Spreco alimentare: quanto cibo buttiamo nella spazzatura?

spreco alimentare

Il 5 Febbraio 2014 viene celebrata la prima “Giornata Nazionale di Prevenzione dello Spreco Alimentare”, ideata dall’Università di Bologna in collaborazione con il progetto Spreco Zero e il Ministero dell’Ambiente. Oggi sono passati 6 anni da quel giorno ma il problema dello spreco di cibo continua ad essere un problema dai numeri preoccupanti.

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I dati sullo spreco alimentare

Come sempre, per ben capire la portata di un problema, partiamo dai dati. Il documento che ad oggi risulta essere il più autorevole su questo tema, almeno per quanto riguarda una visione globale, è un report della FAO del 2011. La maggior parte degli studi fatti in seguito sono serviti a dare un quadro più chiaro e specifico dell’origine e delle conseguenze del problema. Tra questi, in particolare, c’è uno studio dell’UNEP che ha convertito i dati, precedentemente calcolati dalla FAO sotto forma di chilogrammi di cibo, in calorie, riuscendo a fornire un punto di vista più concreto. Secondo l’UNEP ogni anno viene sprecato circa il 25% delle calorie prodotte su scala globale. Si tratta di 1,3 miliardi di tonnellate di cibo sprecato in tutto il mondo. Un dato che, con una popolazione mondiale proiettata verso i 10 miliardi al 2050, è sicuramente insostenibile. In Europa, ad esempio, lo spreco alimentare pro capite è di 180 chilogrammi di cibo ogni anno.

https://www.youtube.com/watch?v=IoCVrkcaH6Q&t=73s

Le problematiche ambientali legate allo spreco alimentare

Passiamo ora al tema che più ci interessa, ovvero l’impatto ambientale dello spreco alimentare. La produzione di cibo è responsabile di una fetta di emissioni che varia dal 15% al 25%, a seconda del report che si sceglie di analizzare. Per intendersi, il settore dei trasporti si aggira intorno al 13%. Ridurre dunque il quantitativo di emissioni generate dal settore del cibo è fondamentale e, soprattutto, è inammissibile che una fetta non trascurabile delle emissioni globali vengano generate per poi finire direttamente nella spazzatura.

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Le emissioni di gas serra generate da questo settore devono già portare il fardello dell’eccessiva produzione di alimenti di origine animale che sta caratterizzando la nostra epoca con tutte le relative problematiche di cui vi abbiamo parlato in un altro articolo. Se a questo aggiungiamo l’impatto ambientale dello spreco alimentare si inizia decisamente ad esagerare. Produrre cibo richiede risorse e, quindi, genera emissioni. Sono tantissimi gli step intermedi che ci portano all’acquisto del prodotto finito, soprattutto per quanto riguarda la grande distribuzione. Per ognuna di queste fasi ci sarà un diverso impatto ambientale che può essere costituito dal consumo di suolo, consumo di acqua, trasporto, impacchettamento e via dicendo. Nel momento in cui sprechiamo del cibo tutte queste emissioni saranno state generate a vuoto.

Un paradosso insostenibile

Ogni anno in Italia lo spreco alimentare contribuisce alla produzione di 14,3 milioni di tonnellate di CO2. Per assorbire una tale quantità di emissioni servirebbe raddoppiare la superficie boschiva della Lombardia. Solo per lo spreco alimentare. I dati, come sempre, non sono opinabili. Il problema esiste, è più grande di quanto si pensi e la combinazione di questi due fattori è vergognosa per qualsivoglia società voglia definirsi civile. Correndo il rischio di sembrare buonisti vogliamo darvi un ultimo dato: ancora oggi circa 822 milioni di persone in tutto il mondo soffrono di denutrizione. E noi buttiamo il cibo nella spazzatura.

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Lo spreco alimentare in Italia

É notizia di poche ore fa la presentazione del report sullo status dello spreco alimentare in Italia redatto dall’organizzazione Spreco Zero. E ci sono delle buone notizie. In un solo anno, nel nostro paese, la quantità di cibo sprecato si è ridotta di circa il 25% passando così da un valore economico di 15 miliardi di euro a 10. Una diminuzione netta che, comunque, è ancora lontana dal raggiungere numeri accettabili.

Il dato più preoccupante resta tuttavia lo stesso e riguarda l’origine di questi sprechi. Se infatti è vero che tantissimo cibo viene perso nella filiera di produzione/distribuzione (circa 3 miliardi di euro il costo di questo perdite), la maggior parte dello spreco alimentare avviene in ambito domestico. Stiamo parlando di 6,6 miliardi di euro su 10. Questo significa che due terzi del cibo che finisce nella spazzatura lo fa per causa nostra.  Troppo spesso, ancora, compriamo più del necessario oppure cuciniamo quantitativi troppo grandi che, inevitabilmente, finiranno nel bidone dell’organico.

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I principali colpevoli siamo dunque noi e per risolvere questo problema dobbiamo agire per prima cosa su noi stessi, evitando di comprare prodotti freschi in grandi quantità e cercando di acquistarli, in quantità ridotta, circa una volta a settimana. Diminuendo poco a poco non ci vorrà molto prima di capire quale sia la quantità più adatta al proprio nucleo familiare.

TooGoodToGo: l’app che riduce lo spreco

Per chi invece volesse in prima persona “salvare” del cibo che altrimenti verrebbe sprecato, c’è TooGoodToGo. Già vi abbiamo parlato di questa app in un precedente articolo. Si tratta di un marketplace all’interno del quale qualsiasi attore della filiera agroalimentare, dal supermercato al ristorante, può registrarsi e inserire delle “magic box” all’interno delle quali sarà possibile trovare del cibo venduto a prezzo di sconto che, se non consumato urgentemente, finirebbe poi nella spazzatura. Il servizio è già attivo ed efficiente in tutti i maggiori centri. Per verificare se qualche commerciante abbia aderito nella vostra zona vi basterà registrarvi nell’app con il vostro smartphone. In questo caso particolare, dunque, la soluzione è più semplice rispetto ad altre volte. Non c’è più la scusa delle lobby del fossile. I responsabili di due terzi del cibo che viene buttato siamo noi. E solo noi, tutti, possiamo risolvere il problema.  

Frutta e verdura di stagione per il mese di Febbraio

Nuovo mese, nuova frutta e verdura di stagione. Per una spesa più sostenibile e naturale. A febbraio si prosegue con frutta e verdura invernale. Cavoli e verdure a foglia, come cicoria e spinaci, dominano le bancarelle dei mercati a km 0. É anche il periodo migliore per le spremute di arance e mandarino. La lista completa.

Verdura di stagione per il mese di febbraio e proprietà benefiche

  • Zucca: particolarmente ricca di caroteni e vitamina A, contiene discrete quantità di minerali (soprattutto fosforo, potassio e magnesio), vitamina C e vitamine del gruppo B
  • Topinambur: alto contenuto di inulina, ferro e potassio
  • Sedano: ricco di vitamine antiossidanti (A, C, E), minerali (ferro, magnesio e potassio)
  • Radicchio: ricco di principi attivi, è un alimento diuretico ed ha un effetto depurativo e disintossicante
  • Erba Cipollina: vitamina C e del gruppo B. Alta presenza di calcio, magnesio, ferro e fibre
  • Verza: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio

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  • Carota: ricche in vitamina A e carotene. Buona presenza di Sali minerali, vitamine del gruppo B, PP, D ed E
  • Cavolfiore: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio
  • Broccolo romanesco: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio
  • Cavoletti di Bruxelles: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio
  • Cardi; Ampiamente utilizzati anche in medicina per curare patologie al fegato grazie alla sua capacità di purificarlo
  • Broccolo: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio
  • Sedano rapa: ricco di vitamine antiossidanti (A, C, E), minerali (ferro, magnesio e potassio)
  • Indivia: ricca di principi attivi è un alimento diuretico ed ha un effetto depurativo e disintossicante
  • Cicoria: ricca di principi attivi è un alimento diuretico ed ha un effetto depurativo e disintossicante
  • Bietola: ricca di vitamina A, C e potassio
  • Finocchio: ricco di vitamine e sali minerali
  • Legumi secchi: i legumi secchi (lenticchie, fagioli, ceci ecc.) sono alimenti ad alto contenuto proteico. A seconda della varietà sono considerati alimenti molto validi dal punto di vista nutrizionale e si adattano perfettamente ad ogni tipo di dieta

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  • Spinaci: gli spinaci sono particolarmente ricchi di vitamine (A, C, E, K1, B1, B2, B6 e PP) e sali minerali (rame, fosforo, zinco, calcio, potassio). Contengono anche molto acido folico e ferro
  • Aglio: ha effetti positivi sull’apparato circolatorio. Aiuta a ridurre il colesterolo e a regolare la pressione
  • Porro: della stessa famiglia delle cipolle i porri sono particolarmente indicati in casi di anemia o affezioni urinarie. Buone proprietà diuretiche
  • Sedano: ricco di vitamine antiossidanti (A, C, E), minerali (ferro, magnesio e potassio)
  • Lattuga: la lattuga ha un buon contenuto vitaminico e salinico (vitamine A e C, calcio e ferro). Ottimo il contenuto in fibre. Ricca di principi attivi naturali
  • Cavolo cappuccio: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio
  • Cipolla: ricca di sali minerali (fosforo e magnesio) e vitamine (A, B1, B2, PP, C , E).
  • Patate: ricche di glucidi, vitamine del gruppo B, vitamina C, potassio e oligominerali (rame, ferro, cromo e magnesio)
  • Scalogno: molto ricco di vitamina B6. Alta presenza di calcio, fosforo, potassio e magnesio.

Frutta di stagione per il mese di febbraio e proprietà benefiche

  • Arancia: alto contenuto di vitamina C. La scorza stimola i succhi gastrici favorendo la digestione
  • Clementina: ricco di vitamine e sali minerali
  • Frutta in guscio: tutta la frutta in guscio è un alimento altamente energetico. A seconda delle varietà essa può contenere svariati tipi di vitamine e sali minerali. I pistacchi sono, ad esempio, molto ricchi di ferro, le noci di antiossidanti, le mandorle di calcio e via dicendo
  • Kiwi: contiene molta vitamina C ed è ricco di potassio, vitamina E, rame, ferro e vitamina C
  • Mandarancio: ricco di vitamine e sali minerali
  • Mandarino: ricco di vitamine e sali minerali
  • Melagrana: ricchissima di antiossidanti e vitamina C. Buona quantità di vitamina K e vitamine del gruppo B. Ricco inoltre di potassio ed altri minerali come ferro, calcio, magnesio e fosforo
  • Mele: buona fonte di vitamine C, PP, B1, B2, A e sali minerali come potassio, zolfo, fosforo, calcio, magnesio, sodio, ferro. Le percentuali variano a seconda della qualità del frutto. Ad oggi in commercio ce ne sono più di 1.000 varietà
  • Pere: buona presenza di sali minerali e di fibre
  • Pompelmo: ricco di fibre, flavonoidi, vitamine A, B, C e pectine
  • Cedro: ricco di Vitamina C e B1

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Potrebbero esserci piccole variazioni in base all’esatta regione di provenienza. Per ogni dubbio ci si può sempre rivolgere al contadino di fiducia. Se non ne avete uno, trovatelo. Gli alimenti vegetali consumati in modo sostenibile sono più buoni e, spesso, costano anche meno.

Il nostro consiglio

Il modo più sostenibile di consumare prodotti alimentari è quello di conoscerne l’esatta provenienza. La soluzione migliore sarebbe quella di acquistarli direttamente dai produttori, nei mercati a chilometro zero. Per trovarli potete servirvi del sito della Coldiretti, dove sono indicate le città in cui è già presente il mercato di Campagna Amica. Altrimenti non è ormai inusuale che alcuni alimentari o qualche negozio di frutta e verdura fresca fornisca anche un servizio di consegne a domicilio. Segnaliamo inoltre la possibilità di adottare un orto. Valutate anche l’idea di piantare qualche pianta aromatica nel terrazzo o sul davanzale della finestra, possono dare grandi soddisfazioni. Così come anche un buon albero da frutto piantato in giardino. Buona spesa!

BlackRock si schiera: la sostenibilità sia lo standard della finanza

BlackRock dichiara di volersi impegnare per una finanza sostenibile

La BlackRock

Il nome per esteso della società è BlackRock Asset Management e, per chi non la conoscesse, si tratta di una società globale di gestione del risparmio. Così perlomeno la BlackRock si autodescrive sul proprio sito, in pagine nelle quali, naturalmente, si descrive in maniera autopromozionale. Parole chiave nel sito sono, com’è prevedibile, l’aiuto nella realizzazione degli obiettivi di ognuno e la possibilità di mettere in mano ad ognuno il proprio futuro benessere finanziario.

In realtà dietro il nome BlackRock si cela, ma neppure troppo, una gigantesca creatura della finanza. Si tratta infatti della maggiore società mondiale di investimento, con sede principale a Manhattan ma operativa in 30 Paesi. Com’è ovvio, a causa delle proprie dimensioni e della amplissima portata delle sue attività finanziarie, BlackRock esercita una gigantesca influenza nel settore. Importanti testate che si occupano di finanza hanno definito la società la più grande banca ombra del mondo, paragonandola al wi-fi, in quanto invisibile eppure presente.

La sede del fondo BlackRock a Manhattan. Foto ANSA.

L’importanza di BlackRock nel mondo della finanza

A partire dal 1988, quando Larry Fink e Robert Kapito, assieme ad altri professionisti della finanza, iniziarono a fornire servizi di gestione patrimoniale con ricorso al rischio, BlackRock (allora Blackstone Financial Management) moltiplica annualmente il proprio valore. Si calcola che nel 2018 la società abbia riportato utili per oltre 4 miliardi di dollari. BlackRock conta partecipazioni in migliaia di aziende in tutto il mondo. Il fondo è stato o è attualmente il principale azionista di brand quali JPMorgan Chase, Bank of America, Citibank, Apple, McDonald’s, Nestlé, Shell ed Exxon Mobil. E’ un azionista di peso di gruppi come Intesa Sanpaolo, Deutsche Bank, BNP e ING.

Solo negli ultimi due anni, a partire dal gennaio 2017, il valore azionario di BlackRock alla borsa di Wall Street è aumentato di circa il 40%. Il sistema di cartolarizzazione prestiti della Banca Centrale Europea è stato creato dagli esperti di BlackRock. La società è stata advisor della BCE nel 2016 per mettere a punto gli stress test di ben 39 banche europee. In Irlanda e Spagna il fondo ha giocato un ruolo di primo piano per assorbire la crisi sistemica che ha coinvolto i Paesi a seguito della crisi globale del 2009. Il sistema di analisi Aladdin, creato da BlackRock Solutions, è tra i più utilizzati dai grandi investitori. I tentacoli societari hanno da tempo svalicato i naturali confini del proprio portafoglio di attività.

La sostenibilità come standard

Una società come BlackRock, che come appena visto vanta quote in numerose multinazionali ben poco interessate al cambiamento climatico, quale posto può occupare all’interno de L’EcoPost? E’ notizia di questi giorni che Fink abbia messo la sostenibilità al centro della propria mission aziendale. Il CEO ha pubblicamente riconosciuto l’urgenza dei temi posti dal cambiamento climatico. A chiunque conosca l’operato recente di BlackRock questa affermazione appare in chiara discontinuità con il passato. All’inizio di gennaio BlackRock ha aderito alla campagna globale Climate Action 100 Plus. Pochi giorni dopo, Fink ha scritto una lettera aperta ai suoi clienti.

Il testo della missiva si può leggere integralmente sul sito di BlackRock, è però importante riproporre alcuni dei suoi passaggi essenziali.

Larry Fink, ceo di Blackrock. Foto ItaliaOggi

Inversione di rotta

Ogni governo, ogni azienda e ogni azionista devono fronteggiare il cambiamento climatico. Non gira molto intorno al problema il CEO di BlackRock, nell’incipit della lettera. Dal momento che “in un futuro più vicino di quanto molti anticipano avrà luogo una significativa riallocazione del capitale”, occorre che la sostenibilità diventi il nuovo standard nel mondo degli investimenti. “Ci si rende sempre più conto di come rischio climatico significhi rischio d’investimento”. “Quale impatto avranno le politiche climatiche sui prezzi, sui costi e sulla domanda economica nel suo complesso?””I mercati dei capitali anticipano sempre il rischio futuro.” Le considerazioni di Fink sono lapidarie, ciniche come cinico è il suo ambito professionale, eppure innegabilmente veritiere.

Come ben sappiamo, comunque, tra il dire e il fare vi è di mezzo il mare, e anche questa volta potrebbe essere così. Alcune ONG, oltre ad un nutrito numeri di investitori di primo piano, non hanno infatti perso tempo a criticare BlackRock. Tali critiche si devono soprattutto al fatto che, nonostante i proclami, la società di Fink non stia votando sempre a favore delle risoluzioni domandanti maggiore trasparenza verso la sostenibilità, all’interno delle aziende dov’è presente.

L’esempio di BlackRock

Naturalmente non siamo ancora in grado di dire se Fink e la sua BlackRock siano in buona fede o meno, nella stesura di questa dichiarazione d’intenti. Indipendentemente da ciò, ad ogni modo, la lettera ora esaminata è importantissima per la nostra epoca. Larry Fink non è uno scienziato. Non è un filosofo. Non è tantomeno un ambientalista, figurarsi. E’ il timoniere di uno tra i più importanti soggetti della finanza mondiale. E’ il simbolo stesso della spaccatura sociale e ambientale che il capitalismo più cieco e sordo sta causando al nostro pianeta.

I decani dell’economia e della finanza, da sempre, sacrificano tutto in nome del profitto: giustizia sociale, equità, ecologia e preservazione della Terra; tutto questo è secondario per gente come Fink, per chi conta solo gli 0 che chiudono il capitale societario. Prerogativa della riflessione ambientale, da Ralph Waldo Emerson a Greta Thunberg, è che sostenibilità e capitalismo sono antitetici. La presa di posizione di BlackRock potrebbe, potenzialmente, ribaltare questo dogma. La mossa di Fink è una rivoluzione finanziaria in potenza, un monito che ci auguriamo tutti i suoi colleghi e competitor prendano in attento esame. Potrebbe porre le basi di una nuova finanza etica, verde, pulita ed attenta al grido lancinante che il Pianeta sta gridando. O potrebbe perdersi nel vento, senza attecchire in alcun consiglio d’amministrazione, in alcun palazzo vetrato e ultramoderno che costella i quartieri finanziari delle capitali mondiali del business.

Non sappiamo se la lettera di Larry Fink troverà seguito, non sappiamo neppure se la BlackRock intraprenderà davvero questa strada. Sappiamo però che c’è stata una presa di coscienza da parte di alcuni soggetti di quel mondo e questo rappresenta un buon punto di partenza, un nuovo inizio. Come ci ha insegnato Biancaneve, c’è sempre speranza nei nuovi inizi.

Vuoto a rendere: i pregi di una pratica purtroppo dimenticata

Una pratica già molto diffusa in diversi paesi europei ma ancora decisamente poco adottata nel nostro paese è il vuoto a rendere. Vetro o plastica che sia, in Italia manca una vera e proprio cultura a riguardo. Come spesso accade a rimetterci è l’ambiente. E pensare che basterebbe così poco per agire in maniera più responsabile.

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I dati sul vetro e sul vuoto a rendere

Già vi abbiamo parlato, in un articolo di qualche tempo fa, della situazione riguardante le bottiglie di plastica. Questa volta analizziamo invece quella delle bottiglie in vetro, avvalendoci dei dati pubblicati da Milena Gabannelli in occasione dell’ultima puntata di DataRoom. Partiamo da una prima considerazione generale: l’Italia è il paese in cui viene consumata più acqua in bottiglia a livello mondiale. Ne beviamo circa 224 litri a testa all’anno. Tradotto in “bottiglie” questo numero diventa 11 miliardi. L’84% di queste è in plastica e solo una percentuale che si attesta tra il 10 e 15% viene poi riciclata.

Del 16% di bottiglie in vetro, invece, solo il 10% è vuoto a rendere. Se inoltre si considera che per fare un chilogrammo di PET (il materiale di cui sono composte le bottiglie in plastica) servono circa 2 chilogrammi di petrolio si capisce immediatamente quanto sia importante mettere fine a questa follia. Smettere di utilizzare bottiglie in plastica ci farebbe risparmiare 5,87 milioni di barili di petrolio in un anno. Un numero non trascurabile. Solamente osservando questi dati si capisce che la situazione è quanto meno migliorabile. Inoltre in questo caso, almeno una parte della colpa non può di certo essere attribuita a qualcun altro. Questi numeri sono infatti frutto di scelte individuali e individuarne i responsabili è molto più semplice che in altri casi.

I vantaggi del vuoto a rendere

Di esempi da prendere a modello per quanto riguarda la questione dei vuoti a rendere ce ne sono a bizzeffe. Nel Nord Europa, ad esempio, la percentuale di bottiglie in vetro che vengono restituite tramite la procedure del vuoto a rendere è del 70%. In questo modo una bottiglia di vetro può essere riutilizzata fino a 30 volte, generando grossi risparmi in termini di emissioni che altrimenti sarebbero necessari per la sua produzione ex-novo. Se infatti ci limitassimo a riciclare il vetro della bottiglia, questo dovrebbe comunque subire innumerevoli passaggi.

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Un primo camion la porterebbe infatti ad un centro di raccolta. Da qui andrebbe poi spostata verso l’impianto di frantumazione per poi essere trasportata alla vetreria dove, dopo un processo di fusione a 1.400 °C, la bottiglia viene ricreata per poi essere portata nuovamente dal produttore di acqua per l’imbottigliamento e, di nuovo, nello scaffale del supermercato. Non serve uno scienziato per capire che tutti questi step hanno un impatto ambientale non trascurabile. Con la logica del vuoto a rendere, invece, il numero di spostamenti necessari al riutilizzo della bottiglia si ridurrebbe a due: da casa nostra al deposito e poi al produttore che può quindi procedere con la sterilizzazione e il riutilizzo. Se la buona pratica del vuoto a rendere venisse adottata da tutti i consumatori si risparmierebbe ogni anno l’utilizzo di 5,9 milioni di barili di petrolio.

Gli ostacoli

Se da un lato risulta chiara la mancanza di domanda verso un servizio del genere, facendo ricadere parte della colpa sui consumatori, dall’altro è evidente che anche i produttori potrebbero sicuramente fare di più. Produrre una bottiglia ex-novo ha infatti un costo più alto rispetto all’alternativa della bottiglia riciclata. Gli attori del mercato dell’acqua in bottiglia dovrebbero tuttavia sostenere un investimento iniziale necessario alla costruzione di un impianto di lavaggio e sterilizzazione che sia situato in aree vicine alla fonte. I supermercati dovrebbero inoltre attrezzarsi creando delle aree apposite all’interno dei propri locali.

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Già nel 2017 il Ministero dell’Ambiente aveva provato a pubblicare un regolamento atto a iniziare una sperimentazione del vuoto a rendere su larga scala. Si è trattato, tuttavia, di un esperimento completamente fallito. I dati sul programma non sono infatti ritornati al Ministero e l’adesione da parte di bar, ristoranti, alberghi e supermercati è stata bassissima. Analizzando tutte queste problematiche si capisce subito come il problema sia duplice e abbia due origini ben distinte: da un lato i consumatori che dovrebbero far propria la logica del vuoto a rendere in maniera massiccia, dall’altro i produttori che dovrebbero sforzarsi maggiormente per rendere questa opzione molto più accessibile.

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Il modo più facile per far sì che si espanda questa buona pratica è tuttavia individuabile nella più vasta logica del mercato: se infatti i consumatori iniziassero in massa a comprare acqua solo da chi dà la possibilità di restituire la bottiglia, i produttori non ci metterebbero molto ad adeguarsi per non perdere la propria clientela a favore dei concorrenti di mercato che invece offrono questo servizio. Un ulteriore esempio di come ognuno di noi può essere parte integrante del cambiamento, senza neanche sforzarsi più di tanto.

Cosa comprare a gennaio: la lista completa degli ingredienti di stagione

Nuovo mese, nuova frutta e verdura di stagione. Per una spesa più sostenibile e naturale. A gennaio si prosegue con frutta e verdura invernale. Cavoli e verdure a foglia, come cicoria e spinaci, dominano le bancarelle dei mercati a km 0. É anche il periodo migliore per le spremute di arance e mandarino. La lista completa.

Verdura di stagione di gennaio e proprietà benefiche

  • Zucca: particolarmente ricca di caroteni e vitamina A, contiene discrete quantità di minerali (soprattutto fosforo, potassio e magnesio), vitamina C e vitamine del gruppo B
  • Topinambur: alto contenuto di inulina, ferro e potassio
  • Sedano: ricco di vitamine antiossidanti (A, C, E), minerali (ferro, magnesio e potassio)
  • Radicchio: ricco di principi attivi, è un alimento diuretico ed ha un effetto depurativo e disintossicante
  • Erba Cipollina: vitamina C e del gruppo B. Alta presenza di calcio, magnesio, ferro e fibre
  • Verza: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio

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  • Carota: ricche in vitamina A e carotene. Buona presenza di Sali minerali, vitamine del gruppo B, PP, D ed E
  • Cavolfiore: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio
  • Broccolo romanesco: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio
  • Cavoletti di Bruxelles: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio
  • Broccolo: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio
  • Sedano rapa: ricco di vitamine antiossidanti (A, C, E), minerali (ferro, magnesio e potassio)
  • Indivia: ricca di principi attivi è un alimento diuretico ed ha un effetto depurativo e disintossicante
  • Cicoria: ricca di principi attivi è un alimento diuretico ed ha un effetto depurativo e disintossicante
  • Bietola: ricca di vitamina A, C e potassio
  • Finocchio: ricco di vitamine e sali minerali
  • Legumi secchi: i legumi secchi (lenticchie, fagioli, ceci ecc.) sono alimenti ad alto contenuto proteico. A seconda della varietà sono considerati alimenti molto validi dal punto di vista nutrizionale e si adattano perfettamente ad ogni tipo di dieta

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  • Spinaci: gli spinaci sono particolarmente ricchi di vitamine (A, C, E, K1, B1, B2, B6 e PP) e sali minerali (rame, fosforo, zinco, calcio, potassio). Contengono anche molto acido folico e ferro
  • Aglio: ha effetti positivi sull’apparato circolatorio. Aiuta a ridurre il colesterolo e a regolare la pressione
  • Porro: della stessa famiglia delle cipolle i porri sono particolarmente indicati in casi di anemia o affezioni urinarie. Buone proprietà diuretiche
  • Sedano: ricco di vitamine antiossidanti (A, C, E), minerali (ferro, magnesio e potassio)
  • Lattuga: la lattuga ha un buon contenuto vitaminico e salinico (vitamine A e C, calcio e ferro). Ottimo il contenuto in fibre. Ricca di principi attivi naturali
  • Cavolo cappuccio: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio
  • Cipolla: ricca di sali minerali (fosforo e magnesio) e vitamine (A, B1, B2, PP, C , E).
  • Patate: ricche di glucidi, vitamine del gruppo B, vitamina C, potassio e oligominerali (rame, ferro, cromo e magnesio)
  • Scalogno: molto ricco di vitamina B6. Alta presenza di calcio, fosforo, potassio e magnesio.

Frutta di stagione di gennaio e proprietà benefiche

  • Arancia: ha un alto contenuto di vitamina C che la rende un ottimo antiossidante. La scorza stimola i succhi gastrici favorendo la digestione. Contiene potassio e quindi è benefica per il cuore e la circolazione. Ha proprietà rinfrescanti e astringenti.
  • Clementina: ricca di vitamine e sali minerali
  • Frutta in guscio: tutta la frutta in guscio è un alimento altamente energetico. A seconda delle varietà essa può contenere svariati tipi di vitamine e sali minerali. I pistacchi sono, ad esempio, molto ricchi di ferro, le noci di antiossidanti, le mandorle di calcio e via dicendo
  • Kiwi: Contiene molta vitamina C, anche più delle arance. E’ ricco di potassio, vitamina E, rame, ferro, che insieme alla vitamina C conferiscono proprietà antisettiche e antianemiche. INfine è rimineralizzante, diuretico e protegge le pareti vascolari.
  • Mandarancio: ricco di vitamine e sali minerali
  • Mandarino: ricco di vitamine e sali minerali

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  • Mela: ha un’alta concentrazione di fibre, il colesterolo è assente. Contiene vitamina C e potassio. La sua fermentazione da parte della flora batterica intestinale può avere un effetto protettivo sullo sviluppo del cancro al colon.
  • Pere: contiene vitamine e sali minerali (potassio) e ha un alto contenuto di fibre, per questo è molto saziante. Modula l’assorbimento intestinale dei lipidi e previene i disturbi dell’intestino crasso.
  • Pompelmo: ricco di fibre, flavonoidi, vitamine A, B, C e pectine

Potrebbero esserci piccole variazioni in base all’esatta regione di provenienza. Per ogni dubbio ci si può sempre rivolgere al contadino di fiducia. Se non ne avete uno, trovatelo. Gli alimenti vegetali consumati in modo sostenibile sono più buoni e, spesso, costano anche meno.

Il nostro consiglio

Il modo più sostenibile di consumare prodotti alimentari è quello di conoscerne l’esatta provenienza. La soluzione migliore sarebbe quella di acquistarli direttamente dai produttori, nei mercati a chilometro zero. Per trovarli potete servirvi del sito della Coldiretti, dove sono indicate le città in cui è già presente il mercato di Campagna Amica. Altrimenti non è ormai inusuale che alcuni alimentari o qualche negozio di frutta e verdura fresca fornisca anche un servizio di consegne a domicilio. Segnaliamo inoltre la possibilità di adottare un orto. Valutate anche l’idea di piantare qualche pianta aromatica nel terrazzo o sul davanzale della finestra, possono dare grande soddisfazioni. Così come anche un buon albero da frutto piantato in giardino. Buona spesa!

Le collane ecosostenibili delle donne ugandesi

collane

Ero solo una bambina quando conobbi Rose. Certo, non è stato un tu per tu seguito da una lunga conversazione. Era venuta nella nostra scuola a spiegarci quello di cui lei si occupava nella sua terra natìa: l’Uganda. Non ricordo ciò che disse, dopotutto erano circa vent’anni fa. Ricordo molto bene, però, il suo viso e il suo sorriso. È lo stesso che si trova sulla confezione delle bellissime collane ecosostenibili prodotte dalle donne ugandesi.

Rose e le sue iniziative

E’ un’altra delle tante iniziative promosse da Rose, infermiera africana, ora direttrice del Meeting Point International, partner di AVSI a Kampala, capitale dell’Uganda.

Il MPI è una ONG ora parte dell fondazione AVSI, che si prende cura di 5 mila persone, soprattutto donne. È infatti dagli anni ‘90 che Rose aiuta le donne ugandesi colpite dalla guerra o dall’HIV e i loro figli i quali, a causa delle condizioni precarie delle loro madri, spesso rimangono orfani.

Aiutare le madri per salvare i figli

Da bambina, negli stessi anni in cui Rose è venuta a parlarci, credevo che il problema maggiore del continente africano fossero i bambini in difficoltà, orfani, denutriti, minacciati dalla guerra e dalle malattie. Non avevo però capito quanto fosse importante, prima di tutto, il benessere delle loro madri, in quanto sono loro a crescerli ed accudirli.

E qui entra in gioco Rose. Oltre infatti alla sua trentennale esperienza come infermiera e come educatrice, insegnando alle donne le basi per la corretta nutrizione dei figli, Rose aiuta le donne ugandesi a riscattarsi. Curando i loro figli, infatti, le madri hanno sentito l’esigenza di migliorare anche loro stesse. Hanno infatti imparato a curarsi con i farmaci antiretrovirali e a prendere in mano la loro vita, convincendosi che non tutto fosse perduto.

Pochi materiali, tanta pazienza

Ora creano queste magnifiche e variopinte collane, che ricordano i colori dell’Africa, e grazie ai loro proventi riescono a sfamare i figli, mandarli a scuola e vivere insieme una vita dignitosa. Queste sono le parole di Rose:

“Sono state vendute circa 48mila collane in Europa per contribuire alla costruzione della scuola superiore Luigi Giussani. Il valore che le donne hanno scoperto in se stesse lo hanno desiderato anche per i loro figli. Che i loro figli potessero essere educati come loro sono state educate. In questo modo la scuola è nata.”

https://www.youtube.com/watch?time_continue=278&v=xRZRkFnrRXI&feature=emb_logo

I materiali per la creazione delle collane sono pochi e facilmente reperibili. Il processo, però, richiede molta pazienza e attenzione ai dettagli. Le donne di Rose utilizzano infatti tanti piccoli pezzetti di carta riciclati, principalmente ricavati dai giornali, e li arrotolano, formando delle palline. Dopodiché li consolidano con una colla particolare e li impermeabilizzano con smalto trasparente e acqua, che conferisce lucentezza. Infine le perle vengono infilate una a una nello spago e la collana è fatta.

Un aiuto, qui e ora

Forse era meglio saperlo prima di Natale, direte. Certamente sarebbe stato un regalo più consapevole e apprezzato da molte mamme e nonne italiane. Perché, allora, non comprare qualche collana per i loro compleanni? O addirittura per il Natale del prossimo anno. In questo modo possiamo aiutare, qui e ora, chi il Natale lo ha passato peggio di noi, in guerra, povertà o malattia, ma che comunque ha trovato, in queste semplici, ma bellissime collane, un motivo per camminare ancora a testa alta.

Acquistare queste collane colorate è un gesto di prossimità e solidarietà: significa farsi complici di donne che non si sono arrese né alla violenza né alla malattia. Che desiderano e credono che sia possibile sempre ripartire e divenire protagonisti della propria vita.

Per ordinare le collane scrivi a: collane@avsi.org

Per donare e sostenere le donne di Rose: CREDITO VALTELLINESE, sede Milano Stelline, Corso Magenta 59. IBAN: IT04D0521601614000000005000

La questione ambientale negli anni ’20

Buoni propositi

Un nuovo anno è appena iniziato. Da tradizione si apre un nuovo ciclo di 12 mesi con i cosiddetti buoni propositi; una sorta di impegni presi, spesso tra il serio ed il faceto, tramite i quali ci si propone di cambiare abitudini o comportamenti sbagliati o negativi tenuti in precedenza. Spesso capita che i buoni propositi di gennaio vengano spediti, nel giro di qualche settimana, nello stesso posto dove sono finiti i dinosauri e, dunque, questa sorta di usanza di proporre cambiamenti, più o meno radicali, per modificare la propria routine all’alba del nuovo anno lascia spesso il tempo che trova.

Ad ogni modo, se anche il fatto di dedicare del tempo, tra il termine e l’inizio di un nuovo anno, ad esprimere dei buoni propositi non sia nulla più che un giochino, perché non prestarsi ad esso ora che siamo alle soglie non solo di un nuovo anno, ma di un nuovo decennio.

La situazione attuale

Il 2020 sembra aver portato una ventata di positività: sarà perché il nuovo attira inevitabilmente più del vecchio, perché l’inizio di un nuovo decennio rappresenta una pietra miliare raggiunta e superata, o magari perché il numero 2020 piace, a causa della sua semplicità e del fascino delle sinuosità espresse dalle cifre che lo compongono.

Nonostante ciò, però, la situazione attuale non è certo delle più rosee, se pensiamo alla situazione climatica. I dati ci confermano come il 2019 sia stato uno degli anni più caldi della storia, a livello glocale (in Italia così come sull’intero pianeta, ove più ove meno), esattamente come il 2018 e il 2017. La conferenza mondiale Cop25 di Madrid si è chiusa con un risultato che potremmo definire evanescente, giusto per non calcar troppo la mano. Diversi fenomeni, localizzati ma con una ben nota causa in comune, stanno martoriando la Terra a varie latitudini, nel preciso momento in cui leggete queste righe.

Clima ostile

In Italia abbiamo una buona dose di disagi ogni qualvolta le precipitazioni piovose, o nevose, si prolunghino per qualche giorno. I notiziari puntualmente ci informano di frane, crolli, allagamenti e bombe d’acqua in periodi di maltempo. Ciò si deve sicuramente alla palese incuria umana nei confronti del proprio habitat; non avremmo certo un simile dissesto idrogeologico se avessimo urbanizzato meno la nostra penisola, con un briciolo di attenzione alla salvaguardia ambientale. D’altra parte però, le precipitazioni che viviamo in questi tempi sono diverse da quelle cui ci eravamo abituati nei precedenti decenni.

Piogge torrenziali, venti forti ed improvvisi e rovesci tropicali non sono mai stati la norma, nel nostro Paese. Eppure sembrano esserla diventati. Fenomeni così desueti ed inconsueti per l’Italia sono un chiaro segnale di come il clima stia cambiando, di come il pianeta si stia surriscaldando. I negazionisti sono ancora numerosi, quasi sempre provengono da lobby o schieramenti politico – economici ben noti per non essere esattamente virtuosi, però le loro cartucce sono sempre più scarse. Per rendersene conto basta alzare lo sguardo su un mappamondo.

Emergenza in Australia

Prendiamo dapprima in esame la scottante, è proprio il caso di dirlo, attualità australiana. I giornali stanno usando in questi giorni l’espressione inferno di fuoco per raccontare l’ecatombe dei roghi e non si tratta di un eufemismo per vendere più copie. Nel sudest australiano sono state evacuate decine di migliaia di persone. Il premier Scott Morrison, criticatissimo in queste ore per come stia fronteggiando l’emergenza, ha richiamato 3000 riservisti. Intanto il vento continua a soffiare in coda alle fiamme e il caldo secco non concede tregue. Le navi hanno serie difficoltà a soccorrere i rifugiati che si radunano sulle spiagge e le fiamme rappresentano una minaccia alla fornitura elettrica tale che Sydney rischia di restare al buio. La capitale morale del Paese è stata finora risparmiata dagli incendi; non ci è dato però sapere cosa accadrà nel prossimo futuro.

Fenomeni estremi nel mondo

Attraversiamo il Pacifico e andiamo in Brasile. Nel nordest del vasto Paese sudamericano, nel bacino del fiume Piranhas, non si è registrata una grande pioggia per ben 6 anni. Finalmente un rovescio torrenziale, fondamentale per la sopravvivenza di un ecosistema così a ridosso dell’Equatore, si è registrato nella primavera del 2018. Dopo di esso però è tornata la siccità e ora l’intero habitat fatica a sopravvivere.

La situazione non è troppo diversa in Sudafrica. Città del Capo, la perla più luminosa della tanto preziosa quanto opaca collana africana, sta attraversando mesi di grave siccità. Alcuni climatologi denunciavano durante i mesi di settembre ed ottobre di non aver mai registrato precipitazioni così scarse a Capetown. Nello scorso autunno europeo il prefetto ha deciso di chiudere la fornitura idrica, non avendo altro modo di rimandare il più possibile il drastico giorno zero: la data in cui nella città non ci sarà più acqua potabile.

Altri Stati africani versano nelle stesse condizioni, a cominciare dalla Mauritania, dove i pastori sempre più spesso non hanno di che dissetare il proprio bestiame.

Sull’Atlantico occorre segnalare le pessime condizioni in cui si trova Puerto Rico, un purgatorio tra i paradisi caraibici, isola che corre il serio rischio di non potersi riprendere da un nuovo uragano. Tra qualche mese si aprirà una nuova stagione di cicloni e Porto Rico potrebbe dover fare nuovamente i conti con migliaia di morti e miliardi di danni, come avvenne nel 2017. Questa volta però si contano già da ora circa 160mila famiglie a rischio inondazione e 100 comunità che abitano in zone esposte a frane. I geomorfologi sottolineano come, pur essendo l’uragano da sempre un fenomeno peculiare della regione; sia innegabile leggere nei recenti forti cicloni, i quali segnano sovente un repentino passaggio dalla siccità estrema alla precipitazione incontenibile, un difficilmente equivocabile segno del cambiamento climatico.

Una trama drammatica

A quel che si è appena scritto andrebbe aggiunto che gli indigeni sull’isola di Panama stanno perdendo la battaglia contro l’innalzamento del livello del mare, che toglie loro sempre più terra sulla quale poter vivere. Però poi bisognerebbe anche parlare di come i ghiacciai peruviani della Cordillera Blanca si ritirino sempre più, anno dopo anno, a causa del global warming e di come ciò impenni il rischio di alluvioni nella regione.

In definitiva, si potrebbe fare un lungo elenco di fenomeni come questi. Purtroppo i segni del surriscaldamento sono ormai sotto gli occhi di tutti, non si tratta più di una preoccupazione per scienziati. Anno dopo anno, decennio dopo decennio, le estati sono sempre più lunghe e le spiagge sempre più corte.

A corto di scuse

Fortunatamente ora se ne parla. Fino a qualche anno fa attivismo ambientale significava arrampicarsi su una centrale elettrica a o sabotare la linea di produzione della Land Rover, e riguardava soprattutto qualche esibizionista in cerca di fama. Oggi abbiamo gli studenti nelle piazze e i governanti che ne parlano quotidianamente.

Certo, parlarne non serve a nulla ed è tempo di agire. Vanno prese decisioni che devono essere rispettate in fretta, seppur nessun governo lo stia effettivamente facendo.

Si apre un nuovo anno e si apre un nuovo decennio; le questioni nell’agenda politica e sociale del pianeta sono molte, ve n’è però una più importante delle altre: la questione ambientale. Oramai siamo a corto di scuse.

Quei vestiti delle feste messi una volta. Come evitare lo spreco

vestiti

Li vedi e te ne innamori. Quel vestito blu scuro completamente coperto di paillettes, che forse potresti abbinare a quelle décolleté comprate il mese scorso per sfizio e mai indossate. Oppure quel completo nero pece, che con una cravatta rossa ti farà fare un figurone alla festa dell’ultimo dell’anno.

Una storia lunga una notte

La maggior parte delle persone si ferma qui, all’amore a prima vista, alla bellezza esteriore, e ci si butta a capofitto. Non pensano che quest’acquisto impulsivo e non necessario potrebbe durare il tempo di una notte. Un’avventura legittima, quando si parla di relazioni. Ma qui è in gioco l’ambiente in cui viviamo, il nostro pianeta, la nostra casa.

Nel novembre di quest’anno l’organizzazione benefica Hubbub ha condotto un’indagine sugli acquisti di capi di vestiario durante le feste. Il risultato? Ogni inglese ogni anno spende in media 86 euro per abiti che indosserà al massimo tre volte nella sua vita. E non è tutto. Una persona intervistata su cinque ha dichiarato che solitamente il vestito che acquista per la festa di Natale o di Capodanno lo indossa soltanto una volta.

Un costo ambientale e umano

Questo dovrebbe farci riflettere, sopratutto per il costo ambientale e umano della produzione di quei capi, specialmente quelli a basso costo. Se infatti il prezzo è basso, un motivo ci sarà. Innanzi tutto spesso le grandi catene di fast fashion creano i loro vestiti sfruttando personale sottopagato in zone remote del mondo.

Leggi il nostro articolo: “La fast fashion è il patibolo del pianeta”

Inoltre i materiali sono molto scadenti. Come ha dichiarato Hubbub, solo il 24% degli intervistati sapeva che la maggior parte degli abiti da festa contiene plastica. L’associazione ha infatti analizzato 169 abiti da festa provenienti da 17 diversi negozi online, ma anche di alta moda e di design, e ha scoperto che il 94% è parzialmente o totalmente realizzato con tessuti derivati dalla plastica. Le conseguenze del lavaggio dei capi in plastica con il rilascio di microplastiche negli oceani, ma anche la loro stessa produzione derivante dal mercato del petrolio sono fatti tristi e noti.

Leggi il nostro articolo: “Trovate microplastiche nell’aria. E probabilmente le respiriamo”

Un’altra conseguenza dell’acquisto compulsivo di abiti, sopratutto quando la loro vita è breve è lo smaltimento. Come si apprende dal bellissimo documentario The True Cost, I tessuti infatti non si decompongono se non dopo oltre 200 anni, rilasciando nell’aria gas dannosi per noi e per l’ambiente. Anche la cosiddetta beneficenza è sopravvalutata, in quanto questi stessi vestiti, usati e sgualciti, vengono rimandati alle persone che li hanno creati. Un controsenso che origina da un circolo decisamente non virtuoso.

Leggi il nostro articolo: “The True Cost: quanto costa davvero la moda?”

Quali sono, allora, le soluzioni per essere eleganti e presentabili durante le feste? In primo luogo ci si può divertire a spulciare nei negozi di seconda mano e vintage. Spesso infatti raccolgono vestiti da persone che hanno gettato i capi dopo, appunto, un solo utilizzo e sono ancora come nuovi. Il prezzo, poi, è decisamente conveniente.

Oppure possiamo scambiarci i vestiti con gli amici. In questo modo saremo più sicuri della loro provenienza e non spenderemo nemmeno un euro (se gli amici si possono considerare tali).

Recentemente poi stanno spopolando i negozi e i siti sui quali è possibile affittare i vestiti, anche di alta moda, come Drexcode o DressYouCan a Milano. In questo modo potrai sfoggiare un abito mozzafiato, di qualità, e spendere, anche qui, relativamente poco. Spesso, poi, durante il processo di affitto si viene seguiti da una persona competente, che ti consiglierà anche gli accessori migliori. Molto meglio che vagare da sola per negozi di bassa qualità e con capi tutti uguali accontentandosi del proprio opinabile gusto.

Infine, perché no, potete guardare bene all’interno del vostro guardaroba. Chissà che ritroviate quell’abito comprato due anni fa, messo solo una volta, ma che in fondo aveva molte qualità. Anche quello era stato amore a prima vista. Anche quello, un giorno, vi aveva fatto battere il cuore. E poi si sa, certi amori non finiscono, fanno dei giri di guardaroba immensi e poi, perché no, facciamoli tornare.

Macchine elettriche: 3 motivi per cui non si diffondono

macchine elettriche

Le macchine elettriche trovato difficoltà a diffondersi capillarmente nella società. Cerchiamo di capire il perché.

1- Costi delle nuove tecnologie

Innovare in settori ad alta intensità di capitale prevede costi molto elevati che devono essere recuperati tramite prezzi maggiori rispetto alle esistenti tecnologie.

Considerando qualsiasi listino di prezzi di auto è infatti evidente come le macchine elettriche ed ibride siano quasi sempre in cima alla propria classe in termini di prezzo.

Inutili sono tutti i calcoli di quanto una motorizzazione “green” faccia risparmiare in termini di carburante, esenzioni o pedaggi. Quando il consumatore arriva alla cassa molto spesso valuta unicamente il prezzo d’acquisto di quello specifico momento.

Leggi il nostro articolo: “Mobilita’ elettrica, perche’ conviene”.

2- Rete di ricarica per macchine elettriche inadeguata

Questo problema è il tipico caso dell’uovo e la gallina, molto comune alle nuove tecnologie che segnano un punto di rottura con il passato.

Per creare richiesta di macchine elettriche bisogna che la rete di colonnine di ricarica sia capillare. Per crearla, gli operatori vogliono però essere certi di avere un rapido ritorno economico, ergo più elettriche in strada.

Tralasciando il discorso relativo alla produzione dell’energia elettrica, la rivoluzione green della mobilità dovrà essere accompagnata da un’altrettanto importante, ma ignorata, rivoluzione: quella dei rifornitori, o meglio ricaricatori.

Molti non sanno infatti che le prime auto elettriche risalenti alla metà del 1800 avevano un motore elettrico e non a benzina o diesel. Questo perché progettare un motore a combustione interna è ben più complesso, da un punto di vista ingegneristico, che non crearne uno alimentato dall’energia elettrica.

La ragione per cui nel 1800 l’elettrico non ebbe il successo che i progettisti si aspettavano è la stessa che ne impedisce la diffusione nel 2019. In mancanza di una rete sufficientemente estesa di rifornimento nessun veicolo può avere un vasto successo commerciale.

Thomas Edison con uno dei suoi prototipi di auto elettrica

3- Incertezza sulla durata

L’età media del parco circolante in Italia è di oltre 8 anni, una tra le più alte tra i maggiori paesi dell’Unione Europea.

Questo fattore è il risultato di una combinazione di avanzamento tecnologico delle auto e del basso potere di spesa della famiglia media. Le auto durano quindi di più e non avendo un grande budget le famiglie preferiscono tenerle più a lungo, posticipando l’acquisto di nuovi modelli.

Come abbiamo visto prima le auto elettriche non sono nulla di nuovo nel panorama automobilistico ma, non avendo mai avuto un grande successo commerciale, il pubblico è ancora scettico circa la durata di questi modelli. Essendo l’elettronica il punto debole delle auto più moderne, molti si chiedono quanto potrà durare nel tempo un’auto dove la meccanica diventa pressoché inesistente.

Risolte queste tre incognite, la diffusione su vasta scala della mobilità elettrica diventerà molto più plausibile e accettabile anche dai più scettici. Ai posteri ”l’elettrica” sentenza!

Leggi anche: “Nel 2021 arriva la prima automobile solare”.

Questo articolo e’ stato scritto da Alessandro Bianchi Maiocchi, fondatore di Meccamico, una piattaforma online con cui qualsiasi automobilista può richiedere preventivi per la manutenzione della propria auto da un network di meccanici altamente selezionati. Si può inoltre richiedere un meccanico direttamente a casa propria o presso il proprio luogo di lavoro così da evitare perdite di tempo tra traffico e attesa in officina. Il meccanico arriva, ritira l’auto e la riporta a lavoro eseguito. Pratico, trasparente e comodo! Al momento Meccamico è specializzata in interventi di manutenzione ordinaria ma si sta sviluppando la possibilità di ricevere clienti con esigenze più particolari come il restauro di auto d’epoca o il lavaggio del cambio automatico. Visita il sito!

Scienziati: “Emergenza clima, ci aspettano sofferenze indicibili”

Allo scoccare del quarantesimo anniversario dalla prima conferenza mondiale sul clima di Ginevra (1979), non vi e’ assolutamente nulla da festeggiare. 11 mila scienziati hanno infatti lanciato l’ennesimo allarme sulla rivista BioScience, rivolgendosi non solo ai politici, ma a tutti noi. La popolazione mondiale dovra’ affrontare “sofferenze indicibili a causa della crisi climatica” a meno che non ci siano importanti trasformazioni nella società. Si legge nello studio, che prende in considerazione 40 anni di dati scientifici ed e’ stato condotto da ricercatori provenienti da 153 paesi, guidati da William J Ripple della Oregon State University.

Leggi anche: La lettera di 250 scienziati al Governo italiano

Non e’ stato abbastanza

Nonostante in questo lasso di tempo si siano registrati alcuni miglioramenti, come la decelerazione della perdita della foresta Amazzonica e una lieve decrerscita della natalita’, questo non e’ stato abbastanza per prevenire il riscaldamento globale. La foresta amazzonica ha infatti ripreso la sua decrescita dopo l’elezione di Bolsonaro e il calo demografico e’ rallentato negli ultimi 20 anni. Inoltre, La temperatura, l’acidita’ degli oceani, il clima estremo, gli incendi, le tempeste, il livello del mare, le inondazioni, la scomoparsa dei ghiacci, sono tutti in aumento – ha affermato Ripple. E conclude: Questi rapidi cambiamenti evidenziano l’urgente necessità di agire.

Cosa fare?

Lo studio pero’ non solo denuncia l’emergenza climatica, ma suggerisce anche soluzioni concrete per uscirne. Innanzi tutto e’ necessario cambiare il sistema di produzione di energia, prediligendo le fonti rinnovabili ai combustibili fossili e tassando questi ultimi il piu possibile. E’ poi importante proteggere gli ecosistemi quali foreste, praterie e torbiere per favorire il massimo svolgimento della loro funzione ecologica e l’assorbimento dell’ anidride carbionica. E’ inoltre necessario ridurre le emissioni di metano, idrofluorocarburi e altri inquinanti. Cosi’ facendo, sarebbe possibile ridurre il riscaldamento del pianeta del 50 percento nei prossimi decenni.

Leggi anche: “Le abitudini degli scienziati per combattere il cambiamento climatico”

Una delle maggiori fonti di metano sono gli allevamenti animali. Per questo e’ fondamentale che tutti riducano il consumo di carne e prodotti animali, prediligendo frutta, verdura e legumi. In questo modo, oltre a ridurre le emissioni, si ottimizzerebbe la distribuzione delle risorse alimentari, ricavando piu’ cibo in meno tempo e con meno spazio. Questo sarebbe positivo su molti fronti, visto che ad oggi nel mondo un terzo del cibo ancora commestibile viene sprecato. Gli scienziati inoltre ci ricordano che la popolazione mondiale cresce di 200 mila unita’ al giorno. Un fenomeno non sostenibile, sopratutto se tutti loro conducono, o aspirano a condurre, uno stile di vita agiato e pieno di lussi come quello occidentale.

Inquinamento a Shanghai, Cina

Educazione e giustizia sociale

Un’altra importante iniziativa che tutte le Nazioni dovrebbero implementare e’ quella dell’educazione, ambientale e non, sopratutto femminile. Infine, dobbiamo allontanarci dalla mentalita’ della crescita incessante del Prodottio Interno Lordo e della ricerca constante della ricchezza. La buona e paradossale notizia, infatti e’ che un tale cambiamento che prevede giustizia sociale ed economica per tutti, promette un benessere generale molto maggiore rispetto al continuare con business as usual, hanno detto gli scienziati.

La loro vera speranza pero’ risiede nei giovani e nei movimenti nati di recente in tutto il mondo, primo fra tutti i Fridays for Future di Greta Thunberg. Se infatti i giovani di oggi sono gli adulti di domani, forse siamo in buone mani.