La plastica dei Paesi sviluppati invade l’Africa

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Negli anni ’70 la plastica, una meraviglia della tecnologia al tempo, era considerata un materiale rivoluzionario. Questo derivato del petrolio rappresentava il materiale del futuro. La sua duttilità, la sua possibilità di acquisire qualsiasi forma e contenere pressoché qualunque materiale fecero gioire i chimici all’epoca, convinti di aver trovato la chiave di volta, la quintessenza della loro ricerca, il prodotto che avrebbe accompagnato l’umanità per il resto della sua esistenza. Cinque decenni fa, a nessuno interessava la questione ambientale. Non ci si curava troppo di che cosa avrebbe significato dover smaltire tutta quella plastica che iniziava ad invadere il mercato.

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Dove finisce la nostra plastica?

I Paesi ricchi, il cosiddetto Occidente sviluppato, non è in grado di riciclare la maggior parte della sua plastica. Molto semplicemente, ne produce troppa. Il riciclo del materiale è un processo lungo e complicato: esso prevede che la plastica venga pulita, smistata, triturata, trasformata in piccoli pezzettini denominati flakes (fiocchi, in inglese) i quali saranno in seguito convertiti in nuovi prodotti. Ammesso che questo processo venga seguito alla lettera e il materiale sia riciclato come si deve, ogni singola fase di questo processo degrada la qualità del polimero. La plastica non è vetro, non si può riciclare all’infinito. Già fin dal primo passaggio del suo riciclo, essa si deteriora notevolmente.

Per i Paesi ricchi è molto più semplice, economico e rapido, evitare di riciclare la propria plastica. Molti Stati, infatti, non cominciano neppure il processo di riciclo, soprattutto nel caso delle plastiche più dure e difficilmente riconvertibili. Si preferisce bruciare i rifiuti o, in maniera ancor più comoda, spostarli semplicemente da un luogo ad un altro. La maggior parte della plastica prodotta dove si sta bene, finisce dove si sta male, spesso sotto forma di conditio sine qua non inserita all’interno di accordi commerciali tra occidentali e Paesi in via di sviluppo.

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L’incognita della responsabilità

Negli Stati Uniti si produce la maggior quantità di plastica nel mondo. Il loro primato potrebbe essere presto superato da alcune economie emergenti ma, diversamente da quanto accade negli USA, la Cina sta pensando di bandire completamente la plastica monouso. Il primo passo è stato l’abolizione dei sacchetti non biodegradabili. Entro la fine del 2020 saranno messi al bando in tutte le principali città del gigante orientale. Entro il termine del 2022 si stima che non ne circoleranno più. Negli States sono più indietro. Recentemente si è aperto un dibattito: chi è il responsabile dell’inquinamento dovuto a materie plastiche?

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Il fabbisogno di plastica per ogni Stato europeo. Tabella: Polimerica

Il Partito Democratico americano spinge per incolpare le aziende produttrici. La proposta dem contempla la creazione di un programma nazionale di vuoti a rendere, l’eliminazione di numerosi prodotti monouso non necessari già a partire dal 2022 e la sospensione temporanea della pianificazione ed edificazione di nuovi impianti per la produzione di plastica. Nel disegno di legge presentato si prevedono anche controlli atti a verificare che i rifiuti di questo materiale prodotti negli USA non siano spediti in altri Paesi. La strada per l’approvazione di questa proposta è tutta in salita. Ci troviamo in America e le corporation tengono la politica imbavagliata, come spesso accade.

Matt Seaholm lavora presso la Plastic Industry Association. Si tratta dell’associazione statunitense rappresentante di tutte le aziende del settore. Seaholm dirige la divisione che ha il compito di impedire divieti all’utilizzo delle plastiche. Come ogni lobby, anche quella dei produttori statunitensi di questo inquinante polimero è legata stretta alle alte sfere della politica. Non solo la PIA ha sempre negato ogni responsabilità dell’industria nella produzione dei rifiuti, essa è anche passata all’attacco in seguito alla presentazione della proposta che abbiamo ora descritto e lo ha fatto con Seaholm in prima linea.

Guerra allo shopper riutilizzabile

Nei peggiori momenti della pandemia, sono usciti numerosi articoli – non esattamente inattaccabili dal punto di vista scientifico – nei quali si affermava che le buste della spesa riutilizzabili erano un veicolo di contagio da nuovo coronavirus. Quasi tutti questi articoli riportavano gli studi del ricercatore Ryan Sinclair, autore di tre studi relativi all’argomento. I dettagli delle sue ricerche possono essere consultati sull’Internazionale numero 1379, importante fonte per questo articolo. Questi approfondimenti di Sinclair sono stati finanziati dall’American Chemistry Council – chiaramente di parte – e dai californiani di Environmental Safety Alliance. Segretario di quest’ultimo gruppo è un ex lobbista della NRA, la potentissima lobby delle armi, convinto che le leggi civili dovrebbero basarsi su quanto scritto nella Bibbia. Un simile personaggio deve essere sicuramente un luminare della questione ambientale.

In realtà, l’ultimo di questi studi è piuttosto chiaro nell’affermare che qualunque rischio di eventuali contagi legati al riuso di sacchetti per la spesa si può contrastare lavando mani e shopper. Eppure, l’industria della plastica non ha desistito, continuando ad usare questo materiale per rilanciare la necessità di utilizzare sacchetti di plastica monouso. A loro dire, naturalmente, essi sono molto più sicuri.

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L’opportunismo degli industriali non ha scalfito le decisioni già prese in numerosi Paesi volte a limitare consumo e produzione di plastica. Questa è una buona notizia ma ci dimostra, una volta in più, come il sistema economico in cui viviamo sia del tutto disinteressato a salvare il nostro Pianeta, se per farlo deve andare contro i propri interessi.

Le rigide normative africane

Il continente nero, giovane e attento alla tematica ambientale ben più dell’occidente, è quello dove sono state approvate le normative più severe. Il Senegal ha già messo al bando le tazze in plastica monouso e l’acqua in sacchetti di plastica – metodo di trasporto molto diffuso in uno Stato dove l’acqua è oro. In Kenya già dal 2017 sono stati vietati gli shopper usa e getta, i quali fino a 3 anni fa volavano per strada, intasavano le falde acquifere e restavano appesi agli alberi. Nairobi ha inoltre vietato l’introduzione di plastiche monouso, comprese le bottiglie di plastica, nei parchi nazionali e nelle aree protette.

Nel 2018 si era parlato di estendere questo divieto sull’intera superficie nazionale ma poi non se n’è fatto nulla. Come mai? Perché le multinazionali dei soft drinks hanno battuto i pugni sul tavolo. Coca Cola, Unilever e Kenya Association of Manufacturers si sono issate in difesa del polietilene tereftalato (PET), con il quale si fanno le bottigliette.

Le strategie dei giganti della plastica

Dati i prezzi particolarmente bassi a seguito del crollo del costo del petrolio, è ora molto più conveniente produrre involucri in plastica piuttosto che in vetro. Le aziende appena citate hanno creato la PETCO, società ad hoc che si dovrebbe occupare di riciclare la plastica per le aziende che l’hanno istituita. Il condizionale resta d’obbligo dal momento che nel 2019 il consorzio ha stanziato la miseria di 385.400 dollari di sussidi per incentivare il riciclo in Kenya. Si tratta di noccioline se consideriamo che due dei tre componenti della PETCO sono parte delle magnifiche 5, le multinazionali che fatturano più dei PIL di molti Stati e, di fatto, hanno in mano le sorti del mondo trainandone l’economia.

Naturalmente, la scelta di presentare questo consorzio come un ente paladino del riciclo non è che parte di una strategia adottata a livello globale dall’industria della plastica. Gli addetti ai lavori del settore, infatti, hanno da tempo preso di mira i Paesi più poveri come luoghi di stoccaggio dei loro rifiuti.

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Prospettive del consumo della plastica nei prossimi 15 anni. Elaborazione: Polimerica

Porto anche l’esempio della Alliance to end plastic waste, creata l’anno scorso da BASF, Exxon Mobil e altre aziende tra le principali produttrici di plastica. Questa alleanza si è impegnata a finanziare con 1,5 miliardi di dollari tutte le operazioni necessarie ad impedire l’accumulo di rifiuti plastici nell’ambiente. La cifra, a un profano, potrebbe sembrare elevata; in realtà però si tratta di appena l’1% della cifra che si stima sia necessaria per ripulire gli oceani dalla plastica che li soffoca. L’industria non ha alcuna intenzione di riciclare, vuole semplicemente mettersi in buona luce. Il loro business è per definizione nemico dell’ambiente.

Un sistema alimentato a bugie

Non sono affatto pochi gli attivisti che, in Africa, si stanno battendo contro i soprusi delle multinazionali che riempiono di plastica le loro discariche. Ovviamente però, un pugno di ambientalisti proveniente da Paesi in via di sviluppo può abbastanza poco contro un’azienda come Coca Cola o contro le sue alleate Nestlé e Unilever. A chiunque si batta davvero per l’eliminazione dalla plastica, le operazioni di facciata delle grande produttrici infiammano i nervi.

Secondo David Azoulay, direttore del programma di salute ambientale presso il Center for International Environmental Law a Ginevra, le iniziative presentate nel pragrafo precedente non sono altro se non “soldi investiti per poter continuare ad inquinare. È come se il nostro vicino ci pagasse un dollaro per contribuire alla pulizia del giardino ma poi vi riversasse 250 dollari di spazzatura. Nessuno accetterebbe un simile patto.”

Sullo stesso piano di questo ragionamento esemplificativo dobbiamo metterne un altro, questa volta purtroppo reale.

Donald Trump e la plastica

Anche l’amministrazione Trump, notoriamente ben più interessata all’economia che all’ecologia, si trovò costretta ad occuparsi di plastica. Lo scorso novembre, sull’ondata dell’indignazione mondiale per i rifiuti in plastica, Rick Perry, dimissionario segretario all’energia, nell’annunciare un’iniziativa presidenziale per preservare la pulizia dei corsi d’acqua nazionale dalla plastica, snocciolò ai giornalisti una delle favole più amate dall’industria della plastica a stelle e strisce. “Nel mondo contiamo otto fiumi che trasportano, da soli, il 90% dei rifiuti plastici negli oceani. Nessuno di questi è americano.” Disse in quell’occasione l’allora segretario.

Il dato è corretto. Dieci corsi d’acqua trasportano una percentuale del carico globale di questi rifiuti che si attesta intorno al 90% in mare. Otto sono collocati in Asia e due in Africa. Perry non si è inventato nulla. Ce lo dice la rivista specialistica Environmental Science and Technology, in uno studio del 2017. Quel chel’ex segretario ha omesso è che la maggior parte di quella plastica non proviene dagli Stati lambiti da quei fiumi. Quasi tutta è di provenienza nordamericana o europea.

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Stando ai dati di Environmental Sciences Europe, risalenti al 2019, negli ultimi 30 anni i Paesi ricchi hanno esportato oltre 172 milioni di tonnellate di plastica. Questi rifiuti sono stati fatti sbarcare in 33 diversi Stati africani. Il valore della plastica spostata nel continente nero ammonterebbe a 285 miliardi di dollari. La maggior parte di questo materiale è costituto da bottiglie e bottigliette. Le etichette su di esse riportano spesso il logo di Coca Cola o Pepsi. Le origini del problema della plastica in Africa, non sono affatto locali. Il più recente trattato tra USA e Kenya, il quale mira a spostare altre navi di plastica sull’Atlantico, è stato definito dall’amministrazione Trump. E dalla lobby del petrolio che tiene il Presidente al guinzaglio, naturalmente.

Il nocciolo della questione

I paesi in via di sviluppo trovano difficoltà a smaltire la loro spazzatura. Spesso non hanno a disposizione infrastrutture in grado di gestire correttamente il pattume prodotto nei grandi nuclei urbani, ove gli abitanti si riversano per cercare un lavoro che nelle campagne non li consentirebbe di vivere con dignità. Le capitali di questi Stati sono spesso giganti insaziabili, sempre più vaste e popolate. Ciò porta gentrificazione, ciò porta consumo di suolo – ne abbiamo parlato in altre occasioni – ciò produce inevitabilmente rifiuti. Incuranti di ciò gli Stati Uniti – soprattutto, ma anche numerosi altri Paesi sviluppati – riversano su questi territori enormi quantità di rifiuti aggiuntivi. Spesso e volentieri, questa immondizia è composta da quella più difficile da smaltire: plastiche dure e particolarmente ingombranti, polimeri trattati e rinforzati in laboratorio per trasportare farmaci e altri materiali delicati, spesso tossici.

Come riciclare correttamente la plastica. Video: PET – Recycling Svizzera

La tratta – perché di essa si tratta – di rifiuti dai Paesi ricchi a quelli poveri è definita commercio globale dei rifiuti. Essa ha però ben poco delle consuete caratteristiche del commercio. Il valore della plastica di scarto è infimo, tanto che molte aziende vengono pagate per riceverla. I rifiuti spediti lontano in questo modo vengono etichettati come riciclati nelle statistiche degli Stati che li cedono; spesso e volentieri, però, chi li riceve, incapace di riciclare l’intera mole della spazzatura che riceve, finisce per incenerirla o lasciarla a marcire nelle discariche.

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La geopolitica della plastica

I Paesi in via di sviluppo non sono affatto contenti di ricevere tutta questa plastica e questo meccanismo corre il rischio di dare avvio ad un domino pericoloso. La plastica potrebbe dare avvio ad una guerra mondiale dei rifiuti, nella quale i ricchi spediscono ai poveri i loro rifiuti e i poveri li rimbalzano a chi è ancor più povero, e alla fine nessuno si occupa dello smaltimento del rifiuto. Il termine smaltimento non è impiegato a caso, perché di fronte a queste dinamiche dobbiamo chiederci se il riciclo sia, in effetti, davvero la soluzione migliore. L’arma più efficace per vincere la guerra alla plastica, non è questa. Occorre ridurre l’impiego del materiale piuttosto che incentivarne il consumo nascondendo la polvere sotto il tappeto del riciclo.

La plastica è una componente particolarmente significativa all’interno della più vasta questione ambientale. C’è un accordo internazionale, firmato a Ginevra, il quale dovrebbe impedire lo smercio incontrollato del materiale in altri Paesi. Gli USA non hanno ratificato il trattato, ma anche chi quella convenzione l’ha firmata, sembra curarsene molto poco. L’infatuazione dell’umanità per la plastica, nata due generazioni fa quando il polimero sembrava il quinto elemento della tecnica, una sorta di equazione divina discesa sull’uomo per consentirgli di creare qualunque cosa potesse pensare con questo materiale, ci ha mostrato anche la faccia più oscura della sua medaglia. La plastica è ovunque, spesso invisibile eppure ugualmente inquinante. La questione del rifiuto plastico e della sua gestione potrebbe minare la geopolitica dei prossimi anni e decenni. SI Stima che occorreranno ancora diversi lustri, prima che l’industria cominci effettivamente a declinare.

In Africa si sta progettando l’oleodotto più lungo del mondo

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I governi del mondo intero stanno cercando di sconfiggere la pandemia decretando nuovi lockdown e impedendo così alle persone di uscire di casa. Nelle aree agricole più remote dell’Africa Orientale, vi è invece chi la propria casa la sta perdendo a causa dei lavori di costruzione dell’oleodotto più lungo del mondo, l’East African Crude Oil Pipeline. Oltre agli sfratti, se la costruzione di questo ecomostro venisse portata a termine, avrà conseguenze terribili sugli uomini, sugli animali e sull’incontaminata natura africana.

L’oleodotto più lungo del mondo

È stato ormai comprovato che una delle cause della pandemia sia da attribuirsi allo sfruttamento ambientale e all’inquinamento dovuto ai gas serra e alle fonti fossili. Nonostante ciò le compagnie petrolifere continuano a scavare alla ricerca di preziose riserve. È quel che sta accadendo in Uganda, in seguito alla scoperta di una vastissima riserva di petrolio nel sottosuolo. La nota compagnia petrolifera francese Total insieme alla China National Offshore Oil Corporation hanno quindi iniziato i lavori di costruzione di un oleodotto per poterlo trasportare verso il porto più vicino e di lì in altri continenti.

L’oleodotto dovrebbe originare dall’area circostante il Lago Albert, al confine della Repubblica Democratica del Congo ed estendersi per 1443 chilometri fino al porto di Tanga in Tanzania. Se terminato, l’East African Crude Oil Pipeline sarebbe il tubo per il trasporto del petrolio più lungo del mondo, anche più della molto criticata Dakota Access Pipeline (di cui parliamo qui), negli Stati Uniti. Per la sua costruzione sarà necessario un investimento di 3,5 miliardi di dollari. Molti, direte voi. In realtà, però, non così tanti se si considera che le due compagnie petrolifere hanno già speso altri 4 miliardi per le infrastrutture atte alla costruzione di cinquecento pozzi nei pressi dei giacimenti.

Loschi motivi

I motivi ufficiali per la costruzione dell’oleodotto sono in primo luogo, quello di rimpinzare le riserve di petrolio. Ovviamente in barba alle speranze e alle necessità di un cambiamento verso le energie rinnovabili. In secondo luogo i CEO dei giganti petroliferi e i leader dei paesi interessati hanno sottolineato il beneficio economico che l’Uganda e le nazioni limitrofe ne trarrebbero. Il portavoce del governo della Tanzania Hassan Abassi ha dichiarato che il Paese guadagnerà circa 3,24 miliardi di dollari una volta che il progetto sarà operativo. Inoltre, l’impianto creerà più di 18.000 posti di lavoro nei prossimi 25 anni.

Un occhio superficiale potrebbe legittimare quest’ultima motivazione. Persino l’Onu nel recente rapporto sull’alimentazione ha riconosciuto che in alcuni Stati più poveri le emissioni di carbonio potrebbero inizialmente dover aumentare per consentire a tali paesi di raggiungere gli obiettivi di nutrizione. Non è però questo il modo di farlo. Questo tipo di progetto, infatti, porterà guadagni ai paesi importatori della materia prima, oltre che alle compagnie addette allo scambio. Come ha scritto sul New Yorker Bill McKibben, fondatore dell’Organizzazione ambientalista 350.org, “attualmente la quantità di paesi esportatori che registrano la minore crescita del PIL è disarmante.” E ha aggiunto che “la storia insegna che i benefici dell’oleodotto non saranno ampiamente condivisi“. In altre parole, ritiene che i benefits di cui parlano gli investitori sono in realtà destinati soltanto a poche élites. Le quali, appunto, lucrano su un territorio incontaminato e una popolazione povera. Entrambi, quindi, facilmente sfruttabili.

Danno alle persone

Non solo l’ambiente e le persone non riceveranno particolari benefici, ma subiranno maggiormente i danni, reali o potenziali, dell’oleodotto. Questo nonostante le aziende petrolchimiche coinvolte abbiano presentato un certificato di idoneità sociale e ambientale. Per esempio, avrebbero scelto un percorso che riduce al minimo il numero di persone che dovranno trasferirsi.

Gli abitanti intervistati, però, non sono d’accordo. In molti hanno già dovuto lasciare le loro case per fare spazio ai lavori. Inoltre, anche se sfrattassero soltanto una persona per la costruzione del tubo, questo non sarebbe giusto. Come abbiamo imparato durante i mesi più difficili della pandemia, dietro ai numeri si celano persone, diritti, storie, emozioni. Si sarebbero anche verificati episodi di corruzione, come intimidazioni agli abitanti costretti a firmare i fogli di idoneità ambientale e sociale contro la loro volontà.

Quasi un terzo dell’oleodotto verrà inoltre costruito nel bacino del lago Vittoria, dal quale dipende la vita di circa trenta milioni di persone. Secondo l’agenzia Global facility for disaster reduction and recovery, “una fuoriuscita di petrolio potrebbe avere effetti catastrofici sulle fonti d’acqua locali. Ma anche sull’ambiente (per esempio gli ecosistemi acquatici, ndr.) e sulle comunità che ci abitano”. La zona attraversata dal tubo è inoltre a medio rischio sismico, che aumenterebbe il rischio di un incidente.

Danni all’ambiente

Un ulteriore problema riguardante l’oleodotto è riconducibile al fatto che attraverserebbe un’area la cui biodiversità è tanto ricca quanto delicata. In un resoconto del 2017 il Wwf Uganda annunciava che la pipeline avrebbe probabilmente causato disordini significativi, una frammentazione e un aumento del bracconaggio in un habitat naturale dalla biodiversità molto importante. La riserva naturale Biharamulo, per esempio, ospita una delle ultime cinque colonie di scimmie Piliocolobus. Inutile dire cosa comporterebbe la presenza umana per un gruppo di animali a rischio estinzione, abituati a vivere in quasi completo isolamento all’interno di una foresta. I cui alberi, oltretutto, saranno per buona parte abbattuti.

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Da non dimenticare, poi, è il sempre incombente riscaldamento globale, causato dalle emissioni di natura antropica e che anche in questo caso faranno la loro funesta parte. Innanzi tutto quelle derivate dai lavori di costruzione per l’intero impianto estrattivo. In più, per permettere al petrolio di scorrere costantemente attraverso il tubo sarà necessaria l’energia termodinamica. Come si legge nello studio di Science Direct, per permettere al petrolio di scorrere a 50, 60, 70, 80, 90 e 100 metri cubi all’ora serve rispettivamente una temperatura di 55, 60, 65, 70–75 °C e una pressione altrettanto alta. Il calore necessario verrà generato da fonti fossili e, pertanto, si emetteranno gas serra in atmosfera.

Inoltre il petrolio che arriva in Tanzania verrà trasportato (con mezzi veloci e ad alte emissioni) verso gli impianti di lavorazione internazionali. Di lì prenderà il via tutta quella filiera estremamente inquinante che già conosciamo e che alimenta moltissimi mercati, da quello della plastica a quello della benzina a quello del riscaldamento delle nostre case.

L’oleodotto oggi

Al momento la costruzione dell’oleodotto è bloccata, ma si tratta più che altro di un disaccordo interno sulle tasse per la costruzione dell’impianto in Uganda. Dal punto di vista politico – ed etico – non vi sarebbero invece stati dubbi. L’oleodotto era da fare. Il presidente ugandese Yoweri Museveni e quello della Tanzania Hassan Abassi hanno infatti recentemente firmato un accordo tra loro e con la Total per continuare i lavori di costruzione.

In un momento in cui l’umanità sta lottando per la sopravvivenza della sua stessa specie un nuovo oleodotto era l’ultima cosa di cui necessitava. Ma, probabilmente, è stato proprio a causa di questa dilagante e momentanea distrazione che i signori del petrolio hanno sparato il loro ennesimo colpo.

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Elefanti morti in Botswana, mistero risolto?

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Durante il mese di maggio, in Botswana, vennero rinvenute alcune carcasse di elefante, le quali a fine luglio raggiunsero quota 281. L’ipotesi di bracconaggio è stata smentita dal dipartimento della fauna selvatica e dei parchi nazionali; Oggi, a distanza di qualche mese, con le analisi alla mano il mistero sembrerebbe risolto. O quasi. L’unica certezza è che gli elefanti morti siano ormai 330.

I primi decessi a maggio 2020

Il Botswana è un paese dell’Africa meridionale definito dal deserto del Kalahari e dal delta dell’Okavango; e proprio lungo le rive di quest’ultimo si sta consumando, da maggio, un dramma ancora irrisolto.

Le carcasse dei primi mammiferi rinvenuti non furono denunciate immediatamente, ma si aspettò il mese di luglio, quando le morti avevano sfiorato il picco dei 280 casi. Il Botswana ospita circa 13.000 esemplari di pachidermi, più di qualunque altro Paese africano ed ancora stupisce la poca prontezza nell’intervento.

Le morti degli elefanti in Botswana potrebbero essere (indirettamente) legate all’uomo.
Crediti: National Park Rescue

A denunciare le morti sono stati i volontari e ricercatori di Elephants Without Borders (EWB), i quali studiano i modelli migratori, il comportamento e l’ecologia degli elefanti, della fauna selvatica e dei loro habitat.

Il recupero della popolazione di elefanti nel Botswana ha portato ad una crescente preoccupazione su come gestire questa grande popolazione. Alcune persone sono preoccupate che gli elefanti si siano ripresi in numero maggiore di quello che l’ambiente può sostenere, e c’è una notevole preoccupazione per l’aumento del conflitto uomo-elefante.

In principio, proprio quest’ultimo venne ipotizzato come causa di morte; ma si resero conto che sui corpi degli elefanti morti vi era ancora la presenza di zampe e zanne. Quegli animali non erano stati toccati dall’uomo.

Nuove ipotesi di morte: i cianobatteri

La specie è classificata come vulnerabile nella Lista Rossa della IUCN e ciò ha creato non poche pressioni al Governo da parte della comunità scientifica e da quella ambientalista. Sono stati condotti dei test e delle analisi sulle carcasse, suolo e acque limitrofe al luogo del decesso.

I test sono stati effettuati in laboratori specializzati in Sudafrica, nello Zimbabwe e in Canada. Sarebbe emerso che nelle pozze vicine ai corpi e dentro questi ultimi ci fosse la presenza di cianobatteri, i quali sono in grado di produrre tossine, dette cianotossine, che possono appartenere alla categoria delle neurotossine.

Crediti: National Park Rescue

Le autorità del Botswana sostengono che stanno indagando meticolosamente. Ma non sono state in grado di escludere né avvelenamenti né malattie. Il modo in cui gli animali muoiono  – molti cadono di muso – e gli avvistamenti di altri elefanti che camminano in cerchio indicano qualcosa che potenzialmente attacca i loro sistemi neurologici.

Le carcasse mostrano che erano caduti mentre camminavano, proprio sul loro sterno, il che è molto insolito. Finora non sembra esserci alcun segno chiaro del motivo. Quando accade qualcosa del genere è allarmante. Sono rimaste coinvolte tutte le età e sesso. Diversi elefanti vivi sembravano essere deboli, letargici ed emaciati, con alcuni che mostravano segni di disorientamento, difficoltà a camminare o zoppicare. Abbiamo osservato un elefante camminare in cerchio, incapace di cambiare direzione sebbene incoraggiato da altri membri del branco.

Afferma l’EWB.

Anche la causa antropica per ora rimane esclusa perché le popolazioni locali non hanno più accesso ai veleni convenzionali, come il cianuro e l’antrace, spiega Hervé Fritz, ricercatore del CNRS e direttore del laboratorio di ricerca internazionale Rehabs a Port-Elizabeth (Sud Africa). Questi veleni hanno anche l’effetto collaterale di avvelenare gli spazzini, come gli avvoltoi. 

Tuttavia, in Botswana, non è stato osservato alcun danno collaterale.

Forti dubbi da parte della comunità scientifica

Perchè i batteri hanno colpito solo gli elefanti?

Sappiamo che l’elefante, ad esempio, è l’unico animale che beve sotto la superficie dell’acqua. E laddove la profondità è una sfida, mostra chiaramente la possibilità che la specie sia in grado di aspirare il limo, che è proprio dove si trova la crescita dei cianobatteri. Tuttavia, abbiamo ancora molte domande a cui rispondere, come perché solo gli elefanti e perché solo quella zona. Abbiamo una serie di ipotesi su cui stiamo indagando.

Dottor Mmadi Reuben, il capo ufficiale veterinario del Dipartimento della fauna selvatica e dei parchi nazionali del Botswana.

L’unica cosa che gli elefanti fanno rispetto alle altre specie è che vanno a cercare i raccolti nei campi degli agricoltori. Se questi emettessero del veleno, gli elefanti di tutte le età accumulerebbero quella tossina e poi tornerebbero alle loro pozze d’acqua. Questo è almeno, se non più probabile, di questi cianobatteri come causa di morte.

Leggi il nostro articolo: “Energia pulita: che lezione dall’Oceania”

Spero che ciò che il governo ha detto sia vero, perché per testare i campioni di tessuto, devono essere conservati in condizioni specifiche e trasportati rapidamente a laboratori specializzati; ma ciò non è accaduto in Botswana, il che ha alimentato la speculazione sulle potenziali cause. Solo perché i cianobatteri sono presenti nell’acqua ciò non dimostra che gli elefanti siano morti per l’esposizione a quelle tossine. Senza buoni campioni di elefanti morti, tutte le ipotesi sono proprio questo: ipotesi.

Dott.Niall McCann, direttore della conservazione presso l’ente di beneficenza con sede nel Regno Unito National Park Rescue.

Le morti degli elefanti sono da additare all’uomo?

Se non si smentisse l’ipotesi del cianobatteri, l’uomo sarebbe comunque coinvolto in questo dramma.

Il cambiamento climatico sta aumentando sia l’intensità che la gravità delle fioriture algali dannose, rendendo più probabile il ripetersi di questo problema. L’aumentare sempre maggiore delle temperature dell’acqua rende favorevoli le condizioni di proliferazione.

Leggi il nostro articolo: “Trump e gli incendi: “Non credo che la scienza sappia”

Il Governo farà monitorare le pozze d’acqua per le fioriture nella prossima stagione delle piogge per evitare un’altra moria.

Parco del Virunga, i bracconieri uccidono 12 ranger

virunga

Siamo nella Repubblica Democratica dell Congo, in uno dei Parchi più belli, ma anche più pericolosi de mondo. Il Parco Nazionale del Virunga è patrimonio dell’Unesco dal 1975, ma oggi come allora è minacciato dai signori della guerra, dagli estrattori di petrolio e dai bracconieri. Questi ultimi, il 10 aprile di quest’anno, hanno fatto una strage, uccidendo ben 12 ranger.

La dinamica dell’accaduto

Un membro del governo congolese ha riferito quanto segue. Un gruppo di civili stava attraversando il parco sotto la scorta di 15 ranger armati, quando un gruppo di 60 uomini appartenenti alle Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (una milizia ribelle Hutu) ha fatto loro un’imboscata. Durante l’attacco 12 ranger e altre quattro persone hanno perso la vita.

A causa dell’altissima quantità di vittime questo attacco è il più mortale avvenuto sino ad ora, come afferma il governo congolese “il più mortale”. Ma molti altri altrettanto spaventosi si sono verificati nel corso degli anni all’interno del parco. Nel 2018 6 ranger sono stati uccisi e il Parco Nazionale era stato chiuso ai turisti per un anno intero, compromettendo una buona parte dell’economia del Paese. Nell’arco di 20 anni 182 ranger hanno perso la vita per salvare il parco e i suoi visitatori dalle milizie ribelli.

L’oro nero del Parco del Virunga

Il Parco Nazionale del Virunga è uno dei luoghi più ricchi di biodiversità della Terra ed ospita gli ultimi rari esemplari di gorilla di montagna. Questi ultimi, per il loro valore nel mercato del contrabbando illegale, sono spesso bersaglio di bracconieri. Di qui la presenza dei ranger, il cui compito è difendere questi esemplari dall’estinzione.

Parco del Virunga
Un gorilla di montagna nel Parco del Virunga

Ma non solo. In anni recenti il Parco è stato bersaglio di trivellazioni, poiché custodisce una grandissima riserva di petrolio. Le operazioni di estrazione possono compromettere gli ecosistemi, ma anche, ovviamente, alimentare il riscaldamento climatico, un fenomeno i cui effetti colpiranno duramente e prima dii molti altri lo stesso continente africano.

Le attività illecite di estrazione nel Parco del Virunga

Formalmente le compagnie petrolifere come SOCO International non hanno il permesso di estrarre petrolio dalle aree protette, come quella del Virunga. In pratica, però, vi sono state alcune operazioni illegali di trivellazione. Nel 2017 l’attivista Rodrigue Katembo è stato insignito del Goldman Environmental Prize per aver denunciato attività estrattive illecite.

Nel 2018 Il primo ministro Augustin Matata Ponyo ha dichiarato che le autorità hanno contattato l’UNESCO per trovare un modo affinché potessero “esplorare giudiziosamente” all’interno del parco al fine di “raccogliere i profitti delle sue risorse a beneficio delle persone che vivono lì”. Il futuro delle estrazioni nel Parco del Virunga è quindi ancora molto incerto.

Una storia dalle antiche radici

Vi è poi una questione storica che riguarda l‘ etnia Hutu. I leader delle Forze di Liberazione del Ruanda, infatti, sono collegati al genocidio avvenuto nel 1994 per mano degli estremisti Hutu nei confronti dei Tutsi e degli Hutu moderati. In cento giorni sono infatti morte dalle 800.000 al milione di persone: il più cruento massacro del xx secolo dopo la seconda guerra mondiale.

Il conflitto trova le sue radici nel colonialismo tedesco prima e belga poi, che ha calcato le orme della più classica mentalità imperialistica basata sul dividi et impera. Una locuzione, questa, che si potrebbe declinare, specialmente in tempi recenti, con appropriati delle loro risorse e tienili in pugno.

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Il fatto che questi gruppi di milizie ribelli esistano ancora è segno del fatto che, molto probabilmente, i finanziamenti interessati da parte dei potenti non sono stati interrotti. In poche parole, è probabile che le grandi compagnie petrolifere, i contrabbandieri, ma anche i governi che non vogliono perdere l’occasione di vendere alle nazioni ricche (di soldi, non di risorse) le preziose risorse naturali di cui l’Africa è ricchissima, finanzino le milizie non governative.

Infatti, promettendo loro soldi immediati, armi e un eventuale supporto, chiedono loro di attaccare i ranger che proteggono il parco. Oppure, addirittura, dicono loro di attaccare, rapire, derubare i turisti del parco, creando un clima di paura che disincentiverebbe una sempre maggiore affluenza.

Un documentario in merito ai loschi traffici che hanno interessato il Parco Nazionale è “Virunga” e puoi trovare il trailer e la nostra recensione qui.

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Africa, designer regala mascherine di tessuto nei villaggi

mascherine

Colori caldi e vivaci, stoffe decorate con rara originalità. Le mascherine create dal del fashion designer kenyota David Avido incarnano perfettamente la bellezza della natura africana. Ma sono anche il simbolo di tutto ciò che di questa terra non conosciamo e dal quale possiamo imparare molto.

La storia di David

David Avido è nato in una baraccopoli di Kibera, in provincia di Nairobi. A causa delle risorse limitate, che imponevano a lui e alla sua famiglia un solo pasto al giorno, David ha dovuto abbandonare gli studi.

La vita artistica di David è nata quando il ragazzo ha deciso di fondare una compagnia di ballo con alcuni amici della scuola elementare. Con i pochi soldi che guadagnava ballando e con il contributo della madre che era una collaboratrice domestica, David è riuscito a terminare gli studi.

Che l’arte (e il fashion design) fosse nelle sue vene era chiaro già da quando era ballerino. “L’idea di Lookslike Avido – questo il nome del suo brand – è nata quando disegnavo i vestiti di scena per me e il mio team. Poi portavo i disegni nelle sartorie, ma non li realizzavano mai esattamente come li volevo io. Così ho deciso di iniziare a cucirli da solo”. Ha detto il giovane designer in un’intervista a Vogue.

Grazie a un’organizzazione che opera in Kenya, David è riuscito a trovare i fondi per studiare al Buruburu Institute of Fine Arts a Nairobi. Si è così laureato in Fashion Design, aggiudicandosi anche il premio come miglior studente dell’anno. David Avido sta a poco a poco scalando le vette della moda internazionale, tanto che nel 2019 è stato invitato alla Fashion Week di Berlino.

Riciclo e riuso: l’insegnamento dell’Africa

Avido, però, non sembra aver cambiato il suo modo di operare, né tanto meno aver tradito le sue origini. Anzi, Avido non manca mai di sottolineare come l’obiettivo primario del suo lavoro sia quello di avere un impatto sociale positivo sulla sua comunità, creando posti di lavoro e motivando i giovani della sua città a inseguire i propri sogni. Ma vuole anche trasmettere un messaggio al mondo intero, ovvero che anche dai sobborghi dell’Africa rurale può nascere del buono, e che non esiste soltanto quello che vediamo nei media.

Anzi, l’Africa può essere un esempio della grande potenzialità del riciclo. Non avendo infatti a disposizione un’ingente quantità di risorse, Avido cuciva stoffe usate. E così fa tutt’ora. Sul sito di Lookslike Avido si legge che tutti i suoi pezzi sono fatti a mano e il 100% delle stoffe provengono da materiali usati.

Anche se al momento non ha certificazioni che lo rendono un brand totalmente sostenibile, sul sito Avido dichiara il suo intento di utilizzare in futuro solo materie prime biologiche e locali. I loro packaging sono già “climate-neutral” e il 100% del loro profitto viene re-investito nella localizzazione della catena. Un aspetto importante visto che comprare dall’Europa o dall’America prodotti fabbricati in Africa implicherebbe non poche emissioni.

Infine, gli scarti dei tessuti vengono donati alle scuole di sartoria, oppure sono riciclati dalla stessa Lookslike Avido per creare shopping bag.

David Avido con due delle sue creazioni: la felpa e la mascherina

Il Coronavirus in Africa

Nel continente africano il Covid-19 non sta mietendo lo stesso numero di vittime del nord del mondo. La paura che si possa diffondere anche lì è però altissima, poiché i sistemi sanitari non avrebbero le strutture e le risorse necessarie per affrontare un’epidemia di tali dimensioni. Inoltre per molte persone vivere in quarantena e seguire le regole del distanziamento sociale non sarebbe possibile a causa delle condizioni di sovraffollamento e indigenza nelle quali sono costrette a vivere.

“Luoghi come Kibera sono aree ad alto rischio“, ha affermato Rudi Eggers, rappresentante dell’organizzazione mondiale della sanità del Kenya. “Negli insediamenti informali e nei campi profughi della nazione vi abitano molte persone vicinissime tra loro, senza la possibilità di lavarsi bene le mani e senza mascherine.

Fortunatamente al momento il numero di contagi in Kenya sembra essere ancora basso. Sono infatti stati riportati 184 casi di coronavirus e 7 morti. Bisogna però dire che soltanto una piccolissima parte degli abitanti sono stati testati (5.500 a fronte dei 50 milioni totali).

Crediti: National Geographic

Inquinamento e diffusione del virus

Vi sarebbero molte diverse ragioni per le quali in Africa il virus non si sta diffondendo velocemente. In primo luogo vi è la mancanza di dati, che potrebbe influenzare negativamente la stima effettiva dei contagiati e dei morti. Un secondo motivo è la celerità con cui sono state prese le misure di sicurezza nelle maggiori città. Nairobi, per esempio, ha chiuso le attività commerciali e vietato assembramenti e spostamenti di persone. Purtroppo sono anche stati riportati casi di violenza estrema da parte della polizia verso chi violasse la quarantena, il che induce le persone a non lasciare facilmente la propria abitazione.

Il lockdown potrebbe anche aver portato ad un miglioramento della qualità dell’aria. Diversi studi, tra cui quello del SIMA del quale abbiamo parlato nell’articolo “Lo smog aiuta la diffusione del virus?” hanno ormai accertato il collegamento tra inquinamento e diffusione del virus. In più l’aria in Africa, sopratutto nelle zone rurali, è tendenzialmente più pulita rispetto al “Primo mondo”, anche se i dati non sono ancora esaustivi in merito.

Il sito Ourworldindata mostra come il tasso di mortalità dovuto all’inquinamento atmosferico sia più alto nelle nazioni a reddito medio, mentre è minore in quelle con un reddito molto basso oppure molto alto. Questo perché i paesi più poveri, in mancanza di industrie, sono meno inquinati. Quelli più ricchi, invece, stanno sviluppando sistemi più puliti di produzione dell’energia e dispongono di un sistema sanitario efficiente. Il Kenya si posiziona, per il momento, ancora tra quelle a basso reddito.

Mary Stephen dell’OMS ha dichiarato anche che i paesi africani, pur essendo più vulnerabili, potrebbero rivelarsi più resistenti, vista l’età media della popolazione. “Nel Regno Unito l’età media è di 40,5 anni, in Cina 37,4, mentre in Togo e in Camerun le soglie raggiungono una media di 19,8 e 18,5”, dice Stephen.

Clima, tosse, mascherine usa e getta

Vi è stato anche chi ha ipotizzato un rallentamento della diffusione del virus con un clima più caldo. Sarah Jarvis, una dottoressa britannica, ha rivelato alla BBC che questo potrebbe accadere per diversi motivi. Uno di questi è che le goccioline che trasportano i virus potrebbero non durare a lungo in un’atmosfera umida. Inoltre il caldo può far si che i virus muoiano più velocemente quando si trovano al di fuori del corpo umano”.

Quel che è certo è che i virus di natura simile al Covid-19 si diffondono attraverso le goccioline respiratorie, sopratutto quando una persona infetta tossisce o starnutisce. Di qui l’importanza del lavoro di Avido nei villaggi del Kenya. Perché continui il suo operato, le fondazioni uwezafoundation e Project Kenya stanno fornendo al giovane designer i tessuti per creare le mascherine.

È doveroso sottolineare che le mascherine di Avido non sono omologate, né tanto meno ad uso medico. Sicuramente, però, bloccando le vie respiratorie riducono il rischio di contagio. In più, essendo in tessuto, sono lavabili, il che diminuisce problemi relativi allo smaltimento di quelle usa e getta, che anche in Italia stiamo affrontando. Infine, le mascherine non lavabili vengono quasi sempre utilizzate più volte, magari a distanza di breve tempo, durante il quale il virus non ha modo di morire. In questo modo si attenua, di fatto, la loro stessa funzione antivirale.

Africa, la grande muraglia verde per fermare la desertificazione

Il progetto si chiama “The Great Green Wall”, la grande muraglia verde. Nato nel 2005 e operativo dal 2010, il piano prevede il rimboschimento di una fascia di 8000 chilometri, dall’Oceano Atlantino al Mar Rosso. Coinvolge 22 paesi africani e ha lo scopo di fermare la desertificazione nel continente, sia dal punto di vista ambientale che da quello sociale. Partecipano alla sua realizzazione numerosi partner locali e internazionali, e per questo motivo non poche sono le controversie attorno al progetto. Allo stesso tempo, la grande muraglia verde ha già dato i primi frutti, dimostrando che esistono strade percorribili per fermare il cambiamento climatico. A partire dagli alberi, la più naturale ed efficace risorsa per dare ossigeno al pianeta Terra.

Copertina del Numero di Febbraio della rivista Nigrizia, principale fonte del seguente articolo. Credit vignetta: Vauro

Le origini della grande muraglia verde

L’idea nacque nel 2005 in occasione della Conferenza dei Capi di Stato e di governo della Comunità degli stati del Sahel e del Sahara. Si sottolineò l’esigenza di creare un piano comune che potesse arginare il fenomeno della desertificazione, e allo stesso tempo creare benefici sociali per combattere la povertà in Africa. Nei cinque anni successivi il progetto venne elaborato fino alla fondazione dell’Agenzia Panafricana della Gmv, il “Great Green Wall for the Sahara and Sahel Initiative”.

Il progetto si è poi ramificato in diverse azioni multisettoriali, alcune di grande impatto, altre fallimentari o ancora allo stadio di progettazione. Nei casi di successo ha giocato un ruolo chiave il coinvolgimento della società civile, mentre in altri paesi il piano fa fatica ad avanzare a causa di guerre civili, conflitti di interesse fra le parti coinvolte o ingerenza dei privati stranieri, che hanno visto nella grande muraglia verde un’occasione per trarre profitto. Partiamo dall’analisi dei maggiori ostacoli.

Leggi il nostro articolo: “Romania, milioni di alberi tagliati illegalmente”

Criticità: conflitti istituzionali, zone di intervento

In primo luogo, sul piano istituzionale persiste una grande confusione sulla divisione dei ruoli di coordinamento, finanziamento e operazione sul campo. Fra i maggiori partner internazionali risultano la FAO, la Banca Mondiale, l’agenzia dell’ONU per la lotta alla desertificazione (Unccd) il Global Environmental Facility e l’Unione Europea. All’interno del Continente Africano invece, partecipano numerose organizzazioni coordinata da due organi, l’Unione africana e l’Agenzia panafricana per la Gmv. Come riporta il Report di Nigrizia, per i primi anni questi due organi si sono spesso intralciati, con una sovrapposizione di competenze e una deleteria mancanza di collaborazione. Il direttore scientifico dell’Agenzia panafricana, Abakar Zougoulou, ha commentato così questa problematica: “è come se ci fossero due capitani sulla stessa nave”.

Zougoulou ha sottolineato che negli ultimi tre anni si è cercato di risolvere questa ed altre criticità emerse. Ad esempio, in alcuni paesi è stata data scarsa attenzione all’adattabilità delle piante. Il mancato legame con le esigenze del territorio era stato un motivo di fallimento di precedenti piani di riforestazione: in Algeria e in Cina per esempio, non si era tenuto conto della necessità di utilizzare piante autoctone che si adattassero al clima e alle condizioni del suolo nella zona interessata. Inoltre, molti dei progetti finanziati dalla Banca Mondiale per la grande muraglia verde agiscono al di fuori della zona prioritaria d’intervento, identificata nella fascia che va dal Maghreb all’Africa subsahariana, con un focus speciale sulle zone con la pluviometria più bassa, dai 100 ai 400 millimetri.

Il pericolo di neocolonialismo

La cospicua presenza di finanziatori stranieri è essa stessa motivo di forti critiche. Come infatti sappiamo, molto spesso questi piani di investimento prevedono che venga restituito qualcosa in cambio. È ormai noto che la Banca Mondiale abbia agito per decenni in questa direzione, fornendo grosse somme di denaro ai paesi “in via di sviluppo” e obbligando i beneficiari ad attuare i cosiddetti “piani di aggiustamento strutturale”. Vale a dire, riforme del sistema politico-istituzionale a favore del libero commercio tramite privatizzazioni e allentamento delle regole statali.

Anche la partecipazione dei singoli paesi e dell’Unione Europea va attentamente sorvegliata, per non far sì che la grande muraglia verde sia un modo come altri per perpetuare dinamiche di neocolonialismo in Africa. Non a caso fra i finanziatori si è aggiunta di recente la Cina, che da anni investe nel continente africano per allargare la sua zona d’influenza.

Leggi il nostro articolo: “Ecosia: piantare alberi navigando sul web”

La società civile per la grande muraglia verde

L’ultimo elemento di debolezza da evidenziare è lo scarso ruolo della società civile nella progettazione del Great Green Wall. Infatti, come succede spesso in questi piani dal grande respiro internazionale, si rischia di portare tecnologie o dinamiche esterne che vanno a peggiorare o esacerbare situazioni locali già in bilico. Alcune zone che erano precedentemente accessibili a tutti, per esempio, sono state interdette per alcuni, aumentando le diseguaglianze.

Trailer del film The Great Green Wall, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2019

L’accesso equo alle risorse fondiarie è ora diventato un punto chiave del progetto: in alcune zone dove erano previste grosse zone boschive, ora vengono inseriti orti urbani, per non intralciare i villaggi e le comunità lungo il cammino. Di recente, si è posta l’attenzione sulla parità di genere, includendo le donne nella realizzazione di questi sistemi agrosilvopastorali. Si sta cercando infine di integrare la tecnologia con conoscenze autoctone, come il sistema degli zaї in Burkina Faso: una tecnica di fertilizzazione del terreno tramite piccoli buchi arricchiti di letame per raccogliere l’acqua.

Le prime stime sulla grande muraglia verde

Come evidenziato sopra, la grande muraglia verde presenta forti elementi di disputa che richiedono un lavoro di sorveglianza capillare. D’altra parte, bisogna riconoscere i successi finora ottenuti: le stime più ottimistiche dell’Unccd parlano di 28 milioni di ettari rigenerati e 12 milioni di alberi piantati. L’Agenzia Panafricana ridimensiona le stime: si tratterebbe di 3 milioni di ettari rigenerati e 11.000 posti di lavoro creati. Ci sono paesi che non hanno ancora la propria agenzia interna della Gmv e in cui nemmeno un albero è stato piantato.

Altri paesi africani hanno invece dimostrato un forte attivismo, a partire da Senegal, Niger, Ciad, Burkina Faso, Nigeria, Mali ed Etiopia. Quest’ultima ha riempito le pagine di tutto il mondo lo scorso luglio, quando in una sola giornata sarebbero stati piantati 350 milioni di alberi. Anche il nostro blog aveva testimoniato questa iniziativa, in occasione dell’Overshoot Day.

Leggi il nostro articolo: Green Legacy, l’Etiopia ha piantato oltre 353 milioni di alberi in un giorno

Il momento migliore per piantare un albero è ora

Ce l’hanno ricordato Greta Thunberg e George Monbiot qualche mese fa: C’è una macchina ‘magica’ che aspira gas serra dall’aria, costa molto poco e cresce da sola. Si chiama albero”. La natura stessa ci fornisce le soluzioni per arginare la crisi climatica. La grande muraglia verde presenta sicuramente delle criticità, ma è allo stesso tempo un piano coraggioso che ci indica la strada più sostenibile da percorrere nei prossimi dieci anni. Come dice il proverbio: “Il momento migliore per piantare un albero era 20 anni fa. Il secondo miglior momento è ora”.

Leggi anche: “1.200 miliardi di alberi per salvarci dai cambiamenti climatici”

Le locuste che stanno “mangiando” il Corno d’Africa

No, non siamo in un’interpretazione cinematografica della Bibbia e le immagini che arrivano dall’Africa orientale non raffigurano le piaghe d’Egitto. Ciò che sta letteralmente devastando Kenya, Etiopia e Somalia (qui lie immagini) è reale: un’invasione di locuste di dimensioni apocalittiche sta distruggendo tutti i raccolti che trova per la sua strada e mettendo a forte rischio la sicurezza alimentare di decine di milioni di persone. E la situazione è destinata a peggiorare.

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I numeri dell’invasione delle locuste in Africa

Iniziamo subito dai numeri. In Kenya una tale invasione di locuste non si vedeva da 70 anni. In Somalia ed Etiopia da 25. Si tratta, per intendersi, di una delle peggiori catastrofi che possa colpire una popolazione, soprattutto in una regione in cui la scarsità di cibo è un problema già conclamato. Questi insetti, a differenza di altri, sono migratori e sono in grado di percorrere anche 150 chilometri al giorno. Ciò che lasciano dietro di loro è desolazione allo stato puro. Si nutrono praticamente di qualsiasi tipo di vegetale, foraggio destinato agli allevamenti compreso.

Le dimensioni degli sciami sono variabili. I più piccoli misurano circa 1 chilometro quadrato e possono contare su numero di elementi che varia dai 40 agli 80 milioni. I più grandi, invece, possono misurare anche centinaia di chilometri quadrati; più o meno quanto la superficie di una grande città. Una locusta ha bisogno di circa 2 grammi di cibo al giorno, l’equivalente del suo peso. Da questi dati ne deriva che uno sciame di dimensioni normali, come ad esempio può essere uno che conta 150 milioni di esemplari, è in grado di mangiare l’equivalente di cibo che altrimenti servirebbe a sfamare 35.000 persone. In un giorno. Non ogni settimana o ogni mese. Ogni giorno. La già precaria sicurezza alimentare delle popolazioni colpite è a rischio come non mai.

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Le cause che hanno portate le locuste fino al Corno d’Africa

Ma com’è possibile collegare un’invasione di locuste ai cambiamenti climatici? In realtà è piuttosto facile. La regione interessata, ovvero quella dell’Africa Nord Orientale, ha subito negli ultimi mesi del 2019 diverse alluvioni ed inondazioni. Questi eventi meteorologici estremi sono riconducibili alla medesima causa che ha portato ad altre due catastrofi ambientali che vi abbiamo raccontato nelle scorse settimane, ovvero gli incendi Australiani e le alluvioni Indonesiane. Stiamo parlando di un anomalo ed eccessivo spostamento del Dipolo dell’Oceano Indiano, uno dei massimi sistemi climatici del pianeta (qui sotto un breve video in cui se ne parla), durante la sua fase positiva.

Gli effetti di questa anomalia sono stati a dir poco devastanti. Una lunga serie di alluvioni ed inondazioni ha colpito proprio le regioni dell’Africa in cui oggi stanno proliferando le locuste, mettendo in ginocchio le popolazioni locali che, quindi, erano già in grave difficoltà ben prima dell’arrivo degli insetti. Queste forti piogge hanno permesso alla vegetazione locale di proliferare andando a creare delle condizioni a dir poco ideali per le locuste che, a seguito di una delle loro migrazioni dallo Yemen, dopo aver attraversato il Mar Rosso hanno trovato quello che per loro era di fatto un vero e proprio paradiso terrestre. Oltre all’alta disponibilità di cibo, infatti, le condizioni climatiche ideali per le locuste sono alte temperature abbinate ad un alto tasso di precipitazioni.

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I pesticidi su larga scala come unica soluzione

Immediata la risposta della FAO che, sul suo sito, spiega così la criticità della situazione: “La velocità della diffusione dei parassiti e la dimensione delle infestazioni sono così oltre la norma che hanno portato al limite le capacità delle autorità locali e nazionali”. Ma una delle minacce più grandi giace nella grande capacità di riproduzione di questi insetti. Gli sciami hanno infatti già depositato le loro uova e nei prossimi mesi nelle aree interessate sarà tempo della stagione delle piogge. Ciò significa che la vegetazione riprenderà a crescere fornendo ulteriore cibo, non solo alle locuste già oggi presenti ma anche a tutte le nuove generazioni. Nella peggiore delle ipotesi, secondo l’ONU, il numero di esemplari potrebbe aumentare di 500 volte entro giugno.

Come se non bastasse i mezzi che le istituzioni locali hanno a disposizione per combattere questa piaga sono a dir poco ridotti. Il metodo migliore, probabilmente l’unico, per arrestare quest’invasione è, purtroppo, l’utilizzo di pesticidi su larghissima scala. I mezzi a disposizione dei governi dei paesi interessati sono ampiamente inadatti a combattere una crisi di tale portata. Le Nazioni Unite hanno già messo a disposizione circa 10 milioni di dollari ma ne serviranno sicuramente molti altri. Qualora non venissero fermati in tempo gli sciami potrebbero infatti a breve raggiungere anche i limitrofi territori di Uganda e, ancora peggio, Sud Sudan dove si è da poco conclusa una guerra civile da cui la popolazione non si è ancora ripresa.

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L’Africa è il continente che più soffrirà le conseguenze dei cambiamenti climatici, nonostante il suo contributo storico in termini di emissioni sia quasi ininfluente, se paragonato ai paesi più sviluppati. L’inasprirsi della crisi climatica avrà come effetto quello di allargare sempre maggiormente il gap che già separa gli Stati africani dal resto del mondo sotto svariati punti di vista. Un circolo vizioso profondamente ingiusto e fin troppo ignorato dai paesi del “primo mondo”. La congiunzione indissolubile tra crisi climatica e giustizia sociale è sempre più evidente. E l’effetto boomerang è dietro l’angolo.

Non solo Amazzonia: migliaia di incendi anche in Africa

Mentre gli incendi continuano a devastare la Foresta Amazzonica, non solo in Brasile ma nel Sud America intero, c’è un’altra zona del mondo che, è proprio il caso di dirlo, è stata messa a ferro e fuoco dall’uomo negli ultimi giorni. Si tratta dell’area centro-occidentale del continente africano. In Angola e Repubblica Democratica del Congo gli incendi stanno devastando delle aree verdi ancora più grandi di quelle registrate in Amazzonia. Come al solito, nel silenzio generale. Se, infatti, la questione amazzonica ha, molto lentamente, guadagnato l’attenzione dei media non si può dire lo stesso per ciò che sta succedendo in Africa. Ma ciò non vuol dire che il problema sia minore.

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In rosso le aree colpite da incendi negli ultimi 7 giorni. Fonte: Global Forest Watch

Più di 10.000 incendi in Africa centro-occidentale

Se si prendono in considerazione solo gli ultimi 7 giorni i dati sono impietosi. Il numero di roghi registrati in Brasile in questo lasso di tempo si attesta a 2.217. Se giriamo invece lo sguardo in Angola e nella Repubblica Democratica del Congo il dato sale a 10.395. Le immagini che si possono vedere sull’applicazione Global Forest Watch, che si avvale dei dati raccolti dai satelliti Terra e Aqua della Nasa, sono a dir poco scioccanti.

Leggi l’articolo: Più carne più deforestazione. Il report di Greenpeace

Oltre ai due Stati già citati, le fiamme stanno colpendo anche vaste aree di Zambia, Malawi, Tanzania, Mozambico e Madagascar. In poche parole gli incendi stanno devastando tutta l’Africa centro-meridionale. Risulta addirittura molto complicato quantificare i danni in termini di ettari di aree verdi scomparse.

Come opera la lobby dell’agribusinees

Come in Amazzonia e, più in generale, nella maggior parte dei casi questi tristi avvenimenti sono di origine dolosa. L’uomo dunque appicca volontariamente questi incendi con un unico scopo. Quello di liberare ampie fette di terreno che possano poi essere utilizzate per sistemi di coltivazione intensivi o per l’allevamento del bestiame, anche questo allevato in maniera intensiva. La cenere che si deposita dopo i roghi, infatti, sul breve termine rende il terreno più fertile. Purtroppo però questo processo lo rende rapidamente inutilizzabile. Va inoltre specificato come in Brasile, almeno fino all’arrivo di Bolsonaro, l’utilizzo di queste tecniche era, per quanto possibile e seppur con qualche falla, regolamentato.

Leggi l’articolo: L’Amazzonia brucia. 20.000 ettari in fumo

In queste zone dell’Africa, invece, risulta molto più difficile riuscire a stringere la cinghia a causa, spesso, della mancanza di risorse necessarie per la salvaguardia di queste zone. A fare le spese degli incendi in Africa non sono solo le foreste ma anche ampie zone di savane, praterie ed altri ecosistemi. Anche la cadenza temporale di questi eventi non è affatto casuale. A fine Settembre, infatti, arriverà la stagione delle piogge. Tutto ciò non fa altro che confermare la malafede e la dolosità di questi incendi.

Non solo criminali, c’è anche chi combatte

Il rischio di sentirsi totalmente impotenti di fronte a tutto questo è dietro l’angolo. Per non scoraggiarsi, oltre a guardare chi gli alberi li brucia, occorre mettere sotto i riflettori anche chi, invece, ha compreso a pieno la necessità di rimboschire il pianeta invece di deforestarlo.

Leggi l’articolo: Ecosia: piantare alberi navigando sul web

In Etiopia, come già riportato dalla nostra redazione, sono infatti stati piantati 353 milioni di alberi in un solo giorno. Un avvenimento simile è stato registrato anche in India dove, in appena 12 ore, sono stati piantati 6 milioni di alberi. In Italia sono già pronti 400.000 alberi per rimboschire le foreste distrutte lo scorso anno nelle Dolomiti. Ecosia, il motore di ricerca che pianta alberi e a cui sarebbe buona cosa convertirsi, ha annunciato che, nei prossimi 6 mesi, pianterà 1 milione di arbusti in più rispetto a quanto previsto in Brasile.

Leggi l’articolo: “GreenLegacy: l’Etiopia ha piantato 353 milioni di alberi in un giorno

Insomma, di fronte ad una lobby che mira dritto al profitto infischiandosene di un qualsiasi vincolo etico e morale, c’è anche chi resiste e si mette in gioco in prima linea per combattere quest’enorme ingiustizia. Ciò che ci serve non è altra soia piena di sostanze chimiche, né tanto meno altra carne da mangiare. Quello di cui abbiamo bisogno è un pianeta in salute che sia in grado di mettere freno all’avanzamento dei cambiamenti climatici. Il tempo stringe. Salviamo gli alberi e salveremo noi stessi.

#GreenLegacy, l’Etiopia ha piantato oltre 353 milioni di alberi in un giorno

Grafica di Green Legacy

Ce l’ha fatta. L’Etiopia ha raggiunto l’obiettivo che si era prefissata di riuscire a piantare 200 milioni di alberi in un giorno. Esattamente in corrispondenza dell’Overshoot Day mondiale, lo scorso 29 luglio. L’iniziativa ha preso il nome di #GreenLegacy e, attraverso la piantagione degli alberi, mira a combattere il crescente degrado ambientale e a sensibilizzare gli etiopi (e non solo) sul tema.

Sul tema dell’Overshoot Day: leggi il nostro articolo “OGGI È L’OVERSHOOT DAY: LA TERRA È ANDATA IN BANCAROTTA”

Una grafica dell’iniziativa #GreenLegacy (a sinistra), il Primo Ministro etiope nell’atto del piantare un albero. Fonte: AfricaNews.com

«We did it Ethiopia!» – Green Legacy e il nuovo record

È quanto si legge sulla pagina ufficiale dell’iniziativa sul sito del primo ministro etiope Abiy Ahmed, tramite la quale aveva invitato i propri connazionali a prendere parte attiva nella campagna da record. Solo attraverso la chiamata al pollice verde è stato infatti possibile riuscire a raggiungere questo risultato universalmente vantaggioso.

Il Primo Ministro su Twitter: «Congratulazioni Etiopia, non soltanto per aver raggiunto il nuovo come obiettivo #GreenLegacy, ma per averlo addirittura superato.»

Infatti, il record è andato ben oltre le aspettative. Il già inimmaginabile obiettivo di 200 milioni di alberi in un giorno è stato non solo facilmente raggiunto, ma abbondantemente superato, quasi raddoppiandolo. Il conteggio totale è infatti di 353.633.660 alberi piantati. A voler proprio esaltare in toto le gesta del paese africano e della sua popolazione, il traguardo è stato raggiunto in circa 12 ore.

Sul tema Riforestazione, leggi il nostro articolo “1.200 MILIARDI DI ALBERI PER SALVARCI DAI CAMBIAMENTI CLIMATICI”

A partecipare sono state persone di pressoché tutte le regioni del paese e di qualunque estrazione sociale. Le strade delle principali città, tra cui la capitale Addis Abeba, sono state deserte per l’intera giornata, proprio a causa della grandissima partecipazione ottenuta dall’iniziativa. A prendere parte all’azione collettiva sono stati anche alti esponenti del governo e delle varie organizzazioni nazionali e internazionali, imprese private, e dipendenti pubblici, liberati appositamente dal proprio servizio.

Stando alle dichiarazioni del Primo Ministro, sarebbe stato sviluppato un software dedicato che ha permesso di mantenere il conteggio degli alberi piantati in tutto il paese.

La situazione attuale in Etiopia

Questa iniziativa meritevole di ogni elogio è la risposta a una situazione drammatica. L’Etiopia ha attualmente una copertura boschiva del 4%, un diminuzione drastica rispetto al 30% di fine secolo scorso. Uno dei paesi che stanno maggiormente soffrendo le conseguenze del cambiamento climatico. Tutto questo mentre la società e l’economia etiope sono in forte espansione.

La campagna di riforestazione Green Legacy, che prevede un totale di 4 miliardi di alberi piantati nel corso dell’estate, periodo di inizio della stagione delle piogge, è dunque al contempo una misura inevitabile, tanto verde quanto sociale. Per raggiungere il traguardo prefissato, ogni cittadino è tenuto a piantare in media 40 alberi nel periodo previsto.

Con la desertificazione che avanza, dovuta all’aumento della siccità nel paese del Corno d’Africa, non ci sono infatti terreni agricoli a sufficienza, necessari per sostenere lo sviluppo. Nel 2017, gli esperti hanno inoltre calcolato attorno a circa 2 milioni il numero di animali deceduti a causa dell’insufficienza di risorse idriche, legate alla scarsità di precipitazioni.

Sul tema Africa e Cambiamenti Climatici, leggi il nostro articolo “IL LAGO CIAD STA EVAPORANDO: LE PRIME VITTIME DEL RISCALDAMENTO”

Video riassuntivo dell’impresa etiope. Fonte: TRT World

Il precedente record era dell’India, che con una partecipazione di 800.000 persone (circa 8 volte la popolazione etiope), aveva piatato 50 milioni di alberi.