovuta intervenire una sedicenne per aprirci gli occhi e tutto il movimento che ha creato non è nemmeno bastato.

E intendo la parola ignoranza nel suo significato etimologico di “non sapere, non conoscere, non informarsi”, appunto: non possiamo credere che un problema non sia tale quando effettivamente non lo conosciamo; non possiamo dire che è inutile manifestare per il clima se non si conoscono effettivamente i motivi della manifestazione. (…) Non so voi ma io, comunque, sono stanca: sono stanca di dover ancora spiegare ai miei coetanei i motivi della protesta: dove sono gli insegnanti che ne parlano? Ci sono certamente pratiche avviate e sono sempre di più, ma non basta! E rivolgendomi ai miei coetanei, perché non ascoltate?”.

L’onda verde continuerà a crescere

Perché non ascoltate? Certamente alcuni di questi ragazzi saranno scesi in piazza solo per saltare la scuola. Altri saranno stati trascinati dai loro compagni più convinti. Resta il fatto che il movimento ambientalista si è risvegliato, con parole e gesti nuovi. Migliaia di giovani saranno ancora “ignoranti”, nel senso inteso da Margherita, ma tantissimi altri sono pronti a contagiare, condividere, sensibilizzare, fino a che tutti non potranno fare a meno di parlarne, di sentirsi coinvolti e di scendere in piazza. L’onda verde non si arresta, l’onda verde è appena cominciata.

Leggi il nostro articolo: “Il problema della dialettica attorno al cambiamento climatico”

Il discorso di Greta all’ONU e i numeri della politica

Summit ONU sul clima, Greta Thunberg
Un’accigliata Greta Thunberg all’inizio del proprio discorso tenuto presso la sede delle Nazioni Unite.

Emotivo; così si potrebbe definire il discorso odierno di Greta Thunberg al summit ONU sul clima. Vedere una ragazzina ferita, con gli occhi lucidi e la voce sul punto di spezzarsi, smuoverebbe coscienza a chiunque ne disponga (e forse è proprio questo il problema). Ieri Greta si è infatti rivolta alla schiera dei potenti delle Nazioni Unite con parole di sfida, di rimprovero, dando l’ultimatum definitivo.

Il discorso pronunciato denuncia l’azzardo con il quale i politici si stanno giocando il futuro di Greta, e con il suo il nostro. Non ci è dato sapere quale sia il pensiero reale dei politicanti al sentire pronunciate queste accuse. Nessuno d’altronde gli pone questo genere di domande e nessuno in ogni caso si aspetterebbe in risposta la verità. Ma questo è un altro discorso, che meriterebbe approfondimento. Poco male, tanto l’unica risposta che conta davvero sono i fatti, tutto il resto è… declino planetario.

Il discorso di Greta tradotto in italiano

Il video del discorso originale di Greta Thunberg.
Fonte: canale YouTube di The National.

Il mio messaggio è che vi terremo d’occhio.

Questo è tutto completamente sbagliato. Io non dovrei essere qui sul palco ma a scuola dall’altra parte dell’oceano. Ma voi vi rivolgete a noi giovani come speranza per il futuro. Ma con che coraggio? Voi avete rubato i miei sogni e la mia gioventù con le vostre parole vuote, e io sono una delle più fortunate. La gente sta soffrendo. La gente sta morendo. Interi ecosistemi stanno collassando. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa e tutto quello di cui siete capaci di parlare sono denaro e favole riguardo a una crescita economica eterna. Come osate?

Per oltre trent’anni la scienza è stata chiarissima. Con che coraggio continuate a fare finta di niente e venire qui affermando di fare abbastanza, quando le politiche e le soluzioni necessarie non sono neanche all’orizzonte? Dite ascoltarci e di capire l’urgenza, ma per quanto triste e arrabbiata io possa essere, non ho alcuna intenzione di crederci. Perché se veramente capiste la situazione e ciononostante continuaste a fallire a reagire, significherebbe che siete malvagi, e io questo mi rifiuto di crederlo.

La popolare idea di dimezzare le nostre emissioni in dieci anni ci dà solamente il 50% di possibilità di rimanere sotto il grado e mezzo di riscaldamento globale e di prevenire il rischio di avviare una serie reazioni a catena al di fuori del controllo umano. 50% potrebbe essere accettabile per voi. Ma quei numeri non includono punti critici, la gran parte dei cicli di retroazione, e il riscaldamento aggiuntivo nascosto dell’inquinamento dei trasporti aerei o gli aspetti dell’equità e della giustizia climatica. Inoltre, fanno affidamento sul fatto che la mia generazione risucchi miliardi di tonnellate della vostra CO2 dall’atmosfera, con tecnologie che quasi non esistono ancora. Per questo una chance di successo del 50% non è accettabile per noi che dovremmo convivere con le conseguenze.

Per avere una possibilità del 67% di rimanere al disotto di un’innalzamento delle temperature di un grado e mezzo celsius, la quota più ottimistica data dal Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico, il mondo aveva 420 gigatonnellate di CO2 ancora emittibili in data primo gennaio 2018. Oggi, quella stima è già scesa a meno di 350 gigatonnellate. Con che coraggio fate finta che questo vostro piano possa essere attuato come una qualsiasi altra politica e grazie a qualche soluzione tecnologica? Con i livelli di emissioni odierni questo tetto di CO2 sarà superato in meno di 8 anni e mezzo.

Quest’oggi non sarà presentato alcun piano né soluzione adeguato. Perché questi numeri sono troppo scomodi e voi non siete ancora sufficientemente maturi per dire le cose come stanno. Ci state deludendo. Ma i giovani stanno iniziando a rendersi conto del vostro tradimento. Gli occhi di tutte le generazioni future sono posati su di voi e se decidete di deluderci, beh allora io dico: non vi perdoneremo mai. Non la farete franca. Qui, oggi, è dove tracciamo il confine. Il mondo si sta svegliando e il cambiamento avverrà che vi piaccia o meno.

Il discorso di Greta Thunberg tenuto oggi al summit ONU sul clima, tradotto per voi da L’EcoPost.

Greta Thunberg e l’arte del cazziatone

Personalmente io a Greta Thunberg riconosco un merito principale: quello di non rinunciare mai a fare il cazziatone. L’arte del cazziatone sembra facile, ma non lo è. Infatti, chi fa le pulci agli altri, personaggi pubblici e non, corre solitamente il rischio di risultare pedante e ripetitivo. La tendenza è quindi quella di compromettersi in base al contesto e al pubblico e di optare per toni più pacati così da non finire nel dimenticatoio o di essere etichettato come un personaggio scomodo o per questo indesiderato. Questo Greta Thunberg non lo fa.

Lei cazzia (soprattutto politici, presenti e non) costantemente da oltre un anno. La sua intransigenza, e l’auspicabile concretizzazione delle sue aspettative, sono effettivamente l’unica speranza di salvezza. Non che lei sia la salvezza in sé, per quanto bene e ammirazione si possa avere per lei. Bensì lo è l’accettazione progressiva di lei come personaggio pubblico nella narrativa mediatica mondiale, che ha l’effetto di introiettare negli individui la sua narrativa perentoria e di conseguenza il rigore necessario senza il quale l’equilibrio con la natura è impossibile.

Sul tema della narrativa del cambiamento climatico, leggi anche il nostro articolo: Il problema della dialettica attorno al cambiamento climatico

Solo la politica sotto la lente d’ingrandimento?

Greta Thunberg è quindi un’icona, capace di ritagliarsi questo ruolo con continuità, intransigenza e una scelta delle parole sempre adeguata. Lei si è sobbarcata il compito di responsabilizzare la politica mondiale, non proprio quello che ci si aspetterebbe da una sedicenne, per quanto svedese. Ma c’è un dettaglio che non va e non può essere trascurato, che se tutti gli attivisti per lo sviluppo sociale e contro il cambiamento climatico del mondo, con Greta Thunberg in testa, riuscissero a convincere la politica ad agire, questo avrebbe ripercussioni sulla vita di noi tutti.

Il cambiamento politico non rimarrebbe puramente politico, ma si stratificherebbe lungo tutto il tessuto sociale. Cosa succederebbe se la politica agisse concretamente ma buona parte della popolazione si opponesse alle tasse, ai divieti, alle limitazioni, o più semplicemente ai cambiamenti imposti dall’alto? Se è vero che senza la politica la forte volontà di molti non basta, altrettanto vero è che la politica non ha vita facile nel convincere i cittadini di tutto il mondo che per garantire un futuro alle attuali e alle future generazioni, loro, nel loro piccolo, dovranno fare tante rinunce.

Dunque non lasciamo Greta Thunberg da sola, ma non lasciamo neanche la politica da sola. La prima è molto matura, ma è solo una ragazza, la seconda (proprio come ha detto Greta) non è ancora sufficientemente matura per prendere decisioni da sola.

Il video del WWF pubblicato in data 22 settembre 2019, dal titolo “Il Panda all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite”. Fonte: il canale YouTube di WWF Italia

Sul tema dei giovanni come ultima salvezza, leggi anche il nostro articolo: I giovani al summit ONU “Viviamo con la paura del futuro”