Alaska: ennesimo colpo di coda dell’amministrazione Trump

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Ascolta il podcast di introduzione all’articolo! 

A poche settimane dalla cancellazione dello status di area protetta alla foresta nazionale Tongass, in Alaska rischia di consumarsi l’ennesima ingiustizia ambientale; l’uscente amministrazione accelera sulla firma che darebbe il via alle trivellazioni di olio e gas all’interno dell’area protetta Arctic National Wildlife Refuge, il più grande dei 16 National Wildlife Refuge dell’Alaska. Trump non si smentisce.

Alaska all’asta

L’Alaska, un territorio che sembra non poter trovare pace; l’ennesimo smacco della Casa Bianca a questo Paese riguarda ancora una volta la corsa ai giacimenti petroliferi. Il 24 novembre verranno pubblicate le richieste di candidature (call for nominations) per le compagnie energetiche interessate a comprare i diritti per trivellare in un’area di circa 600mila ettari. Le aziende dovranno indicare le zone esatte di interesse, mirate all’esplorazione del sottosuolo per trovare i giacimenti.

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Dopo l’ok del Dipartimento degli Interni alle trivellazioni in Alaska, ora per Trump è una corsa contro il tempo per l’assegnazione dei contratti. Difatti, dopo un mese dalla pubblicazione della ‘call for nominations’, l’amministrazione emetterà un avviso per la vendita delle concessioni dei terreni, che dovrà a sua volta concludersi entro il termine ultimo di 30 giorni.

L’amministrazione Trump sembra non voler dare pace ai ricchi territori dell’Alaska.

Le conseguenze di un’eventuale concessione dei territori vedrebbero coinvolto anche il neo eletto alla Presidenza, Joe Biden. Infatti, la sua politica ambientale poco si confà ad una simile strategia economica. Non ci sarebbe da stupirsi se questo fosse, da parte di Trump, un tentativo di far iniziare il mandato dell’avversario con una spina nel fianco, ponendolo in difficoltà con una gran fetta del suo elettorato.

L’interesse delle compagnie

“La politica di indipendenza energetica” dell’attuale amministrazione ha fortemente sostenuto le compagnie petrolifere nella conclusione di contratti, i quali permettono la ricerca e lo sfruttamento del petrolio nella National Petroleum Reserve in Alaska, ad ovest dell’ANWR. A dispetto di ciò, ad oggi solo poche industrie hanno manifestato un reale interesse.

I motivi alla base di ciò, sono di varia natura; dalle rigide condizioni che imperversano in quei territori, alla scarsa quantità di dati geologici del sottosuolo a disposizione. Dalla mancanza di infrastrutture ai prezzi incerti. Non di minore importanza, i rischi ambientali scoraggiano eventuali finanziamenti da parte delle banche, le quali hanno già annunciato che non sosterranno economicamente progetti in quell’area.

Inoltre, la presunta presenza di grandi quantità di petrolio, tali da giustificare l’inizio delle trivellazioni, si baserebbe su dati raccolti negli anni ’80.  Un’indagine del New York Times ha rivelato che, sul sito scelto, è stata effettuata una sola trivellazione esplorativa (pozzo esplorativo), oltretutto con risultati deludenti.

Dunque non è ancora chiaro quanto sia autentico l’interesse delle aziende petrolifere. Difatti, dalla concessione dei terreni all’effettivo inizio dei lavori passerebbe un decennio e per allora la domanda mondiale di combustibile fossile potrebbe essere sensibilmente diminuita.

Un tema che divide

Da sempre i vasti e ricchi territori dell’Alaska hanno contribuito a rendere ancor più netta la separazione, già esistente, nel mondo della politica. Da un lato i Repubblicani, i quali hanno ripetutamente cercato di avviare le trivellazioni nella zona costiera che sarebbe ricca di idrocarburi, puntando quindi sulla “politica di indipendenza energetica” e dividendo anche le comunità native.

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Per gli Inupiat, comunità costiera, l’industria del petrolio rappresenta nuovi posti di lavoro; per i Gwich’in, i quali vivono a sud, lo sviluppo rappresenta invece un rischio. Sul fronte opposto, i Democratici, preoccupati invece per i rischi di disastri ambientali e per la tutela di specie animali che popolano la zona.

L’Arctic National Wildlife Refuge (ANWR)

L’Arctic National Wildlife Refuge ( ANWR o Arctic Refuge ) è un rifugio nazionale per la fauna selvatica nel nord est dell’Alaska, Stati Uniti. Il National Wildlife Refuge System è una designazione per alcune aree protette degli Stati Uniti gestite dallo United States Fish and Wildlife Service

Si estende per 78.050,59 km2 nella regione dell’Alaska North Slope. È il più grande rifugio nazionale per la fauna selvatica del Paese. L’ANWR comprende una grande varietà di specie di piante e animali, come orsi polari, grizzly, orsi neri. Ma anche alci, caribù, lupi, aquile, linci, ghiottoni, martore, castori e uccelli migratori.

E’ stato fondato dal presidente Theodore Roosevelt nel 1903, con il fine ultimo di proteggere vaste aree di fauna selvatica e zone umide negli Stati Uniti; questo sistema ha creato il Migratory Bird Treaty Act del 1918.

Gran parte del dibattito sull’opportunità di perforare nell’area 1002 dell’ANWR si basa sull’effettiva quantità di petrolio recuperabile e sul potenziale danno che l’esplorazione petrolifera potrebbe avere sulla fauna autoctona.

La perdita del permafrost in Alaska, ed altre parti del Pianeta, comporta rischi per gli esseri umani e la fauna selvatica. 
Crediti: US Geological Survey

Le persone che si oppongono alla perforazione nell’ANWR credono che sarebbe una minaccia per la vita delle tribù indigene, le quali fanno affidamento sui prodotti animali e vegetali locali. Inoltre, la pratica della perforazione potrebbe rappresentare una potenziale minaccia per la regione nel suo complesso. Difatti, quando le aziende esplorano e perforano, eliminano la vegetazione e distruggono il permafrost.

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Alaska, la foresta del Tongass in pericolo

A poche ore dalla definitiva uscita di scena degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi, una nuova preoccupazione ambientale si fa strada. Trump dà il sì al disboscamento della foresta Tongass in Alaska; ma c’è ancora una speranza ed è riposta nelle votazioni che a breve definiranno il nuovo Presidente USA.

L’importanza della foresta

La Foresta Nazionale Tongass, che si estende nel sud-est dell’Alaska, con i suoi 68 mila km 2 è la più grande foresta degli Stati Uniti. La maggior parte della sua area è composta dalla foresta pluviale temperata ed è abbastanza remota da ospitare molte specie di flora e fauna rare e in via di estinzione. 

La foresta è un immenso serbatoio di carbonio, che assorbe dall’atmosfera più emissioni di CO2 di quante ne rilasci, svolgendo un ruolo fondamentale nel mitigare il riscaldamento globale. Gli scienziati stimano che Tongass detenga tra il 10 e il 12% del carbonio immagazzinato negli Stati Uniti.

“L’Amazzonia del Nord America” è per lo più un regno selvaggio e senza strade. Muschi, licheni, salmoni, cervi, aquile calve e orsi vivono alle pendici di montagne nastrate di ghiacciai blu e ricoperte da verdi boschi. 

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Ma mentre l’Amazzonia è definita una foresta pluviale tropicale, Tongass, che si trova alle medie latitudini, è una foresta pluviale temperata; ovvero uno dei biomi più rari sulla Terra (si trova solo nell’Alaska costiera e nella Columbia Britannica, nel Pacifico nord-occidentale, nella costa meridionale del Cile e dell’Isola del Sud della Nuova Zelanda).

Cos’ha fatto l’amministrazione Trump?

Il Presidente Trump ha rimosso le protezioni alla foresta del Tongass per permettere la costruzione di strade e l’utilizzo del legname del conseguente disboscamento. Un avviso, pubblicato mercoledì dal servizio forestale, ha affermato che tutti i territori del Tongass saranno aperti al suo sfruttamento. L’amministrazione Trump sta rimuovendo le garanzie in vigore da quasi 20 anni. 

A pochi giorni dalle presidenziali, l’amministrazione Trump ha annunciato che il Tongass sarà esentato dalla Roadless Rule del 2001, che proibisce la raccolta del legname e la costruzione / ricostruzione di strade, con limitate eccezioni all’interno di aree designate. 

A partire da giovedì 29 ottobre sarà possibile per le industrie del legname farsi strada nella foresta del Tongass, in Alaska.

In una dichiarazione al The Independent, il Dipartimento dell’Agricoltura (USDA), che sovrintende al servizio forestale, ha affermato che la sua decisione di esentare Tongass dalla Roadless Rule è stata presa con “il sostegno significativo dello Stato dell’Alaska e della delegazione del Congresso dell’Alaska, e con una solida considerazione di molteplici alternative e punti di vista delle parti interessate ”. 

“Il Dipartimento ritiene che una maggiore flessibilità per la raccolta del legname e la costruzione di strade nel Tongass possa permettere di affrontare le preoccupazioni economiche e di sviluppo locali, bilanciando le esigenze di conservazione della foresta”

Ha aggiunto una portavoce.

Secondo l’USDA qualsiasi progetto deve essere conforme al Tongass Land Management Plan 2016 ed essere sottoposto a revisione ambientale, ai sensi del National Environmental Policy Act (NEPA). 

 A luglio, l’amministrazione Trump annunciò una revisione proprio della NEPA, indebolendone la capacità di valutare i danni che potenziali progetti potrebbero causare all’ambiente. Tutto ciò sta mettendo a repentaglio la cultura e la sussistenza delle comunità indigene, il ruolo della foresta nella lotta alla crisi climatica e la fauna selvatica già in pericolo.

Biden, l’unica speranza contro la devastazione di Trump?

Joe Biden ha annunciato la sua intenzione, come futuro Presidente, di avviare il Paese verso una vera e propria rivoluzione energetica.

“L’industria petrolifera inquina in modo significativo e deve essere sostituita nel tempo da fonti di energia rinnovabile”.

Ma vincere le elezioni potrebbe non essere sufficiente per realizzare l’agenda sul clima. Un Presidente americano non può infatti implementare un piano di investimenti simili senza prima avere una solida maggioranza sia al Senato che alla Camera. Anche in questo caso, la parola finale spetterà agli elettori.

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La distruzione totale delle foreste che più sostengono la vita del nostro pianeta in pericolo deve finire. Come? Un buon primo passo: votare per i politici che prendono decisioni basate su una solida scienza.

Trump e gli incendi: “Non credo che la scienza sappia”

trump incendi
https://anchor.fm/lecopost/episodes/La-reazione-di-Trump-agli-incendi-in-California-ek3hk8

In occasione degli incendi scoppiati in California, che hanno devastato migliaia di acri di terra e ucciso almeno 36 persone, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha negato, ancora volta, l’esistenza dei cambiamenti climatici. Ha incolpato, piuttosto, la mala gestione delle foreste da parte dei democratici.

Le agghiaccianti (e tardive) parole di Trump sugli incendi

In realtà, gli interventi di Donald Trump in merito alla California infuocata sono stati molto pochi e molto tardivi. Il primo commento, infatti, è arrivato soltanto venerdì scorso, dopo settimane di agonia da parte del territorio e degli abitanti della West Coast. Trump ha semplicemente twittato il suo apprezzamento nei confronti dei pompieri per la gestione dell’emergenza.

Le sue parole più tristi, però, sono state pronunciate quando il presidente americano si è confrontato con il Governatore Democratico della California Gavin Newsom e altri funzionari statali e federali. Il segretario dell’Agenzia per le Risorse Naturali Wade Crowfoot ha esortato il presidente a riconoscere il ruolo del clima che cambia per le nostre foreste. Di tutta risposta, Trump ha affermato: “inizierà a rinfrescarsi, aspetta e vedrai“. Al successivo auspicio, da parte di Crawfoot, che il presidente e la scienza siano prima o poi d’accordo, Donald Trump ha risposto: “In realtà non credo che la scienza sappia“.

Il colpevole degli incendi secondo Trump

Verrebbe quindi da chiedersi a chi o cosa Trump attribuirebbe la colpa dei devastanti incendi che stanno colpendo la California. Ebbene il primo cittadino americano si è esposto anche su questo, portando il tutto su una questione di rivalità politica. Ha infatti biasimato i governatori democratici per non aver saputo curare a dovere le proprie foreste e quindi prevenire gli incendi: “Quando per anni le foglie secche si accumulano sul terreno, questo semplicemente aizza il fuoco, – ha detto Trump – sono davvero un carburante. Quindi devono fare loro qualcosa al riguardo.”

Trump non ha però fornito prove a sostegno della sua affermazione. Inoltre, gli esperti e i corpi forestali affermano che rastrellare le foglie non è un’operazione sensata e fattibile, considerando la vastità delle foreste statunitensi. In più, molti degli incendi hanno colpito arbusti costieri e praterie, non foreste.

L’unica “prova” della sua tesi Trump l’ha esposta affermando che altri paesi non hanno affrontato lo stesso livello di incendi. Un dato, anche questo, facilmente smontabile, visti i recenti disastri in Australia e nella foresta pluviale amazzonica, che gli esperti attribuiscono proprio ai cambiamenti climatici.

California, settembre 2020 (Foto di Marta Navales)

Il ruolo dei cambiamenti climatici

Qual è, allora, il ruolo dei cambiamenti climatici negli incendi californiani e perché Trump lo nega? In realtà, a Mr.Trump basterebbe consultare i dati degli anni passati in merito agli incendi, o semplicemente leggere le vecchie news. Si accorgerebbe che, prima di tutto, non è soltanto un problema di arbusti gestiti male dai democratici. In secondo luogo si accorgerebbe che che non si tratta soltanto di dati scientifici, ma anche storici e, quindi, sicuramente fattuali.

I cinque maggiori e più devastanti incendi della storia californiana hanno infatti avuto luogo negli ultimi tre anni, tra i quali anche il più mortale, nel 2018, che ha ucciso ben 85 persone. Coincidenza vuole che nove dei dieci anni più caldi mai registrati al mondo si sono verificati a partire dal 2005. Di questi, cinque sono occorsi dal 2016, ovvero proprio negli ultimi 5 anni. Le temperature dell’Oregon e della California sono aumentate di oltre 1°C dal 1900.

La prolungata siccità che sta colpendo la California negli ultimi dieci anni, con un calo delle piogge autunnali del 30%, ha causato la morte di milioni di alberi, trasformandoli in un potente combustibile per gli incendi. Anche le regioni montuose, che normalmente sono più fresche e umide, si sono prosciugate più rapidamente del solito durante l’estate, aumentando il potenziale carburante per il fuoco.

Cosa sta accadendo

Mentre noi elenchiamo dati storici e scientifici che Trump negherà impunemente, gli incendi proseguono. In Oregon hanno bruciato in una settimana quasi il doppio di quello che di solito viene distrutto mediamente in un anno. I forti venti e la bassa umidità ostacolano gli sforzi per tenere sotto controllo gli incendi. Come riporta la BBC, in California sono morte 25 persone dal 15 agosto, migliaia di case sono state distrutte e altrettante persone sono ora sfollate. Gli edifici e le strade in Oregon, dove sono già morte 10 persone, e nello stato di Washington, dove è stata registrata una vittima, sono ricoperti di cenere. L’aria è irrespirabile.

A fronte di questo, Trump non ha mosso un dito. Le sue azioni (o non azioni) politiche, però, non finiscono nel nulla. L’uscita dagli accordi di Parigi degli Stati Uniti, i finanziamenti alle industrie fossili, così come a quelle delle armi, a discapito delle energie rinnovabili, l’approvazione delle trivellazioni nei parchi naturali, sono tutti provvedimenti che hanno un tornaconto politico ed economico per il presidente e i suoi sostenitori. Come dimostrano gli incendi, però, le conseguenze per il Pianeta e per l’umanità non sono così vantaggiose. La natura non si può comprare.

Trivellazioni in Alaska e incendi in California: l’incubo americano

trivellazioni in alaska
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Il 2020 non è decisamente l’anno migliore in cui esistere, né per il genere umano, né per il pianeta. Le emergenze si susseguono e si sommano a processi più duraturi e profondi di cambiamento. Per questo, mai come ora, è necessario mettere in pratica nuovi approcci, specialmente in campo climatico. Negli Stati Uniti il Presidente Trump sembra essere di tutt’altro avviso. La decisione di dare il via libera alle trivellazioni in Alaska onshore nella riserva Arctic National Wildlife Refuge e la situazione drammatica degli incendi in California creano una combinazione pericolosa. Il sogno americano si è trasformato in un incubo.

Le trivellazioni in Alaska: si cerca ancora l’oro nero

L’idea di una transizione verso energie verdi non è una priorità dell’amministrazione repubblicana. Il Green New Deal, un’idea malsana. Perché, allora, non riportare in auge un progetto controverso degli anni ’70? La possibilità di trivellare la riserva in Alaska è una mossa strategica a pochi mesi dalle elezioni, perché porterebbe, a livello economico, denaro e posti di lavoro.

Ma quale prezzo si è disposti a pagare? A livello ambientale, l’impatto è disastroso.

Sono trascorsi solamente due mesi dalla registrazione di temperature record nell’Artico: 38°C, venti in più della media stagionale. La zona è già colpita dalle conseguenze del cambiamento climatico. Un’ulteriore perforazione del terreno provocherebbe l’acuirsi del riscaldamento. L’accelerazione dello scioglimento del ghiaccio metterebbe a rischio le specie animali, molte delle quali già in pericolo d’estinzione.

Trivellazioni in Alaska: la voce del Pentagono

Dal Pentagono assicurano la sostenibilità dell’operazione. Il piano è stato firmato da David L. Bernhardt, responsabile degli Affari Interni. Il deputato Don Young ha affermato che è stato un grande giorno «non solo per gli abitanti dell’Alaska, ma per l’indipendenza energetica americana.» Rivendicando il ruolo decisivo di questa amministrazione, ha poi aggiunto che migliaia di cittadini dello Stato settentrionale sono impegnati nell’industria petrolifera, «e il loro sostentamento dipende dai lavori ben retribuiti creati dalle riserve nazionali.» In un periodo di crisi economica, una possibilità in più che il tycoon venga votato a novembre.

Nel dicembre 2018, è arrivato il via libera per le trivellazioni in Alaska. L’Ufficio che si occupa del management territoriale ha accettato il piano che riguarda la costa. Secondo le informazioni a loro pervenute, non ci sarebbe alcun tipo di pericolo. Le aree saranno messe in vendita in due volte: 400mila acri (161mila ettari) entro dicembre 2021, altrettanti entro la fine del 2024.

Le trivellazioni onshore in Alaska hanno coseguenze devastanti per la flora e la fauna. Questa apertura viene messa in atto in un momento delicato per gli Usa, che stanno affrontando

Trivellazioni in Alaska simbolo l’incubo americano

Così, per avere un riscontro sul breve periodo, si mette a rischio l’intero ecosistema, finora protetto. Il piano è devastante per la fauna del luogo. L’impatto ambientale è incisivo: l’inquinamento acustico, la distruzione degli habitat, le fuoriuscite di petrolio concorrono ad alimentare il caos climatico. A sottolineare la negatività della scelta è Kristen Monsell, del Centro per la Diversità Biologica, in un’intervista alla BBC.

Lo stress provocato dalla presenza umana ha conseguenze sul comportamento degli animali, che si vedono costretti a cambiare zona e abitudini. La riserva è un luogo idilliaco per molte specie di uccelli e di mammiferi, tra cui l’orso polare. L’ingestione di petrolio o il contatto con esso portano a irritazioni cutanee, avvelenamento e, talvolta, alla morte di questi esemplari, sempre più a rischio.

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«Qualsiasi compagnia petrolifera che intenda trivellare l’Arctic Refuge dovrà affrontare enormi rischi reputazionali, legali e finanziari», ha avvertito Adam Kolton, direttore dell’Alaska Wilderness League. In realtà, le possibilità che la decisione venga sospesa o ritardata sono remote, anche se dovesse vincere Joe Biden. L’area di 7,7 milioni di ettari, dichiarata area protetta federale nel 1980 e preservata dal Presidente Obama nel 2016, può diventare il luogo dell’ennesima catastrofe ambientale.

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Dal ghiaccio al fuoco: gli incendi divampano in California

Se si salpasse dall’Alaska e si proseguisse verso sud, il paesaggio cambierebbe radicalmente. Ci si lascerebbe alle spalle il ghiaccio, e si intravedrebbero le coste del Canada e poi, nuovamente, degli Stati Uniti: Washington e Oregon. La West Coast, fino in California. Qui, l’inferno. Ormai, siamo assuefatti dalle immagini delle fiamme che divampano e distruggono. Sembrano eventi da elencare in un notiziario. Invece, è necessario mantenere vivo lo sdegno per situazioni pericolose per la flora, la fauna e il genere umano.

La politica dovrebbe essere cosciente e agire in modo mirato. Ma non è così. Joseph Goffman, direttore esecutivo del programma di Giurisprudenza ambientale a Harvard, ha affibbiato al presidente Trump l’appellativo di nichilista climatico. Alla prova dei fatti, ha smantellato il piano di Obama, scegliendo di recedere dall’Accordo di Parigi sul clima e puntando sui combustibili fossili. Le conseguenze sono evidenti.

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«L’inferno è qui»: cosa succede in California

Sul sito di CalFire, l’autorità antincendio dello Stato della California, si può monitorare la situazione in tempo reale. I dati riportati rivelano una condizione poco rassicurante. Nel solo 2020, sono stati bruciati oltre 670mila ettari di terreno, con più di 7000 incidenti. Sette persone hanno perso la vita e più di 3000 strutture sono state danneggiate o distrutte.

La stagione degli incendi è conseguenza naturale della conformazione paesaggistica dello Stato americano. Nonostante ciò, bisogna sottolineare come, quest’anno, sia iniziata prima e si stia prolungando più del previsto. I fattori da tenere in considerazione sono molteplici: una primavera mite e un ridotto strato nevoso hanno velocizzato il processo di scioglimento del ghiaccio, comportando l’avvento anticipato della stagione secca. La scarsità d’acqua ha stressato la fragile vegetazione, che è diventata suscettibile al fuoco.

Colpa del cambiamento climatico?

Quindi, tutto nella norma? Decisamente, no! Questa situazione «è difficile persino da immaginare» ribatte Daniel Swain, scienziato climatico dell’Università della California, intervistato dal The Guardian. Anche se gli incendi di entità più vasta sono sotto controllo, altri piccoli focolai si espandono e cambiano comportamento repentinamente.

Le cause degli incendi sono complesse. Non c’è dubbio che il cambiamento climatico ne aumenti il rischio. In una ricerca condotta da Swain e altri esperti, le conclusioni sono chiare: l’impronta antropica ha facilitato l’aumento di eventi sempre più intensi. L’88% dei roghi autunnali e il 92% delle aree bruciate in California sono di origine dolosa. Un territorio in cui la le zone aride stanno invadendo anche quelle verdi, non si può credere sia tutto normale.

«Venga qui chi non crede alla crisi climatica» ha annunciato Gavin Newsom, governatore democratico della California, dichiarando lo stato di emergenza.

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Gli incendi in California stanno tenendo occupati più di 10000 vigili del fuoco.

Non ci resta che…agire!

Temperature record, incendi ingestibili, scelte scellerate per mettere a repentaglio quel poco che siano riusciti a proteggere finora. Non possiamo rimanere indifferenti: essere informati su ciò che accade in Alaska e California è fondamentale. Le trivellazioni onshore mettono a rischio la vita di specie già in pericolo, per scopi economici e tornaconti elettorali. Così, battaglie decennali vengono spazzate via ed esperti e ambientalisti sono tacciati di perseguire chissà quali ambizioni personali.

L’obiettivo è, e rimane, uno: salvare quello che abbiamo e ripristinare ciò che è andato perduto, dall’altra parte dell’oceano…e anche da questa.

New York, bocciata la barriera protettiva per l’innalzamento del mare

new york

L’ennesimo scandaloso Tweet di Trump lo aveva preannunciato. La barriera che doveva proteggere New York dall’innalzamento del livello del mare e dai sempre più frequenti disastri naturali non si farà.

Il lupo non ha perso il vizio

Il 19 gennaio, dopo che il New York Times ha pubblicato un articolo in cui illustrava i progetti per la protezione dell’area newyorkese, Trump ha twittato ciò che segue.

Un gigantesco muro marino da 200 miliardi di dollari costruito intorno a New York per proteggerla da rare tempeste è un’idea costosa, stupida e dannosa per l’ambiente, la quale, quando servirà, probabilmente non funzionerà comunque. Sarebbe anche terribile a vedersi. Mi dispiace, ma dovrete preparare secchi e stracci!

L’infelice battuta finale, non adatta a un presidente né tanto meno all’argomento, ovvero disastri naturali che mettono a repentaglio la vita di migliaia di persone, non è nemmeno commentabile. Ma, oltre alla mancanza di tatto, in questo Tweet si cela anche tutta l’impulsività, l’intento manipolatorio, la disinformazione che ha caratterizzato la politica di Donald Trump dalla sua elezione ad oggi.

Innanzi tutto per la costruzione della barriera non sono stati stimati 200 miliardi di dollari, bensì 119, che successivamente sono scesi a 62 miliardi. Certo, sono cifre importanti che devono essere ben valutate prima di essere spese. Ma era proprio quello che l’Army Corps of Engineers stava facendo mentre vagliava non solo una, bensì cinque opzioni per mitigare gli effetti dell’innalzamento del mare e dei disastri naturali sull’area di New York.

Una Grande Muraglia a New York

Il progetto che più plausibilmente sarebbe stato approvato prevedeva la costruzione di un muro lungo quasi 10 chilometri lontano dalle coste di Manhattan. Molti sostengono che quella fosse la soluzione migliore per proteggere il maggior numero delle persone, di proprietà e di attrazioni, compresa la Statua della Libertà, senza privare la città dal suo lungomare.

Catherine McVay Hughes, che è stata presidente del consiglio comunale di Lower Manhattan durante l’uragano Sandy, ha rivelato al New York Times che, se il muro fosse costruito a ridosso della costa, dovrebbe essere sufficientemente alto da scongiurare le più grandi alluvioni e sarebbe, quindi, sgradevole alla vista.

Problemi ambientali

Vi è però chi critica questo progetto, compresi alcuni ambientalisti, poiché il muro difenderebbe la città soltanto dalle mareggiate dovute alle tempeste. Non sono state invece considerate le inondazioni dovute al deflusso delle tempeste stesse, oltre che il semplice innalzamento del livello del mare.

Vi è anche un altro punto critico, portato sul tavolo da Kimberly Ong, esponente del Consiglio di difesa delle risorse naturali. I rifiuti di New York potrebbero infatti essere spinti dall’acqua piovana all’interno della baia formata dalla barriera. “Saremmo sostanzialmente immersi in una vasca da bagno piena dei nostri escrementi”, ha affermato Ong.

Molti ambientalisti hanno inoltre affermato che qualsiasi barriera cambierebbe il flusso naturale dei sedimenti, influenzando le migrazioni e la catena alimentare marina.

Ipocrisia portami via

L’ipocrita Donald Trump non si è fatto sfuggire l’occasione di salire sul treno ambientalista, guarda caso soltanto quando questo lo aiuterebbe a raggiungere i suoi sporchi interessi. Nel suo Tweet infatti Trump fa riferimento ai problemi ambientali che la barriera comporterebbe, quando invece di questi non si è mai interessato nel corso di tutta la sua carriera.

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Semplicemente Trump e la sua amministrazione non vogliono utilizzare quei fondi per la ricerca e la realizzazione della barriera. I progetti ai quali potrebbero essere destinati, al momento, non ci è dato saperli. Certo è che le recenti approvazioni alla costruzione di nuovi oleodotti, agli scavi nei parchi naturali e alle centrali a carbone, potrebbero darci un’idea.

Con lo scoppio della pandemia, poi, Trump troverà sicuramente il modo di far passare non in secondo, ma in ultimo piano il progetto di mitigazione del cambiamento climatico che la barriera rappresenta.

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Il presidente può tutto

Il presidente degli USA però può permettersi di farlo perché, proprio come i virus che si diffondono maggiormente tra la popolazione meno abbiente e che non può permettersi le cure, anche i disastri ambientali seguono la stessa linea. E Donald Trump, a causa del suo multimiliardario ego, non si è mai dimostrato attento ai diritti delle minoranze.

I danni degli uragani passati sono stati maggiormente sentiti da coloro che vivevano in zone meno centrali e con meno infrastrutture. Oppure da coloro che non avevano la possibilità di spostarsi, o per motivi economici o per mancanza di un altro luogo dove andare (per esempio una seconda casa in villeggiatura).

Ovviamente, poi, queste persone sono anche le più colpite sul lungo termine, poiché non in possesso delle risorse per ricostruirsi una vita in tempi brevi.

“Rare tempeste” o disastri naturali?

I disastri naturali non sono solo, come li ha definiti il presidente americano, “rare tempeste”. Possono confermarlo i familiari dei 1800 morti che l’uragano Katrina ha causato nel 2005, così come quelli dei più di 150 morti provocati dall’uragano Sandy nel 2012. Quest’ultimo, fra l’altro, ha allagato anche tutta la regione di New York causando un’ innumerevole quantità di sfollati. Nel solo anno 2017 vi sono stati ben due uragani, Irma e Harvey, che insieme hanno ucciso quasi 150 persone.

Come dimostra questo grafico di Our World in Data i disastri naturali sono molto aumentati negli ultimi decenni.

È ormai certo che l’aumento di questi fenomeni è strettamente legato al cambiamento climatico. Se quindi le temperature non saranno contenute, i disastri non faranno che incrementare, sia nel numero che nell’intensità.

Da non sottovalutare è anche l’innalzamento del livello del mare, che rende i disastri ambientali come uragani e inondazioni molto più difficile da gestire. Il Global Risk Report 2019 del World Economic Forum riporta che circa il 90% di tutte le aree costiere sarà interessato dall’innalzamento del livello del mare.

Le morti legate a questi fenomeni, invece, stanno diminuendo. Questo però avviene proprio perché la quantità di disastri ambientali ha costretto interi popoli a reagire e mettere in atto opere di resilienza.

Le barriere nel mondo

In tutto il mondo vengono di continuo progettate opere di protezione dai mari sempre più minacciosi. La Russia, per esempio, nel 2010 ha completato una barriera di 24 chilometri che ha protetto San Pietroburgo da una catastrofica tempesta avvenuta l’anno successivo.

I Paesi Bassi, Nazione leader delle barriere marine, hanno reso Rotterdam una delle città più sicure al mondo grazie alla Maeslant Barrier, che è lunga come la Torre Eiffel ed è per il 90% sotto il livello del mare.

Nel 2014, la Cina ha lanciato la cosiddetta iniziativa “sponge city“. Le autorità della città di Hyderabad hanno infatti iniziato a raccogliere l’acqua piovana, sopratutto quella delle alluvioni, per compensare la domanda di acqua durante la stagione delle piantagioni. Lo stesso ha fatto la cittadina di Vinh in Vietnam.

Shanghai ha costruito 520 km di aree protettive che circondano le isole di Chongming, Hengsha e Changxing. Shanghai ha anche installato enormi cancelli meccanici per regolare le fuoriuscite di acqua dai fiumi.

Tornando negli Stati Uniti, dopo l’uragano Katrina, New Orleans ha progettato un enorme sistema di barriere, dighe, argini e pareti che si estendono per circa 560 chilometri intorno alla città. Anche se questo progetto può essere considerato un mezzo fallimento in quanto si sono registrati fenomeni di cedimento. Una delle barriere, inoltre, sta addirittura affondando.

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Non solo Venezia: il caso italiano

In Italia ne sappiamo qualcosa di incidenti legati alle barriere marine. Il più eclatante è quello del Mose (MOdulo Sperimentale Elettromeccanico), ovvero una barriera protettiva che separa la laguna di Venezia dal mare aperto.

Secondo i suoi progettisti dovrebbe essere ultimato nel 2021. Una sua parte potrebbe anzi già essere utilizzata per prevenire i sempre più numerosi fenomeni di acqua alta nella meravigliosa città veneta. Ma numerosi intoppi hanno bloccato questo enorme progetto, già costato alla nazione 6 miliardi di euro.

L’inchiesta del 2014 che ha smascherato un vasto giro di corruzione sui lavori e la rilevazione di tremori sospetti dopo alcune prove di apertura sono state la causa di numerosi stop al progetto.

Il Mose di Venezia

Nel gennaio di quest’anno, prima che il virus colpisse duramente l’area di Lombardia Piemonte e Veneto, il collaudo del Mose sembrava essere andato a buon fine. “Stanotte la prima prova sul Mose è andata bene, se si ripresenterà l’emergenza potremo alzare le paratie”. Così aveva dichiarato il ministro delle Infrastrutture, Paola De Micheli.

A marzo sembrava addirittura che i lavori non si sarebbero fermati anche a fronte del coronavirus. Negli ultimi giorni però il Provveditorato veneziano ha richiesto un urgente intervento del Governo perché il Mose sia completato ed entri in funzione prima possibile.

Forse le pressioni del Consiglio Comunale Veneziano sono dovute alla volontà che non vi siano altri danni, sia sanitari che economici. Quelli causati dall’epidemia saranno infatti più che sufficienti. E, aggiungerei, anche quelli che il nostro Paese dovrà affrontare in seguito all’innalzamento del livello del mare. Sono infatti state individuate 40 aree costiere a rischio inondazione. Tredici di queste sono state mappate, per un totale di 384,8 km di costa. La quale, se allagata, causerebbe una perdita di territorio italiano pari a 5686,4 chilometri quadrati.

Trump e le lobby del fossile all’attacco durante il Coronavirus

Mentre migliaia di persone continuano a morire ogni giorno in ogni angolo del pianeta a causa della pandemia Coronavirus, c’è chi, invece, non ha esitato a sfruttare questa situazione di emergenza per fare i propri interessi. Ma chi saranno mai questi campioni di buon senso e solidarietà? Se doveste dire un nome a caso probabilmente ci azzecchereste. Si tratta di Donald Trump e delle lobby del fossile americane.

Credit: thefreethoughtproject.com

L’Enviromental Protection Agency al servizio delle lobby del fossile

Appena insediatosi alla Casa Bianca una delle prime decisioni prese da Trump ha riguardato la United States Environmental Protection Agency, anche nota come EPA, ovvero l’ente che dovrebbe vigilare sul rispetto delle leggi ambientali nello Stato. Il primo amministratore da lui scelto per dirigere l’agenzia è stato Scott Pruitt, celebre avvocato delle lobby del petrolio e, ancora peggio, noto negazionista del clima. Il servizio di Pruitt è durato però poco più di un anno. Dopo di ché, al suo posto, il tycoon americano ha scelto Andrew R. Wheeler, un altro avvocato già conosciuto in quanto difensore degli interessi dell’industria del carbone che, durante l’amministrazione Obama, ha più volte provato ad andare contro le decisioni del governo in merito alle regolamentazioni ambientali.

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Non risulta difficile immaginare la quantità di polvere che, durante l’amministrazione Trump, l’EPA abbia nascosto sotto al tappeto. Ma ora che la situazione lo permette, complice anche il fantasma di una possibile crisi economica che rischierebbe di far perdere le elezioni di Novembre al Partito Repubblicano, Trump ha deciso di non farsi più troppi problemi annullando, fino a data da destinarsi, le restrizioni ambientali in vigore per le aziende americane.

Trump e la sospensione delle leggi sull’inquinamento

La decisione di sospendere le restrizioni sullì’inquinamento per le aziende americane è stata resa pubblica tramite un comunicato dell’EPA in data 26 marzo: “Come tutti stanno facendo la U.S. Environmental Protection Agency si adegua all’evoluzione della pandemia COVID-19. Siamo innanzitutto preoccupati per la salute pubblica […]. L’agenzia deve tenere conto di queste importanti considerazioni nel momento in cui continua il proprio lavoro per proteggere la salute dei cittadini e dell’ambiente”. In altre parole l’agenzia ha giustificato questa scelta in virtù della salvaguardia della salute pubblica. Un ragionamento che sfugge a qualsiasi considerazione scientifica. Permettere alle aziende di inquinare ancora di più mentre circola un virus che attacca il sistema respiratorio è una cosa che non può avere senso. Eppure nell’America di Trump e delle lobby del fossile si può. Senza neanche doversi nascondere.

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Immediate le reazioni, colme di sconcerto, di diversi rappresentanti del movimento ambientalista statunitense. Su tutte quella di Cynthia Giles, ex-amministratrice dell’EPA durante la seconda presidenza di Obama: “L’EPA non dovrebbe mai rinunciare al suo diritto e al suo obbligo di agire immediatamente e con forza quando c’è una minaccia alla salute pubblica, a prescindere dal motivo. Non ho ricordi di altri provvedimenti simili, con il quale, di fatto, l’EPA rinuncia alla sua autorità. Questo comunicato rappresenta un’abdicazione alle responsabilità dell’Agenzia nei confronti del paese”.

L’aria inquinata come vettore del Virus

Già in un articolo della scorsa settimana vi abbiamo parlato di come l’aria inquinata favorisca il virus in maniera incontrollata. Questo è infatti in grado di attaccarsi alle polveri sottili, riuscendo in questo modo a percorrere distanze decisamente maggiori. Per non parlare delle conseguenze che la contrazione del virus ha su chi si ritrova con un sistema respiratorio in parte compromesso dall’aria, sporca, che respira. E chi ci rimetterà maggiormente? Tutti coloro che in queste aziende, che ora possono inquinare come non mai, ci lavorano. Per lo più persone con un reddito basso e afro-americane.

L’esempio delle raffinerie

Il Guardian, in un recente articolo, porta come esempio di aziende che trarranno un enorme vantaggio da questa situazione proprio quelle petrolifere. In questa fase gli sarà infatti permesso di smettere di monitorare le proprie emissioni, tra le quali spicca la presenza di un elemento altamente cancerogeno come il benzene. Dieci raffinerie del Texas hanno ampiamente superato i limiti, già non particolarmente restrittivi, che erano in vigore prima di questa presa di posizione da parte di Trump. Va inoltre sottolineato come il provvedimento, che come già detto è entrato in vigore in data 26 marzo, sia retroattivo e debba quindi considerarsi in vigore dal 13 marzo.

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Un dettaglio quanto meno curioso che, tuttavia, è facilmente spiegabile. Il provvedimento è stato richiesto ufficialmente dall’American Petroleum Institute. E cosa è successo in questo ultimo mese? Le big del settore del petrolio hanno perso circa 500 miliardi di dollari in una settimana. Risulta quanto meno sospettabile, dunque, che, per continuare la propria attività, le aziende americane non abbiano avuto scrupoli nell’abbattere i costi legati al proprio processo di estrazione, immettendo alte quantità di inquinanti in atmosfera. Una tesi che, al momento, non è stata dimostrata e che probabilmente non lo sarà mai proprio perché, grazie alla decisione dell’EPA, i dati legati a queste attività non saranno mai trasparenti.

Trump e lobby del fossile: un legame indissolubile

Questa non è altro che un’ulteriore dimostrazione di come Trump sia poco più di un burattino nelle mani delle lobby del fossile americane. In un periodo in cui tanto il settore Oil&Gas quanto quello del carbone hanno subito perdite importanti – si legga in questo senso un interessante articolo di Re:common – quello di Trump non è altro che un timido tentativo di aiutare i propri amici che rischiano di perdere enormi somme di denaro. Tutto ciò nonostante l’Agenzia Internazionale dell’Energia, un ente non proprio noto per le sue ideologie progressiste, abbia chiesto ai leader mondiali e alle istituzioni finanziarie di non far piovere aiuti, durante e dopo il CoronaVirus, verso i settori che non possono più essere considerati sostenibili.

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Per onor di cronaca va inoltre detto che un provvedimento simile a quello americano è stato chiesto anche in Europa dall’ACEA, ovvero l’Associazione Europea dei produttori di automobili. La Commissione di Ursula Von der Leyen, che sta provando a fare del proprio Green New Deal la bandiera del suo mandato, ha però deciso di respingerla al mittente. Gli sciacalli del clima sono in agguato, soprattutto in un momento in cui l’attenzione sulle questioni ambientali è inevitabilmente surclassata dal CoronaVirus. Ora più che mai occorre continuare ad informarsi. Altrimenti, quando tutto questo sarà finito, potrebbe essere troppo tardi.

Il Super-Tuesday in America. La corsa a due e l’alternativa Trump

I risultati del Super-Tuesday non sono ancora completi ma già si conoscono i nomi dei due grandi vincitori: Joe Biden e Bernie Sanders. Fuori gioco Mike Bloomberg, che si aggiudica solamente il territorio delle Samoa, nonostante l’immenso capitale investito in campagna elettorale nelle ultime settimane. Altrettanto negativi i risultati di Elizabeth Warren, che ha perso nel suo stesso stato, il Massachusetts. Pete Buttigieg, dopo il sorprendente risultato in Iowa, si è ritirato pochi giorni fa per gli scarsi risultati ottenuti negli altri stati. A prescindere da chi sarà il vincitore, il fronte democratico sembra essere unito nella lotta al cambiamento climatico, mentre l’alternativa Trump non arresta le politiche anti-ambientali. I prossimi mesi e i prossimi quattro anni saranno decisivi per il clima.

I risultati del Super-Tuesday

Le stime sono ancora parziali, mancano ancora i risultati del Maine, ma sembrerebbe che il Super-Tuesday ha ridotto la corsa per la Casa Bianca sul fronte democratico a soli due contendenti. Joe Biden ha incassato il miglior risultato, soprattutto rispetto alle previsioni. L’ex vice di Obama si è aggiudicato Alabama, Arkansas, Carolina del Nord, Massachusetts, Minnesota, Oklahoma, Tennessee, Texas e Virginia. Bernie Sanders ha vinto nel suo Vermont, in Colorado, in Utah e soprattutto in California. Ricordiamo infatti che non contano il numero di stati vinti, poiché ogni stato ha un numero di delegati in proporzione alle proprie dimensioni.

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La crisi climatica in California

La California, per esempio, è uno stato chiave per il più alto numero di delegati in palio (415). È uno stato chiave anche per la crisi climatica: i sondaggi degli scorsi mesi hanno constatato che la questione climatica fosse la priorità assoluta nel voto alle primarie democratiche. I cittadini californiani dunque, hanno orientato la loro scelta verso il candidato che ha maggiormente posto l’attenzione su questa tematica, Bernie Sanders. In California non si può più parlare degli effetti che il riscaldamento globale porterà fra venti o trent’anni, poiché nell’attualità avvengono fenomeni eccezionali che testimoniano come il cambiamento climatico sia già una realtà innegabile. Soprattutto gli incendi, sempre più prolungati e sempre più potenti a causa dell’estrema siccità, hanno messo a dura prova lo stato della West Coast: dal 2017, le fiamme inarrestabili hanno ucciso 150 persone e distrutto più di 35000 strutture.

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I piani di Biden e Sanders per l’ambiente

Per questo, i candidati democratici hanno dato grande attenzione allo stato della California. Tutti loro hanno promesso di fermare le operazioni di ricerca di energie fossili sul territorio californiano per abbattere drasticamente le emissioni. Nel concreto, Joe Biden ha focalizzato la sua attenzione sul sovrappopolamento urbano. Il suo piano prevede delle modifiche per rallentare l’espansione urbana e favorire la collaborazione con le agenzie assicurative, al fine di tutelare quelle famiglie che vivono nelle aree a rischio incendi. Il piano specifico di Sanders per la California prevede invece la rinazionalizzazione dei gestori di acqua ed energia, forti incentivi per l’acquisto di veicoli elettrici e 18 miliardi di investimento per rafforzare il corpo antincendio.

Come già segnalato dal nostro blog, in linea generale il piano climatico di Joe Biden è molto meno ambizioso di quello del suo competitor, con un investimento di 5 trillioni di dollari a fronte dei 16.3 previsti da Bernie Sanders. Biden prevede una transizione pluridecennale, con il raggiungimento del target zero-emissioni nel 2050. Egli ritiene irrealistico poter fermare le attività di fracking nell’immediato. Sanders invece punta alla piena decarbonizzazione degli Stati Uniti entro il 2030, con il 100% delle energie provenienti dalle fonti rinnovabili.

Il Super-Tuesday è solo l’inizio. La vera sfida sarà a novembre

D’altra parte, bisogna tenere a mente che la competizione in corso, di cui il Super-Tuesday rappresenta l’evento cardine, è solo la prima fase di quella che sarà la vera corsa alla Casa Bianca a novembre 2020. Per quanto si possano sottolineare le differenze dei piani promossi dai candidati, il fronte democratico sembra perlomeno unanime sul fatto che esista una crisi climatica e che sia necessario implementare coraggiose riforme di transizione ed adattamento. Ricordiamo che Joe Biden, assieme al presidente Barack Obama, promosse nel 2009 il Recovery Act, che conteneva il più grande investimento nelle energie pulite mai avvenuto nella storia degli Stati Uniti.

La controparte repubblicana, invece, continua a ignorare la crisi climatica. Anzi, ad aumentarla. A dicembre, l’amministrazione Trump ha approvato nuove esplorazioni per le trivellazioni petrolifere in California. Una mossa che si inserisce in un piano ormai consolidato, dove le compagnie di estrazione vengono favorite enormemente, con affitti a tassi agevolati ed incentivi per nuove estrazioni. Lo stesso stato della California è passato alle vie legali contro l’amministrazione centrale. Allo stesso modo, Trump ha favorito nuove estrazioni in Utah, nei parchi protetti di Grand Staircase-Escalante e Bear Ears.

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L’importanza dei prossimi quattro anni

I prossimi mesi saranno quindi molto importanti, perché sveleranno il nome ufficiale della candidatura democratica. Altrettanto cruciali sono i prossimi quattro anni, dato che gli scienziati hanno ridotto ad otto anni l’arco temporale in cui finirebbe il bugdet di carbonio per rimanere sotto un innalzamento di 1.5 gradi. Con un rinnovo dell’amministrazione Trump, questo limite non potrebbe che essere anticipato ulteriormente. Con un’amministrazione democratica, specialmente se fortemente ambiziosa sul fronte ambientale, si potrebbe arginare la crisi climatica e trasformare la società in chiave ecologica. Per l’ennesima volta, ricordiamo che gli Stati Uniti sono il primo paese al mondo per emissioni storiche e pro-capite. A ragion veduta, gli occhi del mondo sono puntati sull’America.

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Trump permette l’estrazione di carbone in due parchi protetti

trump

Sembra che Trump abbia cominciato il suo rush finale. A ormai pochi mesi dalle elezioni americane, l’attuale presidente si è infatti assicurato che più terra possibile fosse disponibile per lo sfruttamento delle sue risorse. Nella giornata di giovedì, lui e la sua amministrazione hanno finalizzato i piani per la perforazione del terreno e l’estrazione di fonti fossili in una vasta area nel sud dello Utah.

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Un’importanza naturale e culturale

Si tratta dei monumenti nazionali Grand Staircase-Escalante e Bear Ears. Il primo, caratterizzato da scogliere, canyon e cascate, è stato creato nel 1996, grazie a un provvedimento dell’ex presidente Bill Clinton. Il secondo è un terreno considerato sacro dalle tribù native ed ospita anch’esso vasti altipiani rocciosi, scogliere e canyon. Per la sua importanza naturalistica e culturale, il presidente Barack Obama l’ha reso un parco protetto nel 2016.

A proposito del parco Bear Ears le nazioni tribali e i gruppi di conservazione dei nativi americani hanno rilasciato una dichiarazione congiunta. Questa afferma che i monumenti sono focolai di ricerca paleontologica, nonché di risorse archeologiche, culturali e naturali.

Vista del monumento nazionale Bear Ears. Fonte: www.barechange.org

Sarah Bauman, direttore esecutivo della Grand Staircase Escalante Partners, ha affermato che il monumento è un sito essenziale per la ricerca sulla crisi climatica. “Grazie al suo isolamento fisico, del minimo impatto umano, nonché della sua enorme diversità ecologica, il parco ci offre rare opportunità per studiare in modo unico i cambiamenti climatici”.

Trump il distruttore

Doveva arrivare Trump, per distruggere ciò che di buono era stato faticosamente raggiunto. Già dal 2017 la nuova amministrazione aveva ridimensionato l’area protetta del Grand Staircase Escalante dell’85% e del 50% quella del Bear Ears. Questi tagli costituiscono insieme il più grande passo indietro nella protezione delle terre pubbliche nella storia degli Stati Uniti.

Le parole di Bauman sono in questo senso esaustive: “Senza protezioni, queste opportunità andranno perse e con esse la nostra capacità di costruire conoscenze e risorse essenziali per mitigare i cambiamenti climatici”.

Per togliere totalmente la protezione a queste terre, mancava soltanto il rilascio di un documento formale che permette lo sfruttamento di ben 861.974 acri. In pratica, questo documento permetterà alle compagnie petrolifere di estrarre ovunque in quell’aerea senza troppi problemi. Anche gli allevatori beneficeranno di questa liberalizzazione, in quanto avranno più spazio per promulgare la loro attività.

Macchina estrattrice di petrolio

Secondo il New York Times, se un’azienda o un individuo scelgono di estrarre minerali o combustibili fossili da quella terra, potrebbero acquistare dal governo un contratto di locazione entro un anno.

Un barlume di speranza

Kimberly Finch, un portavoce del dipartimento interno del governo, ha dichiarato che “non c’è stato quasi alcun interesse per l’estrazione e la perforazione delle terre escluse dalla Grand Staircase”. Fortunatamente, quindi, sembra che nessuna compagnia abbia ancora approfittato di questi permessi.

Il Guardian ci infonde una speranza in più. Nel loro articolo si legge di Casey Hammond, assistente segretario per la gestione dei terreni e dei minerali. Egli ha affermato che le terre escluse dalla protezione restano comunque sotto il controllo federale e sono governate da “leggi collaudate nel tempo” e soggette alle normative ambientali. Ha poi respinto l’affermazione ripetuta spesso dai gruppi di conservazione e ambientalisti per i quali ci sarebbe un “via libera per tutti” per lo sfruttamento del terreno.

“Le insinuazioni sul fatto che queste terre e risorse saranno influenzate negativamente dal semplice atto di essere esclusi dai monumenti è semplicemente non vero”, ha detto Hammond. 

Un profitto milionario

L’amministrazione Trump, però, continua a fare pressioni per favorire lo sfruttamento di quella terra. A detta loro, questo andrebbe fatto per il “bene” dell’economia dello Utah, oltre che degli Stati Uniti. Secondo un’analisi economica del governo, infatti, si stima che la produzione di carbone potrebbe portare a 208 milioni di dollari di entrate annuali e 16,6 milioni di royalties sui terreni che non sono più all’interno dei confini dei parchi. Sempre secondo l’analisi, i pozzi di petrolio e gas in quell’area potrebbero produrre 4,1 milioni di dollari di entrate annuali.

Come sempre, quindi, il fine ultimo è quello del profitto, mentre gli interessi del Pianeta passano in secondo piano.

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La California si oppone a Trump e al fracking forsennato

Una causa contro lo Stato

Lo Stato della California non ne può più. Per fare in modo di tenere il governo federale statunitense fuori dai propri giacimenti di olio e gas, a Sacramento hanno deciso di passare alle vie legali. L’amministrazione Trump, notoriamente sorda alla tematica ambientale e prima sostenitrice mondiale della a dir poco dannosa tecnica del fracking, vorrebbe consentire la perforazione su oltre un milione di ettari pubblici. Nessuno dell’amministrazione californiana è d’accordo con questa scelta di Washington e allora ecco la decisione: una causa contro lo U.S. Bureau of Land Management.

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Il governo Trump intende aumentare la produzione energetica da fonti fossili su suolo pubblico (spesso addirittura in riserve protette e parchi), in barba alle direttive di molte amministrazioni locali. Diversamente dalla Casa Bianca, c’è chi ha programmi di tutela ambientale. La California ha recentemente promulgato una legge ad hoc per contrastare il piano di Washington e, immediatamente dopo, ha deciso di contattare un avvocato.

fracking
Donald Trump

I dettagli dell’azione legale

La causa federale porta la firma di Xavier Becerra, General Attorney per lo Stato della California. Becerra, democratico, ha intentato l’azione legale su mandato del suo ufficio e del governatore Gavin Newsom. Lo scorso venerdì, nel corso di una conferenza stampa tenuta presso il suo ufficio di Sacramento, Becerra aveva precisato come la causa fosse stata aperta in quanto l’amministrazione Trump si stava comportando come se fosse al di sopra della legge. La maggior parte delle attività estrattive federali in California si svolge vicino agli insediamenti delle comunità più vulnerabili. Tali comunità, ha tenuto a sottolineare Becerra, sono già sovraesposte all’inquinamento e la salute dei residenti ne risente. Aggiungere a questa già delicata situazione nuove operazioni di fracking peggiorerebbe ulteriormente le cose. La decisione di Washington, a detta di Becerra, è “insensata e palesemente pericolosa”.

Xavier Becerra

Fracking: favorevoli e contrari

Le posizioni del Bureau per la gestione del suolo e dell’amministrazione californiana sulla fratturazione idraulica, più comunemente chiamata fracking, sono distanti quanto i due Poli terrestri. Secondo Becerra e Newsom “i rischi connessi al fracking per l’ambiente e le persone sono semplicemente troppo grandi per essere ignorati.” La posizione dell’ufficio federale, diametralmente opposta, attesta invece come i rischi siano pressoché nulli. Ogni sito estrattivo riceverà una dedicata analisi ambientale e non si procederà con le operazioni laddove venga evidenziato un tasso di criticità non accettabile.

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Ma che cos’è il fracking e perché è da sempre un’operazione così controversa? Il termine deriva dalla contrazione dell’inglese hydraulic fracturing, sviluppata agli inizi del Novecento per estrarre petrolio e gas naturale dalle rocce di scisto. Tali conformazioni rocciose, presenti nel sottosuolo, sono le più facili da sfaldare. Per raggiungerle si perfora il terreno fino allo strato di sottosuolo che contiene gli agglomerati di scisto. In seguito si inietta, tramite un getto ad altissima pressione, acqua mista a sabbia ed elementi chimici. Tale operazione provoca l’emersione in superficie del gas.

I rischi del fracking

La fratturazione idraulica ha rivoluzionato il mondo dell’approvvigionamento energetico, soprattutto negli Stati Uniti. Accanto a ciò, però, ha anche sollevato una questione ambientale che ultimamente è diventata un polverone, ora che ci stiamo rendendo conto di quel che stiamo facendo al nostro Pianeta.

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L’esplorazione dei siti e l’estrazione del gas richiede quantitativi ingenti di acqua, causando sprechi e costi ambientali da impallidire. Inoltre, le sostanze chimiche iniettate nel sottosuolo, potenzialmente dannose per la salute, possono finire con il contaminare le falde acquifere attorno al sito dell’estrazione; si calcola infatti che solo l’80% circa delle acque iniettate nel sottosuolo per il fracking risalga in superficie come riflusso, mentre la percentuale restante rimanga sepolta. Se ciò non bastasse, bisogna pure prendere in considerazione la teoria (che in quanto tale, resta tutta da dimostrare) secondo la quale la fratturazione idraulica sia correlata, forse addirittura in una relazione di causa ed effetto, con il verificarsi di scosse sismiche di lieve entità.

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Nel novembre del 2011, in Oklahoma, si verificò un terremoto di magnitudo 5,7. Un impianto vicino aveva appena iniettato acqua ad altissima pressione nel sottosuolo. Non ci sono prove che il fracking abbia causato la scossa, sebbene tale possibilità non sia mai stata smentita.

La tecnica del fracking: cos’è e come funziona

La fratturazione delle speranze

Secondo le organizzazioni ambientaliste, nessuna delle principali esclusa, la tecnica del fracking sarebbe l’ultima trovata delle compagnie petrolifere per ritardare l’adozione di politiche energetiche basate sulle fonti rinnovabili. La fratturazione idraulica è il più avanzato sistema di sfruttamento delle risorse fossili. Per quanto meno sporco del carbone, il fracking rappresenta un sistema antiquato di produrre energia. Esso è la quintessenza dello sfruttamento di combustibili dai quali dovremmo liberarci, per proiettarci finalmente in un futuro energetico rinnovabile.

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La California è uno degli Stati americani più ricchi di petrolio e presenta già una regolamentazione piuttosto severa in termini di estrazione di questa risorsa. La decisione di questa causa contro il governo americano rappresenta un positivo precedente all’interno della lotta mondiale contro il cambiamento climatico. “I californiani non consentiranno all’industria petrolifera di inquinare ancora acqua ed aria”, è stato il commento del Centro per la Diversità Biologica. Il Centro, che ha sede in Arizona, è stato fiero sostenitore dell’azione legale.

E’ importante fare nostro tale messaggio. In fondo, alla parola californiani, si può sostituire l’aggettivo relativo ad una qualsiasi comunità.

USA, proposto un patto per l’ambiente: il Green New Deal

Green New Deal

Lo si chiama GND, e non è una stranezza del tempo dei social network, dove abbreviare tutto, rendere qualunque concetto un acronimo rappresenta qualcosa di cool, di trendy ed assolutamente al passo con i tempi. Dietro alle tre lettere c’è un’idea rivoluzionaria, in netta controtendenza con il sistema economico, politico e sociale, dei nostri giorni. Questa sì che è una stranezza.

GND significa Green New Deal ed è una proposta di legge avanzata da due tra le più attente figure politiche americane, ma diciamo pure mondiali, al cambiamento climatico. Ed Markey, democratico del Massachusetts e naturalmente Alexandria Ocasio – Cortez, di New York. Appare evidente il richiamo al rivoluzionario New Deal di Franklin Delano Roosevelt. Tale misura economica pose le basi per rilanciare gli Stati Uniti dopo il pantano della Grande Depressione e, nel giro di qualche anno, li rese la prima potenza mondiale.

Per la cronaca, il Congresso ha bocciato, a marzo, la misura di Markey. Ciò non stupisce, dal momento che parliamo di un Paese che si è ritirato dagli accordi internazionali sul clima firmati alla conferenza di Parigi. Un Paese, poi, governato da un milionario senza scrupoli il quale ammise candidamente, qualche anno fa, che il surriscaldamento globale era una trovata cinese per mettere in difficoltà l’industria tessile statunitense. Ciononostante la proposta incontra sempre maggior seguito, negli USA e nel mondo.

Etimologia

Il termine fu coniato, nel 2007, dal giornalista Thomas Friedman. Egli scrisse sul New York Times che, per parlare di green economy e green society, era necessario cambiare la natura del sistema di approvvigionamento elettrico, rinunciando ad olio e carbone a vantaggio di fonti pulite e rinnovabili. A ciò aggiunse che era fondamentale lanciare l’economia mondiale nel ventunesimo secolo. Per farlo, esisteva solo la strada di creare un nuovo apparato industriale mondiale. Tale progetto era ed è ancora, per ammissione dello stesso Friedman, un piano molto più grande di quello che ognuno di noi possa immaginare.

Tracce storiche

La prima traccia tangibile del New Deal verde risale al 2006. Si tratta di un piano per arrivare ad utilizzare, entro il 2030, il 100% di energie rinnovabili. L’ambizioso obiettivo, ben lontano a 13 anni di distanza, si sarebbe dovuto raggiungere tramite alcuni importanti provvedimenti. Innanzi tutto, l’introduzione di una tassa sull’inquinamento, la carbon tax, l’abolizione delle tasse universitarie e un programma di lavoro garantito per tutti. In più si prevedeva l’assistenza sanitaria gratuita per ogni cittadino e un focus sull’utilizzo di risorse pubbliche. Tale documento è stato a lungo manifesto del partito verde statunitense, fino ad entrare di peso nel dibattito interno al Partito Democratico americano dopo le elezioni mid-term del 2018.

Dagli scranni di partito è ora diventato un argomento caldo in tutto il mondo. Diffusosi grazie all’amplissima cassa di risonanza del profilo Twitter di Alexandria Ocasio – Cortez, che conta circa 6 milioni di follower, e alla sempre maggiore attenzione dell’opinione pubblica sulla questione.

A che punto siamo

Trattandosi di una proposta di strettissima attualità, gli aggiornamenti riguardanti il Green New Deal arrivano a fiume, ogni settimana. Al momento però si tratta di una posizione presa da alcuni candidati statunitensi per incitare il governo affinché si concentri concretamente nel fronteggiare la crisi climatica, coinvolgendo l’intera nazione. Esattamente come fece il presidente Roosevelt per contrastare la Grande Depressione.

Il GND, attualmente, vede il supporto di numerose figure di spicco interne ai dem. Tra essi vale la pena ricordare rappresentanti impegnati in prima persona su vari fronti relativi ai diritti civili, come Rashida Tlain, Ilhan Omar, Antonio Delgado e Josè Serrano. Numerose ONG impegnate a contrastare il cambiamento climatico si sono schierate, fin da subito, a favore del New Deal verde. Tra esse figurano attori di primissimo piano come 350.org, Greenpeace, Sierra Club, Friends of the Earth ed Extinction Rebellion.

La risoluzione del 7 febbraio

Lo scorso 7 febbraio venne rilasciata ufficialmente la risoluzione del Green New Deal. In 14 pagine di documento, si sollecita la transizione degli Stati Uniti in un Paese ad energia 100% rinnovabile. Nel testo si sottolinea la necessità di investire in auto elettriche e reti moderne di treni ad alta velocità. Si richiede inoltre di implementare i controlli sul costo sociale del carbone, una misura approvata dal presidente Barack Obama come parte del suo programma, cestinato da chi lo ha succeduto, che mirava a contrastare di petto il cambiamento climatico, nell’arco di 10 anni.

Leggi il nostro articolo “Energie rinnovabili in Italia: a che punto siamo?”

Accanto a queste proposte vi sono quelle relative alla creazione di posti di lavoro nel settore pubblico. Per esempio, quelle per fare in modo che le comunità più povere siano le prime a godere dei vantaggi della riconversione. Oppure quelle mirate all’azzeramento dei monopoli commerciali, spesso e volentieri i primi avvelenatori, concentrati solo sulla massimizzazione del proprio profitto, a scapito di qualunque accorgimento ambientale. Diverse pagine della risoluzione riguardano l’assicurazione sanitaria universale, ovvero il diritto, per ogni cittadino, di poter accedere in maniera completamente gratuita all’assistenza sanitaria. Il testo contempla poi una mobilitazione nazionale di 10 anni per sostenere e mettere in pratica il GND.

Il presidente Trump, che durante i primi 100 giorni di mandato sostenne apertamente i minatori di carbone, accogliendoli nello Studio Ovale, ha definito il New Deal verde un inganno.

Trump: “The Green New Deal is a hoax”

Le critiche al GND

Il GND ha subito numerose critiche, anche da parte di sostenitori dei suoi obiettivi. Secondo alcuni scienziati il traguardo del 2030 sarebbe un miraggio e occorrerebbe tarare la deadline al 2045 o 2050, per riuscire ad ottenere quei risultati. Vi è poi chi sostiene come la proposta di raggiungere una quota pari al 100% di energie rinnovabili sia irrealizzabile nei tempi proposti, dal momento che una transizione completa non potrà che essere più lunga. Inoltre vi è il nodo dei fondi; secondo le stime di American Action Forum, associazione politicamente destrorsa, il New Deal verde potrebbe costare circa 600mila dollari a famiglia nel corso della sua messa in pratica, per una spesa complessiva pari a circa 67.000.000.000.000 (sì, gli zeri sono giusti) di dollari nel corso del prossimo decennio.

Anche alcuni commentatori di sinistra hanno sottolineato come il New Deal non faccia nulla per contrastare le cause del cambiamento climatico, limitandosi a proporre delle contromisure; a partire dalla principale causa del surriscaldamento globale: il capitalismo più becero e spietato, che non viene mai messo in dubbio o attaccato nel documento. Per tale motivo, molti sostengono che il GND sia un tentativo di greenwashing dell’attuale sistema economico, destinato dunque a fallire.

Un piano ambizioso

Il New Deal verde è un piano ambiziosissimo, che per certi tratti può apparire davvero irrealizzabile, eppure si pone come un importante segnale di attenzione, di interesse verso un tema che, in questo preciso momento, è forse il principale che l’umanità si trovi a dover affrontare. I continui fallimenti dei governi nel contrasto del fenomeno climatico, da ultimo quello di Cop25, che di fatto ha rappresentato poco più di una vacanza in Spagna per chiunque vi abbia partecipato, suonano come un inquietante campanello d’allarme, una sveglia che non vuole zittirsi, un orologio del destino sul quadrante del quale i secondi ticchettano imperturbabili verso la mezzanotte. Il tempo non è più molto, occorre agire in fretta.

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