New York, bocciata la barriera protettiva per l’innalzamento del mare

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L’ennesimo scandaloso Tweet di Trump lo aveva preannunciato. La barriera che doveva proteggere New York dall’innalzamento del livello del mare e dai sempre più frequenti disastri naturali non si farà.

Il lupo non ha perso il vizio

Il 19 gennaio, dopo che il New York Times ha pubblicato un articolo in cui illustrava i progetti per la protezione dell’area newyorkese, Trump ha twittato ciò che segue.

Un gigantesco muro marino da 200 miliardi di dollari costruito intorno a New York per proteggerla da rare tempeste è un’idea costosa, stupida e dannosa per l’ambiente, la quale, quando servirà, probabilmente non funzionerà comunque. Sarebbe anche terribile a vedersi. Mi dispiace, ma dovrete preparare secchi e stracci!

L’infelice battuta finale, non adatta a un presidente né tanto meno all’argomento, ovvero disastri naturali che mettono a repentaglio la vita di migliaia di persone, non è nemmeno commentabile. Ma, oltre alla mancanza di tatto, in questo Tweet si cela anche tutta l’impulsività, l’intento manipolatorio, la disinformazione che ha caratterizzato la politica di Donald Trump dalla sua elezione ad oggi.

Innanzi tutto per la costruzione della barriera non sono stati stimati 200 miliardi di dollari, bensì 119, che successivamente sono scesi a 62 miliardi. Certo, sono cifre importanti che devono essere ben valutate prima di essere spese. Ma era proprio quello che l’Army Corps of Engineers stava facendo mentre vagliava non solo una, bensì cinque opzioni per mitigare gli effetti dell’innalzamento del mare e dei disastri naturali sull’area di New York.

Una Grande Muraglia a New York

Il progetto che più plausibilmente sarebbe stato approvato prevedeva la costruzione di un muro lungo quasi 10 chilometri lontano dalle coste di Manhattan. Molti sostengono che quella fosse la soluzione migliore per proteggere il maggior numero delle persone, di proprietà e di attrazioni, compresa la Statua della Libertà, senza privare la città dal suo lungomare.

Catherine McVay Hughes, che è stata presidente del consiglio comunale di Lower Manhattan durante l’uragano Sandy, ha rivelato al New York Times che, se il muro fosse costruito a ridosso della costa, dovrebbe essere sufficientemente alto da scongiurare le più grandi alluvioni e sarebbe, quindi, sgradevole alla vista.

Problemi ambientali

Vi è però chi critica questo progetto, compresi alcuni ambientalisti, poiché il muro difenderebbe la città soltanto dalle mareggiate dovute alle tempeste. Non sono state invece considerate le inondazioni dovute al deflusso delle tempeste stesse, oltre che il semplice innalzamento del livello del mare.

Vi è anche un altro punto critico, portato sul tavolo da Kimberly Ong, esponente del Consiglio di difesa delle risorse naturali. I rifiuti di New York potrebbero infatti essere spinti dall’acqua piovana all’interno della baia formata dalla barriera. “Saremmo sostanzialmente immersi in una vasca da bagno piena dei nostri escrementi”, ha affermato Ong.

Molti ambientalisti hanno inoltre affermato che qualsiasi barriera cambierebbe il flusso naturale dei sedimenti, influenzando le migrazioni e la catena alimentare marina.

Ipocrisia portami via

L’ipocrita Donald Trump non si è fatto sfuggire l’occasione di salire sul treno ambientalista, guarda caso soltanto quando questo lo aiuterebbe a raggiungere i suoi sporchi interessi. Nel suo Tweet infatti Trump fa riferimento ai problemi ambientali che la barriera comporterebbe, quando invece di questi non si è mai interessato nel corso di tutta la sua carriera.

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Semplicemente Trump e la sua amministrazione non vogliono utilizzare quei fondi per la ricerca e la realizzazione della barriera. I progetti ai quali potrebbero essere destinati, al momento, non ci è dato saperli. Certo è che le recenti approvazioni alla costruzione di nuovi oleodotti, agli scavi nei parchi naturali e alle centrali a carbone, potrebbero darci un’idea.

Con lo scoppio della pandemia, poi, Trump troverà sicuramente il modo di far passare non in secondo, ma in ultimo piano il progetto di mitigazione del cambiamento climatico che la barriera rappresenta.

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Il presidente può tutto

Il presidente degli USA però può permettersi di farlo perché, proprio come i virus che si diffondono maggiormente tra la popolazione meno abbiente e che non può permettersi le cure, anche i disastri ambientali seguono la stessa linea. E Donald Trump, a causa del suo multimiliardario ego, non si è mai dimostrato attento ai diritti delle minoranze.

I danni degli uragani passati sono stati maggiormente sentiti da coloro che vivevano in zone meno centrali e con meno infrastrutture. Oppure da coloro che non avevano la possibilità di spostarsi, o per motivi economici o per mancanza di un altro luogo dove andare (per esempio una seconda casa in villeggiatura).

Ovviamente, poi, queste persone sono anche le più colpite sul lungo termine, poiché non in possesso delle risorse per ricostruirsi una vita in tempi brevi.

“Rare tempeste” o disastri naturali?

I disastri naturali non sono solo, come li ha definiti il presidente americano, “rare tempeste”. Possono confermarlo i familiari dei 1800 morti che l’uragano Katrina ha causato nel 2005, così come quelli dei più di 150 morti provocati dall’uragano Sandy nel 2012. Quest’ultimo, fra l’altro, ha allagato anche tutta la regione di New York causando un’ innumerevole quantità di sfollati. Nel solo anno 2017 vi sono stati ben due uragani, Irma e Harvey, che insieme hanno ucciso quasi 150 persone.

Come dimostra questo grafico di Our World in Data i disastri naturali sono molto aumentati negli ultimi decenni.

È ormai certo che l’aumento di questi fenomeni è strettamente legato al cambiamento climatico. Se quindi le temperature non saranno contenute, i disastri non faranno che incrementare, sia nel numero che nell’intensità.

Da non sottovalutare è anche l’innalzamento del livello del mare, che rende i disastri ambientali come uragani e inondazioni molto più difficile da gestire. Il Global Risk Report 2019 del World Economic Forum riporta che circa il 90% di tutte le aree costiere sarà interessato dall’innalzamento del livello del mare.

Le morti legate a questi fenomeni, invece, stanno diminuendo. Questo però avviene proprio perché la quantità di disastri ambientali ha costretto interi popoli a reagire e mettere in atto opere di resilienza.

Le barriere nel mondo

In tutto il mondo vengono di continuo progettate opere di protezione dai mari sempre più minacciosi. La Russia, per esempio, nel 2010 ha completato una barriera di 24 chilometri che ha protetto San Pietroburgo da una catastrofica tempesta avvenuta l’anno successivo.

I Paesi Bassi, Nazione leader delle barriere marine, hanno reso Rotterdam una delle città più sicure al mondo grazie alla Maeslant Barrier, che è lunga come la Torre Eiffel ed è per il 90% sotto il livello del mare.

Nel 2014, la Cina ha lanciato la cosiddetta iniziativa “sponge city“. Le autorità della città di Hyderabad hanno infatti iniziato a raccogliere l’acqua piovana, sopratutto quella delle alluvioni, per compensare la domanda di acqua durante la stagione delle piantagioni. Lo stesso ha fatto la cittadina di Vinh in Vietnam.

Shanghai ha costruito 520 km di aree protettive che circondano le isole di Chongming, Hengsha e Changxing. Shanghai ha anche installato enormi cancelli meccanici per regolare le fuoriuscite di acqua dai fiumi.

Tornando negli Stati Uniti, dopo l’uragano Katrina, New Orleans ha progettato un enorme sistema di barriere, dighe, argini e pareti che si estendono per circa 560 chilometri intorno alla città. Anche se questo progetto può essere considerato un mezzo fallimento in quanto si sono registrati fenomeni di cedimento. Una delle barriere, inoltre, sta addirittura affondando.

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Non solo Venezia: il caso italiano

In Italia ne sappiamo qualcosa di incidenti legati alle barriere marine. Il più eclatante è quello del Mose (MOdulo Sperimentale Elettromeccanico), ovvero una barriera protettiva che separa la laguna di Venezia dal mare aperto.

Secondo i suoi progettisti dovrebbe essere ultimato nel 2021. Una sua parte potrebbe anzi già essere utilizzata per prevenire i sempre più numerosi fenomeni di acqua alta nella meravigliosa città veneta. Ma numerosi intoppi hanno bloccato questo enorme progetto, già costato alla nazione 6 miliardi di euro.

L’inchiesta del 2014 che ha smascherato un vasto giro di corruzione sui lavori e la rilevazione di tremori sospetti dopo alcune prove di apertura sono state la causa di numerosi stop al progetto.

Il Mose di Venezia

Nel gennaio di quest’anno, prima che il virus colpisse duramente l’area di Lombardia Piemonte e Veneto, il collaudo del Mose sembrava essere andato a buon fine. “Stanotte la prima prova sul Mose è andata bene, se si ripresenterà l’emergenza potremo alzare le paratie”. Così aveva dichiarato il ministro delle Infrastrutture, Paola De Micheli.

A marzo sembrava addirittura che i lavori non si sarebbero fermati anche a fronte del coronavirus. Negli ultimi giorni però il Provveditorato veneziano ha richiesto un urgente intervento del Governo perché il Mose sia completato ed entri in funzione prima possibile.

Forse le pressioni del Consiglio Comunale Veneziano sono dovute alla volontà che non vi siano altri danni, sia sanitari che economici. Quelli causati dall’epidemia saranno infatti più che sufficienti. E, aggiungerei, anche quelli che il nostro Paese dovrà affrontare in seguito all’innalzamento del livello del mare. Sono infatti state individuate 40 aree costiere a rischio inondazione. Tredici di queste sono state mappate, per un totale di 384,8 km di costa. La quale, se allagata, causerebbe una perdita di territorio italiano pari a 5686,4 chilometri quadrati.

A Chernobyl le radiazioni sono aumentate di 16 volte

chernobyl

Simbolo di morte e distruzione, ma anche di rinascita e resilienza, il disastro nucleare di Chernobyl avvenuto nell’ormai lontano 1986 continua a fare parlare di sé. Un incendio è infatti divampato nei pressi della ex centrale e le radiazioni che già da decenni venivano incessantemente emanate nell’aria sono aumentate.

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Cause e portata dell’incendio

Nella giornata di sabato 4 aprile, proprio nei pressi del funesto quarto reattore della ex centrale nucleare di Chernobyl, sono scoppiati quattro incendi di natura dolosa. È stato già arrestato un giovane di 27 anni poiché sospettato di aver appiccato il fuoco.

I motivi sono ancora oscuri, ma sicuramente l’assenza quasi totale di controlli e dei soliti flussi di turisti hanno favorito l’accaduto. Il ventisettenne ha dichiarato che l’aver dato fuoco a un po’ d’erba e rifiuti generici si sia trattato di puro “passatempo divertente“.

Qualcuno però ipotizza che lui o chi per lui abbia semplicemente messo in atto una pratica tradizionale e ad oggi illegale adottata dagli agricoltori per ottenere più terreno coltivabile.

Chernobyl teatro di incendi

Gli incendi nell’area dell’ex centrale nucleare si verificano tutti gli anni regolarmente. Dopo l’inverno secco e tiepido appena trascorso, però, il fuoco si è diffuso più facilmente e in un’area più ampia. Secondo l’Exclusion Zone Management Agency, 8600 acri di foresta sono stati raggiunti dalle fiamme. Ma l’estensione del rogo è stato solo il primo di una catena di effetti distruttivi.

La cenere derivata dalla combustione di piante e terreno si è liberata nell’aria. Gli isotopi radioattivi intrappolati da anni al loro interno ora viaggiano liberamente nell’aria, traghettati, appunto, dalle ceneri. Questo ha provocato un’impennata nella radioattività del territorio. Yegor Firsov, capo del Servizio di ispezione ecologica statale ucraino, ha postato su Facebook un video nel quale mostra il contatore Geiger che segna i valori delle radiazioni passati da 0,14 a 2,3.

https://www.facebook.com/100000190799435/videos/3393938787289114/

Ma vi è un altro anello da aggiungere a questa drammatica catena. Lo spropositato aumento delle radiazioni ha reso molto difficili le operazioni di spegnimento, in quanto non è possibile avvicinarsi al luogo dell’incendio senza le dovute precauzioni. Per domare le fiamme, che si sono spente solo domenica mattina, il governo ucraino ha dovuto mobilitare molti elicotteri, 400 vigili del fuoco, 100 autopompe e decine di tonnellate di acqua.

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Abitanti preoccupati

Questo avvenimento ha ridestato preoccupazioni e polemiche sia riguardo alla stessa centrale di Chernobyl, sia riguardo al nucleare in quanto tecnologia del futuro.

Preoccupazioni che arrivano, in primo luogo, da coloro che vivono nelle aree limitrofe alla zona rossa e dagli abitanti di Kiev. Questi, infatti, già sottoposti al lockdown del coronavirus, hanno iniziato a preoccuparsi se fosse il caso di aprire le finestre. Le autorità ucraine, Firsov compreso, hanno però rassicurato tutti sull’assenza di rischio di essere esposti alle radiazioni.

Chernobyl è stata sottovalutata

Viene però da chiedersi quanto queste rassicurazioni siano reali. Non sarebbe infatti la prima volta che il problema della radioattività in quelle zone è stato sottovalutato.

Ad esempio, al momento è vietato a chiunque stabilirsi a meno di 30 chilometri di distanza dalla ex-centrale a causa delle radiazioni. Subito dopo il disastro del 1986, però, quando le radiazioni erano molto più pericolose di adesso, i reattori intatti hanno continuato imperterriti la loro attività. Sono stati bloccati soltanto nell’anno 2000, e fino ad allora hanno provocato ulteriori morti, deformazioni e malattie. Inoltre soltanto nel recentissimo 2016 è stata costruita una cupola anti-radioattiva intorno al quarto reparto.

Ambientalisti indignati

Il fatto che oggi, a fronte di radiazioni così alte, non siano state prese precauzioni per gli abitanti della nazione ha indignato gli ambientalisti. Tra i quali gli esponenti di Legambiente che da anni si battono per la tutela dei popoli più colpiti dal disastro nucleare.

“Questo dato è assolutamente allarmante – ha detto Angelo Gentili della segreteria nazionale di Legambiente – e deve vedere una task force attivarsi immediatamente allo scopo di evitare nuove vittime innocenti. Per non ripetere gli errori del passato, oltre a sollecitare le istituzioni locali ad attivarsi per rendere pubblici tutti i dati, Legambiente chiede che vengano immediatamente messi in sicurezza i cittadini che abitano nei pressi della zona ancora oggi fortemente contaminata”.

Il problema delle radiazioni esiste

Certamente non è questo il momento per creare ulteriore panico tra le persone, visto quello che sta accadendo nel mondo. Il pericolo delle radiazioni, però, esiste ed è una realtà che va affrontata.

A causa dell’assenza di vita umana, a Chernobyl la vegetazione è cresciuta rigogliosa.

Come ha rivelato all’Ecopost Franco Camera, professore associato di fisica nucleare e subnucleare dell’Università degli Studi di Milano, gli isotopi radioattivi chimicamente “imprigionati” nelle foglie, nella corteccia o nel terreno potrebbero ora trovarsi nelle ceneri dell’incendio. Quelle più leggere, che potrebbero essere radioattive, possono essere trasportate dai venti o, più in generale, dai movimenti dell’atmosfera verso zone più lontane.

A maggior ragione, quindi, vista l’imprevedibilità dei fenomeni meteorologici, bisognerebbe prendere alcune precauzioni. Anche se, come scrive il New York Times, già il fatto che le persone al momento siano costrette a rimanere dentro casa e che escano solo dotate di mascherine è l’unica “felice” coincidenza in questa situazione così delicata.

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Un altro problema è quello che Olena Miskun, esperta di inquinamento atmosferico del gruppo ambientalista Ecodiya, illustra allo stesso giornale statunitense. Le particelle radioattive possono atterrare nei giardini o nei campi e successivamente essere consumate insieme al cibo ivi cresciuto.

Uno strappo tra gli ecologisti

Una branca dell’ecologismo è ancora fortemente convinta che l’energia nucleare sia la soluzione a tutti i problemi (o quasi) relativi al riscaldamento globale. Sarebbe infatti fonte di energia pulita e creerebbe molti posti di lavoro. In più concentrerebbe su di sé molto denaro ad oggi macchiato di carbone, destinandolo piuttosto allo sviluppo di tecnologie che riducano al minimo i rischi di una strage come quella di Chernobyl o Fukushima.

I problemi relativi al sistema energetico nucleare sono stati esaurientemente esposti in un articolo di Mark Z. Jacobson e Mark A. Delucchi pubblicato nel 2009 sul Scientific American. I due scienziati sostengono come sia possibile (o come sarebbe stato possibile, vista la data) convertire tutto il pianeta a energie rinnovabili entro il 2030. E, secondo loro, il nucleare non sarebbe la soluzione.

Emissioni, emissioni e ancora emissioni

Innanzi tutto l’energia nucleare produce emissioni di carbonio fino a 25 volte superiori rispetto all’energia eolica. Per estrarre, trasportare e arricchire l’uranio, oltre che per costruire un impianto nucleare, occorre bruciare quantitativi enormi di combustibili fossili.

Senza contare che tutta quell’energia inquinante sarà rilasciata per i 10-19 anni necessari per progettare e costruire l’impianto. Un tempo sufficiente perché grande parti delle calotte polari si sciolgano, i mari si alzino, i disastri naturali accadano e così via.

Costruire un impianto eolico invece richiede soltanto dai due ai cinque anni. Investire sul nucleare, quindi, rallenterebbe la transizione, perché l’energia rinnovabile è più veloce ed economica da produrre e mettere in vendita, due attributi fondamentali considerando l’urgenza del problema climatico.

Vi è poi un problema di smaltimento dei rifiuti. Quando un singolo dispositivo eolico, solare o ondoso è inattivo, solo una piccola parte della produzione ne risente. Quando invece una centrale a nucleare va in rovina, sopraggiungono grosse difficoltà per smaltire l’uranio accumulato e tutto ciò che di radioattivo resta in loco.

I rischi del nucleare

Di qui ci colleghiamo all’ultimo punto, ma sicuramente non meno importante, dei fattori che rendono scettici molti ambientalisti riguardo al nucleare. Il danneggiamento o, peggio, la completa distruzione delle centrali nucleari. Il disastro di Chernobyl provocò migliaia di morti, innumerevoli casi di tumore e malattie derivate dalla radioattività del territorio, anche a molti anni di distanza. Gli effetti nel tempo sono stati incalcolabili, visto che l’area vicino all’ex-centrale è ancora, dopo più di trent’anni, inagibile senza le dovute precauzioni.

Fukushima, in Giappone, non fu da meno. 18.500 persone sono morte o disperse a causa dei terremoti e degli tsunami accorsi dopo l’esplosione. 160 mila persone sono state costrette a lasciare le proprie case e le proprie città e di queste molte sono morte negli anni successivi a causa delle condizioni precarie in cui si sono trovate a vivere. Nessuna morte è sopraggiunta a causa dell’esposizione diretta alle radiazioni. Ma, se questo ultimo dato può fare macabramente gioire qualcuno, io piuttosto mi chiederei quanti morti in più ci sarebbero stati se l’esposizione alle radiazioni fosse stata inevitabile.

Proviamo ora a pensare l’intero pianeta puntellato da centinaia di centrali nucleari. Personalmente non mi sentirei al sicuro e temerei per la salute di chiunque si trovi a vivere nelle zone limitrofe. Pensate invece a un mondo pieno di impianti eolici e pannelli solari. Come ha detto l’attore comico Bill Maher “sapete cosa succede quando i mulini a vento cadono in mare? Uno schizzo!”.

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Dakota Access: l’oleodotto della discordia

Dakota Access può rappresentare un serio rischio per l'ambiente e le comunità indigene

Dakota Access: l’infrastruttura

Lo chiamano DAPL, acronimo di Dakota Access Pipeline. Aldilà del nome musicale e scorrevole però, si tratta di un nuovo smacco autorizzato, firmato e sottoscritto dall’amministrazione Trump nei confronti dell’ambiente. Si tratta di un oleodotto interrato statunitense lungo 1886 km. Il condotto ha origine nel North Dakota occidentale, ove è localizzata la riserva petrolifera denominata Bakken. A partire da questo Stato, la pipeline si snoda sotto i territori del South Dakota, dell’Iowa e dell’Illinois, fino a terminare nei pressi di Patoka. Assieme al suo oleodotto gemello, Energy Transfer Crude Oil Pipeline – il quale nasce a Patoka per concludersi in Texas – forma il celeberrimo sistema Bakken, una delle più discusse infrastrutture energetiche statunitense. Il Bakken è tempio e simulacro di quanto inquinante ed arretrato sia l’approvvigionamento energetico degli States, la prima economia mondiale.

Il Dakota Access in costruzione, Foto: Lifegate

I proprietari di Dakota Access

L’oleodotto è di proprietà dell’azienda Energy Transfer, la quale detiene circa il 36,4% delle quote della MarEn Bakken Company LLC e di altri partner finanziari che sono proprietari di quote più piccole. La MarEn Bakken Company è un’azienda creata per supervisionare il sistema Bakken ed è di proprietà della Enbridge Energy Partners e di MPLX, un’associata di Marathon Petroleum. Marathon è una delle maggiori aziende operanti nel settore della raffinazione petrolifera; nei soli Stati Uniti possiede 16 raffinerie in grado di produrre, giornalmente, oltre 3 milioni di barili di petrolio raffinato. Nella lista Fortune 500 del 2018, quella che classifica le più redditizie aziende mondiali, Marathon era al numero 41. La digressione di questo paragrafo può apparire come stucchevole esercizio finanziario ma è stata riportata per far meglio comprendere, al lettore poco ferrato, quali interessi ruotino attorno a questo progetto.

Il settore petrolifero è una sorta di buco nero, nonostante gli sforzi mirati a convertire l’approvvigionamento energetico mondiale, è ancora uno dei campi più redditizi a livello mondiale. La lobby del petrolio è stata capace. nel corso del ‘900 di allungare i suoi tentacoli ovunque.

Politica ed economia

L’oro nero batte ancora abitualmente cassa a Wall Street e uno squalo come Donald Trump lo sa bene. Stando alla dichiarazione dei redditi del Presidente, egli deteneva, nel maggio 2016, dunque prima di venire eletto, circa 50mila dollari di azioni della Energy Transfer. L’anno precedente aveva dichiarato di detenere una quota azionaria aziendale ancora maggiore (si parla di una cifra tra i 500mila e il milione di dollari). Il Presidente ha dichiarato di aver ceduto le sue quote nel corso dell’estate 2016, notizia riportata anche dal Washington Post. Qualunque sia la situazione del portafoglio azionario di Trump, nulla toglie che la sua trionfale campagna elettorale abbia ricevuto 103mila dollari da Kelcy Warren, il CEO di Energy Transfer Partners.

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Non stupiamoci dei legami tra politici e petrolieri, specialmente negli USA; l’ex governatore del Texas, Rick Perry, è stato membro del board dirigenziale di Energy Transfer fino al 2016. Quell’anno si è dimesso. A seguito della nomina ricevuta da Trump a segretario per l’energia. Dallo scorso anno, non ricopre più tale carica. In un intervento pubblico, il Presidente ha ammesso di appoggiare la realizzazione di DAPL. Secondo una nota del suo staff, la posizione di The Donald “non ha nulla a che fare con gli investimenti personali.”

Rick Perry e Donald Trump, Foto: Business Insider

Le caratteristiche dell’oleodotto

Il diametro della pipeline è di almeno 1,2 metri in ogni suo punto e la capacità è di ben 470mila barili al giorno (circa 75mila m3/d) di petrolio grezzo. La costruzione, partita nel giugno del 2016, si è conclusa ad aprile 2017. Il 14 maggio 2017 il primo barile di petrolio ha percorso il DAPL; il primo giugno seguente, l’oleodotto è diventato commercialmente operativo. Il progetto è costato circa 3,78 miliardi di dollari. Attivisti e politici, non solo statunitensi, hanno evidenziato l’impatto ambientale dell’opera. A seguito di un ricorso, un giudice distrettuale ha stabilito, nel mese di marzo 2020, che il governo non aveva studiato l’impatto ambientale del Dakota Access a sufficienza. In seguito a ciò, lo United States Army Corps of Engineers è stato incaricato di condurre una nuova verifica dell’impatto ambientale. A quasi 3 anni dall’inaugurazione.

Dakota Access e ambiente

Naturalmente, questo articolo non serve solo a constatare l’ovvio. Il centro della questione DAPL non è tanto la collusione tra politica e finanza, non è tanto quello di evidenziare come la lobby petrolifera sia ancora troppo potente da sconfiggere, per quanto entrambi questi due concetti sono molto importanti, all’interno della battaglia ambientale. Il nocciolo della questione, invece, è il fatto che un Paese avanzato come gli USA continuino, imperturbabilmente, ad investire sul fossile.

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La costruzione di un simile serpente di metallo, di un tale mostro ecologico, è stata fortemente avversata, fin dall’inizio della pianificazione. Era il lontano 2014 e il Presidente degli Stati Uniti era ancora Barack Obama; lo stesso che partecipava ai documentari di Leonardo Di Caprio, dicendo che la tutela ambientale doveva essere al centro dell’agenda politica, se ricordate. Obama si è dichiarato contrario alla realizzazione del DAPL e ha preso tempo finché ha potuto; la sua amministrazione però non ha mai fatto nulla di davvero concreto per impedirne la costruzione, accontentandosi di lasciare la palla in mano a chi ne avrebbe preso il posto.

Proteste tribali

Tra i primi ad opporsi alla costruzione vi sono stati i nativi americani della tribù Meskwaki, la cui capotribù, Judith Bender, ha da subito segnalato come il tracciato del Dakota Access corra il rischio di andare a prendere il posto dell’oleodotto Keystone XL, altra pipeline contro la cui realizzazione i nativi si stanno battendo. In merito al Keystone, i nativi sembrano avere il coltello dalla parte del manico, come si suol dire, e la sua effettiva costruzione è in serio dubbio. Le tribù Sioux di Standing Rock e Cheyenne River si sono presto unite alla protesta, poiché il progetto taglia diversi luoghi sacri delle comunità, luoghi che ricadono all’interno di riserve protette e, dunque, dovrebbero essere intoccabili. Dovrebbero, appunto.

Una mappa del tracciato dell’oleodotto. Su di essa è indicata anche la zona delle proteste; la riserva indiana di Standing Rock.

Un’annosa questione

L’argomentazione delle tribù è che la realizzazione dell’oleodotto minacci l’acqua, il popolo, la terra e lo stile di vita dei nativi. La verifica ambientale del 2015, prima che la costruzione cominciasse, ha autorizzato il cantiere. Le tribù hanno continuato a protestare per anni, fino a poche settimane fa, quando hanno accolto con gioia il ricorso giudiziario di cui si è scritto. Secondo alcuni ambientalisti e rappresentanti delle tribù, la prima verifica era intrisa di razzismo ambientale a danno delle tribù di nativi. Se così fosse, non sarebbe certo nulla di nuovo per gli Stati Uniti.

D’altra parte, i costruttori, nella fattispecie Energy Transfer per bocca di Kelcy Warren, sostengono di aver avuto poco meno di 400 incontri con oltre 50 tribù di nativi americani prima di iniziare la realizzazione. Secondo Warren, l’oleodotto non passa sotto alcuna proprietà tribale. I 389 incontri tra i costruttori e le tribù sono documentati e, similmente, difficilmente Warren mente, riguardo all’attraversamento di proprietà private. Come ci insegna la storia, però, le tribu dei cosiddetti indiani non basano la loro vita sul possesso e sulla proprietà privata. Per queste persone anche campi, montagne, alberi e fiumi possono essere sacri e nuclei religioso – spirituali della comunità. Ovviamente, nessuno ha la proprietà di questi elementi naturali se non lo Stato.

Documentario realizzato da VOX sulle proteste a Standing Rock

Praticamente dalla scoperta dell’America in poi, comunità bianche e di nativi americani continuano a scontrarsi sulla questione della proprietà privata. Da quando i colonizzatori europei hanno cominciato a recintare i propri spazi, le tribù si sono trovate praticamente in gabbia sulla loro stessa terra. Pensiamo alla loro situazione come a una perenne privazione di diritti e spazi, come un continuo lockdown. Naturalmente, l’EcoPost si occupa di ambiente e non di cultura angloamericana; in questo preciso contesto, però, le due cose sono legate molto strette.

La minaccia del Dakota Access

Nonostante le tribù native siano state i primi e, probabilmente, principali oppositori del progetto, anche altri americani hanno preso parte alle proteste. Gli Stati interessati dall’oleodotto sono, in gran parte, rurali. Numerosi agricoltori, specialmente quelli che vivono e lavorano in Iowa, si sono detti preoccupati dall’erosione del suolo e la riduzione della fertilità successiva alla realizzazione della pipeline. Il sottosuolo dell’Iowa è piuttosto ricco di risorse idriche, le quali corrono ora il rischio di contaminarsi o venire disperse. A ciò, va aggiunto che vi sono zone, lungo il tragitto del Dakota Access, suscettibili di allagamenti. Qualora si verificasse un simile fenomeno in un punto nel quale, malauguratamente, l’oleodotto avesse una perdita, ci troveremmo di fronte ad un disastro ambientale.

Da parte sua, il costruttore ha garantito che avrebbe riparato qualunque danno causato dagli operai, o dal loro lavoro, alle riserve interrate, facendosi carico dello sradicamento delle erbe infestanti presenti negli Stati, diffusesi inevitabilmente durante le fasi di scavo.

Servizio di FOX News sull’inizio dei lavori per il Dakota Access

Ambiente e salute

Numerose associazioni impegnate per l’ambiente si sono opposte con forza a questo progetto. Greenpeace e lo Science and Environmental Health Network, insieme a 160 scienziati impegnati in prima linea per la tutela ambientale, hanno firmato, a suo tempo, una petizione contro DAPL, rimasta inascoltata. Attivisti per l’ambiente in ogni angolo del mondo si sono scagliati contro la mancanza di considerazione ambientale dimostrata dai progettisti. Principale timore, come già denunciavano gli agricoltori, è la catastrofica possibilità di una perdita di petrolio nelle acque del fiume Missouri, fonte di acqua potabile per milioni di cittadini. Per quanto remoto possa apparire un tale rischio, teniamo presenti due dati che al lettore italiano saranno probabilmente sconosciuti.

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L’operatore dell’oleodotto, Sunoco Logistics, è sotto indagine per circa 200 perdite verificatesi negli impianti che gestisce. Nessun concorrente ha sprecato così tanto olio grezzo, da impianti onshore, dal 2010 ad oggi. Le stime della Pipeline and Hazardous Materials Safety Administration, l’autorità americana in merito, segnalano che la Sunoco abbia sprecato 3406 barili di petrolio (oltre 540 metri cubi) negli ultimi 10 anni.

Fin da subito, dal 2015, inoltre, gli ambientalisti hanno avviato una class action contro il costruttore, accusandolo di aver condotto una analisi ambientale incompleta. A parer loro, il rigore della prima analisi fu troppo poco, citando come progetti ben meno impattanti di DAPL richiedano analisi più approfondite e durature. Entrando nel merito, senza perderci in tecnicismi poco comprensibili, diciamo soltanto che Dakota Access non presenta alcuno spill response plan per il fiume Missouri e non ha dedicato luoghi vicini per il deposito di attrezzature necessarie alla prima risposta ad una crisi ambientale provocata da danneggiamento dell’oleodotto. In sostanza, non c’è nulla di pronto qualora si dovesse davvero fronteggiare un incidente con sversamento di petrolio nel fiume.

Prospettive future

Per tal motivo, il tribunale ha deciso di far condurre una nuova analisi ambientale. Comunque vada, però, gli ambientalisti hanno già perso. L’oleodotto è attivo e ha creato oltre 50 posti di lavoro, tutti già occupati da personale regolarmente assunto. Qualora la nuova analisi dimostri che il progetto è più pericoloso di quanto originariamente stabilito (com’è molto probabile), difficilmente un Paese come gli USA prenderà provvedimenti contro una infrastruttura la quale, nel solo Iowa, genera un indotto che coinvolge circa 4000 lavoratori e mette in circolo milioni di dollari tra produttore, fornitore e consumatore. In barba ai nativi, agli agricoltori, ai cittadini che dipendono dal Missouri e, in ultima analisi, a tutti noi che ci preoccupiamo della questione ambientale, il Dakota Access è al suo posto. Il lungo serpente metallico, incurante della minaccia che presenta all’ambiente, trasferisce petrolio lungo gli States.

Il Dakota Access può rappresentare una seria minaccia per l'ambiente e le comunità indigene
Nativi americani e attivisti festeggiano la sentenza che ordina una nuova verifica ambientale per l’impatto di DAPL, Foto: New York Times

Il Paese delle autostrade leggendarie e della libertà di movimento, concede lo stesso privilegio anche al petrolio. Finché ci sarà questa amministrazione difficilmente le cose cambieranno. In tutta onestà, le probabilità di vedere miglioramenti dal punto di vista ambientale sono molto poche, anche qualora il prossimo Presidente dovesse chiamarsi Joe Biden. L’ex vice di Obama è più noto per le sue gaffe che per la sua politica e le sue posizioni sono conservatrici, non certo progressiste, questo teniamolo bene a mente. Esattamente come nel 2016, la scelta presidenziale a novembre sarà de facto tra un repubblicano radicale ed uno moderato.

L’eredità politica di Bernie Sanders

Alla fine ha ceduto. Bernie Sanders ha annunciato la sospensione della sua campagna per le presidenziali 2020. Lo ha fatto con un annuncio in diretta sui suoi canali, dichiarando di sostenere Joe Biden per sconfiggere “il presidente più pericoloso nella storia degli Stati Uniti d’America”. Abbiamo voluto riportare parte del suo discorso e riconoscergli il merito di aver messo l’ambiente al primo posto della sua agenda politica, costringendo gli altri candidati a fare lo stesso.

Bernie-Sanders

Il discorso di Bernie Sanders

“Vorrei poter dare notizie migliori, ma penso che voi conosciate la verità. E cioè che siamo attualmente 300 delegati dietro il Vice Presidente Joe Biden e la vittoria è praticamente impossibile. Quindi, anche se stiamo vincendo la battaglia ideologica e il supporto di così tanti giovani e lavoratori lungo tutto il paese, sono arrivato alle conclusioni che questa battaglia per la Nomination democratica non avrà successo. E quindi, oggi, annuncio la sospensione della mia campagna.

Priorità all’emergenza Coronavirus

Per favore sappiate che non ho preso questa decisione alla leggera. Infatti, è stata una decisione difficile e dolorosa. Nelle scorse due settimane, Jane ed io, in consultazione con lo staff e molti dei miei sostenitori principali, abbiamo fatto una valutazione delle prospettive di vittoria. Se credessi che ci sia una strada percorribile per la nomination, continuerei di certo la campagna, ma semplicemente non c’è. So che ci saranno forse alcuni nel nostro movimento che non sono d’accordo con questa decisione, che vorrebbero che combattessimo fino all’ultima votazione della Convention Democratica. Comprendo quella posizione. Ma mentre vedo la crisi assalire la nazione, esacerbata da un presidente poco propenso o incapace di esercitare qualsiasi tipo di leadership credibile, e mentre vedo il lavoro che deve essere fatto per proteggere le persone nell’ora più buia, non posso in tutta onestà continuare ad organizzare una campagna che non posso vincere. E che interferirebbe con l’importante lavoro richiesto ad ognuno di noi in questo difficile momento.

L’endorsement a Biden e la battaglia contro Trump

Oggi mi congratulo con Joe Biden, un uomo molto rispettabile, con cui lavorerò per portare le nostre idee progressiste avanti. Sul piano pratico, lasciatemi dire anche questo, rimarrò sulla scheda elettorale in tutti gli stati rimanenti e continuerò a raccogliere delegati. Se da una parte Joe Biden sarà il candidato democratico, dall’altra dobbiamo continuare a mettere insieme il maggior numero possibile di delegati alla Convention Democratica, dove saremo in grado di esercitare un’influenza significativa sul partito.

Dopodiché insieme, stando uniti, andremo avanti per sconfiggere Donald Trump, il presidente più pericoloso nella storia americana moderna. E combatteremo per eleggere forti candidati progressisti ad ogni livello, dal Congresso ai consigli scolastici. Come spero che tutti voi sappiate, questa corsa non ha mai riguardato me. Mi sono candidato alle presidenziali perché credevo che, come Presidente, avrei potuto accelerare e istituzionalizzare i cambiamenti progressisti che stiamo costruendo insieme. E se continuiamo a organizzarci e a combattere, non ho dubbi che ciò sarà esattamente quel che succederà. Anche se ora il percorso potrebbe subire qualche rallentamento, cambieremo questa nazione e, assieme agli amici che condividono le stesse idee in tutto il pianeta, cambieremo il mondo intero”.

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Bernie Sanders e la battaglia climatica

Noi ambientalisti non possiamo fare altro che ringraziare Bernie, così come lo chiamano amichevolmente tutti i suoi giovani sostenitori, per aver spostato l’asse del possibile un po’ più in là, anche se dall’altra parte del pianeta. La sua battaglia si giocava negli Stati Uniti, ma con un occhio sempre aperto verso gli altri continenti. La questione climatica, purtroppo o per fortuna, non bada a confini geografici e le emissioni americane, in cima alle classifiche storiche e pro-capite, sono anche nostre. Così come dovrebbero essere anche nostre le soluzioni proposte nel Green New Deal del suo programma. Perciò Bernie Sanders rappresentava una speranza anche per noi e la sua ritirata rappresenta fonte di grande tristezza, in un momento già delicato della storia americana e mondiale.

Per chi vuole vedere comunque il bicchiere mezzo pieno, ricordiamo che la forza della campagna politica di Bernie Sanders stava proprio nella non-personificazione. Dal suo motto “NotMeUs” si evince la forza di un movimento costruito dal basso, dove non importa tanto la sua persona ma il risveglio di una società americana fatta di insegnanti, infermiere, giovani di ogni etnia. Il Senatore del Vermont, nonostante i suoi 78 anni, ha portato una ventata d’aria fresca, galvanizzando le giovani generazioni e coinvolgendo persone che non si erano mai appassionate alla politica. Bernie ha lanciato personaggi come Alexandria Ocasio-Cortez, la quale con ogni probabilità raccoglierà il suo testimone. Inoltre, grazie a lui, l’America sta finalmente parlando di crisi climatica, mettendo in campo soluzioni progressiste inimmaginabili fino a poco tempo fa.

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Bernie Sanders, discorso completo in cui annuncia il ritiro dalle presidenziali del 08/04/20

Il Green New Deal al centro dei programmi

Franz Foti, che ha tradotto il manifesto politico di Sanders per People con il titolo La sfida più grande, ha commentato con queste parole il ritiro del Senatore del Vermont dalle Presidenziali: “Quattro anni fa Sanders ottenne 13 milioni di voti alle primarie democratiche grazie a un’ottima campagna, ma anche in virtù del fatto che era l’unico candidato a rappresentare gli ideali di uguaglianza e giustizia sociale, economica, razziale e climatica. Questa volta, chi più chi meno, quasi la maggioranza dei candidati in campo era di ispirazione progressista. (…)

Sostenevano quasi tutti il college gratuito, un forte intervento sui debiti di studio, la legalizzazione della cannabis, l’introduzione di un sistema sanitario universalistico, l’aumento delle tasse ai redditi più alti, l’aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora, il Green New Deal di Alexandria Ocasio-Cortez. Tutte battaglie storiche di Bernie Sanders, che fino a qualche anno fa erano considerate di nicchia, marginali. Tutte battaglie che prima o dopo sono state poste al centro dei dibattiti tra i candidati, al centro del discorso pubblico”.

Bernie Sanders ha vinto in ogni caso

Possiamo quindi dire, in un certo senso, che Bernie Sanders ha vinto in ogni caso. “La campagna finisce – ha detto Bernie – ma la battaglia per la giustizia continua”. La giustizia climatica, in particolare, è ormai al centro delle piattaforme politiche in tutto il mondo e i movimenti ambientalisti sono più vivi che mai, anche se momentaneamente impossibilitati a riempire le piazze per le restrizioni della pandemia. Bernie Sanders potrà pur aver interrotto la corsa alla Casa Bianca, ma la sua attività politica non finisce qui, soprattutto perché milioni di giovani in tutto il mondo hanno ereditato le sue idee politiche. Lo slogan NotMeUs era molto più di uno slogan.

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L’inverno più caldo di sempre: temperature più alte di 3.5°

La piattaforma scientifica Copernicus Climate Change Service ha da poco pubblicato i dati sul clima dell’inverno appena trascorso e il risultato è a dir poco scioccante. In Europa la media delle temperature è stata di 3.5° sopra la media del trentennio 1981-2010. Un dato che supera di gran lunga la media entro la quale la crescita della temperatura globale deve mantenersi se vogliamo evitare la catastrofe climatica, ovvero di 1.5°.

Esempi concreti

Le prove di questo anomalo trend sono sotto i nostri occhi tutti i giorni. Quest’inverno siamo stati bombardati di notizie provenienti dalle regioni scandinave che lamentavano un caldo inusuale per le temperature polari di quelle terre. Per esempio, in Norvegia sono stati registrati 19 gradi il 2 gennaio, ovvero 25 gradi più della media di questo mese. Analogamente in Svezia il 9 di gennaio ha registrato il giorno più caldo dal 1858.

A Helsinki, in Finlandia, si sono superati gli zero gradi tutti i giorni del mese di gennaio, un trend particolare considerando che per la Finlandia anche solo un giorno sopra lo zero durante l’inverno è anomalo. Solitamente le temperature massime durante questo mese a Helsinki non superano i -1,1 gradi. In Germania la produzione del cosiddetto “Ice-wine” è fallita a causa delle alte temperature durante tutto l’inverno.

A livello globale l’anomalia è stata “soltanto” di 0,8° in più, con picchi di caldo su vaste regioni in Europa, Siberia, l’Asia Centrale e l’Ovest dell’Antartide. E, parlando di Polo Sud, nell’isola di Seymour in Antartide sono stati registrati 20,75%, la temperatura più alta in assoluto da quando sono disponibili i dati.

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Anomalie mensili della temperatura rispetto alla media globale ed europea, confrontate con il periodo 1981-2010, da gennaio 1979 a febbraio 2020. Le barre colorate più scure indicano i valori di febbraio. Fonte dei dati: ERA5. Crediti: Copernicus Climate Change Service / ECMWF.

Le variazioni delle temperature sono normali?

Li sentiamo già, coloro che millantano il fatto che variazioni di questo tipo sono già occorse nella storia della terra, e che le anomalie sono, paradossalmente, fenomeni “normali”.

Ma, come dice Carlo Buontempo, direttore del Copernicus Climate Change Service, “l’Europa ha vissuto il suo inverno più mite in assoluto. Anche se questo è stato un evento davvero estremo a sé stante, è probabile che sia stato reso ancora più estremo dal riscaldamento globale“. E continua: “Un inverno così caldo è sconcertante, ma non rappresenta una tendenza climatica. Le temperature stagionali, soprattutto al di fuori dei tropici, variano significativamente di anno in anno. Noi però confrontiamo i dati climatici risalenti all’era preindustriale per accertare le tendenze climatiche a lungo termine”.

E, come abbiamo visto, i cambiamenti delle temperature nel lungo termine sono stati significativi. Guarda caso hanno anche coinciso con un altro evento anomalo, questa volta sicuramente causato dall’uomo: l’aumento delle emissioni di gas serra nell’atmosfera. Il motivo per cui le emissioni provocano un aumento della temperatura ve lo spieghiamo nel nostro articolo “Riscaldamento Globale, perché aumenta la temperatura?”.

Qui accenno solo al fatto che la concentrazione di CO2 nell’atmosfera è sempre oscillata tra i 180 e 280 parti per milione (ppm), con il picco più basso durante le ere glaciali e quello più alto nei periodi più caldi. Oggi abbiamo superato in modo stabile i 400 ppm. Nel 2013 le emissioni globali di anidride carbonica superavano del 60% quelle del 1990.

Cosa comporta l’aumento delle temperature

Nel corso degli anni la politica ha iniziato a capire la gravità del fenomeno, anche se non abbastanza. L’accordo di Parigi del 2015 è stato forse il più significativo, poiché molti stati del mondo, Stati Uniti compresi, si sono impegnati per ridurre le emissioni. L’obiettivo era allora di mantenere l’aumento delle temperature medie globali sotto i 2°.

In modo lungimirante, Naomi Klein nel suo libro “Una rivoluzione ci salverà” pubblicato proprio nel 2015 lamentava però come anche il limite dei 2 gradi non fosse abbastanza virtuoso. Infatti, già solo con un aumento della media delle temperature di 0,8 gradi gli impatti sul pianeta sono stati allarmanti. La calotta glaciale groenlandese si è sciolta a velocità mai viste prima, gli oceani si sono acidificati, le specie si stanno estinguendo una dopo l’altra.

Inoltre, come riporta l’EM-DAT (The International Disaster Database), nel corso degli anni settanta nel mondo sono stati riportati 660 disastri naturali. Negli anni duemila ce ne sono stati 3322, ovvero cinque volte di più. A questo proposito, un rapporto della Banca Mondiale del 2012 aveva avvertito sul fatto che, continuando di questo passo, saremmo andati incontro a un riscaldamento di 4 gradi in più rispetto alla media.

Questo avrebbe creato un ambiente assolutamente non vivibile per gli esseri umani. Kevin Anderson, vicedirettore del Tyndall Centre per la ricerca sul cambiamento climatico ha affermato ancora più duramente che il riscaldamento di 4 gradi è “incompatibile con una comunità globale organizzata, equa e civilizzata”.

Bisogna fare qualcosa. Ora.

L’obiettivo dei 2° è quindi stato aggiornato a 1.5°. Anche se, a dire il vero, il cambiamento è dato dal fatto che negli scorsi anni non si sono attuate misure sufficienti per raggiungere l’obiettivo prefissato. A cominciare, ovviamente, dagli Stati Uniti, che si sono sfilati dall’Accordo di Parigi dopo l’elezione di Donald Trump.

Le conseguenze sono abbastanza logiche: più si va avanti con il “business as usual” più dovremo aumentare gli sforzi per mantenere le temperature terrestri stabili. Gli scienziati affermano che questo decennio sarà decisivo per le sorti dell’umanità.

Infatti il summit ONU sul clima del 2020 che avrebbe dovuto tenersi a Glasgow questo novembre sarebbe stato fondamentale per indurre i governi di tutto il mondo a un cambiamento radicale. A causa della pandemia globale il Summit è stato però rimandato al 2021. Bisogna solo sperare che con esso non vengano ulteriormente rimandate anche le decisioni riguardo al clima.

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Ambiente: la chiave per ripartire

Smart working, l'economia può ripartire con un occhio di riguardo per l'ambiente?

Il titolare del Ministero per l’Ambiente, Sergio Costa, in una recente intervista riportata dall’ANSA, ha detto la sua riguardo al post-emergenza coronavirus. Gli scienziati, o perlomeno la maggior parte di essi, ci ripete come, in questi giorni, l’Italia stia affrontando il famoso “picco” del contagio. Un momento che attendevamo un pò come i bimbi attendono la mattina di Natale, rimandato di settimana in settimana fino a non molti giorni fa.

Sergio Costa, ministro per l’Ambiente e la Tutela del Territorio e del Mare

L’ambiente al primo posto

Costa, naturalmente, ha messo al centro del suo ragionamento l’ambiente. Secondo il ministro, sarà però impensabile ripartire, quando ci saremo lasciati alle spalle la pandemia, senza agire con l’obiettivo di tutelare e proteggere l’ecosistema. “Nessuno vuole immaginare un mondo che rallenti o non produca. Vogliamo però che produca mettendo al primo posto la tutela della salute e dell’ambiente”. Così ha parlato il ministro, all’interno di una intervista rilasciata alla trasmissione L’Italia s’è desta, la quale va in onda sulle frequenze di Radio Cusano Campus.

“Approfittiamo di questa emergenza per rivedere i nostri comportamenti e ripartire con una mentalità completamente diversa.” Ha proseguito il ministro, chiamando in causa ogni cittadino. In fin dei conti, il rispetto e la tutela ambientale non sono certo pertinenza soltanto di industrie e governi. Come ben sappiamo, anche se fin troppo spesso ce ne dimentichiamo, abbiamo tutti, nessuno escluso, una responsabilità importante verso il nostro pianeta. Questi giorni di reclusione morbida, di distanza sociale e di isolamento, si stanno dimostrando una vera e propria manna dal cielo per l’ecosistema, con emissioni inquinanti controllate e tollerabili pressoché in ogni dove. Esattamente quello a cui si riferivano tutti gli ambientalisti, così come spesso chi, proprio come noi su L’EcoPost, fa storytelling ambientale, quando affermavamo che è l’uomo il principale inquinante sul pianeta. Con buona parte dell’umanità in quarantena, la Terra respira.

La natura reclama i suoi spazi

Stanno girando il mondo le immagini di capre cashmere che passeggiano per le deserte cittadine del Galles, occupando strade e brucando siepi nei giardini. Similmente, in alcuni centri montani italiani, lupi e altri animali soliti vivere nel bosco, lontani dall’uomo, sovente si avvicinano ai nuclei urbani, approfittando dello spazio concesso loro dall’uomo in quarantena. L’ambiente muta, e lo sta facendo con forza durante questi giorni di isolamento per l’uomo. Con frequenza sempre maggiore, ad esempio, vengono avvistati branchi di lupi. Alcuni individui si avventurano anche in città costiere, ad esempio in Abruzzo, dove dalla Majella si spingono in centri urbani e periurbani.

Qualora ci dovesse capitare di imbatterci in qualche esemplare di questo splendido animale, o di altre specie che, approfittando del periodo, si avvicinano alla città, teniamo a mente le parole del veterinario Simone Angelucci, responsabile veterinario del Parco Nazionale della Majella. “Non minacciamo lupi, caprioli o cinghiali. Solitamente si allontanano non appena vedono persone. Allontaniamoci gradualmente, senza mostrare paura o aggressività. Se l’animale dovesse avere un comportamento troppo confidenziale, non va sfidato.”

Il trend della selvaggina in città non è dovuto solo al COVID, in Abruzzo è già attualità da qualche anno. La situazione attuale, però, ha rafforzato il fenomeno

Ambiente: il messaggio del ministro

Nell’intervista con cui ho aperto, il ministro Costa prosegue lanciando un messaggio importante, di cui dobbiamo tener conto. “Il mondo del dopo sarà molto diverso da quello pre – COVID. Cambiamo il paradigma produttivo, non solo per raggiungere un’economia più umana ma anche ambientalmente più sostenibile. Non è solo questione di allocare risorse in termini di fondi, quanto di modificare le norme. E lo stiamo facendo. In queste settimane in cui il Ministero ha rallentato l’attività, non abbiamo rallentato il pensiero.” Al momento, non si vede ancora, in concreto, una traduzione di questo più che condivisibile pensiero del ministro.

Milano, motore economico d’Italia, è deserta come numerose altre città durante il lockdown. Foto: Artribune

Naturalmente, siamo più che lieti di ascoltare questo suo impegno. Lo stile di vita che abbiamo condotto fino all’inizio della quarantena; la nostra società ossessionata dalla crescita senza alcun termine, senza alcun limite, senza alcuna verifica che il pianeta sia in grado di assorbire ed accettare gli scatti isterici del capitalismo delle disparità, ci hanno portato a minare gli equilibri dell’ecosistema e a mettere in crisi profonda il nostro habitat. La grande opportunità che ci è stata concessa da questo difficile periodo è sotto gli occhi di tutti. Gli sforzi, sociali ed economici, messi in atto per controllare la pandemia da nuovo coronavirus hanno ridotto ovunque l’impatto dell’attività economica, portando a miglioramenti localizzati, seppur decisi, della qualità dell’aria. La riduzione delle emissioni dovuta alla pandemia, però, non può certo sostituirsi all’insieme di azioni concrete ancora necessario ad arginare il cambiamento climatico.

Come ci ha ricordato la Organizzazione Meteorologica Mondiale, però, è presto per trarre conclusioni definitive circa l’influenza che questo rallentamento, causa pandemia, delle emissioni avrà sulle concentrazioni di gas serra nell’atmosfera.

Nell’elaborazione un raffronto tra la concentrazione di diossido di azoto NO2 sulla Pianura Padana. L’immagine di sinistra si riferisce al 31 gennaio, quella di destra al 15 marzo. L’elaborazione di Copernico, servizio che monitora l’atmosfera, vale più di molte parole

Burocrazia ed impegno quotidiano

“Quando si incrementa la burocrazia si rende più fragile il sistema e l’economia criminale riesce ad inserirsi, diventando intermediario. Stiamo semplificando il sistema, rendendolo più tracciabile” Ha affermato Sergio Costa, dimostrando di avere una visione piuttosto chiara del quadro che, fin troppo spesso e volentieri, lega a doppia mandata sfruttamento ambientale e criminalità organizzata, spesso al soldo della finanza e dell’economia speculativa.

In chiusura del suo intervento, il ministro ha voluto ricordare che cosa possiamo fare individualmente, nell’isolamento casalingo, per l’ambiente. “Tutti siamo chiamati a restare in casa. Questo può essere un modo per scoprire nuovi percorsi, per cambiare atteggiamento. Dobbiamo ricostruire una mentalità nuova per quando ripartiremo. Questa mentalità nuova inizia dalle famiglie. La logica dell’usa e getta si inserisce in un meccanismo mentale sbagliato.” Il riferimento è alla campagna ministeriale #ricicloincasa.

Anche l’ambiente è in crisi

La pandemia, ovviamente, si è presa, in questo periodo, la totalità dei riflettori. Qualunque medium consultiamo in questo periodo, il tema principale – persino l’unico, abbastanza di consueto – è il COVID – 19, l’appiattimento delle curva e questa fantomatica fase 2 che profuma di leggenda. Non che ciò sia evitabile, l’argomento caldo è questo e la stampa, così come chiunque orbiti nel mondo dell’informazione, incluso questo spazio, ne scrive e/o ne parla. Non scordiamoci però, tra una fuga a fare la spesa e una serata di fronte al computer, tra la lettura di un buon libro e l’invasione della cucina per provare questa o quell’altra ricetta che mai più realizzeremo nel corso della nostra vita, di quella che era una crisi seria e impegnativa già da prima: quella ambientale.

Ci stiamo scordando di quella battaglia, e ciò è preoccupante, poiché corriamo seriamente il rischio di dover rifar tutto al termine di questo momento. Quando questo periodo si sarà concluso, ricominceremo a trascurare le emissioni per riportare l’industria ai livelli precedenti alla pandemia? Lo faremo in nome di quella crescita di cui sopra? Se così fosse, e ahinoi è una possibilità tutt’altro che remota, ci ritroveremo daccapo. Le emissioni tornerebbero a crescere velocemente e le belle misure di cui ci riempiamo la bocca alle conferenze sull’ambiente crollerebbero come castelli di carte su tavolini di vetro. Sull’EcoPost ne abbiamo parlato in dettaglio.

Concretizzare l’impegno

Dobbiamo davvero augurarci che il ministro Costa non abbia torto, che le sue parole non lascino il tempo che trovano, ma siano invece fondamento di un ripensamento vero del sistema economico post – pandemia. Vediamo esempi virtuosi in questo periodo, i quali potrebbero divenire casi studio nei prossimi mesi. Ci riferiamo a numerose aziende, molte delle quali italiane, le quali hanno riconvertito gran parte delle proprie linee di produzione per rifornire gli Stati di prodotti atti a combattere il contagio. Questi esempi di cambiamento ci lasciano ben sperare. Una transizione ecologica dell’economia potrebbe essere davvero possibile.

Ritengo positivo, speranzoso e necessario il pensiero del ministro, che sottoscrivo in pieno. La politica però, troppo spesso ci ha abituato a belle parole cui poi non seguono i fatti. Auspico che non sia così questa volta e che il mondo dimostri veramente un’attenzione all’ambiente, quando giungerà il momento di ripartire. Quel giorno non appare più così lontano. Per tal ragione, ho riempito di spunti questo articolo, rilanciando altri articoli che abbiamo pubblicato sulla testata durante la quarantena. Abbiamo l’occasione di ripartire in maniera pulita e rispettosa dell’ecosistema Terra, non ci resta che dimostrare di essere all’altezza di questo compito.

Manifesto per la green economy, la strada che ci auguriamo sarà intrapresa con convinzione al termine di questa pandemia. Elaborazione grafica: Green Report Magazine

La destra italiana contro la scienza:”Rinviare il Green New Deal”

Che la destra Italiana sia tra la schiera dei più grandi nemici della scienza del clima non è una novità. Ma approfittare di una crisi umanitaria della portata del CoronaVirus per provare a favorire qualche sostenitore del partito è, francamente, eccessivo. Persino per loro. Ed invece, proprio in questi giorni, Fratelli d’Italia ha chiesto di sospendere il Green New Deal europeo e dirottare i fondi ad esso destinato per far fronte alla crisi post CoronaVirus. Salvini, che non vuole essere da meno, invoca, in un’intervista rilasciata al direttore del quotidiano “Il Giornale”, quello che lo stesso Sallusti definisce “un mega condono”.

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Fratelli d’Italia si oppone al Green New Deal

Partiamo dal partito guidato da Giorgia Meloni. Già quando era stato il momento di votare per il Green New Deal, in sede europea, i deputati di Fdi avevano votato contro. Per fortuna ciò non è bastato e la misura è stata poi approvata dalla Commissione Europea, guidata da Ursula Von der Leyen. Il 31 marzo alcuni membri del partito che ormai rappresenta una buona fetta della destra italiana – in particolare Carlo Fidanza, Raffaele Fitto, Sergio Berlato, Nicola Procaccini e Raffaele Stancanelli – hanno chiesto alla Commissione di “rinviare il Green New Deal e mettere tutti i fondi a disposizione di lavoratori e aziende per fronteggiare questa crisi. Non è tempo di ambientalismo ideologico”. Una richiesta che va contro ogni principio scientifico che in questo momento, invece, dovrebbe guidarci verso delle prese di decisione sensate e consapevoli.

Immediata la reazione del panorama ambientalista italiano. Con un comunicato pubblicato sul loro sito, i Verdi hanno ben chiarito i motivi per cui questa richiesta possa essere considerata a tutti gli effetti una vera e propria follia: “Gli scienziati di tutto il mondo, e la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno comprovato che le cause ambientali sono al centro della pandemia. Chiedere lo stop al Green New Deal, come fatto da Meloni e Fratelli d’Italia, vuol dire negare la scienza. La pandemia che sta mettendo in ginocchio l’economia mondiale è strettamente legata alle modifiche radicali dell’ambiente e degli ecosistemi, la deforestazione e gli allevamenti intensivi. Il Green New Deal rappresenta l’unico volano per uscire da questa crisi senza precedenti e salvare le sorti del Pianeta”.

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Risposte simili sono arrivate anche dal vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini, dal sottosegretario al Ministero dell’Ambiente Roberto Morassut e da Francesco Ferrante, una delle più importanti figure del movimento ambientalista italiano.  

Salvini e il condono. La storia si ripete

Pur senza appellarsi direttamente alla revoca del Green New Deal, non fa molto di meglio l’altro rappresentante della destra italiana. Matteo Salvini, in un’intervista rilasciata poco dopo l’infelice richiesta del partito di Giorgia Meloni, ha ben pensato di fare una proposta anti-crisi da far venire la pelle d’oca: “Se si vuole partire dovranno essere azzerati i debiti privati e lasciare fare le imprese”. Insomma, come ammesso anche dal diretto de “Il Giornale” Sallusti, la ricetta proposta dal leader della Lega per far ripartire l’Italia comprende al suo interno una bella dose di condoni fiscali ed edilizi.

Anche in questo caso non si è fatta attendere la risposta degli ambientalisti. L’abusivismo edilizio è uno dei principali problemi ambientali del nostro paese. Un provvedimento del genere dunque, oltre a peggiorare una situazione già pessima del consumo di suolo in Italia, finirebbe per favorire chi per anni ha lucrato sulla mancanza di controlli e restrizioni ambientali adeguate. Guardando ai dati, infatti, risulta di una chiarezza lampante il bisogno di investimenti in un’ottica di sostenibilità. Anche, e soprattutto, per quanto riguarda il settore edilizio. Secondo i dati Ispra il 91% dei comuni italiani è a rischio idrogeologico. E ormai comprovato che l’eccessivo consumo di suolo mette a rischio la sicurezza di tutti i cittadini e aumenta il rischio di frane ed alluvioni. Chiedere agli abitanti di Genova per credere.

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L’ennesima posizione antiambientalista di un leader politico che ormai, al pari dei propri colleghi delle destre sovraniste, sembra abbia già deciso di voler completamente ignorare, e quindi negare, gli appelli della scienza sul cambiamento climatico. Una storia che parte da lontano. Da quella votazione per il Paris Agreement in cui Salvini ha optato per un ”NO” e che continua attraverso una serie di dichiarazioni e posizioni negazioniste tenute anche durante il suo breve periodo di governo. Insomma, è ormai chiaro che per gli ambientalisti Matteo Salvini rappresenti un nemico.

La replica del Ministro Costa alla destra: “Il Green New Deal uno stimolo per l’occupazione”

A pochi giorni dalle dichiarazioni dei leader di Lega e Fratelli d’Italia, il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha invece espresso la sua posizione rispondendo negativamente a queste richieste: “Noi non vogliamo ricostruire vecchi schemi, ma vogliamo far confluire risorse europee e nazionali in un paradigma economico nuovo. Non deroghiamo per inquinare di più, ma aiutiamo i cittadini economicamente ad inquinare meno e creare occupazione. Per ogni posto di lavoro perso in settori inquinanti noi possiamo generare da 3 a 5 posti di lavoro nuovi, se abbracciamo uno sviluppo più sostenibile”. Parole che sono state sottoscritte anche dal Ministro dell’Economia Gualtieri e dallo stesso Giuseppe Conte.

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Risulta evidente come questa crisi sia più di un’occasione per far ripartire il paese in un’ottica di sostenibilità e investimenti green. I benefici che potrebbero essere portati da un approccio di questo tipo sono enormi e soprattutto orientati sul lungo termine. Si parla tanto in questi giorni di come il nostro Paese possa uscire migliorato da questa crisi. Per farlo serveranno politiche decise e sostegno a chi vuole ripartire mettendo l’ambiente al primo posto. Il ritorno al “business as usual” potrebbe essere la condanna definitiva.

Conferenza ONU sul Clima “COP26” rimandata al 2021

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È arrivata non senza ripercussioni la notizia ufficiale riguardante la sospensione della Conferenza Onu sul clima del 2020. La COP26 doveva aver luogo a Glasgow, nel Regno Unito, dal 9 al 18 novembre, ma è stata posticipata a data da destinarsi. L’unica certezza è che si terrà nel 2021.

Quali erano i programmi?

“Il mondo sta affrontando una sfida globale senza precedenti e i Paesi sono giustamente concentrati negli sforzi per salvare vite umane combattendo contro il Covid-19. Per questo abbiamo deciso di riprogrammare la CoP26″. Queste le parole pronunciate mercoledì da Alok Sharma, il ministro delle Attività Produttive della Gran Bretagna, incaricato dal premier Boris Johnson di presiedere la conferenza sul clima.

Dal momento che l’Italia co-organizzava la conferenza, era prevista a Milano anche una pre-COP, che doveva tenersi dal 2 al 4 ottobre e che è stata anch’essa rimandata. Non solo, negli stessi giorni era stata organizzata la COP dei giovani “Youth4Climate 2020: Driving Ambition”, fortemente voluta dal ministro dell’ambiente italiano Sergio Costa. L’obiettivo di questo promettente incontro era non solo di dare parola ai giovani, ovvero la categoria più interessata dalle conseguenze della crisi climatica, ma anche quello di ascoltare le loro proposte.

Proprio ieri durante una Live di Lifegate su Instagram, Sergio Costa ha pronunciato parole molto belle in merito alla Cop dei giovani. “Oggi in materia ambientale i giovani sono gli educatori degli adulti, sono più avanti in questo. Questo perché sono meno strutturati e se c’è un problema lo prendono di petto, senza troppe inutili congetture”. Costa era quindi disposto ad ascoltare le loro proposte e portarle al tavolo “dei grandi”.

L’importanza della COP26

Il motivo per cui una conferenza alla quale avrebbero dovuto partecipare 26mila persone sia stata rinviata in un momento di emergenza sanitaria globale sono indiscutibili. Anzi il luogo dove il governo scozzese doveva ospitare la COP26, la SEC Arena, verrà trasformato nel giro di poche settimane in un ospedale dedicato alle vittime di coronavirus. Sono invece oggetto di opinioni le conseguenze che questo ritardo comporterà.

Vi è per esempio chi ribadisce l’urgenza di questa conferenza. Siamo infatti entrati nel decennio dopo il quale non si torna più indietro e non abbiamo, quindi, altro tempo. Se non si riducono drasticamente le emissioni già a partire da quest’anno, la catastrofe climatica sarà inevitabile.

Christiana Figueres, il capo delle Nazioni Unite per il clima che ha supervisionato il vertice di Parigi nel 2015, ha affermato che “le emissioni devono raggiungere il picco quest’anno se vogliamo limitare il riscaldamento a 1,5 ° C.”

Il rischio della regressione

È però sicuramente molto alto il rischio che le Nazioni approfittino del rinvio della Conferenza per rimandare l’azione climatica. D’altra parte sono decenni che i governi “prendono tempo” e rimandano a data da destinarsi le decisioni più importanti sul clima.

Basti pensare alla COP25 di Madrid tenutasi lo scorso dicembre. L’obiettivo della Conferenza era di abbassare il tetto delle emissioni da parte dei diversi paesi del mondo, aggiornandolo sulla base dei dati scientifici più recenti. Ma le nazioni che più di tutte sono responsabili dell’inquinamento del Pianeta, come Cina e India, ma anche Brasile, Sudafrica e Australia, non hanno voluto scendere a compromessi.

Greta Thunberg alla COP25 di Madrid

Tutte le decisioni, dai fondi per i paesi colpiti dalle catastrofi all’aggiornamento dei rispettivi tetti massimi di gas serra, erano state rimandate alla COP26. E questo rinvio aveva già preoccupato gli ambientalisti, i quali ritenevano che un anno fosse troppo in un momento di emergenza climatica quale stiamo vivendo.

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Inoltre, la crisi economica potrebbe essere utilizzata come scusa per frenare o addirittura bloccare l’impegno per il clima da parte delle nazioni. Donald Trump, per esempio, che già si era sfilato dagli accordi di Parigi, ha utilizzato il coronavirus come giustificazione per annullare le regolamentazioni ambientali che gravavano sulle aziende americane.

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Il rinvio della COP26 può essere un’occasione?

Dall’altro lato vi è chi sostiene le potenzialità di questa pausa e di questa crisi economica. Uno di questi è Sergio Costa il quale vorrebbe che gli aiuti dallo stato per le aziende fossero utilizzati per rilanciare l’efficienza energetica. “Bisogna incentivare aziende e privati cittadini a spostarsi verso sistemi tecnologici meno impattanti” ha affermato. In questo modo, quindi, la speranza è che i ministri giungano alla COP26 con idee ancora più drastiche ed innovative per combattere la crisi climatica.

Inoltre Costa sottolinea il fatto che lui insieme ai ministri dell’ambiente dei vari stati stiano facendo di un limite una virtù. Si stanno infatti sentendo per via telematica, velocizzando di fatto l’apertura dei canali per nuove idee e collaborazioni senza “la scusa” di dover aspettare la Conferenza Climatica. Per esempio, ieri Costa si è sentito con il ministro dell’ambiente inglese, francese e spagnolo, oltre che con la responsabile ONU per il Cambiamento Climatico Patricia Espinosa.

Impossibile una COP26 online

Qualcuno potrebbe obiettare che una conferenza sul clima potrebbe essere svolta essa stessa in via telematica. Costa ha anticipato la polemica dichiarando che uno degli obiettivi della COP è quello di assicurare la massima partecipazione dei paesi aderenti all’accordo di Parigi

Inoltre è un’occasione importante per rendere partecipi i cosiddetti “uditori”, ovvero i rappresentanti delle nazioni che stanno ancora riflettendo riguardo alla loro adesione all’accordo. Il fatto di essere insieme in una stanza, incontrando di persona i vari partecipanti, si sviluppa, secondo Costa, un’empatia unica, motivante e decisamente costruttiva. “La partecipazione e la diversità è ricchezza” ha affermato il Ministro nella live.

E porta poi un esempio concreto, dicendo di essersi recato, poco prima del blocco, in India per incontrare il Ministro dell’ambiente Prakash Javadekar. Anche se non è del tutto convinto della sua adesione agli accordi di Parigi, ha appreso ed ammirato gli sforzi dell’Italia in merito e ha dichiarato di voler partecipare alla COP26.

Il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa

A proposito di paesi scettici nell’abbassare i target delle proprie emissioni, vi è chi vede questa pausa come occasione per ponderare sul risultato delle elezioni negli Stati Uniti. I governi avranno infatti il tempo di adattarsi a un secondo mandato di Donald Trump, o a un nuovo presidente che probabilmente sosterrà l’azione per il clima.

Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia, ha riassunto così la questione per la COP26. “un rinvio della COP era diventato necessario, visti i ritardi nei negoziati provocati dall’emergenza sanitaria globale. Tuttavia, dobbiamo usare al meglio l’ulteriore tempo a disposizione, imparando dalla crisi attuale che occorre prevenire ed evitare le emergenze, oltre che essere attrezzati per affrontarle”.

Fabbriche convertite durante la crisi. Una soluzione per il clima?

La Ferrari ha annunciato la propria conversione per produrre respiratori. Bulgari sostituirà i profumi con i gel per le mani. Le fabbriche di Calzedonia si stanno invece dedicando alla fabbricazione di mascherine. Armani farà camici monouso. E ancora, Geox, Gucci, Prada, Moschino, H&M. Sono alcuni dei nomi delle aziende, abitualmente concorrenti fra loro, scese in campo nell’emergenza Coronavirus. Questo modello di rapida conversione, già sperimentato ai tempi della Seconda guerra mondiale, ci indica che cambiare è possibile. La crisi attuale rappresenta l’ultima chiamata per attuare la transizione ecologica. L’alternativa di un ritorno al passato sarebbe insostenibile sotto tutti i punti di vista.

L’appello della Protezione Civile alle fabbriche italiane

È ormai lunga la lista di aziende che stanno applicando una conversione delle proprie fabbriche per far fronte alle carenti scorte di materiale sanitario degli ospedali italiani. Primo fra tutti: mascherine, respiratori e gel disinfettante. L’appello era partito dalla Protezione Civile: “si dovrebbero poter comprare i ventilatori da terapia intensiva nei supermercati e le mascherine ad ogni angolo, e invece stiamo faticando”, aveva detto Angelo Borrelli il 24 marzo. In una settimana, si è creato un consorzio di imprese solidali che, a detta del Commissario straordinario Arcuri, sarà capace di soddisfare metà del fabbisogno nazionale entro due mesi.

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La solidarietà ovviamente non è l’unico fattore in campo. Infatti, le aziende in conversione potranno beneficiare dei contributi del decreto “Cura Italia”. Sul fronte economico, queste imprese riceveranno finanziamenti agevolati o altri tipi di incentivi per correre contro il tempo. Una conversione trasversale che sta impegnando tutti i settori. Per esempio, ha fatto il giro del web la notizia delle maschere subacquee donate dalla Decathlon e convertite in respiratori grazie all’idea di giovani ingegneri italiani. Molti stanno paragonando ciò che sta avvenendo ai due conflitti mondiali avvenuti nel XX secolo. Se c’è un paragone utile con la Seconda guerra mondiale, è proprio riguardo alla conversione industriale.

La conversione delle fabbriche durante la Seconda guerra mondiale

Jonathan Safran Foer ha riportato numerosi esempi di fabbriche convertite in quegli anni belligeranti: “Già nel 1942, le aziende che in precedenza realizzavano automobili, frigoriferi, lavatrici e mobili in metallo per uffici si erano riconvertite alla produzione militare. Le fabbriche di biancheria intima cominciarono a sfornare reti mimetiche da camuffamento, le calcolatrici si reincarnarono sotto forma di pistole, i sacchetti da aspirapolvere furono trapiantati a mo’ di polmoni nei corpi delle maschere antigas. (…) Il governo impose – e gli americani accettarono – il controllo dei prezzi sul nylon, le biciclette, le scarpe, la legna da ardere, la seta e il carbone. La benzina fu strettamente regolamentata e fu imposto a livello nazionale un limite di velocità di cinquantacinque chilometri orari per ridurre il consumo del carburante e delle gomme”.

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Giovannini: un ripensamento “oltre il Pil”

Il confronto con la Seconda guerra mondiale serve alla causa climatica per il seguente motivo: ciò che sembra impossibile in tempi normali, diventa realistico in situazioni d’emergenza. Le giustificazioni abitualmente addotte, come la mancanza di tempo o di soldi, spariscono per lasciar posto alla concretezza di riforme coraggiose. Il governo avrebbe quindi un enorme potenziale di cambiamento, inimmaginabile in situazioni ordinarie. Purtroppo però, l’ex ministro Enrico Giovannini ci ricorda che le crisi spesso non aiutano la questione ambientale, ma anzi, la eclissano.

Il Presidente dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (Asvis) sottolinea come la crisi economica del 2008-2009 fosse un’occasione perfetta per attuare un ripensamento collettivo dell’economia con concetti che andassero “oltre il Pil”. Invece, si è rimasti nei binari preesistenti e ci sono voluti anni per riconsiderare la crisi climatica come una priorità a livello internazionale. Giovannini si augura che l’emergenza in corso non segua lo stesso corso: “L’Agenda 2030 affronta proprio le tematiche che sono colpite dalla crisi: la salute, il lavoro, l’educazione. Sperare di tornare semplicemente allo stato pre-crisi, magari adottando ricette vecchie tutte centrate sulla dimensione economica, significherebbe fare un grandissimo errore”.

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Una conversione di occupazioni e competenze

Come fare, nel concreto? Giovannini lo ha descritto bene nel suo libro, L’Utopia Sostenibile, acquistabile nella nostra sezione Cultura Sostenibile. Nell’immediatezza di questa emergenza, bisogna “provare ad immaginare eventuali trasferimenti di occupazione e competenze da un settore all’altro. Certo è importante che i fondi pubblici vengano orientati alla ripresa della domanda e che si trasferiscano in spesa delle famiglie e delle imprese. Ma non abbiamo bisogno solo del sostegno al reddito, ma di sostegni all’avvio di nuove attività economiche su cui eravamo poco presenti o poco competitivi”.

Di fatto, i governi dovrebbero convogliare le risorse messe a disposizione verso settori strategici, stimolando la conversione ecologica. Dato che il 70% degli investimenti in materia energetica proviene dai governi, questa crisi offre un’opportunità senza precedenti. Lo ha detto Fatih Birol, intervistato dal Guardian: “le principali economie mondiali stanno preparando pacchetti di interventi. Stimoli ben disegnati possono offrire vantaggi economici e facilitare una svolta nel capitale energetico”. Il direttore esecutivo dell’IEA ritiene che, in assenza di giuste riforme, il declino derivato da questa crisi sarebbe “insostenibile”.

Le crisi e la Shock Doctrine

D’altronde, le crisi sono da sempre un periodo perfetto per attuare cambiamenti radicali, spesso in direzione autoritaria, a favore dei pochi e per niente eco-friendly. Ce lo ricorda magistralmente Naomi Klein con la dottrina “Shock Doctrine”. Lo stesso neoliberalismo, il sistema economico ed ideologico che ha contribuito maggiormente al declino della Terra, si fonda sulla teoria di sfruttamento dei momenti di crisi. Diceva Milton Friedman: “Solo una crisi, reale o percepita, produce un vero cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni che vengono intraprese dipendono dalle idee che circolano in quel momento”.

Capitalismo del Coronavirus o conversione ecologica?

Le crisi hanno portato, nel passato, a grandi trasformazioni sociali come il New Deal di Roosevelt o a grandi fallimenti della storia come l’affermazione della dottrina neoliberale. Dai primi passi mossi dai governi, non sembra che la questione ambientale sia al momento considerata, come se, ancora una volta, si pensasse che la sfera economica sia distaccata dal resto. Il “capitalismo del Coronavirus”, così come l’ha definito la Klein, risulta la strada maestra, perlomeno negli Stati Uniti. Ci auguriamo che in Europa, dopo i grandi proclami degli scorsi due anni, non venga fatto lo stesso errore. La radice delle parole economia ed ecologia è appunto οίκος, che significa “casa”: non può esistere transizione economica che non sia sostenibile anche dal punto di vista ambientale.

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Trump e le lobby del fossile all’attacco durante il Coronavirus

Mentre migliaia di persone continuano a morire ogni giorno in ogni angolo del pianeta a causa della pandemia Coronavirus, c’è chi, invece, non ha esitato a sfruttare questa situazione di emergenza per fare i propri interessi. Ma chi saranno mai questi campioni di buon senso e solidarietà? Se doveste dire un nome a caso probabilmente ci azzecchereste. Si tratta di Donald Trump e delle lobby del fossile americane.

Credit: thefreethoughtproject.com

L’Enviromental Protection Agency al servizio delle lobby del fossile

Appena insediatosi alla Casa Bianca una delle prime decisioni prese da Trump ha riguardato la United States Environmental Protection Agency, anche nota come EPA, ovvero l’ente che dovrebbe vigilare sul rispetto delle leggi ambientali nello Stato. Il primo amministratore da lui scelto per dirigere l’agenzia è stato Scott Pruitt, celebre avvocato delle lobby del petrolio e, ancora peggio, noto negazionista del clima. Il servizio di Pruitt è durato però poco più di un anno. Dopo di ché, al suo posto, il tycoon americano ha scelto Andrew R. Wheeler, un altro avvocato già conosciuto in quanto difensore degli interessi dell’industria del carbone che, durante l’amministrazione Obama, ha più volte provato ad andare contro le decisioni del governo in merito alle regolamentazioni ambientali.

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Non risulta difficile immaginare la quantità di polvere che, durante l’amministrazione Trump, l’EPA abbia nascosto sotto al tappeto. Ma ora che la situazione lo permette, complice anche il fantasma di una possibile crisi economica che rischierebbe di far perdere le elezioni di Novembre al Partito Repubblicano, Trump ha deciso di non farsi più troppi problemi annullando, fino a data da destinarsi, le restrizioni ambientali in vigore per le aziende americane.

Trump e la sospensione delle leggi sull’inquinamento

La decisione di sospendere le restrizioni sullì’inquinamento per le aziende americane è stata resa pubblica tramite un comunicato dell’EPA in data 26 marzo: “Come tutti stanno facendo la U.S. Environmental Protection Agency si adegua all’evoluzione della pandemia COVID-19. Siamo innanzitutto preoccupati per la salute pubblica […]. L’agenzia deve tenere conto di queste importanti considerazioni nel momento in cui continua il proprio lavoro per proteggere la salute dei cittadini e dell’ambiente”. In altre parole l’agenzia ha giustificato questa scelta in virtù della salvaguardia della salute pubblica. Un ragionamento che sfugge a qualsiasi considerazione scientifica. Permettere alle aziende di inquinare ancora di più mentre circola un virus che attacca il sistema respiratorio è una cosa che non può avere senso. Eppure nell’America di Trump e delle lobby del fossile si può. Senza neanche doversi nascondere.

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Immediate le reazioni, colme di sconcerto, di diversi rappresentanti del movimento ambientalista statunitense. Su tutte quella di Cynthia Giles, ex-amministratrice dell’EPA durante la seconda presidenza di Obama: “L’EPA non dovrebbe mai rinunciare al suo diritto e al suo obbligo di agire immediatamente e con forza quando c’è una minaccia alla salute pubblica, a prescindere dal motivo. Non ho ricordi di altri provvedimenti simili, con il quale, di fatto, l’EPA rinuncia alla sua autorità. Questo comunicato rappresenta un’abdicazione alle responsabilità dell’Agenzia nei confronti del paese”.

L’aria inquinata come vettore del Virus

Già in un articolo della scorsa settimana vi abbiamo parlato di come l’aria inquinata favorisca il virus in maniera incontrollata. Questo è infatti in grado di attaccarsi alle polveri sottili, riuscendo in questo modo a percorrere distanze decisamente maggiori. Per non parlare delle conseguenze che la contrazione del virus ha su chi si ritrova con un sistema respiratorio in parte compromesso dall’aria, sporca, che respira. E chi ci rimetterà maggiormente? Tutti coloro che in queste aziende, che ora possono inquinare come non mai, ci lavorano. Per lo più persone con un reddito basso e afro-americane.

L’esempio delle raffinerie

Il Guardian, in un recente articolo, porta come esempio di aziende che trarranno un enorme vantaggio da questa situazione proprio quelle petrolifere. In questa fase gli sarà infatti permesso di smettere di monitorare le proprie emissioni, tra le quali spicca la presenza di un elemento altamente cancerogeno come il benzene. Dieci raffinerie del Texas hanno ampiamente superato i limiti, già non particolarmente restrittivi, che erano in vigore prima di questa presa di posizione da parte di Trump. Va inoltre sottolineato come il provvedimento, che come già detto è entrato in vigore in data 26 marzo, sia retroattivo e debba quindi considerarsi in vigore dal 13 marzo.

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Un dettaglio quanto meno curioso che, tuttavia, è facilmente spiegabile. Il provvedimento è stato richiesto ufficialmente dall’American Petroleum Institute. E cosa è successo in questo ultimo mese? Le big del settore del petrolio hanno perso circa 500 miliardi di dollari in una settimana. Risulta quanto meno sospettabile, dunque, che, per continuare la propria attività, le aziende americane non abbiano avuto scrupoli nell’abbattere i costi legati al proprio processo di estrazione, immettendo alte quantità di inquinanti in atmosfera. Una tesi che, al momento, non è stata dimostrata e che probabilmente non lo sarà mai proprio perché, grazie alla decisione dell’EPA, i dati legati a queste attività non saranno mai trasparenti.

Trump e lobby del fossile: un legame indissolubile

Questa non è altro che un’ulteriore dimostrazione di come Trump sia poco più di un burattino nelle mani delle lobby del fossile americane. In un periodo in cui tanto il settore Oil&Gas quanto quello del carbone hanno subito perdite importanti – si legga in questo senso un interessante articolo di Re:common – quello di Trump non è altro che un timido tentativo di aiutare i propri amici che rischiano di perdere enormi somme di denaro. Tutto ciò nonostante l’Agenzia Internazionale dell’Energia, un ente non proprio noto per le sue ideologie progressiste, abbia chiesto ai leader mondiali e alle istituzioni finanziarie di non far piovere aiuti, durante e dopo il CoronaVirus, verso i settori che non possono più essere considerati sostenibili.

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Per onor di cronaca va inoltre detto che un provvedimento simile a quello americano è stato chiesto anche in Europa dall’ACEA, ovvero l’Associazione Europea dei produttori di automobili. La Commissione di Ursula Von der Leyen, che sta provando a fare del proprio Green New Deal la bandiera del suo mandato, ha però deciso di respingerla al mittente. Gli sciacalli del clima sono in agguato, soprattutto in un momento in cui l’attenzione sulle questioni ambientali è inevitabilmente surclassata dal CoronaVirus. Ora più che mai occorre continuare ad informarsi. Altrimenti, quando tutto questo sarà finito, potrebbe essere troppo tardi.