Block friday: in piazza contro la giornata dei consumi

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L’aumento di popolarità del Black Friday, l’ennesima invenzione consumistica statunitense, è la dimostrazione di come la nuova “onda verde” in molti casi sia soltanto una moda. Ecco perché oggi i Fridays For Future si sono riuniti nelle piazze di tutto il mondo per il cosiddetto Block Friday, una protesta contro la giornata più consumistica dell’anno.

Leggi il nostro articolo: “Scienziati: emergenza clima. Ci aspettano sofferenze indicibili”

Uno degli organizzatori dello sciopero di Milano, Alessandro Silvello ha spigato a Repubblica il loro intento: “Abbiamo deciso di chiamare la giornata “Block Friday” proprio per questo, per sottolineare la nostra protesta. E portare all’attenzione di tutti gli effetti del consumismo portato alle estreme conseguenze di cui il Black Friday è un simbolo: penso alla diminuzione dei diritti e degli stipendi di tanti lavoratori che sono impiegati in questo sistema” .

Meno affluenza, più motivazione

Solamente in Italia gli scioperi sono stati 138 in altrettante città diverse. Gli eventi nel mondo sono stati 3.406 sparsi per 157 paesi e 2432 città. A Milano i giovani si sono ritrovati alle 9 di mattina mostrando i pacchi simbolo dell’ e-commerce che, con il successo di Amazon, è ormai fuori controllo. A Roma l’affluenza è stata alta, anche se decisamente inferiore allo sciopero del 24 maggio.

Sciopero a Roma

“Lo sapevamo – ha dichiarato Marianna Panzarino di FFF Roma al Messaggero -. È passato troppo poco tempo dall’ultimo sciopero. Ma anche portare poche migliaia di ragazzi in piazza è comunque un successo”. A Torino e provincia sono scese in piazza circa 10mila persone, tra cui anche le “Sardine”, che hanno paralizzato via Roma, la via dello shopping. L’atto di bloccare le vie del centro oggi è forse ancora più simbolico.

La nascita del Black Friday

Il fenomeno del Black Friday ha origine nell’America degli anni ’50, anticamera del boom economico e della nascita della società dei consumi. In quegli anni sempre più persone iniziavano a potersi permettere piccoli beni di lusso. Si diffondeva così anche la moda dello scambio di regali durante le festività natalizie. Il venerdì successivo al Thanksgiving veniva considerato come l’inizio del periodo dedicato agli acquisti natalizi. I negozianti hanno così cavalcato l’onda. Sconti, aperture straordinarie, offerte speciali che avrebbero incentivato le persone ad acquistare i regali di natale velocemente, a prezzi bassi, senza pensarci troppo.

Sembra, insomma, l’embrione di quella che oggi viene chiamata fast fashion. Anche se fashion in questo caso non rappresenta soltanto l’industria dei vestiti, ma le mode più in generale, di qualunque tipo esse siano. Potremmo chiamarla la moda dell’acquistare, nata appunto durante il boom economico e mai passata. E durante giornate come il Black Friday molti sono spinti ad acquistare oggetti di cui non hanno bisogno soltanto perché scontati.

Consumismo autodistruttivo

E’ anche a causa di questa fame di consumi che gli esseri umani hanno innescato il riscaldamento globale. Il processo di produzione, imballaggio, distribuzione, consumo e smaltimento dei miliardi di prodotti venduti richiede lo sfruttamento non sostenibile delle risorse del pianeta. Secondo le stime del World Wildlife Fund (WWF), se ognuno adottasse lo stile di vita e i consumi del cittadino medio abitante del Regno Unito, sarebbero necessari tre pianeti terra. Cinque pianeti, invece, per vivere come lo statunitense medio. E questo solo nel 2019.

Sempre secondo il WWF, l’impronta ecologica dell’umanità (la misura sulla Terra dal consumo umano delle risorse naturali), è aumentata del 125% e potrebbe aumentare del 170% entro il 2040. Gran parte dell‘impronta ecologica è infine data dai rifiuti che la mentalità consumistica genera. Secondo la Banca Mondiale attualmente 1,3 miliardi di rifiuti solidi sono generati nel mondo ogni anno e questo numero è destinato ad aumentare, arrivando a 2.2 miliardi di tonnellate entro il 2025.

Chiediamo soluzioni immediate

Per questo e molto altro oggi i Fridays for Future hanno chiesto ai politici delle soluzioni immediate. A Torino, per esempio, ci sono stati presidi davanti a tante sede istituzionali. Al rettore dell’Università hanno chiesto di cancellare la collaborazione con Eni, mentre alla sindaca Chiara Appendino di migliorare il servizio di trasporto pubblico rendendolo gratuito.

In Inghilterra gli scioperanti si stanno concentrando sui sondaggi del prossimo mese. In Australia il focus è stato sull’impatto dei devastanti incendi boschivi in cui sei persone sono morte e oltre 600 case sono state distrutte. Hanno anche chiesto che non vengano realizzati nuovi impianti di carbone, petrolio o gas in Australia, una transizione al 100% di energia rinnovabile entro il 2030 e finanziamenti per una transizione equa per i lavoratori.

Greta Thunberg non ha potuto prendere parte a nessuna delle manifestazioni a causa della concomitanza con il suo viaggio di ritorno dagli Stati Uniti in catamarano. La giovane attivista svedese deve infatti partecipare alla COP25 che si svolgerà a Madrid a partire dal 4 dicembre. E’ in questo incontro che i Fridays For Future di tutto il mondo ripongono la speranza. Un piccolo passo nella giusta direzione è già stato fatto, in quanto proprio ieri il Parlamento Europeo ha dichiarato l’emergenza climatica e ambientale in Europa e nel mondo.

Leggi il nostro articolo: Il Cile non ospiterà più la Cop25″

Domani in piazza per il Quarto Sciopero Globale per il Clima

15 marzo, 24 maggio, 27 settembre. Queste le date dei primi tre Climate Strike che hanno segnato una svolta nella storia della lotta ambientalista. Domani, a poco più di due mesi dall’ultimo, i giovani sono pronti a scendere nuovamente in piazza per il Quarto Sciopero Globale per il Clima. La ragione è sempre la stessa: protestare contro le istituzioni, ree di non fare abbastanza per la crisi climatica in atto. Le tre precedenti manifestazioni hanno avuto un successo a dir poco inaspettato con un picco di partecipazione di 7,6 milioni di persone di tutto il mondo. L’obiettivo è, ovviamente, superare quel numero, già di per sé mostruoso.

Leggi il nostro articolo: “Lo sciopero globale per il clima non è solo una scusa per saltare la scuola”

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Le azioni che hanno preceduto il Quarto Sciopero Globale per il Clima

Partiamo dalla scelta della data, assolutamente non casuale per due motivi. Il primo riguarda la concomitanza con il Black Friday, massima espressione della cultura consumista e capitalista che sta distruggendo il pianeta. Inoltre, a partire dal 4 Dicembre, i “potenti” del mondo si riuniranno a Madrid per prendere parte alla COP 25 – la Conferenza tra le Parti organizzata dall’ONU per discutere proprio del cambiamenti climatico. Inoltre questa volta la settimana che ha preceduto il Climate Strike è stata ben più movimentata. Sono state diverse infatti le azioni di protesta portate avanti dagli attivisti di tutto il mondo.

A Roma, diversi ragazzi si sono incatenati di fronte alla sede dell’Eni “per protestare contro i piani di espansione della multinazionale nella ricerca e nello sfruttamento di petrolio e gas. L’azione di protesta pacifica vuole inoltre accendere i riflettori sulle vaste operazioni di greenwashing su cui il Cane a sei zampe punta per dare di sé un’immagine pulita”. Eni è infatti tra le 30 aziende che hanno immesso più combustibili fossili in atmosfera nella storia dell’umanità ed è sicuramente nel podio delle più inquinanti d’Italia. Diverse sono state anche le forme di protesta di portata minore, come i die-in organizzati in svariate città d’Italia.

Il comunicato di Fridays For Future Italia per il Quarto Sciopero Globale per il Clima

 29 Novembre: tutti in piazza per il Futuro! 

I leader mondiali ci hanno tradito di nuovo.
Li avevamo avvisati.
Ci vediamo il 29 Novembre.

“Non c’è più tempo da perdere”

Sono le parole di António Guterres, Segretario Generale dell’ONU. Lo dicono gli scienziati, che, all’unanimità, chiedono un drastico cambio di rotta. Lo ripete l’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change dell’ONU (il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici), ricordandoci che abbiamo circa 11 anni prima di superare il punto di non ritorno. Lo gridiamo noi attivisti di #FridaysForFuture, invocando il diritto a un futuro dignitoso. Per noi e per le generazioni a venire.

​Eravamo in piazza il 15 marzo in più di 2 milioni. Ci siamo tornati il 24 Maggio, raggiungendo oltre 130 paesi in tutto il mondo. E durante la Climate Action Week, tra il 20 e il 27 Settembre 2019, hanno scioperato più di 7.5 milioni di studenti in tutto il mondo, dall’Islanda all’Antartide. Tutto questo, però, non è bastato: le emissioni di CO2 del 2019 non accennano a diminuire. Ecco perché torneremo in piazza il 29 Novembre!

Leggi il nostro articolo: “Lettera ai negazionisti. Smontiamo le bufale sul clima”

​La data del 29 Novembre è stata scelta perché cade esattamente ad una settimana dalla COP25 (United Nations Climate Change Conference), la conferenza ONU sui cambiamenti climatici che si terrà dal 2 al 13 dicembre a Madrid, in Spagna. Il nostro intento a livello globale è quello di mettere pressione ai leader politici che si incontreranno in Spagna affinché prendano misure immediate ed efficaci per contrastare la crisi climatica, dopo il sostanziale fallimento degli accordi di Kyoto e di Parigi.​

Leggi il nostro articolo: “BEI: dal 2021 stop ai finanziamenti per i combustibili fossili”

Noi però non vogliamo limitarci a indicare qual è il problema. Ascoltando la voce di migliaia di scienziati che da anni ci avvertono sui rischi che corriamo, abbiamo scritto un manifesto di #FridaysForFuture per il FU.TU.RO. In questo modo risponderemo a chi vuole screditarci dicendo che “siamo solo dei ragazzini che vogliono saltare la scuola” o che “non sappiamo neanche per cosa protestiamo”. In realtà questi sono solo alibi di persone che non vogliono (o non credono) nella possibilità di cambiare le cose, di prendere in mano il nostro destino.
Per questo noi gli risponderemo con un semplice manifesto. Tre richieste chiare, brevi, ma rivoluzionarie. Eccole.

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Le manifestazioni di Fridays For Future

Solamente in Italia gli scioperi saranno 138 in altrettante città diverse. I raggruppamenti più grossi, almeno a giudicare dalle esperienze passate, saranno a Roma, Torino, Milano, Bologna, Firenze e Napoli. A livello mondiali gli eventi saranno invece 3.406 sparsi per 157 paesi e 2432 città. Dall’Alaska alla Nuova Zelanda, passando per Sud America, Asia e l’Europa tutta. Sono previste manifestazioni anche in Antartide, proprio come in occasione del terzo sciopero globale per il clima.

Leggi il nostro articolo: “Polveri sottili: Italia prima in Europa per morti premature”

Greta Thunberg non potrà prendere parte a nessuna delle manifestazioni a causa della concomitanza con il suo viaggio di ritorno dagli Stati Uniti in catamarano. La giovane attivista svedese ha nel mirino la COP25 che si svolgerà a Madrid a partire dal 4 dicembre e, per questa volta, dovrà fare a meno di scioperare con i suoi coetanei. Ma se i presupposti sono questi domani ci sarà da divertirsi. Riempiamo le strade, facciamo sentire la nostra voce. La portata che ha assunto questa movimentazione mondiale ha dell’incredibile e non è questo il momento di fermarsi. Il recente annuncio da parte della BEI di interrompere, a partire dal 2021, ogni finanziamento per progetti legati al fossile dimostra che la strada intrapresa è quella giusta. D’altronde, come ha più volte detto Greta, “il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o meno”.

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Italia
Estero

OMM: “Nel 2018 la concentrazione di gas serra è aumentata ”

L’ONU ha lanciato l’ennesimo campanello d’allarme. Secondo l’ultimo report dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale, un ente delle Nazioni Unite, la quantità di gas ad effetto serra presenti in atmosfera nel 2018 è nuovamente aumentata rispetto al dato dell’anno precedente. L’ultima volta che il nostro pianeta ha visto una tale concentrazione di gas climalteranti è stato 3-5 milioni di anni fa.

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I dati sull’aumento della concentrazione di gas ad effetto serra

Le rilevazioni pubblicate dall’OMM ci dicono che la concentrazione globale media di CO2 ha raggiunto le 407,8 parti per milione nel 2018. Un dato in aumenti di 2,3 punti rispetto al 2017, anno in cui questo dato si attestava alle 405,5 parti per milione. Una situazione che va in netta controtendenza rispetto a quelle che dovrebbero essere le ambizioni dell’Accordo di Parigi, in cui tutti i paesi aderenti si sono impegnati a ridurre le emissioni per mantenere l’innalzamento della temperatura mondiale al di sotto di 1,5 C°.

Responsabile di tutto ciò è, neanche a dirlo, un aumento nella combustione di petrolio, carbone e gas. Rispetto ai confronti con gli anni precedenti quello appena trascorso segna un aumento ancora più rapido delle emissioni. Non si tratta solo di CO2 ma anche altri gas ad effetto serra come, ad esempio, il metano (CH4) e l’ossido di diazoto (N2O).

Un trend che va invertito

Quando, tra 3 e 5 milioni di anni fa, la quantità di gas ad effetto serra aveva la stessa concentrazione di oggi il livello del mare era più alto di 15 metri circa e la temperatura media globale era di 2/3 C° più alta rispetto a quella odierna. Vi lasciamo immaginare cosa potrebbe accadere oggi se uno scenario del genere si verificasse.

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Il segretario generale dell’OMM Petteri Taalas, durante la conferenza stampa per la presentazione dei risultati del report, non ha lasciato spazio ad equivoci: “Non vi è alcun segno di rallentamento, per non parlare di un calo, nella concentrazione di gas serra nell’atmosfera nonostante tutti gli impegni previsti dall’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Dobbiamo tradurre gli impegni in azioni e aumentare il livello di ambizione per il bene del futuro benessere dell’umanità”.

L’aumento della concentrazione di gas ad effetto serra ci porterà a +3,3 C°

Le stime fatte da diversi istituti scientifici ci dicono che con il trend attuale il pianeta si sarà scaldato di 3,3°C nel 2100. Allo stesso modo svariati report dell’IPCC, e quindi dell’ONU, hanno più volte specificato che, affinché il cambiamento climatico non abbia conseguenze devastanti sulla nostra società, l’aumento della temperatura va arrestato a 1,5 o massimo 2°C. A questo ritmo aumenterebbe di circa il doppio.

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Le conseguenze? Sempre le stesse con la variabile della loro intensità e della frequenza in rapporto a quanto aumenterà il dato sopra citato. Aumento delle temperature, della desertificazione e degli eventi estremi, tanto in frequenza quanto in intensità. Tutto ciò si tradurrà in un calo della produttività dell’agricoltura, una diminuzione nella disponibilità di acqua potabile, un aumento delle migrazioni da paesi che, di fatto, diventeranno inabitabili, ingenti danne alle infrastrutture – quelli a cui stiamo assistendo oggi sono una barzelletta rispetto a ciò che potrebbe accadere in futuro – o, più in generale, in una crisi di una portata tale da mettere in ginocchio il pianeta intero.

Come evitare la catastrofe

Secondo l’UNEP, un altro ente dell’ONU, per rispettare gli accordi di Parigi le emissioni a livello globale dovrebbero calare del 7,2% ogni anno per i prossimi 10 anni. Un obiettivo che al momento è pura utopia considerando proprio che l’anno scorso sono aumentate. Eppure le tecnologie ci sono. E miglioreranno ulteriormente col passare del tempo.

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Il cambiamento netto di cui necessitiamo deve avvenire, oltre che nelle nostre scelte di tutti i giorni, anche nella volontà delle istituzioni. Per aiutarle ad effettuare questa svolta epocale dobbiamo continuare a scendere in piazza. La recente notizia dello stop, a partire dal 2021, di ogni finanziamento a progetti legati al fossile da parte della BEI dimostra che il modo più efficace che abbiamo per orientare questo tipo di decisioni è manifestare la volontà collettiva di cambiamento come sta accadendo da circa un anno a questa parte. Ma non è concesso fermarsi.

Leggi il nostro articolo: “BEI: dal 2021 stop ai finanziamenti per i combustibili fossili”

India: emergenza smog. Ora si paga per l’aria pulita

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Pagare per l’aria che respiriamo sembra una presa in giro. Invece in India, più precisamente nell’enorme agglomerato urbano di Nuova Delhi, è ormai quasi necessario a causa dell’ inquinamento.

Leggio il nostro articolo: “Smettiamola di incolpare Cina e India per le (nostre) emissioni”

Ossigeno a cinque dollari

Aryavir Kumar era un albergatore quando ha deciso di creare quello che ora viene chiamato Oxygen bar. Qui le persone possono fermarsi e respirare aria pulita. Quindici minuti costano dai quattro ai sei dollari ed è possibile scegliere tra diverse fragranze tra cui lavanda, eucalipto e cannella. I clienti applicano al naso due piccoli tubi dai quali passa l’aria e tutto quello che devono fare è respirano normalmente.

Lisa Dwivedi, una donna di origine ucraina che vive in città, ha dichiarato al New York Times di andare all’ Oxygen bar poiché stanca di avere prurito agli occhi, naso che colava e gola gonfia. “Non so se sia psicologico, ma mi fa stare bene sapere di inalare aria pura, anche se solo per 15 minuti”, ha affermato Lisa.

A noi questo può sembrare assurdo, ma a Nuova Delhi l’inquinamento atmosferico è ormai diventato un problema quasi ingestibile. il 31 ottobre di quest‘anno è stata dichiarata l’emergenza di salute pubblica. Le scuole sono state chiuse, tutti i progetti di costruzione sono stati bloccati e le persone sono state esortate a rimanere all’interno delle abitazioni.

Caldo, trasporti e fuochi d’artificio

Non è la prima volta che Nuova Delhi incontra difficoltà di questo tipo. L’emergenza inquinamento occorre ogni anno nel periodo autunnale, quando gli agricoltori bruciano i loro raccolti per fare spazio a quelli nuovi. Inoltre, durante celebrazioni di Diwali, il festival indù della luce, che occorre il fine settimana del 27 ottobre, migliaia di famiglie utilizzano i fuochi d’artificio, notoriamente inquinanti. Il governo ne aveva vietato l’uso, oltre che aver illegalizzato i roghi dei campi agricoli. Ma l’amore per le tradizioni, cosi come la necessita di nuovi campi da coltivare, hanno prevalso.

Un’altra causa è sicuramente l’inquinamento atmosferico dovuto alle emissioni dei mezzi di trasporto, che aumentano di anno in anno a causa dello sviluppo economico e del miglioramento delle condizioni di vita. Anche le temperature elevate dovute sia alla localizzazione geografica del paese e, ovviamente, anche al riscaldamento globale non sono di aiuto. Le particelle di aria fredda infatti, depositandosi nella parte bassa delle città, trattiene gli inquinanti, che poi possono essere allontanati e dispersi dal vento. Anche la pioggia potrebbe aiutare, in quanto una sola goccia può attirare decine di centinaia di minuscole particelle presenti nell’atmosfera prima di giungere al suolo.

Leggi il nostro articolo: “India, una montagna di rifiuti alta come il London Bridge”

Soluzioni bizzarre

In assenza di un aiuto da parte della natura, quindi, durante il mese di novembre i funzionari della città hanno tentato di ridurre l’inquinamento limitando l’uso di veicoli privati a giorni alterni, consentendo solo alle auto con targhe di numeri dispari di guidare in date dispari e le auto con targhe di numeri pari in giorni pari.

Non è stato però un grande successo, anche perché Harsh Vardhan, ministro della salute indiano, non si è preoccupato di incoraggiare la popolazione a ridurre le loro emissioni quotidiane. Ha invece raccomandato di mangiare carote per combattere eventuali effetti dannosi dello smog. Un altro legislatore ha criticato coloro che hanno cercato di impedire ai contadini di bruciare i loro raccolti, e ha invece suggerito di pregare il dio indù della pioggia per ottenere sollievo.

L’inquinamento uccide

Ma la popolazione di nuova Delhi non ha sicuramente bisogno di questo, trovandosi ogni giorno in pericolo di vita. Milioni di indiani sono già morti per problemi di salute legati alla vita in città inquinate. I bambini potrebbero trovarsi di fronte a danni cerebrali permanenti causati dall’aria velenosa. Inoltre, l’esposizione prolungata a tali livelli di inquinamento atmosferico possono raggiungere l’equivalente del fumo di due pacchetti di sigarette al giorno.

Il dottor Arvind Kumar, un chirurgo toracico della città, ha dichiarato al New York Times che trent’anni fa il 90 percento dei pazienti con cancro ai polmoni erano fumatori. Oggi il rapporto è di uno a uno, con almeno il 10 percento dei suoi clienti di soli trent’anni. “Il cinquanta percento dei pazienti su cui opero durante tutto l’anno sono non fumatori”, ha affermato.

Leggi il nostro articolo: “Polveri sottili, Italia prima in Europa per morti premature”

Piu’ soldi meno ossigeno

Comunque, nonostante la noncuranza del governo e l’impotenza degli abitanti, sembra che la qualità dell’aria negli ultimi giorni stia leggermente migliorando a causa principalmente delle piogge e di leggeri brezze. Miglioramento, però, significa che la qualità dell’aria di lunedì mattina è stata classificata nella categoria “molto insalubre” e non “pericolosa”. Secondo L‘Indice di Qualita’ dell’Aria, infatti, la categoria “molto insalubre” ha un valore compreso tra 201 a 300 e se domenica a Delhi era di 254, lunedì e’ sceso a 218.

In una situazione di questo tipo, l’aria pulita e’ diventata un bene quasi di lusso e gli abitanti di Delhi,. ovviamente, non ne sono contenti. Qualcuno infatti si chiede il motivo del prezzo affatto economico. A questa domanda Kumar risponde: “Devi pagare anche per avere una bottiglia di acqua potabile, cosa che non facevi 20 anni fa”. I tempi quindi cambiano e, nonostante la crescita economica, non per il meglio. Forse, quindi, dovremmo chiederci se in futuro sara’ meglio non essere schiavi del denaro e respirare aria pulita oppure avere le tasche piene e poter cosi’ comprare ossigeno, magari con un buono sconto durante il black friday.

Polveri sottili: Italia prima in Europa per morti premature

Forse troppo spesso ci siamo concentrati sul raccontarvi quelle che sono le conseguenze che le nostre azioni stanno avendo sull’ambiente, tralasciando quelli che sono i danni che il nostro modo di vivere e di produrre reca alla nostra salute. Un ultimo, terrificante, report pubblicato dalla rivista The Lancet inchioda l’Italia. Siamo il primo paese in Europa per morti premature da polveri sottili. Undicesimi nel mondo. In poche parole sempre più persone in Italia stanno morendo per colpa dell’inquinamento dell’aria.

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Il report di The Lancet sulle polveri sottili

Lo studio pubblicato dalla rivista anglofona, che si occupa di divulgazione scientifica dalla metà del XIX secolo, è stato condotto da 35 università e 120 ricercatori sparsi per il mondo. Alla sua stesura ha partecipato anche l’OMS – Organizzazione Mondiale per la Salute. Intitolato “The Lancet, Countdown on Health and Climate Change” viene pubblicato una volta all’anno, al fine di monitorare l’andamento della presenza di PM 10 e PM 2,5 nell’aria su scala globale.

Il video di The Lancet che riassume il report

La connessione tra i rischi legati alla salute delle persone e le cause del cambiamento climatico è sempre più chiara. Più inquiniamo, più si surriscalda il pianeta e più la nostra salute è a rischio. Questa è, in sintesi, la conclusione generale che si può trarre da questo documento. Il report approfondisce anche quelle che saranno le conseguenze, sempre in termini di salute umana, dell’aumento in intensità e frequenza di eventi atmosferici estremi come ondate di calore, alluvioni, siccità, aumento del livello dei mari e via dicendo. Chiunque voglia approfondire anche questi temi, e noi vi invitiamo a farlo, può scaricare gratuitamente l’intero documento registrandosi sul sito della rivista.

Cosa sono le polveri sottili PM 10 e PM 2,5

Questi due tipi di particolato rientrano nella macro-categoria delle polveri sottili, ovvero di quelle particelle inquinanti e nocive per il nostro corpo presenti nell’aria che respiriamo. Queste sono in grado di assorbire sulla loro superficie diverse sostanze tossiche come solfati, nitrati, metalli e composti volatili. Le principali fonti antropogeniche sono individuabili nell’attività industriale, nella circolazione di veicoli non elettrici, nei residui del manto stradale e, più generalmente, nell’utilizzo dei combustibili fossili.

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La differenza tra PM10 e PM2,5 giace nelle loro dimensioni. Le prime, così denominate per il loro diametro inferiore a 10 micrometri (µm), possono essere inalate dall’essere umano ma la maggior parte non riusciranno a penetrare oltre il tratto superiore dell’apparato respiratorio ovvero in quella zona che va dal naso alla laringe. Ciò di cui veramente dobbiamo preoccuparci sono le PM2,5. Anche in questo caso la denominazione è data dalla lunghezza del loro diametro che non supera i 2,5 µm. Questa loro inferiore dimensione fa sì che queste particelle possano spingersi fino alle parti più profonde dell’apparato respiratorio come ad esempio i bronchi, con tutte le complicazioni del caso. Va precisato come i bambini siano i soggetti più vulnerabili alla contrazione di malattie respiratorie causate, appunto, dall’inquinamento da PM.

La situazione in Italia e nel mondo

Le regioni del mondo che hanno il più alto numero di morti a causa dell’inquinamento dell’aria sono Cina, con 912.000 persone, e India, con 530.000. La situazione rimane critica, anche se non ai livelli dei due colossi asiatici, anche in Indonesia (89.000), Russia (93.000), Stati Uniti (65.000), Nigeria (141.000), Germania (44.000) e, più in generale, in Europa Orientale. Abbiamo estromesso da questa lista l’Italia poichè la situazione è particolarmente preoccupante e va analizzata individualmente. Le morti premature da polveri sottili nel nostro paese per l’anno 2016 sono ben 45.595, il dato più alto di tutta Europa. A livello globale siamo undicesimi.

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Sebbene la presenza di queste particelle nell’aria sia più intensa in paesi come la Cina e l’India, se andiamo a dividere la popolazione per il dato sui numeri dei morti pubblicato nello studio di The Lancet, la situazione è davvero terrificante. In Italia muore, a causa dell’inquinamento da PM nell’aria, una persona ogni 1.315. Tra i paesi sopra elencati, che di fatto costituiscono la black list dei paesi con l’aria più tossica, è il dato peggiore. In Cina la proporzione è di una ogni 1.572, in India una ogni 2.578, in Germania una ogni 1.909, negli Stati Uniti addirittura una ogni 5.000. Ebbene sì, in qualcosa siamo primi. Peccato che sia un dato sulla mortalità legata alle particelle PM 2,5 e PM10.

Le cause

Per ben capire come sia stato possibile arrivare ad una situazione di tale drammaticità basta guardarsi intorno. L’Italia è uno dei paesi con il più alto tasso di urbanizzazione e cementificazione del suolo. Allo stesso tempo non primeggia nelle classifiche che riguardano la quantità di aree verdi all’interno delle proprie città. Va inoltre precisato come il settore industriale sia uno di quelli prevalenti nel nostro paese, soprattutto al nord. La mobilità a basse emissioni è ancora molto indietro. Al momento non ci sono neanche grossi progetti di riforestazione in corso. La Pianura Padana, per fare un esempio, è una delle aree con l’aria più inquinata a livello globale. Sì, globale. Veleno puro.

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Questo vuol dire solo una cosa. Questo dato è destinato a peggiorare. La probabilità che i nostri figli inizieranno a contrarre patologie all’apparato respiratorio saranno sempre più alte, soprattutto per chi abita nelle aree con più alta concentrazione di PM2,5. Se a tutto ciò aggiungiamo la vulnerabilità del paese nei confronti di eventi meteorologici estremi, che a più riprese stanno causando ingenti danni alle nostre infrastrutture e non solo, risulta evidente la necessità di una netta inversione di rotta da parte del nostro paese sui temi ambientali. Il tempo c’è. Poco, ma c’è. Ed anche le soluzioni. Convertire l’economia verso un impatto zero, riforestare e costruire infrastrutture che siano in grado di difenderci dai fenomeni meteorologici. Impossibile? No. Ma bisogna darsi una mossa.

Bei: dal 2021 stop ai finanziamenti dei combustibili fossili

Una notizia da leccarsi i baffi. Il 14 novembre scorso la BEI – Banca Europea per gli Investimenti – ha annunciato che dal 2021 non elargirà più finanziamenti per i progetti legati ai combustibili fossili. Una decisione storica che si aggiunge a quella già presa da diverso di tempo di escludere dalle proprie sovvenzione qualsivoglia progetto connesso al carbone.

I dettagli della decisione della BEI sui combustibili fossili

Dopo le ultime elezione del maggio 2018 il Parlamento Europeo si è tinto di verde. Già vi avevamo raccontato dell’exploit storico dei Verdi che hanno raggiunto il 10% dei consensi, con un picco del 20% in Germania. Anche la nuova composizione dell’organigramma, con l’elezione di Ursula Von der Leyen come Presidente della Commissione, faceva presagire qualcosa di buono. Tuttavia, analizzando i fatti, fino ad oggi non si era mosso granché, lasciando l’amaro in bocca a chi sperava in una svolta epocale nelle politiche dell’Unione Europea. Pochi giorni prima di questa importante notizia proprio la BEI, su pressione di diversi Paesi tra cui, purtroppo, anche l’Italia, aveva bocciato la stessa proposta che voleva implementare lo stop ai finanziamenti nel settore fossile a partire dal 2020, lasciando interdetto chi, invece, auspicava in una sua approvazione.

Ed invece, anche se con colpevole ritardo, poco tempo dopo, la stessa proposta, i cui effetti sono stati ritardati di un anno, è stata approvata. Un avvenimento che sottolinea come anche le istituzioni, a livello europeo, abbiano compreso a pieno tanto la volontà dei cittadini quanto la necessità di iniziare a prendere una posizione decisa e irreprensibile sul tema dei cambiamenti climatici. Unica nota negativa riguarda il mancato ritiro dei finanziamenti già concessi per opere che sono già state approvate come la TAP e Poseidon. Una piccola macchia su cui, per una volta, ci sentiamo di chiudere un occhio.

Chi ha votato a favore e chi contro

Ed ecco giunto il momento di fare nomi e cognomi. Se da una parte c’è chi ha lottato per l’approvazione di tale decisione già a partire dal 2020 – come Francia, Olanda e Regno Unito – c’è anche chi invece ha votato a sfavore sempre e comunque. Si tratta di Polonia, schiava e prigioniera del carbone, Romania e Ungheria. La cosa più buffa è che chi beneficerà maggiormente dei finanziamenti che verranno dirottati verso investimenti utili alla transizione energetica sono proprio paesi come la Polonia che oggi faticano a mettere in atto politiche efficaci per attuare una transizione energetica.

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Parliamo di 1.000 miiardi di euro che la BEI investirà dal 2021 al 2030 in 10 paesi dell’UE. Non proprio spiccioli. Ad ognuno le sue conclusioni. Noi un’idea su chi, verosimilmente, finanzia il partito del premier polacco Mateusz Morawiecki ce la siamo fatta. Hanno invece cambiato idea sul provvedimento, una volta che la data è posticipata di un anno, Germania ed Italia.

Cosa può comportare il disinvestimento della BEI dai combustibili fossili

Per ben comprendere l’impatto che una decisione di questo tipo potrà avere sulla sopravvivenza delle aziende operanti nel settore del fossile vi invitiamo, come già fatto via social la scorsa settimana, a leggere l’articolo di Bill McKibben, giornalista del NewYorker, pubblicata, oltre che sul giornale statunitense, nel numero 1333 dell’Internazionale oppure consultabile in lingua inglese sul sito della testata. In questo lavoro McKibben va ad analizzare il ruolo, fondamentale, che banche, assicurazioni e gestori di patrimoni potrebbero avere nella lotta ai cambiamenti climatici. Uno degli esempi che vengono riportati riguarda il fallimento della Peabody Energy. La più grande compagnia carbonifera statunitense è stata costretta a dichiarare fallimento nel 2016 anche a causa del disinvestimento da parte di diversi fondi monetari.

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Anche le istituzioni religiose, sotto la pressione di Papa Francesco, hanno disinvestito dal settore petrolifero e da quello del gas. Stesso discorso per diversi istituti bancari europei ed asiatici anche se c’è ancora qualche pecora nera come la Barclays, Unicredit ed altre. Al contrario buona parte dei più grandi colossi del settore finanziario americano, come Morgan Chase o Blackrock, e canadese non vogliono mollare l’osso. Ma lo faranno. I rischi legati ai cambiamenti climatici, anche e soprattutto in termini di costi che andranno sostenuti per far fronte ai disastri ambientali cui potremmo andare incontro, rendono di fatto la transizione energetica verso un sistema basato sulle energie rinnovabili l’unico futuro possibile. Anche per il sistema finanziario.   

Il “Decreto Clima” passa anche al Senato. Vittoria? No, grazie

Già avevamo espresso il nostro disappunto verso il testo del Decreto Clima che, dopo essere stato approvato alla Camera, ieri ha superato anche la votazione in Senato. Tutta la maggioranza ha espresso grande gioia. Il Movimento 5 Stelle ha addirittura indetto una conferenza stampa per presentare i punti del documento, sventolandolo come “una svolta epocale”. Noi ce la siamo guardata tutta e, francamente, ne siamo rimasti un po’ interdetti.

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I punti del Decreto Clima

Hanno partecipato alla conferenza il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio e la Presidente della Commissione Ambiente al Senato Vilma Moronese. Tutti lì, belli felici ad esporre i punti del decreto che più volte è stato definito come qualcosa di “storico”. Andiamo ad analizzarne il contenuto.

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  • Stanziamento di 255 milioni di euro in 6 anni per la mobilità sostenibile
  • Bonus di 1500 euro per la rottamazione di auto inquinanti e di 500 euro per i ciclomotori, utilizzabili per l’acquista di una bici elettrica, per la mobilità condivisa o abbonamenti per il trasporto pubblico
  • Fondo di 40 milioni in 2 anni per la realizzazione e l’ammodernamento delle corsie preferenziali
  • 20 milioni di euro per l’ammodernamento del parco bus dei trasporti scolastici
  • 30 milioni in 3 anni per la piantumazione di alberi e la creazione di foreste urbane e periurbane
  • 40 milioni in 2 anni come fondo da destinare agli imprenditori che vogliono creare un’attività di vendita di prodotti alla spina o creare dei green corner all’interno di attività già esistenti
  • 6 milioni di euro in 3 anni per informazione e formazione sui temi ambientali

Pregi (pochi) e difetti (tanti) del Decreto Clima

Partiamo subito dalle cose positive, anche perché sono molte di meno. Vero è che si tratta del primo decreto legge della storia italiana sul tema dei cambiamenti climatici. Così come va appresa con gioia l’istituzione di fondi adeguati per la piantumazione di alberi e la formazione nelle scuole. Gli si dia anche dato atto che i punti in sé per sé non sono completamente sbagliati. Ma la quantità di fondi inseriti nel decreto, diciamolo, è ridicola.

  • 255 milioni in 6 anni per la mobilità sostenibile: sono 42 milioni all’anno. Definirle briciole per un problema di tale portata è già fargli un complimento
  • 1.500 euro per comprarsi una macchina elettrica nuova: è qualcosa ma, francamente, non abbastanza. Forse qualcuno si può anche convincere ma non fanno la differenza
  • 40 milioni di euro per la realizzazione di corsie preferenziali: lo ribadiamo. Sono pochi, troppo pochi. Impossibile attuare un intervento efficace e capillare
  • 20 milioni per l’ammodernamento del parco bus dei trasporti scolastici: ci copri Roma e Milano se va bene
  • 40 milioni per i green corner per un massimale di 5.000 ad imprenditore: saranno 8.000 gli imprenditori che potranno beneficiarne. Solo la Coop ha 1.284 punti vendita in tutta Italia. A questi vanno aggiunti Conad, Esselunga, Lidl, Eurospin, Sigma, Auchan, Carrefour, Crai, Pam più tutti i negozietti di generi alimentari senza insegna che forse sono anche di più. Così, a prima vista, sembrano lievemente insufficienti

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Non una parola sui combustibili fossili che, a detta del Ministro Costa, riceveranno “provvedimenti adeguati nella legge di stabilità”. Niente ulteriori incentivi per la transizione energetica. Nessuna menzione per gli allevamenti intensivi. Nessun provvedimento per l’agricoltura sostenibile. Un decreto povero, striminzito che vuole solo provare a tappare la bocca a chi ha, giustamente, ha accusato il Movimento di aver tradito la propria stella sull’ambiente. Incommentabile l’attegiamento della destra che, nonostante la pochezza del provvedimento, si è comunque sentita in dovere di votare contro.

Il Greenwashing del Decreto Clima

Per chi non sapesse cos’è il Greenwashing, si tratta di un neologismo indicante la strategia di comunicazione di certe imprese, organizzazioni o istituzioni politiche finalizzata a costruire un’immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale. Praticamente la pratica preferita di tante realtà che vogliono cavalcare l’onda ambientalista che sta travolgendo il mondo. La conferenza stampa di ieri dei rappresentanti del Movimento 5 Stelle ha fatto proprio questo. Riportiamo alcune delle citazioni degli intervenuti, distaccandoci totalmente da esse.

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Partiamo da Vilma Moronese. La Presidente della Commissione Ambiente al Senato ha principalmente preso parola per elencare i punti del decreto ma è riuscita comunque a fare la sua figura. Dopo aver espresso la grande soddisfazione per il testo del documento ha voluto sottolinearne una parte in cui si specificava che il CIPE, il Comitato Interministeriale per la programmazione economica, cambierà il proprio nome in CIPES, con l’aggiunta della parola “sostenibile” alla fine. Questo sì che cambia le cose! Ha avuto anche il coraggio aggiungere: “Più di così, cosa potevamo fare”. Beh, qualcos’altro, forse, avreste potuto farlo.

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Passiamo ora al Ministro Costa che ha voluto sottolineare come questo sia il primo tassello di una lunga serie che vuole “abbassare il meccanismo dell’inquinamento tendendo ad azzerarlo”. Di questo passo prima di azzerarlo ce ne vorrà un po’ troppo di tempo che, a detta degli scienziati, è proprio quello che ci manca.

La gaffe di Di Maio: “Il cambiamento climatico è una cosa lontana che avrà effetti sui nostri figli e sui nostri nipoti”

Passiamo ora a Luigi Di Maio che ha messo in fila una serie di castronerie ai limiti del tragicomico. Ha esordito dicendo che questa è una norma che “va oltre la nostra generazione, che guarda al futuro”. Peccato che lo faccia in modo palesemente miope. Ha poi parlato del cambiamento climatico come di “una cosa lontana, una cosa che avrà effetti sui nostri figli e sui nostri nipoti. E va bene! Cominciamo con questi provvedimenti”. Questa è forse la frase più grave. Vuol dire che di cambiamenti climatici non ne sa proprio niente e forse dovrebbe evitare di parlarne. Così si fanno danni grossi. Poi la gente ci crede.

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Concludiamo con una sua dichiarazione piuttosto scenica: “Qualsiasi riforma faremo l’anno prossimo, dal salario minimo alla riforma della sanità, avrà una matrice comune che è la tutela dell’ambiente”. Staremo a vedere. Speriamo che sia veramente così. Ma se l’impatto che avranno sarà lo stesso del Decreto Clima si tratterà solo dell’ennesima presa in giro che vuole accaparrarsi qualche voto. Questo provvedimento fa acqua da tutte le parti. Che rimanga un errore isolato. O le conseguenze le pagheremo noi tutti.

La Germania torna indietro: aprira’ un’altra centrale a carbone

Germania

Predicare bene e razzolare male. La Germania aveva promesso di abbandonare tutte le fonti di energia fossile entro il 2038. Di fatto, però, una nuova centrale a carbone chiamata Datteln 4 e facente parte del gruppo Uniper, aprirà nel 2020.

Una promessa e’ una promessa

L’impianto è stato costruito con una spesa di 1,5 miliardi di euro e sarebbe dovuto entrare in azione già nel 2011. Per questioni ambientali, però, l’avvio è stato sempre rimandato, con la promessa da parte dello Stato di rimborsare Uniper dei soldi persi. Anche per questo, la nazione tedesca e’ ormai diventata un esempio abbastanza virtuoso in campo ambientale. Per esempio, la cancelliera Angela Merkel ha da poco annunciato lo stanziamento di 100 miliardi di euro per progetti a favore dell’ambiente, a fronte dei 450 milioni dell’Italia.

Invece, alla fine, Datteln 4 l’ha scampata. Essendo infatti una delle centrali elettriche a carbone più moderne, le sue emissioni di CO2 sarebbero relativamente basse. Uniper si è detta pronta a scommettere sul nuovo sito, “nell’interesse dell’azienda e della comunità“. Sicuramente questa affermazione e’ vera per la prima parte. Non è ben chiaro pero’ come l’apertura di una centrale a carbone nel 2020 possa essere utile alla comunità.

Pro (pochi) e contro (troppi)

Potrebbe forse creare nuovi posti di lavoro? Bisogna ricordarsi che la Germania e’ una delle nazioni europee con il tasso di occupazione maggiore. Se infatti la media occupazionale europea e’ del 73%, il tasso di occupazione tedesco ammonta all’80%, contro il 63% dell’Italia e il 59,3% della Grecia. Questo non giustifica, certo, il sedersi sugli allori, ma la Germania possiede le risorse economche e culturali per poter colmare quel gap con nuovi progetti e investimenti nelle energie rinnovabili.

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Inoltre, come riporta Lifegate, l’associazione Bund, divisione tedesca di Friends of the Earth, ha parlato di “emissioni in crescita di 6-8 milioni di tonnellate all’anno a causa della nuova centrale”. Rispetto alle emissioni totali della Germania ad oggi, che ammontano a circa 750 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, non è molto. Vi sono infatti ancora 84 centrali a carbone ancora in servizio e la Datteln 4 e’ stata l’ultima in costruzione. Ma si tratta comunque di un impianto con una potenza di 1.100 megawatt. Per farci un’idea, all’interno dell’ex Ilva a Taranto, l’acciaieria piu’ grande d’Europa, vi sono due impianti elettrici che utilizzano le fonti fossili prodotte dall’acciaieria stessa. L’energia che questi due impianti producono insieme e’ di 1.044 megawatt.

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Oltre all’impatto ambientale pero’, quello maggiore si riscontra a livello politico e culturale, poiche’ la Germania avrebbe le potenzialita’ per trainare l’Unione Europea verso un cambiamento di rotta che prediliga le fonti rinnovabili e abolisca totalmente quelle fossili. Cos’ facendo, invece, la Germania dimostra che l’Occidente, forse, non e’ ancora pronto al grande passo.

“Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi”. Il caso letterario dell’anno

comunicare la sostenibilirà

Il nuovo libro di Foer “Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi” è un libro che tutti noi dovremmo leggere. Chiaro, esaustivo, ma soprattutto emozionante. Questo libro si differenzia da tutti gli altri libri che parlano di clima perché parla direttamente alle nostre coscienze: ci domanda perché non stiamo facendo sostanzialmente niente per una crisi che conosciamo, che è ormai su tutti i giornali, una crisi che parte da noi e a noi ritorna. Privo di giudizi, Jonathan Safran Foer ha riempito il testo di aneddoti personali per raccontarci come sia difficile anche per lui, convinto ambientalista da anni, fare veramente qualcosa per salvare il pianeta. E ci indica qual è l’unica soluzione immediata che tutti noi potremmo compiere sin da oggi: cambiare le nostre abitudini alimentari.

Perchè il clima siamo noi: le nostre abitudini alimentari

Dopo il successo di Ogni cosa è illuminata, diventato addirittura un film, Foer aveva già in precedenza scritto di alimentazione nel best-seller Se niente importa. In un’intervista di settembre 2019 per commentare il nuovo libro, Foer difende così la sua scelta di ritornare su questa tematica: “in realtà, non era mia intenzione scrivere dell’alimentazione, il mio obiettivo era il cambiamento climatico. Ma ho presto scoperto che sono la stessa cosa”. Infatti, l’autore ci ricorda che il sistema agroalimentare ha un enorme peso sulla crisi climatica in atto. In questo senso, il nostro modo di mangiare rappresenta una delle principali cause del cambiamento climatico, ma potrebbe diventare una delle principali soluzioni per combatterlo e salvare il pianeta.

Leggi il nostro articolo: “Perchè il cibo biologico è più caro del cibo convenzionale”

È un libro che parla quindi di noi, delle nostre abitudini alimentari, ma lo fa partendo dal riconoscere quanto sia difficile affrontare il cambiamento climatico in prima persona: “rispetto alla crisi del pianeta, ci sentiamo quasi tutti persi tra le cause e gli effetti, confusi dalle statistiche che cambiano di continuo, frustrati dalla retorica. Ci sentiamo impotenti, eppure inspiegabilmente calmi. Come ci si può aspettare che noi, persone comuni, facciamo effettivamente qualcosa per una crisi di cui siamo a conoscenza ma senza crederci, di cui abbiamo una comprensione confusa (nella migliore delle ipotesi), e che non abbiamo evidentemente i mezzi per combattere?

Perchè il clima siamo noi: la nostra incapacità di fare qualcosa

Foer arriva dunque al nocciolo del problema: questa crisi è davanti ai nostri occhi, la conosciamo o stiamo imparando a conoscerla, ci riguarda e ci interessa. Cosa facciamo, però, oltre a continuare a dire che dobbiamo fare qualcosa? L’autore usa un tono personale e incalzante, facendo suonare le parole del libro come una narrazione, un flusso di coscienza, senza mai dimenticare di citare le fonti ufficiali ed essere quindi scientificamente credibile. Ci dice, ad esempio, che il peso dell’allevamento sulla crisi climatica è oggetto di forte dibattito. Il rapporto della FAO stima le emissioni legate al bestiame attorno al 14.5% delle emissioni totali, principalmente in termini di deforestazione e cambio del suolo. Secondo il WorldWatch Institute invece, l’allevamento costituisce da solo il 51% delle emissioni totali.

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Il peso della carne sulla crisi climatica

Il libro presenta dettagliatamente il dibattito fra le varie fonti, resta al lettore decidere a quale percentuale credere. Anche solo affidandosi ai dati ottimistici della FAO ci si rende conto del peso incredibile delle nostre scelte in materia di cibo. È un testo che ci spinge a cambiare i toni e i contenuti del dibattito sulla crisi climatica, ormai sempre più all’’ordine del giorno: “più di ottocento milioni di persone al mondo sono denutrite e seicentocinquanta milioni sono obese. Più di centocinquanta milioni di bambini sotto i cinque anni sono rachitici per la malnutrizione. Ecco un’altra cifra su cui vale la pena di riflettere. (…)

La terra che potrebbe nutrire le popolazioni affamate viene invece riservata al bestiame che nutrirà popolazioni ipernutrite. Quando pensiamo allo spreco di cibo, dobbiamo smettere di immaginare pasti mangiati a metà e invece concentrarci sullo spreco creato per mettere il cibo nel piatto. Possono volerci fino a ventisei calorie di mangime perché un animale produca una sola caloria di carne”.

Il clima siamo noi, come società e come individui

Nel libro non manca una critica velata ai colleghi ambientalisti che come lui si battono da anni per informare le persone sul cambiamento climatico. Foer cita esplicitamente Al Gore: a detta dell’autore, nei film Una scomoda Verità e nel suo sequel, Al Gore dimentica totalmente di affrontare il problema degli allevamenti e della nostra alimentazione. Anche altri attivisti, ad esempio Naomi Klein, vengono tirati in ballo in maniera implicita. Infatti, come evidenziato da un nostro recente articolo, la famosa scrittrice canadese fa risalire la crisi climatica all’ideologia capitalista e neoliberale degli ultimi decenni.

Leggi il nostro articolo: “Il mondo in fiamme. Contro il capitalismo per salvare il clima”

Foer non esclude queste cause, ma sottolinea come sia deleterio attribuire l’intera responsabilità ai grandi sistemi, così che i singoli individui possono continuare indisturbati con i loro stili di vita: “sarà anche un mito neoliberista attribuire alle decisioni individuali un potere supremo, ma non attribuire alle decisioni individuali alcun potere è un mito disfattista. Tanto le azioni macro quanto quelle micro hanno un potere, e quando si tratta di contrastare la distruzione del pianeta è immorale liquidare l’una o l’altra e proclamare che siccome non si può ottenere il massimo non si deve tentare di arrivare al minimo”.

Il potere in mano ai consumatori

In conclusione, è un libro che ci spinge ad usare uno dei poteri più forti di cui siamo in possesso, il potere dei consumatori:a meno di comprare il cibo e mangiarlo di nascosto, non mangiamo da soli. Le nostre scelte alimentari sono contagi sociali, influenzano sempre le persone che ci circondano: i supermercati tracciano ogni prodotto venduto, i ristoranti adeguano i loro menu alla domanda, i servizi della ristorazione guardano cosa viene buttato e noi ordiniamo “quello che ha preso lei”. Mangiamo come famiglie, comunità, nazioni e sempre più come pianeta. Le scelte di consumo individuali possono attivare una “complesso dinamica ricorsiva” – un’azione collettiva – che si rivela produttiva, non paralizzante”.

Il clima siamo noi nelle scelte di ogni giorno

Le parole di Jonathan Safran Foer svolgono un duplice compito: consolarci e spingerci all’azione. Consolarci perché le sue riflessioni non calano dall’alto, non ci dicono quanto è bravo a risolvere la crisi mentre noi non facciamo niente. L’autore è umano quanto noi, impotente come noi. Ma ci spinge anche all’azione, ci aiuta a districarci fra le varie nozioni sul cambiamento climatico e ci ricorda che la scelta più concreta che possiamo compiere la compiamo tutti i giorni a colazione, pranzo e cena:tutti entro poche ore mangeremo e potremo contribuire immediatamente a invertire il cambiamento climatico”.

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Gli incendi che hanno messo in ginocchio l’Australia

L’Australia sta bruciando ormai da diversi giorni. Le regioni del Queensland e del New South Wales, quelle dell’area di Sidney e Brisbane, stanno assistendo inermi agli incendi più catastrofici della loro storia. I morti sono già 4, centinaia le case distrutte e pare che sia solo l’inizio. Le fiamme al momento non sono contenibili da un intervento umano e i danni saranno incalcolabili.

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(AAP Image/Michael Sainty) NO ARCHIVING, EDITORIAL USE ONLY

“Sembra un’enorme palla di fuoco. Le fiamme più grandi che io abbia mai visto”

A pronunciare queste parole è stato Kieron Gatehouse, un giovane pompiere del villaggio di Marlee nel New South Wales: “Di solito da quella parte puoi scorgere una grande montagna. Ora è invisibile per via del fumo, ma l’altra notte le fiamme si alzavano fino a 60-70 metri sopra la sua cima”.

Una versione sottoscritta anche dal Capitano del Rural Fire Service della regione Mick Munns: “Si tratta sicuramente del peggiore incendio che mi si sia mai parato di fronte in 20 anni di lavoro. Siamo esausti. La stagione degli incendi in Australia è iniziata già da qualche tempo e i miei uomini sono già stanchissimi”. Il Premier della regione ha dichiarato lo stato di emergenza. Sono arrivati rinforzi da Canberra, Adelaide, Obart e Port Macquarie. Anche l’esercito è stato chiamato ad intervenire ma la situazione stenta a migliorare.

Leggi il nostro articolo: “Gli incendi che stanno devastando la California”

L’impotenza dell’Australia di fronte agli incendi

I pompieri hanno invitato i cittadini residenti nelle zone limitrofe agli incendi ad abbandonare le proprie case con un messaggio che non necessita di ulteriori spiegazioni: “Non ci sono abbastanza camion per ogni casa. Se chiamate per chiedere aiuto non aspettatevi che arrivi il camion. Non aspettatevi che qualcuno bussi alla porta. Non aspettatevi una chiamata. La vostra opzione più sicura è quella di lasciare in anticipo l’abitazione”. Parole che hanno il sapore dell’impotenza dell’uomo di fronte alle conseguenze più nefaste dei cambiamenti climatici.

L’Australia sarà infatti una delle zone del mondo in cui sarà più difficile vivere. E gli incendi che la stanno devastando non sono altro che un’anticipazione di ciò che potrebbe diventare la normalità. Il paese stava affrontando già dalla scorsa estate un periodo di siccità record che ha rinsecchito la vegetazione facendola diventare terreno fertile per eventi di questo tipo. La scarsa umidità, i 37 C° e le raffiche di vento che hanno toccato i 90 km/h hanno fatto il resto. Gli incendi al momento attivi nelle regioni del New South Wales e del Queensland sono più di 60. Gli ettari a fuoco più di 1 milione.

Le immagini apocalittiche degli incendi in Australia

Le immagini che giungono dal web sono molto simili a quelle che si potrebbero vedere in un film “fantascientifico” sull’apocalisse. Il colore del cielo oscilla tra il rosso fuoco, per via delle fiamme, ed il nero, per via del fumo e della polvere. Ma in uno scenario di questo tipo c’è ancora chi pensa – o finge di farlo solo per difendere i propri errori passati e i propri interessi presenti/futuri – che i cambiamenti climatici non abbiano nulla a che fare con tutto ciò.

Leggi il nostro articolo: Venezia e i politici con l’acqua alle caviglia. L’immagine di un fallimento

In Australia si è insediato al governo, a partire dal 24 agosto 2018, Scott Morrison, leader del partito Liberale. Morrison, tanto per cambiare, non è noto al pubblico per le sua idee filoambientaliste. Sotto il suo governo è infatti stato dato il via libera per lo sfruttamento a tappeto di tutte le miniere di carbone del paese. Circa 3 anni fa il neo Primo Ministro australiano aveva portato in Parlamento proprio un pezzetto di carbone dicendo ai suoi colleghi di non esserne spaventati. Uno dei suoi più fidati consiglieri, McCormack, ha dichiarato, in piena emergenza incendi, che gli ambientalisti “hanno peggiorato la situazione di proposito” mettendo i bastoni tra le ruote alle operazioni di spegnimento degli incendi. John Barilaro, governatore della regione di Sidney, ha dichiarato in Senato, durante un dibattito sul tema, che parlare di cambiamento climatico “è una disgrazia”.

Gli interessi privati che si celano dietro tali prese di posizione sono abbastanza chiari in un paese dove il settore estrattivo è uno di quelli più redditizi, specialmente per quanto riguarda carbone, gas e uranio.

Indovinate chi l’aveva previsto?

Di fronte ad affermazioni di tale assurdità l’opposizione non ha esitato a rispondere confermando più volte l’esistenza della connessione tra gli incendi e i cambiamenti climatici. L’Australia ha da sempre una “stagione degli incendi” ma sono stati innumerevoli gli esperti ad aver affermato che quest’anno sono iniziati molto prima e che la quantità e l’intensità delle fiamme saranno sicuramente maggiori rispetto al passato. Indovinate un po’ chi aveva previsto tutto questo? Gli scienziati del clima. Ebbene sì. Anche questa volta ci hanno preso. Che novità!

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In un articolo del Guardian Tom Beer, che ha lavorato più di 40 anni per il CSIRO – Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation – ha raccontato di come gli sia stata commissionata una ricerca sugli effetti che i cambiamenti climatici avrebbero avuto proprio sulla stagione degli incendi in Australia. I risultati e le previsioni che ne scaturirono erano ovviamente azzeccatissime. Noi continuiamo a ripeterlo e non ci stancheremo di farlo. Tutto quello a cui stiamo assistendo è stato ampiamente previsto da quasi 30 anni. Italia e Australia sono due facce della stessa medaglia, quella dei cambiamenti climatici. Per fortuna, le persone se ne stanno accorgendo. Chissà se lo faranno in tempo anche i politici e l’economia.