“Fine”. Il libro pauroso che ci spinge ad avere coraggio

Fine, una sola parola. È il titolo del libro di Giuseppe Civati e Marco Tiberi, edito da People, che racconta la storia delle nostre paure, della nostra indifferenza verso un futuro che ci aspetta e che tutti stiamo ignorando. È una storia breve, 113 pagine da leggere in un pomeriggio, ma è sufficiente per farci specchiare con la parte peggiore di noi: quella che ogni giorno convive pacificamente con il cambiamento climatico, senza fare nulla per fermare la catastrofe.

Pippo Civati e la casa editrice People

Il nome di uno dei due autori potrà sembrarvi famliare. Giuseppe Civati è infatti il noto politico, parlamentare dal 2013 al 2018 e fondatore del partito Possibile. Conosciuto da tutti con il nomignolo “Pippo”, Civati non venne riconfermato alle elezioni politiche del 2018, ma vinse l’anno successivo alle elezioni europee con la lista Europa Verde. Aveva però ritirato la sua candidatura un mese prima come segno di protesta per la presenza di esponenti di destra nella stessa lista. La sua carriera politica è dunque finita due anni fa, e da allora Civati ha orientato la sua passione verso il settore dell’editoria. A novembre 2018 fonda People, una casa editrice nata per “raccontare e indagare il cambiamento nella società”.

Civati e i suoi colleghi Stefano Catone e Francesco Foti decidono di sfidare i grandi colossi dell’editoria italiana per affrontare dei temi “scomodi”, come l’immigrazione, la politica e soprattutto la crisi climatica. Loro stessi definiscono lo stile di People “pop”, perché ritengono che i libri debbano essere accessibili a tutti: non troppo lunghi e con un lessico chiaro. Soprattutto quando si parla di un tema così complicato e pesante come il cambiamento climatico, lo stile gioca un ruolo fondamentale. La semplicità che gli editori rincorrono è ben riscontrabile nel libro “Fine”, qui di seguito recensito per voi dal nostro blog.

Giuseppe Civati presenta “Fine” al PolitiCamp 2019

La trama di “Fine”: la crisi climatica presente e futura

L’inizio del libro è ambientato nel 1942: racconta di una ragazza, Sara, che rincorre un’ancora di salvezza in un pianeta ormai insalvabile. I capitoli successivi sono un racconto a ritroso per capire come si sia arrivati al punto di non ritorno. Sara e la sua famiglia appartenevano a quella fascia della popolazione che poteva ancora ignorare i segnali di allarme, perché i ricchi si sa, hanno più mezzi per sopravvivere. Fino a quando la situazione è diventata talmente insostenibile da far scoppiare la guerra civile. Sara è stata così costretta a scappare e a rifugiarsi in una bolla d’indifferenza e cinismo che lascia il lettore senza parole.

Leggi il nostro articolo: “Esiste il punto di non ritorno? Tutti ne parlano e nessuno passa all’azione”

Il viaggio di Sara continua, fra vecchie amicizie che si infrangono davanti all’egoismo dello spirito di sopravvivenza e nuovi amori che riaccendono la speranza, per poi ricadere nel senso di impotenza e nell’attesa della fine. Lo scopo dei due autori non è appunto alimentare la speranza: di quella si sono già riempiti la bocca molti politici di oggi, che stanno inneggiando ai piani verdi, al New Deal Europeo, alla transizione energetica, senza però fare niente di concreto per fermare la crisi climatica.

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Il coraggio di raccontare la paura

Gli autori hanno invece il coraggio di parlare del dramma, della paura di ciò che sta accadendo e che potrebbe accadere. Questo libro parla di noi, dell’indifferenza in cui ci siamo rifugiati per non far sì che quella paura ci rovini la quotidianità:

“Parlavamo di tutto, a vanvera, in un chiacchiericcio pasticciato e senza senso, senza fare nulla. Era come se fossimo già su questa nave, un sabato del villaggio senza domenica. Eravamo tutti ammalati di ritardo, e di panico, e di presente. Vivevamo nell’ “emergenza” e facevamo finta che fosse normale.

Isole di plastica di dimensioni continentali, orsi polari alla deriva su zollette di ghiaccio, alluvioni ovunque, bombardamenti di grandine, animali stremati in cerca di pozze che non avrebbero trovato. Le chiamavano “Breaking News”: avevano rotto il mondo, ma non la nostra indifferenza”.

La speranza di People: Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez

Non è certamente un libro da lieto fine. Ma proprio per questo arriva al cuore del lettore: parla di noi, di quello che sta avvenendo nei nostri cervelli e nei nostri cuori per sopravvivere giorno dopo giorno. È un libro semplice, reale, disarmante. Il pessimismo dei due autori viene controbilanciato dagli altri scritti di People, come per esempio La sfida più grande o La giovane favolosa.

In questi due libri trova spazio la speranza, quella che si prova guardando le due stelle verdi della politica americana: Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Un aspirante presidente e la sua instancabile deputata che stanno remando contro tutte le lobby storiche della Casa Bianca per portare al centro l’ambiente e le persone. Scorrendo le pagine di questi due libri si ha la sensazione opposta a quella che si ha leggendo Fine: viene voglia di sperare che non sia ancora troppo tardi, che ci siano soluzioni attuabili da oggi stesso.

Alexandria Ocasio-Cortez spiega al Guardian perchè ha deciso di sostenere Bernie Sanders alle presidenziali americane del 2020

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Fine: lo specchio di noi stessi

Pippo Civati e la sua People ci offrono quindi un mondo di riflessioni, “un punto di vista laterale sul presente e sul suo divenire”, uno spettro di possibilità di quello che il futuro potrebbe essere. Hanno il coraggio di parlare della crisi climatica e chiedono al lettore di essere altrettanto coraggioso, perchè è una crisi che potrebbe essere arginata oppure diventare molto peggio. Ci offrono uno specchio per le emozioni contrastanti che stiamo provando. Paura. Speranza. Fine.

La crisi climatica è la nostra guerra. L’unica per cui dobbiamo mobilitarci

Il clima belligerante di questi giorni ci ricorda una cosa fondamentale: in tempi di guerra, gli stati sono in grado di mobilitare delle risorse che prima non c’erano. Risorse monetarie, temporali, emotive. Quando si alza la tensione e scoppia un conflitto, i governi tirano fuori miracolosamente i soldi, riescono a mobilitare la popolazione e a convertire l’intero sistema statale in un arco di tempo molto breve. La storia ce l’ha dimostrato con le due guerre mondiali del Novecento e durante la Guerra Fredda. Come mai, allora, nessuno sta considerando la crisi climatica come una guerra mondiale che necessita di una celere mobilitazione su larga scala?

Otto anni per salvare il pianeta: troppi o troppo poco?

Abbiamo otto anni per salvare il pianeta. Sembrano pochi, per altri sono troppi. Il dibattito sul cambiamento climatico viene polarizzato da queste voci contrastanti: da una parte ci sono i rassegnati, quelli che dicono che non c’è più tempo. Dicono che, se anche cambiassimo tutto e smettessimo di emettere oggi stesso, sarebbe già troppo tardi. Il loro pessimismo si basa sul fatto che, effettivamente, la catastrofe è già davanti ai nostri occhi. Dalle fiamme dell’Amazzonia all’acqua alle caviglie di Venezia, dall’Australia in fiamme all’Indonesia inondata. Il mondo sembra ormai ribellarsi e dimostrare che non c’è più spazio di manovra.

Ricordiamo per esempio, che la maggior parte del calore sprigionato negli ultimi 150 anni è stato intrappolato dagli oceani, che fungono da enorme serbatoio a lento rilascio. Ce lo ricorda anche l’ONU nell’obbiettivo 14 dell’Agenda 2030: “gli oceani assorbono circa il 30% dell’anidride carbonica prodotta dagli umani, mitigando così l’impatto del riscaldamento globale sulla Terra”. Usando la parola “mitigazione”, sembra quasi un effetto positivo. Bisogna però tener conto che un aumento della temperatura oceanica provoca conseguenze irreparabili anche sulla terra ferma, perché aumenta l’umidità e quindi l’intensità e la frequenza degli uragani.

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Zero emissioni entro il 2030: una guerra già persa in partenza?

Dall’altra parte del dibattito sul cambiamento climatico ci sono i conservatori dello status quo; coloro cioè, che ritengono sia impossibile modificare l’intero sistema mondiale nel giro di un decennio. Queste le motivazioni principali addotte: l’industria fossile sfama migliaia di famiglie, sarebbe contro la crescita economica, solo i pazzi della “decrescita felice” sono in grado di immaginarsi un mondo a zero emissioni nel 2030. E difatti tutti i piani di transizione verde fin’ora elaborati fissano i loro obiettivi ad un minimo di venti anni; ad esempio, il piano appena varato dalla Commissione Europea prevede la “neutralità climatica dell’UE entro il 2050”. Solo il Green New Deal di Alexandria Ocasio-Cortez ambisce a una società zero-emissioni entro il 2030. La giovane deputata americana si pone così fuori dai due spettri, per lei non è né troppo tardi né troppo presto: bisogna agire ora.

Leggi il nostro articolo: “Usa, proposto un patto per l’ambiente: il Green New Deal”

I paragoni con le guerre precedenti

La potenza del messaggio di Alexandria Ocasio-Cortez sta nella dimostrazione che in passato è stato fatto. La mobilitazione della Grande Guerra, così come il New Deal di Roosevelt, la conversione bellica della Seconda Guerra Mondiale e il Piano Marshall, ci offrono esempi tangibili della possibilità di cambiare tutto e in fretta. Durante la Seconda Guerra Mondiale, tutte le industrie vennero rapidamente convertite e il personale si adattò al cambiamento, passando dalla produzione di saponi a quella di armi, dalla produzione di vestaglie da notte a quella di divise militari. I modelli di consumo vennero totalmente reindirizzati perché servivano combustili e cibo per le truppe schierate.

Nel frattempo, tramite l’utilizzo di radio e televisioni, i personaggi famosi e la Walt Disney ripetevano giorno e notte degli slogan per sostenere lo sforzo bellico. Come scrive Foer nel suo ultimo libro (recensito di recente sul nostro blog), durante la seconda guerra mondiale ogni singolo americano contribuì alla vittoria grazie a dei piccoli gesti: fu chiesto loro, per esempio, di spegnere le luci dopo le 19 di sera, così da risparmiare energia e indirizzarla ai bisogni della guerra. Sempre per risparmiare, un altro messaggio diffuso dai media spronava gli americani a viaggiare in gruppo, anticipando quello che oggi viene chiamato “car-pooling”: “se viaggi da solo, viaggi con Hitler!”, recitava lo slogan.

Una mobilitazione di massa

Naomi Klein riporta i seguenti dati: “tra il 1938 e il 1944 l’utilizzo dei trasporti pubblici salì dell’87 per cento negli Stati Uniti e del 95 per cento in Canada. Nel 1943 negli Stati Uniti venti milioni di famiglie, tre quinti della popolazione, avevano in giardino un ‘orto della vittoria’ in cui crescere ortaggi freschi, che ammontarono al 42 per cento del totale consumato quell’anno”.

Allo stesso tempo, la giornalista canadese ci mette in guardia dal pericolo di fare comparazioni con il passato: “Le mobilitazioni in tempo di guerra e gli enormi sforzi postbellici per la ricostruzione furono sicuramente ambiziosi, ma furono anche trasformazioni fortemente centralizzate, imposte dall’alto. Se deleghiamo in questo modo ai governi centrali la lotta alla crisi climatica, possiamo solo aspettarci misure fortemente inficiate dalla corruzione, che concentrerebbero ancora di più il potere e la ricchezza nelle mani di pochi grandi protagonisti, per non parlare delle aggressioni sistematiche ai diritti umani”.

Leggi il nostro articolo: “Il mondo in fiamme. Contro il capitalismo per salvare il clima”

Le giovani generazioni ci stanno guardando

Quindi, le guerre del passato non sono certamente da prendere da esempio. Non abbiamo bisogno di una guerra ed è bene ribadirlo, in questi giorni belligeranti. La guerra ci serve come metro di paragone per rispondere a tutti coloro che dicono che è troppo presto, o troppo tardi. La crisi climatica “è la nostra guerra, la nostra Seconda Guerra Mondiale”, dice la Ocasio-Cortez. “Le giovani generazioni ci stanno guardando e urlano a gran voce: il mondo finirà in 20 anni e la vostra più grande questione è dove troveremo i soldi?”.

L’unica guerra che ha il diritto di esistere

Come detto pochi giorni fa, se si compisse la transizione verde di cui stiamo parlando, molti dei conflitti oggi presenti sulla Terra non avrebbero più ragione di esistere. Perciò vogliamo sottolineare ancora una volta che le uniche truppe che hanno diritto di marciare sono quelle che scendono in piazza il venerdì: se solo prendessimo sul serio i loro slogan, se le televisioni e i social fossero invasi ogni minuto in ogni nazione, con la stessa capillarità usata durante la Seconda Guerra Mondiale, forse le persone farebbero lo sforzo di consumare meno, usare i trasporti pubblici, avere un orto dentro il giardino. Si convincerebbero che l’unica guerra da combattere è quella contro la crisi climatica. Smetterebbero di parlare di terza guerra mondiale perchè sarebbero finalmente consapevoli che nessuna altra guerra sarebbe possibile senza un pianeta su cui combattere.

Leggi il nostro articolo: “Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per saltare la scuola”

USA, proposto un patto per l’ambiente: il Green New Deal

Green New Deal

Lo si chiama GND, e non è una stranezza del tempo dei social network, dove abbreviare tutto, rendere qualunque concetto un acronimo rappresenta qualcosa di cool, di trendy ed assolutamente al passo con i tempi. Dietro alle tre lettere c’è un’idea rivoluzionaria, in netta controtendenza con il sistema economico, politico e sociale, dei nostri giorni. Questa sì che è una stranezza.

GND significa Green New Deal ed è una proposta di legge avanzata da due tra le più attente figure politiche americane, ma diciamo pure mondiali, al cambiamento climatico. Ed Markey, democratico del Massachusetts e naturalmente Alexandria Ocasio – Cortez, di New York. Appare evidente il richiamo al rivoluzionario New Deal di Franklin Delano Roosevelt. Tale misura economica pose le basi per rilanciare gli Stati Uniti dopo il pantano della Grande Depressione e, nel giro di qualche anno, li rese la prima potenza mondiale.

Per la cronaca, il Congresso ha bocciato, a marzo, la misura di Markey. Ciò non stupisce, dal momento che parliamo di un Paese che si è ritirato dagli accordi internazionali sul clima firmati alla conferenza di Parigi. Un Paese, poi, governato da un milionario senza scrupoli il quale ammise candidamente, qualche anno fa, che il surriscaldamento globale era una trovata cinese per mettere in difficoltà l’industria tessile statunitense. Ciononostante la proposta incontra sempre maggior seguito, negli USA e nel mondo.

Etimologia

Il termine fu coniato, nel 2007, dal giornalista Thomas Friedman. Egli scrisse sul New York Times che, per parlare di green economy e green society, era necessario cambiare la natura del sistema di approvvigionamento elettrico, rinunciando ad olio e carbone a vantaggio di fonti pulite e rinnovabili. A ciò aggiunse che era fondamentale lanciare l’economia mondiale nel ventunesimo secolo. Per farlo, esisteva solo la strada di creare un nuovo apparato industriale mondiale. Tale progetto era ed è ancora, per ammissione dello stesso Friedman, un piano molto più grande di quello che ognuno di noi possa immaginare.

Tracce storiche

La prima traccia tangibile del New Deal verde risale al 2006. Si tratta di un piano per arrivare ad utilizzare, entro il 2030, il 100% di energie rinnovabili. L’ambizioso obiettivo, ben lontano a 13 anni di distanza, si sarebbe dovuto raggiungere tramite alcuni importanti provvedimenti. Innanzi tutto, l’introduzione di una tassa sull’inquinamento, la carbon tax, l’abolizione delle tasse universitarie e un programma di lavoro garantito per tutti. In più si prevedeva l’assistenza sanitaria gratuita per ogni cittadino e un focus sull’utilizzo di risorse pubbliche. Tale documento è stato a lungo manifesto del partito verde statunitense, fino ad entrare di peso nel dibattito interno al Partito Democratico americano dopo le elezioni mid-term del 2018.

Dagli scranni di partito è ora diventato un argomento caldo in tutto il mondo. Diffusosi grazie all’amplissima cassa di risonanza del profilo Twitter di Alexandria Ocasio – Cortez, che conta circa 6 milioni di follower, e alla sempre maggiore attenzione dell’opinione pubblica sulla questione.

A che punto siamo

Trattandosi di una proposta di strettissima attualità, gli aggiornamenti riguardanti il Green New Deal arrivano a fiume, ogni settimana. Al momento però si tratta di una posizione presa da alcuni candidati statunitensi per incitare il governo affinché si concentri concretamente nel fronteggiare la crisi climatica, coinvolgendo l’intera nazione. Esattamente come fece il presidente Roosevelt per contrastare la Grande Depressione.

Il GND, attualmente, vede il supporto di numerose figure di spicco interne ai dem. Tra essi vale la pena ricordare rappresentanti impegnati in prima persona su vari fronti relativi ai diritti civili, come Rashida Tlain, Ilhan Omar, Antonio Delgado e Josè Serrano. Numerose ONG impegnate a contrastare il cambiamento climatico si sono schierate, fin da subito, a favore del New Deal verde. Tra esse figurano attori di primissimo piano come 350.org, Greenpeace, Sierra Club, Friends of the Earth ed Extinction Rebellion.

La risoluzione del 7 febbraio

Lo scorso 7 febbraio venne rilasciata ufficialmente la risoluzione del Green New Deal. In 14 pagine di documento, si sollecita la transizione degli Stati Uniti in un Paese ad energia 100% rinnovabile. Nel testo si sottolinea la necessità di investire in auto elettriche e reti moderne di treni ad alta velocità. Si richiede inoltre di implementare i controlli sul costo sociale del carbone, una misura approvata dal presidente Barack Obama come parte del suo programma, cestinato da chi lo ha succeduto, che mirava a contrastare di petto il cambiamento climatico, nell’arco di 10 anni.

Leggi il nostro articolo “Energie rinnovabili in Italia: a che punto siamo?”

Accanto a queste proposte vi sono quelle relative alla creazione di posti di lavoro nel settore pubblico. Per esempio, quelle per fare in modo che le comunità più povere siano le prime a godere dei vantaggi della riconversione. Oppure quelle mirate all’azzeramento dei monopoli commerciali, spesso e volentieri i primi avvelenatori, concentrati solo sulla massimizzazione del proprio profitto, a scapito di qualunque accorgimento ambientale. Diverse pagine della risoluzione riguardano l’assicurazione sanitaria universale, ovvero il diritto, per ogni cittadino, di poter accedere in maniera completamente gratuita all’assistenza sanitaria. Il testo contempla poi una mobilitazione nazionale di 10 anni per sostenere e mettere in pratica il GND.

Il presidente Trump, che durante i primi 100 giorni di mandato sostenne apertamente i minatori di carbone, accogliendoli nello Studio Ovale, ha definito il New Deal verde un inganno.

Trump: “The Green New Deal is a hoax”

Le critiche al GND

Il GND ha subito numerose critiche, anche da parte di sostenitori dei suoi obiettivi. Secondo alcuni scienziati il traguardo del 2030 sarebbe un miraggio e occorrerebbe tarare la deadline al 2045 o 2050, per riuscire ad ottenere quei risultati. Vi è poi chi sostiene come la proposta di raggiungere una quota pari al 100% di energie rinnovabili sia irrealizzabile nei tempi proposti, dal momento che una transizione completa non potrà che essere più lunga. Inoltre vi è il nodo dei fondi; secondo le stime di American Action Forum, associazione politicamente destrorsa, il New Deal verde potrebbe costare circa 600mila dollari a famiglia nel corso della sua messa in pratica, per una spesa complessiva pari a circa 67.000.000.000.000 (sì, gli zeri sono giusti) di dollari nel corso del prossimo decennio.

Anche alcuni commentatori di sinistra hanno sottolineato come il New Deal non faccia nulla per contrastare le cause del cambiamento climatico, limitandosi a proporre delle contromisure; a partire dalla principale causa del surriscaldamento globale: il capitalismo più becero e spietato, che non viene mai messo in dubbio o attaccato nel documento. Per tale motivo, molti sostengono che il GND sia un tentativo di greenwashing dell’attuale sistema economico, destinato dunque a fallire.

Un piano ambizioso

Il New Deal verde è un piano ambiziosissimo, che per certi tratti può apparire davvero irrealizzabile, eppure si pone come un importante segnale di attenzione, di interesse verso un tema che, in questo preciso momento, è forse il principale che l’umanità si trovi a dover affrontare. I continui fallimenti dei governi nel contrasto del fenomeno climatico, da ultimo quello di Cop25, che di fatto ha rappresentato poco più di una vacanza in Spagna per chiunque vi abbia partecipato, suonano come un inquietante campanello d’allarme, una sveglia che non vuole zittirsi, un orologio del destino sul quadrante del quale i secondi ticchettano imperturbabili verso la mezzanotte. Il tempo non è più molto, occorre agire in fretta.

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L’Unione Europea ha dichiarato lo stato di emergenza climatica

Venerdì abbiamo assistito al Quarto Sciopero Globale per il Clima e, finalmente, i risultati stanno iniziando ad arrivare. Dopo l’annuncio dello stop agli investimenti nel settore dei combustibili fossili da parte della BEI – Banca degli Investimenti Europea, l’Unione Europea ha dichiarato, in data 28 novembre 2019, lo stato di emergenza climatica. Una presa di posizione che si aggiunge a quelle di diversi Paesi sparsi in tutto il mondo e di altrettanti comuni, italiani e non.

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I punti dell’Unione Europea nel documento per la dichiarazione di emergenza climatica

Il Parlamento Europeo, onde evitare che questa dichiarazione rimanga solo un insieme di belle parole, ha inserito all’interno del documento diversi punti. Questi dovranno orientare le decisioni che verranno prese in futuro dalla Commissione Europea che presto, salvo inaspettati colpi di scena, entrerà in carica sotto la guida di Ursula Von der Leyen. Eccoli:

  • La Commissione deve assicurarsi che tutte le nuove proposte siano in linea con l’obiettivo di limitare l’innalzamento della temperatura globale a 1,5 °C
  • L’Unione Europea deve tagliare le proprie emissioni del 55% entro il 2030
  • Un’attenzione speciale sarà volta al settore dell’aviazione e della nautica

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La principale novità, in termini di obiettivi, riguarda il secondo punto. Nell’Accordo di Parigi l’Unione Europea si era infatti impegnata a tagliare le proprie emissioni del 40% entro il 2030. Quella soglia è stata innalzata al 55%. Un incremento necessario che presuppone un maggiore impegno da parte delle istituzioni europee nella lotta al cambiamento climatico. D’altronde, le scorse elezione europee e le proteste dei giovani di tutto il mondo, hanno mostrato un chiaro desiderio da parte della popolazione di mettere al primo posto delle politiche di tutto il mondo proprio la crisi climatica. Una tendenza che Bruxelles ha recepito come dimostra la volontà da parte della Commissione di approvare un Green New Deal, più volte messo in cima alla lista delle priorità da diversi membri del Parlamento Europeo.

L’emergenza climatica e ambientale al centro delle nuove politiche dell’Unione Europea

Questa dichiarazione di emergenza climatica da parte dell’Unione Europea, qualora si traducesse in azione, sarebbe una svolta epocale a livello planetario. L’Europa ha infatti grande influenza a livello politico anche su altri paesi e una tale presa di posizione potrebbe spingere altre grandi economie mondiali a fare lo stesso. Non a caso questa decisione è stata presa a pochi giorni dalla COP25 che si terrà a Madrid a partire dal 2 Dicembre, dove i paesi di tutto il mondo si incontreranno per individuare soluzioni incisive che possano limitare la crisi climatica in atto.

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Pascal Canfin, politico francese a capo del Comitato per l’Ambiente dell’Unione Europea ha così commentato l’esito del voto: “Il Parlamento Europeo ha appena adottato una posizione ambiziosa in vista dell’imminente COP25 di Madrid. Data l’ emergenza climatica e ambientale, è essenziale ridurre le nostre emissioni di gas ad effetto sera del 55% entro il 2030. Invia anche un messaggio chiaro e puntuale alla Commissione a poche settimane dalla pubblicazione della Comunicazione del nuovo patto verde”. Parole sacrosante, macchiate solamente dai 225 voti contrari che sono pervenuti durante le votazioni, sintomo dello scarso senso di responsabilità che ancora governa le decisioni di alcuni politici miopi e, diciamocelo, verosimilmente corrotti da interessi privati. Si sono invece espressi in modo favorevole ben 429 parlamentari. 19 le astensioni.

Ora servono i fatti

Le belle parole e le belle decisioni sono arrivate. Le aspettavamo da tanto, forse troppo. Ma ancora da più tempo manca concretezza. La lente d’ingrandimento ora è puntata, come confermato anche da Pascal Canfin, sulle decisioni politiche che verranno prese nei prossimi mesi. I principali nodi da sciogliere riguardano la resistenza di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca all’approvazione dell’obbiettivo zero emissioni entro il 2050. Questi paesi hanno infatti grandi interessi nel settore del carbone e non solo. Non sarà facile fargli cambiare idea.

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Se, tuttavia, ci si ferma a riflettere sulla situazione di appena un anno fa niente sembra impossibile. In soli 12 mesi i movimenti ambientalisti hanno ottenuto una serie di risultati che erano inimmaginabili. Il tema dei cambiamenti climatici sta ottenendo sempre più attenzione da parte dell’opinione pubblica e questa presa di posizione ufficiale da parte di diverse istituzioni non lasciano più spazio ad alcun tipo di dubbio riguardo l’esistenza o meno del problema. I negazionisti, che sicuramente non molleranno l’osso e continueranno a giocare sporco come fatto fino ad ora, sono spalle al muro e ben presto avranno perso del tutto la loro credibilità.

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Ancora è presto per dire come finirà, soprattutto data la situazione critica, in termini di emissioni generate, di alcuni paesi in particolare – come USA, Cina, India, Brasile e la stessa UE –  ma questi risultati infondono coraggio a dei movimenti che già prima di essi facevano dell’energia e della fermezza dei propri valori un loro pilastro. Le fondamenta per la vittoria di questa battaglia iniziano ad essere solide. La strada intrapresa è ancora lunga ma, forse, potrebbe essere quella giusta. Guai però a sentirsi appagati. C’è ancora tanto da fare.  

L’Italia e gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile. Serve un cambio di marcia

Il 4 ottobre è stato presentato a Roma il nuovo rapporto annuale sugli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile. L’iniziativa è stata promossa dall’Asvis (Alleanza Italiana per lo sviluppo sostenibile), fondata nel 2016 dall’ex ministro Enrico Giovannini con l’obiettivo di indirizzare la società italiana verso il raggiungimento dei Sustainable Development Goals (SDGs). Il nuovo rapporto ha messo in luce un sostanziale miglioramento dell’Italia per alcuni settori, mentre si registrano stagnazioni e peggioramenti per altri importanti aree come povertà, agricoltura sostenibile e gestione delle acque.

Cosa sono gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile

Gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile vennero approvati nel 2015 dalle Nazioni Unite, assieme alla stipula dell’Agenda 2030. L’Agenda 2030 consiste in un “programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità” che miri a trasformare il mondo nel breve e nel lungo termine. Nell’Agenda sono inseriti i 17 Obiettivi, a loro volta articolati in 169 target. Questa declinazione dettagliata permette all’ONU di monitorare di anno in anno i progressi (o regressi) di ogni paese. La novità dell’Agenda 2030 rispetto ai trattati precedenti risiede nella visione integrata dei problemi e delle soluzioni: viene riconosciuto quindi, che il modello attuale di sviluppo è insostenibile secondo molteplici punti di vista – ambientale, sociale, economico – e che le soluzioni devono essere altrettanto trasversali, così che “nessuno venga trascurato”.

Congiuntamente al monitoraggio svolto dall’ONU, l’Asvis si pone l’obiettivo di tenere traccia della situazione italiana. Inoltre, intende stimolare e promuovere gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile in ogni settore della società, coinvolgendo i politici, gli imprenditori, il mondo universitario e gli attori della società civile. Ogni anno nel mese di ottobre presenta un Report in cui vengono sintetizzati le performance italiane per ognuno dei 17 obiettivi stipulati dall’Agenda 2030. Enrico Giovannini ha presentato con queste parole il Report Asvis 2019: “Quasi quattro anni fa, quando abbiamo cominciato, la gente diceva: ‘Agenda 2030, ma di che cosa state parlando?’. Oggi invece non solo molti sanno di che cosa parliamo, ma sentiamo l’impegno di tanti che condividono questa straordinaria avventura di salvare il mondo”.

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BES: Benessere Equo e Sostenibile. Un’alternativa al PIL

Ex presidente dell’ISTAT e Professore presso l’Università Tor Vergata di Roma, Giovannini ha svolto un ruolo di primo piano per la promozione dello sviluppo sostenibile in Italia. Nel suo libro L’Utopia Sostenibile viene delineato il piano di riforme che un governo coraggioso dovrebbe adottare per mettersi in linea con l’Agenda 2030. Sotto il governo Letta fu denominato Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali e, nonostante il breve mandato, fu capace di far approvare l’introduzione del BES, l’indice di Benessere Equo e Sostenibile.

Il Presidente della Camera Roberto Fico, presente all’evento del 4 ottobre, ha ricordato che l’Italia è stata fra i primi paesi ad adottare questo innovativo indicatore, che si propone di essere un’alternativa al PIL. Il BES infatti valuta il progresso della società italiana, non solo da un punto di vista economico, ma anche sociale ed ambientale. Il Presidente della Camera ha sottolineato che questi processi riformatori assumono valenza significativa solo se accompagnati da un completo orientamento del sistema politico italiano in questo senso. La Camera dei Deputati, con il potere legislativo di cui dispone, rappresenta il luogo ideale per dar forza e attuazione agli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile. Fico ha annunciato che, in occasione della COP 26 del 2020 ospitata da Italia e Gran Bretagna, il Parlamento italiano organizzerà un’assemblea sul tema del cambiamento climatico a cui potranno partecipare i parlamentari membri della COP 26.

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Lo Sviluppo Sostenibile in Costituzione

Infatti, il Presidente dell’Asvis Stefanini e il Portavoce Enrico Giovannini hanno entrambi fatto presente che la direzione presa dal neonato governo fa ben sperare, poiché sono state annunciate ambiziose riforme per la lotta al cambiamento climatico. Ad esempio, la volontà di inserire in Costituzione lo Sviluppo Sostenibile, così come l’intenzione di fare dell’Agenda 2030 il cardine del sistema socio-economico italiano. D’altra parte però, l’Asvis ricorda che l’Italia è ancora ben lontana dagli obiettivi prefissi nel 2015, quando l’Agenda 2030 è stata approvata. Inoltre, il tempo a disposizione per fronteggiare la crisi climatica si sta accorciando sempre più (rimangono 11 anni per evitare la catastrofe, secondo il Rapporto IPCC 2018).

Ma cosa dice nel concreto il Rapporto 2019 sulla sostenibilità italiana? Sono nove le aree in cui l’Italia risulta migliorata rispetto al passato: salute, uguaglianza di genere, condizione economica e occupazionale, innovazione, disuguaglianze. E ancora: condizioni delle città, modelli sostenibili di produzione e consumo, qualità della governance e pace, giustizia e istituzioni solide e cooperazione internazionale. Per quanto riguarda il Goal 4 e 13, rispettivamente istruzione e lotta al cambiamento climatico, la situazione risulta sostanzialmente invariata; sono invece peggiorati i Goal 1, 2, 6, 7 e 14. Si tratta delle seguenti aree: povertà, alimentazione e agricoltura sostenibili, acqua e strutture igienico-sanitarie, sistema energetico, condizione dei mari ed ecosistemi terrestri. Il Rapporto Asvis presenta anche il grado di attuazione dei singoli obiettivi regione per regione.

European Green New Deal

Il Rapporto presenta anche una panoramica generale sull’Europa, sottolineando pure in questo caso i buoni auspici nati con la nuova Commissione Europea. Alla presentazione del Rapporto Asvis 2019 è intervenuto Paolo Gentiloni, di recente nominato commissario europeo agli Affari Economici. L’ex premier ha fatto presente che la nuova presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha annunciato l’intenzione di varare un European Green New Deal e ha dato l’incarico ai singoli commissari di declinare gli SDGs nelle proprie aree di competenza.

Infine, ricordiamo che l’Asvis ha dato il proprio endorsement al fervente movimento di studenti che stanno scioperando per il clima; nel concreto, ha voluto fare la sua parte lanciando l’iniziativa Saturdays For Future. In linea con l’Obiettivo 12, “Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo”, l’Asvis lancia un appello ai consumatori: scegliere negozi e prodotti che rispettino i criteri della sostenibilità. L’idea di fondo, più volte ribadita dal nostro Blog, è che le trasformazioni possono partire anche dal basso: “il cambio di abitudini potrà innescare un processo virtuoso, incidere positivamente sui modelli di produzione e rendere le aziende più responsabili e più sostenibili, non solo sul piano ambientale ma anche su quello sociale, in primo luogo verso i propri dipendenti”.

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Il cambiamento è già in atto

Il Rapporto Asvis 2019 ha mostrato una situazione di luci e ombre sulla nostra penisola e sul nostro continente. Da una parte, i cittadini italiani ed europei possono finalmente sperare in un cambio di regime che ponga lo Sviluppo Sostenibile al centro della politica e degli assetti socio-economici; dall’altra, è necessaria una dose cospicua di coraggio che trasformi gli annunci in riforme concrete con risultati concreti. La nuova Legge di Bilancio, in programma per la prossima settimana, sarà il primo vero banco di prova. Seguirà poi l’organizzazione della COP 26 nel 2020. Nel frattempo, la società civile dovrà fare di tutto per dimostrare che il cambiamento è già in atto: “change is coming, whether you like it or not”.

“Il mondo in fiamme. Contro il Capitalismo per salvare il clima”

È possibile far convivere l’attuale sistema capitalista con la crisi climatica? I progetti di geoingegneria, come quelli finanziati da Bill Gates, potrebbero essere la soluzione? Ha senso o è pura follia il Green New Deal proposto da Alexandria Ocasio-Cortez? A queste ed altre domande prova a rispondere la scrittrice Naomi Klein, nel suo ultimo libro: “Il mondo in fiamme. Contro il Capitalismo per salvare il clima” (titolo originale: On Fire: The Burning Case for a Green New Deal).

Il mondo in fiamme sotto vari punti di vista

Secondo l’autrice, il mondo è in fiamme sotto vari punti di vista: in senso letterale, ci sono i fuochi del cambiamento climatico. Quelli dell’Amazzonia hanno attirato l’attenzione globale nei mesi scorsi, ma ricordiamo che in Siberia così come in Africa, la stessa situazione si sta verificando nonostante la copertura mediatica decisamente minore. Ci sono poi le fiamme del razzismo crescente, impersonificato da leader come Trump e Bolsonaro, che usano la paura della gente per innalzare muri e creare una guerra di odio verso il diverso. Infine c’è un fuoco positivo, potente, ed è il fuoco del movimento per la giustizia climatica; è un fuoco che nel giro di pochi mesi ha scosso notevolmente i programmi politici, avanzando la richiesta di un Green New Deal globale.

Leggi il nostro articolo: “Non solo Amazzonia: migliaia di incendi anche in Africa”

Il libro inizia dunque con una lunga introduzione che ci riassume questi tre concetti, chiedendosi se il terzo fuoco, formato da milioni di attivisti provenienti dai cinque continenti, sia capace di spegnere i primi due. Nei successivi capitoli, la Klein ripropone diversi suoi articoli scritti negli ultimi anni, per mostrare l’evoluzione della crisi e la totale assenza di risposta politica: “Per me i riferimenti cronologici posti lungo tutto il libro sono un po’ come la clessidra disegnata sul cartello degli studenti in sciopero che ho citato: la prova incessante che le nostre società non reagiscono come se la nostra casa stesse andando a fuoco, e che la casa non se ne sta lì buonina ad ardere in un angolo, come se fosse un filmato in loop. Il rogo si allarga e si riscalda costantemente, e finiscono immolate tra le fiamme parti insostituibili della casa. Sparite, per sempre”.

Un’unica crisi, un’unica soluzione

L’autrice canadese divenne una scrittrice famosa nel 2000 con il best-seller No Logo, seguito poi da un altro pilastro, The Shock Doctrine, dove vengono denunciati i piani di aggiustamenti strutturali dallo stampo neoliberale, implementati dopo periodi di crisi (economiche, ambientali, sociali) in diversi paesi del mondo. Il legame fra sistema capitalistico e clima aveva trovato invece ampia spiegazioni in This changes everything. È però il saggio del 2017, a mio parere, a dare una coerenza complessiva a tutti i saggi sopra citati. In No Is Not Enough, l’autrice assume una consapevolezza complessiva che le varie crisi di cui siamo testimoni oggi – la crisi climatica, la crisi economica, la discriminazione di genere, l’avanzata globale della destra xenofoba contro le minoranze – sono sintomo dello stesso male, quello che lei stessa definisce il “capitalismo senza regole”.

Quindi, il salto di qualità di quest’ultimo libro, Il mondo in fiamme, non è tanto nell’analisi della crisi, quanto nel messaggio di monito che la Klein indirizza a tutti quei politici che stanno elaborando versioni nazionali del Green New Deal. L’autrice prende a modello il piano elaborato dalla deputata americana Alexandria Ocasio-Cortez e sottolinea che, qualsiasi soluzione venga adottata, essa dovrà intervenire in maniera parallela sui vari fronti emergenziali. Il Green New Deal, cioè, non deve limitarsi ad essere un piano “verde”, ma può e deve risolvere contemporaneamente tutte quelle crisi che non possono più essere ignorate.

Leggi il nostro articolo: “Governo Conte-Bis: arriva la promessa del Green New Deal”

I presupposti del New Green Deal

Con le parole del libro: “È un’idea molto semplice: durante il processo di trasformazione dell’infrastruttura della nostra società alla velocità e nelle dimensioni invocate dagli scienziati, l’umanità ha la possibilità che capita una sola volta al secolo di sanare un sistema economico che sta voltando le spalle su più fronti alla maggioranza degli abitanti del nostro pianeta. Perché i fattori che stanno distruggendo il nostro pianeta stanno anche distruggendo la qualità della vita della gente in tante altre maniere, dalla stagnazione degli stipendi all’aumento delle disuguaglianze ai servizi in disarmo fino alla distruzione di qualsiasi coesione sociale. Affrontare questi fattori sottostanti ci dà l’occasione di risolvere in un colpo solo parecchie crisi intrecciate.

(…) I vari piani che sono stati proposti per avviare una trasformazione in stile Green New Deal immaginano un futuro in cui è stato scelto il difficile compito della transizione, compreso il sacrificio del consumo esagerato. In cambio però, migliorerà la qualità della vita per i lavoratori in tantissimi modi, garantendo più tempo per lo svago e per le arti, trasporti e alloggi davvero accessibili anche in senso economico, l’eliminazione di enormi gap di ricchezza tra razze e generi, e una vita di città che non sia una battaglia incessante contro traffico, rumore e inquinamento”.

Gli investimenti verdi non sono tutti uguali

Per questo motivo, Naomi Klein è da sempre molto ostile verso i grandi piani verdi di finanziamenti privati come quello promosso da Bill Gates. Un nostro recente articolo ha tristemente testimoniato l’ennesimo fallimento del Summit ONU tenutosi a New York. Non sono infatti servite le parole taglienti pronunciate da Greta, “non vi perdoneremo mai”, né tantomeno lo sciopero permanente di milioni di giovani in tutto il mondo. Gli unici fondi cospicui che sono stati annunciati provengono appunto da istituzioni private, come quella di Bill Gates, che ha previsto piani di investimenti per 790 milioni di dollari in partnership con Banca Mondiale e altri paesi. Lodevole nelle intenzioni, è d’altra parte necessario verificare la destinazione di quei fondi e le conseguenze che potrebbero derivarne.

In quest’ultimo libro, per esempio, la Klein cita il nuovo fronte della “geoingegneria”, definito dall’autrice come “interventi tecnici ad alto rischio e su ampia scala che cambierebbero radicalmente gli oceani e i cieli in modo da mitigare gli effetti del cambiamento climatico”. Bill Gates avrebbe finanziato uno di questi, lo “Stratoshield”, un impianto di palloni ad elio che sputano anidride solforosa per bloccare i raggi del sole. Il progetto ha suscitato grandi polemiche da parte di scienziati e climatologi, in quanto andrebbe a modificare il meteo e il ciclo idrogeologico, creando esiti imprevedibili. Naomi Klein ritiene che soluzioni come la geoingegneria siano sostenute da miliardari come Gates proprio perché “ci permetterebbe di proseguire all’infinito con il nostro modello di vita che esaurisce le risorse”, anziché modificare le regole di capitalismo senza regole di cui personaggi come Gates costituiscono il cardine.

Leggi il nostro articolo: “Il risultato (deludente) del Summit ONU”

Le fiamme del movimento per la giustizia climatica

“La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”, dice il proverbio. Per questo dobbiamo essere enormemente prudenti verso coloro che, mentre al Summit ONU fanno bella figura con piani milionari di investimenti “verdi”, mantengono in piedi il sistema di libero scambio celebrato a Davos, dove proprio Greta ha fatto uno dei suoi primi incisivi discorsi: “Non voglio la vostra speranza. Voglio che abbiate paura. Voglio che sentiate la stessa paura che io sento tutti i giorni. E poi voglio che agiate. Che agiate come se ci fosse una crisi. Come se la nostra casa fosse in fiamme. Perché lo è”. Naomi Klein e Greta Thunberg, riunite un mese fa per rivendicare il diritto al futuro, ci ricordano in definitiva che il mondo è in fiamme, ma che c’è un nuovo movimento altrettanto infuocato, in continua espansione. Contro il capitalismo per salvare il clima.  

Leggi il nostro articolo: “Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per saltare la scuola”

Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per saltare la scuola

In molti sanno che il 27 settembre ci sarà il terzo sciopero globale per il clima. Il primo, avvenuto il 15 marzo scorso, ha segnato sicuramente la storia raccogliendo milioni di attivisti in tutto il mondo. Nonostante questo successo e la crescita costante del movimento Fridays For Future, i più scettici continuano ad attaccare Greta Thunberg, la ragazza svedese che per prima si sedette davanti al Parlamento Svedese con un cartello che diceva “Sciopero per il clima”. I complottisti insinuano che sia manovrata da altri, che sia solo un pupazzetto in mano a qualche potente. Più in generale i suoi oppositori sostengono che non sia questo il modo, una ragazzina della sua età dovrebbe essere a scuola. Seguendo il suo viaggio in America però, è possibile capire che lo sciopero è solo un mezzo per arrivare a un fine più grande: costringere la politica ad ascoltare la scienza.

Leggi il nostro articolo: “Sulle orme di Greta. Tutto pronto per la #weekforfuture

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Lo sciopero per il clima globale del 27 settembre

Un nostro recente articolo ha illustrato come il terzo sciopero globale in programma per il 27 settembre sia preceduto da un’intera settimana di mobilitazione, iniziata oggi, dove Greta alternerà le marce in strada con gli incontri istituzionali. Greta ha già parlato di fronte al Congresso americano e parlerà di fronte all’ONU nella giornata di martedì, ma sono gli incontri informali che devono catturare la nostra attenzione. A due settimane dallo sbarco negli Stati Uniti, Greta ha partecipato ad una conferenza intitolata The Right to a Future. Dopo la testimonianza di alcuni attivisti, Greta si è intrattenuta in una lunga conversazione con Naomi Klein, ambientalista e autrice di diversi libri in materia (è uscito ieri in Italia l’ultimo libro Il mondo in fiamme. Contro il capitalismo per salvare il clima).

Nel loro dialogo, le due attiviste hanno discusso dell’importanza che lo sciopero per il clima comporta per la società nel suo insieme. Molti di quelli che appoggiano Greta in linea di principio, non riescono a condividere la modalità dello sciopero, che viene visto come un modo dei tanti per far saltare la scuola agli studenti. Ma il punto fondamentale sostenuto da Greta e dagli attivisti che l’hanno seguita è proprio questo: il diritto allo studio non dovrebbe essere contrapposto al diritto di vivere a lungo su questa Terra. Uno dei cartelli più diffusi durante le marce recita: “Perché dovremmo andare a scuola se non c’è un futuro?”, imitando il discorso fatto da Greta prima dell’incontro con Papa Francesco nell’aprile scorso.

Lo sciopero per il clima: una mobilitazione di speranza

Lo sciopero diventa quindi una modalità estrema, una mobilitazione di massa che costringa gli adulti a prendere decisioni drastiche per i danni creati fin da quando questi giovani studenti non erano ancora in vita. Greta aveva già raccontato parecchie volte di come sia stato difficoltoso convivere con la consapevolezza della crisi climatica. All’inizio, la giovane svedese ha dovuto affrontare un lungo periodo di depressione, anche a causa della sua sensibilità acuta dovuta alla Sindrome di Asperger. È poi riuscita a passare alla speranza grazie ai milioni di studenti che si sono aggiunti alla lotta per il clima, che le scrivono e a loro volta scioperano per contagiare i propri amici, insegnanti, concittadini.

Il potere della pressione dal basso è stato anche uno dei principali argomenti nel dibattito a distanza fra Greta e Alexandria Ocasio-Cortez, la giovane deputata puertoricana che ha portato al Congresso il Green New Deal. In quella occasione, Greta aveva dichiarato: Gli studenti che scioperano mi danno molta speranza. E anche il fatto che tante persone non sono a conoscenza della crisi climatica. Vanno avanti così e continuano a non fare nulla non perché sono cattive, o perché non vogliono. Non stiamo distruggendo la biosfera perché siamo egoisti. Lo stiamo facendo solo perché non ce ne rendiamo conto. Questo mi fa sperare, perché una volta che sapranno, che prenderanno coscienza, potranno cambiare atteggiamento e fare qualcosa.”

Leggi il nostro articolo: “Il problema della dialettica attorno al cambiamento climatico”

L’appoggio di Alexandria Ocasio-Cortez. Il Green New Deal

Dal canto suo, Alexandria Ocasio-Cortez ha fatto notare come l’ultimo anno sia stato decisivo per far sì che il piano di rivoluzione verde da lei proposto passasse da essere un’utopia di pochi estremisti ad essere uno degli argomenti più discussi nel dibattito politico: “uno o due anni fa solo il 20 per cento degli elettori democratici statunitensi, i più progressisti del paese, considerava prioritario il problema del clima. Grazie alle nostre iniziative, e quelle che stanno organizzando i giovani, quella percentuale è aumentata. I sondaggi mostrano che circa il 70 per cento degli elettori democratici pensa che il new deal verde dovrebbe essere una priorità, ed è pronto a sostenere i candidati che sono favorevoli alla sua approvazione”.

La giovane deputata americana, con 5 milioni di follower su Twitter, è continuamente vittima di attacchi da parte degli haters, così come Greta: perché il suo piano è troppo ambizioso; perché non ci sono le coperture economiche; perché un piano di rivoluzione verde attaccherebbe nel profondo il sistema politico americano sorretto dalle lobby da decenni. Eppure, la sua schiacciante vittoria ha dimostrato che i giovani sono pronti a cambiare rotta, a perseguire un modello che ci permetta di rimanere dentro i confini ecologici della terra.

Una lobby verde per costringere la politica ad ascoltare la scienza

È quindi naturale che la Ocasio-Cortez si sia schierata con tutti gli studenti che stanno riempendo le strade per creare una lobby di tutt’altro genere. Una lobby senza soldi, che è però costituita da milioni di elettrici ed elettori, pronti a sostenere i candidati che mettano l’ambiente al primo posto: “A cosa serve andare davanti al parlamento con un cartello? Non riduce immediatamente le emissioni di anidride carbonica. Non cambia direttamente le leggi. Ma manda un messaggio ai potenti, e la gente sottovaluta l’importanza di quel messaggio”. Come dice la giovane deputata, alzare in aria un cartello non cambierà la storia dall’oggi al domani, ma ha un potenziale enorme nel lungo termine. Per ogni attivista in strada, un voto nelle urne. I politici non potranno più fare a meno di ascoltarli.

Leggi il nostro articolo: “Per fermare il cambiamento climatico serve (anche) una rivoluzione popolare”

Governo Conte-bis: arriva la promessa del Green New Deal

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Inizia una nuova stagione politica in Italia con il voto di fiducia al governo Conte-bis. Tra le novità che questa nuova legislatura si è promessa di portare avanti spicca l’annuncio di un Green New Deal.

Leggi il nostro articolo: “Tasse su voli e merendine. La prima mossa del neoministro Fioramonti?”

Sperare in una transizione ecologica nel governo precedente sarebbe stato quanto meno velleitario, soprattutto per via della presenza del pseudonegazionista leader della Lega Matteo Salvini. Tuttavia ora la coalizione tra M5S, PD e LeU potrebbe portare una ventata di novità su diverse questioni ambientali. La necessità di una conversione ecologica era già stata palesata da Giuseppe Conte durante il suo precedente discorso del 20 agosto. Ora che un Green New Deal è stato inserito nel nuovo programma di governo è lecito alzare le aspettative.

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Primo atto del Green New Deal. Conte: “Stop alle trivellazioni”

La prima tematica ambientale su cui si è soffermato Conte riguarda proprio le trivellazioni. Le sue parole in merito sono state a dir poco perentorie e avevano un destinatario ben preciso. Quel Matteo Salvini dichiaratamente a favore dell’estrazione di combustibili fossili: “Attueremo una normativa per evitare il rilascio di permessi per l’estrazione di idrocarburi. Chi verrà dopo di noi dovrà modificare questa legge e prendersi le responsabilità delle proprie azioni”.

Leggi il nostro articolo: “Per fermare i cambiamenti climatici serve (anche) una rivoluzione popolare.”

Parole che alimentano la fiducia verso il governo Conte-bis che potrebbe finalmente aver deciso di iniziare a combattere seriamente e con urgenza il cambiamento climatico anche attraverso la stipulazione di un Green New Deal. Sia chiaro, non basterà fermare le trivellazioni per raggiungere un adeguato livello di credibilità sulle questioni ambientali ma da qualche parte bisognava pur cominciare. E questo governo pare intenzionato a farlo, almeno secondo le prime dichiarazioni.

M5S, PD e LeU: ci possiamo fidare?

La nuova composizione del governo Conte-bis è quanto meno variegata. Tuttavia l’inserimento del Green New Deal tra i 28 punti di cui vorrà occuparsi il neo-governo giallorosso alimenta la speranza. Il Movimento 5 Stelle deve una parte del suo consenso proprio alle tematiche ambientali su cui, fino ad ora più a parole che a fatti almeno da quando è al governo, si è sempre schierato in prima linea. Un’attitudine sottolineata anche dall’intervento di Di Maio durante la puntata di DiMartedì del 10 Settembre.

https://www.youtube.com/watch?v=NFGPZsp8swA
L’intervento di Luigi Di Maio a Di Martedì, 10/09/2019. Il Ministro degli Esteri annuncia la necessità di una transizione ecologica.

Leggi il nostro articolo: “Il costo della transizione energetica? Il 10% dei fondi destinati alle fossili”

Il PD invece, che proprio come il M5S nel momento in cui era al governo ha certamente fallito su diversi temi ambientali, sotto il nuovo segretariato di Nicola Zingaretti si è più volte schierato dalla parte dei ragazzi di Fridays For Future. Potrebbe certamente essere stata una mossa per aumentare i consensi, ma ciò che conta è che abbiano deciso di stare dalla parte giusta. Liberi e Uguali sin dal momento della sua fondazione ha posto al centro del proprio programma diversi punti che riguardano proprio l’ambiente. È dunque ipotizzabile che farà la sua parte in questo senso. Le basi per far qualcosa di buono ci sono, soprattutto ora che la Lega, è momentaneamente fuori dai giochi.

Cosa inserirà il Conte-bis nel Green New Deal

Sebbene sia prematuro ipotizzare quali misure verranno concretamente attuate dal governo sulle tematiche ambientali, è già possibile individuare alcuni punti critici che sono stati inseriti all’interno del Programma di Governo.

Il settimo punto del documento infatti recita: “Il Governo intende realizzare un Green New Deal, che comporti un radicale cambio di paradigma culturale e porti a inserire la protezione dell’ambiente e della biodiversità tra i principi fondamentali del nostro sistema costituzionale. Tutti i piani di investimento pubblico dovranno avere al centro la protezione dell’ambiente, il progressivo e sempre più diffuso ricorso alle fonti rinnovabili, la protezione della biodiversità e dei mari, il contrasto ai cambiamenti climatici. Occorre adottare misure che incentivino prassi socialmente responsabili da parte delle imprese; perseguire la piena attuazione della eco-innovazione; introdurre un apposito fondo che valga a orientare, anche su base pluriennale, le iniziative imprenditoriali in questa direzione. È necessario promuovere lo sviluppo tecnologico e le ricerche più innovative in modo da rendere quanto più efficace la “transizione ecologica” e indirizzare l’intero sistema produttivo verso un’economia circolare, che favorisca la cultura del riciclo e dismetta definitivamente la cultura del rifiuto.”

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Il punto 9 del programma di governo

Il Green New Deal voluto dal Conte-bis non si vuole tutta via fermare qui. A rinforzare la volontà di una transizione ecologica ecco anche il punto 9 del programma di governo, il cui testo recita: “Massima priorità dovranno assumere gli interventi volti a potenziare le politiche per la messa in sicurezza del territorio e per il contrasto al dissesto idrogeologico, per la riconversione delle imprese, per l’efficientamento energetico, per la rigenerazione delle città e delle aree interne, per la mobilità sostenibile e per le bonifiche. È necessario accelerare la ricostruzione delle aree terremotate, anche attraverso l’adozione di una normativa organica che consenta di rendere più spedite le procedure.”

Leggi il nostro articolo: “La lettera di 250 scienziati al governo italiano”

“Occorre intervenire sul consumo del suolo, sul contrasto alle agro-mafie, sulle sofisticazioni alimentari e sui rifiuti zero. Bisogna introdurre una normativa che non consenta, per il futuro, il rilascio di nuove concessioni di trivellazione per estrazione di idrocarburi. In proposito, il Governo si impegna a promuovere accordi internazionali che vincolino anche i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo a evitare quanto più possibile concessioni per trivellazione. Il Governo si impegna altresì a promuovere politiche volte a favorire la realizzazione di impianti di riciclaggio e, conseguentemente, a ridurre il fabbisogno degli impianti di incenerimento, rendendo non più necessarie nuove autorizzazioni per la loro costruzione.”

Meglio tardi che mai

Ebbene sì, è proprio il caso di dirlo. La crisi climatica è iniziata. Ci siamo dentro con entrambe le scarpe. Fino ad oggi poco o niente è stato fatto da parte delle istituzioni per iniziare a portare avanti delle contromisure adeguate al problema. Ora, forse, siamo giunti ad un momento di possibile svolta. Una presa di coscienza arrivata sicuramente tardi, ma forse non troppo. L’Italia ha enormi potenzialità per quanto riguarda lo sviluppo delle rinnovabili, la conversione ad un sistema agricolo sostenibile, lo sviluppo di una rete adeguata per l’economia circolare o, per dirla più in generale, per effettuare una transizione ecologica in tempi relativamente brevi e contenendo i costi.

Leggi il nostro articolo: “Le ripetute gaffe di Salvini sui cambiamenti climatici”

Le cose da fare sono tantissime e non basterà quello che resta di questa legislatura per risolvere tutti i problemi relativi alle tematiche ambientali. Tuttavia, ciò che si può fare, è prendere una direzione decisa effettuando scelte coraggiose e utilizzando una parte dei soldi pubblici per contrastare uno dei pochi problemi che colpirà indifferentemente tutti, ovvero il cambiamento climatico. Il governo Conte-bis sembra intenzionato a fare tutto ciò. Non resta che attendere e verificare se passerà dalle parole ai fatti.