Rifiuti radioattivi: nessun comune italiano vuole ospitarli

rifiuti radioattivi

Se volessimo paragonare la vicenda dei rifiuti radioattivi italiani a una Serie TV a puntate, potremmo dire di essere a metà stagione. Più precisamente saremmo nel mezzo dell’episodio chiave di volta in cui i fili sono al culmine dei loro intrecci e che, nel breve termine, inizieranno ad essere sciolti. Nella scorsa puntata abbiamo infatti parlato di come l’Unione Europea pretendesse dall’Italia una risposta in merito al nostro programma di smaltimento dei rifiuti radioattivi. Nel momento in cui l’italiana SOGIN (Società Gestione Impianti Nucleari) ha presentato il suo piano, però, è accorsa una rivolta nazionale, che ancora non sappiamo quando, come e se sarà risolta.

Il richiamo dell’UE

Riassumiamo la puntata precedente (che trovate interamente in questo articolo). A fine ottobre la Corte di Giustizia UE ha avviato una procedura di infrazione contro l’Italia in merito alla gestione dei rifiuti radioattivi. Nonostante nel nostro Paese le centrali nucleari siano state definitivamente chiuse nel lontano 1990, l’Italia non ha ancora avviato un efficiente programma di gestione degli scarti. Questi sono, di fatto, bombe a orologeria pericolose per l’ambiente e la popolazione, ma la quantità di questi oggetti nel nostro paese è sconcertante.

Secondo l’ ISIN (Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare) in Italia vi sono 33 mila metri cubi di rifiuti nucleari custoditi momentaneamente nei luoghi dove sono stati prodotti, come ad esempio nelle vecchie centrali nucleari ormai dismesse. Nei prossimi 50 anni i rifiuti nucleari potrebbero raggiungere i 78mila metri cubi che deriveranno dai residui dalla ricerca, della medicina nucleare e dell’industria.

Per arginare i possibili pericoli derivanti da queste improvvisate e poco sicure discariche radioattive, nel 2013 era stata emanata una direttiva UE che chiedeva agli stati membri di presentare le loro soluzioni per lo stoccaggio di questi rifiuti. Il tempo, però, è trascorso e l’Italia, insieme ad Austria e Croazia, non ha presentato alcun piano. Almeno fino ad ora.

Il piano del Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi

Il progetto italiano per lo stoccaggio di questi rifiuti è un Deposito Nazionale a cui sarebbero destinati i 74 metri cubi di materiali a bassa o molto bassa radioattività. Ciò significa che dovranno essere depositati in una sorta di scatola protettiva per almeno 300 anni, ovvero il tempo nel quale perdono la carica radioattiva. O meglio, finché la carica non sarà più a livelli considerati dannosi per la salute e l’ambiente.

Da non dimenticare sono i residui a media o alta attività. Questi si neutralizzano soltanto dopo migliaia o centinaia di migliaia di anni. Per questo dovranno necessariamente essere depositati in una sorta di bunker geologico, quindi interrato, per prevenirne al massimo i potenziali danni. Al momento, però, questo magazzino geologico non esiste. Pertanto anche questi 17 mila metri cubi di rifiuti altamente pericolosi dovranno essere temporaneamente immagazzinati nel Deposito Nazionale.

Come è fatto il Deposito di rifiuti radioattivi

Il Deposito sarà costituito da una serie di contenitori, per la maggior parte in cemento armato, posizionati “a matrioska”, quindi uno dentro l’altro. Il primo è quello classico, che vediamo in film e giornali, dei rifiuti radioattivi. Parliamo di un cilindro o un parallelepipedo metallico che contiene i rifiuti in forma solida. A loro volta questi contenitori vengono posizionati in cubi di calcestruzzo alti quasi due metri.

E ancora, questi moduli sono inseriti in celle di cemento armato grandi 27 metri per 15 e alte 10 metri, progettate per resistere almeno 350 anni. Nel deposito verranno “ammassate” 90 di queste celle. Infine, l’ultima barriera protettiva consiste in una sorta di collina artificiale alta qualche metro, composta a sua volta da diversi strati di vari materiali. Il suo compito è quello di rendere il deposito impermeabile all’acqua, oltre che piacevole alla vista.

https://youtu.be/7rvWFmmEmj4

Dove verrà costruito il deposito?

Siamo arrivati quindi al frame della resa dei conti, in cui tutte queste parole devono essere messe in pratica. Solitamente, infatti, è proprio lo scontro con la realtà a rendere le cose, diciamo così, interessanti. Questo inevitabile passaggio mette in luce i lati oscuri di una questione che, se affrontata superficialmente, sembra anche troppo semplice. Produciamo rifiuti e li immagazziniamo senza che nessuno si faccia male. Poi, tra trecento anni, ci penseranno gli altri. Ma non funziona così e la realtà è appunto molto diversa.

Il 5 gennaio SOGIN ha pubblicato una mappa, detta CNAPI o Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee ove costruire questo gigantesco Deposito Nazionale di rifiuti radioattivi. I criteri utilizzati per questa decisione sono, per esempio, l’attività vulcanica o il livello di sismicità del territorio, ma anche la presenza o meno di altipiani e la concentrazione abitativa. Una completa infografica che riassume i diversi criteri è stata ben realizzata dal Post.

Alla luce quindi di queste condizioni, le tre aree più idonee sono risultate essere in provincia di Torino, di Alessandria e di Viterbo. Tutte le altre sono situate in Toscana, Basilicata, Puglia, Sicilia e Sardegna, ma hanno una valutazione di idoneità inferiore rispetto alle prime dodici. Prevedibilmente, però, nessuna delle 67 aree individuate ha accolto con piacere la notizia. Anzi, i sindaci dei comuni interessati hanno rifiutato, talvolta anche minacciando proteste e rivolte, l’idea del progetto.

Nessuno vuole i rifiuti radioattivi in casa propria

Oltre ai timori riguardanti la salute e la sicurezza dei cittadini, Sindaci e Governatori hanno esposto varie e comprensibili proteste. Il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio ha sottolineato come alcune delle aree scelte tra Torino e Alessandria siano patrimonio Unesco. Ha poi aggiunto: “Immaginate una persona in procinto di comprare una casa in uno di questi comuni. Dopo aver letto la notizia voi cosa fareste al suo posto?”.

Di avviso simile è il sindaco di Matera, che nel 2018 è stata nominata capitale della cultura ed è stata quindi una destinazione molto ambita per milioni di turisti, italiani e internazionali. Ecco le parole di Bennardi. “Un deposito nella sua zona sarebbe uno sfregio per diversi motivi. Ve lo immaginate un turista che arriva in una Matera autentica e trova una discarica di rifiuti radioattivi? Matera sito Unesco e deposito di scorie nucleari? Tutto questo terrebbe lontano chiunque”. Sulla sua scia anche il Ministro Roberto Speranza, di origini lucane, ha affermato che la Basilicata è una zona sismica di tipo 2, quindi sarebbe impensabile accogliere qui rifiuti radioattivi.

Una soluzione c’è, e creerà caos

Se nessuno si offrirà volontario tra i comuni scelti per ospitare il Deposito, Sogin dovrà pensare a trattative bilaterali per trovare una soluzione condivisa. La decisione finale spetta al ministero dello Sviluppo economico, che individuerà l’area con un decreto. L’obiettivo è di costruire il deposito entro il 2025.

Un sindaco coraggioso?

L’unico ad essersi fatto avanti è Daniele Pane, Sindaco di Trino, in provincia di Vercelli. Questa piccola cittadina però non è presente nella mappa pensata da SOGIN, anche se proprio qui in passato è stata costruita una delle centrali nucleari italiane ormai dismesse. Pane ha affermato che “se in passato si pensò a questo sito per l’installazione della centrale, magari potrebbe andare bene anche per il deposito. Già oggi noi facciamo da deposito nazionale. Quasi l’80 per cento dei rifiuti radioattivi italiani sono stoccati tra Trino e Saluggia. Piuttosto che rimanere in questo stato di provvisorietà, preferirei ospitare il deposito definitivo con tutti gli standard di sicurezza”.

Il ministro Sergio Costa di tutta risposta ha affermato quanto segue. “Leggo che alcuni sindaci di città non presenti nella lista si stanno candidando: se non si è nella lista il proprio territorio non possiede le caratteristiche tecniche per ospitare il deposito”. Il che mette tristemente in luce anche le falle nella legislazione italiana, che non molti anni fa permetteva il funzionamento di una centrale nucleare in un territorio evidentemente non idoneo a questa attività.

I vantaggi del Deposito Nazionale

Il sindaco di Trino, probabilmente, vorrebbe anche aver accesso ai 30 milioni di euro promessi ai comuni ospitanti. I costi per la costruzione del deposito invece ammontano a 900 milioni, che saranno in parte ammortizzati grazie alla bolletta elettrica degli italiani. Da questa già oggi vengono detratti i soldi di compensazione per le aree in cui si trovano i depositi provvisori.

Un altro vantaggio dell’avere “in casa propria” il Deposito Nazionale sarebbe la creazione di migliaia di posti di lavoro. Sia per i quattro anni di costruzione dell’impianto, ma anche durante il funzionamento dell’impianto stesso, che potrebbe occupare dalle 700 alle 1000 persone. Alcuni ritengono che bisognerebbe rendersi conto che le scorie sono anche il frutto di un efficiente programma di ricerca medica e di implementazione di cure delle quali loro stessi e tutta la popolazione giovano.

Gli svantaggi del nucleare

Però è comprensibile che nessuno voglia farsi carico di decisioni sbagliate prese in passato, come l’apertura sul suolo nazionale delle centrali. Il nucleare è da molti considerato un’alternativa alle fonti fossili. Ma, oltre ai disastri ambientali devastanti come quello di Chernobyl, anche i recenti fatti riguardo allo smaltimento delle scorie mettono in luce il limite di questo tipo di energia. La quale porta a dover immagazzinare rifiuti nelle più disparate aree del mondo il cui spazio, ricordiamolo, è limitato. Qui, permettetemi, stiamo raggiungendo il livello di chi necessita di fugare il dubbio sulla sfericità della Terra.

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Inoltre, se è vero che molte scorie derivano dalla ricerca medica, è anche vero che altrettante sono prodotte dall’industria. Non è questa la sede per snocciolare una possibile inchiesta sulla provenienza di questi rifiuti, ma sappiamo che probabilmente il generico termine “industrie” si riferisce a stabilimenti che producono oggetti inutili atti a soddisfare la nostra fame di consumismo. Ma, in mancanza di grosse novità, approfondiremo forse questo tema nella prossima puntata.

Capri-Revolution, un film che aiuta a capire l’ambientalismo

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Isola di Capri, inizi del ‘900. Famiglie di pastori, pochi abitanti, un solo medico inviato dallo Stato, ricordatosi miracolosamente di questo luogo nascosto e dominato dalla natura selvaggia. Già a pochi minuti dall’inizio del film, però, il regista Mario Martone distrugge il velo di Maya e la sua banalità. Infatti, sul palcoscenico della pur sempre meravigliosa isola amalfitana, compare prima un gruppo di hippie nudisti, totalmente in contrasto con lo stile di vita modesto degli isolani. Poi, l’orrore di un radicato e violento maschilismo da parte della famiglia di pastorelli capresi. Infine l’ombra della guerra che non risparmia nessuno nel mondo, nemmeno questa piccola, insignificante isola. La natura, nel frattempo, viene idealizzata, mistificata, sottovalutata, male interpretata dai vari personaggi del film, che formano uno spettro di umanità molto vario e spaventosamente attuale.

Lo sguardo di Lucia

Il regista ci accompagna tra la moltitudine di questi temi attraverso lo sguardo e, quindi, il punto di vista di Lucia, la protagonista. In questo modo Martone ha creato molta suspense e colpi di scena che rendono la pur lunga pellicola piacevole e scorrevole. Lucia è una ragazza di quasi vent’anni che vive con la madre, il padre malato e i fratelli, in una minuscola casetta su un’altura defilata dal mare. Il suo lavoro è pascolare le capre, oltre che aiutare la madre con le faccende di casa. Durante le sue peregrinazioni con il gregge, Lucia entra piano piano in contatto con un gruppo di artisti hippie provenienti dalle più disparate nazioni europee. Essi amano stare nudi, in gruppo, cantando, ballando, dipingendo e mettendo in scena strane esibizioni di arte contemporanea.

Inizialmente, agli occhi di Lucia e ai nostri, sembrano invadenti, boriosi, irrispettosi della tranquilla e rurale vita caprese. È quest’ultima infatti a dare l’impressione di essere “dal lato giusto” della storia: semplice e in armonia con la natura. Con il passare del tempo e non senza una buona dose di innocente curiosità da parte della pastorella, iniziamo a conoscere il gruppo di stranieri. Allo stesso modo entriamo anche nella casa di Lucia per scoprirne l’oscurità che si cela dietro a quella vita apparentemente semplice e innocente.

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Fishing off the coast of Capri, Bernard Hay

Capri-Revolution mostra le contraddizioni della società

Nel corso del film vengono evidenziate le enormi differenze tra due mondi opposti e che rispecchiano anche le problematiche della società attuale. Una società che come allora comprende da un lato una élite un po’ piena di sé, in auto-isolamento dalla “plebe”, che utilizza metodi di comunicazione molto astratti e incomprensibili ai più, quasi avesse un proprio linguaggio in codice. Dall’altro le persone con pochi mezzi, meno cultura e uno stile di vita più concreto. Nessuno dei due stili di vita, dal punto di vista ambientale e sociale, è totalmente corretto. Così come nessuna delle due parti commette errori madornali.

Gli “hippie” di Capri-revolution, per esempio, non mangiano carne, o “cadaveri”, come li chiamano loro, e questa è chiaramente una buona abitudine. Essi non sono però ben informati su come integrare le proteine, fondamentali per uno stile di vita sano. Questa carenza avrà conseguenze anche gravi su alcuni membri del gruppo. Oppure utilizzano soltanto la medicina naturale, ma in alcuni casi questa non basta, e impone di scendere a patti con una modernità ben più cruda e “reale” di come viene dipinta nel loro mondo idealizzato. Per non parlare delle deviazioni fanatiche di alcuni membri del gruppo, che portano con sé tutto tranne che un messaggio di pace ed ecologia.

Per quanto riguarda la famiglia di Lucia, questa, certo, vive in modo molto modesto. Mangiano prodotti (carne compresa) locali, pascolano le loro capre e dedicano del tempo alla spiritualità, non cedendo alle dinamiche della frenesia e dell’ingordigia borghese. Lucia però è maltrattata e comandata dai fratelli solo perché donna. Inoltre la carne viene consumata ad ogni pasto. Infine, quando arriva l’elettricità a Capri, essi ne sono felicissimi, senza giustamente considerarne le conseguenze ambientali e sociali.

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I mediatori: la chiave della società?

Tra gli estremi di questi due gruppi esiste una fiumana di altre persone, rappresentate, genericamente parlando, dalla media borghesia. Queste spesso possono davvero fare la differenza. Da un lato la classe media è stata in grado di scatenare una guerra mondiale, di dare l’avvio alla combustione fonti fossili per ricavare energia ottenibile in altro modo, e di rendere la rincorsa ai beni materiali un bisogno insaziabile. Dall’altro, alcune persone appartenenti a questa categoria, possono diventare il tramite positivo tra i due poli sopracitati i quali, forse, non sono poi così opposti.

In Capri-revolution i mediatori sono rappresentati dal medico del villaggio e da Seybu, leader del gruppo hippie. Il momento più interessante del film infatti è il dialogo tra questi due personaggi. Questi sono gli unici (oltre a Lucia) ad aver avuto il coraggio e l’umiltà di confrontarsi. In questo modo hanno compreso sia il punto di vista dell’altro, sia ciò che li accomuna, aprendo una strada verso la giustizia sociale (e ambientale), forse più tortuosa ma sicuramente più efficace.

Il dialogo rivelatore di Capri-revolution

Seybu: Tutte le attività umane vanno considerate alla luce dell'energia.
Medico: l'energia è quella attraverso cui l'isola è stata appena illuminata. e a produrla è la scienza, lo studio, il progresso.
Seybu accende una lampadina solo tramite il contatto di due cavi che passano attraverso un limone.
Seybu: il problema non è l'elettricità in quanto tale, ma come viene prodotta e come la useremo nel futuro. l'elettricità ha a che fare con le forze condensatrici del centro della terra, con la gravitazione e il magnetismo. non potrei mai considerare l'elettricità come qualcosa di negativo. La questione dell'energia deve essere discussa e capita, perché c'è qualcosa di molto più ampio da imparare. Molto più di quanto possono insegnarci la fisica e il materialismo.
Medico: Non penserà di migliorare il mondo con questi trucchi?
Seybu: e lei, con i suoi idealismi, lo migliorerà? Gli uomini non sono al mondo con la vocazione di essere migliorati, ma semmai di diventare se stessi. Dovremmo riflettere su questo, specialmente ora che stiamo andando contro un muro. Abbiamo tutti gli strumenti per distruggerci e stiamo per usarli.
Medico: questa guerra, dal momento che avviene, può essere utile.
Seybu: una guerra utile?
Medico: sì. La classe lavoratrice potrà piegarla a suo vantaggio se obbligherà il potere ad assumersi le proprie responsabilità. E' una guerra voluta dal capitale, perciò va portata a estreme conseguenze. Bisogna che salti tutto per rifondare nuovi equilibri.
Seybu: sulla critica al capitale la seguo. La crescita economica, il capitale, non renderanno il mondo più produttivo. L'arte è il vero capitale e le persone devono prenderne coscienza. 
Medico: vuole prendermi in giro?
Seybu: niente affatto. Il mio concetto non è un'utopia, è la realtà. L'agricoltura è una questione di arte. Si può fare agricoltura solo occupandosi del terreno e delle condizioni climatiche. Insomma, se si comprende lo spirito delle sostanze; le sostanze umane sono creatività e intenzione. Questi sono i veri valori economici, nient'altro. Non il denaro. Quella di cui parliamo non è vera crescita: progredisce come un tumore che distrugge ogni cosa. Non è produttiva, è un processo letale e fuori controllo. Ma noi possiamo controllarlo, dipende tutto da noi; è inutile prendersela con il potere se le cose vanno male. Bisogna accusare solo se stessi. La rivoluzione siamo noi.

Capri Revolution è un film del 2018 ed è stato presentato in concorso alla 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. È fruibile su Netflix, Youtube, Prime Video e Google Play.

Pesticidi: residui trovati nel 70% della frutta

pesticidi

Non è certo una novità che nella maggior parte della frutta e la verdura presente sulle nostre tavole siano stati utilizzati pesticidi e fertilizzanti chimici. Questo perché, per la legge italiana ed europea, l’utilizzo di fitofarmaci sui prodotti ortofrutticoli è totalmente legale, anche se entro certi limiti quantitativi e qualitativi. Legambiente, però, nel nuovo report Stop Pesticidi, ha rivelato che molti prodotti superano la soglia massima di residui che garantirebbero la salvaguardia della salute e dell’ambiente.

I dati di Legambiente sui pesticidi

Il rapporto di Legambiente parla chiaro: quasi la metà dei campioni dei prodotti “analizzati contiene residui di pesticidi”. Nella frutta si arriva a oltre il 70%. Al di là dei numeri assoluti, però, il dato più disarmante è quello per cui soltanto l’1,2% del totale dei prodotti analizzati risulta contenere valori che siano considerati fuori legge. il 46,8% di campioni regolari, però, presentano uno o più residui di pesticidi.

Come spiega Legambiente il problema vero è il multiresiduo. La legislazione europea non considera infatti un prodotto irregolare se ogni singolo livello di residuo non supera il limite massimo consentito. Non è considerata invece la totalità di questi additivi, benché sia noto da anni che le interazioni di più e diversi principi attivi tra loro possano provocare effetti maggiori o addirittura sinergici a scapito dell’organismo umano.

Un po’ di chiarezza sui pesticidi

Il termine “pesticidi” è molto ampio e comprende tipi diversi di agenti chimici usati sulle colture. Per esempio ci sono i biocidi, che servono a debellare organismi nocivi e che portano malattie, come insetti, ratti e topi. Questi non rientrano però nell’ambito di competenza dell’EFSA, ovvero l’ente europeo per la sicurezza del cibo. Vi sono poi i prodotti fitosanitari, che servono per tenere in buona salute le colture e impedire loro di essere distrutte da malattie e infestazioni. Questi comprendono erbicidi, fungicidi, insetticidi, acaricidi, fitoregolatori e repellenti. I prodotti fitosanitari, per svolgere la loro funzione, contengono almeno una sostanza attiva. Tali sostanze possono anche consistere in microrganismi e virus, i quali possono così difendere la pianta da altri agenti aggressivi.

I pesticidi vengono utilizzati in agricoltura con l’obiettivo di rendere più efficienti le colture, aumentandone gli standard qualitativi e quantitativi. I prodotti fitosanitari, infatti, liberano facilmente i prodotti agricoli da piante e altri organismi infestanti, rendendo la coltura più adatta a una distribuzione di massa. Come si legge sul report di Legambiente, però, questo metodo non solo non ha contribuito in maniera significativa alla riduzione della fame nel mondo, ma ha avuto effetti negativi sulla salute dell’uomo e degli ecosistemi. Gli additivi chimici infatti contaminano l’aria, le acque, il suolo e, appunto, il nostro stesso cibo. In un’Europa che ha appena sottoscritto il Green New Deal, quindi, è necessario cambiare metodi di coltura e incentivare altre soluzioni che abbiano a cuore sì l’efficienza agricola, ma anche il benessere dell’ambiente.

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La situazione dei pesticidi in Italia

L’Europa già dal 2009 chiede agli Stati Membri un Piano di Azione Nazionale (PAN) sull’utilizzo sostenibile dei prodotti fitosanitari. Anche grazie a queste rilevazioni è emerso che l’Italia nel 2018 fosse la terza nazione in Europa per consumo di pesticidi, preceduta da Francia e Spagna (leggi qui l’articolo). Legambiente lamenta il fatto che nell’ultimo PAN italiano non siano stati presi in considerazione molti fattori, come il multiresiduo nominato precedentemente. Un altro fattore che dovrebbe comparire nel nuovo PAN sarebbe la distanza dei terreni agricoli dalle abitazioni e dalle scuole in via preventiva, proprio per evitare che gli esseri umani (sopratutto i bambini) entrino in contatto con acqua e terra contaminata.

Infine si dovrebbe integrare il PAN con un monitoraggio dell’ecosistema rurale e degli effetti nocivi sulla biomassa vivente nella zona. Un’azione importante come misura preventiva, ma anche atta a rendere consapevoli i governi dei potenziali danni, indirizzandoli così verso il divieto assoluto di queste sostanze. Senza pesticidi, però, cosa rimarrebbe?

Agricoltura biologica: l’alternativa ai pesticidi

Come suggerisce il report di Legambiente, l’alternativa migliore all’utilizzo di pesticidi è lo sviluppo dell’agricoltura biologica. Un tipo di agricoltura, cioè, che non prevede l’utilizzo di fitofarmaci o fertilizzanti chimici. Piuttosto, si utilizzano metodi naturali (ovvero elementi già presenti nel terreno) per contrastare le erbe e gli organismi infestanti. Un esempio sono le piante “purificanti” come il macerato di ortica.

Non solo, l’agricoltura biologica mette al primo posto la stagionalità e, quindi, le rotazioni colturali. In questo modo è possibile sfruttare la naturale fertilità del terreno nei giusti periodi dell’anno, evitando di dover utilizzare additivi per la crescita di altri prodotti ortofrutticoli. La rotazione stagionale si lega anche a un concetto più ampio, ma altrettanto importante, che caratterizza la coltivazione biologica. Il fatto cioè che l’agricoltura biologica non riguardi solo pratiche agricole sostenibili e rispettose dell’ambiente, ma tende a rivoluzionare l’intero sistema produttivo agricolo, designando la salute e l’equità dei lavoratori come punti fermi della sua politica.

A questo punto, ancora una volta, siamo tenuti a chiamare in causa la coscienza di ogni individuo perché prenda la giusta decisione ogni qualvolta sia chiamato al voto. Non solo, la propria coscienza deve essere determinante anche nella quotidianità. Se una persona sceglie di acquistare i prodotti agricoli da una piccola azienda indipendente e biologica può fare una piccola differenza. Se questa scelta viene effettuata da tutti, la differenza sarà immensa.

Papa Francesco: “Vaticano a emissioni zero entro il 2050” [VIDEO]

Il Vaticano, ancora una volta, si è mostrato aperto alle questioni ambientali. E, ancora una volta, è stato Papa Francesco a fissare l’obiettivo di emissioni zero entro il 2050 della Città del Vaticano. Ha poi esortato tutte le nazioni a promulgare l’educazione ambientale integrale. Egli, sin dall’inizio dell’incarico, ha considerato la crisi climatica un problema etico e sociale, che quindi dovrebbe essere affrontato anche dalla Chiesa, la quale millanta da anni i suoi valori di carità e giustizia.

Un problema che però alcuni rappresentanti della Chiesa Cattolica, unitamente ai politici e, di conseguenza, anche gran parte della popolazione, considerano solo una fissazione di giovani esaltati dall’ormai passato mondo hippie. Per molte persone questa realtà era ed è caratterizzata soltanto da fiori tra i capelli, droghe e promiscuità sessuale. Ma, come anche negli anni ’60, non si tratta solo di questo. Le rivoluzioni del ’68, dopo le quali l’ambientalismo si è diffuso in tutto il mondo, hanno rappresentato una grande ribellione di massa contro un sistema basato su consumismo ed eccessiva moralità. Questa era infatti spesso fittizia, ma utile a coprire le sporcizie della società. Oggi, alla permanenza di queste distorsioni sociali dure a morire, si è aggiunta la concretezza dei cambiamenti climatici e le sue terribili conseguenze alle quali sono condannati molti esseri viventi, umani compresi.

Nonostante il 2050 sia ancora troppo lontano, la speranza è che l’appello di Papa Francesco, dopo l’Enciclica Laudato Sì del 2015 e altre importanti iniziative (per esempio The Economy of Francesco: online l’evento voluto dal Papa per un’economia sostenibile), riesca a trasmettere l’importanza e l’urgenza della crisi climatica al mondo intero.

https://www.facebook.com/watch/?v=198120388611591

Le parole di Papa Francesco

L’attuale pandemia e il cambiamento climatico, che non hanno solo rilevanza ambientale, ma anche etica, sociale, economica e politica, incidono sopratutto sulla vita dei più poveri e fragili. Faccio appello alla nostra responsabilità di promuovere con un impegno collettivo e solidale una cultura della cura che metta al centro la dignità umana e il bene comune. Oltre ad adottare alcune misure che non possono più essere rimandate, è necessaria una strategia che riduca le emissioni nette a zero.

La Santa Sede si associa a questo obiettivo muovendosi su due piani. In primo luogo lo Stato della Città del Vaticano si impegna a ridurre a zero le emissioni nette entro il 2050. Secondo, la Santa Sede è impegnata a promuovere un’educazione all’ecologia integrale. Le misure politiche e tecniche devono essere combinate con un processo educativo che favorisca un modello culturale di sviluppo e sostenibilità centrato sulla fraternità e l’alleanza tra l’essere umano e l’ambiente.

Energia geotermica: cos’è e a che punto siamo in Italia

energia geotermica

L’acqua calda presente nel suolo arriva in superficie, si canalizza verso case ed edifici attraverso qualche tubo e voilà, tutti hanno riscaldamento e luce elettrica gratuiti. Se fosse tutto così semplice l’energia geotermica non sarebbe sfruttata solo all’1% delle sue possibilità a livello globale. L’Italia, nonostante vanti un onorabile settimo posto nel mondo per la produzione di energia geotermica, non possiede i mezzi né tanto meno la volontà di attuare un cambiamento più radicale verso l’utilizzo diffuso di questa particolare energia pulita.

Come funziona l’energia geotermica

Più si scende nelle profondità della terra, più la temperatura aumenta. Lo scarto è di circa 3° ogni 100 metri. Questo fenomeno è dovuto al decadimento nucleare di alcuni elementi radioattivi presenti nei minerali, come ad esempio l’uranio, il torio e il potassio. Le rocce sono quindi caldissime, tanto da riuscire ad aumentare di molto la temperatura dei liquidi che entrano in contatto con esse. Una volta caldi, l’acqua e il vapore risalgono in superficie. Vengono quindi accumulati all’interno delle centrali geotermiche dove alimentano le turbine che trasformano il calore in energia elettrica. In alternativa, vengono usati in modo diretto per il riscaldamento domestico.

Purtroppo, però, l’energia geotermica non è sfruttabile in ogni luogo della terra nello stesso modo e questo è anche uno dei fattori che ne compromette la diffusione. Infatti in alcune nazioni dove l’attività vulcanica o tettonica è maggiore, come l’Islanda, le temperature delle rocce sottostanti la superficie sono più alte della media, tanto da causare fenomeni quali geyser e fumarole. In questi casi è quindi più facile estrarre l’energia geotermica anche a profondità ridotta.

L’energia geotermica in Italia

L’Italia è uno dei paesi con la maggiore capacità geotermica non solo d’Europa, ma anche del mondo. Secondo il il market report dell’European Geothermal Energy Council il Bel Paese è il secondo nel continente per la produzione di energia geotermica in valore assoluto, battendo la Turchia e persino l’Islanda, dove ad oggi circa l’85% delle abitazioni è riscaldato con energia pulita. Il punto, però, sta proprio qui. La percentuale di energia prodotta non è sufficiente a coprire la domanda di tutti gli italiani. Per l’Islanda, che conta poco più di 300 mila abitanti in tutta il paese, è sicuramente un po’ più semplice.

Nella classifica mondiale l’Italia si aggiudica un buon settimo posto. Dove sono situati, vi chiederete, questi impianti di cui pochi conoscono l’esistenza? Le centrali attive sono tutte in Toscana, divise tra le province di Grosseto, Siena e Pisa. In particolare a Larderello, sulle Colline Metallifere, troviamo l’impianto più antico del mondo, in quanto già nel 1904 il principe Piero Ginori Conti sperimentò il primo generatore geotermico. Anche il Lazio e la Sardegna però potrebbero essere sfruttate in questo senso, seguite da Sicilia, alcune zone del Veneto, dell’Emilia-Romagna, della Campania e della Lombardia. Nonostante questo altissimo potenziale però, sul totale delle rinnovabili italiane, l’energia geotermica costituisce solo il 5%, ultima tra le principali fonti, con l’idroelettrico primo al 41%. Le rinnovabili, a loro volta, occupano solo il 17,8% della domanda di energia totale.

Perché la geotermia non ha successo

Il motivo della mancata diffusione dell’energia geotermica in Italia, ma anche nel mondo, è largamente rappresentato dalla narrazione sbagliata o inesistente riguardo a questo tipo di energia. Nei fatti, invece, i vantaggi sono molto maggiori rispetto agli svantaggi, che comunque ci sono, delle centrali geotermiche. Per rendere il tutto più semplice, elenchiamo di seguito gli uni e gli altri.

Vantaggi dell’energia geotermica

  • È una fonte pulita di energia in quanto non richiede la combustione.
  • La mancata combustione irreversibile di elementi la rende un’energia, di fatto, rinnovabile, nonostante non sia inesauribile.
  • Comunque la quantità di energia geotermica prodotta dalla terra è così tanta da non rappresentare un problema di esauribilità: è pari infatti a 100 miliardi di volte il consumo energetico mondiale annuale. Con il solo geotermico, secondo uno studio del MIT, si potrebbe soddisfare il fabbisogno energico planetario con sola energia pulita per i prossimi 4000 anni 
  • Ha un potenziale altissimo in quanto è utilizzabile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, non essendo soggetta alle variazioni meteorologiche.
  • Gli scarti provenienti dalla produzione di questo tipo di energia possono essere riciclati.

Svantaggi dell’energia geotermica

  • Richiede un grande e immediato investimento in termini di denaro, che verrà coperto in un lungo periodo di tempo.
  • A salire in superficie non sono solo l’acqua e vapore acqueo, ma anche altri gas come anidride carbonica, metano e ammoniaca. Questi si riversano inevitabilmente nell’atmosfera contribuendo all’effetto serra e alle piogge acide. Bisogna però dire che una centrale geotermica emette in media 122 kg di CO2 per MWh. In una tradizionale centrale che sfrutta i combustibili fossili il carbone bituminoso (il più pulito) ne emette circa 95 ogni kWh: quindi circa mille volte in più. Inoltre i moderni impianti di estrazione hanno sistemi di misurazione e controllo e riduzione delle emissioni di gas pericolosi.
  • L’acqua che risale in superficie può portare con sé elementi chimici tossici, come il mercurio, l’arsenico, il boro e l’antimonio. Le moderne tecniche di estrazione, però, sono in grado di scambiare calore senza il contatto tra i fluidi “geotermici” e quelli utilizzati per sfruttarne il potere termico. L’acqua “sfruttata” viene poi reimmessa nella superficie terrestre, portando con sé eventuali elementi inquinanti.
  • Gli impianti geotermici potrebbero causare un aumento del rischio sismico, anche se per ora le fluttuazioni della tettonica dovute alla geotermia hanno avuto effetti irrilevanti per la popolazione.

I mini-svantaggi dell’energia geotermica

  • Le centrali occupano, ovviamente, spazio e, quindi, causano consumo di suolo (leggi il nostro articolo “C’è vita sotto la terra: perché è importante la salute del suolo“). Solitamente, però, richiedono una superficie di circa 4 chilometri quadrati per produrre circa un gigawatt, rispetto ai 12 chilometri quadrati che richiederebbe un parco eolico di simili prestazioni.
  • Consumano acqua: circa 20 litri d’acqua per MWh. Nulla però in confronto ad altri sistemi di produzione come nucleare o carbone che ne richiedono oltre mille.
  • Dagli impianti geotermici possono arrivare odori molto sgradevoli (odori sulfurei), che spesso ne impediscono la costruzione vicino ai centri abitati. Si può comunque risolvere il problema grazie alla costruzione di un impianto di abbattimento.
  • Un forte e poco piacevole impatto visivo e, quindi, paesaggistico. L’impianto geotermico, a causa delle moltissime tubature in superficie e delle alte torri di refrigerazione, è molto simile ad un’enorme fabbrica. Si stanno però già sviluppando modi per camuffare l’estetica degli impianti e renderli il più possibile in armonia con l’ambiente esterno.
Terme di Saturnia, Toscana

Disinformazione e assenza di comunicazione

Si può concludere, quindi, che la mancanza di conoscenze da parte delle autorità è determinante nell’assenza di investitori in questo tipo di energia e ha determinato il sostanziale immobilismo dello sviluppo geotermico in Italia. In più la geotermia soffre di una percezione negativa da parte delle popolazioni locali, oltre che di una preoccupazione particolare da parte dei decisori politici e dei potenziali investitori sui possibili impatti ambientali e sui rischi connessi allo sviluppo di progetti geotermici.

Però, per quanto siano necessarie delle precauzioni in concomitanza all’avvio di una centrale geotermica, quello dei suoi potenziali rischi sismici o di inquinamento costituisce uno specchio per le allodole il cui fine sarebbe quello di continuare a trarre profitto dalle ben più fruttuose centrali a carbone; oppure di evitare di investire soldi in questo settore togliendoli ad altri progetti più redditizi. Sappiamo infatti bene quanto sia inquinante e dannoso per l’ambiente e l’umanità lo sfruttamento dei combustibili fossili. Per questi, però, gli investimenti continuano ad esserci e le preoccupazioni da parte delle autorità sono quasi inesistenti.

Islanda, CO2 trasformata in roccia. Ma a che prezzo?

islanda co2

L’Islanda è anche soprannominata la Terra del fuoco. Sembra un controsenso, soprattutto se il nome viene accostato a quello inglese “Iceland” che significa, letteralmente, terra del ghiaccio. Nel sottosuolo di quasi tutta l’isola, però, si nasconde una miniera preziosissima di calore, dato dal fatto che l’Islanda è una terra vulcanica. E proprio questa parte sotterranea potrebbe diventare anche una enorme riserva di gas serra che, invece di essere dispersi in atmosfera, verrebbero “trasformati” in roccia, senza nuocere alla salute umana e ambientale.

Come funziona la trasformazione di CO2 in roccia

Il meccanismo dello stoccaggio del carbonio non è nuovo nel mondo dell’energia, tanto che è già stato implementato in altre aree del mondo oltre all’Islanda, come negli Stati Uniti e in Canada. Gli impianti tradizionali prevedono che la CO2 venga iniettata nel terreno e affinché questa, trascorso un certo periodo di tempo, si mineralizzi. A questo punto diventa, sostanzialmente, una roccia carbonatica, come può esserlo il marmo o il calcare.

Solitamente le rocce già presenti nel terreno, che sono impermeabili, fungono da “coperchio”, impedendo al gas di fuoriuscire. In Islanda, però, le rocce sono vulcaniche, quindi basaltiche e porose. Ciò significa che manca l’importantissima parte impermeabile che permette lo stoccaggio del gas. Ed è qui che è entrata in gioco CarbFix, che ha sviluppato un metodo grazie al quale la CO2, prima di essere immessa nel terreno, viene disciolta in acqua. In questo modo si crea un fluido pesante che tenderà a scendere molto in profondità nelle rocce, riducendo il rischio che il gas risalga in superficie.

Da dove viene la CO2 dell’Islanda

L’Islanda è considerata una delle nazioni più green al mondo. Questa remota isola dell’estremo nord infatti, grazie all’alta presenza di vulcani, ha a disposizione moltissima energia geotermica gratuita e rinnovabile. Circa l’80% delle abitazioni della nazione sono riscaldate e illuminate grazie alla geotermia che proviene, appunto, dall’acqua calda presente nel sottosuolo. Allo stesso tempo, però, l’Islanda è anche una delle nazioni che emettono più anidride carbonica, in rapporto al numero di abitanti. Come dimostrano i dati, nel 2017 la nazione ha prodotto ben 10,82 tonnellate di anidride carbonica pro capite. La terra del ghiaccio ha quindi superato di molto persino l’Italia, che ne ha prodotte “solo” 5,75.

Cosa ci sta sotto? Ovviamente l’industria pesante e tutto ciò che ne deriva, ovvero un grande profitto e, purtroppo, anche molto danno all’ambiente. Il settore industriale in Islanda contribuisce a produrre il 48% alle emissioni di anidride carbonica del paese. Nonostante questi impianti industriali siano alimentati da energia rinnovabile, idroelettrica e geotermica, la CO2 rilasciata nell’atmosfera è parte del processo di produzione di metalli. La più grande delle strutture industriali del paese produce infatti acciaio e alluminio, gran parte del quale viene esportato e utilizzato nell’industria automobilistica.

Il lato oscuro dell’energia pulita

L’impianto idroelettrico Kárahnjúkar genera 5.000 GWh all’anno, ovvero più di un quarto di tutta l’elettricità prodotta in Islanda nel 2016. Tutta questa energia, però, viene utilizzata per alimentare quella stessa industria di alluminio. Lo stesso discorso vale per l’enorme impianto geotermico di Hellisheiði. Come fa notare la rivista scientifica phys.org, questo è uno studiatissimo e insidiosissimo esempio di greenwashing. Infatti, una realtà virtuosa come può essere un impianto che produce energia rinnovabile può nasconderne un’altra che di green non ha assolutamente nulla.

Innanzi tutto Alcoa, la multinazionale che ha acquisito l’acciaieria, ha trovato un escamotage per pagare pochissimo il consumo energetico. Questo infatti sarebbe legato ai prezzi del volatile mercato globale dell’alluminio, senza quindi contare ciò che realmente spetterebbe all’Islanda per lo sfruttamento energetico. Inoltre Alcoa avrebbe scelto proprio l’Islanda per sfuggire al pagamento di alcune tasse cui avrebbe dovuto sottoporsi costruendo un’acciaieria nel “continente”. Ciò ha fatto sì che Reykjavík, il cui governo credeva di beneficiare della crescita economica data dall’acciaieria, non abbia guadagnato quanto era stato previsto. Sia in termini economici ma anche e soprattutto ambientali e sociali.

Infatti gli impianti energetici precedentemente nominati, costruiti, ricordiamolo, con il solo scopo di alimentare l’acciaieria, sono essi stessi dannosi per l’ambiente circostante. Innanzi tutto per la loro costruzione sono andati irrimediabilmente persi i fragili ecosistemi della zona; la popolazione ittica locale è crollata e quella di renne selvatiche ha perso parte dei suoi pascoli e dei suoi terreni riproduttivi. Per estrarre energia geotermica, poi, l’acqua calda o il vapore che risalgono in superficie spesso trasportano contaminanti, come lo zolfo o l’azoto. Questi elementi finiscono quindi in atmosfera o nei corsi d’acqua.

In Islanda sono presenti moltissime “piscine” di acqua naturalmente calda, talvolta anche pubbliche e gratuite

I risvolti ambientali di CarbFix

Ciò che è rimasto al territorio islandese non è altro che la necessità di costruire un’ ulteriore infrastruttura, come quella di Carbfix, per smaltire la enorme quantità di anidride carbonica prodotta dall’acciaieria. Questo quindi sarebbe lo scopo qualora il progetto si diffondesse nel resto del mondo: buttare sotto il tappeto, o meglio, sottoterra, la polvere derivante da un sistema economico sbagliato e insostenibile.

Per di più, anche CarbFix avrebbe un risvolto ambientale da non sottovalutare: il consumo eccessivo di acqua. Nell’impianto di Hellisheiði si utilizzano circa 27 tonnellate di acqua per ogni tonnellata di CO2 iniettata nel substrato roccioso. Edda Aradottír, project manager di CarbFix, afferma che l’acqua può essere riutilizzata dopo la mineralizzazione. Il problema si pone per le nazioni con meno acqua a disposizione rispetto all’Islanda che, almeno per ora, è ricchissima di ghiacciai e, quindi, di acqua pulita. Aradóttir e i suoi colleghi stanno sviluppando un modo per utilizzare l’acqua di mare. Tuttavia, questa ritiene molto di più rispetto all’acqua dolce e ne servirebbe una quantità maggiore. “In più gli elementi disciolti nel mare interferirebbero con la chimica del processo”, ha affermato Sandra Ósk Snæbjörnsdóttir, ricercatrice presso CarbFix.

Infine questa tecnologia è molto efficiente quando si tratta di stoccare altissime concentrazioni di anidride carbonica, ma potrebbe rappresentare un problema quando il gas “si presenta in quantità minori”. Questo palese controsenso apre molti quesiti ai quali ad oggi possiamo dare soltanto risposte scettiche e negative.

Eliminare la CO2 in Islanda? Il vero scopo di CarbFix

Sappiamo, ormai, che il riscaldamento globale è un processo irreversibile e poco contenibile. Progetti come CarbFix potrebbero quindi rivelarsi molto utili nel frenare la crisi climatica. Questo ragionamento, però, funzionerebbe solo a patto che industriali e politici non se ne approfittino. Non devono, quindi, usare queste nuove tecnologie come giustificativo per continuare ad inquinare oltre che creare disuguaglianze economiche e sociali nel mondo.

Il riscaldamento globale è infatti un danno che non deve essere sommariamente riparato. Piuttosto è un problema che deve essere eliminato alla radice. Se ciò avvenisse rappresenterebbe l’anticamera di una nuova era nella quale l’energia pulita sia davvero pulita e in cui CarbFix potrebbe essere usato per disfarsi di gas serra emessi solo in via eccezionale e con motivazioni eticamente valide.

Leggi anche: “Il film Downsizing mostra che la tecnologia non è la soluzione

Fotovoltaico galleggiante: la nuova frontiera dell’energia

fotovoltaico offshore

Ha preso romanticamente il soprannome di Blue Economy e non è altro che il nuovo sistema di rifornimento energetico che viene dal mare. Per poter raggiungere gli obiettivi del Green New Deal, infatti, l’Unione Europea sta investendo su nuove tecnologie per produrre energia pulita. Tra queste si distinguono il fotovoltaico offshore e le pale eoliche galleggianti, che permetterebbero di utilizzare l’enorme spazio marino per ottenere molta più energia green di quanta ne produciamo ora.

Dal fotovoltaico offshore al moto ondoso

Le nuove tecnologie sulle quali si vuole investire sono molte e talvolta anche interdipendenti. Il fotovoltaico offshore, per esempio, prevede di installare enormi complessi di pannelli solari galleggianti in mezzo al mare. Non dimentichiamoci però delle sue sorelle, le pale eoliche. Per queste sono state riservate due modalità costruttive: in condizioni di acqua bassa si utilizza la tecnologia a “fondazione fissa”. Ci si può invece muovere verso fondali marini più profondi mediante l’utilizzo di tecnologie a piattaforma galleggiante.

Il mare poi offre un’energia intrinseca, anch’essa sfruttabile. Si parla quindi, in questo caso, di impianti che trasformano l’energia cinetica del moto ondoso, delle maree e delle correnti, in energia elettrica. Talvolta si sfruttano, specialmente per le navi, anche i gradienti termici e salini delle differenti profondità. Questo tipo di energia è chiamata “talassotermica”.

I vantaggi energetici della Blue Economy

Secondo l’IEA (Agenzia Internazionale per l’Energia) l’energia potenzialmente ottenibile dalle fonti marine potrebbe eccedere abbondantemente il fabbisogno energetico mondiale. Una grande parte di questa energia proverrebbe dall’eolico offshore. Contando che l’Europa avrà bisogno di una capacità compresa tra i 230 e i 450 GW di offshore entro il 2050 per raggiungere gli obiettivi del Green Deal, dagli attuali 12 GW sarà necessario passare ad almeno 60 GW entro il 2030, e a 300 GW entro il 2050.

A supportare questo grande impegno entreranno in gioco anche le altre fonti di energia marina sopra nominate. Secondo la World Bank, la capacità potenziale di solare galleggiante che potrebbe venire installata a livello globale è di ben 400 GW. Questa somma corrisponde alla capacità di generazione di tutti i pannelli solari fotovoltaici installati nel mondo fino al 2017. Inoltre, i 100 GW provenienti da onde e maree potrebbero coprire il 10% della domanda di potenza dell’Unione Europea al 2050, evitando l’equivalente di 276 miliardi di tonnellate di emissioni annuali di CO2. Sostanzialmente, quindi, è ragionevole pensare che un’Europa a emissioni zero potrebbe non essere un obiettivo tanto irraggiungibile.

Fotovoltaico offshore: risparmio di suolo e posti di lavoro

Il fatto che i pannelli solari e le pale eoliche offshore siano enormi serbatoi di energia totalmente green non è il loro unico vantaggio. La prima grande conquista sarebbe il consumo-zero di suolo, anche rispetto agli impianti eolici e fotovoltaici terrestri. Queste tecnologie infatti darebbero respiro alle aree più densamente popolate e libererebbe enormi aree riservate ad altri settori altrettanto importanti come l’agricoltura. Per quanto riguarda le turbine eoliche, poi, queste sarebbero più efficienti in mare in quanto il vento più forte unitamente al movimento delle onde contribuirebbe a un incremento della potenza delle pale. Per i pannelli solari, invece, il vantaggio aggiunto dell’acqua e della maggiore ventilazione aiuterebbero a raffreddare le celle e a dissipare il calore sviluppato, migliorandone l’efficienza e la produttività. Si eviterebbero poi fenomeni di surriscaldamento e, quindi, guasti.

La superficie dell’acqua, poi, riflette i raggi solari, comportandosi come una sorta di concentratore a specchio. In questo modo i moduli possono catturare anche la luce riflessa, aumentando ulteriormente la produzione. Nel contempo si riduce il rischio di ombre dovute a piante o palazzi, così come quello legato alla presenza di polvere, terra o sabbia.

Non è da sottovalutare inoltre la creazione di nuove occupazioni. Nel 2017 il settore dell’eolico ha fornito 356.700 posti di lavoro a tempo pieno nell’UE, su una stima di 1,45 milioni di persone che lavorano nel settore delle energie rinnovabili. Secondo Cambridge Econometrics nel Regno Unito, che solo dieci anni fa ha intrapreso con decisione la strada dell’eolico offshore, si stima che l’industria dell’eolico offshore nel 2032 impiegherà circa 60 mila lavoratori diretti e indiretti.

Il problema estetico e acustico, infine, è chiaramente superato. Gli impianti offshore sono molto lontani dalla terraferma, in quanto necessitano di una sostanziale profondità. Sono quindi quasi totalmente invisibili e non comprometteranno la valenza turistica delle nostre meravigliose coste.

Le problematiche dell’energia offshore

Il costo delle nuove tecnologie

Come in tutte le cose esistono due facce della stessa medaglia. Quello più oscuro delle rinnovabili offshore è, in primo luogo, l’alto costo iniziale degli impianti. Il Rapporto annuale “Global Landscape of Renewable Energy Finance” dell’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili (IRENA) ha constatato che per raggiungere globalmente la neutralità climatica al 2050, gli investimenti nelle energie rinnovabili dovrebbero quasi triplicare ogni anno. In questo modo si raggiungerebbero gli 800 miliardi di dollari entro il 2050. L’Unione Europea ha poi deciso di triplicare al 2030 la capacità dell’eolico offshore e di aumentarla di altre 25 volte entro il 2050. Per farlo sono quindi necessari grossi investimenti.

I soldi, però, sembrano esserci. La Banca Europea per gli Investimenti (BEI) ha dato il via libera al programma della Banca del Clima. Questa metterà a disposizione 1.000 miliardi di euro, da spendere entro il 2030, per progetti incentrati su climabiodiversità sostenibilità. Inoltre, in teoria, tutte le attività di finanziamento saranno allineate all’Accordo di Parigi sul clima. Infatti dal 2022 non saranno più finanziati progetti che coinvolgono combustibili fossili. Soltanto le tecnologie a basse emissioni di carbonio avranno accesso ai finanziamenti. 

Ricordiamo inoltre che ogni investimento in energia pulita assicura un risparmio notevole di denaro e risorse sul lungo periodo. Leggi qui quanto si può risparmiare scegliendo l’energia green per la tua casa.

Il mare: un ecosistema fragile

Gli impianti energetici offshore possono, come tutti gli elementi artificiali ed estranei all’ambiente naturale, danneggiare l’ecosistema marino. Per esempio la conversione di energia dalle onde può modificare le dimensioni e la frequenza delle onde stesse, delle maree e delle correnti. La fase di installazione degli impianti può anche avere un impatto “locale” per l’ambiente marino in quanto è possibile che vengano liberate alcune particelle che possono influenzare il comportamento alimentare dei pesci. In più, uova, alghe e organismi che vivono sul fondo possono venire sepolti e repressi dalla deposizione degli impianti.

Leggi anche: “Ecosistema: che cos’è e perché è importante”

I nuovi dispositivi potranno poi diventare nuovi habitat per diverse specie marine. Se da un lato questo rappresenta un aspetto positivo, dall’altro diventa un onere tecnico, pagato in termini di manutenzione e quindi di efficienza degli impianti stessi. Alcuni convertitori sembrano inoltre essere molto rumorosi, soprattutto in condizioni di mare mosso, il che contribuirebbe al fenomeno dell’inquinamento acustico marino.

Infine le pale eoliche potrebbero intralciare il percorso di alcuni volatili o rappresentare un rischio di collisione, così come per le navi. Alla luce di questo, quindi, è necessaria una ricerca seria e approfondita su queste nuove tecnologie. Serve pertanto una particolare attenzione alle regole delineate dal programma UE sulla biodiversità (di cui parliamo qui). Fermo restando che i rischi sopra elencati non sono neanche lontanamente paragonabili ai danni ambientali e sociali che sino ad ora hanno causato le industrie del fossile.

A che punto è l’Italia con fotovoltaico e l’eolico offshore?

L’Italia, con oltre 7 mila km di costa possiede una grande potenzialità per uno sviluppo ecosostenibile dell’eolico e del fotovoltaico offshore. Per quest’ultimo, se considerassimo anche solo il 4% dell’area disponibile (circa 2000 kmq), potremo arrivare a una potenza di circa 13 GW, che è l’attuale potenza dell’eolico offshore installata nella Ue. L’elevata profondità dell’offshore e quindi la mancanza di una tecnologia pronta per tali sfide, spiega, almeno in parte, l’assenza di parchi eolici marini nel Mar Mediterraneo. L’associazione Owemes, però, sostiene che l’Italia abbia tutte le carte in regola per partecipare da protagonista allo sviluppo di tali tecnologie. Già coinvolti in alcuni progetti troviamo 133 partner nazionali, tra cui 29 università e centri di ricerca (Cnr, Ogs, Ingv, Infn, Enea, Szn, Ispra), distretti regionali e grandi industrie (Fincantieri, Saipem, E-Geos, Tecnomare).

fotovoltaico offshore
Fonte: www.saipem.com

Nel PNIEC (Piano nazionale integrato energia e clima) il governo italiano si è impegnato a dotare il paese di 1000 megawatt di capacità eolica offshore entro il 2030, contro i 21mila MW previsti per l’eolico su terra. Al momento, però, in Italia è stato approvato soltanto il progetto del parco eolico near-shore nei mari di Taranto. Grande speranza è quindi infusa nella società italiana Saipem che si sta impegnando nello sviluppo non solo dell’eolico, ma anche del fotovoltaico galleggiante.

Quest’ultimo progetto prevede enormi piattaforme di pannelli solari galleggianti caratterizzati da una buona flessibilità. Questa, insieme alla struttura flottante, conferiscono maggiore adattabilità e resistenza alle condizioni dell’acqua. Consentono inoltre l’installazione anche in zone esposte a venti e a moto ondoso come, appunto, il mare e gli oceani. I moduli flottanti sono poi sopraelevati rispetto al livello del mare, favorendo la ventilazione e il raffreddamento dei pannelli. Infine possono essere combinati per realizzare impianti di varie dimensioni, a seconda delle esigenze. 

Italia: da 10 anni superiamo i livelli limite di inquinamento

italia inquinamento

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

In concomitanza con la fine dell’anno e del decennio arriva, puntuale e severa, la pagella. La Commissione dell’Unione Europea ha rimandato agli anni venturi uno dei suoi studenti meno ligi, l’italia, nelle materie ambientali. Ma abbiamo ancora un buon margine di tempo e, oserei dire, un’ennesima clemente chance prima della bocciatura definitiva. Questa si concretizzerà in una punizione monetaria di cui il Bel Paese non ha affatto bisogno in questo periodo di grande crisi sociale ed economica legata al Covid.

L’Italia e l’inquinamento radioattivo

A fine ottobre la Corte di Giustizia UE ha avviato una procedura di infrazione contro l’Italia in merito alla gestione dei rifiuti radioattivi. Nonostante nel nostro Paese le centrali nucleari siano state definitivamente chiuse nel lontano 1990, l’Italia non ha ancora avviato un programma di gestione degli scarti. Questi sono, di fatto, bombe a orologeria pericolose per l’ambiente e la popolazione, ma la quantità di questi oggetti nel nostro paese è sconcertante.

Secondo l’ ISIN (Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare) in Italia vi sono 30 mila metri cubi di rifiuti nucleari sparsi in 7 regioni. Questi sono solo una parte del quantitativo iniziale in quanto circa il 99% del combustibile esaurito, utilizzato nelle quattro centrali nucleari nazionali dismesse, è stato già inviato in Francia e in Gran Bretagna. Qui verrà riprocessato e solo in un secondo momento tornerà in patria. Sempre l’Isin però avverte che nei prossimi 50 anni i rifiuti nucleari potrebbero raggiungere i 78mila metri cubi. Da biasimare, però, non saranno soltanto i vecchi impianti nucleari in via di smantellamento. 28mila di questi infatti saranno i residui dalla ricerca, della medicina nucleare e dell’industria.

Proprio per arginare la possibilità che si creassero enormi discariche radioattive, nel 2013 è stata emanata una direttiva in merito alla gestione di questi rifiuti. Le Nazioni avevano a disposizione ben due anni per presentare le loro virtuose soluzioni. Il tempo, però, è trascorso e l’Italia, insieme ad Austria e Croazia, ha riconsegnato la verifica in bianco. L’UE ha lasciato a questi Paesi ancora due mesi per rimediare, dopodiché passerà al secondo stadio del richiamo, ovvero quello del “parere motivato”.

Italia oltre i livelli di particolato da più di 10 anni

Il “parere motivato” è invece già arrivato da parte dell’Ue in merito ai livelli di particolato in atmosfera sia pm 2,5 sia pm 10. Per capire più nel dettaglio il significato di queste sigle vi rimandiamo al nostro articolo in merito alle polveri sottili. Quel che è certo è che l’Italia sia uno dei paesi più inquinati d’Europa e, secondo la Commissione, tra il 2008 e il 2017 avrebbe violato il diritto dell’Unione “in maniera sistematica e continuata”. Inoltre “non ha manifestamente adottato, in tempo utile, misure adeguate per garantire il rispetto dei valori limite fissati dalle norme Ue sull’inquinamento dell’aria. 

L’area d’Italia che maggiormente presenta livelli di inquinamento oltre il limite della legalità è la Pianura Padana, con Lombardia e Veneto ai massimi livelli di PM10. Città particolarmente imputate sono MIlano, Brescia e Venezia. Non esenti da una valutazione negativa della qualità dell’aria sono però molte altre regioni tra cui Toscana, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Campania, Marche, Molise, Puglia, Lazio e Sicilia.

Alla luce di dati inconfutabili l’Italia non ha potuto fare altro che far leva “sulla diversità delle fonti d’inquinamento dell’aria, alcune delle quali sarebbero influenzate dalle politiche europee di settore. Oppure ha puntato sulle particolarità topografiche e climatiche di alcune zone interessate come la Pianura Padana, un’area con conformazione “a conca” e quindi poco soggetta al ricambio dell’aria.

Le possibili soluzioni

La procedura di infrazione avviata dalla Commissione Europea è uno dei provvedimenti che mirano alla realizzazione del Green Deal europeo (di cui parliamo qui). Secondo i piani, infatti, l’UE dovrebbe diventare il primo continente a emissioni zero entro il 2050. Un patto che vede favorevole l’attuale ministro dell’ambiente italiano Sergio Costa. Egli infatti non si è lasciato abbattere dagli scarsi risultati ottenuti dall’Italia negli ultimi anni in fatto di inquinamento. Costa ha affermato quanto segue: “Fin dal mio insediamento, nel 2018 ho messo in campo tutti gli strumenti possibili, in accordo con le Regioni, per affrontare il tema della qualità dell’aria”.

“Il decreto legge Clima dello scorso novembre – continua il ministro – ha poi individuato una serie di iniziative, come l’acquisto di scuola bus green per cui abbiamo stanziato 20 milioni in due anni, o la riforestazione urbana, finanziata con 30 milioni. Importante anche il buono mobilità per incentivare una mobilità elettrica e sostenibile nelle grandi città, stanziando a tal fine i proventi delle cosiddette ‘aste verdi’ del Ministero dell’Ambiente”. 

Non sappiamo se questi provvedimenti riusciranno ad allontanare le numerose spade di Damocle che pendono sul nostro paese. L’Italia è infatti il Paese europeo con il numero più alto di procedure aperte (oltre 20) a tema ambiente. Quello che sappiamo, però, è che possiamo contribuire anche nel nostro piccolo alla realizzazione del sogno di un’Europa a emissioni zero e, sopratutto, un’Italia senza più particolato nell’aria. Possiamo, per esempio, attuare questi piccoli accorgimenti:

  • Scegliere, quando possibile, di non utilizzare la macchina per gli spostamenti
  • Sfruttare i servizi di car-sharing o bike-sharing della nostra città
  • Investire in un mezzo di trasporto a emissioni zero (bicicletta, monopattino elettrico, auto elettrica)
  • Utilizzare i mezzi pubblici
  • Usufruire il più possibile dello smart working
  • Evitare (in futuro) i voli aerei
  • Usufruire, se possibile, dei servizi che si trovano nei pressi della nostra abitazione (panificio, cinema, parrucchiere, banca, scuola e lavoro)
  • Ottimizzare il consumo energetico della nostra abitazione
  • Votare politici che abbiano a cuore l’ambiente

L’Italia senza acqua: siccità in Puglia, Basilicata e Sicilia

acqua in italia

L’Italia, il Paese di cui tutto il mondo invidia il cibo, il clima e le risorse è sempre più in balia dei cambiamenti climatici. Stiamo infatti già affrontando i problemi che solo qualche anno fa attanagliavano le nazioni cosiddette tropicali. La mancanza di acqua è uno di questi e ha interessato la Puglia, la Basilicata e la Sicilia durante tutto il mese di ottobre, che statisticamente è uno dei più piovosi dell’anno.

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo di oggi!

Le regioni più colpite dalla scarsità d’acqua

La valutazione della carenza di acqua nelle regioni italiane viene condotta dall’analisi dei bacini idrici, ovvero enormi contenitori di acqua piovana utili a sfruttare il più possibile ciò che il cielo ci invia ogni anno gratuitamente. I dati più recenti rivelati dall’ ANBI (Associazione Nazionale Bonifica e Irrigazione), però, non sono incoraggianti.

Nei bacini idrici della Basilicata si trovano ora 78,4 milioni di metri cubi di acqua. Può sembrare molto se non si considerano i metri cubi presenti in questi stessi bacini nel 2019: ben 110 milioni, ovvero 35 milioni di metri cubi di acqua in più. In Puglia lo scarto (negativo) è di 75 milioni di metri cubi. Alla lista delle regioni che stanno affrontando una crisi idrica si è da pochissimo aggiunta la Campania, i cui fiumi stanno subendo un calo significativo della loro capacità: il bacino di Piano della Rocca sul fiume Alento contiene soltanto 6,5 milioni di metri cubi d’acqua, che consiste nel 26% della sua capacità. L’invaso di Conza della Campania, sull’Ofanto, nonostante sia in lieve crescita, presenta comunque un deficit significativo rispetto a un anno fa di oltre 4,7 milioni di metri cubi.

Ancora più preoccupante è il caso della Sicilia. Il 70% del suo ricchissimo territorio rischia infatti la desertificazione. Il dato è stato diffuso lo scorso giugno dal CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) ed è stato confermato dai dati ANBI. La portata dei bacini idrici siciliani è infatti passata dai 69,9 milioni di metri cubi di acqua del 2019 ai 53,8 milioni di quest’anno.

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Siccità, un nemico ormai invincibile

La prima e più intuibile causa della scarsità d’acqua nei bacini di molte regioni italiane è quella di una inusuale siccità e, quindi, dei cambiamenti climatici. Già a febbraio Coldiretti annunciava che all’Italia mancavano l’80% di piogge, con un inverno più caldo di 1,87 gradi rispetto alla media. In Sicilia sopratutto i picchi di calore e siccità sono in costante aumento e la piovosità dell’isola diminuisce di anno in anno. Secondo l’Osservatorio europeo sulla siccità (European drought observatory) nel 2020 soltanto il mese di marzo avrebbe registrato piogge quantitativamente significative sull’isola. Una quantità ingente di acqua è caduta soltanto a luglio quando Palermo è stata colpita da una bomba d’acqua degna di un paese situato nelle vicinanze dell’equatore (ne parliamo in questo articolo).

La diminuzione delle precipitazioni annuali preoccupa gli scienziati ormai da decenni. Dai primi anni del 900 ai primi del 2000 infatti il tasso di diminuzione delle piogge è stato di quasi 2 millimetri all’anno. Ecco perché è importante fare tesoro delle piogge e raccogliere più acqua possibile nei bacini idrici del Bel Paese. Qui però sopraggiunge un altro problema legato alla poca attenzione che viene riservata alle questioni ambientali oltre che alla prevenzione di eventi meteorologici estremi, siano essi alluvioni o siccità prolungate. Anche perché i bacini dell’Appennino meridionale sono per lo più a gestione pluriennale: impiegheranno molti mesi per riguadagnare quote e volumi confortanti, a patto che piova.

Non solo siccità: ecco perché manca l’acqua in italia

Senza girarci troppo intorno, i bacini idrici italiani non funzionano bene. Come ha spiegato il presidente di ANBI Francesco Vincenzi, in Sicilia la rete di distribuzione irrigua è insufficiente e la capacità degli invasi è fortemente condizionata dagli interramenti, contro i quali è necessaria una vera e propria campagna di escavi. Nel 2019 l’Ispra ha pubblicato dei dati riguardanti i consumi e le perdite di acqua in Italia. Da questi si evince che in Sicilia il 50% dell’acqua potabile “si disperde” a causa di “corrosione, giunzioni difettose, deterioramento o rotture delle tubazioni”. Ciò significa fondamentalmente che la metà dei volumi immessi in rete non raggiunge gli utenti come invece dovrebbe. La situazione è anche migliore rispetto alla Basilicata dove viene disperso il 56,3% dell’acqua raccolta. In Sardegna ne viene persa il 55,6 per cento e nel Lazio il 52,9 per cento.

Il direttore generale di ANBI ha affermato che anche in Sicilia, come nel resto d’Italia mettiamo a disposizione delle autorità competenti l’esperienza e le capacità tecniche presenti nei Consorzi di bonifica ed irrigazione. Ribadiamo, però, la necessità di una loro ristrutturazione secondo principi di efficienza sostenibilità economica. Da troppi anni, infatti, una mal interpretata funzione della politica ne condiziona l’operatività a servizio del territorio, possibile nell’isola come già avviene nel resto d’Italia“.

Mozia, Sicilia

La carenza di acqua causa perdite economiche

Alcuni aiuti, quindi, ci sono. Lo dimostra anche la Sardegna, per la quale sono stati stanziati 20 milioni di euro per l’efficientamento del canale adduttore dell’invaso di Liscia, mirati a ridurre le perdite in un territorio soggetto a gravi carenze idriche. Una tale preoccupazione da parte delle autorità competenti nasce sopratutto quando iniziano ad esserci anche deficit economici relativi al settore agricolo delle regioni. “La siccità è diventata l’evento avverso più rilevante per l’agricoltura. I fenomeni estremi hanno provocato danni alla produzione agricola, alle strutture e alle infrastrutture con una perdita di 14 miliardi di euro in 10 anni”. Ha dichiarato Coldiretti.

A conferma di ciò si può consultare il rapporto Istat “Utilizzo e qualità della risorsa idrica in Italia“. La premessa dello studio è il fatto che nel nostro paese il settore agricolo si contraddistingue come il più grande utilizzatore di acqua. I bacini idrici infatti servono anche all’irrigazione del terreno, indispensabile per la prosperità delle zone con più spinta specializzazione produttiva. Un esempio è la piana del Sele, dove si coltivano grandissime quantità di ortaggi e frutta. Qui l’irrigazione deve essere assicurata tutto l’anno.

Carenza d’acqua in Italia e allevamenti intensivi: uno stretto legame

Inutile però nascondersi dietro a un dito. All’interno del settore agricolo i maggiori responsabili del consumo idrico nazionale sono gli allevamenti intensivi. Sempre secondo l’Istat ai primi posti per superficie irrigata per tipologia di coltivazione c’è il mais a granella, erbai e altre foraggere, fruttiferi e agrumi. Ma cosa facciamo di tutta questa produzione? “Solo una piccola parte è destinata all’alimentazione umana, mentre la gran parte va ai mangimi degli allevamenti intensivi”. Sostiene Sorlini, professoressa Emerita di Microbiologia Agraria dell’Università di Milano e Presidentessa della Casa dell’Agricoltura. Oltre al fatto che, come sappiamo, gli animali richiedono anche moltissima acqua da bere “direttamente”.

Un’altra schiacciante prova riguarda il consumo di risorse idriche regionale in rapporto alla presenza di allevamenti intensivi. La Lombardia, guarda caso, detiene entrambi i primati. Questo rivela un legame palese tra l’eccessivo sfruttamento del bestiame e un consumo di acqua altrettanto irresponsabile.

Cosa puoi fare tu per alleviare la carenza d’acqua in Italia

Come si legge in un articolo di Internazionale al quale facevamo riferimento in un altro nostro articolo, nella società si sta spargendo il mito del consumatore verde. Un consumatore che, per quanto attento ai suoi piccoli gesti quotidiani, fa poca differenza senza le azioni a favore dell’ambiente di politici, imprenditori ed economisti. Per esempio chiudere il rubinetto mentre ci si lava i denti è una buona pratica che però fa poca differenza a fronte dei consumi di un allevamento di 10.000 galline (e, quindi, intensivo). Avendo quindi ben presente questo, noi de L’Ecopost non scoraggeremo mai i nostri lettori nell’avere qualche accortezza relativa al consumo diretto e indiretto di acqua. Ecco alcuni consigli:

  • Adotta una dieta povera o priva di carne, specialmente quella derivata dagli allevamenti intensivi. In questo modo invieremo insieme un forte messaggio a chi detiene il potere di questo settore.
  • Vota politici che hanno a cuore l’ambiente.
  • Riduci la durata delle docce.
  • Se lavi i piatti a mano riempi una bacinella dove insaponare le stoviglie. Sciacquale poi con l’acqua corrente solo un un secondo momento.
  • Spegni il rubinetto quando non necessario (per esempio mentre spazzoli i denti).
  • Riempi il più possibile la lavatrice e la lavastoviglie per ridurne gli utilizzi.
  • Quando hai a disposizione dell’acqua di scarto o piovana utilizzala per lo scarico del WC.

Firmato decreto per l’efficientamento di scuole e ospedali

efficientamento

Il ministro dell’ambiente Sergio Costa ha firmato il decreto per regolare la destinazione dei soldi per l’efficientamento degli edifici. Se infatti il Decreto Rilancio prevede è pensato per i privati, questa volta si agirà sui luoghi pubblici, dalle scuole ai centri sportivi agli ospedali.

Leggi anche il nostro articolo: “Decreto rilancio: le misure per l’ambiente

Cosa prevede il decreto per l’efficientamento

La firma di un nuovo decreto ministeriale si è resa necessaria per smistare in modo equo e regolamentato i 200 milioni di euro del fondo Kyoto per le scuole. Lo Stato Italiano infatti non ha ancora usufruito della totalità della cifra disponibile. Il decreto ha quindi lo scopo di disciplinare le domande e regolare la concessione dei finanziamenti per la riqualificazione energetica degli edifici di proprietà pubblica.

Di questi soldi, in sostanza, potranno beneficiare le scuole, gli asili nido, le università, gli edifici dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica. Potranno però anche fare domanda gli ospedali, i policlinici, i servizi socio-sanitari e gli impianti sportivi. L’efficientamento riguarderà gli impianti energetici e quelli idrici, così come le modifiche strutturali agli edifici, che serviranno, per esempio, a ridurre al minimo la dispersione di calore.

L’altra faccia della medaglia

La maggior parte delle emissioni deriva dai consumi energetici, e in particolare dal riscaldamento degli edifici. Pertanto, il fatto che il Ministro dell’Ambiente intervenga su questo settore è sicuramente un traguardo importante. Ci si potrebbe chiedere, però, se la comunicazione sia abbastanza efficace nell’invogliare le piccole e grandi realtà locali a prendere provvedimenti in merito. Il fondo Kyoto infatti, il cui bando è stato aperto nel 2015 e rinnovato poi nel 2018, prevedeva uno stanziamento di circa 247 milioni di euro.

Dopo cinque anni, i soldi a disposizione sono ancora quasi immacolati. La speranza è che quest’anno, anche grazie agli incentivi del Decreto Rilancio, la comunicazione in merito all’importanza dell’efficientamento energetico sia più intensa e capillare. D’altra parte, come ha affermato lo stesso Ministro Costa, efficientare significa fare un regalo all’ambiente, all’economia e all’occupazione. Con interventi come questi si incrementa la green economy, già sostenuta dall’ecobonus, e si dà un contributo anche alla grande battaglia contro i cambiamenti climatici che l’emergenza Covid non può far passare in secondo piano”.