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Overfishing e pesca sostenibile: guida al consumo di pesce

Tempo di lettura 4 minuti

Negli ultimi 55 anni è emersa la consapevolezza che gli oceani sono vulnerabili, le sue risorse esauribili. Il loro sovrasfruttamento porta all’impoverimento dei mari in termini di biodiversità e di servizi ecosistemici. La necessità di minimizzare gli effetti negativi causati dall’overfishing si riflette nell’attenzione verso la pesca sostenibile. Ma in che modo possiamo contribuire noi consumatori?

Leggi anche: Allevamenti intensivi ittici: tra ecologia ed etica (lecopost.it)

Che cos’è l’overfishing?

A livello mondiale l’overfishing o sovrapesca costituisce una delle più gravi minacce alla salute dei mari e dei loro abitanti. Se pescare in sé non è intrinsecamente dannoso per l’oceano, ciò che minaccia gli ecosistemi marini è il sovrasfruttamento delle risorse ittiche. Il termine overfishing indica un prelievo talmente eccessivo e veloce di specie di pesce dal mare da non permettere a queste di riprodursi.

La pesca eccessiva è strettamente legata al bycatch – la cattura accidentale di specie non desiderate. Parliamo di uno dei più gravi problemi legati alla pesca in tutto il mondo. Esso infatti causa l’inutile perdita di miliardi di pesci, insieme a centinaia di migliaia di tartarughe marine e cetacei.

Un po’ di storia dell’overfishing

È possibile rintracciare Il primo esempio di overfishing già all’inizio dell’800. La ricerca di grasso per l’olio per le lampade condusse ad una decimazione della popolazione delle balene. Inoltre, l’idea dell’inesauribilità delle risorse ittiche, sostenuta da diversi naturalisti dell’Ottocento, tra cui Huxley ha favorito questa pratica.

Tuttavia, fenomeni di overfishing rimanevano isolati e circoscritti: dalla fine del 20esimo secolo sono divenuti globali e catastrofici.

Da metà del secolo scorso infatti, gli stati hanno cominciato ad adottare diverse politiche per favorire un incremento dei rendimenti di pesca. Inizia l’era della pesca industriale, caratterizzata dallo sviluppo di tecnologie e strumenti sempre più aggressivi per la cattura dei pesci. Queste pratiche determinano la crescita esponenziale di prodotti ittici disponibili a prezzi accessibili, sempre più richiesti dai consumatori.

Questo circolo vizioso tra aumento della domanda e di conseguenza dell’offerta, vede presto i suoi frutti nel depauperamento delle risorse ittiche. Infatti, oltre a minacciare gli ecosistemi marini, l’overfishing minaccia la pesca stessa: dal 1950 al 2015, la quantità di pescherecci nel mondo è più che raddoppiata, a fronte di un calo di pescato a parità di lavoro dell’80%. Le riserve ittiche sono sempre più magre: riempire le reti è cinque volte più difficile oggi di 65 anni fa. Ci troviamo in uno status in cui si pesca di più ma si cattura di meno.

Stime attuali di overfishing

Ad oggi, ogni persona mangia una media di 19,2 kg di pesce l’anno (circa il doppio rispetto a 50 anni fa) e la FAO predice che tale consumo arriverà a 21,5 kg nel 2030. Per soddisfare questa domanda, più del 55% degli oceani è nelle mani dell’industria della pesca.  

  • Oltre il 30% degli stock ittici è sovrasfruttato;
  • Il 60% è sfruttato al limite;
  • Solo il 7% è entro i limiti di sostenibilità.

Pesca sostenibile

“Pesca sostenibile significa lasciare nei mari abbastanza pesci, rispettare gli habitat e assicurarsi che le persone che dipendono dall’economia della pesca possano mantenere i loro mezzi di sussistenza’’.

E’ questa la definizione di pesca sostenibile come riportato dal Marine Stewardship Council (MSC). Salvaguardia della popolazione ittica e dell’intero ecosistema marino, riduzione dell’impatto ambientale, tutela del mare anche per le generazioni future sono dunque i principi cardine di questo tipo di pesca.

Guida al consumo di pesce

Da consumatori, abbiamo un ruolo centrale nel sostenere la pesca sostenibile e non alimentare quella industriale.

Le domande da porsi prima dell’acquisto sono le seguenti:

  • È pesce di stagione? Ad esempio, la triglia, la sardina, il polpo, la seppia sono esempi di specie di pesci da acquistare nella stagione invernale
  • È stato pescato in modo sostenibile? La pesca sostenibile si distingue da quella industriale per l’utilizzo di attrezzi artigianali che hanno un basso impatto sull’ambiente e la fauna marina come la rete da posta, della nassa, del palangaro di fondo, del traino a mezz’acqua e della canna. Questi strumenti se usati in modo corretto sono selettivi e permettono così di evitare il fenomeno del by-catch, al contrario degli strumenti industriali.
  • È stato pescato in Italia? Sui banchi delle pescherie spesso è presente un codice per indicare il mare in cui il pesce è stato pescato: 37 è il codice per il Mar Mediterraneo
  • È una specie in declino? L’impatto della maggior parte dei prelievi ricade su poche specie, che accusano uno sfruttamento eccessivo e sono sempre meno presenti nei mari. Da evitare ad esempio l’acquisto del salmone, del tonno rosso, dei gamberi tropicali allevati e del pesce spada. In alternativa, si possono scoprire le specie neglette, cioè quei pesci meno conosciuti e meno cari come l’aguglia, la palamita ed il più comune sgombro. Sono alternative ottime sia da un punto di vista nutrizionale che ambientale.
  • È della taglia giusta? Ad esempio, le misure minime dello sgombro sono 18 cm, la sogliola 20 cm, la sardina e lo scampo 11cm.
  • L’etichetta è completa? Tutte le informazioni sopraelencate devono essere sempre ben visibili sull’etichetta.

Ecco una guida tutte le informazioni dettagliate per una spesa di pesce sostenibile.

Certificazioni

In alternativa alla lettura dell’etichetta, possiamo far caso se i prodotti ittici che stiamo acquistando hanno questi loghi sulla confezione. Se sì, si tratta di prodotti che hanno ottenuto la certificazione MSC e Friend of the Sea, i sistemi di garanzia della pesca sostenibile maggiormente diffusi e conosciuti a livello internazionale. Il marchio sta ad indicare che quei prodotti provengono da zone di pesca gestite nel rispetto degli stock, habitat ed ecosistemi marini.

Se un’etichetta completa è un nostro diritto di consumatore, deve essere considerato un nostro dovere abituarsi a leggere le informazioni del prodotto ittico o se siamo di fretta, notare il marchio. A lungo andare significherà maggiore attenzione da parte delle aziende alla sostenibilità dei prodotti offerti. Sprecare l’opportunità di poter contribuire all’equilibrio dei mari è un lusso che non possiamo e non dobbiamo permetterci.

di Miriam Santoro
Feb 17, 2021
Nata nel 1998 in provincia di Frosinone, consegue la laurea in ”Comparative, European and International Legal Studies” presso l’Università di Trento a pieni voti. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale ”Law and Sustainable Development” con una specializzazione in diritto dell’ambiente presso l’Università Statale di Milano. Da sempre appassionata di scrittura, si avvicina al mondo del giornalismo grazie ad un tirocinio presso ”OBC Transeuropa” (un think tank che si occupa di sud-est Europa). Viene quindi selezionata per una campagna di sensibilizzazione promossa dall’UNDP, ”Young Environmental Journalist campaign -2020″ e frequenta il corso di giornalismo ambientale di inchiesta promosso dal ”Centro Documentazione Conflitti Ambientali” e dall’associazione ”A Sud”. Durante gli studi si appassiona alla tematica ambientale e diviene consapevole che la protezione dell’ambiente è l’ambito che più di tutti richiede il suo urgente, seppur piccolo, contributo. Crede nel diritto e nella corretta informazione, i suoi strumenti per poter fare la sua parte nella salvaguardia del pianeta e nello sviluppo di una società più sostenibile.

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