Glifosato Killer? Era tutto uno scherzo!

Un agricoltore sparge pesticidi sui suoi campi

Il glifosato

Il glifosato è un diserbante sistemico e non selettivo. E’ una sostanza solida ed inodore che viene assorbita per via fogliare (per tal motivo è sistemico) e poi dislocato in ogni altra parte della pianta tramite floema. Il diserbante viene assorbito in 5 o 6 ore e in una decina di giorni è già visibile il disseccamento della vegetazione. Il glifosato interrompe le vie metaboliche plantari, responsabili di sintetizzare fenilalanina, tirosina e triptofano, inibendo l’enzima denominato 3-fosfoshikimato 1-carbossiviniltransferasi. Tale enzima dal nome complicato è necessario alla sopravvivenza della pianta. Il glifosato, in sintesi, per chi non mastica molto di botanica, è un analogo aminofosforico della glicina.

Semplificando ancor di più si tratta di un composto chimico, sviluppato in laboratorio, noto ai più come l’erbicida totale. Il brevetto di produzione è scaduto nel 2001, rendendo il composto una libera produzione. Fino a quell’anno, a partire dal 1970, esso è appartenuto alla Monsanto Company.

Il diserbante a base di glifosato, originariamente brevetto Monsanto, è tra i pesticidi più utilizzati al mondo.

Cenni storici

Il composto tecnicamente denominato N – (fosfonometil)glicina, in formula C3H8NO5P, fu scoperto nel 1950. Lo compose per primo un chimico chiamato Henry Martin, dipendente della Cilag, la quale però non lo rese oggetto di pubblicazione.

Tra il termine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, nell’ambito di una ricerca sull’addolcimento idrico a partire da analoghi dell’acido aminometilfosforico, la Monsanto lo riscoprì. Alcuni di questi addolcitori mostrarono di possedere un blando potere erbicida. Interessata a produrre un diserbante efficace, la compagnia incaricò il suo capace chimico John E. Franz, di ricercare analoghi con il maggior potenziale erbicida. Il glifosato fu il terzo ad essere scoperto. Da quel momento, il mondo ha conosciuto il principe dei diserbanti.A seguito del suo lavoro sul glifosato, John Franz ha ricevuto onoreficenze importanti.

La questione glifosato

L’impiego di questo diserbante è al centro di vicende giudiziarie – anche complesse – da anni. L’eco di alcune di queste sentenze, soprattutto di quelle che, effettivamente, hanno condannato la multinazionale, ha originato anche ricerche scientifiche. Recentemente, il glifosato è stato dichiarato non cancerogeno, dopo che per anni il suo stato era invece quello di sostanza cancerogena.

In realtà, nonostante buona parte dell’opinione pubblica lo considerasse pericoloso, l’agricoltura ha sempre continuato ad utilizzarlo. Spesso e volentieri se n’è addirittura abusato, impiegandolo in maniera massiccia. Come si è scritto infatti, l’efficacia della sostanza è senza pari.

La IARC, agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, inserì nel 2015 il glifosato tra i prodotti “probabilmente cancerogeni”. Sconsigliandone l’uso ma non proibendolo, lasciando una porta socchiusa al legislatore e, soprattutto, all’enorme multinazionale Bayer – Monsanto. Nel biennio 2015 – 2017, il gruppo di ricerca sui pesticidi della FAO/OMS conferma la pericolosità del prodotto e, nei soli Stati Uniti, una class action di agricoltori intenta circa 18mila cause alla multinazionale. Le accuse sono che il loro prodotto a base di glifosato, denominato Roundup, li avrebbe esposti a rischio tumorale. Una stima del Sole 24 Ore, risalente ad agosto, certifica che la vicenda abbia comportato una perdita di valore aziendale pari al 31%. In soldoni, dato il non trascurabile fatturato di Bayer – Monsanto, parliamo di circa 30 miliardi di capitalizzazione.

Il RoundUp, uno degli erbicidi più utilizzati al mondo, è a base di glifosato, Foto: Agweek

La svolta

Tutto è però cambiato, poche settimane fa, in seguito all‘assoluzione della EPA (Environmental protection agency), l’agenzia statunitense per la tutela ambientale. I suoi studi non avrebbero identificato alcun rischio per la salute umana, né alcun rischio alimentare, dovuto all’esposizione al glifosato. Anche esperti italiani si sono schierati con la EPA, affermando come l’insorgenza di problemi, a seguito dell’utilizzo del glifosato, per l’uomo sia prossima allo 0.

La sede della EPA a Washington, Foto: QualEnergia

Angelo Moretto, il direttore del Centro Internazionale per gli Antiparassitari e la Prevenzione Sanitaria e Dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche dell’Università degli Studi di Milano, ha sostenuto come il glifosate sia certamente tra le molecole meno dotate di tossicità per i vertebrati, tra quelle utilizzate nei prodotti fitosanitari. Gli ha fatto eco Donatello Sandroni, giornalista e dottore in ecotossicologia. Secondo Sandroni, il margine di confidenza tra la quantità di composto assorbita dall’essere umano che consuma alimenti trattati con glifosato e la pericolosità del prodotto sarebbe astronomico. Donatello Sandroni ha condotto uno studio approfondito sul glifosato ed i suoi effetti. Il giornalista è tra i maggiori esperti italiani in merito.

Glifosato: un buono o un cattivo?

A quanto sembra, dunque, la questione sembrerebbe essersi risolta. La Bayer è riuscita ad evitare di tornare a processo, per il glifosato, in tempi recenti. Dopo l’assoluzione di cui abbiam parlato ora, sembrerebbe possibile, per la multinazionale, chiudere la questione con perdite all’interno dei 10 miliardi di dollari, ben meno di quanto stimava il Sole 24 Ore. Almeno stando ai numeri aziendali. La strategia degli avvocati della multinazionale, infine pare poter davvero pagare.

Ciò non toglie che sono arrivate a 18.400 le cause aperte negli USA contro il Roundup, prodotto sviluppato da Monsanto e diventato ora proprietà di Bayer. Il colosso tedesco acquisì infatti il leader mondiale di sementi e OGM tra il 2017 e il 2018, per una cifra vicina ai 65 miliardi di dollari, in uno degli accorpamenti più chiacchierati del decennio scorso. Alcune di queste cause, sono state perse dal gigante chimico. Inoltre, non mancano certo scienziati fortemente contrari all’impiego di glifosato. Tra questi segnaliamo il tossicologo francese Christopher Portier. Egli ha condotto uno studio sugli effetti cancerogeni del prodotto, per conto della rivista Environmental Health, dal quale emergono risultati ben diversi da quelli esaminati. Nelle cavie sottoposte a test, infatti, sarebbero state riscontrate insorgenze tumorali. Secondo Portier, il composto alla base del pesticida aumenterebbe le possibilità di contrarre ben 37 forme di cancro.

Dunque la scienza appare divisa, seppure il piatto della bilancia pesi più dalla parte favorevole all’impiego di glifosato. Dunque, che fare?

https://www.youtube.com/watch?v=SM7nw-65lgw
Approfondimento RAI sul glifosato, tratto dalla trasmissione Indovina chi viene a cena

L’inchiesta del Guardian

All’infuori di quali possano essere le personali convinzioni riguardo all’industria chimica e farmaceutica – di cui non ci occuperemo in queste righe poiché avremmo bisogno di uno spazio dedicato solo per tracciare un confine tra realtà e complottismo – la Monsanto non ha operato in trasparenza, per difendere il suo prodotto. Una recente inchiesta portata avanti dal Guardian ha infatti rivelato che l’azienda, nel 2017, ancora non controllata da Bayer, mise pressione ai ricercatori incaricati di accertare la pericolosità del composto. Monsanto finanziò una ricerca parallela, finalizzata ad indicare come il divieto di utilizzare Roundup avrebbe avuto un impatto molto grave su agricoltura e ambiente. Tale ricerca è poi stata impugnata dalla National Farmers Union, e altri organismi impegnati nel mondo dell’agricoltura, per chiedere il ritiro di una misura della UE datata 2017. L’Europa, con quel provvedimento, aveva vietato l’utilizzo del glifosato.

A seguito di questo deciso schieramento lobbista, però, la UE ritirò la misura, delegando la decisione ai singoli Stati membri. La NFU ha ora dichiarato, sui suoi canali, quale sia la fonte della ricerca su cui basa le sue convinzioni in merito al glifosato.

Bayer ha affermato prontamente che un simile comportamento viola i propri principi. Gli autori dello studio hanno dichiarato come il finanziamento non abbia in alcun modo influenzato il loro lavoro.

A seguito dell’acquisizione di Monsanto, nel 2018, Bayer è diventata una tra i principali attori, se non il principale, nel settore chimico

Dal glifosato al Dicamba

A questo punto è importante sottolineare un aspetto importante: come scrive anche Damian Carrington sul Guardian, è ampiamente riconosciuta, nella ricerca sulla tossicità chimica, una certa tendenza da parte dei risultati di studi scientifici a favorire comunque i loro finanziatori. Tale elemento va sempre tenuto presente, quando discerniamo informazioni basate su dati provenienti dalla ricerca.

Prima di chiudere, evidenziamo come la multinazionale Bayer – Monsanto abbia ricevuto, nel mese di febbraio, una missiva poco piacevole dal tribunale del Missouri. La corte sanzionava l’azienda per una cifra intorno ai 15 milioni di dollari e, contestualmente, recapitava una multa per danni punitivi pari a 265 milioni di dollari. Il motivo della condanna non sarebbe legato al glifosato, bensì a Dicamba. Si tratta di un’erbicida molto più giovane e utilizzato da meno tempo. Un coltivatore di pesche americano, residente nel sud-est del Missouri, ha dichiarato di aver ricevuto ingenti danni alle sue colture. I campi circostanti il suo frutteto, adibiti a piantagioni di cotone OGM (la legge statunitense consente tale coltivazione), sarebbero stati inondati con questo prodotto in quanto il cotone chimico è robusto e resistente agli erbicidi. Il Dicamba depositato ma non assorbito ha, letteralmente, avvolto il pescheto, seccandone le foglie e uccidendone gli alberi.

Una confezione dell’erbicida Dicamba

Chissà se davvero possa ritenersi chiusa la questione glifosato. E chissà se ora non se ne aprirà una Dicamba.

Cambiamenti climatici e CoronaVirus: la prova che cambiare è possibile

A parte qualche piacevole aspetto romantico della quarantena obbligata, legati principalmente al tornare in possesso del proprio tempo, ci troviamo certamente a vivere un periodo quantomeno drammatico. Oggi per almeno qualche settimana siamo tutti costretti a rimanere a casa, allarmati, impauriti, perché che con la salute non si scherza siamo tutti d’accordo. Ma non c’è forse un legame tra cambiamenti climatici e corona virus? E perché allora non ci muoviamo allo stesso modo, con la stessa sinergia e determinazione nella lotta ai cambiamenti climatici?

Tutti speriamo che questa rinuncia alla normalità possa servire ad arginare il contagio e consentirci così nel periodo più breve possibile di tornare a condurre la vita così come la conosciamo. Ma qualcosa sarà cambiato. Questo evento ci avrà dimostrato ciò che fino a poche settimane prima sembrava impensabile: che cambiare (anche radicalmente) si può.

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Il ritorno alla normalità con una consapevolezza in più

Quando l’allarme sarà rientrato e ci sarà di nuovo permesso di uscire di casa e circolare liberamente e indiscriminatamente si parlerà di “ritorno alla normalità”. Sarà una riconquista importante, alla quale si susseguiranno svariate analisi e considerazioni su come si sia intervenuti più o meno tempestivamente, più o meno adeguatamente; ma alla fine dei conti tutti saranno felici di averla scampata e saranno un po’ orgogliosi di aver contribuito, proprio tramite le proprie rinunce, a sconfiggere quella minaccia. Debellare il corona virus o quantomeno non avergli permesso di dilagare sarà un merito condiviso da tutti.

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Nella memoria collettiva dell’intera popolazione italiana (ma probabilmente lo stesso varrà per tanti altri paesi europei ed extraeuropei) sarà presente il ricordo di questo evento e la consapevolezza che nei casi più difficili siamo in grado di reagire, e di farlo sia individualmente che collettivamente.

Tutto questo non sappiamo ancora quando avverrà. Non ci è dato sapere quanto la quarantena si prolungherà. Ma questo non ci impedisce di attenerci a quanto ci viene detto di fare. Lo si fa perché lo si deve fare, in cambio della promessa della riconquista di quella libertà data tanto per scontato fino ad ora.

Minacce invisibili: i cambiamenti climatici e il corona virus

Difficile da crederci, ma il corona virus ci offre un’opportunità meravigliosa. Per rendersene conto basta smettere di focalizzarsi sul corona virus e iniziare a interpretare quanto sta avvenendo come un monito, una prova generale, un invito a unire le forze per un intento comune: arginare le conseguenze dei cambiamenti climatici causati dall’antropocentrismo più sfrenato.

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La minaccia dei cambiamenti climatici ha dei caratteri comuni con il corona virus. Entrambe sono: destinate ad acuirsi esponenzialmente con il passare del tempo, tanto subdole e apparentemente impercettibili quanto potenzialmente mortali, e globali. L’unica differenza è che, al contrario del covid19, i cambiamenti climatici interessano più i giovani e meno le fasce più anziane della popolazione.

Crisi è sinonimo di opportunità: l’Italia in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici

Ormai da settimane l’Italia e gli italiani sono sotto gli occhi di tutto il mondo per essere il secondo paese più colpito, sia per numero di contagi che di morti, dopo la Cina. Questo ci sta dando la possibilità di proporci – ahinoi -come uno dei paesi di riferimento per la gestione di questa crisi sociale e sanitaria che riguarda il mondo intero. Da qui l’opportunità.

Chi si interessa di politica sa che l’Italia fatica a trovare spazio tra i grandi del mondo, a far sentire il proprio peso. Facendo tesoro della situazione attuale, il Paese Italia potrebbe assumersi il ruolo di trascinatore nella lotta ai cambiamenti climatici. Potendo ora meglio comprendere quelle che saranno le sfide – quelle sì impossibili – imposte dalle conseguenze dei cambiamenti climatici.

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Ora consci del fatto che cambiare è possibile, che rinunciare a qualcosa si può, che nessuno è solo nell’affrontare le grandi minacce del suo tempo. Non trarre beneficio e vantaggio da questa situazione sarebbe decisamente un errore. In molti durante questi lunghi giorni di quarantena avranno avuto modo di riscoprire tante belle attività, tra le quali prendersi cura di sé e di ciò che si ha. Proprio questo potrebbe essere uno spunto per far ripartire l’economia messa in ginocchio da questa crisi. Con investimenti finalizzati a un ritorno sociale e ambientale oltre che economico.

Visto che ci siamo e che cambiare si può, ci avventuriamo tanto in là da dire che forse è il caso di ripensare il motto “prima gli italiani”. Rendendolo uno slogan di progresso sociale. Prima gli italiani non per diritti, ma per senso di responsabilità e unione d’intenti. Per essere arrivati prima degli altri a capire in quanto popolo qual è la sfida che ci attende. E fieri, prenderli per mano e accompagnarli in un mondo bello, naturale, vivibile, per tutti, come potrebbe essere quello là fuori, che oggi come non mai è così lontano e così vicino al contempo.

ONU: “Il CoronaVirus non distragga dalla lotta per il clima”

Si è da pochi giorni concluso l’incontro dell’ONU in cui è stato presentato il report sullo stato del clima nel 2019, a cura della World Meteorological Organization. Un documento redatto per fare il punto sull’anno appena passato in tema, neanche a dirlo, di cambiamenti climatici. Il Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha colto l’occasione per ricordare che, oltre al CoronaVirus, c’è anche un’altra battaglia da combattere, altrettanto pericolosa, e che non va assolutamente messa in secondo piano: quella legata al clima.

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Il contenuto del report

Partiamo, come sempre, dai dati e dal contenuto del report in modo da capire bene ciò di cui si sta parlando.

  • Nel 2019 gli oceani hanno avuto la temperatura media più alta di sempre, con almeno l’84% dei mari che hanno sperimentato ondate di calore sopra la media.
  • Le temperature registrate in giro per il mondo sono state le più alte di sempre, dopo quelle del 2016.
  • Per il 32esimo anno di fila è stata maggiore la quantità di ghiaccio che è stato perso rispetto a quello guadagnato. Questo fenomeno ha fatto sì che il livello dei mari fosse il più alto di sempre da quando sono iniziate le rilevazioni.
  • Il declino del Circolo Polare Artico ha continuato la sua marcia. Lo scorso Settembre – il periodo in cui raggiunge la sua estensione minima – è stato registrato il terzo dato peggiore di sempre.

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  • La scorsa estate, solo in Francia, le ondate di calore hanno causato 20.000 ammissioni extra negli ospedali e 1.462 morti premature.
  • L’Australia ha appena trascorso il suo anno più “asciutto”, prolungato in maniera ulteriore da una stagione degli incendi apocalittica.
  • Alluvioni e tornado hanno costretto, nel 2019, 22 milioni di persone a lasciare le proprie case, un dato ben più alto rispetto all’anno precedente. Più in particolare ci si riferisce al ciclone Idai che ha colpito il Mozambico, il ciclone Fani che si è scatenato nell’Asia meridionale cui vanno ad aggiungersi l’uragano Dorian nei Caraibi ed altre alluvioni che hanno colpito Iran, Filippine ed Etiopia.
  • L’imprevedibilità del clima e gli eventi meteorologici estremi sono stati un fattore rilevante in 26 delle 33 nazioni che sono state colpite da una crisi alimentare nel 2019. In 12 di queste 26 ne sono stati la causa principale.
  • “Dopo dieci anni di declino costante, la fame nel mondo ha iniziato a crescere nuovamente.” – si legge nel report – “Più di 820 milioni di persone hanno sofferto la fame nel 2018”. I dati, come al solito, non lasciano scampo. La fotografia che esce da questo report è davvero raccapricciante.

Il commento di Guterres sullo stato del clima nel 2019

La reazione più forte, che in parte vi abbiamo già anticipato, è stata proprio quella di Antonio Guterres. Il Segretario Generale dell’ONU non ha fatto nulla per nascondere la sua enorme preoccupazione. “Il cambiamento climatico è la sfida che definirà le sorti della nostra epoca. Al momento siamo ben lontani dal percorso che dovrebbe portarci ad un aumento della temperatura di 1,5/2°C, il target specificato nel Paris Agreement. Il tempo sta scorrendo velocemente e, con lui, le nostre chances di evitare le conseguenze più gravi causate dalla rottura dell’equilibrio terrestre. Dobbiamo proteggere la nostra società. Servono maggiori ambizioni in termini di taglio delle emissioni, di politiche di adattamento e anche nell’individuare soluzioni finanziarie. Occorre arrivare più che preparati a Novembre, quando si terrà la Cop 26 di Glasgow. È l’unico modo che abbiamo per assicurare un futuro più sicuro, prosperoso e sostenibile a tutte le persone che abitano questo pianeta”.

Hoskins: “Il clima è una minaccia ben più grande del CoronaVirus”

Anche il Professor Brian Hoskins, dell’Imperial College di Londra, non ha esitato nell’esprimere la sua preoccupazione: “Questo report è un catalogo dello stato del clima del 2019 e della miseria umanitaria che ha portato con sé; ci indica una minaccia che, per la nostra specie, è ben più grave di ogni virus che conosciamo. Non dobbiamo distrarci dalla necessità di combatterlo, riducendo le nostre emissioni a zero nel più breve tempo possibile”. L’ennesima voce che si aggiunge al coro degli scienziati che, ormai da 30 anni, stanno lanciando campanelli d’allarme da ogni dove.

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Va comunque specificato come, nei giorni scorsi, lo stesso Guterres abbia espresso, eccome, la sua preoccupazione per l’attuale situazione generata dal Corona Virus. Il messaggio che qui ha voluto mandare non riguarda, quindi, una sottovalutazione della problematica. Non si tratta di una gara per definire quale sia il problema peggiore tra clima e CoronaVirus. Entrambe le situazioni vanno affrontate con la massima cautela e con il maggiore impegno possibile.

Guterres: “Il Coronavirus sarà temporaneo. I problemi legati al clima no”

Ciò che, però, voleva sottolineare il Segretario Generale dell’ONU è la differente natura delle due problematiche: “Una cosa è una malattia che tutti prevediamo essere temporanea, come il CoronaVirus, un’altra sono i problemi legati al clima che ci sono da molti anni e rimarranno con noi per decenni. Non sopravvalutiamo la momentanea riduzione delle emissioni. Non combatteremo i cambiamenti climatici con un virus. L’attenzione che deve essere prestata per combattere questa malattia non deve distrarci dalla necessità di sconfiggere il cambiamento climatico e di affrontare tutti gli altri problemi che il mondo sta affrontando. La mia speranza – conclude Guterres – è che le persone saranno in grado di impegnarsi per entrambi gli obiettivi (CoronaVirus e clima) con la stessa forte volontà politica”.

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Parole, queste ultime, che vogliamo sottoscrivere pienamente. Il mondo, Italia su tutti, sta dimostrando che, quando si tratta di affrontare una crisi, cambiare le proprie abitudini, trovare soldi che non sembravano esserci o prendere decisioni impopolari è non solo possibile ma, anzi, ben visto dalla società tutta. La sfida che ci ritroveremo ad affrontare una volta sconfitto il virus sarà ancora più grande e, per certi aspetti, richiederà altrettanto impegno e senso civico da parte di tutti. Non solo dalle istituzioni, troppo spesso ritenute uniche responsabili della crisi climatica in atto. Una buona parte della differenza la facciamo, e la faremo, tutti noi, con le nostre scelte individuali. A poco servirebbero i decreti emanati dalla Presidenza del Consiglio se poi il nostro senso civico non ci spingesse a rispettarli.

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In questi giorni stiamo dimostrando di essere più che in grado di mettere l’interesse collettivo davanti al nostro. Che ci serva da allenamento per quando, tra qualche mese, il nemico da combattere sarà, per certi versi, ben più preoccupante.

Greta Thunberg all’UE: la vostra casa brucia e voi vi arrendete

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E’ giustamente passato in secondo piano l’intervento di Greta Thunberg a Bruxelles di giovedì scorso. Riteniamo però doveroso, data la natura del nostro blog, riportare le parole che l’attivista svedese ha pronunciato alla riunione dei ministri dell’Ambiente dell’Unione Europea. Che sono, come è ormai nel suo stile, parecchio pungenti.

Una dura risposta alla Legge sul clima

“Da più di un anno e mezzo stiamo sacrificando la nostra educazione per protestare contro la vostra inoperosità. A settembre oltre 7 milioni e mezzo di persone hanno marciato chiedendovi di unirvi dietro la scienza, per dare a noi un futuro sicuro”.

Così è iniziato l’intervento di Greta Thunberg al Paramento Europeo, in risposta alla nuova “Legge climatica” presentata dalla Commissione. La legge prevede un azzeramento delle emissioni entro il 2050 e il taglio del 50% entro il 2030. La legge però dovrà essere esaminata dal Consiglio e dall’Europarlamento prima di diventare legalmente vincolante. L’Italia e altri undici Paesi hanno scritto alla Commissione per accelerare i tempi sull’aumento del taglio delle emissioni al 2030.

Le parole di Greta Thunberg a riguardo però sono state dure: “L’UE, presentando questa legge sul clima che prevede di azzerare le emissioni entro il 2050, sta indirettamente ammettendo la resa, la rinuncia. State rinunciando all’accordo di Parigi, state rinunciando alle vostre promesse, e state rinunciando a fare tutto il possibile per assicurare un futuro sicuro ai vostri stessi figli.”

Il 2050 è troppo lontano

E continua: “Non abbiamo bisogno di obiettivi per il 2030 o il 2050. Ne abbiamo bisogno per il 2020 e per ogni anno a venire. Dobbiamo iniziare a tagliare le nostre emissioni drasticamente, adesso. I vostri lontani obiettivi non significheranno nulla se le emissioni continueranno seguendo un “business as usual” anche solo per ancora pochi anni. Ciò, infatti, significherebbe utilizzare tutto il nostro bilancio di carbonio prima ancora di raggiungere gli obiettivi del 2030 o 2050.”

Qui Greta si riferisce al Global Carbon Budget 2019, un dossier che presenta una valutazione delle emissioni antropogeniche di biossido di carbonio (CO2) e loro ridistribuzione nell’atmosfera.

Greta denuncia poi come il bilancio di carbone non sia mai stato preso in considerazione nelle politiche di oggi e non sia mai stato comunicato dai principali media. “Ed eccovi qua – accusa Greta – mentre cercate di creare leggi e politiche senza conoscere i fatti, facendo finta che i vostri piani e le vostre policy, che non tengono conto della scienza, potranno in qualche modo risolvere la più grave crisi che l’umanità abbia mai affrontato.

Fate finta che una legge che nessuno è obbligato a rispettare sia una legge. Fingete di poter diventare leader del clima ma comunque costruite e finanziate nuove infrastrutture di fonti fossili. Come se tutto questo non rischierà di infrangere l’intero accordo di Parigi. Continuate a fare finta che una manciata di parole vuote scacceranno questa emergenza”.

Il “Gas New Deal” dell’UE

Queste accuse lanciano direttamente in faccia ai parlamentari UE la loro decisione di febbraio di stanziare 29 miliardi di euro alle fonti fossili. Un provvedimento che rischia di mettere a repentaglio gli obiettivi dell’impegno climatico dell’Europa.

Leggi il nostro articolo: “Da Green New Deal a Gas New Deal. L’UE ci ricasca”

Anche se nel 2019 si è registrato un rallentamento della crescita delle emissioni, resta il fatto che le emissioni continuano a crescere. L’unica vera soluzione sarebbe una decrescita o uno stop totale. Si unisce a questa idea anche il responsabile delle politiche per il clima di Greenpeace Europa Sebastian Mang. “Senza obiettivi al 2030 basati sulla scienza – dice Mang – né misure per porre fine ai sussidi ai combustibili fossili, ci stiamo preparando al fallimento. Il momento di agire è ora, non tra 10 anni”.

La vostra casa brucia e voi non avete fatto nulla

Il discorso di Greta non ha mancato di toccare le corde più emotive degli ascoltatori, menzionando più volte il futuro dei loro stessi figli. Una metafora da lei utilizzata e che rimarrà sicuramente impressa nella mente di tutti è quella della casa in fiamme.

“Quando i vostri bambini hanno fatto scattare l’allarme antincendio, voi siete usciti per controllare e annusare l’aria. Avete appurato che la casa stesse bruciando davvero, e che non era un falso allarme. Ma poi siete tornati dentro a finire la vostra cena, a guardare il vostro film e siete andati a dormire senza nemmeno chiamare i soccorsi. Mi dispiace ma questo non ha alcun senso. Quando la tua casa va a fuoco non aspetti qualche anno per iniziare a spegnere le fiamme.

“La natura non scende a patti”

E conclude dicendo questo: “Più continuate a scappare dalla verità, più grande sarà il tradimento verso i vostri stessi bambini. […] Voi stessi avete dichiarato che siamo in un’emergenza climatica e ambientale. […] Adesso dovete provare che ci credete davvero”.

“Non saremo soddisfatti di nulla se non di una soluzione basata sulla scienza, che ci dia la possibilità di salvaguardare le condizioni di vita future dell’umanità e della vita per come la conosciamo. Qualunque altra cosa è una resa. Questa legge sul clima è una resa. Perché la natura non scende a patti. Perché non si possono fare compromessi con la fisica. E noi non vi permetteremo di arrendervi sul nostro futuro”.

Greta Thunberg durante il discorso ai parlamentari

Il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans ha poi prontamente risposto a questo intervento. “L’analisi di Greta sulla nostra proposta – dice Timmemans – è basata sul bilancio di carbonio e sul fatto che gli obiettivi di riduzione dovrebbero essere più alti. Io ho provato a spiegarle che noi usiamo un altro approccio e siamo più ottimisti di lei sulle tecnologie emergenti. Ma, se non ci fosse stata lei e il modo in cui ha mobilitato due generazioni di giovani probabilmente oggi non staremmo neanche discutendo una legge sul clima”.

Il virus non deve togliere l’attenzione dal clima

Lo stesso Timmermans, ha poi di recente sostenuto che la legge è importante per mantenere la crisi climatica all’ordine del giorno, mentre l’Europa si confrontava con altre emergenze come il coronavirus. E un po’ queste parole fanno eco a quello che Antonio Guterres ha detto riguardo al clima. Un problema che, dice il Segretario Generale delle Nazioni Unite, che non deve essere perso di vista, nonostante l’emergenza del virus.

A questo proposito, dopo la conferenza è stato chiesto a Greta se non sia stanca di inviare sempre lo stesso messaggio, Greta Thunberg ha risposto che “la gente non ascolta e i media non riportano quello che dico. Dunque dovrò continuare. I media scrivono molto su di me e su cosa faccio, ma non sul contenuto di quello che dico. Parlano forse del clima, ma non della crisi climatica”.

Dopodiché l’attivista svedese si è unita alla manifestazione di Fridays For Future che si teneva davanti al palazzo dove si erano riuniti i ministri.

Virus: lo sfruttamento ambientale li fa esplodere

La deforestazione lascia fauna e batteri senza più una casa

Il Covid-19 è la notizia del momento. Tutti conosciamo perfettamente questo nome che indica il coronavirus esploso in Cina e poi diffusosi in tutto il mondo. In Italia abbiamo avuto un focolaio in Lombardia, come ben sappiamo, che poi si è allargato a macchia d’olio nel resto della penisola. Come solitamente accade per questo tipo di patogeni, il virus si sta ora diffondendo, in maniera instancabile seppure difforme, in tutto il mondo. Senza dilungarci troppo in una descrizione della patologia virale, dal momento che non ci sono le competenze per farlo su questo blog e che, comunque, la rete e i giornali non fanno altro che parlarne, in questi giorni, concentriamoci sull’aspetto più pertinente del virus con le tematiche affrontate dall’Ecopost.

Rielaborazione di un coronavirus. Il nome si deve al fatto che tale virale, esaminato a microscopio, ricordi la sagoma di una corona, Foto: Shutterstock

I danni all’ambiente e la proliferazione dei virus

Partiamo da un imprescindibile antefatto, un concetto che non è legato al Covid-19, bensì ad ogni virus, in quanto assioma sempre valido: per prenderci cura della nostra salute dobbiamo difendere il nostro pianeta. In questi giorni di emergenza, di misure severe per evitare la diffusione incontrollata del coronavirus e di disagi diffusi in tutto il Paese, non vogliamo certo ragionare sul nesso tra la patologia e la scriteriata tutela del nostro habitat. Eppure dobbiamo farlo. Difficilmente qualcuno di noi si sarà fermato a considerare quale legame possa esserci tra i danni che quotidianamente apportiamo all’ambiente e le epidemie di Ebola, Sars, Zika, Mers e H1N1. Tutti questi ceppi virali si sono diffusi prima del Covid-19. Tutti questi ceppi virali presentano un minimo comun multiplo con il virus che ormai è compagno della nostra quotidianità.

Cosa sappiamo del coronavirus

In base a cosa possiamo fare queste considerazioni? Su cosa basiamo l’assunzione che la diffusione di virus di questo tipo vada a braccetto con i mala tempora ambientali cui noi umani costringiamo il nostro ecosistema? Ragioniamo assieme, basandoci su un ottimo articolo uscito qualche giorno fa sulla Stampa, a firma Mario Tozzi.

Punto di partenza è la riconduzione al primo tratto in comune dei virus citati e del coronavirus esploso nella provincia cinese dello Hubei: la trasmissione animale. Circa il 70% delle malattie infettive emergenti (EID secondo l’acronimo inglese), deriva dall’interazione tra animali selvatici, addomesticati ed esseri umani. In determinate situazioni ed in determinati ambienti, si riscontrano fattori aggravanti e/o scatenanti, dovuti ai contatti tra questi attori. Nelle aree urbane che presentano un’alta densità di popolazione, tali rischi sono più elevati. Molti uomini in uno spazio piccolo significa anche molti animali domestici in uno spazio piccolo, dal momento che oramai, com’è risaputo, circa una persona su 2 possiede (almeno) un cane; sempre più persone sostituiscono l’animale da compagnia ad un figlio vero, magari senza neppure ammetterlo a sé stessi o agli altri.

https://www.youtube.com/watch?v=eup3_i_5uaw
Una semplice spiegazione video del virus. Audio in inglese.

L’importanza della qualità dell’aria

Prima della proliferazione dei sapiens, le tribù antiche di cacciatori-raccoglitori correvano molto meno il rischio di contrarre virus. Sicuramente, tali popolazioni – spesso nomadi – non sviluppavano e diffondevano epidemie virali. Qualora qualcuno di essi avesse contratto una simile patologia, era ben più probabile che il virus morisse dopo averlo ucciso, piuttosto che si diffondesse ad altre persone. I principali due focolai del Covid-19, la città di Wuhan con la sua provincia e la pianura padana hanno un tratto che le accomuna: sono zone piuttosto degradate dal punto di vista della qualità ambientale. In particolare, la qualità dell’aria che si respira a tali latitudini non è certo delle migliori. Per quanto non inquadrabile scientificamente con stime esatte e precise, tale considerazione può estendersi anche alla ultraurbanizzata Corea del Sud e al nucleo abitato di Teheran, in Iran; altri due importanti focolai, nel momento in cui scrivo, del coronavirus.

In Europa non sono molte le aree che possono vantare un’aria inquinata come quella della pianura padana. Tale aspetto è stato forse troppo trascurato, nell’analisi di questa patologia.

In pianura padana, l’aria è tra le più inquinate in Europa, foto: Pixabay

Eccessivo sfruttamento

Un contributo importante, diciamo pure importantissimo, all’intensificazione dei rapporti tra uomo e fauna, selvatica e domestica, si deve allo sfruttamento eccessivo del terreno. Cambiamenti di uso del suolo e aumento incontrollato dell’allevamento intensivo, specialmente in regioni cruciali per la tutela della biodiversità, sono attori protagonisti in tale fenomeno. La deforestazione, poi, è la madre di tutti i problemi, in un simile contesto. Nel 1998, in Malesia, comparve per la prima volta il virus Nipah. Tale patologia fu causata dall’intensificazione dell’allevamento di suini al limite delle foreste. In sostanza, per crear spazio all’allevamento intensivo di maiali, si disboscavano ampi settori forestali; devastando l’habitat del pipistrello della frutta, l’originario portatore del virus.

Anche l’origine di Sars ed Ebola è dovuta a comportamenti simili. Nelle aree metropolitane asiatiche è piuttosto comune trovare pipistrelli e scimmie, specie portatori dei due virus. I primi convivono con i sapiens, mentre le seconde sono prede abituali di bracconaggio e vendita illegale.

Il salto di specie dei virus

Ogni sindrome virale presenta la possibilità di spillover, ovvero il salto di specie. Tale passaggio, però, sarebbe ampiamente favorito laddove le attività umane impongono grandi modifiche ambientali. Impiantare improvvisamente monocolture e allevamenti intensivi ove la natura ha posto una foresta tropicale, non è certo un comportamento foriero di benessere e salute. Nelle foreste vergini, infatti, la fauna selvatica è molto più importante che in altre zone, tanto per numero di specie quanto per numero di individui. Conseguentemente a ciò, naturalmente, anche i patogeni sono maggiormente diffusi. Ogni animale porta con sé un corredo di microrganismi che potrebbe essere dannoso per l’uomo e non sempre ci è conosciuto. La caccia, i disboscamenti selvaggi, la desertificazione agricola e la crescita, spesso terribilmente sproporzionata, delle aree urbane, non possono che causare imponenti migrazioni della fauna che abitava quei luoghi. Tutto questo si deve ad una sola causa: la sconsideratezza umana.

Una volpe volante, noto anche come pipistrello della frutta (nome scientifico: Pteropus Giganteus), questi grandi chirotteri sono ritenuti responsabili della diffusione del Covid-19, foto: Wikipedia

L’illegalità che favorisce i virus

Il contrabbando e lo smercio illegale di alcuni esemplari di animali rari giocano un ruolo di primo piano nella diffusione di batteri. In questo preciso momento, la specie più contrabbandata al mondo è il pangolino cinese. La circolazione illegale di questo animale è stata una delle cause che ha agevolato la diffusione del Covid-19. La corazza del pangolino è in cheratina, come le unghie umane, ed è abitualmente utilizzata nella medicina orientale. Numerose superstizioni asiatiche, infatti, parlano della corazza di questo tenero mammifero come una sorta di panacea ad ogni male, alla stregua delle ossa di tigre o del corno di rinoceronte. A ciò va aggiunto che la carne di pangolino è considerata una prelibatezza, in numerose zone della Cina. Negli ultimi sessant’anni, il numero di esemplari della specie è diminuito del 90%.

Il genoma del virus 2019 nCoV (tale è il nome utilizzato in laboratorio) rinvenuto nelle persone infette è pressoché identico a quello rinvenuto nei pangolini. Si suppone che l’animale sia stato contagiato da esemplari di pipistrello. Il commercio incontrollato di animali, o di loro parti del corpo, può essere veicolo di zoonosi, ovvero patologie della fauna. Nel 2003, forse qualcuno ricorderà, la SARS apparve per la prima volta in un mercato cinese dove si vendevano, senza alcun tipo di controllo, esemplari di civetta delle palme.

Una mamma di pangolino con il suo cucciolo, Foto: Repubblica

La prevenzione parte dal rispetto degli ecosistemi

Il capitalismo contemporaneo più sfacciato e disumano – sovente sostenuto, finanziato ed incoraggiato da potentissime multinazionali di cui conosciamo bene i nomi – comprende tutta una serie di pratiche, assolutamente contro natura, tese solo ed esclusivamente alla massima resa del terreno nel minor tempo possibile. Questo modus operandi, naturalmente, non tiene minimamente conto dell’impoverimento dell’habitat e, dunque, della vita di chiunque lo abiti, che va a creare. Le difese naturali di un ecosistema sfruttato allo stremo si indeboliscono, ciò è comprensibile persino da un bimbo. Se questi sfruttamenti, se questi beceri crimini contro l’ambiente avvengono dentro un incubatore come quello del terzo mondo, povero e minacciato in prima persona dal riscaldamento globale, come possiamo ostacolare la proliferazione virale?

Deforestazione e sfruttamento dei suoli agevolano la diffusione di batteri, stravolgendo l’habitat delle specie viventi in quei luoghi e costringendole a migrare altrove, assieme al loro corredo di microrganismi, Foto: Pixabay

Il legame tra virus e surriscaldamento globale

In clima caldo ed umido le zanzare anofeli, portatrici della malaria, trovano un habitat perfetto per lo sviluppo di cui la larva necessita. Infatti si stanno riproducendo a ritmi che appaiono quasi inarrestabili, colonizzando regioni che non avevano mai conosciuto tale patologia. Teniamolo ben presente, poiché corriamo il rischio di trovarci tra i prossimi della lista. Similmente. la specie di zanzara denominata Aedes aegypti si è già spostata dalle calde temperature egiziane, ove storicamente proliferava, per spingersi fino ad alture oltre i 1300 metri in Costa Rica e vicine ai 2000 in Colombia, Kenya, Uganda, Etiopia e Ruanda. In tutti questi luoghi, nei quali si è stabilita, la specie non ha mancato di portare i suoi omaggi di dengue e febbre gialla. Le recenti invasioni di locuste in Africa sono riconducibili a questi stravolgimenti.

Se qualcuno ha ancora bisogno di stimoli per convincersi di quanto sia necessario ed urgente rivedere il nostro modello di sviluppo economico, e fermare la distruzione degli habitat naturali, ci auguriamo di aver portato qualche stimolo, in questo articolo, su cui riflettere, in queste giornate nelle quali i luoghi di aggregazione sono chiusi. C’è un legame concausale tra epidemie ed ambiente e la strada giusta per giungere alla limitazione, quando non alla sconfitta vera e proprio di queste patologie, passa da qui. Come ci ricorda Tozzi, chiudendo il suo articolo: “Stavolta a indicare la via non sono i soliti ambientalisti ma i medici.”

Follia ad alta quota: voli vuoti per preservare le rotte

Voli “fantasma” che sorvolano i cieli, completamente vuoti. Litri e litri di carburante che vengono sprecati. Emissioni che vengono generate gratuitamente, senza che ce ne sia un vero motivo.

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Il Coronavirus e i voli vuoti

Con l’avanzare del temuto Co-vid19 è inevitabile che siano innumerevoli i voli ad essere rimasti vuoti. Su tutti, e a ragion veduta, quelli che transitano lungo le rotte dei paesi più colpiti quali, ad esempio, Italia, Cina, Hong Kong, Corea del Sud e via dicendo. La soluzione naturale sarebbe un calo nella frequenza di volo su determinate tratte ma per via di una regola, diciamo così, rivedibile dell’Unione Europea le compagnie sono costrette ad operare almeno l’80% dei voli già “prenotati” su quella rotta con il rischio, altrimenti, di vedere cancellata la propria priorità su determinate destinazioni.

Una regolamentazione che vale, per fortuna, solo per i voli intercontinentali. Ed ecco che, per far sì che la propria tratta non sia ceduta ad un concorrente, le compagnie sono costrette a far partire voli completamente vuoti generando un alto quantitativo di emissioni che, almeno in questa situazione, potremmo tranquillamente risparmiarci.

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Quali soluzioni

Una situazione che non porta vantaggi praticamente a nessuno e che preoccupa gli operatori del settore. Il Segretario dei Trasporti del Regno Unito, Grant Shapps, ha dichiarato di essere “particolarmente preoccupato. Per soddisfare questa la regola 80/20 le linee aree sono costrette a far decollare voli con pochissimi passeggeri. A volte sono addirittura vuoti. Il tutto solo per conservare i propri vantaggi. Uno scenario del genere non è accettabile. Non è negli interessi del settore, dei passeggeri né tanto meno dell’ambiente. Tutto ciò deve essere fermato”.

Delle preoccupazioni più che fondate soprattutto nel momento in cui la regola che sta costringendo le compagnie a percorrere queste tratte è stata momentaneamente sospesa per i voli che riguardano le zone asiatiche più colpite dal virus. La speranza è che sia solo questione di tempo prima che venga preso lo stesso provvedimento anche per le altre tratte.

Il “flight shaming” e le emissioni dei voli vuoti

È ormai risaputo che il trasporto aereo è quello che genera il maggior numero di emissioni per passeggero. Si stima che una cifra tra il 2 ed il 4 percento dei gas serra che immettiamo in atmosfera ogni anno è generata proprio da questo settore. Un dato che, oltre a sottolineare l’eccessivo utilizzo che facciamo di questo mezzo di trasporto, ha generato negli ambientalisti più coerenti una “vergogna di volare” nota, a livello internazionale, con la sua definizione inglese di “flight shaming”.

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Se dunque, da un lato, abbiamo delle persone che percorrono diverse centinaia di chilometri in treno o in autobus per evitare di prendere un volo, dall’altro, in questa situazione di emergenza tanto sanitaria quanto economica, abbiamo invece delle compagnie aeree che sono “costrette” a far percorrere tratte intercontinentali ai propri voli che sono, per lo più, vuoti. Due opposti che confermano la follia di un mondo i cui estremi si stanno allontanando sempre di più. Resta tuttavia una situazione ai limiti dell’assurdo, resa possibile dall’ennesimo vizio burocratico che, se corretto, permetterebbe alle compagnie aeree di lasciare alcuni dei propri aerei a terra, almeno per un po’, risparmiando denaro, emissioni e, perché no, un aumento del rischio di contagio da Co-vid19.

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In una fase del genere il buon senso non può essere messo da parte. Soprattutto da parte di chi, con una semplice decisione, può generare un effetto domino che creerebbe benefici a tutti gli interessati. E se per una volta ci guadagna anche l’ambiente, va bene lo stesso.

Coronavirus: il paradossale calo delle emissioni e l’esperimento Smart Working

Negli scorsi giorni, molte testate giornalistiche hanno riportato la notizia del crollo delle emissioni dovute al Coronavirus. A gennaio sembrerebbe esserci stata una riduzione considerevole in Cina. Anche fra le maggiori città italiane si registrano notevoli cali di polveri sottili nell’aria, potenzialmente legati al rallentamento complessivo delle attività di queste settimane. Gli ambientalisti frenano gli entusiasmi: non appena l’emergenza sarà finita, la produzione riprenderà a pieni ritmi e anzi cercherà di recuperare le perdite. Lo Smart Working, invece, potrebbe essere una soluzione da estendere oltre la crisi.

Il Coronavirus ha portato ad un calo delle emissioni in Cina

Per quanto riguarda la Cina, la fonte principale che riporta un calo delle emissioni è lo studio redatto dal Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA) e pubblicato su CarbonBrief.org. Secondo i loro dati, la domanda di energia elettrica e la produzione industriale sono crollate drasticamente dall’inizio di gennaio. Riportiamo il testo introduttivo dello studio: “le misure per contenere il Coronavirus hanno portato ad una riduzione fra il 15 e il 40% della produzione in molti settori chiave dell’industria. Questo corrisponde con ogni probabilità ad un’eliminazione di un quarto o più delle emissioni nazionali di anidride carbonica nelle scorse quattro settimane, un periodo dove l’attività normalmente avrebbe registrato una ripresa dopo le vacanze per il Capodanno Cinese”.

Infatti, in occasione della festività del Capodanno, la Cina vede solitamente un calo nelle proprie emissioni, soprattutto per quanto riguarda la produzione energetica in impianti a carbone. Quest’anno le vacanze cinesi sono state prolungate per contenere l’espansione del Coronavirus. Di conseguenza, l’attività produttiva ha subito un forte rallentamento, tramite la chiusura delle fabbriche, il blocco degli spostamenti via terra e via cielo e le persone che lavorano prevalentemente da casa.

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I dati della NASA confermano

I dati della NASA e dell’European Space Agency (ESA) confermano il trend sopra descritto, con un drastico calo della presenza del diossido d’azoto nell’area sovrastante la Cina. Anch’essi riconducono questo fenomeno alla quarantena forzata dovuta al Coronavirus. Il diossido d’azoto è un gas prevalentemente emesso dai veicoli a motore, dalle centrali elettriche e dagli stabilimenti industriali. Le mappe riportate qui sotto mostrano tre intervalli di tempo del 2019 a confronto con gli stessi periodi del 2020. Gli scienziati della NASA hanno dichiarato che il fenomeno interessava inizialmente solo la zona intorno a Wuhan. Con il passare delle settimane, la riduzione di diossido d’azoto si è allargata in tutto il paese. Fei Liu, ricercatore per la qualità dell’aria, ha ammesso: “Questa è la prima volta che ho visto un calo così drastico su un’area tanto vasta per un determinato evento”.

Calo di polveri sottili in Pianura Padana

In maniera similare, è avvenuta una riduzione dei livelli di PM10 nell’aria nella Pianura Padana. In Emilia Romagna dal 25 febbraio ad oggi non è stato registrato nessun sforamento delle polveri sottili. Arpae ha indicato come prima causa il cambiamento meteorologico, dovuto a una depressione che ha aumentato la ventilazione, ma non ha escluso che proprio il Coronavirus possa aver contribuito alla decrescita.

Anche Arpa Lombardia ha rilasciato dati positivi per l’area milanese. A partire dal 23 febbraio, giorno del primo decreto, non vi sono più stati sforamenti dei limiti consentiti (oltre i 50µg/m³), mentre nelle settimane precedenti l’area metropolitana di Milano aveva registrato livelli superiori per ben 35 volte. L’ente di monitoraggio sottolinea come anche in questo caso la riduzione sia dovuta principalmente ai forti venti che hanno soffiato sulla Pianura Padana. È ancora presto per stabilire con certezza un collegamento con il Coronavirus e il consequenziale blocco delle attività.

Coronavirus: una riduzione solo temporanea

GreenPeace China ha segnalato che l’effetto benefico per il clima è quasi certamente temporaneo. Ad un calo della diffusione del virus seguirà “un aumento della produzione delle fabbriche per compensare le perdite del periodo di inattività”. Inoltre, non c’è nulla da festeggiare se l’unico modo che abbiamo per vedere una riduzione delle emissioni è un’emergenza sanitaria che blocca la società e la cultura. Quella stessa cultura che risulta fondamentale per aumentare la consapevolezza sulla crisi climatica e spingere all’azione.

Anche l’esperto Luca Mercalli è arrivato alle stesse conclusioni: “Dispiace ottenere un risultato positivo attraverso un fatto sbagliato, invece che per un progetto. Per questo periodo ci sarà un rallentamento; se si tratta di una settimana non cambierà nulla, ma se dovesse durare mesi avremmo un’effettiva riduzione dell’impatto climatico. Si è arrivati a questi paradossi”.

Coronavirus e Smart Working: l’esperimento in tutto il mondo

C’è però un fattore della quarantena che potrebbe portare dei benefici a lungo termine: lo Smart Working. Numerosissime aziende e vari settori della società italiana si stanno adattando all’emergenza facendo lavorare i propri dipendenti da casa. Lo scopo è appunto limitare quanto più possibile il contagio e sopperire al fatto che le scuole sono chiuse e i figli non posso restare in casa da soli. Ebbene, secondo la CNN, il Coronavirus avrebbe avviato “il più grande esperimento di Smart Working al mondo“.

In Italia esistono già le prime valutazioni, attuate da ENEA. La ricercatrice Marina Penna ha commentato i dati fin’ora ottenuti con queste parole: “basterebbe anche un solo giorno a settimana di smart working per i tre quarti dei lavoratori pubblici e privati che utilizzano l’automobile per ridurre del 20% il numero di km percorsi in un anno. In questo modo si otterrebbe un risparmio di circa 950 tonnellate di combustibile, oltre a una riduzione di oltre 2,8 milioni di tonnellate di CO2, di 550 tonnellate di polveri sottili e di 8mila tonnellate di ossidi di azoto, con un significativo impatto positivo sulla salute della popolazione”.

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Smart Working: i limiti della sostenibilità

Le fonti del risparmio dello Smart Working sono evidenti: minor mezzi di trasporto, abbattimento del consumo energetico negli uffici. Ma anche in questo caso, bisogna essere cauti nelle previsioni e valutare il quadro d’insieme. La BBC ha sottolineato come lo smartworking possa illudere in termini di sostenibilità. Per un’analisi completa, bisognerebbe valutare numerose variabili, a partire dal mezzo di trasporto utilizzato dai lavoratori (dai più inquinanti mezzi a benzina e gasolio, fino all’auto elettrica, al car-sharing o al trasporto pubblico). Inoltre, almeno per quanto riguarda la stagione invernale, il consumo di energia delle singole case sarebbe maggiore a quello degli uffici, spesso più moderni delle abitazioni e quindi dotati di sistemi di efficienza energetica.

Una nuova normalità

In conclusione, l’epidemia Coronavirus sta portando a dei paradossi ambientali imprevisti. Ci teniamo a ribadire che, oltre ad essere un fenomeno temporaneo, il calo delle emissioni verificatosi in queste settimane non è certamente auspicabile, poiché la mancata produzione sta avvenendo a discapito della salute e della sostenibilità economica degli italiani. D’altra parte però, come hanno scritto in tanti, non possiamo augurarci che le mascherine per contenere l’epidemia siano sostituite un’altra volta da quelle per la qualità dell’aria. La quarantena ci ha costretti a scompaginare la lista delle priorità e a reinventarci giorno per giorno. La pratica dello Smart Working ne è l’esempio più evidente. Il minimo che possiamo fare, quando la normalità tornerà, è evitare che sia la stessa normalità di prima, del tutto insostenibile dal punto di vista ambientale.

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Che fine hanno fatto le locuste del Corno d’Africa?

Vi ricordate degli sciami di locuste che stavano mettendo a rischio la sicurezza alimentare di decine di milioni di persone nel Corno d’Africa? Beh, se ne sono andate. Purtroppo, però, solo dalle pagine dei giornali. In un interessante articolo del Mail & Guardian (Sudafrica), ripreso dall’Internazionale di questa settimana, invece se ne parla, eccome. Il punto della situazione.

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Fonte: Internazionale nr. 1348

Dal Corno d’Africa all’Asia: le locuste non si fermano più

Già avevamo denunciato l’accaduto in un articolo del 30 gennaio scorso, quando la notizia, che era fresca e succulenta, aveva attirato l’attenzione di una lunghissima lista di testate. Ora, dopo più di un mese e nonostante non se ne parli più, la situazione non è affatto migliorata. Vi avevamo lasciato con la presenza di chilometrici sciami di locuste che avevano colpito alcune regioni del Corno d’Africa come Etiopia, Kenya ed Uganda. Ora le locuste hanno conquistato ben più terreno arrivando ad occupare anche alcuni territori del Sud Sudan e della Tanzania. Presto raggiungeranno anche la Repubblica Democratica del Congo.

Ma non è finita qui. Le particolari condizioni climatiche, che si sono rivelate estremamente favorevoli per la riproduzione di questo tipo di insetto, biologicamente creato per essere un highlander della sopravvivenza, hanno spinto gruppi di esemplari anche verso Oriente. Dallo Yemen, dove le colonie hanno inizialmente preso piede, le famiglie di locuste sono arrivate fino al Pakistan e all’India passando per Arabia Saudita, Qatar, Bahrain ed Iran.

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Genesi di una piaga e come arginarla

Le dimensioni quasi inimmaginabili di questa disgrazia portano con loro una lunga lista di problematiche. Sebbene infatti sia stato possibile risalire all’origine del problema, ampiamente favorito da una serie di cicloni riconducibili al cambiamento climatico, si fatica ancora ad individuare una soluzione credibile. Quella più immediata sembra essere l’utilizzo di pesticidi su larga scala ma l’ampiezza e la quantità degli sciami rende questa opzione quasi impercorribile. Più probabile che venga utilizzata in aree ridotte, ovvero quelle in cui gli esemplari adulti hanno deposto le uova. Una locusta può vivere, all’incirca, dai 3 ai 5 mesi. Riuscire ad isolare e contenere le nuove generazioni potrebbe quindi risolvere la situazione.

Ma si stanno vagliando anche altre opzioni. La Cina, ad esempio, si sente minacciata e, in misura preventiva, avrebbe spedito circa 100.000 anatre verso il Pakistan sperando che riescano, appunto, a contenere l’invasione. Una soluzione che ha suscitato pareri discordanti tra gli esperti. Se da un lato c’è chi reputa la trovata inefficace, dall’altra c’è invece chi sostiene che potrebbe funzionare. Un’anatra sarebbe in grado di mangiare circa 70 locuste in un solo giorno. Qualora si rivelassero efficaci le anatre sarebbero poi dispiegate anche in altre aree particolarmente colpite.

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Sicurezza alimentare a rischio per decine di milioni di persone

Già di per sé alcune delle aree interessate non sono famose per avere condizioni climatiche particolarmente favorevoli allo sviluppo del settore primario. La povertà d’acqua e la presenza di suoli quasi desertificati rendono già difficile la coltivazione di alimenti di prima necessità e una buona parte dei paesi coinvolti ha già grossi problemi di povertà e denutrizione. Se aggiungiamo a tutto ciò degli sciami lunghi decine di chilometri i cui esemplari sono in grado di mangiare ogni giorno l’equivalente del proprio peso corporeo, il risultato dell’equazione è di quelli che fanno tremare le ginocchia.

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In paesi così densamente popolati e così poveri di risorse, in cui il problema da affrontare tutti i giorni è quello di reperire del cibo per sé e per la propria famiglia, un avvenimento di questo tipo mette a forte rischio la sicurezza alimentare di decine di milioni di persone. Un’invasione che non guarda ai confini e che, di certo, non si fa impietosire dalle condizioni già precarie di paesi che, anno dopo anno, vedranno i colpi del cambiamento climatico infierire su di loro, in maniera sempre più violenta. Chissà se, e quando, qualcuno inizierà davvero a parlarne seriamente. Non potremo girarci dall’altra parte per sempre.

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Perché il cambiamento climatico colpisce di più le donne?

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Siamo in un’ epoca nella quale uno degli uomini più potenti dell’industria del cinema è stato incarcerato per molestie contro le donne avvenute molte anni prima, grazie al movimento MeToo. Ma siamo anche in un’epoca in cui il salario medio maschile resta il 21% maggiore rispetto rispetto a quello femminile. Nel nuovo millennio, una ragazzina di 17 anni è diventata la rappresentante di una nuova rivoluzione mondiale. Nello stesso tempo, però, un’azienda simbolo dell’economia globale si è permessa di denigrarla impunemente con una vignetta intimante lo stupro. Ed è proprio per questi molti passi indietro, a fronte dei pochi avanti, che i cambiamenti climatici rappresentano sia una causa sia una conseguenza delle condizioni di vita innegabilmente peggiori delle donne rispetto a quelle degli uomini.

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Le donne e le catastrofi naturali

Come dice il titolo stesso del rapporto UNEP “Le donne nella prima linea del cambiamento climatico”, le persone di sesso femminile corrono maggiori rischi nell’affrontare i cambiamenti climatici rispetto agli uomini. Questo è stato riscontrato soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dove le donne hanno ben pochi diritti. Ma non solo.

Secondo il rapporto Oxfam sullo Tsunami del 2004, si legge che in Asia meridionale alle donne e alle ragazze viene impedito di imparare a nuotare per rispetto delle norme sociali che regolano i codici di abbigliamento. Questo ha ridotto notevolmente le loro possibilità di sopravvivenza in caso di inondazioni. Infatti, sempre secondo il rapporto, in Sri Lanka, India e Indonesia le donne sopravvissute allo Tsunami del 2004 sono state soltanto un terzo degli uomini.

L’economista Miriama Williams ha affermato poi come le donne, avendo solitamente un ruolo di maggiore responsabilità sui bambini e gli anziani, rischiano di rimanere indietro per badare, appunto, a loro. Per le donne incinte, poi, aumentano i disagi a causa della loro scarsa mobilità e della scivolosità dei terreni. Vi è di conseguenza una maggiore possibilità che le donne rimangano ferite o uccise, non tanto per una loro “debolezza” intrinseca, spesso vista erroneamente come causa principale della sofferenza femminile.

La vera causa è invece da ricercare a monte, ovvero in una mancanza di potere decisionale che può impedire loro di uscire di casa nonostante, per esempio, il sorgere livelli d’acqua, in attesa di un’autorità maschile che conceda loro il permesso. Oltre che la mancanza di una dovuta educazione nell’affrontare disagi di questo tipo.

Dopo la catastrofe, la catastrofe non finisce

Il pericolo per le donne non termina però con la fine di un disastro ambientale. Secondo l’ONU, l’80% degli sfollati delle catastrofi naturali sono donne. Anche qui vi sono varie cause. Innanzi tutto, le donne che vivono in una condizione sociale ed economica precaria hanno più difficoltà a risollevarsi dopo una catastrofe. Molto banalmente, se si ritrovano sole, non hanno soldi per ricostruire una casa o comprare un nuovo terreno. Spesso, quindi, sono costrette a prostituirsi, oppure ad affrettare matrimoni non voluti.

Per trovare degli esempi non serve allontanarsi dalla società occidentale. Dopo l’uragano Katrina che ha colpito l’America nel 2005, le donne afro-americane della Louisiana sono state le più colpite. Jacquelyn Litt, professore di studi sulle donne e sul genere alla Rutgers University, ha dichiarato alla BBC che “più della metà delle famiglie povere della città erano formate da madri single. Queste facevano affidamento a comunità interdipendenti per le risorse quotidiane. I dislocamenti provocati dall’uragano hanno eroso quelle reti, mettendo a grande rischio le donne e i loro bambini.

Ruolo primario, considerazione secondaria

Meno acqua, più violenze

Il paradosso per il quale le donne sono emarginate e sottovalutate nonostante ricoprano un ruolo di indiscussa importanza nella gestione delle risorse familiari, diventa un grave problema nei Paesi in via di sviluppo.

Nell’Africa rurale sono solitamente le donne a procurare acqua e legname. Il lago Ciad, che forniva questi beni primari ad almeno quattro nazioni, si è ormai quasi del tutto prosciugato. Le donne sono quindi costrette a cercare l’acqua in luoghi molto lontani dai villaggi. Questo le espone al rischio di violenze e uccisioni molto più frequentemente del solito. Per non parlare del problema delle latrine. La loro mancanza o precarietà per mancanza di acqua o perché distrutte continuamente da disastri naturali, porta le donne a preferire luoghi aperti, appartati e, quindi, lontano dalle abitazioni, il che preclude la loro sicurezza.

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Inquinamento di aria e acqua

La mancanza di latrine causano anche una contaminazione dell’aria e delle falde acquifere notevole. Le donne, che rimangono più spesso tra le mura domestiche e all’interno dei villaggi, sono molto più esposte a questo tipo di inquinamento. Ma non solo. Come si legge sul report “Gender, climate change and health” dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, in Bangladesh, nella regione orientale dell’India, la contaminazione da arsenico delle falde acquifere è molto alta. Le inondazioni intensificano il tasso di esposizione a questa sostanza da parte delle persone svantaggiate dal punto di vista socio economico, le quali sono spesso rappresentate dalle donne.

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Sempre nello stesso documento è riportato il problema delle acque stagnanti in conseguenza delle inondazioni. Il ristagno idrico incide gravemente sulla salute delle donne che sono costrette a bere l’acqua antigienica dei villaggi colpiti. Gli operatori sanitari locali hanno riferito che stanno aumentando anche i problemi ginecologici delle donne a causa di un uso non igienico dell’acqua.

Gli stessi problemi, sia chiaro, possono colpire anche gli uomini. Anche qui può giocare un ruolo funesto la retrograda mentalità per cui essi si sentono in dovere di dimostrare un eroismo e una mascolinità superiore rispetto alla controparte femminile. Bisogna dire, però, che gli uomini, però, si trovano spesso lontano dal nucleo familiare per cause lavorative e riescono quindi ad evitare questi disagi.

Piccole proprietarie terriere

Katharine Wilkinson è una delle autrici di Project Drawndown, un progetto che è stato definito “la risorsa leader mondiale per le soluzioni climatiche”. Durante un TED Talk, Katherine ha sollevato la questione delle donne quali principali coltivatrici del mondo. Esse, infatti, producono dal 60 all’80% della totalità del cibo prodotto nei Paesi a basso reddito. E molte volte lavorano terreni molto piccoli, di neanche cinque acri.

Il problema, però, è che le donne hanno minor accesso alle risorse, come ad esempio ai diritti sulla terra, ai capitali e crediti, a una formazione adeguata e, ovviamente, agli strumenti e alle tecnologie necessarie alla coltivazione. Di conseguenza, producono meno cibo rispetto agli uomini a fronte di una stessa quantità di terreno.

“Se colmiamo queste lacune – dice Katherine – potremmo ricavare il 20-30% in più di cibo dalle coltivazioni”. Ci sarebbe così meno deforestazione, e quindi un risparmio di almeno 2 miliardi di tonnellate di CO2 in 30 anni.

Educazione è emancipazione

Un altro punto importante toccato da Katherine è l’educazione femminile. Nel mondo, 130 milioni di ragazze non hanno accesso al sistema scolastico. Questo comporta enormi conseguenze negative. Si può dire, anzi, che è probabilmente una delle cause principali per cui l’emancipazione femminile è ancora un problema molto diffuso a livello globale.

In primo luogo, come abbiamo visto, le donne hanno spesso un ruolo importante nel nucleo familiare. Dovrebbero quindi essere le prime a ricevere le nozioni di base su, per esempio, cosa sia un tifone e come comportarsi in casi simili.

L’educazione, poi, aumenta le probabilità che una donna raggiunga una stabilità finanziaria e che quindi sia in grado di affrontare i cambiamenti climatici con più resilienza. Sarebbero in grado di sostentarsi anche in caso di perdita della casa o del terreno, senza dipendere dagli uomini o essere condannate alla miseria.

Potrebbero, poi, aumentare le fila di esperti e scienziati che ogni giorno lavorano per trovare soluzioni al problema del cambiamento climatico. Tendenzialmente, inoltre, le donne che intraprendono un percorso scolastico tendono a sposarsi più tardi e, quindi, ad avere meno figli.

Conseguenza, questa, anche di un’ educazione sessuale approfondita, che dovrebbe informare sulla contraccezione e la profilassi dalle possibili malattie veneree. Se vi fosse un maggiore controllo delle nascite, infatti, in 30 anni vi sarebbero un miliardo di persone in meno. Di conseguenza, sarebbero emesse 120 miliardi di tonnellate di CO2 in meno, altrimenti generate per soddisfare i bisogni di una popolazione in aumento.

Non è, però, soltanto una questione demografica. Una donna educata (scolasticamente) è più consapevole delle sue possibilità, del suo valore e della sua dignità. Si sente quindi libera di scegliere e di gestire il proprio corpo e le proprie risorse come meglio crede. Una donna può e deve generare figli esclusivamente per una scelta personale e non perché “capita”, o peggio, perché è ciò che la società si aspetta da lei. Anche qui, non serve arrivare all’Africa sub-sahariana. Negli Stati Uniti, il 45% delle nascite sono indesiderate.

Non vittime, ma risorse

Questo articolo non vuole però far passare le donne come vittime. Anzi. Spesso, proprio a causa del ruolo che ricoprono all’interno del nucleo familiare, hanno una maggiore conoscenza del loro ambiente e delle risorse rispetto alla controparte maschile. Se queste nozioni venissero unite a quelle degli uomini, non potrebbe che giovare alla resilienza dell’umanità ai cambiamenti climatici. Per questo e per il fatto che ad oggi la rappresentanza media delle donne negli organismi internazionali sul clima è inferiore al 30%, sono stati presi alcuni provvedimenti.

Per esempio, è stato inserito un Gender Focal Point che chiede a tutti i Paesi membri delle Nazioni Unite di dichiarare i loro progressi sul gender gap all’interno dei loro confini.

Inoltre, nel 2017 la Commissione Europea ha pubblicato una call for proposals che ha messo a disposizione 20 milioni di euro per progetti di imprenditorialità femminile nel settore dell’energia sostenibile nei paesi in via di sviluppo.

Non è certo abbastanza, e molto di più può essere fatto in nome delle donne. Quello che non smetteremo mai di ripetere e che è anche il motivo che ci ha spinto a creare il nostro sito, è di attuare nel nostro piccolo il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo, rispettando le donne, i loro diritti e la loro dignità nella nostra vita di tutti i giorni.

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Il Super-Tuesday in America. La corsa a due e l’alternativa Trump

I risultati del Super-Tuesday non sono ancora completi ma già si conoscono i nomi dei due grandi vincitori: Joe Biden e Bernie Sanders. Fuori gioco Mike Bloomberg, che si aggiudica solamente il territorio delle Samoa, nonostante l’immenso capitale investito in campagna elettorale nelle ultime settimane. Altrettanto negativi i risultati di Elizabeth Warren, che ha perso nel suo stesso stato, il Massachusetts. Pete Buttigieg, dopo il sorprendente risultato in Iowa, si è ritirato pochi giorni fa per gli scarsi risultati ottenuti negli altri stati. A prescindere da chi sarà il vincitore, il fronte democratico sembra essere unito nella lotta al cambiamento climatico, mentre l’alternativa Trump non arresta le politiche anti-ambientali. I prossimi mesi e i prossimi quattro anni saranno decisivi per il clima.

I risultati del Super-Tuesday

Le stime sono ancora parziali, mancano ancora i risultati del Maine, ma sembrerebbe che il Super-Tuesday ha ridotto la corsa per la Casa Bianca sul fronte democratico a soli due contendenti. Joe Biden ha incassato il miglior risultato, soprattutto rispetto alle previsioni. L’ex vice di Obama si è aggiudicato Alabama, Arkansas, Carolina del Nord, Massachusetts, Minnesota, Oklahoma, Tennessee, Texas e Virginia. Bernie Sanders ha vinto nel suo Vermont, in Colorado, in Utah e soprattutto in California. Ricordiamo infatti che non contano il numero di stati vinti, poiché ogni stato ha un numero di delegati in proporzione alle proprie dimensioni.

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La crisi climatica in California

La California, per esempio, è uno stato chiave per il più alto numero di delegati in palio (415). È uno stato chiave anche per la crisi climatica: i sondaggi degli scorsi mesi hanno constatato che la questione climatica fosse la priorità assoluta nel voto alle primarie democratiche. I cittadini californiani dunque, hanno orientato la loro scelta verso il candidato che ha maggiormente posto l’attenzione su questa tematica, Bernie Sanders. In California non si può più parlare degli effetti che il riscaldamento globale porterà fra venti o trent’anni, poiché nell’attualità avvengono fenomeni eccezionali che testimoniano come il cambiamento climatico sia già una realtà innegabile. Soprattutto gli incendi, sempre più prolungati e sempre più potenti a causa dell’estrema siccità, hanno messo a dura prova lo stato della West Coast: dal 2017, le fiamme inarrestabili hanno ucciso 150 persone e distrutto più di 35000 strutture.

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I piani di Biden e Sanders per l’ambiente

Per questo, i candidati democratici hanno dato grande attenzione allo stato della California. Tutti loro hanno promesso di fermare le operazioni di ricerca di energie fossili sul territorio californiano per abbattere drasticamente le emissioni. Nel concreto, Joe Biden ha focalizzato la sua attenzione sul sovrappopolamento urbano. Il suo piano prevede delle modifiche per rallentare l’espansione urbana e favorire la collaborazione con le agenzie assicurative, al fine di tutelare quelle famiglie che vivono nelle aree a rischio incendi. Il piano specifico di Sanders per la California prevede invece la rinazionalizzazione dei gestori di acqua ed energia, forti incentivi per l’acquisto di veicoli elettrici e 18 miliardi di investimento per rafforzare il corpo antincendio.

Come già segnalato dal nostro blog, in linea generale il piano climatico di Joe Biden è molto meno ambizioso di quello del suo competitor, con un investimento di 5 trillioni di dollari a fronte dei 16.3 previsti da Bernie Sanders. Biden prevede una transizione pluridecennale, con il raggiungimento del target zero-emissioni nel 2050. Egli ritiene irrealistico poter fermare le attività di fracking nell’immediato. Sanders invece punta alla piena decarbonizzazione degli Stati Uniti entro il 2030, con il 100% delle energie provenienti dalle fonti rinnovabili.

Il Super-Tuesday è solo l’inizio. La vera sfida sarà a novembre

D’altra parte, bisogna tenere a mente che la competizione in corso, di cui il Super-Tuesday rappresenta l’evento cardine, è solo la prima fase di quella che sarà la vera corsa alla Casa Bianca a novembre 2020. Per quanto si possano sottolineare le differenze dei piani promossi dai candidati, il fronte democratico sembra perlomeno unanime sul fatto che esista una crisi climatica e che sia necessario implementare coraggiose riforme di transizione ed adattamento. Ricordiamo che Joe Biden, assieme al presidente Barack Obama, promosse nel 2009 il Recovery Act, che conteneva il più grande investimento nelle energie pulite mai avvenuto nella storia degli Stati Uniti.

La controparte repubblicana, invece, continua a ignorare la crisi climatica. Anzi, ad aumentarla. A dicembre, l’amministrazione Trump ha approvato nuove esplorazioni per le trivellazioni petrolifere in California. Una mossa che si inserisce in un piano ormai consolidato, dove le compagnie di estrazione vengono favorite enormemente, con affitti a tassi agevolati ed incentivi per nuove estrazioni. Lo stesso stato della California è passato alle vie legali contro l’amministrazione centrale. Allo stesso modo, Trump ha favorito nuove estrazioni in Utah, nei parchi protetti di Grand Staircase-Escalante e Bear Ears.

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L’importanza dei prossimi quattro anni

I prossimi mesi saranno quindi molto importanti, perché sveleranno il nome ufficiale della candidatura democratica. Altrettanto cruciali sono i prossimi quattro anni, dato che gli scienziati hanno ridotto ad otto anni l’arco temporale in cui finirebbe il bugdet di carbonio per rimanere sotto un innalzamento di 1.5 gradi. Con un rinnovo dell’amministrazione Trump, questo limite non potrebbe che essere anticipato ulteriormente. Con un’amministrazione democratica, specialmente se fortemente ambiziosa sul fronte ambientale, si potrebbe arginare la crisi climatica e trasformare la società in chiave ecologica. Per l’ennesima volta, ricordiamo che gli Stati Uniti sono il primo paese al mondo per emissioni storiche e pro-capite. A ragion veduta, gli occhi del mondo sono puntati sull’America.

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