Germania: quale peso per i Verdi nel nuovo governo?

Elezioni Germania Verdi

Si è chiusa un’epoca in Germania. O meglio, si è chiusa un’epoca in Europa. Dopo 15 anni di cancelleria, Angela Merkel ha scelto di non ricandidarsi alle elezioni, svoltesi domenica 26 settembre, cedendo il passo ad Armin Laschet. All’indomani dello spoglio, possiamo dire che i tedeschi non sono stati troppo affascinati dal Delfino di Mutti Merkel, come la chiamano affettuosamente i suoi connazionali. Il vincitore, di misura, è infatti stato lo sfidante – e favorito – Olaf Scholz.

Tre candidati per la Germania

Prima di andare all’analisi del voto, è importante conoscere quali fossero i principali candidati alla cancelleria. Gli sfidanti con più possibilità di successo erano fondamentalmente tre. Ai già citati Laschet e Scholz va aggiunta la terza principale forza in Germania, quella del Partito dei Verdi. Annalena Baerbock, forte della sensibilità ambientale che ultimamente ha coinvolto anche la federazione tedesca, è il volto dei Grüne che, pur arrivando soltanto terza, ha raggiunto un risultato storico per il suo partito. Vediamo chi sono questi tre leader.

Olaf Scholz, un politico di professione

Burocrate notissimo in Germania, Scholz è Ministro delle Finanze e Vicecancelliere della federazione tedesca dal 2018. Pur appartenendo al Partito Socialdemocratico, dunque, ha prestato servizio nel governo della Cristiano-democratica Angela Merkel. I due partiti, in realtà, sarebbero collocati su due assi opposti dello scacchiere politico tedesco. Merkel però, com’è noto, è sempre stata un’abile stratega e tessitrice di alleanze, dunque riuscì a formare, nel marzo 2018 – dopo mesi di trattative in seguito alle elezioni federali del 2017 – la cosiddetta Große Koalition. La grande coalizione rappresentò un’alleanza tra CDU e SPD, ovvero i partiti di Merkel e Scholz. Su quelle fondamenta è stato innalzato il governo attualmente in vigore, il quale resterà in carica fino al giuramento del nuovo.

Nato a Osnabrück e residente a Potsdam, Scholz è attivo in politica dal 1998, in seguito agli studi in giurisprudenza e la specializzazione in diritto del lavoro. Fino al 2011 è stato deputato, dal 2002 al 2004 segretario generale del partito e dal 2007 al 2009 Ministro del Lavoro e degli affari sociali nell’esecutivo Merkel I. Nel 2018 ha agito come commissario ad interim per l’SPD, prima di abbandonare il ruolo in seguito all’elezione di Andrea Nahles e decidere di candidarsi a cancelliere.

Olaf Scholz rappresenta, di fatto, il volto sicuro e affabile della politica tedesca. Pur non provenendo dallo stesso partito della sua predecessora, egli è forse la figura che più le si avvicina agli occhi dei tedeschi. La provata esperienza politica di Scholz e l’ineluttabilità della sua incarnazione di uno status quo cui i cuoi concittadini sono innegabilmente legati sono probabilmente state le sue armi principali in una elezione che, nel momento in cui si scrive, lo vede come trionfatore.

Armin Laschet, un Delfino di scorta

Laschet nasce ad Aquisgrana nel 1961. È Ministro presidente – così si chiamano i governatori dei Land tedeschi – della Renania Settentrionale-Vestfalia, la più popolosa tra le circoscrizioni che compongono la federazione nonché la quarta per estensione. Dall’inizio dell’anno è anche presidente della CDU, il partito di Angela Merkel. Ha iniziato a rivestire questa carica lo scorso gennaio, in seguito alle dimissioni di Annegret Kramp-Kerrenbauer. In precedenza fu vicepresidente dell’Unione Cristiano-democratica di Germania. Tra il 1999 e il 2005 è stato un europarlamentare.

Il 20 aprile 2021, a seguito dell’annuncio di Merkel di non candidarsi, la CDU-CSU scelse Laschet come suo candidato alla cancelleria. La proposta di un nome alternativo a quello della donna che ha guidato il Paese negli ultimi 15 anni è, de facto, l’inizio dell’era del dopo-Merkel. In seguito a una riunione durata circa 6 ore, i 46 membri della direzione del partito hanno optato per la sua candidatura. 31 dirigenti dell’Unione hanno preferito il nome di Laschet a quello di Markus Söder, governatore della Baviera. In lizza vi erano anche Norbert Röttgen e Friedrich Merz.

La campagna elettorale del Delfino di Angela Merkel – la quale forse preferiva la figura di Kremp-Kerrenbauer, in quanto donna e designata da tempo a proseguire in maniera naturale la sua politica – ha posto al centro il mantenimento della rotta impostata. Sfortunatamente per Laschet, però, i tedeschi non hanno scelto di concedergli la stessa fiducia di cui ha goduto Merkel. Il risultato elettorale non esclude già la CDU-CSU dai giochi, poiché la distanza con l’SPD è veramente poca. Entrambi i partiti, a seguito di alleanze stabili e durature, potrebbero trovare i numeri per governare.

Annalena Baerbock, la candidata dei Verdi di Germania

Annalena Baerbock, quarantenne di Hannover, è una dei due presidenti del partito dei Verdi di Germania. La stessa carica è ricoperta anche dal suo collega Robert Habeck. Dal 2013 è deputata presso il Bundestag, il parlamento federale di Berlino. Esperta di Diritto internazionale, Baerbock è stata eletta co-presidente del partito, sconfiggendo l’altra candidata donna, Anja Piel, nel 2018. Soltanto un anno dopo fu riconfermata per altri 24 mesi di mandato con un plebiscito del 97,1% di preferenze, il più alto risultato di sempre per una donna presidente del partito dei Grüne.

Baerbock partiva decisamente svantaggiata rispetto agli altri due candidati di punta, di cui abbiamo già scritto. Lo spoglio ha confermato quanto ci si aspettava, ovvero la sua terza posizione. Ciò non toglie che queste elezioni siano state per i Verdi tedeschi un grande successo. Il partito non aveva mai totalizzato il 15% di preferenze, com’è avvenuto quest’anno.

Ciò si deve non solo al momento che stiamo attraversando, nel quale la sensibilità ambientale è molto alta, bensì anche al fatto che tanto Baerbock quanto Habeck provengono dall’ala moderata dei Verdi. Non sono insomma due ambientalisti intransigenti come altri loro colleghi, non solo in Germania, bensì due fini politici, capaci di trattare e scendere a compromessi. Ciò non è l’ideale a livello ambientale, naturalmente, però per entrare nelle stanze dei bottoni occorre essere in grado di saper mediare. Al fine di riuscirci, qualcosa bisogna concedere. L’elettore si aspetta da un politico che esso – o essa – rimanga bilanciato ed equilibrato. In parlamento entrano politici pacati, non estremisti aggressivi.

Leggi anche: “Europee. I verdi sono il secondo partito della Germania”

Il risultato delle elezioni in Germania

Ora che abbiamo avuto modo di conoscere meglio gli attori protagonisti, esaminiamo che cosa sia di fatto successo in Germania. Nel momento in cui si scrive questo paragrafo lo spoglio è pressoché concluso, seppure potrebbero ancora verificarsi piccole modifiche nelle percentuali. In seguito alla notte che ha concluso la giornata elettorale, i tedeschi si sono svegliati con un vincitore: quello che si attendevano. Il socialdemocratico Olaf Scholz ha trionfato sui suoi due sfidanti ma non può ancora definirsi cancelliere. La Repubblica federale, risultati alla mano, entra in una nuova epoca. Naturalmente è quella del dopo Merkel, la fine di tre lustri nei quali la cancelliera è sempre stata la stessa, tanto che molti adolescenti e tutti i bambini, in Germania, hanno sempre visto in tv la stessa persona in rappresentanza del loro Paese.

Si tratta però anche dell’alba di un nuovo giorno in quanto difficilmente saranno i grandi partiti tradizionali a decidere quale strada dovrà intraprendere il Paese, poiché toccherà ai giovani leader dei Verdi e del partito dei Liberali di Christian Lindner, rispettivamente terza e quarta forza in Germania dopo la tornata elettorale. Queste due espressioni politiche dovranno trovare innanzitutto un accordo tra loro, prima di decidere se appoggiare l’una o l’altra parte.

Il Bundestag attende, come l’intera Germania, di conoscere la formazione del suo prossimo governo. Elaborazione: FelixMittermeier da Pixabay.

Vincitori e vinti

Scholz, il quale ha diritto alla prima parola dopo aver raccolto il maggior numero di consensi, spera nella costituzione della coalizione cosiddetta semaforo, formata da SPD, Verdi e Liberali. Dall’altra parte Laschet predica umiltà, ricordando al suo avversario che con il 25% dei voti non si può reclamare la cancelleria. In realtà, è proprio il candidato della CDU che dovrebbe mantenersi umile, in quanto la sua carriera politica corre seriamente il rischio di essere finita con questa sconfitta. Il malcontento interno all’Unione è infatti considerevole e ha un unico bersaglio: il grande sconfitto. Laschet confida in un fallimento di Scholz per poter essere lui a intavolare una proposta di alleanza per Verdi e Liberali ma potrebbe essere l’unico a sperare di farcela. Come ha affermato Markus Söder:

“Per l’Unione è una sconfitta, chi perde così tanti voti non può dire che questo. Da secondi non si può pretendere ma soltanto fare un’offerta.”

Il ragionamento di Scholz si colloca molto vicino:

“Gli elettori hanno dato forza a tre partiti: SPD, Verdi e FDP. Questi hanno un mandato chiaro per costruire il prossimo governo.”

L’FDP è il partito liberale. Il candidato dei socialdemocratici ha ben chiaro un concetto: chiunque sia il cancelliere, sarà difficilissimo che esso possa avere i numeri che occorrono per comporre una maggioranza se non farà un’offerta degna ai Verdi. Il partito ambientalista, assieme a quello liberale ma in misura maggiore dato il maggior numero di consensi, sarà l’ago della bilancia nella costituzione del prossimo esecutivo. È possibile – pure probabile – che le trattative richiederanno alcuni mesi.

I numeri del voto in Germania

Snoccioliamo qualche numero per vedere, nel concreto, come siano andate le elezioni in Germania. I Socialdemocratici, partito di centro-sinistra – benché in Germania le collocazioni siano un pò lontane dai nostri tradizionali concetti di destra e sinistra – ha vinto, superando di poco il blocco di centro-destra formato dalla CDU-CSU. Nessuno di questi due storici partiti è riuscito a varcare la soglia del 30% di preferenze. Dal dopoguerra in avanti, non era mai successo. Preoccupante soprattutto è il risultato del partito di Angela Merkel, il quale ha perso il 9% dei consensi.

Al termine del conteggio nelle 299 circoscrizioni elettorali tedesche, i funzionari hanno reso noto che la SPD si è aggiudicata il 25,7% delle preferenze. Il blocco dell’Unione si è fermato al 24,1%. Storicamente, ogni partito vincitore aveva messo assieme almeno il 31% dei consensi. In questa tornata, nessuno ci si è avvicinato.

Chi entra in Parlamento

Al terzo posto si sono classificati, per così dire, i Verdi, con il 14,8% dei voti. Quarta posizione per i Liberali, i quali hanno totalizzato l’11,5% delle preferenze. Soddisfatta anche Die Linke, il partito di sinistra che, pur non avendo raggiunto lo sbarramento del 5%, necessario per entrare al Bundestag, riesce ad approdare in Parlamento grazie a una peculiare norma che garantisce l’ingresso alle formazioni politiche in grado di vincere in tre collegi uninominali, anche senza raggiungere la soglia.

Al termine delle elezioni federali siamo in grado di dire che i seggi nel Bundestag saranno ben 735. Nella legislatura precedente ammontavano a 709. Il sistema elettorale in Germania, estremamente complesso, consente l’allargamento del Parlamento dopo ogni tornata elettorale. Pensiamo a questo quando affermiamo che il leviatano della politica sia più snello, all’infuori dell’Italia.

Il complesso gioco delle alleanze

Com’è chiaro dal paragrafo precedente, nessuno ha i numeri per governare da solo. Per riuscire a formare un governo, sarà dunque indispensabile tessere alleanze. Il partito più corteggiato sarà quello dei Grüne e, a ruota, quello dei Liberali. Le maggioranze possibili sono svariate. L’obiettivo è riuscire a ottenere 368 dei 735 seggi. A quanto è stato detto, i primi due partiti non hanno intenzione di allearsi, sebbene otterrebbero immediatamente il numero dei seggi necessari, superandoli e arrivando a ben 402, più che sufficienti per una buona governabilità della Germania. Questo numero sarebbe superato in caso di un’alleanza di uno qualsiasi dei grandi partiti con Verdi e FDP. Un’alleanza tra il terzo, quarto e quinto partito di queste elezioni, invece, non avrebbe i numeri. Il partito di estrema destra, Alternative Für Deutschland, capace di raggiungere il 10% delle preferenze elettorali, si terrà fuori da qualsiasi trattativa.

Forti dei loro risultati, Verdi e Liberali hanno già cominciato i colloqui. L’obiettivo è, per entrambi, quello di entrare a far parte del prossimo governo federale. Come ha affermato Anton Hofreiter, capogruppo del partito ambientalista in Parlamento, a un’intervista dopo le elezioni con l’emittente ARD:

“Stanno cominciando dei colloqui in una cerchia molto piccola. Perché la cosa possa funzionare, vedremo quali punti in comune possiamo avere e quello di cui entrambe le parti hanno bisogno. È saggio parlare prima con i Liberali, poi vedremo dove questo ci porta.”

I verdi, tradizionalmente, preferiscono dialogare con l’SPD, trovandosi collocati in una sfera politica più sinistrorsa. Il partito liberale, invece, è più vicino all’Unione. Non ci è dato sapere quale ruolo svolgeranno queste ideologie di fondo – ormai piuttosto annacquate – nei colloqui propedeutici alla formazione del prossimo esecutivo. Quel che pare certo è che dovremo attendere mesi, prima che un nuovo governo possa finalmente vedere la luce.

Il non-successo dei Verdi e le dinamiche ambientaliste in Germania

Annalena Baerbock ha esultato al termine delle elezioni, mostrandosi entusiasta del miglior risultato di sempre, in termini di percentuale di consenso, del suo partito nel Paese. Si tratta di una strategia comunicativa molto nota anche in Italia, quella dell’abbiamo vinto tutti che segue una tornata elettorale nella quale, di fatto, è invece accaduto l’esatto contrario. La Costituzione tedesca, a ogni modo, non specifica che diventa cancelliere chi ottiene il maggior numero di preferenze, bensì chi riesca a dar luce a un governo capace di fare il suo lavoro.

Se quel 15% scarso di voti è un buon risultato, in termini di numeri puri, se andiamo a contestualizzarlo, ci rendiamo conto di come si tratti in realtà di una conquista deludente, di un non-successo. Non più di 3 mesi fa, in giugno, i Grüne erano accreditati dagli analisti politici tedeschi del 20% abbondante di preferenze. Secondo qualcuno avrebbero addirittura potuto raggiungere il 22%. Invece queste aspettative sono state considerevolmente ridimensionate.

È oltremodo probabile che questo ridimensionamento comporti anche un ridimensionamento dei sogni verdi di ecologisti e ambientalisti. La radicale rivoluzione green auspicata da tutto il movimento giovanile – e non solo – che segue Greta Thunberg – ed è fortissimo in Germania, dove numerosi giovani sono sensibili a questa battaglia – corre il serio rischio di finire enormemente depotenziata.

Alleanza possibile tra i piccoli di Germania a dispetto dell’ambiente

L’ingresso del Bundestag. Foto di Ingo Joseph da Pexels.

D’altra parte, però, sullo scacchiere politico tedesco, questo risultato dei Verdi potrebbe incentivare moltissimo le trattative con l’FDP. Il partito liberale, infatti, non vedeva di buon occhio la colossale riforma verde che Baerbock e il suo partito avevano reso l’ossatura portante del proprio programma per la cancelleria. Volker Wissing, segretario generale per l’FPD non ha mai nascosto la sua preoccupazione verso la cosiddetta rivoluzione verde che la tenace leader verde propugnava a ogni comizio. I liberali la vedevano infatti come un incubo di tasse, punizioni fiscali e costi scaricati, senza troppe preoccupazioni, sulle spalle di quel ceto medio che rappresenta lo scheletro della Germania contemporanea.

Gli ambientalisti non possono certo vedere di buon occhio questo indebolimento dei Verdi sulle proiezioni estive, eppure, dal punto di vista politico, se si toglie di mezzo l’ambizioso programma ambientale, Grüne e FDP sono due partiti vicinissimi tra loro. Ambedue sono neoliberali in campo economico, nonché tendenzialmente favorevoli all’austerity e al mercato libero. Alla luce di ciò, non dovrebbe dunque essere troppo difficile intavolare una bozza di programma, messi da parte i bollori rivoluzionari.

Verdi e liberali assieme formano un blocco concreto, in grado di dettare tempi e modi a entrambi i partiti maggiori (valgono infatti il 26% circa dei seggi al Bundestag). I retroscena vogliono una CDU dispostissima a collaborare, in quanto vedrebbe in questa alleanza la sua opportunità di scalzare la SPD dal governo. Olaf Scholz, però, non è nuovo ai giochi di palazzo e pare in grado di poter tendere una mano per prendersi il posto di cancelliere, cedendo qualcosa a Verdi e Liberali.

Giochi di potere, elettori confusi e il pianeta a pagarne le conseguenze

Le trame di potere sono le stesse in ogni Paese, non aspettiamoci che il caso Germania sia diverso. Già nel 2017, dopo le ultime elezioni vinte da Merkel, fu necessario un lungo lavoro diplomatico per giungere alla formazione di un esecutivo. È più che probabile che capiterà lo stesso anche nelle prossime settimane. I risultati del voto dipingono un quadro ben chiaro, che stupisce poco. Gli elettori tedeschi – ma potremmo allargare il campione – desiderano cambiamenti sociali e ambientali. Però non troppo. Se i Verdi rappresentano una forza potenzialmente dirompente nei confronti dello status quo; SPD e CDU-CSU sono esattamente l’opposto, ovvero tre partiti tendenzialmente conservatori, sebbene occupino due lati lontani dello spettro politico tedesco.

Il benessere della Germania, locomotiva d’Europa secondo una metafora spesso abusata, viene percepito in pericolo dai tedeschi. Essi naturalmente sanno bene quanta importanza rivesta l’ambiente ma, probabilmente, danno priorità al loro tenore di vita e alle abitudini consolidate e sedimentate nei decenni, dunque sono poco propensi a correre il rischio di sacrificare parte di questo per il bene dell’ambiente.

Gli elettori, incerti e preoccupati, hanno forse sparpagliato il loro voto come il giocatore d’azzardo che distribuisce la sua puntata su vari tavoli di roulette, sperando di azzeccare almeno una combinazione giusta. Non è però detto che sarà Olaf Scholz a fare il croupier. Comunque vadano le trattative politiche, la presenza dei Verdi al governo potrebbe essere un importante segnale per l’ambiente. È lecito però temere il fatto che, a contatto con il potere, la battaglia per il pianeta spunti le sue armi e l’ambiente finisca per pagarne le conseguenze. Non è sufficiente avere persone sensibili al tema che occupano poltrone importanti, serve che da quelle stesse poltrone guidino battaglie e interrogazioni per il bene del nostro ecosistema in sofferenza.

Leggi anche: “In Germania e Francia registrati nuovi record di temperatura.”

Transizione ecologica, modelli troppo contrastanti

Transizione-ecologica-cover

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

Le alluvioni in Germania, una catastrofe climatica

Il meteo impazzito assedia l’Europa occidentale. Nel momento in cui scrivo questo articolo il conteggio totale delle vittime ha superato quota 180. I dispersi, invece, sono impossibili da quantificare poiché le linee di comunicazione sono collassate nei Länder tedeschi vittime della recente alluvione. La cancelliera Angela Merkel, visitando i luoghi del disastro, ha parlato di immagini spettrali. Quello che è accaduto in Germania ci ricorda che stiamo scherzando con il fuoco – nel caso non lo avessimo ancora realizzato – continuando a fare poco più di nulla per preservare il nostro pianeta.

Le alluvioni che hanno sferzato l’Europa occidentale si sono ora spostate sull’Austria, dove si è cominciato a monitorare attentamente il livello del Danubio, con il peggio che sembrerebbe comunque passato. Come già scritto, la situazione è ancora in evoluzione e i dati che trovate sull’articolo potrebbero essere totalmente sbagliati nel momento in cui esso verrà letto. Inevitabilmente, queste parole non sono che una foto, un istante congelato in questa tragedia e il lavoro prezioso dei soccorritori va avanti instancabile.

Le 180 vittime di cui scritto non sono tutte tedesche, stando al report di Rainews sarebbero 156 i morti in Germania e 27 in Belgio. Il totale europeo sarebbe dunque di 183. 110 di questi defunti erano cittadini del Land tedesco della Renania-Palatinato, il più colpito assieme al confinante Nordreno-Vestfalia. Le cause del disastro sono state attribuite anche dai politici, senza giri di parole, al cambiamento climatico. La catastrofe tedesca ha riportato la questione della transizione ecologica sulle primissime pagine dei quotidiani di attualità.

Transizione-ecologica-alluvione
Le strade a Meissen, in Sassonia, in seguito a un alluvione del fiume Elba. Foto: LucyKaef da Pixabay 

Leggi anche: “Alluvioni estive, la nuova normalità italiana.”

Il discorso alla popolazione di una scioccata cancelliera Merkel

La cancelliera, visibilmente scioccata, si è sforzata di vedere il bicchiere mezzo pieno, per quanto possibile naturalmente, durante la sua visita a Adenau:

“Grazie a Dio il nostro Paese può far fronte a quanto accaduto finanziariamente. Provvederemo a stretto giro. La lingua tedesca non conosce alcuna parola che possa descrivere quanto è accaduto qui.”

Ha affermato Angela Merkel, prima di aggiungere:

“C’è bisogno di una politica che tenga in considerazione natura e clima, ben più di quanto non si sia fatto negli ultimi anni. Vediamo con quanta violenza la natura possa agire. La contrasteremo nel breve ma anche nel medio e lungo periodo. Saremo il primo continente a diventare neutrale in quanto a CO2. Dovremo però dedicare anche molta più attenzione per quanto riguarda l’adattamento ai cambiamenti climatici in corso.”

Naturalmente il discorso può apparire strumentale, visto il luogo e il momento in cui è stato pronunciato, nonché il ruolo che il capo di stato Merkel deve tenere, in virtù della sua carica, di fronte a una popolazione devastata dalla catastrofe. Non è tanto però per il desiderio di condividere una dialettica scontata che riporto questo pensiero, bensì perché subito dopo Angela Merkel arriva a toccare un punto importantissimo, fondamentale direi in un’ottica di transizione ecologica continentale.

La transizione ecologica secondo Angela Merkel

Il governo federale tedesco sta approvando proprio in questi giorni un pacchetto straordinario di aiuti per le popolazioni colpite. Non si vuole infatti perdere tempo prezioso per aiutare concretamente chiunque ne abbia bisogno. L’idea è concedere alle zone alluvionate fondi immediati ma anche aiuti sul medio e lungo periodo. La parola d’ordine è ricostruire tutto. La cancelliera ha anche chiesto donazioni a tutti i cittadini che abbiano possibilità di fornirne.

Durante la sua visita nelle regioni colpite dal dramma – mentre alcuni Länder confinanti come, ad esempio, l’Alta Baviera stanno evacuando le fasce di popolazione più a rischio – Angela Merkel ha voluto sottolineare un aspetto di cui parliamo spesso, qui sulle pagine de L’EcoPost:

“Quello che investiremo nella difesa del clima ci costerà molto. Quello che però non faremo, finirà per costarci molto di più. Se vediamo i danni degli ultimi anni, o degli ultimi decenni, comprendiamo perché dobbiamo impegnarci ancora moltissimo.”

Non c’è altro da aggiungere; l’importanza della transizione ecologica sta tutta in queste parole. Certo, avremmo gradito che ci si fosse arrivati senza la necessità di dover seppellire tutti questi morti ma questo è quel che ci attende se continueremo a trascurare il problema del cambiamento climatico. È tempo di agire. Il pensiero di Merkel non deve finire come uno degli ultimi discorsi importanti di una cancelliera a termine mandato – dopo 15 anni di mandato, la leader della CDU ha già annunciato che non si ricandiderà – bensì dovrebbe essere un piano d’attacco per l’intera UE. E ci auguriamo che lo sia, dal momento che anche a capo della Commissione abbiamo una politica tedesca, il cui pensiero non differisce troppo, almeno nelle dichiarazioni, da quello del suo Capo di Stato.

Interventi a sostegno della popolazione

In Alta Baviera, sono state evacuate circa 130 persone perché si è verificata l’esondazione di un fiume che poi, fortunatamente, non ha riportato le drammatiche coincidenze che si temevano.

Le criticità ora sembrano essere terminate, dal momento che i fiumi sono in ritirata e l’ondata di maltempo si sta allontanando. Restano impresse le parole di uno dei soccorritori, il quale ha affermato: “Le auto sono diventate come una palla da fuoco per l’enorme massa d’acqua.” Angela Merkel ha promesso interventi a sostegno delle popolazioni, per rimediare a danni che sono stati stimati intorno ai 4 o 5 miliardi di euro.

Le parole della cancelliera sull’ambiente hanno fatto il giro del mondo e la passerella dei politici che si sta dirigendo a Napoli per il G20 monotematico dedicato al tema hanno dimostrato di averle colte. Ora occorre passare ai fatti ed è proprio in questa fase che si teme un cortocircuito, il quale finirebbe per portarci di fronte all’ennesimo nulla di fatto. In fin dei conti, il nostro ministro per la transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha da subito fatto capire che la sua idea non è proprio allineata con quella di Merkel.

La transizione ecologica e le parole del Ministro

Pressapoco in concomitanza con i tremendi fatti che avvenivano in Germania, il Ministro per la Transizione Ecologica Roberto Cingolani confidava alla stampa alcune sue preoccupazioni riguardo al pacchetto europeo denominato Green New Deal. Com’è noto si tratta del provvedimento per raggiungere la neutralità climatica nella UE entro il 2035. Esso impone – tra le altre cose – ai costruttori di autovetture di produrle esclusivamente a propulsione elettrica da qui a 15 anni.

Muovendo da qui, Cingolani ha lanciato quello che i media hanno definito un allarme. A detta del Ministro, se anche le supercar dovranno essere elettriche al 100% – cosa più che probabile, in quanto anche le supercar sono automobili – l’Italia sarà costretta a chiudere la sua Motor Valley. Con questa definizione anglosassone intendiamo l’Emilia di Ferrari, Lamborghini, Pagani e Maserati, le cui linee di produzione generano un considerevole indotto. A detta di Cingolani, il tempo tra oggi e la data di passaggio all’elettrico è insufficiente per convertire i cicli di produzione industriali.

Il pensiero di Cingolani

Per non snaturare il pensiero del Ministro alla Transizione Ecologica, riportiamo qui le sue parole. Le esternazioni sul distretto dei motori vanno viste all’interno di un ragionamento più ampio. Poiché spesso l’informazione dei media ci abitua a decontestualizzare un ragionamento per ottenere il titolo sensazionalistico, ho preferito prendere qualche riga per riportare l’intervista.

“C’è una grandissima opportunità nell’elettrificazione. È stato però comunicato dalla Commissione UE che anche le produzioni di nicchia come Ferrari, Lamborghini, Maserati e McLaren si dovranno adeguare al full electric. Questo vuol dire che, a tecnologia costante e con l’assetto costante, la Motor Valley la chiudiamo.”

Sono le parole di Cingolani, riportate dal Corriere della Sera.

“Se oggi pensassimo di avere una penetrazione del 50% di auto elettriche, d’emblée, non avremmo le materie prime per farlo né alcuna grid per gestirle. Su un ciclo produttivo di 14 anni, pensare che le nicchie automobilistiche supersport si riadattino è impensabile.”

“C’è un fattore chiave che le persone non considerano. La transizione ecologica deve avere un tempo specifico. Se siamo troppo lenti falliremo come homo sapiens. Se andiamo troppo veloci, falliremo come società. Dobbiamo affrontare la disuguaglianza a livello locale che non rende la transizione facile a livello globale. Noi siamo relativamente fortunati. Possiamo parlare di riconversione, idrogeno, mobilità verde… ma che dire di altri 3 miliardi di persone sul pianeta che hanno problemi più urgenti? Dobbiamo trovare regole comuni e sostenere i Paesi emergenti.”

Ha concluso il Ministro.

Cattive notizie per la transizione ecologica dunque?

Alla luce del ragionamento di Cingolani, dunque, come possiamo concludere? Alcune delle argomentazioni del Ministro hanno senso, gli va riconosciuto. Consideriamo di quali automobili stiamo parlando e di quali macchinari hanno a disposizione questi costruttori. Uno come Horacio Pagani, che italiano non è in quanto proveniente dall’Argentina ma che lavora nel bolognese da decenni, produce le sue hypercar in un laboratorio artigianale che nulla a che vedere con uno stabilimento automobilistico.

Ciò non toglie, comunque, che sentir parlare in questo modo un Ministro alla Transizione Ecologica faccia veramente accapponare la pelle. A maggior ragione se pensiamo che si tratta di chi dovrà coordinare il vertice ambientale delle prime 20 economie del mondo. Naturalmente i costruttori di automobili – così come gran parte di altre imprese – avranno delle difficoltà anche serie a riconvertire la loro produzione. Se però consideriamo le potenziali problematiche di ogni attore economico, quando mai inizieremo questo processo vitale per il futuro?

Qualora il pensiero di Cingolani divenisse predominante, se tutti gli altri Ministeri incaricati di agevolare la transizione ecologica per tutelare aziende o distretti produttivi, neanche cominceremmo mai a mettere in pratica una qualunque forma di riconversione.

Transizione-ecologica-white-tesla
Tesla fa soltanto automobili elettriche e ha dimostrato che è possibile coniugare alte prestazioni a motorizzazioni ecologiche. Foto: Pixabay.

Leggi anche: “Transizione ecologica, falsa partenza per il Ministero.”

Un esempio virtuoso

Cingolani dà l’idea di volersi arroccare sul passato e difendere l’esistente, come hanno sottolineato sulle pagine virtuali di vaielettrico.it. Nello stesso articolo, troviamo anche un esempio assolutamente virtuoso e in netto disaccordo con la tesi del Ministro.

Ci sono infatti anche costruttori di automobili sportive e di lusso che stanno già cavalcando da tempo l’elettrico e ne apprezzano le possibilità. La Porsche ha lanciato il suo primo modello elettrico nel 2019 – La Ferrari E non è attesa prima del 2025 – e ha annunciato risultati di vendita sorprendenti per il primo semestre 2021. L’elettrica Taycan vende ormai praticamente tanto quanto l’immortale 911, la quale la stacca per 20mila 611 consegne contro 19mila 822, davvero un pugno di unità.

“Il tasso di elettrificazione sta crescendo ovunque. Questo conferma il percorso intrapreso con la nostra strategia. In Europa, circa il 40% delle auto attualmente in consegna dispone di un motore elettrico, puro oppure ibrido plug-in. La nostra massima priorità continua a essere quella di realizzare i sogni dei nostri clienti.”

Dice Detlev von Platen, responsabile Sales&Marketing del marchio Porsche. A quanto pare, dunque, anche i clienti di questi marchi possono accettare l’elettrico; non a caso a Stoccarda lanceranno presto la loro seconda proposta completamente elettrica, la Macan, e hanno già annunciato che farà seguito un’intera gamma di auto con propulsione green. Qualcuno avvisi Cingolani.

“Minuti contati”: Noam Chomsky si espone sul clima

Minuti contati

Se state cercando una guida pratica su come contribuire alla lotta ai cambiamenti climatici attraverso il fai-da-te, “Minuti contati” non fa per voi. Se invece cercate un’illustrazione del quadro politico, sociale e sopratutto economico dello scacchiere internazionale alla luce del clima che sta cambiando, con questo libro fate centro. “Minuti contati – Crisi climatica e Green New Deal globale” ci serve per capire quanto sono importanti le decisioni di politici, economisti e attivisti per cambiare davvero le sorti dell’umanità.

Economia, la vera protagonista di “Minuti contati”

È vero, l’economia e la finanza sono due dei temi centrali del libro. Questo però non deve intimorire, in quanto la narrazione è strutturata in modo così semplice e scorrevole da non lasciare spazio alla noia. Assistiamo infatti a un’intervista condotta dallo scienziato ed economista C. J. Polychroniou rivolta nientemeno che a uno dei più grandi intellettuali viventi, Noam Chomsky e all’altrettanto importante economista e accademico Robert Pollin. Le domande sono semplici e dirette, così come le risposte, che riempiono le pagine di conoscenze, dati e riflessioni a dir poco concrete sulla situazione attuale. Per i pochi euro del libro sarebbe veramente un peccato non infondere le proprie meningi di tanta ricchezza.

Sia Chomsky sia Pollin sono grandi sostenitori del Green New Deal Globale. Pollin lo definisce un progetto globale per raggiungere gli obiettivi dell’IPCC, ma in modo tale da ampliare al contempo le opportunità di un lavoro dignitoso e migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e dei poveri di tutto il mondo. Secondo Noam Chomsky una qualche forma di Green New Deal è indispensabile per salvare il pianeta. Quando si parla di Green New Deal, però è ovvio che il denaro sia il fulcro dell’argomento in quanto consiste nel mezzo più importante che abbiamo per contenere la crisi climatica in poco tempo.

Leggi anche: Da “Green New Deal” a “Gas New Deal”: l’UE ci ricasca

Da dove arriveranno i soldi per il Green New Deal?

L’investimento iniziale per attuare il Green New Deal globale dovrebbe essere di 2,6 bilioni di dollari solo nel primo anno. Questa cifra probabilmente aumenterà sino ad arrivare a 4,5 bilioni all’anno tra il 2024 al 2050. Anche se sembrano cifre esagerate, i due intellettuali sottolineano come questo denaro rappresenti solo una minima parte del PIL globale e che i combustibili fossili richiedono investimenti e generano introiti decisamente maggiori. Come dice Pollin, nel 2019 il valore complessivo delle attività finanziarie globali è stato di 317 bilioni di dollari. I 2,4 bilioni che propongo di convogliare negli investimenti sull’energia pulita a partire dal 2021 corrispondono allo 0,7% di questa torta.

Qualcuno dovrà pagare

Comunque, qualcuno dovrà pagare. La soluzione che Pollin vede più fattibile è quella di una divisione equa degli investimenti tra i governi e i privati. Queste due realtà, lavorando insieme, potranno assicurare la stabilità dei prezzi del mercato, sulla scia dell’attuale liberismo economico. Questa strategia incoraggerà gli investitori privati nelle rinnovabili, creando concorrenza e incentivando la ricerca per prodotti sempre più nuovi e competitivi. A livello pratico, gli Stati potranno contribuire in diversi modi.

Uno di questi è sicuramente la carbon tax e tutte quelle le politiche atte a spillare all’industria del fossile parte del suo immenso bacino monetario. Molti dicono che la carbon tax sia solo un altro modo per impoverire le persone comuni, in quando l’innalzamento dei prezzi della benzina e del riscaldamento peseranno principalmente sulle famiglie. Pollin però propone che il 75% di questi introiti vengano restituiti ai cittadini, per esempio nella busta paga alla fine del mese. Il 25% invece sarà destinato a investimenti nelle rinnovabili.

Ovviamente, poi, una larga parte del denaro necessario alla transizione potrebbe provenire dai fondi ora destinati all’industria militare la quale, si spera, diventerà sempre più obsoleta. Larga parte dei soldi, poi, potranno provenire dai prestiti delle grandi banche statali in favore dei progetti sulle rinnovabili. Infatti, questo grande progetto di investimento quale è il Green New Deal sarà completamente ammortizzato nel tempo. In particolare, si tradurrà in costi energetici più bassi per i consumatori di tutto il mondo. Oltre ovviamente a creare milioni di nuovi posti di lavoro e incrementare così la capacità di acquisto della popolazione.

minuti contati

“Minuti contati” e l’idealismo pratico

A modo loro, sia Chomsky che Pollin sostengono che l’idealismo nel senso puro del termine non porti lontano. O meglio, entrambi sono d’accordo che gli ideali siano fondamentali, ma solo come punto di partenza per interventi più concreti, che sono l’unica vera chiave per salvare il pianeta nei pochissimi anni che ci sono concessi. D’altra parte il titolo parla chiaro: abbiamo i minuti contati e bisogna trovare soluzioni veloci e fattibili.

Il pragmatismo di Chomsky

Il passato di Chomsky è caratterizzato dall’attivismo politico nel panorama della sinistra più radicale e talvolta anarchica, che lo ha visto, per esempio, in prima linea nella protesta contro la guerra del Vietnam e la pena di morte. Ciò non toglie, però, che la visione di Chomsky sulla disobbedienza civile come metodo per combattere la crisi climatica sia molto più trattenuta rispetto a quello che ci potremmo aspettare da lui.

Per molti anni ho praticato la disobbedienza civile e ritengo che sia una buona tattica, a volte. Ma non va adottata solo per dimostrare al mondo di avere a cuore il problema. […] Bisogna valutare le conseguenze. Una determinata azione è progettata in modo da stimolare la riflessione, il convincimento e la partecipazione degli altri? O è più probabile che essa si inimichi le persone, le indispettisca e le induca ad appoggiare proprio quello che combattiamo?

In “Minuti contati”, Chomsky arriva persino ad “accogliere” l’accusa di alcuni detrattori di sinistra riguardo al fatto che il Green New Deal non sarebbe un progetto per salvare il pianeta, ma per salvare il capitalismo. Dice infatti che, qualora dovesse funzionare, il Green New Deal potrebbe sì salvare il capitalismo, ma annullerebbe le tendenze suicide del capitalismo reale e condurrebbe a una forma sostenibile di organizzazione sociale. E comunque aggiunge: Personalmente, spero che esso si spinga molto più oltre.

Il realismo di Pollin

Anche Pollin non sembra vedere altra via d’uscita se non quella di intrufolarsi tra le mura del nemico con lo scopo di abbatterlo dall’interno. Secondo lui non abbiamo il tempo per invertire la rotta del capitalismo e risolvere in questo modo la crisi climatica. Realisticamente e cinicamente parlando, questa “rivoluzione” porterebbe più danni alla popolazione e all’ambiente di quanto si creda. Pollin è totalmente in accordo con chi crede che il capitalismo sia un sistema economico ingiusto, malato e che per ora non tiene affatto conto dei danni ambientali che comporta. Egli però afferma che, se il PIL globale dovesse contrarsi significativamente, i fondi per le rinnovabili subirebbero una battuta di arresto, così come i posti di lavoro promessi alle persone ora occupate nel settore del fossile.

Io non posso certo commentare negativamente le opinioni di due pilastri dell’economia e della politica mondiale, peraltro tutte basate su dati scientifici. Gli argomenti trattati in “Minuti contati”, inoltre, coprono uno spettro troppo ampio perché chi sta dall’altra parte delle pagine costruisca grazie ad esse una propria opinione esaustiva su di essi. Si parla infatti di tanto altro, oltre all’economia: diritti umani, disoccupazione, attivismo (Extinction Rebellion e Greta Thunberg), agricoltura, deforestazione, migranti climatici. Sicuramente, però, un’infarinatura di questi temi potrà giovare tutti per contrastare i cambiamenti climatici attraverso un più deciso voto politico.

Green Economy, cosa si cela dietro il termine

Green-economy-pos-cover

Green Economy: definizione

Che cos’è l’economia verde

Il termine green economy, in inglese, è ormai diffusissimo anche in Italia, tanto che se ne sente parlare davvero molto spesso. Ma a che cosa ci riferiamo quando parliamo di economia verde o economia ecologica? Si tratta di un modello teorico di sviluppo economico che muove da un’analisi bioeconomica. In tale analisi non si prende in esame soltanto la crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) e i benefici di un determinato regime di produzione di una determinata nazione o comunità. Nel modello si dà anche importanza a quanto quello sviluppo impatti sull’ambiente, ovvero quali potenziali danni porti l’intero ciclo di trasformazione della materia prima al pianeta.

Nel video di HTT, che cos’è la green economy

Come si valuta un modello economico

La valutazione più tipica di ogni modello economico si calcola a partire dall’estrazione delle materie prime, nei luoghi dove esse sono rintracciabili. Poi si mette in conto il loro trasporto; la trasformazione in energia e/o prodotti finiti e da ultimo quali siano i problemi che questo ciclo genera. Tra di essi vanno annoverati anche tutti i possibili disagi, quando non proprio i danni causati all’ambiente al termine del ciclo, nelle fasi di smaltimento ed eliminazione del prodotto.

Gli economisti parlano di retroazione negativa a danno del PIL nel momento in cui il modello economico diventa troppo impattante sull’habitat interessato dall’economia presa in esame. Quando ci sono problemi ambientali, infatti, le attività economiche riducono inevitabilmente la propria resa. Ogni impresa, infatti, è fatta di persone e trae chiaramente vantaggio da una buona qualità dell’ambiente ove opera. Qualora funzionino a regime e nel rispetto ambientale agricoltura, pesca e turismo la salute pubblica ne giova. Lo stesso accade in assenza di disastri naturali e dei drammi che da essi originano.

La green economy sul dizionario

Il celebre dizionario Treccani dà una definizione di green economy chiara e piuttosto immediata. Tale definizione semplifica quanto è stato espresso nelle righe precedenti, incorporando i concetti riportati:

Modello teorico di sviluppo economico che prende in considerazione l’attività produttiva valutandone sia i benefici derivanti dalla crescita sia l’impatto ambientale provocato dall’attività di trasformazione delle materie prime. Forma economica in cui gli investimenti pubblici e privati mirano a ridurre le emissioni di carbonio e l’inquinamento, ad aumentare l’efficienza energetica e delle risorse, a evitare la perdita di biodiversità e conservare l’ecosistema.

Cenni storici

Si potrebbe far risalire il concetto di green economy al 1911. A quell’epoca, il termine non era ancora stato coniato e l’attenzione all’ambiente era davvero molto bassa. In quel periodo Frederick Soddy, chimico e fisico britannico, sviluppò un modello che metteva in relazione la dipendenza economica – politica dai fondamenti della termodinamica. La sua analisi era in netto contrasto con l’economia neoclassica, figlia e dipendente della meccanica newtoniana, che al tempo era già dominante. Le teorie di Soddy restarono piuttosto circoscritte per almeno 60 anni.

All’inizio degli anni ’70, gli studi di Nicholas Georgescu-Roegeneconomista svizzero – prima e Herman Daly – suo collega statunitense – poi, introducono finalmente le scienze ecologiche nel pensiero economico. Di fatto, è a questo punto della storia che si sviluppa il concetto di sostenibilità e il suo fondamento operativo nell’immaginario collettivo.

Green-economy-pos-campo-agricolo
Foto: Pixabay

A questi due pionieri seguiranno altri professionisti che renderanno il connubio tra crescita ed ecologia sempre più raffinato, fino al 2014. In quell’anno il noto economista Jeremy Rifkin teorizza un’economia rivoluzionaria se paragonata ai modelli tipici, interamente verde e digitale. Chiunque desideri approfondire il suo modello può farlo consultando il volume “La terza rivoluzione industriale.” I principali concetti nel suo ragionamento sono internet delle cose, ascesa di un commons – economia collaborativa – alternativo al sistema produttivo che va per la maggiore e, infine, quella che forse è la principale necessità perché la green economy prenda piede: l’eclissi del capitalismo.

Dossier Stern, il primo Green Economy Report

Prima di Rifkin si era già iniziato a parlare di un’economia nuova ed ecologica, la quale era anche già stata ribattezzata come verde. Il cosiddetto rapporto Stern, risalente al 2006, propone un’analisi economica che valutava già l’impatto dei cambiamenti climatici a livello sia ambientale sia macroeconomico. Nel documento, il PIL mondiale viene definito minacciato dal surriscaldamento globale. Per essere datato 2006, il dossier resta ancora attualissimo, tanto erano sul pezzo i punti salienti elencati da Nicholas Stern, all’epoca presidente della Banca Mondiale.

Pochi anni dopo, nel 2009, il presidente USA Barack Obama si impegnò a rilanciare l’economia del suo Paese puntando sulla green economy. Era un periodo in cui gli States, così come tutto il mondo, attraversavano una grave crisi, non ancora totalmente risolta. A seguito del crack della banca Lehman Brothers, infatti, l’economia americana versava in recessione profonda. Il modello di sviluppo verde vuole contrastare quello nero dovuto allo sfruttamento di combustibili fossili. L’amministrazione Obama non riuscì a dare molto gioco alla green economy, pur riuscendo ad insediare negli USA numerose attività nel settore. A Donald Trump, come ben sappiamo, interessava ben poco del benessere del pianeta. Chissà che Joe Biden non riesca a dare finalmente slancio all’economia ecologica.

Green economy per superare i vecchi paradigmi

L’economia verde, dunque, non prende in esame soltanto la produzione. Dai concetti scritti quando abbiamo dato la definizione di green economy, emerge come si considerino anche altri valori, compresi quelli legati all’ambiente. Un ciclo economico inserito in quest’ottica dovrà necessariamente evitare di impattare troppo sulla natura. La verde vuole essere un’economia che diminuisce le emissioni di CO2 e, di conseguenza, l’inquinamento. Per riuscire a conservare l’ecosistema ed evitare di danneggiare troppo la biodiversità è necessaria una partnership tra pubblico e privato. Se vogliamo cambiare il nostro sistema economico, dobbiamo infatti tutti caricarci sulle spalle il fardello della sua riconversione.

Un modello teorico che prende sempre più piede

Per tutto quel che si è scritto fin qui si capisce bene come il modello teorico di green economy voglia rompere con i vecchi paradigmi economici. I sistemi di macroeconomia tradizionali, infatti, mettono – più o meno volontariamente – in contrapposizione la crescita o il successo del modello con la tutela del nostro habitat. In Europa, in tempi recenti, il concetto di economia verde sta prendendo sempre più piede. L’Unione Europea continua infatti a pubblicizzare e parlare di questo modello, proponendo numerosi incentivi per le comunità statali che decidano di puntare forte su di esso.

Green-economy-pos-pascolo
Foto: Pixabay

Gli stessi governi italiani, nonostante la loro estrema mutevolezza, si dimostrano via via più attenti a questo tema, indipendentemente dal loro colore politico. Naturalmente, c’è chi vi è più attento e chi meno; i partiti più conservatori sono tendenzialmente più lontani dalla sensibilità ambientale, fosse anche solo per non perdere consenso da parte dello zoccolo duro del loro elettorato. Di ricetta verde, però, sentiamo parlare settimanalmente in questi tempi di pianificazione per intercettare i generosi fondi del recovery fund continentale e la proposta non riscontra una opposizione troppo acre, nelle stanze dei bottoni. Negli ultimi anni, i Ministri hanno ideato vari bonus per stimolare la conversione verso la green economy. Sono elementi che ci fanno ben sperare, sebbene la strada appaia ancora davvero molto lunga. Molti di essi, infatti, restano per il momento soltanto sulla carta.

Leggi anche: “Ripresa: che ne è stato delle proposte green?”

Nel concreto

A questo punto abbiamo snocciolato sufficientemente che cosa significhi il termine green economy, da dove derivi e quali siano le sue caratteristiche teoriche. Andiamo dunque ora a vedere che cosa comporti essa nello specifico, nel concreto. Partendo da una generosa quota di investimenti che mirino a migliorare l’efficienza energetica delle comunità aderenti al modello, la green economy punta a salvaguardare l’ecosistema su cui essa si appoggia. Nel farlo, naturalmente, non vuole pregiudicarne la crescita. Un simile atto è chiaramente più facile a dirsi che a farsi; il cambiamento deve partire dalla sensibilità delle persone che nel sistema di economia ecologica sono circoscritte. Riforme politiche e norme comunitarie devono consentire la riscoperta dell’importanza della natura e della sua protezione. Accanto alla conversione economica ne occorre anche una sociale.

Green economy come meccanismo virtuoso

Accrescere il PIL senza danneggiare l’ecosistema può apparire un’impresa. Ciò si deve al fatto che gran parte delle nostre nozioni economiche vedono la crescita come nemica dell’ambiente, poiché dalla rivoluzione industriale in poi è sempre stato così. Le risorse vanno gestite al meglio, dalla culla alla tomba, ottimizzando la produzione e trasformazione. In tal modo, sarà possibile crescere senza impattare sull’ambiente, innescando un meccanismo virtuoso ancora ampiamente sconosciuto nella gran parte dei Paesi cosiddetti sviluppati.

La Terra fa sempre più fatica a tollerare e sostenere l’impatto di un’umanità troppo numerosa, la quale consuma le risorse del Pianeta come se non ci fosse un domani. Così facendo, si aumentano notevolmente i rischi che quel domani non arrivi per davvero. A medio e lungo termine, non esistono alternative possibili all’economia ecologica. L’ambiente può e deve essere considerato un fattore di crescita economica. Il principio alla base del modello di sviluppo green è infatti di una chiarezza cristallina. Se impoveriamo l’ambiente che ci ospita, dunque le sue risorse, e consumiamo eccessivamente le materie prime che esso ci offre, danneggiando le riserve, avremo inevitabilmente un aumento del prezzo delle stesse. Ciò comporta chiaramente un danno economico.

Se invece ci preoccupiamo di tutelare il nostro habitat, potremmo allora contare su uno stabile apporto materico. Inoltre, l’ambiente va protetto, tutelato e gestito al meglio. Tutte queste mansioni richiedono del personale. Questi lavoratori sono quelli a cui ci riferiamo quando parliamo di green jobs. Agricoltori, tecnici addetti alla produzione di energie rinnovabili, operatori ecologici che si occupino del riciclo, bioarchitetti, paesaggisti e biourbanisti. Tutti questi settori possono essere potenziati, all’interno di comunità improntate all’economia verde. Ecco creato il modello virtuoso di cui si parlava poc’anzi.

Green-economy-pos-picture
Elaborazione grafica: Pixabay

Tutte le difficoltà del nuovo che prova ad avanzare

La trasformazione dell’economia nera in green economy presenta anche problemi e difficoltà. Essa richiede infatti una trasformazione davvero profonda della società, e non sempre essa riesce a comprenderla appieno, tantomeno a metterla in atto senza obiezioni. Come sempre accade, lasciare il seminato, la nostra comfort zone come direbbero gli anglosassoni, e abbracciare il nuovo, non è cosa semplice per molti.

La prima presa di coscienza dovrebbe arrivare da aziende e imprenditori, i quali farebbero bene a creare una responsabilità sociale d’impresa, la quale indichi ai lavoratori tutti i vantaggi della conversione e, in fin dei conti, l’ineluttabilità di essa, se davvero vogliamo salvare questo pianeta. L’adozione di strumenti e tecnologie che impattino meno sull’ambiente, per quanto possano essere più costose, sarebbero già un ottimo primo passo in questa direzione. Gli Stati farebbero bene ad affiancare le aziende in questo cammino. Qualcuno sta provando a farlo. Ad esempio negli USA è nato un organo preposto – il Sustainabilty Accounting Standards Board – che dal 2011 favorisce la divulgazione di informazioni sulla sostenibilità delle aziende, a favore degli investitori. L’organismo è indipendente, slegato da dinamiche politiche o lobbistiche.

Vi sono svariati studi che ci testimoniano come chiunque adotti politiche aziendali affini alla tutela ambientale, riesca poi a rendere meglio sul mercato. la ricerca più nota è quella del Boston Consulting Group. Risale al 2016 e trae un’importante conclusione: gli investitori tenderebbero a premiare le performance migliori sui temi ambientali, con valutazioni maggiori di una percentuale compresa tra 3 e 19% rispetto alla media delle imprese concorrenti. È un segnale di come la strada che si deve intraprendere sia ben indicata per molti. Non ancora per tutti, però.

Leggi anche: “Da Green New Deal a Gas New Deal, l’UE ci ricasca”

L’eredità politica di Bernie Sanders

Alla fine ha ceduto. Bernie Sanders ha annunciato la sospensione della sua campagna per le presidenziali 2020. Lo ha fatto con un annuncio in diretta sui suoi canali, dichiarando di sostenere Joe Biden per sconfiggere “il presidente più pericoloso nella storia degli Stati Uniti d’America”. Abbiamo voluto riportare parte del suo discorso e riconoscergli il merito di aver messo l’ambiente al primo posto della sua agenda politica, costringendo gli altri candidati a fare lo stesso.

Bernie-Sanders

Il discorso di Bernie Sanders

“Vorrei poter dare notizie migliori, ma penso che voi conosciate la verità. E cioè che siamo attualmente 300 delegati dietro il Vice Presidente Joe Biden e la vittoria è praticamente impossibile. Quindi, anche se stiamo vincendo la battaglia ideologica e il supporto di così tanti giovani e lavoratori lungo tutto il paese, sono arrivato alle conclusioni che questa battaglia per la Nomination democratica non avrà successo. E quindi, oggi, annuncio la sospensione della mia campagna.

Priorità all’emergenza Coronavirus

Per favore sappiate che non ho preso questa decisione alla leggera. Infatti, è stata una decisione difficile e dolorosa. Nelle scorse due settimane, Jane ed io, in consultazione con lo staff e molti dei miei sostenitori principali, abbiamo fatto una valutazione delle prospettive di vittoria. Se credessi che ci sia una strada percorribile per la nomination, continuerei di certo la campagna, ma semplicemente non c’è. So che ci saranno forse alcuni nel nostro movimento che non sono d’accordo con questa decisione, che vorrebbero che combattessimo fino all’ultima votazione della Convention Democratica. Comprendo quella posizione. Ma mentre vedo la crisi assalire la nazione, esacerbata da un presidente poco propenso o incapace di esercitare qualsiasi tipo di leadership credibile, e mentre vedo il lavoro che deve essere fatto per proteggere le persone nell’ora più buia, non posso in tutta onestà continuare ad organizzare una campagna che non posso vincere. E che interferirebbe con l’importante lavoro richiesto ad ognuno di noi in questo difficile momento.

L’endorsement a Biden e la battaglia contro Trump

Oggi mi congratulo con Joe Biden, un uomo molto rispettabile, con cui lavorerò per portare le nostre idee progressiste avanti. Sul piano pratico, lasciatemi dire anche questo, rimarrò sulla scheda elettorale in tutti gli stati rimanenti e continuerò a raccogliere delegati. Se da una parte Joe Biden sarà il candidato democratico, dall’altra dobbiamo continuare a mettere insieme il maggior numero possibile di delegati alla Convention Democratica, dove saremo in grado di esercitare un’influenza significativa sul partito.

Dopodiché insieme, stando uniti, andremo avanti per sconfiggere Donald Trump, il presidente più pericoloso nella storia americana moderna. E combatteremo per eleggere forti candidati progressisti ad ogni livello, dal Congresso ai consigli scolastici. Come spero che tutti voi sappiate, questa corsa non ha mai riguardato me. Mi sono candidato alle presidenziali perché credevo che, come Presidente, avrei potuto accelerare e istituzionalizzare i cambiamenti progressisti che stiamo costruendo insieme. E se continuiamo a organizzarci e a combattere, non ho dubbi che ciò sarà esattamente quel che succederà. Anche se ora il percorso potrebbe subire qualche rallentamento, cambieremo questa nazione e, assieme agli amici che condividono le stesse idee in tutto il pianeta, cambieremo il mondo intero”.

Leggi il nostro articolo: “Trump e le lobby del fossile all’attacco durante il Coronavirus”

Bernie Sanders e la battaglia climatica

Noi ambientalisti non possiamo fare altro che ringraziare Bernie, così come lo chiamano amichevolmente tutti i suoi giovani sostenitori, per aver spostato l’asse del possibile un po’ più in là, anche se dall’altra parte del pianeta. La sua battaglia si giocava negli Stati Uniti, ma con un occhio sempre aperto verso gli altri continenti. La questione climatica, purtroppo o per fortuna, non bada a confini geografici e le emissioni americane, in cima alle classifiche storiche e pro-capite, sono anche nostre. Così come dovrebbero essere anche nostre le soluzioni proposte nel Green New Deal del suo programma. Perciò Bernie Sanders rappresentava una speranza anche per noi e la sua ritirata rappresenta fonte di grande tristezza, in un momento già delicato della storia americana e mondiale.

Per chi vuole vedere comunque il bicchiere mezzo pieno, ricordiamo che la forza della campagna politica di Bernie Sanders stava proprio nella non-personificazione. Dal suo motto “NotMeUs” si evince la forza di un movimento costruito dal basso, dove non importa tanto la sua persona ma il risveglio di una società americana fatta di insegnanti, infermiere, giovani di ogni etnia. Il Senatore del Vermont, nonostante i suoi 78 anni, ha portato una ventata d’aria fresca, galvanizzando le giovani generazioni e coinvolgendo persone che non si erano mai appassionate alla politica. Bernie ha lanciato personaggi come Alexandria Ocasio-Cortez, la quale con ogni probabilità raccoglierà il suo testimone. Inoltre, grazie a lui, l’America sta finalmente parlando di crisi climatica, mettendo in campo soluzioni progressiste inimmaginabili fino a poco tempo fa.

Leggi il nostro articolo: La destra italiana contro la scienza: “rinviare il Green New Deal”

Bernie Sanders, discorso completo in cui annuncia il ritiro dalle presidenziali del 08/04/20

Il Green New Deal al centro dei programmi

Franz Foti, che ha tradotto il manifesto politico di Sanders per People con il titolo La sfida più grande, ha commentato con queste parole il ritiro del Senatore del Vermont dalle Presidenziali: “Quattro anni fa Sanders ottenne 13 milioni di voti alle primarie democratiche grazie a un’ottima campagna, ma anche in virtù del fatto che era l’unico candidato a rappresentare gli ideali di uguaglianza e giustizia sociale, economica, razziale e climatica. Questa volta, chi più chi meno, quasi la maggioranza dei candidati in campo era di ispirazione progressista. (…)

Sostenevano quasi tutti il college gratuito, un forte intervento sui debiti di studio, la legalizzazione della cannabis, l’introduzione di un sistema sanitario universalistico, l’aumento delle tasse ai redditi più alti, l’aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora, il Green New Deal di Alexandria Ocasio-Cortez. Tutte battaglie storiche di Bernie Sanders, che fino a qualche anno fa erano considerate di nicchia, marginali. Tutte battaglie che prima o dopo sono state poste al centro dei dibattiti tra i candidati, al centro del discorso pubblico”.

Bernie Sanders ha vinto in ogni caso

Possiamo quindi dire, in un certo senso, che Bernie Sanders ha vinto in ogni caso. “La campagna finisce – ha detto Bernie – ma la battaglia per la giustizia continua”. La giustizia climatica, in particolare, è ormai al centro delle piattaforme politiche in tutto il mondo e i movimenti ambientalisti sono più vivi che mai, anche se momentaneamente impossibilitati a riempire le piazze per le restrizioni della pandemia. Bernie Sanders potrà pur aver interrotto la corsa alla Casa Bianca, ma la sua attività politica non finisce qui, soprattutto perché milioni di giovani in tutto il mondo hanno ereditato le sue idee politiche. Lo slogan NotMeUs era molto più di uno slogan.

Leggi anche: “Cattive acque al cinema. Il film sui due volti dell’America”

La destra italiana contro la scienza:”Rinviare il Green New Deal”

Che la destra Italiana sia tra la schiera dei più grandi nemici della scienza del clima non è una novità. Ma approfittare di una crisi umanitaria della portata del CoronaVirus per provare a favorire qualche sostenitore del partito è, francamente, eccessivo. Persino per loro. Ed invece, proprio in questi giorni, Fratelli d’Italia ha chiesto di sospendere il Green New Deal europeo e dirottare i fondi ad esso destinato per far fronte alla crisi post CoronaVirus. Salvini, che non vuole essere da meno, invoca, in un’intervista rilasciata al direttore del quotidiano “Il Giornale”, quello che lo stesso Sallusti definisce “un mega condono”.

Leggi anche: “Lo smog aiuta la diffusione del CoronaVirus”

destra-green-new-deal

Fratelli d’Italia si oppone al Green New Deal

Partiamo dal partito guidato da Giorgia Meloni. Già quando era stato il momento di votare per il Green New Deal, in sede europea, i deputati di Fdi avevano votato contro. Per fortuna ciò non è bastato e la misura è stata poi approvata dalla Commissione Europea, guidata da Ursula Von der Leyen. Il 31 marzo alcuni membri del partito che ormai rappresenta una buona fetta della destra italiana – in particolare Carlo Fidanza, Raffaele Fitto, Sergio Berlato, Nicola Procaccini e Raffaele Stancanelli – hanno chiesto alla Commissione di “rinviare il Green New Deal e mettere tutti i fondi a disposizione di lavoratori e aziende per fronteggiare questa crisi. Non è tempo di ambientalismo ideologico”. Una richiesta che va contro ogni principio scientifico che in questo momento, invece, dovrebbe guidarci verso delle prese di decisione sensate e consapevoli.

Immediata la reazione del panorama ambientalista italiano. Con un comunicato pubblicato sul loro sito, i Verdi hanno ben chiarito i motivi per cui questa richiesta possa essere considerata a tutti gli effetti una vera e propria follia: “Gli scienziati di tutto il mondo, e la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno comprovato che le cause ambientali sono al centro della pandemia. Chiedere lo stop al Green New Deal, come fatto da Meloni e Fratelli d’Italia, vuol dire negare la scienza. La pandemia che sta mettendo in ginocchio l’economia mondiale è strettamente legata alle modifiche radicali dell’ambiente e degli ecosistemi, la deforestazione e gli allevamenti intensivi. Il Green New Deal rappresenta l’unico volano per uscire da questa crisi senza precedenti e salvare le sorti del Pianeta”.

Leggi anche: “Come abbattere le tue emissioni del 25%”

Risposte simili sono arrivate anche dal vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini, dal sottosegretario al Ministero dell’Ambiente Roberto Morassut e da Francesco Ferrante, una delle più importanti figure del movimento ambientalista italiano.  

Salvini e il condono. La storia si ripete

Pur senza appellarsi direttamente alla revoca del Green New Deal, non fa molto di meglio l’altro rappresentante della destra italiana. Matteo Salvini, in un’intervista rilasciata poco dopo l’infelice richiesta del partito di Giorgia Meloni, ha ben pensato di fare una proposta anti-crisi da far venire la pelle d’oca: “Se si vuole partire dovranno essere azzerati i debiti privati e lasciare fare le imprese”. Insomma, come ammesso anche dal diretto de “Il Giornale” Sallusti, la ricetta proposta dal leader della Lega per far ripartire l’Italia comprende al suo interno una bella dose di condoni fiscali ed edilizi.

Anche in questo caso non si è fatta attendere la risposta degli ambientalisti. L’abusivismo edilizio è uno dei principali problemi ambientali del nostro paese. Un provvedimento del genere dunque, oltre a peggiorare una situazione già pessima del consumo di suolo in Italia, finirebbe per favorire chi per anni ha lucrato sulla mancanza di controlli e restrizioni ambientali adeguate. Guardando ai dati, infatti, risulta di una chiarezza lampante il bisogno di investimenti in un’ottica di sostenibilità. Anche, e soprattutto, per quanto riguarda il settore edilizio. Secondo i dati Ispra il 91% dei comuni italiani è a rischio idrogeologico. E ormai comprovato che l’eccessivo consumo di suolo mette a rischio la sicurezza di tutti i cittadini e aumenta il rischio di frane ed alluvioni. Chiedere agli abitanti di Genova per credere.

Leggi anche: “Le ripetute gaffe di Salvini sul cambiamento climatico”

L’ennesima posizione antiambientalista di un leader politico che ormai, al pari dei propri colleghi delle destre sovraniste, sembra abbia già deciso di voler completamente ignorare, e quindi negare, gli appelli della scienza sul cambiamento climatico. Una storia che parte da lontano. Da quella votazione per il Paris Agreement in cui Salvini ha optato per un ”NO” e che continua attraverso una serie di dichiarazioni e posizioni negazioniste tenute anche durante il suo breve periodo di governo. Insomma, è ormai chiaro che per gli ambientalisti Matteo Salvini rappresenti un nemico.

La replica del Ministro Costa alla destra: “Il Green New Deal uno stimolo per l’occupazione”

A pochi giorni dalle dichiarazioni dei leader di Lega e Fratelli d’Italia, il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha invece espresso la sua posizione rispondendo negativamente a queste richieste: “Noi non vogliamo ricostruire vecchi schemi, ma vogliamo far confluire risorse europee e nazionali in un paradigma economico nuovo. Non deroghiamo per inquinare di più, ma aiutiamo i cittadini economicamente ad inquinare meno e creare occupazione. Per ogni posto di lavoro perso in settori inquinanti noi possiamo generare da 3 a 5 posti di lavoro nuovi, se abbracciamo uno sviluppo più sostenibile”. Parole che sono state sottoscritte anche dal Ministro dell’Economia Gualtieri e dallo stesso Giuseppe Conte.

Leggi anche: “Trump e le lobby del fossile all’attacco durante il CoronaVirus”

Risulta evidente come questa crisi sia più di un’occasione per far ripartire il paese in un’ottica di sostenibilità e investimenti green. I benefici che potrebbero essere portati da un approccio di questo tipo sono enormi e soprattutto orientati sul lungo termine. Si parla tanto in questi giorni di come il nostro Paese possa uscire migliorato da questa crisi. Per farlo serveranno politiche decise e sostegno a chi vuole ripartire mettendo l’ambiente al primo posto. Il ritorno al “business as usual” potrebbe essere la condanna definitiva.

Fabbriche convertite durante la crisi. Una soluzione per il clima?

La Ferrari ha annunciato la propria conversione per produrre respiratori. Bulgari sostituirà i profumi con i gel per le mani. Le fabbriche di Calzedonia si stanno invece dedicando alla fabbricazione di mascherine. Armani farà camici monouso. E ancora, Geox, Gucci, Prada, Moschino, H&M. Sono alcuni dei nomi delle aziende, abitualmente concorrenti fra loro, scese in campo nell’emergenza Coronavirus. Questo modello di rapida conversione, già sperimentato ai tempi della Seconda guerra mondiale, ci indica che cambiare è possibile. La crisi attuale rappresenta l’ultima chiamata per attuare la transizione ecologica. L’alternativa di un ritorno al passato sarebbe insostenibile sotto tutti i punti di vista.

L’appello della Protezione Civile alle fabbriche italiane

È ormai lunga la lista di aziende che stanno applicando una conversione delle proprie fabbriche per far fronte alle carenti scorte di materiale sanitario degli ospedali italiani. Primo fra tutti: mascherine, respiratori e gel disinfettante. L’appello era partito dalla Protezione Civile: “si dovrebbero poter comprare i ventilatori da terapia intensiva nei supermercati e le mascherine ad ogni angolo, e invece stiamo faticando”, aveva detto Angelo Borrelli il 24 marzo. In una settimana, si è creato un consorzio di imprese solidali che, a detta del Commissario straordinario Arcuri, sarà capace di soddisfare metà del fabbisogno nazionale entro due mesi.

Leggi il nostro articolo: “La mascherina e il suo impatto sull’ambiente”

La solidarietà ovviamente non è l’unico fattore in campo. Infatti, le aziende in conversione potranno beneficiare dei contributi del decreto “Cura Italia”. Sul fronte economico, queste imprese riceveranno finanziamenti agevolati o altri tipi di incentivi per correre contro il tempo. Una conversione trasversale che sta impegnando tutti i settori. Per esempio, ha fatto il giro del web la notizia delle maschere subacquee donate dalla Decathlon e convertite in respiratori grazie all’idea di giovani ingegneri italiani. Molti stanno paragonando ciò che sta avvenendo ai due conflitti mondiali avvenuti nel XX secolo. Se c’è un paragone utile con la Seconda guerra mondiale, è proprio riguardo alla conversione industriale.

La conversione delle fabbriche durante la Seconda guerra mondiale

Jonathan Safran Foer ha riportato numerosi esempi di fabbriche convertite in quegli anni belligeranti: “Già nel 1942, le aziende che in precedenza realizzavano automobili, frigoriferi, lavatrici e mobili in metallo per uffici si erano riconvertite alla produzione militare. Le fabbriche di biancheria intima cominciarono a sfornare reti mimetiche da camuffamento, le calcolatrici si reincarnarono sotto forma di pistole, i sacchetti da aspirapolvere furono trapiantati a mo’ di polmoni nei corpi delle maschere antigas. (…) Il governo impose – e gli americani accettarono – il controllo dei prezzi sul nylon, le biciclette, le scarpe, la legna da ardere, la seta e il carbone. La benzina fu strettamente regolamentata e fu imposto a livello nazionale un limite di velocità di cinquantacinque chilometri orari per ridurre il consumo del carburante e delle gomme”.

Leggi anche: Trump e le lobby del fossile all’attacco durante il Coronavirus”

Giovannini: un ripensamento “oltre il Pil”

Il confronto con la Seconda guerra mondiale serve alla causa climatica per il seguente motivo: ciò che sembra impossibile in tempi normali, diventa realistico in situazioni d’emergenza. Le giustificazioni abitualmente addotte, come la mancanza di tempo o di soldi, spariscono per lasciar posto alla concretezza di riforme coraggiose. Il governo avrebbe quindi un enorme potenziale di cambiamento, inimmaginabile in situazioni ordinarie. Purtroppo però, l’ex ministro Enrico Giovannini ci ricorda che le crisi spesso non aiutano la questione ambientale, ma anzi, la eclissano.

Il Presidente dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (Asvis) sottolinea come la crisi economica del 2008-2009 fosse un’occasione perfetta per attuare un ripensamento collettivo dell’economia con concetti che andassero “oltre il Pil”. Invece, si è rimasti nei binari preesistenti e ci sono voluti anni per riconsiderare la crisi climatica come una priorità a livello internazionale. Giovannini si augura che l’emergenza in corso non segua lo stesso corso: “L’Agenda 2030 affronta proprio le tematiche che sono colpite dalla crisi: la salute, il lavoro, l’educazione. Sperare di tornare semplicemente allo stato pre-crisi, magari adottando ricette vecchie tutte centrate sulla dimensione economica, significherebbe fare un grandissimo errore”.

Leggi il nostro articolo: “Lo smog aiuta la diffusione del Coronavirus?”

Una conversione di occupazioni e competenze

Come fare, nel concreto? Giovannini lo ha descritto bene nel suo libro, L’Utopia Sostenibile, acquistabile nella nostra sezione Cultura Sostenibile. Nell’immediatezza di questa emergenza, bisogna “provare ad immaginare eventuali trasferimenti di occupazione e competenze da un settore all’altro. Certo è importante che i fondi pubblici vengano orientati alla ripresa della domanda e che si trasferiscano in spesa delle famiglie e delle imprese. Ma non abbiamo bisogno solo del sostegno al reddito, ma di sostegni all’avvio di nuove attività economiche su cui eravamo poco presenti o poco competitivi”.

Di fatto, i governi dovrebbero convogliare le risorse messe a disposizione verso settori strategici, stimolando la conversione ecologica. Dato che il 70% degli investimenti in materia energetica proviene dai governi, questa crisi offre un’opportunità senza precedenti. Lo ha detto Fatih Birol, intervistato dal Guardian: “le principali economie mondiali stanno preparando pacchetti di interventi. Stimoli ben disegnati possono offrire vantaggi economici e facilitare una svolta nel capitale energetico”. Il direttore esecutivo dell’IEA ritiene che, in assenza di giuste riforme, il declino derivato da questa crisi sarebbe “insostenibile”.

Le crisi e la Shock Doctrine

D’altronde, le crisi sono da sempre un periodo perfetto per attuare cambiamenti radicali, spesso in direzione autoritaria, a favore dei pochi e per niente eco-friendly. Ce lo ricorda magistralmente Naomi Klein con la dottrina “Shock Doctrine”. Lo stesso neoliberalismo, il sistema economico ed ideologico che ha contribuito maggiormente al declino della Terra, si fonda sulla teoria di sfruttamento dei momenti di crisi. Diceva Milton Friedman: “Solo una crisi, reale o percepita, produce un vero cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni che vengono intraprese dipendono dalle idee che circolano in quel momento”.

Capitalismo del Coronavirus o conversione ecologica?

Le crisi hanno portato, nel passato, a grandi trasformazioni sociali come il New Deal di Roosevelt o a grandi fallimenti della storia come l’affermazione della dottrina neoliberale. Dai primi passi mossi dai governi, non sembra che la questione ambientale sia al momento considerata, come se, ancora una volta, si pensasse che la sfera economica sia distaccata dal resto. Il “capitalismo del Coronavirus”, così come l’ha definito la Klein, risulta la strada maestra, perlomeno negli Stati Uniti. Ci auguriamo che in Europa, dopo i grandi proclami degli scorsi due anni, non venga fatto lo stesso errore. La radice delle parole economia ed ecologia è appunto οίκος, che significa “casa”: non può esistere transizione economica che non sia sostenibile anche dal punto di vista ambientale.

Leggi anche: “Parola di Dio e virus: se i missionari contagiano gli indigeni”

Da “Green New Deal” a “Gas New Deal”: l’UE ci ricasca

Mentre nelle prime pagine dei giornali, italiani e non solo, impazzano da ogni dove notizie sul Coronavirus, l’UE ha preso una decisione di gran lunga più pericolosa. Vi ricordate del Green New Deal sbandierato ai 4 venti dall’attuale Parlamento Europeo? Beh, ora possiamo anche chiamarlo “Gas New Deal”.

gas

117 miliardi di fondi per il gas fossile. 29 vengono dall’UE

A rivelare questa cifra è il Global Energy Monitor. Si tratta di una rete di ricercatori che fornisce informazioni di vario tipo riguardanti progetti legati all’energia fossile a realtà di primo livello come la Banca Mondiale, l’UNEP, Bloomberg e tante altre. Una cifra enorme che mette a rischio gli obiettivi intermedi di tagli delle emissioni lungo la strada per un’ Unione Europea “carbon neutral” nel 2050. Se da un lato buona parte di questa cifra verrà finanziata da banche e fondi privati, ben 29 miliardi arriveranno proprio dall’Unione Europea.

Sottolineiamo nuovamente che il gas è una fonte di energia fossile. Quindi un potenziamento delle infrastrutture ad esso legate non è affatto di aiuto nell’ottica di una transizione ecologica. La “giustificazione” di questa decisione è legata alla volontà di abbandonare la dipendenza dal carbone. Peccato che, qualora venisse rimpiazzato con il gas, anche solo parlare di benefici ambientali sarebbe a dir poco eccessivo.

Leggi anche: “Come abbattere il 25% delle tue emissioni di CO2”

Il veto dei Verdi

Immediata la presa di posizione da parte degli Eruopean Greens che hanno proposto un veto sull’approvazione del programma Connecting European Facilities (CEF). Al suo interno sono stati approvati i finanziamenti a 151 nuove infrastrutture. Ben 32 di queste riguardano progetti relativi al gas.

Durante la discussione della proposta di veto, Marie Touissant, deputato dei Verdi Europei, si è così rivolta al Parlamento: “Il Pianeta sta morendo. Rapporto dopo rapporto, gli esperti ci ripetono che bisogna rinunciare ai fossili per arginare la crisi climatica. Ma in totale contraddizione con le buone intenzione proclamate, l’Europa sta per dichiarare “prioritari” dei progetti energetici di cui più di un terzo è basato sui combustibili fossili. Siamo in 103, oggi, a chiedervi di rivedere questo elenco. Questi progetti non hanno senso per la scienza, sono un errore economico e soprattutto politico. La scienza ci diche che l’84% delle risorse fossili oggi conosciute non deve essere utilizzato. Continuare ad investire in progetti fossili molto costosi ostacola la possibilità di investire dove serve davvero. C’è qualcosa che non va se l’Unione Europea vuole investire 29 miliardi di euro in progetti che uccidono il clima”.

I progetti sostenuti

A godere di questi finanziamenti c’è, neanche a dirlo, anche l’Italia. Un fatto in totale contraddizione con la scienza e, soprattutto, le parole di una classe politica sempre più ipocrita che mira solo a guadagnare i voti di qualche ambientalista male informato. Tra queste opere, oltre alla già criticata TAP, troviamo il gasdotto EastMed Cipro-Salento e il Malta-Gela, oltre agli impianti elettrici di Andrea Palladio, Brindisi Sud, Marghera Levante, Presenzano Edison e Torrevaldaliga Nord che verranno utilizzati per convertire il gas in energia elettrica. Queste infrastrutture, oltre ad essere molto costose, sono progettate per durare decenni e il rischio di diventarne dipendenti per questo lasso di tempo è più che concreto.

Leggi anche: “Il movimento ambientalista in Iraq. La terra fertile che non è più fertile”

C’è dunque una forte contraddizione tra ciò che viene detto e ciò che, invece, viene concretamente sostenuto con quello che realmente conta: i finanziamenti. Sono diverse inoltre le associazione che hanno definito “inutile” un così ingente potenziamento delle infrastrutture legate al gas fossile. La capacità di trasporto di gas delle strutture attuali all’interno dell’Unione Europea è infatti già 1,8 volte superiore al combustibile che viene effettivamente trasportato. Inoltre, proprio le stesse proiezioni della Commissione UE, ci dicono che per centrare gli obiettivi climatici del 2030 è richiesto un taglio dell’utilizzo del gas fossile del 29% rispetto ai numeri attuali. Un taglio, non un aumento.

Tra i paesi che investiranno maggiormente in questo scempio troviamo anche Regno Unito, Germania e Grecia, oltre ad alcune nazioni dell’Europa orientale come Romania e Polonia che, non paghe della progettazione di nuove centrali a carbone, stanno ben pensando di inserire nel proprio mix energetico anche una bella fetta di gas fossile. Così, per non farsi mancare niente.

Da Green New Deal a Gas New Deal in meno di un mese

Ed ecco che, nel giro di poco meno di un mese, siamo passati dall’esultare per l’approvazione di un Green New Deal che sembrava serio e credibile, al dover fare i conti con la cruda realtà. Una classe politica ancora troppo influenzata dalle lobby dei combustibili fossili che, ancora una volta, sono riuscite a distribuire i “favori” giusti per ottenere ciò che desideravano. Una posticipazione dell’attuazione di politiche credibili in ambito climatico. L’ennesima montagna di soldi che viene, è proprio il caso di dirlo, bruciata.

Mark Z. Jacobson, docente di ingegneria civile e ambientale alla Stanford University, ha voluto sottolineare come “per l’Europa esista un’alternativa. Il continente può funzionare interamente e in tutti i settori energetici con energie pulite e rinnovabili: energia elettrica e termica da vento, acqua e sole. Una tale transizione ridurrà il fabbisogno energetico e i costi, così come l’inquinamento atmosferico, i problemi di salute e le emissioni”.

Leggi anche: “Luci ed ombre sul fondo per l’ambiente di Amazon”

Insomma, rischiando di ripeterci, è ormai evidente come a mancare non siano i soldi, ma la volontà da parte dei politici di prendere una posizione decisa. Ne è ulteriore dimostrazione l’attuale emergenza del Coronavirus. In un brevissimo lasso di tempo le istituzioni, sia a livello nazionale che internazionale, sono riuscite a fare gruppo per far fronte a quella che può essere considerata a tutti gli effetti una crisi, investendo denaro ed impegno per arginare i problemi e trovare soluzioni di lungo termine. Se la stessa prontezza e la stessa lungimiranza venissero incanalate nella lotta alla crisi climatica, molti dei problemi che la compongono potrebbero essere risolti con relativa facilità. E allora, cosa stiamo aspettando?

Primarie Democratici USA: Sanders vince in New Hampshire

L’11 Febbraio, 8 giorni dopo le votazioni dell’Iowa che hanno inaugurato le primarie dei Democratici negli USA. in cui Sanders ha ottenuto il 26,1 % dei voti, si è votato anche in New Hampshire. I risultati, pubblicati nella giornata di ieri, hanno sostanzialmente confermato il trend della settimana precedente in Iowa, con Sanders e Buttigieg a contendersi il primato e, più dietro, tutti gli altri, compreso quel Joe Biden che alla vigilia tutti davano come favorito.

Leggi anche: “Primarie USA: Sanders favorito. Una speranza per il clima”

primarie-democratici-usa

I risultati delle primarie dei Democratici USA in New Hampshire

Bernie Sanders è stato il candidato più votato con il 25,8% dei voti, tallonato da Pete Buttigieg con il 24,5%. A seguire, con il 19,9%, Amy Klobuchar mentre tutti gli altri candidati si sono attestati sotto il 10%. Per il momento, considerando anche i risultati dell’Iowa, le primarie del partito Democratico americano sembrano ridursi ad una lotta a 2 tra Sanders e, un po’ a sorpresa, Buttigieg. Due dei candidati che ai nastri di partenza sembravano poter dare filo da torcere a Sanders, ovvero l’ex vice-presidente di Barack Obama Joe Biden ed Elizabeth Warren, non stanno infatti rispettando le aspettative e potrebbero essere ben presto tagliati fuori dai giochi.

A questi primi caucus non ha partecipato però un altro candidato che inizierà la sua corsa solo a partire dal 3 marzo: Michael Bloomberg. Il multimiliardario, ex-sindaco di New York, non prenderà parte alle prima quattro votazioni. Una scelta singolare, le cui conseguenze negative potranno essere compensate dal suo strapotere economico e mediatico. Insomma, quella che ad oggi potrebbe sembrare la più classica delle corse a due potrebbe presto avere un ulteriore contendente da non sottovalutare.

I giovani sono con Sanders

C’è un minimo comune denominatore nei risultati di Sanders in questi primi due caucus: il voto dei giovani. Secondo un exit-poll condotto da Edison Media Research, Bernie avrebbe ottenuto il 51% dei voti dei giovani dell’Iowa. Per intenderci Buttigieg è il secondo di questa nicchia con il 20%. Una vittoria schiacciante, quindi, nella fascia di età che va dai 18 ai 29 anni. In Iowa la percentuale è stata lievemente minore ma ha comunque sfiorato il 50%.

Leggi anche: “Il discorso di Joaquin Phoenix alla Notte degli Oscar (VIDEO)”

Il motivo? Sanders è il candidato con il più ambizioso Green New Deal del partito Democratico. Bernie è riuscito a mobilitare quella fascia di età che, negli USA, è storicamente più restia a votare, ovvero quella dei giovani. Parte del merito va dato anche all’esplicito appoggio della sua candidatura da parte di Alexandria Ocasio-Cortez. Insieme, i due rappresentanti della fascia più “estremista”, se così si può definire, del partito si sono apertamente schierati soprattutto sulle tematiche ambientali che, ci auguriamo, potrebbero essere l’arma vincente di queste elezioni.

La svolta che aspettiamo

È inutile nascondersi. Le elezioni americane che si terranno alla fine del 2020 potrebbero segnare il futuro dell’umanità. Gli Stati Uniti sono storicamente il paese che ha emesso più CO2 in atmosfera e sono quindi il più diretto responsabile dell’avanzare dei cambiamenti climatici. Qualora Donald Trump, il più celebre negazionista climatico su scala mondiale, si ritrovasse a governare per un altro mandato, le speranze di mantenere la temperatura media globale al di sotto della soglia di 1,5/2 °C rispetto all’era pre-industriale, come auspicato dagli scienziati dell’IPCC, si assottiglierebbe non di poco.

Leggi anche: “L’Italia spedisce tonnellate di rifiuti in Malesia”

In un momento in cui l’Unione Europea ha già preso una chiara posizione in termini di politiche ambientali ed in cui anche la Cina sta iniziando ad investire pesantemente nel settore dell’energia rinnovabile, un’ulteriore inversione di rotta da parte degli Stati Uniti, che negli ultimi anni di presidenza Trump hanno spalancato le porte dei palazzi di potere ai lobbisti del settore fossile, potrebbe davvero essere una svolta epocale. Se anche gli USA riprenderanno la strada battuta da Barack Obama, momentaneamente bloccata dall’amministrazione trumpiana, riuscendo inoltre ad alzare l’asticella delle ambizioni sui temi ambientali, come sta facendo proprio Bernie Sanders, la battaglia contro i cambiamenti climatici potrebbe davvero essere vinta. A 8 mesi dalle elezioni è presto per sapere come andrà a finire. Ma, di certo, gli ambientalisti sanno per chi fare il tifo.

Primarie USA: Sanders favorito. Una speranza per il clima

*Aggiornamento 24/02/2020: Sanders è arrivato primo a pari merito con Buttigeg in Iowa, conquistando il 26,2% dei voti. Ha vinto in New Hampshire con il 25,7% e ha stravinto in Nevada con il 47, 1% (88% dei voti scrutinati). Il 29 febbraio si voterà in South Carolina e il 3 marzo in ben 14 stati, in occasione del Super Tuesday.

Ieri, lunedì 23 febbraio, si è svolta la prima tornata delle primarie negli Stati Uniti. È infatti iniziata la fase dei caucus, le assemblee dei cittadini che esprimono la propria preferenza per i candidati dei due rispettivi partiti. Si è votato nel piccolo stato dell’Iowa, a cui seguiranno gli altri stati fino alle convention nazionali di luglio. Solo allora si sapranno i nomi ufficiali dei due sfidanti per la Casa Bianca. Per il partito repubblicano la vittoria di Trump in Iowa era scontata. Il risultato del voto del partito democratico invece non è ancora stato ufficializzato, ma il favorito risulterebbe il senatore Bernie Sanders. Si tratta solo del primo caucus, è vero, ma se Sanders diventasse presidente degli Stati Uniti sarebbe una grande notizia per il clima.

Bernie Sanders on Instagram. Photo Credit: Eric Kelly

L’ambiente al centro delle primarie democratiche

Le elezioni americane sono un processo lungo e complesso. Per capire cosa sono i caucus, può tornarvi utile il recente Dataroom di Milena Gabanelli. Nella scorsa notte è avvenuta la prima votazione nello stato dello Iowa e già ci sono state parecchie polemiche per il ritardo dei risultati. Gli unici dati finora disponibili corrispondono al 40% dei voti e provengono dallo staff di Sanders: il senatore del Vermont sarebbe in testa con il 29,66% dei voti, seguito da Buttigieg col 24,59%, Elizabeth Warren al 21,24% e Biden al 12,37%.

Ciò che interessa al nostro blog è capire quali di questi candidati abbiano dato priorità alla tematica ambientale. Infatti, aldilà di chi sarà il vincitore, è fondamentale sottolineare che la crisi climatica è diventata una questione fondamentale nei programmi del partito democratico. Tutti i favoriti hanno incluso nei loro programmi ingenti somme da investire in questa direzione. Buttigieg ha proposto un piano da 550 miliardi di dollari per tre fondi di conversione energetica. Il piano di Biden prevede 1.7 trilioni di dollari con l’obiettivo di rendere l’America a zero emissioni entro il 2050.

Leggi il nostro articolo: “Fine. il libro pauroso che ci spinge ad avere coraggio”

Sanders e il clima: una battaglia decennale

Sanders e Warren si sono spinti oltre, aderendo all’idea di un “Green New Deal” che trasformi l’America in chiave ambientale. A onor di cronaca però, è bene sottolineare che Sanders ha intenzione di investire 16,3 trillioni di dollari, a fronte dei 3 trillioni annunciati dalla Warren. Inoltre, Sanders è l’unico candidato che parlava di crisi ambientale quando ancora nessuno sapeva cosa fosse. Già negli anni Ottanta, quando correva per diventare sindaco della sua città, Sanders reclamava la necessità per un “ambiente pulito e sicuro”. Fra le altre cose, è bene ricordare che Sanders nelle elezioni 2016 ha avuto anche il coraggio di parlare apertamente della crisi idrica di Flint, uno scandalo che ha macchiato la presidenza Obama e che è stato documentato nell’ultimo film di Michael Moore Fahrenheit 11/9. Moore sta attivamente facendo campagna elettorale a fianco di Sanders, assieme ad altri eminenti attivisti ambientali come Naomi Klein.

Il movimento Sunrise Movement appoggia ufficialmente Bernie Sanders

Sanders ha anche ricevuto l’appoggio ufficiale del Sunrise Movement, il corrispettivo di Fridays For Future in America. Il Sunrise Movement, in maniera simile a quanto fatto da GreenPeace, ha attentamente vagliato i piani dei tre principali candidati alle primarie democratiche – Sanders, Warren e Biden – e ha assegnato un punteggio per l’impegno di ognuno riguardo la tematica ambientale. I candidati sono stati comparati analizzando i seguenti criteri: il modo in cui parlano della crisi climatica, quanto ne parlano, il piano logistico con cui intendono portare avanti l’agenda climatica e le singole sezioni del Green New Deal abbracciate da ognuno di loro.

Leggi il nostro articolo: “USA, proposto un patto per l’ambiente: il New Green Deal”

Clima, istruzione, sanità: Sanders conquista le giovani generazioni

Nella classifica del Sunrise Movement, Bernie Sanders ha vinto la sfida, seguito da Elizabeth Warren. Joe Biden è nettamente distaccato dagli altri due: fra le altre cose, l’ex vice di Obama ritiene irrealistico fermare l’estrazione di gas e petrolio tramite il fracking. Anche la Warren è stata cauta su questo tema, mentre Sanders ritiene che sia indispensabile fermare qualsiasi nuova infrastruttura legata alle fonti fossili. Il Washington Post sottolinea che l’appoggio del popolare movimento ambientalista americano è rilevante. Sanders è considerato il candidato che con maggior tenacia rivendica l’urgenza di affrontare la crisi climatica. Molti elettori democratici considerano la battaglia climatica una vera e propria sfida intergenerazionale.

Infatti, Bernie Sanders, più di tutti gli altri, è riuscito a mobilizzare la fascia dei giovani sotto i 30 anni, da sempre restii al voto nella politica americana. Il messaggio di Sanders è chiaro e semplice, perché cerca di trasmettere una visione complessiva verso una società più giusta: nel suo piano sono infatti compresi anche il “Medicare For All”, il piano sanitario universale, e la cancellazione dei debiti universitari, che costringe molti giovani del paese ad essere indebitati prima ancora di entrare nel mondo del lavoro. Nel suo piano, condiviso costantemente con la giovane Alexandria Ocasio-Cortez, il clima viene visto come una tematica intersezionale: che interessa cioè, ambiente, educazione, salute e società nel suo insieme.

Leggi anche: “Blackrock si schiera: la sostenibilità sia lo standard della finanza”

L’appoggio degli scienziati

Il piano di Sanders è sicuramente ambizioso, poiché prevede un’America a zero emissioni entro il 2030. Biden lo ha spesso deriso dichiarando che “neppur un singolo scienziato pensa che questo piano possa funzionare”. In tutta risposta, Sanders ha riunito attorno a sé eminenti scienziati da tutto il paese, che hanno firmato e supportato il suo piano con queste parole: “non solo il tuo Green New Deal rispetta i limiti temporali dell’IPCC, ma le soluzioni che stai proponendo per risolvere la crisi climatica sono realistiche, necessarie e supportate dalla scienza. Dobbiamo proteggere l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il pianeta che chiamiamo casa”.

Molti scienziati hanno voluto supportare Sanders anche singolarmente, tramite i loro account social. Ad esempio, Peter Kalmus della NASA ha dichiarato: “Il piano climatico di Bernie è ambizioso? Si. È costoso? Si. Ma l’alternativa è perdere…bè, tutto. Dal mio punto di vista, la cosa che non è fattibile è non fare niente”.

Dall’America una speranza per tutto il mondo

In definitiva, quello di ieri è stato solo il primo round. La partita è ancora aperta e soprattutto, non è detta che chi vincerà le primarie democratiche sarà altrettanto capace di vincere la Casa Bianca nelle elezioni del 3 novembre prossimo. Eppure, osservando queste evoluzioni da un’ottica ambientalista, possiamo affermare che le elezioni americane stanno finalmente alzando il tiro sulla crisi climatica e sulla necessità di affrontarla il più velocemente possibile.

Non sappiamo se sarà Bernie Sanders a vincere, ma sicuramente gli va riconosciuto il merito di aver portato la questione ambientale al centro della programmazione democratica del paese più responsabile al mondo in termini di emissioni storiche e pro-capite. Di fronte alla realtà che abbiamo oggi, con un presidente americano che ritiene il cambiamento climatico una “bufala” e che ha sottratto l’America dagli impegni dell’Accordo di Parigi, possiamo aspettare speranzosi i risultati dell’Iowa, augurandoci che sia solo l’inizio di una rivoluzione climatica. Per l’America e per tutto il mondo.

Leggi il nostro articolo: “UE stanzia mille miliardi per un’Europa carbon free”