C’è un saggio dello psicologo ed economista norvegese Per Espen Stoknes che ha un titolo che sembra uno scioglilingua. Si chiama What We Think About When We Try Not to Think About Global Warming. È interessante (non per lo scioglilingua), perché contiene numerose ricerche sulle barriere cognitive che offuscano la nostra mente quando dobbiamo considerare la pericolosità del riscaldamento globale.
La prima barriera menzionata è la distanza. Il cambiamento climatico è spesso percepito come qualcosa di ancora lontano; lontano in senso spaziale (succede altrove, non dove vivo io), temporale (avrà effetti significativi solo in futuro) e sociale (riguarda persone diverse, più povere). Ecco, questa distanza non esiste, è un meccanismo erroneo del nostro cervello. Una di quelle barriere che non ci permettono di percepire la minaccia a cui siamo sottoposti.
Questo vale anche per noi, che viviamo in Italia, e che pensiamo che la crisi climatica sia avvertita solamente in remoti atolli del Pacifico. Ce lo dimostra il nuovo rapporto dell’Osservatorio CittàClima di Legambiente.
Escalation di eventi metereologici estremi
Sta crescendo, di anno in anno, il numero degli eventi metereologici estremi e dei comuni colpiti in Italia. Dal 2010 al 1 novembre 2021 sono stati registrati 1.118 eventi estremi sulla mappa de rischio climatico, 133 solo nell’ultimo anno, con un 17,2% in più rispetto alla passata edizione del rapporto. Per eventi estremi si intende fenomeni come allagamenti da piogge intense, stop alle infrastrutture, trombe d’aria, esondazioni fluviali, prolungati periodi di siccità, temperature estreme, grandinate, frane e danni al patrimonio storico.
I comuni colpiti sono stati 602 (95 in più rispetto allo scorso anno, quasi +18%), e le vittime 261. La città più colpita è Roma dove si sono verificati 56 eventi, di cui ben oltre la metà hanno riguardato allagamenti a seguito di piogge intense. Subito dopo Bari con 41 eventi, principalmente allagamenti da piogge intense (20) e danni da trombe d’aria (18). Infine Milano con 30 eventi totali.
Le aree più colpite da alluvioni, trombe d’aria e ondate di calore sono 14. Si tratta di grandi aree urbane e di territori costieri: a città come Roma, Bari, Milano, Genova e Palermo, vanno aggiunti la costa romagnola e a Nord delle Marche (42 casi), la Sicilia orientale e la costa agrigentina (38 e 37 eventi estremi), l’area metropolitana di Napoli (31 eventi estremi), il Ponente ligure e la provincia di Cuneo, con 28 casi in tutto, il Salento, con 18 eventi, la costa Nord Toscana (17), il Nord della Sardegna (12) e il Sud dell’isola con 9 casi.
Mancata prevenzione
Secondo i dati della Protezione Civile, ogni anno spendiamo 1,55 miliardi per la gestione di queste emergenze. Ma, cosa più allarmante, il rapporto tra spese per la prevenzione e quelle per riparare i danni è di 1 a 5. Legambiente rileva che “si tratta di un quadro complesso, quello del nostro Paese, di rischi e impatti in corso, in cui da decenni si continua a spendere un’enorme quantità di risorse economiche per rincorrere i danni provocati da alluvioni, piogge e frane, a fronte di poche risorse spese per la prevenzione”.
I motivi
Perché gli eventi estremi stanno aumentando anche da noi? Non è una domanda semplice, ma iniziamo col dire che, a causa del riscaldamento globale, il clima mediterraneo si sta estremizzando sempre più.
Lo spiega il climatologo Antonello Pasini su Linkiesta: «Il riscaldamento globale di origine antropica sta facendo estendere verso nord la circolazione equatoriale e tropicale. In questo modo siamo sempre più colpiti dai caldissimi anticicloni africani, invece di essere sotto la protezione del più mite anticiclone delle Azzorre. Quando poi gli anticicloni africani si ritirano sul Sahara lasciano un territorio e soprattutto un mare molto caldo che, quando scendono correnti da nord o nord-ovest più fredde o anche solo più fresche, creano un contrasto termico molto forte e forniscono vapore acqueo ed energia dal basso ai sistemi atmosferici, rendendoli più violenti ed estremi».
Al cambiamento climatico, poi, vanno aggiunte le caratteristiche del nostro territorio. «Per calcolare il rischio da eventi estremi e dunque i danni vanno considerate anche la vulnerabilità del territorio e l’esposizione dei nostri beni e delle nostre persone – continua Pasini – Anche in questo caso in Italia non siamo messi bene, perché i territori, spesso a causa di un’antropizzazione esagerata, sono molto fragili, soprattutto all’arrivo di piogge violente che non hanno la possibilità di essere assorbite ma defluiscono in superficie, facendo diventare le strade dei fiumi in piena. Spesso, inoltre, ci esponiamo in zone dove non dovremmo, magari impegnandoci in abusi che ci si ritorcono contro».
Cosa fare?
Il rapporto di Legambiente si chiude con quattro priorità che il nostro paese dovrebbe tenere in conto per aumentare la resilienza e ridurre la vulnerabilità del territorio ai cambiamenti climatici. In primis, l’approvazione del Piano di adattamento ai cambiamenti climatici. Il nostro paese ancora non ne dispone uno, è fermo in attesa di approvazione dal 2018. A differenza di altri 23 paesi europei, l’Italia è l’unico a non disporre di un Piano nazionale di adattamento.
Tale mancanza può avere un notevole impattato nella programmazione delle risorse di Next Generation UE. Si tratta infatti di un documento necessario, secondo l’associazione ambientalista, per arrivare preparati alla fine del 2022, quando sarà possibile rivedere gli interventi previsti dal Recovery Plan, pianificando specifici progetti nelle aree urbane e territoriali più a rischio.
Altra priorità è la necessità di prevedere un programma di finanziamento e intervento per le 14 aree del Paese più colpite. Il “Programma sperimentale di interventi per l’adattamento ai cambiamenti climatici in ambito urbano” del Ministero della transizione ecologica è un primo passo, ma occorre farne altri. Come, ad esempio, individuare le aree urbane più critiche e introdurre un fondo pluriennale che permetta alle città la programmazione degli interventi più urgenti.
Inoltre, è importante rafforzare il ruolo delle Autorità di Distretto e dei Comuni negli interventi contro il dissesto idrogeologico. E infine bisogna mettere la sicurezza delle persone al primo posto, rivedendo le norme urbanistiche: nonostante l’aumento degli eventi estremi, si continua a costruire in aree a rischio idrogeologico, ad intubare corsi d’acqua, a portare avanti interventi che mettono a rischio vite umane durante piogge estreme e ondate di calore.
Domenica pomeriggio, l’uragano Ida ha toccato terra negli Stati Uniti. Nel momento in cui scrivo, il suo passaggio ha lasciato in Louisiana quasi un milione di persone senza elettricità e ha provocato almeno sei morti. Il National Hurricane Center (NHC) lo ha classificato di categoria 4, definendolo “estremamente pericoloso”. “Possiamo dire che questo sarà uno degli uragani più forti a colpire la Louisiana, almeno dal 1850”, ha detto pochi giorni fa il governatore John Bel Edwards.
La quantità di danni che eventi meteorologici estremi come questo potrebbero causare, insieme ai vari record raggiunti nella stagione degli uragani dell’anno passato, hanno portato molte persone a chiedersi se esista un legame tra uragani e riscaldamento globale. Bisogna fare una premessa: non è una questione facile, sul tema ci sono opinioni contrastanti.
Prima di proseguire, però, bisogna fare alcune precisazioni.
Un paio di cose da sapere sugli uragani
Per prima cosa, che cos’è un uragano? Un uragano è una grande tempesta che si forma al di sopra delle acque tropicali o subtropicali dell’Atlantico. Spesso abbiamo sentito parlare anche di tifoni, ma sono la stessa cosa? Non esattamente. Gli uragani si differenziano dai tifoni per una semplice ragione: il luogo in cui avvengono. Nell’Atlantico si usa il termine uragano, mentre nel Pacifico si usa quello di tifone.
Le condizioni ideali per la loro formazione sono tre:
bassa pressione
acqua calda
umidità atmosderica
Con questi ingredienti durante la stagione estiva (solitamente tra giugno e novembre) possono crearsi delle tempeste simili a torri di vento che ruotano ad alta velocità su se stesse. Se queste torri non sono rallentate da venti laterali o dalla terraferma continuano a crescere indisturbate.
L’intensità di una tempesta si misura in base alla cosiddetta scala di velocità del vento Saffir-Simpson, che va da uno a cinque. Quando una tempesta arriva al terzo punto della scala è classificato come uragano grave, con venti di almeno 178 chilometri all’ora e una forza sufficiente a danneggiare abitazioni e sradicare degli alberi. Le tempeste di categoria quattro con velocità fino a 252 chilometri orari, come l’uragano Ida che sta colpendo la Louisiana, possono radere al suolo degli abitati, provocare una diffusa mancanza di elettricità e determinare molte morti.
Il riscaldamento globale influenza gli uragani?
Gli uragani sono fenomeni complessi. Il dibattito tra gli scienziati sull’ipotesi che il riscaldamento globale possa giocare un ruolo importante nella formazione degli uragani prosegue ormai da anni. Sono stati prodotti numerosi studi scientifici, alcuni anche in contrasto tra di loro.
Ora, benché non è ancora arrivata una risposta definitiva, esiste però un ampio consenso su una cosa: il riscaldamento globale sta cambiando le tempeste.
Sulla base dei dati raccolti fino ad ora, i ricercatori concordano che, a causa del riscaldamento globale, gli uragani stanno aumentando la loro intensità, ma non necessariamente la loro frequenza (il numero complessivo è rimasto più o meno lo stesso negli ultimi decenni). Tutto ciò significa che in futuro le tempeste avranno determinate caratteristiche. Vediamo quali sono.
1 Venti più forti
Come abbiamo visto, uno dei fattori per la formazione di uragani è la temperatura dell’acqua. Acqua più calda significa più energia per alimentare le tempeste. In un report del 2013, gli esperti dello Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) sostenevano di essere “virtualmente certi” che ci sia stato un “aumento di frequenza e intensità dei cicloni tropicali più forti, nell’Atlantico settentrionale, a partire dagli anni Settanta”.
È stato calcolato che a ogni grado di aumento della temperatura media dovuto al riscaldamento globale i venti si rafforzano di circa 8 chilometri orari. E con venti più forti si avranno anche danni maggiori, tra cui linee elettriche abbattute, tetti danneggiati e peggiori inondazioni costiere.
2 Più pioggia
Dal punto di vista fisico, esiste un legame tra aumento della temperatura e aumento delle precipitazioni. Per semplificare, con l’aumento delle temperature, aumenta anche la quantità di acqua che evapora dagli oceani, che a sua volta porta a una maggiore formazione di nubi e quindi a un aumento delle precipitazioni.
Ciò significa che possiamo aspettarci che le future tempeste generino maggiori quantità di pioggia. Si calcola che per ogni grado Celsius di riscaldamento atmosferico, l’aria potrà trattenere circa il 7% in più di acqua. Se a ciò si aggiunge l’innalzamento del livello del mare, uragani che scaricano più acqua renderanno più probabili inondazioni nelle aree costiere.
I ricercatori non sanno ancora bene il motivo, ma negli ultimi anni hanno osservato che le tempeste si muovono più lentamente. Alcuni dicono che potrebbe essere in parte responsabile un rallentamento della circolazione atmosferica globale, o dei venti globali.
Il passaggio lento delle tempeste fa sì che le piogge restino intense e battenti per lunghi periodi a livello locale. E questo non fa che peggiorare le cose. Per spiegarlo bene gli scienziati hanno usato una metafora: cioè che succede con tempeste più lente è come quando si cammina in un cortile e si spruzza con un tubo acqua sul terreno. Se si cammina velocemente, l’acqua non avrà la possibilità di formare una pozza. Ma se si cammina lentamente, si creeranno delle grosse pozzanghere.
4 Tempeste più estese
L’aumento del calore intorno ai tropici implica anche l’estendersi dell’area in cui gli uragani potranno svilupparsi, il che produrrà gravi tempeste in territori più settentrionali rispetto al passato.
Nel Pacifico questa mutazione fa sì che il punto focale dei tifoni si stia spostando dalle Filippine verso il Giappone. Nell’Atlantico, i ricercatori stanno cercando di appurare se i cambiamenti climatici contribuiranno a modificare l’itinerario degli uragani al punto da spingere in futuro alcuni di essi verso il RegnoUnito.
5 Tempeste più volatili
Le tempeste, inoltre, si intensificano in modo sempre più veloce. Ad esempio, l’uragano Delta dell’ottobre 2020 è stata la tempesta che più rapidamente è passata da depressione tropicale a uragano di categoria 4. Ha effettuato questatransizione in sole 36 ore. Secondo una recente ricerca pubblicata su Nature, la proporzione di tempeste tropicali che si sono rapidamente trasformate in potenti uragani è triplicata negli ultimi trent’anni.
Infine, le conclusioni riportate sono un buon punto di partenza per dire che il riscaldamento globale produce conseguenze anche sugli uragani. Nei prossimi anni, grazie allo sviluppo delle attrezzature tecnologiche, potremo sicuramente conoscere molte più cose su questi fenomeni meteorologici così complessi.
E se fossimo costretti a emigrare, in cerca di un clima più favorevole? Le migrazioni interne sembrano un problema lontano, ma secondo le proiezioni del CMCC è una realtà molto vicina, specialmente per le due penisole mediterranee
Grecia e Italia sono solitamente percepite come terre di immigrazione da altri Paesi, specie per le migliaia di chilometri di costa di cui dispongono. Ma se, a emigrare a causa dei cambiamenti climatici, anche solo internamente, dovessero essere le popolazioni di questi due Stati? La differenza tra percezione e realtà si sta allargando. Così, alcuni dati di uno studio della Banca Europea per gli Investimenti (BEI) contrastano con le proiezioni del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), un’istituzione di ricerca scientifica, che si impegna a informare e favorire il dialogo tra scienziati, decisori politici e opinione pubblica.
Il sondaggio BEI
Partiamo dalla percezione. Immaginate di rispondere a un sondaggio, in cui si pone la domanda: “Quali di questi eventi estremi ti preoccupa di più?”. Tra le opzioni, anche l’innalzamento dei mari e la scarsità d’acqua. Per il campione di 2000 persone preso in considerazione per Paese, solo il 20% degli italiani e il 13% dei greci ha dichiarato di essere intimorito dalle inondazioni costiere. Per quanto riguarda la siccità, i numeri non si discostano di molto: 22% per i primi, 27% per i secondi.
Ora, un altro quesito: “Pensi che nel futuro ti dovrai spostare?”, sempre in relazione al mutamento delle condizioni climatiche. Si dovrà cambiare città o traslocare nell’entroterra, a causa di circostanze avverse? 3/4 degli intervistati italiani hanno risposto negativamente, come il 56% degli ellenici. Nei due casi, più della metà è convinta di poter rimanere nel luogo in cui risiede al momento.
Le proiezioni CMCC sulle migrazioni interne e gli eventi acquatici estremi
La percezione, però, è lontana dalla realtà. Pur non essendoci proiezioni precise su cosa accadrà nei prossimi anni, i segni di un cambiamento dell’ecosistema sono già attuali. Come tali, dovrebbero metterci in allerta. Lo studio del Centro Euro-Mediterraneo ha sottolineato, riprendendo le ricerche del Panel Internazionale sui Cambiamenti Climatici (IPCC), che il riscaldamento, l’acidificazione delle acque e l’erosione costiera concorrono ad aumentare i rischi di inondazioni ed eventi estremi -come i Medicane, gli uragani mediterranei – per le comunità che vivono affacciate al mare.
Come indica in modo preciso, per quanto riguarda il Mediterraneo, “le anomalie della temperatura superficiale del mare indicano un aumento di circa 1,2°C su base annuale. […] In particolare, l’aumento maggiore rispetto al periodo di riferimento delle temperature invernali e primaverili si ha per il bacino Adriatico, con valori compresi tra 1,5°C e 2°C.” Nel periodo estivo, si hanno anomalie più alte e diffuse nel mar Tirreno, con un innalzamento di circa 1,5°C, nello Ionio e nell’Alto Adriatico.
Ma le temperature cosa c’entrano con l’innalzamento del mare? Molto. I valori attesi per il mare Adriatico sono di +7, e +8 centimetri per il Tirreno, con dei picchi nelle stagioni primaverile e autunnale.
Adattamento e mitigazioni diventano parole chiave, per reagire a una situazione di rischio notevole, visto che tutte le aree costiere italiane saranno caratterizzate da un aumento di temperature rispetto al periodo 1981-2010. Sempre tenendo conto di questo arco temporale, anche l’innalzamento del mare per il 2021-2050 si attesta sopra i 7 centimetri per il bacino del mar Adriatico e del Mar Ionio, fino a un massimo di 9 nel Mar Tirreno e nel Mar Mediterraneo Centrale e Occidentale. È tempo di far combaciare percezione e realtà, prima di dover riempire le valigie.
La rivista scientifica internazionale e non-profit chiamata Cryospheresi dedica alla divulgazione e discussione di argomenti ben specifici. Il focus è su tutti gli aspetti relativi all’acqua e al suolo congelati sulla Terra e in altri corpi planetari. Lo fa tramite articoli di ricerca, comunicazioni brevi e papers tecnici. Di recente, ha pubblicato i risultati della ricerca su un modello dell’università della Northumbria. I ricercatori, guidati da Sebastian Rosier, hanno riportato risultati allarmanti per quanto concerne lo scioglimento dei ghiacciai.
È una conferma che avremmo gradito non avere. I satelliti ci avevano già mandato osservazioni e segnali che facevano ipotizzare il peggio, eppure è grazie a questo modello che possiamo ora affermarlo. Lo scioglimento dei ghiacciai Pine Island e Thwaites ha raggiunto il punto di non ritorno. Parliamo di due tra i maggiori ghiacciai antartici. Il loro dissolvimento in acqua, unito a quello dei ghiacci nella regione sia inarrestabile e irreversibile. Qualora il modello avesse ragione, com’è ahinoi probabile, l’operazione porterebbe al collasso dell’intera piattaforma glaciale dell’Antartide occidentale. Significa che il livello dei mari si innalzerebbe in media di oltre tre metri, tanto è il ghiaccio contenuto da queste parti.
Massimo Frezzotti insegna geografia fisica a Roma Tre ed è ricercatore per ENEA (Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, Energia e Sviluppo Economico Sostenibile), egli ha spiegato così ad ANSA che cosa significhi questa ricerca. “Pine Island e Thwaites sono sotto osservazione da parecchi anni. Finora i modelli glaciologici non erano riusciti a riprodurre i dati emersi con le osservazioni satellitari. Gli indicatori di allerta ricavati dalle osservazioni sono stati riprodotti in questo modello, che conferma come le soglie limite siano già superate. Ciò per via dell’ingresso di acque calde dall’oceano.”
“La temperatura delle acque in Antartide è di -2 gradi ma ora stanno entrando acque di 2 o 3 gradi, con grande temperatura di fusione. Dovunque i ghiacciai si stanno ritirando al contatto tra ghiaccio e oceano. Il motivo sono proprio queste acque calde.” Aggiunge Frezzotti. C’è dunque attendibilità per questa ricerca il cui risultato ci fa arrabbiare. Stando così le cose, sembrerebbe che non abbia più senso domandarci se davvero avverrà lo scioglimento dei ghiacciai, bensì dobbiamo chiederci quando.
Alla radice del problema
Sono ormai passati decenni da quando abbiamo cominciato a studiare il preoccupante fenomeno dello scioglimento dei ghiacciai. La comunità scientifica si è concentrata su questo avvenimento da quando la riduzione della cortina gelata ai Poli si è resa più rapide ed evidente. Erano gli anni ’70 e già cominciavamo a capire che qualcosa non stava andando proprio nel verso giusto. Da 50 anni a questa parte tale alterazione ambientale non è più ravvisabile soltanto all’Artico oppure in Antartide. Basta infatti prendere in esame i vasti ghiacciai montani disseminati in tutto il mondo per vedere di quanto si stia riducendo la loro superficie. Ad oggi possiamo contare 15 milioni di chilometri quadrati ricoperti da ghiaccio sul nostro Pianeta. Parliamo del 69% delle risorse d’acqua dolce del globo.
È allarmante come, dalla seconda metà del ‘900, la quota di ghiacciai persa ogni anno sia aumentata a velocità sempre maggiore. La NASA, tramite le sue sofisticate rilevazioni, ci dice che ogni 12 mesi perdiamo qualcosa come 300 miliardi di tonnellate di ghiaccio al Polo Nord. Al Polo Sud, invece, rinunciamo a 130 miliardi di tonnellate ogni volta che cambiamo il calendario sulla parete. Per quanto concerne le vette montane, sono 35 i miliardi di tonnellate di ghiaccio che scompaiono annualmente. Questi dati sono in continuo peggioramento. Nel 2019 abbiamo raggiunto un massimo negativo: soltanto 3,82 milioni di chilometri quadrati sono rimasti congelati nell’Artico. È davvero molto poco.
Le cause dello scioglimento dei ghiacciai
A cosa dobbiamo tutto ciò? Le cause del disgelo sono principalmente quattro. Innanzitutto lo scioglimento dei ghiacciai si deve alla produzione di anidride carbonica dovuta alle attività umane: trasporti, allevamento, realtà industriali… che, come se non bastasse, è accompagnata da una continua deforestazione dei polmoni verdi mondiali. Questi sarebbero infatti in grado di imprigionare parte di questa CO2. Contribuiscono in maniera decisa al surriscaldamento anche i combustibili fossili, ancora troppo largamente impiegati nel settore energetico. Da questi fattori deriva la quarta causa scatenante, la principale di tutte: l’inarrestabile innalzamento delle temperature globali. È stato stimato che la media mondiale sia cresciuta di un grado dal 1800 a oggi. L’aumento potrebbe raggiungere gli 1,5 o addirittura i 2 gradi in più entro il 2050.
Effetti e conseguenze
Quel che lo scioglimento dei ghiacciai può comportare è disastroso per il Pianeta, inutile usare mezzi termini. L’ecosistema nel suo complesso corre il rischio di andare incontro ad effetti distruttivi. Ovviamente, all’interno dell’ecosistema viviamo anche noi uomini e tutti gli altri animali. Alcuni habitat naturali stanno già subendo le conseguenze del cambiamento e numerosi rappresentanti della flora e della fauna mondiale stanno scomparendo a causa di questi stravolgimenti.
Il primo effetto che potrebbe derivarne è l’innalzamento del livello dei mari. L’università inglese di Bristol portò avanti uno studio, nel 2018, rivelando come lo scioglimento completo dei ghiacciai in Antartide porterebbe a 58 centimetri in più per l’intera massa idrica globale. Si tratta ovviamente di una media, alcune aree sarebbero più a contatto con questo problema di altre. In Groenlandia, ove troviamo una delle masse ghiacciate più estese al mondo, la superficie dell’oceano potrebbe far registrare un pressoché ingestibile +7,4 metri. All’innalzamento dovuto a questo dissolvimento dobbiamo aggiungere i circa 41 centimetri di acqua in più che si dovrebbero allo scioglimento delle calotte montane.
In seguito a questo fenomeno, numerose tra le città situate su coste o lagune finirebbero sommerse, come ad esempio Venezia o Miami.
Business Insider ci mostra cosa attenderebbe l’Europa in caso di scioglimento completo dei ghiacciai.
Stravolgimenti e riduzione della biodiversità
Una massa liquida più voluminosa non potrebbe che causare grossi stravolgimenti all’ambiente marino. Pensiamo ad esempio a quali modifiche potrebbero riguardare tutte le principali correnti cicloniche, dalle quali dipende il benessere di intere comunità. Le aree più a Nord del mondo potrebbero iniziare processi di tropicalizzazione, quelle a ridosso dell’Equatore andare incontro a desertificazione e l’intero Pianeta sarebbe sempre più frequentemente vittima di uragani, trombe d’aria e incendi.
Non sottovalutiamo poi l’importanza dell’albedo terrestre. La superficie candida di neve e ghiaccio riflette instancabile le radiazioni solari, contribuendo in prima persona alla stabilità delle temperature sulla Terra. Più questa porzione si ridurrà più energia sarà assorbita dal terreno, il quale, naturalmente, non potrà che rilasciarla sotto forma di calore. In tal modo, il surriscaldamento globale si farà un problema ancor più serio. Se dunque i mari saranno più alti e le temperature più elevate, che cosa accadrà agli esseri viventi che abitano il nostro ecosistema al suo stato attuale? Le specie tropicali potrebbero migrare verso nord, per ritrovare a latitudini desuete il clima più adatto alla loro vita, sostituendo completamente le popolazioni autoctone. Per i vegetali, i quali ovviamente non si muovono, le conseguenze potrebbero essere ben peggiori. Intere popolazioni di funghi correranno il rischio estinzione a causa del caldo che le soffocherà.
Gli orsi polari sono tra le specie più minacciate dal surriscaldamento globale. Foto di emmastout da Pixabay
Strettamente legata alla perdita di biodiversità è l’alterazione della catena alimentare la quale non potrà che coinvolgerci tutti. Sempre più specie, incapaci di nutrirsi come sapevano, andranno incontro alla riduzione del numero di esemplari. Messo a sistema, ciò significherà maggiore difficoltà a nutrirsi anche per l’essere umano, il quale ha già seri problemi a produrre il cibo necessario ad una popolazione sempre maggiore. Tutto è collegato.
Scioglimento dei ghiacciai: i più minacciati
Sono numerose le specie animali che già oggi cominciano ad accusare problemi di sopravvivenza legati agli effetti del cambiamento climatico. Anche alcune comunità umane, principalmente quelle residenti negli atolli circondati dall’Oceano Pacifico, lamentano problemi di alluvioni, inondazioni e incendi. Pensiamo soltanto a cosa avvenne in Australia, tra il 2019 e il 2020. Si stima che quei roghi innalzarono le temperature di almeno 1 grado grazie alla continua e ininterrotta emissione di nero di carbonio, il famigerato black carbon. Si tratta di un pigmento prodotto dalla combustione incompleta di prodotti petroliferi pesanti quali catrame di carbone fossile, grassi e oli vegetali.
Vi sono due popolazioni animali particolarmente sensibili al surriscaldamento globale, le quali sono particolarmente minacciate dall’innalzamento delle temperature: tartarughe e orsi polari. Questi ultimi faticano sempre più a trovare prede di cui nutrirsi. Restano dunque digiuni per diverse settimane e costretti a intraprendere a volte anche vere e proprie migrazioni per raggiungere acque pescose. Ciò comporta un dispendio energetico enorme ed è il motivo per il quale sempre più sovente vediamo orsi polari magri e affaticati nei documentari televisivi.
Per quanto riguarda le tartarughe, invece, esse soffrono particolarmente il mutamento del loro habitat naturale dovuto all’innalzamento delle temperature. Questi esemplari devono spingersi sempre più a nord per depositare le loro uova, trovandosi a dover competere con predatori spesso sconosciuti. Si verifica inoltre un problema nella distribuzione dei generi. Il sesso delle tartarughe neonate si deve infatti principalmente alla temperatura nella quale viene lasciata la covata. Da uova messe a riposo con meno di 27 gradi usciranno principalmente maschi mentre da uova lasciate a oltre 30 gradi nasceranno soprattutto femmine. Si corre così il rischio che gli esemplari femminili saranno sempre più numerosi e, dunque, incapaci di trovare un partner per la fecondazione. Lo scioglimento dei ghiacciai è una bomba a orologeria vicinissima al doppio zero; dobbiamo fare qualcosa per ritardarne – se non proprio evitarne, come sarebbe ideale – l’esplosione.
Lo scioglimento dei ghiacciai come bomba ad orologeria: il video di Fanpage dimostra quanto esso sia legato al surriscaldamento globale.
Cosa possiamo fare per arginare lo scioglimento dei ghiacciai?
Questa grave minaccia che incombe su di noi come una spada di Damocle può essere arginata? Qualora ciascuno di noi inizi in maniera seria, da oggi, a operare scelte quotidiane volte a contrastare questa crisi, siamo ancora in tempo per rallentare questo fenomeno. Devono muoversi con impegno e concretezza i governi, i quali devono implementare misure per evitare una crescita troppo incontrollata delle temperature, e devono farlo presto. Già rispettare davvero gli accordi di Parigi del 2015 sarebbe un ottimo primo passo nella giusta direzione, sfortunatamente non lo sta facendo quasi nessuno dei firmatari. Ridurre le emissioni nocive è imperativo per riuscire a mantenere l’innalzamento delle temperature entro gli 1,5/2 gradi centigradi.
Non possiamo però certo delegare tutto a chi prende le decisioni. Anche noi cittadini dobbiamo fare la nostra parte, la quale potrebbe rivelarsi persino più importante di quella politica. Proviamo ad osservare i seguenti comportamenti: se saremmo efficaci e costanti nel farlo l’ambiente ci ringrazierà e potremmo dire di aver orgogliosamente fatto la nostra parte per combattere lo scioglimento dei ghiacciai.
Iniziamo dall’ottimizzare i nostri consumi energetici, in maniera tale da evitare sprechi e ridurre l’impatto sulle emissioni di CO2 in atmosfera. Come fare? Scegliendo elettrodomestici a basso consumo, sostituendo le vecchie lampadine con impianti a led, evitando di lasciare gli elettrodomestici in stand-by e riducendo la temperatura del termostato. Dobbiamo fare in modo di ottenere l’energia di cui abbiamo bisogno da fonti rinnovabili e optare per la mobilità sostenibile, tanto sulle tratte lunghe quanto su quelle più corte. Puntando su un’alimentazione consapevole, incentrata su pietanze locali e stagionali, limiteremmo gli alti costi economici e ambientali legati agli allevamenti intensivi e consumando alimenti a chilometri zero abbatteremmo enormemente i costi di trasporto e stoccaggio.
Mezza tonnellata di pura perfezione genetica, manto bianco come la neve, 42 denti che indicano la sua essenza predatoria; di chi stiamo parlando? Del Re indiscusso del Polo nord: l’Orso polare (Ursus maritimus). Il 27 febbraio si celebra la giornata mondiale dedicata a questo fantastico animale; Sfortunatamente, in anni recenti, è diventato l’indicatore ambientale perfetto per comprendere meglio le drammatiche conseguenze che i cambiamenti climatici stanno apportando al Pianeta ed ai suoi abitanti.
Lo stiamo perdendo
L’Orso polare si è estinto. Questa frase mette i brividi, vero? Vi starete chiedendo come sia possibile, nessun giornale ne ha fatto parola fin’ora. Si, l’Orso polare è geneticamente estinto.
Se ci si pensa bene, il concetto di estinzione genetica è ancor più drammatica. L’impatto antropico, sotto forma di caccia eccessiva, infinite emissioni e quindi surriscaldamento della calotta polare, hanno letteralmente tolto a questa specie gli strumenti necessari per far fronte agli insulti ambientali. Abbiamo azzerato la loro variabilità genetica; riducendo sempre più il numero degli individui nelle popolazioni abbiamo permesso che fenomeni come l’inincrocio (incrocio fra consanguinei) e la deriva geneticalavorassero negativamente sul patrimonio genetico della specie.
La giornata mondiale dell’Orso polare dovrebbe portare a riflettere sulla condizione precaria nella quale stiamo ponendo queste meravigliose creature.
Quest’ultima risulta impoverita ed incapace di sopravvivere in un ambiente che cambia. Proprio l’ambiente, infatti, determina quali individui potranno sopravvivere e lo fa sulla base del numero di geni a disposizione. Se i geni son pochi, allora mancheranno gli strumenti per far fronte al Mondo esterno.
Orso polare, conosciamolo meglio
L’orso polare è un mammifero, appartenente alla famiglia degli Ursidi ed è il più grande carnivoro terrestre del nostro Pianeta; è una specie che si trova al polo nord nel mar glaciale artico. Una sua caratteristica è la vita semi-acquatica. Gli orsi polari infatti trascorrono la maggior parte del loro tempo sulla banchisa ghiacciata, sulla quale cacciano, si riproducono e allevano i cuccioli, ma sono altrettanto eccellenti nuotatori.
Gli esemplari di maschio adulto pesano mediamente dai 350 ai 700 kg e misurano dai 2,4 ai 3 metri di lunghezza; le femmine, invece, sono grandi circa la metà dei maschi e normalmente pesano tra i 150 e i 250 kg. La longevità dell’orso polare in natura è di 25-30 anni, mentre in cattività può superare anche i 35.
Due esemplari di Orso polare
L’orso polare è caratterizzato dalla pelliccia bianca ma, diversamente da altri mammiferi dell’Artide, in estate il suo manto non diventa più scuro. L’isolamento termico degli orsi polari è estremamente efficace contro il freddo, ma il loro corpo si surriscalda a temperature sopra i 10 °C. Questo lascia intendere quanto possano risentire dei picchi caldi causati dal clima che cambia.
Una caratteristica interessante della pelliccia è che, fotografata con luce ultravioletta, appare nera: ha quindi, come ulteriore meccanismo di “produzione” di energia termica, un’elevata capacità di assorbimento delle frequenze uv. Ciò è possibile avendo l’epidermide nera. Nera? Esattamente! I raggi del sole attraversano la pelliccia e raggiungono la pelle, dalla quale sono assorbiti proprio grazie alla colorazione scura.
La sua fonte primaria di proteine è costituita anzitutto dalle foche, ma anche cetacei, trichechi, molluschi, granchi, pesci; persino vermi di mare, uccelli, piccoli di aquile e civette, ghiottoni, volpi polari, renne e lemming. Può mangiare anche bacche e rifiuti. Trovandosi in cima alla catena alimentare ha quindi pochi nemici; naturalmente l’uomo resta il vero pericolo per questa specie.
Cambiamenti ambientali
Se le emissioni di gas serra manterranno il loro trend attuale, tutte le popolazioni di orsi polari nell’Artico probabilmente scompariranno entro il 2100. Lo afferma uno studio pubblicato su Nature Climate Change.
Il modello preso in considerazione dagli studiosi cattura le tendenze demografiche, osservate nel periodo 1979-2016, e dimostra come potrebbero già essere state superate, in alcune sotto-popolazioni, le soglie di reclutamento e di sopravvivenza. Inoltre, suggerisce che, con elevate emissioni di gas serra, la riproduzione e la sopravvivenza in forte calo metterà a repentaglio la persistenza di tutte le sotto-popolazioni dell’alto Artico entro il 2100.
La moderata mitigazione delle emissioni prolungherebbe leggermente la persistenza ma è improbabile che prevenga l’eliminazione di alcune sotto-popolazioni entro questo secolo. Già è molto probabile che molti orsi polari inizieranno a sperimentare un fallimento riproduttivo dal 2040, portando a conseguenti estinzioni locali.
Illustrazione: Polar Bears International
“È ormai risaputo da tempo che gli orsi polari soffriranno a causa del cambiamento climatico. Ma ciò che non era del tutto chiaro era le tempistiche con le quali avrebbero iniziato ad avvenire cali importanti nella sopravvivenza e riproduzione degli orsi polari, con la loro conseguente scomparsa. Non sapevamo se ciò sarebbe accaduto all’inizio o alla fine di questo secolo. “
ha affermato Péter Molnár, biologo dell’Università di Toronto e autore principale dello studio.
Gli orsi polari attingono alle riserve energetiche accumulate durante la stagione di caccia invernale per sopravvivere ai magri mesi estivi sulla terraferma. Sebbene gli orsi siano abituati a digiunare per mesi, le loro condizioni fisiche, la capacità riproduttiva e la sopravvivenza diminuiranno se posti in una condizione di digiuno eccessivamente lunga.
Nella popolazione del Mare di Beaufort meridionale dell’Alaska, i biologi hanno già visto il numero di orsi polari diminuire del 25-50% durante i periodi estivi, proprio quando gli orsi sono costretti a digiunare troppo a lungo. E nella baia di Hudson occidentale la popolazione è diminuita di circa il 30% dal 1987 .
Conclusioni: possiamo “salvare” l’Orso polare?
Le specie che vivono in habitat caratterizzati da condizioni rigide, sono generalmente note per essere molto vulnerabili ai cambiamenti ambientali. Gli orsi polari sono specialisti estremi, dipendono dall’acquisizione della maggior parte del loro apporto alimentare annuale entro periodi stagionali limitati. Negli orsi polari, è probabile che il riscaldamento continuo e il calo del ghiaccio marino artico mettano alla prova la loro capacità di cacciare le foche in molte regioni, aumentando allo stesso tempo i loro schemi di movimento annuali e le frequenze di nuoto.
In assenza di ghiaccio marino estivo, gli orsi polari diventeranno sempre più dipendenti dall’ecosistema terrestre, che ha risorse alimentari limitate rispetto all’ambiente marino. Le specializzazioni fisiologiche di questi predatori, che cacciano sopra e sotto il ghiaccio marino, non sono adatte per un Artico in rapido riscaldamento. È probabile che il declino di questa specie prefiguri un declino in altri mammiferi marini dipendenti dal ghiaccio e in alcune delle loro prede principali, come il merluzzo artico che si basa sullo zooplancton associato al ghiaccio marino.
A differenza di altre specie minacciate dalla caccia o dalla deforestazione, gli orsi polari possono essere salvati solo se il loro habitat è protetto; ciò richiede di affrontare il cambiamento climatico a livello globale. Alcune ricerche hanno dimostrato che se iniziassimo a ridurre domani le emissioni di gas serra, ci vorranno ancora almeno altri 25-30 anni prima che l’estensione del ghiaccio marino si stabilizzi (a causa di tutta l’anidride carbonica già presente nell’atmosfera).
Si stima che attualmente ci siano circa 23.000 orsi polari in tutto il Mondo, ma, senza un’azione concreta e rapida sui cambiamenti climatici, il numero attuale decrescerà nel giro di pochi anni. È importante che ognuno di noi comprenda l’entità del problema. Possiamo prendere parte al cambiamento attraverso delle proposte di legge, manifestazioni, un consumo più consapevole, l’utilizzo sempre maggiore delle energie rinnovabili.
Che la pandemia sia stata causata anche dallo sfruttamento ambientale da parte dell’uomo ormai è stato scientificamente assodato. A corroborare questa tesi sono sopraggiunti i ricercatori del dipartimento di zoologia dell’Università di Cambridge. Dallo studio condotto nella prestigiosa università si evince come il mutamento degli habitat dovuto ai cambiamenti climatici abbia innescato la diffusione del Covid-19 per mezzo di animali selvatici quali i pipistrelli. Vediamo in che modo.
Pandemia: se la crescita delle foreste ci tradisce
Un dato decisamente meno noto riguardante l’origine della pandemia è quello relativo alla crescita degli alberi. Recentemente, anche grazie a massicce campagne di piantumazione verde da parte di famosi marchi, la crescita forestale è vista da molti come un fattore estremamente positivo per la salvaguardia dell’ambiente. Talvolta, però, non è così, o almeno non se la crescita non è molto ben controllata.
Nello studio si legge che le temperature più alte, l’aumento della luce solare e quello dell’anidride carbonica nell’aria hanno stimolato la crescita di piante in luoghi prima quasi desertici. Più precisamente, gli habitat di alcune zone della Cina meridionale, dello Yunnan e delle regioni adiacenti in Myanmar e Laos si sono trasformati da arbusti tropicali a savana tropicale e poi a boschi decidui. Questo ha creato un ambiente adatto per la proliferazione di molte specie di pipistrelli, che vivono prevalentemente nelle foreste.
Da qui, poi, la storia è nota. I pipistrelli di tutto il mondo sono portatori di oltre 3000 specie di coronavirus. Ognuno, quindi, può portare con sé più di due virus. Uno di questi, il ben conosciuto Covid-19, era ospite di uno di quei pipistrelli appena trasferiti nella zona grazie alla nuova ricchezza della vegetazione. Ha poi raggiunto un innocente pangolino, il quale a sua volta è stato strappato dal suo habitat per finire in un mercato di animali selvatici di Wuhan. Il passaggio dall’animale all’uomo, in questo ambiente che pullulava di organismi attraverso cui proliferare, gli esseri umani appunto, è stato per il virus molto semplice.
La vegetazione della regione dello Yunnan, in Cina
Una scoperta importante
Questa constatazione è risultata dalla creazione, da parte dei ricercatori inglesi, di una mappa della vegetazione mondiale dei primi del ‘900 e nei tempi recenti. Per farlo hanno utilizzato i dati relativi alle temperature, alle precipitazioni e alla copertura nuvolosa. Successivamente hanno analizzato la presenza dei pipistrelli in varie zone del mondo, per verificarne la coincidenza. Così è risultato chiaro che alcune specie si sono spostate proprio in concomitanza con il cambiamento della vegetazione, dovuta a sua volta all’aumento di temperatura.
Robert M. Beyer, lo scienziato a capo del team di ricerca, ha affermato quanto segue. Poiché il cambiamento climatico ha alterato gli habitat, le specie hanno lasciato alcune aree e si sono trasferite in altre, portando con loro i loro virus. Questo non solo ha alterato le regioni in cui sono presenti i virus, ma molto probabilmente ha permesso nuove interazioni tra animali e virus, causando la trasmissione o l’evoluzione di virus più dannosi. Sostanzialmente, con la proliferazione delle specie di pipistrelli, anche i virus si sono moltiplicati, mutando natura e diventando talvolta più resistenti e aggressivi.
Cambiamenti climatici e pandemia: l’inquinamento
Oltre il 60% delle malattie infettive emergenti in tutto il mondo è riconducibile alle zoonosi, e in particolare alla fauna selvatica. Già solo questo fatto dovrebbe portarci a rivalutare la cura dell’ambiente a 360 gradi, fosse anche solo per un egoistico istinto di conservazione. Un altro fattore che dovrebbe stimolare i politici del mondo ad agire contro i cambiamenti climatici è la connessione tra inquinamento ed effetti del Covid.
Nelle aree in cui si è maggiormente diffusa l’epidemia le concentrazioni di inquinanti atmosferici superano ampiamente i limiti massimi. L’esposizione cronica agli inquinanti atmosferici è stata associata alla sovraespressione polmonare, nota per essere il recettore principale per il Covid-19. Anche il numero di ricoveri in terapia intensiva e il tasso di mortalità sono risultati strettamente correlati alla quantità di particolato atmosferico nelle regioni italiane. Nelle regioni particolarmente inquinate, la mortalità era due volte superiore rispetto alle altre.
È il momento di agire
Inoltre, come abbiamo approfondito qui, sembra che il particolato atmosferico funzioni da carrier, ovvero da vettore per molti contaminanti chimici e biologici, come i virus. In più, le particelle inquinanti costituiscono un substrato che permette al virus di rimanere nell’aria in condizioni vitali per più tempo. Alla luce di questi fatti e dello studio da lui condotto con l’Università di Cambridge, Andrea Manica ha esortato i responsabili politici a riconoscere il ruolo del riscaldamento globale nei focolai delle malattie virali. Li ha poi incoraggiati ad affrontare la crisi climatica nell’ambito dei programmi di ripresa economica post Covid-19.
Manica ha ricordato che la pandemia di Covid-19 ha causato enormi danni sociali ed economici. I governi devono cogliere l’opportunità di ridurre i rischi per la salute derivanti dalle malattie infettive, adottando misure decisive per mitigare i cambiamenti climatici. Camilo Mora, terzo autore dello studio, ha aggiunto che il fatto che il cambiamento climatico possa accelerare la trasmissione di agenti patogeni dalla fauna selvatica all’uomo dovrebbe essere un campanello d’allarme urgente per ridurre le emissioni globali.
«Le persone già colpite dalla povertà sono quelle che pagano il pedaggio maggiore verso gli impatti dei cambiamenti climatici.» Argomenta così Andrea Pinchera, di Greenpeace. E gli avvenimenti di quest’anno confermano come le popolazioni più a rischio siano quelle più vulnerabili. A inizio novembre, il tifone Goni si è abbattuto sulle coste delle Filippine. Dietro di sé, ha lasciato decine di vittime e più di un milione di sfollati. I venti si sono scagliati a una velocità di 280 km/h, devastando la regione meridionale del Luzon.
Nascita del tifone Goni
Come nascono queste perturbazioni? A cavallo dell’equatore, possono formarsi dei venti di straordinaria intensità, che convergono in un punto. È qui che si formano i tifoni e gli uragani. Questi due tipi di ciclone, infatti, prendono un nome diverso, a seconda della direzione in cui si spostano. Se procedono verso il continente americano, saranno qualificati come uragano. Se, invece, si muovono verso l’Asia e l’Oceania, ecco che si chiameranno tifoni.
In ogni caso, la classificazione è determinata non solo dalla velocità in km/h, ma anche dagli effetti macroscopici conseguenti all’impatto. Il tifone Goni, di cui stiamo cercando di comprendere la forza, è considerato disastroso, secondo la Scala Saffir-Simpson. Quest’ultima è il metodo di analisi degli eventi estremi. In questo caso, le raffiche sono state di livello 5, il massimo raggiungibile. Come sintetizzato dal National Hurricane Centre e dal Central Pacific Hurricane Centre, centri americani all’avanguardia per previsioni e informazioni, i danni sono gravissimi. Non solo la maggior parte delle case è stata distrutta, ma molte aree hanno subito corto circuiti e sono rimaste senza elettricità per settimane.
La grave situazione dopo il passaggio del tifone Goni
Le conseguenze sul territorio sono state profonde. Non solo i venti, che hanno raggiunto i 300 km/h, hanno devastato alcune aree meridionali dello Stato insulare asiatico, ma intere cittadine sono state spazzate via dall’esondazione di fiumi e dai detriti volanti. L’Unità Umanitaria delle Filippine ha lanciato un piano per rispondere alle esigenze delle 250mila persone più colpite. I fondi, che ammontano a 45,5 milioni di dollari, sono stanziati per le famiglie, già in condizione di povertà prima del disastro, e che ora versano in condizioni disperate.
Le Filippine sono uno dei Paesi che paga più duramente il prezzo dei cambiamenti climatici. Già sette anni fa, il tifone Haiyan aveva messo alla prova la resilienza delle strutture e delle comunità. Ora, l’attuale crisi pandemica ha reso più difficoltose le operazioni di evacuazione preventiva di quasi mezzo milione di persone. Il governo, insieme a molte organizzazioni non governative, ha disposto accordi, per rispondere immediatamente alle esigenze primarie dei cittadini. Innanzitutto, fornendo assistenza umanitaria e sanitaria. In secondo luogo, ripristinando l’accesso ai servizi idrici e agli allacciamenti elettrici. Infine, salvaguardando le fasce più deboli, come donne e bambini.
Secondo l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, «Sono colpite 68,6 milioni di persone, delle quali 24,3 milioni vivono nelle aree più colpite. Dei 2,3 milioni di persone vulnerabili, circa 724.000 sono bambini.»
Negli ultimi decenni, è aumentato il numero degli eventi estremi, come Goni. Prima di lui, dal 1952, sono stati 20 i tifoni con venti superiori a 257 km/h. Queste cifre poco confortanti sono suffragate da studi scientifici. Uno dei più recenti risale al 2018 e si prefiggeva l’obiettivo di utilizzare un modello climatico globale per studiare i cicloni tropicali intensi. Questa tecnologia, chiamata HiFLOR, ha previsto un aumento a dir poco preoccupante degli eventi estremi con venti superiori ai 305 km/h. Tra il 2081 e il 2100, secondo le stime, si verificheranno almeno una volta all’anno.
In un articolo dell’Università di Yale, Jeff Masters sottolinea la difficoltà di predire con certezza scenari differenti. «Seguendo il tracciato “business-as-usual” attualmente in corso, il modello avrebbe potuto prevedere un aumento ancora maggiore di cicloni tropicali ultra-intensi. Il fatto che negli ultimi otto anni abbiamo visto quattro megatempeste di uguale forza o, addirittura, più forti del tifone Goni è un segno preoccupante.»
Il tifone Goni è il peggior ciclone tropicale all’arrivo sulla terraferma, da quando sono iniziati i rilevamenti.
Disastri climatici: la responsabilità è condivisa
La prospettiva business-as-usual, ossia la continuazione del modello attuale di consumo, di produzione e di inquinamento, non è più sostenibile. Il costo umano e ambientale dei disastri climatici sta aumentando a livelli preoccupanti. Abbiamo già messo in luce come quattro quinti dei dieci Paesi più colpiti dai disastri climatici si trovino in Asia. Bisogna tenere in considerazione anche che azioni apparentemente insignificanti, compiute in un punto del mondo, possono scatenare conseguenze enormi in altre. Continuare a monitorare tempeste tropicali intensissime, come il tifone Goni, è una delle strade da poter percorrere. A noi, rimane la scelta: fermarci sul qui e ora o imparare ad avere una visione sistemica degli eventi e delle loro ripercussioni mondiali.
A poche ore dalla definitiva uscita di scena degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi, una nuova preoccupazione ambientale si fa strada. Trump dà il sì al disboscamento della foresta Tongass in Alaska; ma c’è ancora una speranza ed è riposta nelle votazioni che a breve definiranno il nuovo Presidente USA.
L’importanza della foresta
La Foresta Nazionale Tongass, che si estende nel sud-est dell’Alaska, con i suoi 68 mila km 2 è la più grande foresta degli Stati Uniti. La maggior parte della sua area è composta dalla foresta pluviale temperata ed è abbastanza remota da ospitare molte specie di flora e fauna rare e in via di estinzione.
La foresta è un immenso serbatoio di carbonio, che assorbe dall’atmosfera più emissioni di CO2 di quante ne rilasci, svolgendo un ruolo fondamentale nel mitigare il riscaldamento globale. Gli scienziati stimano che Tongass detenga tra il 10 e il 12% del carbonio immagazzinato negli Stati Uniti.
“L’Amazzonia del Nord America” è per lo più un regno selvaggio e senza strade. Muschi, licheni, salmoni, cervi, aquile calve e orsi vivono alle pendici di montagne nastrate di ghiacciai blu e ricoperte da verdi boschi.
Ma mentre l’Amazzonia è definita una foresta pluviale tropicale, Tongass, che si trova alle medie latitudini, è una foresta pluviale temperata; ovvero uno dei biomi più rari sulla Terra (si trova solo nell’Alaska costiera e nella Columbia Britannica, nel Pacifico nord-occidentale, nella costa meridionale del Cile e dell’Isola del Sud della Nuova Zelanda).
Cos’ha fatto l’amministrazione Trump?
Il Presidente Trump ha rimosso le protezioni alla foresta del Tongass per permettere la costruzione di strade e l’utilizzo del legname del conseguente disboscamento. Un avviso, pubblicato mercoledì dal servizio forestale, ha affermato che tutti i territori del Tongass saranno aperti al suo sfruttamento. L’amministrazione Trump sta rimuovendo le garanzie in vigore da quasi 20 anni.
A pochi giorni dalle presidenziali, l’amministrazione Trump ha annunciato che il Tongass sarà esentato dalla Roadless Rule del 2001, che proibisce la raccolta del legname e la costruzione / ricostruzione di strade, con limitate eccezioni all’interno di aree designate.
A partire da giovedì 29 ottobre sarà possibile per le industrie del legname farsi strada nella foresta del Tongass, in Alaska.
In una dichiarazione al The Independent, il Dipartimento dell’Agricoltura (USDA), che sovrintende al servizio forestale, ha affermato che la sua decisione di esentare Tongass dalla Roadless Rule è stata presa con “il sostegno significativo dello Stato dell’Alaska e della delegazione del Congresso dell’Alaska, e con una solida considerazione di molteplici alternative e punti di vista delle parti interessate ”.
“Il Dipartimento ritiene che una maggiore flessibilità per la raccolta del legname e la costruzione di strade nel Tongass possa permettere di affrontare le preoccupazioni economiche e di sviluppo locali, bilanciando le esigenze di conservazione della foresta”
Ha aggiunto una portavoce.
Secondo l’USDA qualsiasi progetto deve essere conforme al Tongass Land Management Plan 2016 ed essere sottoposto a revisione ambientale, ai sensi del National Environmental Policy Act (NEPA).
A luglio, l’amministrazione Trump annunciò una revisione proprio della NEPA, indebolendone la capacità di valutare i danni che potenziali progetti potrebbero causare all’ambiente. Tutto ciò sta mettendo a repentaglio la cultura e la sussistenza delle comunità indigene, il ruolo della foresta nella lotta alla crisi climatica e la fauna selvatica già in pericolo.
Biden, l’unica speranza contro la devastazione di Trump?
Joe Biden ha annunciato la sua intenzione, come futuro Presidente, di avviare il Paese verso una vera e propria rivoluzione energetica.
“L’industria petrolifera inquina in modo significativo e deve essere sostituita nel tempo da fonti di energia rinnovabile”.
Ma vincere le elezioni potrebbe non essere sufficiente per realizzare l’agenda sul clima. Un Presidente americano non può infatti implementare un piano di investimenti simili senza prima avere una solida maggioranza sia al Senato che alla Camera. Anche in questo caso, la parola finale spetterà agli elettori.
La distruzione totale delle foreste che più sostengono la vita del nostro pianeta in pericolo deve finire. Come? Un buon primo passo: votare per i politici che prendono decisioni basate su una solida scienza.
Exxon e Mobil, due storie di successo economico e insuccesso ambientale
La Exxon Mobil Corporation, da tutti chiamata semplicemente ExxonMobil, è un colosso dell’industria estrattiva. Si tratta di una tra le principali aziende petrolifere statunitensi, la quale ha assunto rilevanza mondiale e opera da tempo, con successo, anche sul mercato europeo con il marchio ESSO. La compagnia è nata ufficialmente nel 1999, a seguito della fusione tra la Exxon e la Mobil. Tale merging ha avuto una rilevanza storica nell’economia statunitense poiché ha fuso la Standard Oil Company of New Jersey – progenitrice di Exxon – e la Standard Oil Company of New York – madre di Mobil. Il trust Standard Oil, uno degli attori più potenti a Wall Street, era stato fondato nel 1870 da un mito assoluto nella storia economica, politica e sociale degli States: John Davison Rockefeller, patriarca di una delle famiglie più potenti d’America – e del mondo.
Dalla fusione in poi, ExxonMobil è diventata una delle big four: le quattro principali compagnie petrolifere mondiali. Il gruppo comprende, in ordine di grandezza, BP, Total, ExxonMobil appunto e il principale ente privato a livello mondiale, Shell. Le quattro sorelle, inutile dirlo ma importante ricordarlo, sono tutte costantemente parte delle prime posizioni nella poco invidiabile classifica raggruppante i principali inquinanti mondiali. Soltanto la ExxonMobil ha prodotto, a partire dal 1965 fino ad oggi – ovvero nel periodo in cui si è cominciato a misurare l’impatto delle aziende – 41,90 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente. Si tratta della quarta società più inquinante del Pianeta, sul periodo di riferimento.
L’EcoPost è un magazineapertamente schierato dalla parte dell’ambiente e, dunque, è nella nostra deformazione professionale provare una spiccata antipatia per queste multinazionali dell’inquinamento. Certo, deontologicamente dovremmo essere neutrali, a volte però è molto difficile. Quello di ExxonMobil è uno di questi casi.
Il Guardian, testata molto attenta alla questione ambientale, ha recentemente rilanciato una sua inchiesta – datata 2017 – nella quale esaminava la comunicazione aziendale del gigante del petrolio. Com’è noto, si tratta di un tabloid con sede a Londra, stampato in inglese, dunque i loro pezzi sono naturalmente tutti in lingua. Ebbene, in quello specifico approfondimento, due giornalisti hanno preso in esame la storia quarantennale delle comunicazioni aziendali relative al cambiamento climatico. Dall’esame dei report peer-to-peer, ovvero quelli scritti da scienziati per altri scienziati, è risultata una netta discrepanza fra le informazioni di cui l’azienda era in possesso e quelle che esternava ai non addetti ai lavori.
ExxonMobil ha abitualmente piegato e plasmato la verità contenuta negli articoli scientifici e nei dossier interni prodotti dalla scienza e l’ha ripubblicata su media privi della revisione tra pari, come ad esempio sul New York Times. Com’è noto, il celebre quotidiano consente a privati di acquistare pagine sui suoi numeri e riempirle con articoli propri. SI tratta di inserzioni pubblicitarie, ovviamente. È però consuetudine dare a questi advertisements un certo tono, una veste elegante, spacciandoli come fossero articoli di opinione. Non è certo solo ExxonMobil a comportarsi in questo modo; il Times ha molti lettori e i suoi spazi fanno gola a tutte le principali aziende operanti nel mercato statunitense. Tanto prima quanto dopo la fusione, le società del gruppo hanno sistematicamente mentito e fuorviato il pubblico riguardo al cambiamento climatico e alla sua portata.
Bloomberg News e la nuova indagine
A ciò vanno aggiunte le ultime indagini di Bloomberg News, Recentemente, un’inchiesta della divisione ambientale interna al network informativo che fa capo al miliardario Mike Bloomberg, ha portato alla luce nuovo materiale che prova la disonestà del gigante petrolifero. In sostanza, quel che sarebbe emerso dalle indagini è che la compagnia abbia un piano per incrementare la produzione di energia derivante da combustibili fossili. Fin qui, c’è poco da stupirsi, parliamo di persone che svolgono questo mestiere, dopotutto. Non ci meravigliamo del fatto che inseguano anch’essi la crescita infinita, regina del sistema capitalistico, a spese dell’ambiente. Tutte le altre grandi corporation del pianeta fanno lo stesso, in definitiva. Ebbene, l’aggravante è che ExxonMobil stia tenendo tutto nascosto ai propri investitori.
Il piano di crescita aziendale prevede un elevato aumento dell’emissione di diossine. In alcuni documenti interni, scovati dall’insider che ha passato il materiale alla redazione di Bloomberg, si parla di aggiungere al già elevatissimo inquinamento prodotto da EM una quota di emissioni pari a quelle che, annualmente, vengono liberate nell’atmosfera da un Paese delle dimensioni della Grecia. Queste previsioni, però, sono state accuratamente nascoste agli investitori. Non paga, la compagnia ha anche attaccato con veemenza Bloomberg News, accusandola di aver utilizzato dati vecchi, non più aggiornati e imprecisi. Naturalmente, però, poi ha accuratamente evitato di fornire proiezioni più recenti.
L’ingresso di una raffineria del gruppo ExxonMobil. Foto: New York Times
ExxonMobil in difesa di sé stessa, una storia di buchi nell’acqua
Insomma, dopo la fusione il lupo ha perso il pelo ma non il vizio. Come sottolineano Geoffrey Supran e Naomi Oreskes, autori dell’inchiesta del Guardian, tanto Exxon, quanto Mobil, quanto la ExxonMobil Corp. hanno tutte indistintamente mentito al pubblico.
Dal 2017, anno dell’uscita della prima inchiesta sull’azienda, fino ai giorni nostri, la compagnia ha continuamente cercato di ribattere alle accuse mosse nei suoi confronti. Lo ha fatto dapprima accusando di inattendibilità i due autori dell’inchiesta. Questa mossa, però, ha avuto scarso successo dal momento che Supran e Oreskes sono, rispettivamente, ricercatore e professore associato all’Università di Harvard e si occupano di scienze climatiche da tutta la vita mentre ExxonMobil è… beh, una compagnia petrolifera.
Incuranti dell’accaduto, i piani alti aziendali hanno deciso di pubblicare un report che smentisse quanto affermato dai due luminari. Peccato però che il loro studio sia stato finanziato in toto dalla stessa ExxonMobil e non abbia ricevuto alcuna peer – review. Anche questo documento è in lingua e non è mai stato tradotto. Con tale report la compagnia ha voluto non tanto accusare di falsità la comunità scientifica, bensì denunciare il fatto che quel loro studio sia stato rifiutato da essa. In realtà, la prassi degli scienziati è, da sempre, quella di accettare solo ricerche che vengano verificate tra colleghi.
Quel che interessa alla corporation, comunque, non è tanto passare da vincitrice nell’eventuale dibattito su quanto ExxonMobil inquini, poiché è un dato di fatto che sia un’azienda nociva. Già soltanto riuscire a creare dei dubbi, a mettere in discussione l’attendibilità di quanto detto dagli esperti e riuscire a fuggire dall’occhio del ciclone sarebbe una vittoria per la compagnia. Solo il dar vita al dibattito sarebbe un trionfo per ExxonMobil.
Le bugie del sistema petrolio
L’industria del petrolio ha interesse a mantenere quanto più pulita possibile la propria coscienza. Per farlo non ha che un’arma: negare o comunque depotenziare le argomentazioni sul cambiamento climatico. Le parole usate dai giganti del petrolio sono sempre le solite. Si sta portando avanti una battaglia politica. Gli scienziati pubblicano risultati fabbricati ad hoc. C’è interesse ad attaccare l’industria tradizionale dell’energia. Facciamo attenzione a non mangiare la foglia. ExxonMobil, le sue tre sorelle e l’intero indotto del fossile restano il principale nemico nella lotta per il Pianeta. Le inchieste del Guardian e di Bloomberg News ce lo ricordano una volta in più.
La settimana bianca, il weekend sulla neve, la domenica di sci. Per i numerosi italiani che amano la montagna l’inverno offre opportunità meravigliose: le vette dolomitiche, le Alpi e persino gli Appennini propongono comprensori estremamente suggestivi e sorgenti di divertimento estremo nella stagione fredda. L’indotto montano, però, è seriamente minacciato dal surriscaldamento globale. Senza ricorrere all’utilizzo della neve artificiale, infatti, l’industria dello sci non sembra più in grado di reggere.
La nivometria del varesotto mostra quanto siano diminuite, negli ultimi 50 anni, le precipitazioni nevose. Grafico: Centro Geofisico Prealpino.
Bella questa neve artificiale
Il cambiamento climatico, responsabile del surriscaldamento globale ha comportato la sempre più decisa riduzione delle precipitazioni nevose. Soltanto negli ultimi 20 anni, è stato stimato che le nevicate si siano ridotte del 78%, un dato che impressiona. Per riuscire dunque a far partire la stagione sciistica è sempre più necessario sparare, come si suol dire, neve finta tramite appositi cannoni, e non solo alle quote più basse.
La motivazione che spinge ad affidarsi sempre di più alla neve programmata la rivela Valeria Ghezzi, presidente di ANEF, l’associazione nazionale degli esercenti funiviari. “La neve artificiale è ormai fondamentale per diversi motivi. Il primo e principale è che rappresenta una polizza di assicurazione: Se non scende la neve, la fabbrichiamo e la stagione è salva. Ciò non vale soltanto per gli impianti sciistici. Questa polizza di assicurazione vale anche per il sistema economico delle località di montagna.” Ecco la verità sbattuta in faccia. Senza la neve tecnica, termine che più propriamente indica la neve artificiale, addio sci o quasi. Questo è l’impatto già evidente del surriscaldamento globale sulle nostre vite.
Senza sci bisognerebbe rinunciare agli introiti di un settore turistico che richiama annualmente 4 milioni di appassionati soltanto in Italia. Oltre a dover fare a meno del divertimento di scivolare giù dalle montagne, naturalmente, non quantificabile in termini economici ma altrettanto importante, se non di più, del sonante danaro. Fino al 2018, la montagna valeva qualcosa come l’11% del Prodotto Interno Lordo turistico nazionale. Il fatturato montano produceva 11 miliardi di euro ogni 12 mesi; 4,6 dei quali derivanti dallo sci in senso stretto. Nella stagione invernale successiva si è registrato un calo di presenze, così come nell’ultima, quando sugli spostamenti ha influito anche il nuovo coronavirus.
Quanto valgono le Alpi
Per avere contezza di quanto davvero significhino le Alpi e lo sci, dobbiamo tener conto di quanto affascinino. Nel mondo, uno sciatore su due si reca sulle Alpi per sfoggiare salopette e mascherina da sole. Le presenze sull’arco montano europeo sono da sempre numerosissime, seppure ultimamente stiano calando, proprio perché la neve è sempre meno copiosa. Per introiti e riconoscimento istituzionale internazionale, se le Alpi fossero una nazione sarebbero il secondo Stato europeo.
Dal Piemonte alla Slovenia, attraversando la Francia, la Svizzera, il Liechtenstein, l’Austria e la Baviera incontriamo 48 regioni, abitate da 80 milioni di persone e in grado di produrre un PIL locale pari a 3 trilioni di euro ogni anno. Le Alpi sono il cuore ricco – una volta ricchissimo – del Vecchio Continente. Su di esse, però, aleggia lo spettro climatico: temperature sempre più alte e, dunque, montagne sempre meno bianche. Secondo la rivista Time, negli ultimi 60 anni la stagione della neve, lungo l’arco alpino, si è accorciata di 38 giorni. Oltre un mese perso a causa del surriscaldamento globale.
Neve artificiale per sopravvivere
Il turismo invernale è un patrimonio. In Italia contiamo 1820 impianti di risalita – i quali impiegano 840 mezzi speciali, denominati “gatti delle nevi” – e un indotto di oltre 400 aziende. Solamente gli impianti di risalita occupano 12mila persone in maniera diretta e ne impiegano altre 2000 in maniera indiretta nei rifugi, nel noleggio attrezzature e come istruttori di sci (dati ANEF). Va da sé che questo intero settore necessita di un manto nevoso costante e abbondante. Per garantirlo, non è più possibile prescindere dalla neve artificiale. Se non si vuole soffocare questo mondo, bisogna ricorrere all’innevamento programmato e sopperire all’irregolarità e alla carenza della neve naturale utilizzando la sofisticata tecnica nota come snowfarming. Più si abbassano le quote, maggiore è lo sfruttamento di queste tecnologie.
L’impatto di queste tecnologie però può diventare pesante, tanto in termini economici quanto ambientali.
Le temperature negative, sotto lo zero, sono sempre più rare e anche le più celebri località sciistiche, citiamo Madonna di Campiglio e Plan de Corones ma non sono le uniche, possono andare incontro a difficoltà nel conservare e mantenere la propria neve artificiale. Per distendere la coltre bianca, infatti, occorrono 100 ore di temperatura non superiore allo 0. Dal momento che tale condizione è sempre più rara, si stanno sviluppando anche macchine capaci di produrre e mantenere neve artificiale a temperature positive. Il brevetto à della azienda italiana Neve XN.
Quali sono i costi
Inevitabilmente, la produzione di neve artificiale aumenta, non di poco, i costi di esercizio. Alla stagione scorsa l’Italia contava più di 3200 chilometri di piste attive, sul 72% delle quali si trovavano macchinari per comporre la coltre bianca. Questi dispositivi hanno un costo che spazia tra gli 11 e i 15mila euro per ettaro. La differenza la fanno fattori variabili quali esposizione al sole, natura del terreno e dislocazione dei bacini sfruttati per l’approvvigionamento idrico. La costruzione degli impianti ha invece un costo che oscilla tra i 100 e i 140mila euro per ettaro. Solitamente occorrono una ventina d’anni per il completo ammortamento della spesa di installazione. Le spese non gravano solo sul privato; sovente province, regioni e/o comunità montane contribuiscono all’esborso.
Diversamente da quanto qualcuno potrebbe pensare, non si usa alcun additivo chimico per produrre neve artificiale. Elementi chimici non sarebbero particolarmente utili e, soprattutto, metterebbero in pericolo l’utilità estiva dei terreni ove si scia, i quali sono adibiti a pascolo nella bella stagione. L’innevamento programmato ha un solo ingrediente: l’acqua. Essa viene prelevata da laghi e ruscelli poco distanti, siano essi naturali o artificiali. Da queste falde si conduce l’acqua alle macchine sfruttando i declivi montuosi o tramite pompe e condotte. I dispositivi poi la miscelano con aria a bassissima temperatura, sotto pressione, e predispongono l’azione dei generatori a ventola (i cannoni sparaneve) o delle lance, le quali hanno una gittata considerevolmente più ridotta. Talvolta vengono utilizzate vere e proprie macchine frigorifere, trasportabili con appositi veicoli.
Un generatore a ventola. Foto: Demaclenko.
Un aiuto dalla tecnologia
Nel corso degli ultimi 15 anni, l‘efficienza degli strumenti per produrre neve artificiale è enormemente migliorata. A parità di consumo idrico ed energetico, siamo oggi in grado di produrre una quantità di prodotto cinque volte superiore. Possiamo controllare i dispositivi e programmarli da remoto per funzionare soltanto nelle giornate più fredde, utilizzando meno energia. La coltre bianca generata in questa maniera, terminato il proprio ciclo, torna nell’ambiente sotto forma liquida. Insomma, i costi economici sono certamente elevati eppure non ci sono altre vie per mantenere l’industria bianca che profitta dalla stagione invernale. Spese a parte, però, qual è l’impatto della neve artificiale sull’ambiente?
Come si produce la neve artificiale. Approfondimento curato da Tecmania.
Neve artificiale: cosa comporta in termini ambientali
Per rispondere alla domanda non possiamo, sfortunatamente, basarci su analisi estese e complessive a livello nazionale – o regionale se è per questo – poiché non ne esiste alcuna. Lo studio che vi si avvicina maggiormente è stato condotto dall’Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, l’Energia e lo Sviluppo Economico Sostenibile (ENEA). Esso è un ente pubblico, controllato dal Ministero per lo Sviluppo Economico, finalizzato a ricerca, innovazione tecnologica e prestazione di servizi avanzati a imprese, pubblica amministrazione e cittadini. Gli ambiti di cui si occupa sono quelli dell’energia, dell’ambiente e dello sviluppo economico, purché sostenibile. I ricercatori dell’ente hanno preparato un dossier, intitolato Carbon and Water Footprint degli impianti di innevamento programmato, per il quale hanno monitorato 3 impianti collocati in aree geografiche e condizioni operative differenti. L’indagine non è più aggiornatissima, risalendo alle stagioni comprese tra il 2014 e il 2016 ma permette comunque una base di ragionamento.
I dati raccolti indicano che i tre impianti impattino, in termini di anidride carbonica CO2 equivalente, tra i 700 e 1300 chilogrammi per ettaro innevato, sull’intera stagione invernale. La differenza si deve principalmente al fatto che uno dei 3 impianti era alimentato con energia fossile, mentre gli altri due utilizzavano l’idroelettrico, fonte rinnovabile. Naturalmente, il primo impianto incide maggiormente relativamente alla produzione di gas serra, mentre gli ultimi due sono più costosi in termini di realizzazione di materiali necessari a condurre l’acqua al macchinario.
Non disponiamo di un censimento che misuri il dispendio energetico impianto per impianto, dunque i dati ora visti hanno un significato statistico piuttosto limitato. Secondo ANEF, ad ogni modo, i consumi degli impianti funiviari italiani ammonterebbero a 357 milioni di kWh annui. Soltanto il 40% di questo totale deriva da energia rinnovabile, non abbastanza. “Gli impianti a energia fossile sono vicini alle città, quelli prealpini. Qualcosa anche in Appennino, ove avere a disposizione l’idroelettrico non è la normalità” ha affermato Valeria Ghezzi.
La montagna va a gasolio
A onor di cronaca, dobbiamo puntualizzare che per avere neve non basta spararla; essa va portata sulla pista, stesa e battuta in posizione. Queste operazioni, certamente indispensabili, sono avversate dagli ambientalisti. Esse, infatti, finiscono per disturbare il contesto naturale che le subisce. Gli aspetti di gestione e preparazione delle piste sono fattore di stress e alterano il normale assetto ambientale. Se a questo si aggiunge l’impatto che ha la costruzione delle tubature e di tutta quell’impiantistica atta all’innevamento meccanico, ecco che ci si rivela tutto il costo ambientale della neve artificiale.
Per stendere e posizionare il manto nevoso creato si utilizzano i battipista – i cosiddetti gatti delle nevi – presenti in Italia con una flotta di circa 840 unità. Essi sono veicoli alimentati a gasolio, in tutto paragonabili a camion motorizzati da una potenza che si avvicina ai 400 cavalli. Possiamo immaginarci facilmente il significato di questo dato in termini di inquinamento acustico e ambientale. A ciò dobbiamo poi aggiungere tutto l’inquinamento prodotto dai turisti che si recano in montagna in auto, ben maggiore, ma non dobbiamo comunque ignorare l’impatto dei battipista, il quale è considerevole.
In Germania stanno introducendo dei mezzi bimotore, ibridi, che utilizzano anche l’elettrico. I costi produttivi di un simile veicolo, però, restano ancora insormontabili. Questi mezzi, dopotutto, hanno necessità di potenza. Operano in pendenza, a temperature basse e dispongono di lame e frese che vanno messe e mantenute in funzione. È poco verosimile pensare che la montagna possa smettere, nel breve, di andare a gasolio.
Come comportarsi?
Dal momento che il surriscaldamento globale galoppa inarrestabile, a maggior ragione a seguito della pandemia che sta vanificando gran parte degli sforzi fatti in precedenza per combattere il cambiamento climatico – si pensi alle fabbriche riattivate al massimo della loro potenza per rimettere in moto l’economia o alle mascherine disperse ovunque nell’ambiente – avremo sempre più necessità della neve artificiale. Come si è scritto, il settore del turismo montano non vive altrimenti.
Come si deve comportare il turista? Al solito, innanzitutto è importante essere informati di che cosa significhi andare a sciare, di questi tempi. In secondo luogo, poi, il consiglio è quello di scegliere comprensori alti, in quota, ove l’impatto dell’innevamento industriale è minore. Qualora ciò non ci fosse possibile, per via dei costi o delle distanze, allora è consigliabile sfruttare i comprensori più vicini alla nostra residenza, magari quelli appenninici, riducendo così le emissioni dovute al nostro spostamento. Quest’ultimo, poi, non è detto che debba essere affrontato in auto, si può valutare di coprire la distanza in treno, magari. Ovviamente,fare la cosa green è sempre la scelta più faticosa; stare dalla parte dell’ambiente è la scelta più difficile ma anche l’unica possibile.
Ci auguriamo che la tecnologia riesca ad andare incontro al meglio alle esigenze di questo settore. Se così non fosse il turismo invernale diverrebbe un indotto sempre più inquinante, difficilmente sostenibile, quando non seriamente dannoso per l’ambiente.
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