Exxon e Mobil, due storie di successo economico e insuccesso ambientale
La Exxon Mobil Corporation, da tutti chiamata semplicemente ExxonMobil, è un colosso dell’industria estrattiva. Si tratta di una tra le principali aziende petrolifere statunitensi, la quale ha assunto rilevanza mondiale e opera da tempo, con successo, anche sul mercato europeo con il marchio ESSO. La compagnia è nata ufficialmente nel 1999, a seguito della fusione tra la Exxon e la Mobil. Tale merging ha avuto una rilevanza storica nell’economia statunitense poiché ha fuso la Standard Oil Company of New Jersey – progenitrice di Exxon – e la Standard Oil Company of New York – madre di Mobil. Il trust Standard Oil, uno degli attori più potenti a Wall Street, era stato fondato nel 1870 da un mito assoluto nella storia economica, politica e sociale degli States: John Davison Rockefeller, patriarca di una delle famiglie più potenti d’America – e del mondo.

Dalla fusione in poi, ExxonMobil è diventata una delle big four: le quattro principali compagnie petrolifere mondiali. Il gruppo comprende, in ordine di grandezza, BP, Total, ExxonMobil appunto e il principale ente privato a livello mondiale, Shell. Le quattro sorelle, inutile dirlo ma importante ricordarlo, sono tutte costantemente parte delle prime posizioni nella poco invidiabile classifica raggruppante i principali inquinanti mondiali. Soltanto la ExxonMobil ha prodotto, a partire dal 1965 fino ad oggi – ovvero nel periodo in cui si è cominciato a misurare l’impatto delle aziende – 41,90 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente. Si tratta della quarta società più inquinante del Pianeta, sul periodo di riferimento.
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Una comunicazione mendace
L’EcoPost è un magazine apertamente schierato dalla parte dell’ambiente e, dunque, è nella nostra deformazione professionale provare una spiccata antipatia per queste multinazionali dell’inquinamento. Certo, deontologicamente dovremmo essere neutrali, a volte però è molto difficile. Quello di ExxonMobil è uno di questi casi.
Il Guardian, testata molto attenta alla questione ambientale, ha recentemente rilanciato una sua inchiesta – datata 2017 – nella quale esaminava la comunicazione aziendale del gigante del petrolio. Com’è noto, si tratta di un tabloid con sede a Londra, stampato in inglese, dunque i loro pezzi sono naturalmente tutti in lingua. Ebbene, in quello specifico approfondimento, due giornalisti hanno preso in esame la storia quarantennale delle comunicazioni aziendali relative al cambiamento climatico. Dall’esame dei report peer-to-peer, ovvero quelli scritti da scienziati per altri scienziati, è risultata una netta discrepanza fra le informazioni di cui l’azienda era in possesso e quelle che esternava ai non addetti ai lavori.
ExxonMobil ha abitualmente piegato e plasmato la verità contenuta negli articoli scientifici e nei dossier interni prodotti dalla scienza e l’ha ripubblicata su media privi della revisione tra pari, come ad esempio sul New York Times. Com’è noto, il celebre quotidiano consente a privati di acquistare pagine sui suoi numeri e riempirle con articoli propri. SI tratta di inserzioni pubblicitarie, ovviamente. È però consuetudine dare a questi advertisements un certo tono, una veste elegante, spacciandoli come fossero articoli di opinione. Non è certo solo ExxonMobil a comportarsi in questo modo; il Times ha molti lettori e i suoi spazi fanno gola a tutte le principali aziende operanti nel mercato statunitense. Tanto prima quanto dopo la fusione, le società del gruppo hanno sistematicamente mentito e fuorviato il pubblico riguardo al cambiamento climatico e alla sua portata.
Bloomberg News e la nuova indagine
A ciò vanno aggiunte le ultime indagini di Bloomberg News, Recentemente, un’inchiesta della divisione ambientale interna al network informativo che fa capo al miliardario Mike Bloomberg, ha portato alla luce nuovo materiale che prova la disonestà del gigante petrolifero. In sostanza, quel che sarebbe emerso dalle indagini è che la compagnia abbia un piano per incrementare la produzione di energia derivante da combustibili fossili. Fin qui, c’è poco da stupirsi, parliamo di persone che svolgono questo mestiere, dopotutto. Non ci meravigliamo del fatto che inseguano anch’essi la crescita infinita, regina del sistema capitalistico, a spese dell’ambiente. Tutte le altre grandi corporation del pianeta fanno lo stesso, in definitiva. Ebbene, l’aggravante è che ExxonMobil stia tenendo tutto nascosto ai propri investitori.
Il piano di crescita aziendale prevede un elevato aumento dell’emissione di diossine. In alcuni documenti interni, scovati dall’insider che ha passato il materiale alla redazione di Bloomberg, si parla di aggiungere al già elevatissimo inquinamento prodotto da EM una quota di emissioni pari a quelle che, annualmente, vengono liberate nell’atmosfera da un Paese delle dimensioni della Grecia. Queste previsioni, però, sono state accuratamente nascoste agli investitori. Non paga, la compagnia ha anche attaccato con veemenza Bloomberg News, accusandola di aver utilizzato dati vecchi, non più aggiornati e imprecisi. Naturalmente, però, poi ha accuratamente evitato di fornire proiezioni più recenti.

ExxonMobil in difesa di sé stessa, una storia di buchi nell’acqua
Insomma, dopo la fusione il lupo ha perso il pelo ma non il vizio. Come sottolineano Geoffrey Supran e Naomi Oreskes, autori dell’inchiesta del Guardian, tanto Exxon, quanto Mobil, quanto la ExxonMobil Corp. hanno tutte indistintamente mentito al pubblico.
Dal 2017, anno dell’uscita della prima inchiesta sull’azienda, fino ai giorni nostri, la compagnia ha continuamente cercato di ribattere alle accuse mosse nei suoi confronti. Lo ha fatto dapprima accusando di inattendibilità i due autori dell’inchiesta. Questa mossa, però, ha avuto scarso successo dal momento che Supran e Oreskes sono, rispettivamente, ricercatore e professore associato all’Università di Harvard e si occupano di scienze climatiche da tutta la vita mentre ExxonMobil è… beh, una compagnia petrolifera.
Incuranti dell’accaduto, i piani alti aziendali hanno deciso di pubblicare un report che smentisse quanto affermato dai due luminari. Peccato però che il loro studio sia stato finanziato in toto dalla stessa ExxonMobil e non abbia ricevuto alcuna peer – review. Anche questo documento è in lingua e non è mai stato tradotto. Con tale report la compagnia ha voluto non tanto accusare di falsità la comunità scientifica, bensì denunciare il fatto che quel loro studio sia stato rifiutato da essa. In realtà, la prassi degli scienziati è, da sempre, quella di accettare solo ricerche che vengano verificate tra colleghi.
Quel che interessa alla corporation, comunque, non è tanto passare da vincitrice nell’eventuale dibattito su quanto ExxonMobil inquini, poiché è un dato di fatto che sia un’azienda nociva. Già soltanto riuscire a creare dei dubbi, a mettere in discussione l’attendibilità di quanto detto dagli esperti e riuscire a fuggire dall’occhio del ciclone sarebbe una vittoria per la compagnia. Solo il dar vita al dibattito sarebbe un trionfo per ExxonMobil.
Le bugie del sistema petrolio
L’industria del petrolio ha interesse a mantenere quanto più pulita possibile la propria coscienza. Per farlo non ha che un’arma: negare o comunque depotenziare le argomentazioni sul cambiamento climatico. Le parole usate dai giganti del petrolio sono sempre le solite. Si sta portando avanti una battaglia politica. Gli scienziati pubblicano risultati fabbricati ad hoc. C’è interesse ad attaccare l’industria tradizionale dell’energia. Facciamo attenzione a non mangiare la foglia. ExxonMobil, le sue tre sorelle e l’intero indotto del fossile restano il principale nemico nella lotta per il Pianeta. Le inchieste del Guardian e di Bloomberg News ce lo ricordano una volta in più.

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