Le province italiane più green del 2019

Il Sole24Ore ha pubblicato il 26esimo rapporto Ecosistema Urbano, redatto in collaborazione con Legambiente e Ambiente Italia. Una speciale classifica che raggruppa tutti i capoluoghi delle province del paese in base ad una serie di indicatori green raggruppati in 5 macroaree: aria, acqua, mobilità, rifiuti e ambiente.

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I parametri della classifica

Per stilare la classifica è stato creato un ipotetico sistema di punteggi che, sommati, possono arrivare ad un massimo di 100 punti. Come metro per l’attribuzione dei punti è stato utilizzato il rispetto delle leggi ambientali in vigore insieme ad una valutazione generale della qualità ambientale per ognuno degli indicatori presi in considerazione. Le 5 macrocategorie sono a loro volta composta da 18 voci che insieme vanno a creare una valutazione complessiva ma che, allo stesso tempo, mostrano anche quali siano i punti forti o di debolezza delle varie province.

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Entrando più nello specifico le sottocategorie includono Solare termico e fotovoltaico, Verde urbano, Alberi, Isole pedonali ed Uso efficiente del suolo (macro-categoria ambiente); Ozono, Pm10 e Biossido di Azoto (macro-categoria aria); Capacità di depurazione, Dispersione della rete idrica, Consumi idrici domestici (macro-categoria acqua); Piste ciclabili, Incidenti stradali, Tasso di motorizzazione, Offerta del trasporto pubblico, Passeggeri del trasporto pubblico (macro-categoria mobilità); Raccolta differenziata e Produzione di rifiuti urbani pericolosi (macro-categoria rifiuti)

La top 10 delle province green

Il primo dato che salta all’occhio riguarda il distacco che c’è tra Nord e Sud Italia. L’unica provincia meridionale a piazzarsi nella top 10 è quella di Oristano. Le restanti posizioni sono saldamente occupate da province situate nella parte settentrionale della penisola. Prima classificata è quella di Trento. A completare il podio troviamo Mantova e Bolzano. A seguire, tra le 10 province più green del paese, Pordenone, Parma, Pesaro-Urbino, Treviso, Belluno e Ferrara.

Alcuni focus sul report

Se allarghiamo il cerchio andando ad analizzare la top 50 troviamo un’ulteriore conferma del divario tra queste due zone d’Italia. Le uniche province meridionali a comparire tra i primi 50 nomi sono, oltra alla già citata Oristano, Cosenza (14esimo posto), Catanzaro (31esimo), Nuoro (35esimo), Cagliari (45esimo), Benevento (47esimo) e Potenza (50esimo). Un misero 14%. Viene da sé che le regioni più rappresentate nei primi 50 posti siano principalmente quelle settentrionali: Lombardia, Trentino, Friuli, Toscana, Piemonte, Emilia-Romagna e Marche.

La flop 10 delle province green

Come sempre quando viene stilata una classifica oltre a dei vincitori ci saranno sempre anche degli sconfitti. A comporre la schiera delle 10 province meno green d’Italia troviamo Catania, Ragusa, Palermo, Isernia, Latina, Trapani, Massa, Alessandria, Crotone, Matera e Frosinone. Inutile dire che per le amministrazioni di queste province è giunto il momento di iniziare a prendere seriamente in considerazione l’attuazione di una serie di misure incisive atte a mitigare il problema.

Il commento del report da parte di uno dei redattori

Altalenante, invece, la situazione delle province più popolose. Roma e Torino si piazzano rispettivamente all’88esimo e 89esimo posto su 102, peggio di Bari, Foggia e Napoli che rientrano comunque nelle 20 province meno green del paese. Milano è 32esima, Firenze 24esima, Venezia 16esima mentre Bologna si piazza al 13esimo posto.

L’utilità del Rapporto Ecosistema Urbano

Il lavoro portato avanti, con costanza e giudizio, dai redattori del rapporto è di una preziosità unica. Con i dati raccolti dagli addetti ai lavori ogni amministrazione ha infatti la possibilità di analizzare in maniera dettagliata quali siano i propri punti di forza e quali quelli di debolezza in materia ambientale. Tutto ciò rende, potenzialmente, molto più facile il lavoro delle amministrazioni locali che possono quindi indirizzare gli investimenti green in maniera oculata e mirata. Senza considerare la allettante possibilità di esportare in altre province i modelli che si sono rivelati vincenti in determinate aree territoriali e per un preciso indicatore tra quelli presi in considerazione nella classifica.

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Il problema, però, spesso giace non tanto nella disponibilità di questi dati, che più pubblici di così non possono essere, quanto proprio nella rilevanza che le varie istituzioni danno ai temi ambientali. La molla che deve scattare all’interno dei palazzi istituzionali riguarda proprio il valore aggiunto che una rivoluzione green potrebbe dare al nostro paese sia dal punto di vista economico sia da quello della valorizzazione del territorio. Fino a quando non avverrà questa transizione, soprattutto in quelle zone del paese che sono rimaste più indietro, la strada resterà in salita.

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Vuoi vedere come si piazza la tua provincia? Consulta la classifica completa interattiva disponibile sul sito del Sole24Ore

Frutta e verdura di stagione: cosa comprare a novembre

Nuovo mese, nuova frutta e verdura di stagione. Per una spesa più sostenibile e naturale. A novembre giunge il tempo delle spremute d’arancia. Tornano di moda anche le vellutate di cavoli. É anche il periodo di cachi, castagne e mandarini. La lista completa.

Verdura di novembre: le novità

  • Carciofi: contengono vitamina C, vitamine del gruppo B e vitamina K, utile nella prevenzione dell’osteoporosi. Sono fonte di ferro e di rame, importanti per la produzione delle cellule del sangue.
  • Cardo: noto per le sue virtù depurative e tonificanti per il fegato grazie alla silibina, che aiuta a smaltire le tossine. Ha anche proprietà lassative, essendo ricco di fibre. Contiene vitamine e sali minerali e ha proprietà antiossidanti che contribuiscono a mantenere giovane l’organismo.
  • Radicchio: il radicchio rosso contiene soprattutto potassio, ma anche magnesio, fosforo, calcio, zinco, sodio, ferro rame e manganese; contiene, inoltre, vitamine del gruppo B, vitamina C, vitamina E, vitamina K. Contiene una grande quantità di acqua e per questo è depurativo, oltre ad essere di grande aiuto per chi soffre di stitichezza e difficoltà nella digestione.

Verdura di novembre, di fine ottobre e di tutto l’anno

  • Aglio: ha effetti positivi sull’apparato circolatorio. Aiuta a ridurre il colesterolo e a regolare la pressione.
  • Bietola:
  • Broccolo e broccolo romanesco: ricco di sali minerali come calcio, ferro, fosforo e potassio. Contiene vitamina C, B1 e B2. Indicato in caso di stitichezza per la presenza di fibre. Ha proprietà antitumorali grazie al sulforafano, una sostanza che previene la crescita di cellule cancerogene.
  • Carota: ricca in vitamina A e carotene, molto importanti per la salute della pelle. Ha una buona presenza di sali minerali, vitamine del gruppo B, D ed E.
  • Cavolfiore: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio.
  • Cavoletti di Bruxelles
  • Cavolo cappuccio: presenta vitamine (C, B-carotene, pro-vitamina A) e per questo ha proprietà antiossidanti e anti-tumorali. L’elevato contenuto di fibre contribuisce al corretto funzionamento intestinale.
  • Cavolo verza: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio.
  • Cicoria: ricca di principi attivi è un alimento diuretico e ha un effetto depurativo e disintossicante.
  • Cime di rapa: ricche di ferro, sali minerali e vitamina A.
  • Cipolla: l’alta componente di acqua la rende diuretica, la piccola parte di fruttosio la rende un alimento energetico. I solforati e i flavonoidi le conferiscono proprietà antitumorali, specialmente per colon, stomaco e prostata.
  • Finocchio: ha proprietà digestive ed è benefico per l’apparato intestinale grazie all’anetolo. Ha proprietà depurative e antinfiammatorie. Contiene vitamina A, C e alcune del gruppo B
  • Indivia: ricca di principi attivi è un alimento diuretico e ha un effetto depurativo e disintossicante.
  • Lattuga: ha un elevato contenuto di fibre e di vitamine (C, B2 ed E). Contiene potassio, il che rende la lattuga una buona alleata per gli sportivi.
  • Patate: ricche di glucidi, vitamine del gruppo B, vitamina C, potassio e oligominerali (rame, ferro, cromo e magnesio).
  • Porro: ha proprietà diuretiche e lassative grazie all’alta presenza di fibre e contiene pochissimi grassi.
  • Ravanelli: Contengono potassio, ottimo per l’equilibrio della pressione sanguigna. Hanno proprietà disintossicanti grazie alle fibre, che aiutano in caso di stipsi, ma anche alla grande quantità di acqua. Lo zolfo in essi presente equilibra il PH della pelle.
  • Scalogno: possiede alcune molecole utili per la regolazione della pressione sanguigna, la diuresi, la riduzione del colesterolo e degli stati infiammatori.
  • Sedano: ricco di vitamine antiossidanti (A, C, E) e minerali (ferro, magnesio e potassio).
  • Spinaci: sono ricchissimi di ferro il cui assorbimento è favorito dalla vitamina C. Presenta anche carotenoidi (pro-vitamina A) e vitamina E. Ha proprietà antiossidanti e ha un’azione benefica sulla salute degli occhi.
  • Topinambur: Grazie al suo contenuto di glucidi e quindi per il minore carico glicemico rispetto ad altri tuberi, nei regimi ipocalorici degli obesi e dei diabetici. L’inulina rafforza le difese immunitarie e ha un’azione lassativa. Riduce il colesterolo e favorisce l’attività intestinale.
  • Valeriana: Ricca di minerali come il potassio, il ferro e fosforo, clorofilla e vitamine A, B, C, ha un apporto calorico basso. Inoltre è diuretica e rinfrescante e depura il fegato e l’intestino.
  • Zucca: Ricca di caroteni, sostanze importanti per la produzione di vitamina A, che ha proprietà antiossidanti. Ricca di minerali come calcio, potassio e sodio. I semi proteggono l’apparato urinario e sono ricchi di vitamine.
  • Tartufo: aiuta la digestione e grazie al contenuto di olii aromatici ha effetti antiossidanti ed elasticizzanti dei tessuti. E’ un’ottima fonte di calcio e magnesio, con un basso contenuto grassi e uno altissimo di proteine.

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Frutta di novembre: le novità

  • Clementine: Contengono moltissime vitamine, specialmente quelle del gruppo C, ma anche sali minerali come ferro, magnesio e potassio. Favoriscono l’attività intestinale, aiutano a contrastare l’anemia e hanno proprietà antinfiammatorie.
  • Carrube: frutto molto saziante grazie all’elevata quantità di fibre e zuccheri. Sono ricchi di minerali come potassio, calcio, sodio, fosforo, magnesio, zinco, selenio e ferro. Sono presenti, inoltre, le vitamine del gruppo B e la vitamina C. Ha proprietà antiemorragiche e astringenti.
  • Pompelmo: Ha proprietà antiossidanti ed ipocolesterolemiche. Contiene elevate quantità di Vitamina C e di potassio.

Frutta di novembre, ma anche di fine ottobre e di tutto l’anno

  • Arance: fonte di vitamine, in particolare C, A e quelle del gruppo B. Sono ricche di bioflavonoidi, importanti per ricostruire il tessuto connettivo. Migliorano anche il flusso sanguigno e contengono un’elevata quantità di fibre. Contrastano i radicali liberi e svolgono quindi un’azione preventiva per lo sviluppo di tumori.
  • Cachi: Apportano molti zuccheri, pertanto sono consigliati per chi pratica sport. Il potassio li rende diuretici e depurativi. Hanno virtù astringenti ed emostatiche, oltre che aiutare l’equilibrio della flora intestinale.
  • Castagne: Hanno un altissimo valore nutrizionale (paragonabile a quello del pane integrale) con un forte potere saziante ed energetico. Contengono sali minerali come fosforo e potassio, vitamine B2 e PP fondamentali per la salute dei tessuti. I principi attivi contenuti nelle foglie e nella corteccia di castagno alleviano i sintomi delle malattie collegate alle vie respiratorie.
  • Fichi: Sono ricchissimi di fibre e quindi indicati per problemi intestinali. Sono una buona fonte di energia per l’alto contenuto di zuccheri naturali. Il calcio in essi contenuto li rende un buon alleato per il benessere di ossa e denti. Gli antiossidanti rafforzano il sistema immunitario, prevengono i tumori e favoriscono il benessere della pelle.
  • Kiwi: apporta acqua e fibre ed è un’ottima fonte di Vitamina C. Aiuta le funzioni intestinali prevenendo la stipsi.
  • Melagrana
  • Mela: ha un’alta concentrazione di fibre, il colesterolo è assente. Contiene vitamina C e potassio. La sua fermentazione da parte della flora batterica intestinale può avere un effetto protettivo sullo sviluppo del cancro al colon.
  • Pera: contiene vitamine e sali minerali (potassio) e ha un alto contenuto di fibre, per questo è molto saziante. Modula l’assorbimento intestinale dei lipidi e previene i disturbi dell’intestino crasso.
  • Uva: la presenza di potassio la rende diuretica e depurativa. La presenza di ferro e rame aiuta a migliorare il disturbo dell’anemia. e aiutano ad assorbire la Vitamina C. Ha moltissime fibre e quindi ha un effetto stimolante delle funzioni intestinali. Ha potere antivirale grazie all’azione dell’acido tannico e del fenolo

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Potrebbero esserci piccole variazioni in base all’esatta regione di provenienza. Per ogni dubbio ci si può sempre rivolgere al contadino di fiducia. Se non ne avete uno, trovatelo. Gli alimenti vegetali consumati in modo sostenibile sono più buoni e, spesso, costano anche meno.

Il nostro consiglio

Il modo più sostenibile di consumare prodotti alimentari è quello di conoscerne l’esatta provenienza. La soluzione migliore sarebbe quella di acquistarli direttamente dai produttori, nei mercati a chilometro zero. Per trovarli potete servirvi del sito della Coldiretti, dove sono indicate le città in cui è già presente il mercato di Campagna Amica. Altrimenti non è ormai inusuale che alcuni alimentari o qualche negozio di frutta e verdura fresca fornisca anche un servizio di consegne a domicilio. Segnaliamo inoltre la possibilità di adottare un orto. Valutate anche l’idea di piantare qualche pianta aromatica nel terrazzo o sul davanzale della finestra, possono dare grande soddisfazioni. Così come anche un buon albero da frutto piantato in giardino. Buona spesa!

Approvata alla Camera la legge “salvamare” per la lotta alla plastica

Nella giornata del 24 ottobre il Parlamento si è riunito per deliberare in merito ad una proposta di legge molto importante per combattere il problema della plastica in mare. La legge “salvamare” ha ottenuto l’approvazione della Camera dei Deputati con 242 voti favorevoli e 139 astenuti. Dopo la discussione in Senato, per cui il Ministro Costa si è dichiarato ottimista, i pescatori potranno riportare a terra i rifiuti raccolti in mare durante le battute di pesca.

salvamare

Chi ha voluto la legge “salvamare”

La proposta di legge salvamare era da tempo sul tavolo dei parlamentari. Il Ministro Costa è stato uno dei suoi primi promotori e non ha esitato a comunicare via social la propria gioia per l’approvazione del decreto che ora passerà alle votazioni del Senato per essere definitivamente approvata. Fa sorridere vedere la composizione dei 139 astenuti. Inutile forse dover specificare chi siano ma lo facciamo per dovere di cronaca. Si tratta di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia.

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La coalizione che da pochi mesi siede all’opposizione ha perso una buona occasione per dimostrare di giudicare in maniera obiettiva le proposte che gli si parano davanti e prendere seriamente il proprio lavoro. Non votare a favore di una legge del genere dimostra per l’ennesima volta come alla coalizione del centro destra dell’ambiente, e più in generale del buon senso, importi poco o niente. A poco serve andare in televisione a dire “io ci tengo all’ambiente”, come ha fatto Salvini durante il testa a testa con Matteo Renzi a Porta a Porta, se poi quando si vanno ad analizzare i fatti la coerenza diventa un optional di cui poter fare a meno. Hanno votato a favore tutte le altre forze presenti in parlamento.

Cosa dice il DDL salvamare

L’obiettivo dichiarato del provvedimento è quello di andare a coprire un buco normativo piuttosto singolare. Ai pescatori era vietato riportare a terra i rifiuti, plastici e non solo, che venivano accidentalmente portati a bordo. Genera sgomento apprendere che questi, fino ad oggi, dovevano essere rigettati in mare, pena delle multe molto salate. Il testo, lievemente modificato prima della discussione alla Camera, comprende anche una parte relativa alle biomasse vegetali. Anche queste potranno essere infatti riportate a terra in modo che possano essere valorizzate e, tra le altre cose, produrre energia.

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Il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha così commentato il risultato ottenuto: “L’approvazione della legge Salvamare alla Camera ci rende particolarmente felici perché rappresenta un tassello fondamentale per il nostro progetto di liberare il mare dai rifiuti e dalla plastica […] la Commissione Ambiente della Camera ha sostanzialmente migliorato l’impianto normativo e adesso riponiamo le nostre speranze nel Senato per un’approvazione rapida di questa legge importantissima per la salute del mare”.

Bene la lotta alla plastica, ma come la mettiamo col resto?

La lotta alla plastica è sicuramente uno dei temi ambientali che più ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica. L’approvazione di questa legge è probabilmente volta anche ad intercettare questa dimostrazione di interesse da parte della popolazione. Il passaggio di questo decreto è tuttavia una vittoria del buon senso, vista l’assurdità delle restrizioni precedentemente in vigore. E ben vengano provvedimenti di questo tipo.

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Resta tuttavia un grosso vuoto da colmare affinché le politiche ambientali siano congrue alla crisi climatica in atto. La lotta alla plastica e quella al cambiamento climatico vengono spesso messe sullo stesso piano, quando in realtà una è un piccolo sottoinsieme dell’altra. Risolvere il primo avrà un impatto non particolarmente incisivo sul secondo. La plastica in sé per sé, sebbene sia un derivato del petrolio e rechi effettivamente dei danni all’ambiente sotto diversi punti di vista, ha un contributo molto basso in termini di immissione di CO2 in atmosfera a livello assoluto. Per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra, dunque, sarebbero ben altre le misure da prendere in considerazione.

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Una strategia di mitigazione degli effetti del riscaldamento globale passa inevitabilmente, oltre che da un forte miglioramento dei processi di economia circolare, anche dalla decarbonizzazione del settore energetico e della mobilità, da normative più stringenti nel settore agricolo e da massicci progetti di riforestazione. Dare la possibilità ai pescatori di riportare la plastica a terra è sicuramente un fatto positivo e da festeggiare. Tuttavia non va dimenticato che solo qualche giorno fa è stato approvato un Decreto Clima che assomiglia tanto ad una presa in giro atta ad accaparrarsi i voti di qualche ambientalista male informato. Viva la lotta alla plastica, ma non usiamola per pulirci la coscienza su tutto il resto.

La fast-fashion è il patibolo del pianeta

Cambio di stagione significa cambio degli armadi. Una miniera d’oro per i negozi di fast-fashion. Significa infatti che ci libereremo di più della metà di tutti quelle magliette e vestitini estivi pagati meno di 10 euro e ormai già sgualciti o sformati. Vuol dire che ci lanceremo nuovamente nei negozi attratti dalle vetrine inamidate e spinti dalle temperature più basse. Significa acquistare dieci, forse venti nuovi capi che al termine dell’inverno saranno nuovamente sgualciti e sformati. Ma, dopo tutto, potremo darli in beneficenza, e ci sentiremo bene. 

Leggi il nostro articolo: “The true cost, quanto costa davvero la moda?”

Emissioni: un dato scioccante

Lunedì mattina il giornale di finanza americano Businessinsider ha pubblicato un articolo nel quale l’autore elenca gli impatti ambientali della cosiddetta fast-fashion. La scelta di pubblicarlo a ottobre durante, appunto, il cambio di stagione, è molto significativa e si spera possa sensibilizzare il maggior numero di persone possibili.

Il dato sicuramente più scioccante che emerge dall’articolo, poiché meno percepibile nella vita di tutti i giorni è quello relativo alle emissioni: l’industria della moda è responsabile del 10 percento di tutta l’anidride carbonica emessa dalla razza umana. Questa quantità corrisponde a più di tutti i voli internazionali e tutte le spedizioni via mare messi insieme. Una delle cause è il fatto che i capi della fast-fashion sono spesso in poliestere, un materiale economico, facile da reperire e da lavorare. Queste fibre si stima siano presenti nel 60% degli indumenti in commercio. La produzione di poliestere rilascia da due a tre volte più emissioni rispetto al cotone.

Il lato oscuro del cotone

Tuttavia, anche la produzione del cotone, sopratutto quella industriale, non è priva di lati oscuri. Per produrre una maglietta di cotone sono infatti necessari circa 700 litri d’acqua. Quantità più che sufficiente perché una persona possa bere almeno otto tazze al giorno per tre anni e mezzo. Per produrre un paio di jeans, invece, sono necessari 7000 litri di acqua, che permetterebbe a un uomo adulto di dissetarsi per almeno dieci anni.

La spiegazione è molto semplice: il cotone è una pianta che richiede una grande quantità di acqua per crescere, tanto che l’impronta idrica media globale per 1 kg di cotone è di 10.000 litri. Nei paesi dove si produce il cotone a basso prezzo e che viene poi venduto alla grande distribuzione, questa impronta è ancora maggiore, a causa dell’ulteriore costo idrico dell’esportazione.

Secondo il Water Footprint Network, in India si consumano 22.500 litri di acqua ogni kg di cotone. L’acqua consumata per far crescere le esportazioni di cotone dell’India nel 2013 sarebbe stata sufficiente per fornire all’85% della popolazione 100 litri di acqua ogni giorno per un anno. Nel frattempo, oltre 100 milioni di persone in India non hanno accesso all’acqua potabile.

Un altro esempio è quello dell’Uzbekistan, dove l’agricoltura del cotone ha consumato così tanta acqua che il Mar d’Aral, un tempo uno dei quattro laghi più grandi al mondo, si è quasi totalmente prosciugato. Questo causa a sua volta siccità e carestie, che graveranno poi sulle popolazioni limitrofe.

Il lago di Aral dal 1986 al 2016. Fonte: www.earthtime.org

Spesso a risentirne sono le stesse popolazioni che producono i nostri vestiti senza però usufruirne, e alle quali spediamo i nostri capi dismessi pensando di fare un’ opera di bene. La vera opera di bene sarebbe invece quella di boicottare l’ industria della fast-fashion, di utilizzare il più possibile i vestiti che compriamo, di acquistarne altri principalmente nei negozi dell’usato o vintage, oppure di scegliere i marchi che producono i loro abiti responsabilmente, rispettando l’ambiente e i diritti dei lavoratori.

Leggi il nostro articolo: “Moda sostenibile, i brand più famosi impegnati per l’ambiente”

Acqua contaminata

Ma la lista degli effetti negativi sull’ambiente che l’industria della moda produce non finisce qui. L’industria della moda è il secondo più grande fattore di inquinamento di acqua al mondo, responsabile del 20% della contaminazione idrica mondiale. Innanzi tutto questo deriva dal processo di tintura dei tessuti, che richiede la quantità di acqua necessaria per riempire due milioni di piscine olimpiche ogni anno. Inoltre, l’acqua tinta e ormai contaminata dai colori chimici viene spesso scaricata in fossi, corsi d’acqua o fiumi.

Inoltre lavare i capi contenenti poliestere rilascia nell’oceano 500.000 tonnellate di microfibre ogni anno, l’equivalente di 50 miliardi di bottiglie di plastica. Un rapporto del 2017 dell’International Union for Conservation of Nature (IUCN) ha stimato che il 35% di tutte le microplastiche – pezzi di plastica molto piccoli e non biodegradabili – nell’oceano proviene dal lavaggio di tessuti sintetici. Si stima inoltre che le microplastiche compongano 31% della plastica presente nell’oceano

Leggi il nostro articolo: “Trovate microplastiche nell’aria. Probabilmente le respiriamo”

Cosa accade dopo?

Vi e‘ infine il problema dello smaltimento di tutti questi capi. Alcuni li doniamo appunto in beneficenza, anche se in ogni caso non possono essere utilizzati a lungo vista la scarsa qualità della maggior parte dei capi di fast-fashion. Gli altri vengono bruciati, generando ancora più inquinamento. Oppure vengono gettati in discarica e questa è la fine riservata all’85% dei vestiti. Soltanto il 20% di questi viene riciclato, il resto rimane lì, a decomporsi lentamente per più di 200 anni, rilasciando nell’aria metano, un gas più potente del carbonio.

Ecco la fine che farà quella nuova, caldissima felpa che stai per comprare per la nuova stagione, facente parte di una delle 30 collezioni autunnali di Zara. “Una per ogni occasione”. Le occasioni per il pianeta però sono ormai terminate.

Barcolana eco-insostenibile. Un’occasione sprecata

In occasione della cinquantunesima edizione della Barcolana 2019, tenutasi in questo mese, Trieste ha organizzato una grande festa lungo le strade limitrofe a Piazza Unità d’Italia. Un nostro lettore, appassionato di barche a vela, era sul posto per l’occasione e ha voluto segnalarci una serie di incoerenze tra ciò che dovrebbe essere un evento incentrato totalmente sulla sostenibilità e che invece, come troppo spesso accade per iniziative con un così alto numero di visitatori, è rientrato nella triste categoria dei più classici esempi di Greenwashing che poco hanno a che vedere con il rispetto dell’ambiente.

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CHE COS’È LA BARCOLANA?

Fondata nel 1969, si tratta di una storica regata velica internazionale che si tiene ogni anno nel Golfo di Trieste nella seconda domenica di Ottobre. Quella di quest’anno è stata la cinquantunesima edizione dell’evento che, con annessi tutti i suoi festeggiamenti, ha avuto luogo dal 02 ottobre al 13 ottobre. Quest’anno ha visto la partecipazione di più di 2.000 barche.

Leggi il nostro articolo: “Aggiornamento su Extinction Rebellion. Più di 1.400 arresti a Londra”

Il “plastic party” della Barcolana

Per l’occasione è stata allestita una grande festa il giorno precedente alla grande regata del 13 ottobre. Sono stati collocati, lungo le strade che costeggiano la città dal Golfo, diversi stand con cibo e bevande, negozi specifici per velisti e info point, tra i quali quello della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia dove veniva sottolineata l’importanza di mantenere gli obbiettivi dell’Agenda 2030. La chiamano la Strategia Regionale per lo Sviluppo Sostenibile.

Leggi il nostro articolo: “Ocean Cleanup funziona. Raccolti i primi rifiuti dal Pacifico”

All’interno dello stand venivano proiettati alcuni video fatti dai ragazzi delle superiori della regione; oggetto principale dei corti era il tema della plastica e della scarsa educazione civile riguardo lo smaltimento dei rifiuti. Lo scopo era quello o di sensibilizzare i fruitori dell’evento riguardo il problema, in modo che non venissero gettati rifiuti in strada.

La statua di plastica riciclata a forma di pesce, simbolo di Greenwashing

Nella piazza si ergeva fiera un’enorme scultura a forma di pesce fatta con la plastica raccolta in mare. Ad animare il tutto, c’erano le migliaia di persone in giro per la città e stand di ogni genere che, per loro natura, attirano e invogliano la folla a comprare. Insomma si prospettava una festa ben organizzata e sensibilmente ecologica, eppure, afferma il nostro lettore: “Ho visto una situazione un po’ degradante e del tutto diversa dalle mie aspettative”.

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La statua composta da rifiuti plastici trovati in mare

Durante le ore successive sono venute a galla le pecche organizzative dell’evento. Ovunque si scorgevano bicchieri di plastica a terra o a saturare bidoni dell’indifferenziato: “Camminando si poteva sentire lo scrocchiare dei bicchieri abbandonati a terra – continua il nostro lettore – o la sensazione di scivolamento dovuta alle migliaia di volantini pubblicitari svolazzati ovunque. Il danno è che la festa si è svolta a veramente pochi centimetri dall’acqua. Immaginatevi quanti bicchieri possono essere caduti in mare accidentalmente! Scommetto si sarebbe potuto creare un altro pesce di plastica”.

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Gli stand, la regione e gli organizzatori della Barcolana, se avessero davvero voluto dare uno spirito ambientalista all’iniziativa, avrebbero dovuto impegnarsi a non utilizzare plastica perché, oltre ad essere poco conforme con i movimenti giovanili a favore dell’ambiente – quanti poveri ambientalisti hanno dovuto “sopportare” questo scricchiolare sotto i loro piedi?) – è incoerente con i messaggi ecologici che si è puntato a diffondere.

I problemi organizzativi della Barcolana

“Pochissimi bidoni specifici per differenziare e poca sensibilizzazione al tema ambientale. Sarebbe servita un’organizzazione urbanistica per la locazione di bidoni specifici e la limitazione di accumulo di rifiuti sulle strade. Ma, come al solito, si è puntato solo al guadagno e non alla sostenibilità. Questa enorme svista regionale è proprio l’opposto del grande pesce di plastica simbolo di una sensibilità ecologica mancante.”

Video della spettacolare regata

Eppure le soluzioni alternative esistono eccome. Dai bicchieri compostabili con appositi bidoni per il corretto smaltimento ai bicchieri di plastica dura acquistabili con una caparra di pochi euro, magari con il bel logo della Barcolana a strizzare l’occhio al merchandising dell’evento; sarebbe stata un’ottima strategia di marketing che però è mancata. E che non si dica che gli stand erano indipendenti e potevano fare ciò che ritenevano migliore per le loro tasche perché altrimenti non sarebbero dovuti essere li a vendere per la festa della Barcolana.

Sarebbe bastato poco e invece..

“Una festa che poteva, potenzialmente, essere bella e di buon impatto ecologico ma che, di fatto, non ha tenuto conto delle vere aspettative delle persone a cui il tema ambientale interessa davvero”. Queste le ultime parole della testimonianza del nostro lettore, gonfie di rammarico per un’iniziativa che avrebbe potuto rappresentare un inno alla sostenibilità ambientale e che, invece, si è rovinata con le proprie mani.

Non sarà l’ultima volta che assisteremo a racconti di questo tipo ma la speranza è che ci siano sempre più persone pronte a denunciarlo. Soprattutto quando ad essere responsabili di queste mancanze sono le istituzioni ovvero coloro che per prime dovrebbero attuare vere e proprie politiche di sensibilizzazione ambientale. Troppo spesso abbiamo visto politici riempirsi la bocca con parole di amore verso l’ambiente. Ora è giunto il momento di trasformarle in fatti. Il cambiamento passa, inevitabilmente, anche da questo.

Birra dagli scarti del pane: l’idea di ToastAle

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Si chiama ToastAle ed è stata fondata nel 2016 da Rob Wilson, a Londra. Un esempio lampante di come, quando ci sia la volontà di abbinare sensibilità ambientale e imprenditoria, si possa facilmente raggiungere un equilibrio che porta benefici tanto all’azienda quanto al mondo in cui viviamo. L’idea di partenza è piuttosto semplice. Reperire da fornai e panifici il pane che, alla fine della giornata, verrebbe buttato nella spazzatura per riutilizzarlo in una particolare ricetta che darà come prodotto finito della birra.

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ToastAle e la lotta allo spreco alimentare

Il problema dello spreco alimentare è uno di quelli che ha il maggiore impatto ambientale su scala globale. Il settore agroalimentare contribuisce a circa il 20% delle emissioni di gas serra antropogenici per tutta una serie di motivi: deforestazione, colture intensive, sovrasfruttamento dei mari, utilizzo di antibiotici e fertilizzanti e via dicendo. Con una popolazione mondiale in crescita verticale ed il parallelo peggioramento dello stato di salute del pianeta risulta piuttosto difficile da comprendere come una così alta quantità di cibo possa essere sprecato. Solo nel Regno Unito il 44% del pane prodotto non viene consumato.

Leggi il nostro articolo: “Le date di scadenza causano spreco di cibo. Meglio il buonsenso”

I dati FAO ci dicono che globalmente un terzo del cibo prodotto finisce nella spazzatura. Se lo spreco alimentare fosse una nazione sarebbe la terza in graduatoria per emissioni di gas serra, dopo Stati Uniti e Cina. Stiamo parlando di 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti commestibili che vengono gettati ogni anno, per i motivi più svariati. Sebbene buona parte di questi vengano scartati durante le varie fasi del loro ciclo produttivo, dalla produzione alla vendita, è altrettanto vero che circa il 40% dello spreco alimentare avviene tra le mura domestiche.

Il procedimento di produzione della ToastAle

Il procedimento è piuttosto semplice. Una volta ritirato il pane dai vari panifici convenzionati, questo viene inserito nella miscela di grani che vengono utilizzati per fare la birra. La proporzione all’interno del composto è di circa 1/3 del totale. Le varietà di birra prodotte da ToastAle sono 4 ed il prezzo si aggira intorno alle 2 sterline a bottiglia. L’ammontare di fette di pane riciclate dalla sua nascita si aggira invece intorno al milione.

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L’azienda ha anche effettuato un conteggio sull’ammontare di emissioni di CO2 non immesse in atmosfera grazie alla loro attività; una cifra che raggiunge le 32 tonnellate di CO2. Utilizza solo vetro e alluminio riciclato per il proprio packaging e devolve il 100% dei propri profitti in beneficienza, principalmente per finanziare progetti che combattono proprio lo spreco alimentare. L’azienda ha inoltre una lunga lista di certificazioni sia per meriti ambientali ma anche sociali come la certificazione B Corp. L’ “impact report” di ToastAle è consultabile sul loro sito web.

Imprenditoria ed ambiente possono convivere

Come se tutto ciò non bastasse ToastAle ha in serbo per i suoi fan un’ultima chicca. Iscrivendosi alla loro newsletter si riceverà via mail la ricetta di una delle loro birre con una scheda in cui vengono illustrati tutti i passaggi necessari per il confezionamento. ToastAle ha infatti già condiviso i propri segreti con altri 43 birrifici con lo scopo di espandere la lotta allo spreco del pane. La loro birra è acquistabile online o, ancora meglio, gustabile in una miriade di pub del Regno Unito. La lista dei pub in cui viene servita è consultabile sul loro sito web.

Leggi il nostro articolo: “Frutta e verdura di stagione per il mese di ottobre”

Un esempio virtuoso di imprenditoria green che dimostra ulteriormente, e come se ce ne fosse ulteriormente bisogno, che profitto e sostenibilità ambientale sono due lati della stessa medaglia. É ancora presto per dire se ToastAle rivoluzionerà o meno il mondo della produzione della birra. Ciò che possiamo fare è brindare alla loro idea ed augurargli di riuscirci.  

Frutta e verdura di stagione per il mese di ottobre

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Nuovo mese, nuova frutta e verdura di stagione. Per una spesa più sostenibile e naturale. Ad ottobre torna la regina dell’autunno: la zucca. Ultimi giorni per poter gustare le verdure estive come pomodori, peperoni, melanzane e zucchine. Anche gli alberi da frutto in questa stagione regalano grandi soddisfazioni: dalle melagrane alle prime arance, passando per mele, pere e uva. La lista completa.

Verdura di stagione per il mese di ottobre

  • Aglio
  • Bietola
  • Broccolo e broccolo romanesco
  • Carciofi
  • Carote
  • Cavolfiori
  • Cavoletti di Bruxelles
  • Cavolo cappuccio
  • Cavolo verza
  • Cicoria
  • Cime di rapa
  • Cipolle
  • Fagioli
  • Finocchi
  • Frutta in guscio
  • Funghi
  • Indivia
  • Lattuga
  • Legumi secchi
  • Melanzane
  • Patate
  • Pomodori
  • Porri
  • Rape
  • Ravanelli
  • Rucola
  • Scalogno
  • Sedano
  • Sedano rapa
  • Spinaci
  • Topinambur
  • Valeriana
  • Zucche
  • Zucchine
  • Basilico
  • Dragoncello
  • Salvia
  • Rosmarino
  • Maggiorana
  • Peperoncino
  • Prezzemolo

Leggi il nostro articolo: “Lettera ai negazionisti. Smontiamo le bufale sul clima.”

Frutta di stagione per il mese di Ottobre

  • Arance
  • Cachi
  • Castagne
  • Fichi
  • Fichi d’India
  • Kiwi
  • Limoni
  • Mandarini
  • Melagrana
  • Mele
  • Meloni
  • Pere
  • Uva

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Potrebbero esserci piccole variazioni in base all’esatta regione di provenienza. Per ogni dubbio ci si può sempre rivolgere al contadino di fiducia. Se non ne avete uno, trovatelo. Gli alimenti vegetali consumati in modo sostenibile sono più buoni e, spesso, costano anche meno.

Il nostro consiglio

Il modo più sostenibile di consumare prodotti alimentari è quello di conoscerne l’esatta provenienza. La soluzione migliore sarebbe quella di acquistarli direttamente dai produttori, nei mercati a chilometro zero. Per trovarli potete servirvi del sito della Coldiretti, dove sono indicate le città in cui è già presente il mercato di Campagna Amica. Altrimenti non è ormai inusuale che alcuni alimentari o qualche negozio di frutta e verdura fresca fornisca anche un servizio di consegne a domicilio. Segnaliamo inoltre la possibilità di adottare un orto. Valutate anche l’idea di piantare qualche pianta aromatica nel terrazzo o sul davanzale della finestra, possono dare grande soddisfazioni. Così come anche un buon albero da frutto piantato in giardino. Buona spesa!

L’onda verde globale. Oggi milioni di giovani in piazza

L’onda verde non si arresta. Anzi, qualcuno direbbe che è appena cominciata. Milioni di giovani in tutto il mondo stanno riempendo le piazze nel nome della giustizia climatica. Ha iniziato la Nuova Zelanda quando in Italia era ancora notte, seguita da Hong Kong, Korea e via via spostandosi lungo i fusi orari verso sinistra. Un salto di qualità notevole se si pensa che il movimento è partito con una sola ragazzina seduta in piazza un anno e un mese fa. Sempre più giovani, sempre più studenti, sempre più cittadini, decidono di unirsi per lanciare un messaggio chiaro e preciso: il cambiamento climatico è qui ed ora, non possiamo più rimandare.

Leggi il nostro articolo: “Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per saltare la scuola”

L’onda verde italiana

I numeri italiani sono ancora da stimare con precisione, si parla di più di un milione. Si può intanto notare una notevole crescita del movimento, sia nei grandi capoluoghi che nelle città più piccole. Ho personalmente partecipato allo sciopero di questa mattina a Fano, nelle Marche. Un corteo di cartelli colorati ha sfilato dall’Arco d’Augusto alla piazza principale, intervallati dai cori resi famosi a livello nazionale e internazionale. Numerose voci hanno poi animato il presidio in piazza, a partire dal professor Taffetani dell’Università Politecnica delle Marche. Il professore ha fatto presente ai ragazzi che è giusto richiamare le immagini degli orsi polari morenti o dell’Amazzonia in fiamme, ma che allo stesso tempo bisogna puntare i riflettori sui problemi e le soluzioni intorno a noi.

Problemi e soluzioni a portata di mano

Ad esempio, il professore ha menzionato lo scempio ambientale che sta avvenendo sul Monte Catria, dove migliaia di faggi secolari sono stati tagliati per far posto ad un nuovo impianto sciistico. L’associazione ambientalista Lupus In Fabula ha tentato più di una volta di bloccare i lavori, richiamando la follia di questo progetto: “Estirpare due ettari di bosco maturo, quando l’evidenza dei cambiamenti climatici dovrebbe indurre ogni amministratore pubblico a piantare nuovi alberi, rappresenta un attentato alle future generazioni”.

Taffetani ha allo stesso modo ricordato che non bisogna solamente aspettare che la politica faccia qualcosa dall’alto, perché i cittadini hanno in mano una vasta varietà di scelte con cui migliorare la propria impronta ecologica. Cambiare le proprie abitudine alimentari, ha detto il professore, è un’azione concreta che tutti noi possiamo fare nell’immediato. Soprattutto nelle Marche, culla del cibo biologico grazie alla sfida culturale lanciata da Gino Girolomoni più di quarant’anni fa.

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L’onda verde contagia i più piccoli

Il microfono è poi passato in mano ai piccoli della scuola elementare Luigi Rossi, accompagnati dalle loro maestre. Sono solo bambini, cosa ne capiscono? Invece, con grande stupore, le parole più incisive sono state pronunciate proprio da uno di loro: “Sarò forse l’unico a dire questa cosa. La terra non sopravviverà. È vero, siamo molto più bravi di ieri e del giorno prima, ma secondo me, poi posso sbagliare e tutto, siamo troppo abituati a questa realtà. Grazie per avermi fatto esprimere questa opinione”. Parole forti, che ci testimoniano come le nuove generazioni stiano acquisendo una consapevolezza enorme della crisi climatica, con tutta la paura che questo comporta. Sicuramente un grande lavoro di sensibilizzazione è stato svolto dalle maestre e dai professori nelle attività scolastiche di tutti i giorni.

Un professore del Liceo Artistico Apolloni ha infatti voluto ricordare che la lotta al cambiamento climatico deve intersecarsi con tutte le piccole lotte che vivono nel quotidiano fra i banchi. Greta Thunberg, simbolo di questo movimento, non ha mai nascosto che la Sindrome di Asperger è per lei un superpotere, anziché un limite. La diversità, in tutte le forme che esistono – ambientale, sociale, culturale – va difesa e condivisa per arricchire questo mondo oggi così impaurito e bloccato in una guerra identitaria fra Noi e Loro. La crisi climatica ci ricorda invece che siamo tutti sulla stessa barca, e che per fermare il cambiamento climatico serve il contributo di tutti, ognuno con le proprie qualità.

Leggi il nostro articolo: I giovani al Summit Onu: “viviamo con la paura del futuro”

Fridays For Future: la voce dei giovani

I ragazzi di Fridays For Future Fano hanno concluso gli interventi. Margherita, una delle coordinatrici, ha rivolto un messaggio chiaro e preciso ai suoi coetanei: “I più grandi problemi della nostra società sono l’ignoranza e la disinformazione e questi problemi fanno parte della mia generazione così come di tutte le altre. Anche di chi con una certa maturità ed esperienza dovrebbe avere imparato ad indagare, informarsi, porsi dei dubbi, mettere in discussione le proprie conoscenze. Eppure è dovuta intervenire una sedicenne per aprirci gli occhi e tutto il movimento che ha creato non è nemmeno bastato.

E intendo la parola ignoranza nel suo significato etimologico di “non sapere, non conoscere, non informarsi”, appunto: non possiamo credere che un problema non sia tale quando effettivamente non lo conosciamo; non possiamo dire che è inutile manifestare per il clima se non si conoscono effettivamente i motivi della manifestazione. (…) Non so voi ma io, comunque, sono stanca: sono stanca di dover ancora spiegare ai miei coetanei i motivi della protesta: dove sono gli insegnanti che ne parlano? Ci sono certamente pratiche avviate e sono sempre di più, ma non basta! E rivolgendomi ai miei coetanei, perché non ascoltate?”.

L’onda verde continuerà a crescere

Perché non ascoltate? Certamente alcuni di questi ragazzi saranno scesi in piazza solo per saltare la scuola. Altri saranno stati trascinati dai loro compagni più convinti. Resta il fatto che il movimento ambientalista si è risvegliato, con parole e gesti nuovi. Migliaia di giovani saranno ancora “ignoranti”, nel senso inteso da Margherita, ma tantissimi altri sono pronti a contagiare, condividere, sensibilizzare, fino a che tutti non potranno fare a meno di parlarne, di sentirsi coinvolti e di scendere in piazza. L’onda verde non si arresta, l’onda verde è appena cominciata.

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A Roma la Metro è gratis. Grazie alla plastica

Il servizio si chiama +Ricicli +Viaggi ed è attivo nella capitale italiana dal 23 luglio con numeri più che soddisfacenti. In poco più di un mese, fino al 28 agosto, sono state riciclate più di 100.000 bottiglie in plastica. Un’iniziativa che, quanto meno nelle intenzioni, ha di che rallegrare e che ha superato con esito positivo una fase sperimentale. Coripet ha infatti installato le postazioni solamente in 3 fermate della Metro di Roma, ma potrebbe presto aggiungerne altre.

Leggi il nostro articolo: “Ogni settimana mangiamo 5 grammi di plastica. Come una carta di credito”

Come funziona +Ricicli +Viaggi

Il meccanismo è piuttosto semplice. Ogni 30 bottiglie di plastica si ottiene un titolo di viaggio gratuito per viaggiare sui mezzi pubblici. Il viaggiatore può ricevere il “premio” tramite le applicazioni mobile dei trasporti della capitale, ovvero MyCicero e TabNet. Le macchinette, installate in collaborazione con Atac, accettano solo bottiglie marchiate PET integre, non schiacciate, munite di etichetta e devono ovviamente essere completamente vuote. I primi 3 “esemplari” sono attivi nelle stazioni Piramide (Metro B), San Giovanni (Metro C) e Cipro (Metro A).

Un’arma a doppio taglio?

Basta poco per trasformare quella che, almeno apparentemente, sembrerebbe una bella notizia in una cattiva. Il rischio che si corre è infatti quello di incentivare l’acquisto di bevande in plastica. Il consumatore potrebbe essere spinto a privilegiare bibite confezionare in PET proprio per ottenere, in cambio di un loro riciclo, un titolo di viaggio gratuito.

Leggi il nostro articolo: “La vita di una bottiglia di plastica. Dal petrolio al cestino”

Un’eventualità che andrebbe scongiurata a tutti i costi. Soprattutto se si considera che la plastica non inquina soltanto nel momento in cui viene dispersa nell’ambiente o smaltita in modo scorretto. I materiali plastici sono infatti il risultato della lavorazione degli scarti del petrolio. Ciò comporta una loro connessione diretta con l’industria dei combustibili fossili, e di conseguenza, con le emissioni generate dal settore in questione. Un fattore da considera positivamente è tuttavia il tentativo di incentivare l’utilizzo dei trasporti pubblici rispetto ai mezzi privati.

Roma contro la plastica

L’iniziativa presa dal Comune di Roma sta ottenendo risultati al di sopra delle aspettative, come confermato proprio dalle parole della Sindaca Virginia Raggi che, a mezzo Social, ha così espresso la sua soddisfazione: “I numeri ci raccontano di una formula vincente e di un’attenzione crescente nei confronti della sostenibilità ambientale”. Una soddisfazione giustificata dal successo del programma ma che, come già detto, potrebbe avere un effetto boomerang da non sottovalutare. Starà dunque al buon senso dei consumatori sancire se l’iniziatica avrà successo o meno.

Leggi il nostro articolo: “Atenei plastic free. Roma e Catania in pole.”

Se infatti ad un aumento della percentuale di plastica riciclata nel Comune di Roma corrispondesse allo stesso tempo un aumento di quella acquistata i vantaggi ambientali dell’iniziativa potrebbe essere ridotti al minimo. Vantaggi che potrebbero essere più ingenti nel momento in cui il progetto scaturisse in un maggior utilizzo dei mezzi pubblici nella capitale. Insomma, è ancora presto per trarre delle conclusioni ma, quanto meno nelle intenzioni, è stato mosso un passo nella giusta direzione. Non resta che sperare di vederne altri.  

Leggi il nostro articolo: “Roma plastic free entro il 2020. Ma non è abbastanza”

Perché il cibo biologico è più caro del cibo convenzionale

Il termine “biologico” è uno dei più inflazionati degli ultimi tempi. Gli scaffali dei supermercati si sono riempiti di prodotti “verdi” che rispondono alla crescente domanda e alla maggior attenzione ambientale dei consumatori. Dagli anni Novanta, il cibo biologico ha registrato una crescita costante, stimata fra il 5 e il 10% annuo nell’ultimo decennio. Nello scenario Europeo, la Danimarca rappresenta il primo paese per vendita di prodotti biologici, mentre l’Italia e la Spagna primeggiano in termini di ettari coltivati con metodi biologici.

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Il più grande ostacolo alla diffusione su grande scala rimane però l’elevato prezzo del cibo biologico rispetto al cibo convenzionale. La maggior parte dei prodotti biologici risulta ancora non sostenibile per una famiglia media; perciò, per poter arrivare a fine mese, si finisce per ricadere sui prodotti a basso prezzo offerti dalle grandi catene. Allo stesso modo, i produttori biologici hanno ben poco margine di ribasso del prezzo, poiché devono fare i conti con numerose variabili economiche ed ambientali. Il cibo biologico quindi, nonostante la globale crescita registrata, viene percepito dall’immaginario collettivo come un prodotto d’élite non accessibile a tutti.

Perchè il cibo non biologico costa così poco

Lo scetticismo del consumatore medio deve essere contrastato con un ribaltamento della domanda: invece di chiedersi “perché il cibo biologico costa così tanto?”, le persone dovrebbero iniziare a indagare sul perché il resto del cibo può essere venduto ad un prezzo così basso dalle grandi catene. In questo modo, è possibile dare numerose risposte. La supremazia delle grandi catene non è avvenuta in maniera casuale. Il loro monopolio “from farm to fork” (dal campo alla forchetta) è stato reso possibile grazie alle politiche neoliberali adottate dagli anni ’80 in avanti. L’abolizione delle barriere commerciali e l’allentamento del regolamento statale hanno rafforzato il ruolo dei privati nel mercato del cibo. Di conseguenza, le multinazionali hanno potuto fissare dei prezzi che non tenessero conto delle cosiddette “esternalità”, ovvero tutti i costi sociali ed ambientali nascosti dietro la vendita di cibo.

Leggi il nostro articolo: “Per fermare il cambiamento climatico serve (anche) una rivoluzione popolare”

I costi nascosti dalle multinazionali

Sono considerate “esternalità”, ad esempio, le grandi quantità di prodotti chimici inserite nei campi per ottenere quanto più raccolto nel minor tempo possibile; le tonnellate di anidride carbonica emesse per il trasporto e l’imballaggio di prodotti che si spostano da una parte all’altra del mondo; la riduzione a schiavitù di animali e dipendenti nei campi e nelle fabbriche; gli insostenibili orari di lavoro imposti alle cassiere nei supermercati, da cui derivano pesanti ricadute sulla salute fisica e mentale. Questi ed altri costi “extra” della grande distribuzione organizzata (GDO) non sono presenti nel costo finale visibile nello scontrino. Eppure la società finisce per pagarli in ogni caso, perché vengono “esternalizzati” sull’ambiente e sulla salute. Uno studio di esperti ha calcolato che, per ogni dollaro che viene pagato alla cassa delle grandi catene, la società paga altri due dollari in termini di salute o costi ambientali.

Nello scenario italiano, un esempio concreto proviene dalle aste online promosse da famosi discount come Eurospin. L’agente della GDO apre una gara in cui vince il prezzo peggiore avanzato dai vari fornitori, disposti a tutto pur di rimanere nel mercato. A rimetterci è l’intera filiera: in primo luogo i lavoratori, privati di ogni diritto, costretti a sottostare a orari inumani e a pessime condizioni igienico-sanitarie; in Italia questo problema si è esacerbato nel fenomeno del caporalato, specialmente diffuso al Sud. Conseguenze altrettanto pesanti sono riversate sui consumatori, che rincorrono la cifra più bassa senza rendersi conto del prezzo nascosto da pagare.

Il cibo biologico come scelta etica

Come si inserisce l’espansione del cibo biologico in queste dinamiche? Da una parte, l’aumento delle vendite in questo settore testimonia un parallelo aumento di consapevolezza del consumatore; l’aumento del bio testimonia che sempre più persone si interrogano sulle conseguenze che possono derivare dalla scelta del prodotto. D’altro canto però, l’allineamento delle grandi catene al biologico non può limitarsi a marginali modifiche degli ingredienti o dell’etichetta. Il rischio che si corre nella corrente moda ecologista, è che le multinazionali vedano nel cibo biologico un modo come tanti di trarre profitto. Si creano prodotti più “verdi” o “verso natura” che illudono il consumatore, senza reali trasformazioni lungo la filiera del cibo. Il cittadino medio rimane quindi dentro la grande distribuzione, con la coscienza sollevata e nessun tangibile cambiamento nel proprio modo di fare la spesa.

Biologico e chilometro zero

I grandi risvolti sociali e ambientali che derivano dalla produzione del cibo possono essere affrontati solo se al termine “biologico” viene affiancata la provenienza “locale” del prodotto. Stanno infatti nascendo numerose organizzazioni e negozi bio specializzati, dove è possibile avere un contatto diretto con il produttore della zona. Tramite i Gruppi di Acquisto Solidale (GAS) o le varie reti di produttori biologici, il consumatore ha modo di conoscere di persona la storia dell’azienda: il modo in cui vengono evitati concimi chimici, il numero dei dipendenti, il contesto sociale in cui le medio-piccole imprese si inseriscono.

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Il costo più elevato del cibo biologico viene in questo modo “interiorizzato” in una filiera di corto raggio, detta anche “a chilometro zero”. Produttore e consumatore collaborano insieme per stabilire un prezzo che rispetti lavoratori, ambiente e salute dei cittadini. Le storie di successo di alcuni produttori che operano nel settore biologico da decenni, hanno dimostrato che il cibo non può e non deve essere percepito come una semplice merce da vendere nel mercato. Occuparsi di cibo significa compiere una sfida culturale in cui alimentazione, natura, salute ed educazione si influenzano a vicenda.

La politica deve fare la sua parte

Anche la politica svolge un ruolo fondamentale per la promozione di un cambiamento radicale. I sussidi ai produttori biologici rappresenterebbero soltanto la prima fase di un percorso che prevede ulteriori drastiche decisioni: una stretta regolamentazione delle multinazionali e della GDO; una forte spinta all’educazione ambientale nelle scuole e nelle amministrazioni pubbliche; l’interconnessione dei vari dicasteri per affrontare problemi anch’essi interdipendenti. Il fenomeno del caporalato sopra menzionato, per esempio, è nato come problematica agricola, ma ha presto intercettato il bacino di migranti irregolari; migranti che vagano nel nostro paese in mancanza di una legge che permetta loro di trovare un lavoro in modo legale. Agricoltura e sicurezza, ambiente e diritti umani, educazione e buona informazione. Il cibo biologico non dovrebbe essere limitato a qualche nicchia privilegiata, bensì diventare un diritto fondamentale di tutti, per la salute delle persone e del pianeta intero.

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