Earth Overshoot Day: la Terra va ogni anno in bancarotta

Se il pianeta Terra fosse un’azienda, sarebbe in bancarotta. Questa non è solo una metafora per spiegare, più o meno, cos’è il sovrasfruttamento. Non esiste nessun più o meno: la Terra è sovrasfruttata. Ogni anno da ormai troppo tempo preleviamo dal conto terrestre più di quanto abbiamo a disposizione. L’organizzazione non governativa Global Footprint Network ha deciso di calcolare ogni anno in modo preciso, rigoroso e scientifico l’Overshoot Day del Pianeta. L’Overshoot Day di un dato anno è il giorno in cui la richiesta da parte dell’umanità di risorse e servizi ecologici supera quello che la Terra può rigenerare in quello stesso anno.

Definizione di Overshoot Day

Dal sito ufficiale dell’Overshoot Day abbiamo tradotto questa definizione:

La data in cui la richiesta dell’umanità di risorse e servizi ecologici in un determinato anno, supera la capacità del pianeta di rigenerarla in quello stesso anno. Manteniamo questo deficit liquidando enormi stock di risorse ecologiche e accumulando “rifiuti”, su tutti la CO2 immessa in atmosfera.

Nel 2020 questa data è caduta il 22 agosto, in lieve ritardo rispetto all’anno precedente “grazie” alla pandemia in atto. Ma, come vedremo più avanti, i grafici dimostrano che si è trattato solo di una pausa temporanea. Già da quest’anno, infatti, il trend è tornato negativo, con l’Overshoot Day che è caduto proprio oggi: 29 luglio.

1970-2019: un veloce tracollo

Nel 1970, quando la popolazione era costituita da poco più di 3 miliardi di individui, i nostri bisogni non richiedevano alla natura molto più di quanto questa offrisse. In questo anno infatti l’Overshoot Day è caduto il 29 dicembre. Da qui in poi, il tracollo è stato esponenziale. Nel 1971 la data è stata il 20 dicembre e, già nel 1976, il 16 novembre. Negli anni ’80 e ’90 siamo passati da novembre a ottobre. Con il nuovo millennio, l’Overshoot Day è caduto ogni anno sempre prima, arrivando nel 2012 al 22 agosto. Questo significa che in 234 giorni abbiamo speso il patrimonio che avremmo dovuto utilizzare in 365 giorni. Nel 2018 l’Overshoot Day è caduto il 1 agosto. Nel 2019, è stato il 29 luglio battendo ogni record. Nel 2020 solamente la pandemia mondiale ha impedito che il primato venisse battuto, posticipandolo al 22 agosto per motivi di ordine superiore.

overshoot day

Come si calcola l’Earth Overshoot Day

Come viene calcolato l’Overshoot Day di un determinato anno? Proprio come una dichiarazione bancaria. Global Footprint Network infatti traccia il reddito e le spese del Pianeta, misurando la domanda della popolazione e l’offerta di risorse e servizi da parte degli ecosistemi. Per quanto riguarda la domanda, essa consiste nell’ impronta ecologica dell’umanità, ovvero nei beni necessari al mantenimento del suo stile di vita. Essi sono i prodotti alimentari e le fibre vegetali, il bestiame e i prodotti ittici, il legname e i prodotti forestali. Oltre che, ovviamente, lo spazio per le infrastrutture urbane e il patrimonio vegetale necessario ad assorbire le emissioni di biossido di carbonio. L’offerta, invece, consiste nella biocapacità di una città, stato o nazione, ovvero i suoi terreni forestali, i pascoli, le colture, le zone di pesca e i terreni edificati. A questo punto Global Footprint Network divide l’offerta, ovvero la biocapacità del pianeta, per la domanda, cioè l’impronta ecologica degli uomini. Dopodiché, moltiplica il numero ottenuto per 365 e ottiene il numero di giorni di quell’anno in cui la biocapacità terrestre è sufficiente a fornire l’impronta ecologica degli uomini.

L’Overshoot Day dell’Italia

Nonostante ci sia una percezione piuttosto diffusa che il nostro stile di vita possa essere in qualche modo considerato sostenibile, magari perché ricicliamo tanto o perché andiamo a pulire le spiagge dalla plastica, i dati ci mostrano un ritratto completamente diverso per quanto riguarda il nostro paese, e non solo. Lo scorso anno, che è stato influenzato positivamente in questo senso dalla pandemia, per l’Italia il “Giorno del superamento terrestre” è caduto il 22 Maggio. Nel 2021 invece è caduto il 13 Maggio. Ogni anno consumiamo quindi il doppio delle risorse a cui avremmo diritto.

Questo trend è confermato anche da tutti gli altri paesi “sviluppati” del mondo. Se non ci fossero i paesi sottosviluppati ad agire ben al di sotto della soglia di sostenibilità, la situazione sarebbe a dir poco pessima e, con ogni probabilità, irrecuperabile.

La bancarotta

Se la domanda di beni ecologici da parte di una popolazione supera l’offerta, quella regione avrà quello che è stato chiamato un “deficit ecologico”. Una nazione che si trova in queste condizioni, per non deludere la domanda interna, ha davanti a sé diverse scelte. O continua a utilizzare i propri beni, fino alla totale liquidazione (pescando eccessivamente, per esempio). Oppure inizia a importare materie prime da nazioni che ne hanno in abbondanza. Entrambe le opzioni, però mantengono comunque alto il deficit poiché liquidano gli stock di risorse ecologiche terrestri e accumulano rifiuti, principalmente anidride carbonica nell’atmosfera. In questo modo quindi il superamento ecologico non viene eliminato, ma solo rimandato.

A livello globale questo ragionamento è molto meno fattibile. Infatti se si considera l’intero pianeta il superamento ecologico coinciderà con il deficit ecologico, poiché non vi è alcuna possibilità di importazione netta di risorse sulla Terra. Da un altro curioso punto di vista, infatti, si può dire che ci servirebbe un’altra “mezza” terra dalla quale importare le risorse per soddisfare appieno i nostri bisogni. Anzi, per essere precisi, con l’Overshoot day di quest’anno, i nostri consumi richiedono l’equivalente di 1,7 pianeti Terra.

Chi è il colpevole?

È anche interessante però considerare gli Overshoot Day di ogni paese. Prevedibilmente, l’Overshoot Day dei Paesi più ricchi cade molto presto: per l’Italia è il 24 maggio, per la Svezia è il 4 aprile, per gli Stati Uniti è il 15 marzo e addirittura il 9 febbraio per il Qatar. I Paesi più poveri e quindi paradossalmente anche quelli meno preparati ad affrontare le conseguenze del cambiamento climatico, come le siccità o l’innalzamento del livello del mare, hanno un Overshoot Day un po’ migliore. Il Vietnam è in testa con il 21 dicembre, seguito da Jamaica (13 dicembre), Cuba (19 novembre) e Colombia (17 novembre). I Paesi non presenti in questa lista sono quelli che ancora non hanno superato l’Overshoot day e che quindi vivono solamente con le risorse che il pianeta mette loro a disposizione per quell’anno. Questi sono, per esempio, l’Islanda, l’Afghanistan, il Pakistan, il Bangladesh, l’India, l’Indonesia e Nuova Zelanda. Quasi tutti gli stati africani, specialmente dell’area sub sahariana, non hanno mai raggiunto un Overshoot Day.

La soluzione

Forse siamo ancora in tempo per intraprendere la terza e più giusta via, la quale però comporta una modifica radicale delle nostre abitudini. Ma non dobbiamo allarmarci, non sarà necessario privarci di tutte le risorse economiche. Anzi, la buona notizia è che questa trasformazione non è solo tecnologicamente possibile, ma è anche economicamente vantaggiosa ed è la nostra migliore possibilità per un futuro prospero.

Secondo il sito ufficiale dell’Earth Overshoot Day, I settori sui quali bisogna agire compiendo scelte sia individuali che collettive sono quattro:

  • Le città: il modo in cui le costruiamo e le gestiamo deve essere compatto e integrante invece di scomposto e segregante.
  • Il modo in cui produciamo energia: bisogna eliminare i combustibili fossili e passare alle fonti rinnovabili.
  • La produzione, distribuzione e consumo del cibo: preferire una dieta locale e a base vegetale invece che industriale e a base animale.
  • Quanti siamo: controllare la crescita demografica, anche e soprattutto attraverso l’emancipazione femminile.

Sembrano (e sono) obiettivi importanti e apparentemente irraggiungibili. Nei fatti però non servono grandi sacrifici per cambiare le nostre abitudini, anche gradualmente, almeno per quanto riguarda i consumi energetici, le abitudini alimentari e il controllo del numero di persone da sfamare nelle nostre famiglie.

Cosa puoi fare tu?

Se, arrivato in fondo all’articolo, pensi di dover iniziare anche tu a fare la tua parte, sei capitato nel posto giusto. L’EcoPost, oltre che essere un blog di informazione ambientale, offre al suo pubblico anche tutta una serie di materiale utile a ridurre l’impatto ambientale del proprio stile di vita.

Qui puoi trovare il nostro articolo sui siti web in cui puoi andare a calcolare la tua personale impronta ecologica, per capire in che modo tu possa abbassarla rientrando entro i limiti di sostenibilità. In generale, infatti, questo tipo di discorso è applicabile non solo alle nazioni, ma anche a tutti noi. Proviamo a pensare, ad esempio, che anche ognuno di noi ha solo un pianeta a disposizione da consumare ogni anno. Il modo in cui ognuno decide di farlo è ovviamente soggettivo. C’è a chi può pesare meno non usare più la macchina. Per qualcun altro invece potrebbe essere più facile ridurre il consumo di carne e latticini, o magare smettere di prendere l’aereo. Ognuno è libero di fare la propria scelta. Ciò che conta è modificare il proprio stile di vita per rientrare entro questi limiti.

Se vuoi altri consigli da applicare alla tua vita di tutti i giorni puoi anche consultare la nostra guida in 15 punti su come cambiare il tuo stile di vita per farlo diventare sostenibile. Perché ricorda, se vuoi che il mondo cambi come desideri, tu devi essere il primo a farlo. Il movimento ambientalista, per vincere la sua battaglia, deve basarsi su una profonda coerenza e unità d’intenti. Solo così potremo riuscire a fermare l’avanzata del cambiamento climatico!

Smartphone ecologico: oggi c’è Fairphone

smartphone ecologico

L’azienda Fairphone ha sede in Olanda e ha già commercializzato due versioni dello smartphone ecologico, vendendo centinaia di migliaia di telefoni. La missione è quella di fornire un prodotto di qualità che possa durare molto di più di uno smartphone “tradizionale”, a volte prodotto appositamente per avere vita breve. I materiali che vengono utilizzati per produrlo sono riciclati oppure provenienti da una filiera certificata come sostenibile. Come se non bastasse, Fairphone ha una particolare attenzione anche verso le condizioni dei lavoratori, un fattore che spesso non è riscontrabile nelle fabbriche delle altre marche più conosciute, le quali non esitano ad avvalersi di manodopera a bassissimo costo, orari di lavoro disumani e, nei casi peggiori, anche sfruttamento minorile.

fairphone

Numeri di una follia

La nostra malattia di consumo di apparecchi elettronici sta degenerando. Si stima che oggi, nel mondo, siano già stati venduti più di 7 miliardi di smartphone. Una cifra enorme se si pensa che prima di 7 anni fa le persone ad averne uno erano in netta minoranza. Come tutti i fenomeni che prendono piede su larga scala, e che non vengono regolati a dovere, anche in questo caso ci sono degli effetti collaterali di cui è una delle vittime è l’ambiente.

Ognuno di questi dispositivi è infatti composto da una parte di materiali reperibili solo in miniera e con processi di lavorazione che lo rendono, al pari di moltissimi altri oggetti tecnologici, uno dei beni con più alto impatto ambientale di tutti. Se a questo aggiungiamo il nostro incontrollabile desiderio di essere “alla moda” ed un conseguente consumo eccessivo di questi prodotti, non è difficile immaginare perché all’ambiente questo non piaccia affatto.

Perchè scegliere un Fairphone

Per rendere così efficienti dei dispositivi così piccoli è necessario ricorrere all’utilizzo di diversi minerali che rendono quindi lo smartphone un oggetto ad alto impatto ambientale. Su tutti il Coltan, di cui troviamo i principali giacimenti in Congo e Brasile. La creazione di queste miniere, così come di tutte le operazioni atte ad estrarre delle risorse naturali dal sottosuolo, possono difficilmente essere considerate sostenibili. Stesso discorso per cobalto, carbonio, alluminio e, ovviamente, litio.

L’estrazione, il trasporto, la lavorazione ed infine lo smaltimento di tutti questi elementi è un problema non da poco in termini di sostenibilità, soprattutto se si considera l’altissimo tasso di ricambio di questi oggetti da parte della collettività. Se ai problemi ambientali aggiungiamo quelli dello sfruttamento dei lavoratori nelle miniere, possiamo renderci conto di quale sia il vero costo di uno smartphone che, alla fine del suo lungo viaggio, viene venduto per qualche centinaio di euro. Attenzione allo smaltimento che, se non effettuato in modo corretto come avviene nella maggior parte dei casi, va ad immettere materiali altamente tossici nell’ambiente che ci circonda.

I costi esternalizzati degli oggetti tecnologici

Cogliamo l’occasione per dare una regola generale quando si fanno acquisti. A un prezzo basso sul mercato corrisponde quasi sempre un riversarsi di questi costi sull’ambiente o sui lavoratori, a meno che non sia la materia prima in sé per sé ad essere particolarmente economica. Per rendersene conto basta recarsi in un qualsiasi punto vendita della grande distribuzione del settore tecnologico, e non solo. Camminando tra gli scaffali degli utensili da cucina vi magari vi imbattete in un frullatore a immersione da 10 euro.

Fermatevi un attimo e riflettete. Quell’oggetto proviene verosimilmente dalla Cina o da un altro paese dove la manodopera costa meno. Se provate a scomporlo noterete che l’oggetto è composto da diverse parti e da materiali tra loro eterogenei. C’è la presa per la corrente, la testa con le lame ed infine il motore vero e proprio composto da chissà cosa. Il tutto ovviamente rivestito di plastica.

Servono più modelli come Fairphone, lo smartphone ecologico

Tutti questi materiali sono stati prodotti, probabilmente senza rispettare gli standard ambientali minimi, in diverse parti del mondo per poi essere trasportati nella fabbrica dove degli operai, sottopagati e sfruttati, o delle macchine hanno assemblato il tutto. Dopo di che il frullatore è stato inserito nel suo packaging, di solito ancora in plastica, per poi essere spedito in Italia ed infine smistato nel punto vendita. Dal prezzo che tu paghi per acquistarlo il venditore deve anche riuscire ad avere un margine di guadagno sufficiente a pagare i commessi e tutte le altre spese di gestione del punto vendita.

Com’è possibile? A pagare quello che non stai pagando tu sarà, nella maggior parte dei casi, o l’ambiente o il lavoratore sfruttato. Oppure entrambi. Giusto o no? Ad ognuno le proprie opinioni, ma vale la pena rifletterci un attimo.

Quanto costa un Fairphone e dove comprarlo

Il Fairphone 2, quello attualmente disponibile, è uno smartphone ecologico con un costo di circa 590 euro. Un prezzo che sembra alto, ed effettivamente lo è se si prendono in considerazione le prestazioni del telefono, che sono paragonabili a modelli di fascia più bassa – che comunque a nostro modo di vedere sono più che sufficienti. Per chi volesse esagerare è possibile anche acquistarne uno ricondizionato a 299 Euro, al momento l’unico disponibile. Il modo migliore è quello di acquistare dal loro sito web, ma in Italia è stato distribuito anche da MediaWorld.

https://www.youtube.com/watch?v=6DW733G76BY

Ma la vera idea innovativa del prodotto sta nella sua progettazione. Il Fairphone è infatti assemblato in modo da far sì che possa durare praticamente in eterno. Il telefono è molto facilmente smontabile, anche da un principiante, proprio affinchè, in caso di guasto, il consumatore possa recarsi sul sito web dell’azienda ed ordinare il pezzo di ricambio che sarà poi in grado di montare da solo. Noi, per sicurezza, una mano da un esperto ce la faremmo dare, almeno le prime volte, ma per chi è appassionato del fai da te non sarà un problema aggiustarsi il proprio Fairphone.

Quindi, come comportarsi?

La prima regole per gli smartphone, così come per tutti gli oggetti tecnologici, è quella di cercare di farli durare il più a lungo possibile. In caso di guasto è sempre consigliabile tentare la riparazione. Quando invece siamo proprio costretti a disfarcene vale la pena fare il famoso “miglio in più” per smaltirlo in modo corretto. MediaWorld, ad esempio, si occupa del recupero degli oggetti tecnologici e sarà quindi sufficiente recarsi in un loro punto vendita per destinare il rifiuto, appartenente alla categoria “speciali” e quindi considerato altamente tossico, ai canali di riciclo o smaltimento più adeguati.

Spesso questi oggetti vengono infatti ricondizionati e rivenduti a prezzo minore, oppure smaltiti in modo corretto in delle apposite filiere. Un ulteriore consiglio è anche quello di valutare gli oggetti ricondizionati anche in fase di acquisto, dato che avranno un impatto ambientale nettamente minore di uno nuovo e riscontrano anche una grande convenienza nel prezzo. Insomma consumate di meno, magari in modo più etico, e riciclate di più. L’ambiente ve ne sarà grato.

Capsule caffè ricaricabili e compostabili: perchè sceglierle

Il mercato delle monodosi di caffè ha subito un’impennata vertiginosa negli ultimi anni e, come spesso accade in questi casi, questo sviluppo incontrollato e così repentino porta con sè delle problematiche ambientali non da poco. Le capsule da caffè non ricaricabili in cui il prodotto viene confezionato sono infatti difficilmente riciclabili e la loro produzione genera un’alta quantità di gas serra a causa dei materiali di cui sono composte. Spesso non si sa con precisione cosa ci sia dietro ad una minuscola capsula con qualche grammo di caffè, ed è raro che queste svengano smaltite in modo corretto. Parliamo di 10 miliardi di capsule vendute ogni anno nel mondo e di 120 mila tonnellate di rifiuti generate, di cui solo una piccola parte è composta da capsule compostabili. Ad Amburgo, per fare un esempio, ne è stato vietato l’utilizzo negli esercizi pubblici. Proviamo a prendere delle contromisure.

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Di cosa sono fatte le capsule

La maggior parte delle capsule “tradizionali” in commercio sono composte da alluminio e, nei casi peggiori, anche da plastica. L’eterogeneità del materiale rende dunque difficile il loro smaltimento e, per mancanza di sistemi di raccolta dedicati, si finisce per buttarle nell’indifferenziato. La prima cosa da sapere a riguardo è che i processi produttivi di questi materiali inquinano moltissimo ed è quindi consigliabile evitarli il più possibile.

Il loro smaltimento è allo stesso modo molto dannoso per l’ambiente, ragion per cui la soluzione migliore, una volta acquistate, è quella di tentare di riciclarle. Con le capsule tradizionali questa seconda opzione risulta più difficile, eccezion fatta per quelle della Nespresso che, se restituite presso i punti vendita, vengono riutilizzate. Va fatto notare come, riciclando una capsula in alluminio invece che produrne una nuova, si riduca il suo impatto ambientale del 95%.

La soluzione: le capsule caffè ricaricabili o compostabili

Consapevoli del problema, complice anche una richiesta da parte del mercato odierno di prodotti biodegradabili, i produttori non sono stati a guardare ed hanno provveduto a commercializzare delle alternative. La prima e più diffusa è quella delle cialde compostabili. Queste, una volta utilizzate, possono facilmente essere smaltite nel bidone dell’umido così da da conferirgli una seconda vita come fertilizzante per i campi.

https://youtu.be/b4AtkgAe6Mo

In alternativa, per chi volesse anche risparmiare qualche soldo, esistono delle capsule da caffè ricaricabili con il proprio caffè che poi possono essere lavate e riutilizzate o, in alternativa, riciclate. Queste spesso sono infatti composte da una pellicola in alluminio e un contenitore di plastica facilmente divisibili, in modo che possano essere smaltite adeguatamente.

Dove trovare le capsule da caffè ricaricabili o compostabili

Le cialde biodegradabili e quelle “pelabili”, nome tecnico per indicare le capsule da caffè ricaricabili, sono acquistabili facilmente, oltre che dai rivenditori autorizzati, anche online. Tutte le principali marche hanno provveduto a commercializzarle. Basterà quindi consultare il sito della marca desiderata per trovarle.

La speranza è dunque quella di passare progressivamente ad un utilizzo esclusivo delle alternative sostenibili. Per raggiungere questo scopo risulterà fondamentale un cambio di rotta anche da parte dei consumatori. Ridurre la propria impronta ecologica passa inevitabilmente da un cambio delle proprie abitudini di consumo. Anche dal modo in cui decidiamo di farci un semplice caffè.

Caffè e deforestazione

Quando si parla di caffè, o di altre materie prime prodotte in grandi monocolture come l’olio di palma, non si può non parlare di un problema ad esso connesso, ovvero la deforestazione. La domanda di questa bevanda a livello è mondiale è tra le più alte a livello assoluto. Produrne in così grandi quantità genera inevitabilmente dei problemi ambientali. Alti tassi di disboscamento sono stati infatti collegati alla produzione di caffè. Bisogna quindi cercare di fare attenzione anche quando si sceglie la marca da comprare. Vanno sicuramente privilegiati prodotti equosolidali, spesso più costosi. Oppure in alternativa, con una rapida ricerca su internet sarà facile scoprire se la nostra marca preferita rispetti o meno i criteri di sostenibilità ambientale nella commercializzazione del prodotto.

Inoltre la RainForest Alliance ha creato un marchio per certificare i prodotti che operano secondo dei criteri di sostenibilità ambientale. Non tutte le gamme di prodotti di un marchio rispetteranno questi criteri. Basterà leggere l’etichetta e, spesso, evitare il prodotto appartenente alla fascia di prezzo più bassa per mettere mano al problema.

La moka: regina della sostenibilità

Per quanto le capsule da caffè ricaricabili o compostabili possano essere considerate in generale un’alternativa sostenibile, c’è un’altra opzione che non è da meno. E la conosciamo tutti. La cara vecchia moka, infatti, è senza dubbio l’alternativa più ecologica quando si prepara un caffè. Non produce scarti, se non il fondo di caffè che andrà poi buttato nell’umido. Inoltre la mteria prima che utilizziamo ha subito molte meno lavorazioni, che nel caso delle capsule finiscono per alzare la loro impronta ecologica. Anche in questo caso, come spesso accade, basta fermarsi un attimo per riflettere su quello che consumiamo e guardarsi intorno alla ricerca di alternative sostenibili per riuscire ad abbassare il proprio impatto ambientale. Senza neanche dover faticare troppo.

Ridurre la plastica nell’igiene personale. Ecco come fare

L’igiene personale è importante tanto quanto ridurre il consumo di plastica. Unire le due cose, quindi, è una responsabilità che tutti dobbiamo assumerci, specialmente se pensiamo a quanti contenitori di plastica utilizziamo per la cura del nostro corpo. Ecco come ridurre la plastica nell’igiene personale senza compromettere la nostra preziosa routine:

No all’usa e getta

  • Non utilizzare i rasoi usa e getta. Investire in un rasoio permanente e riutilizzabile, con le lamette intercambiabili.
  • Sostituire gli assorbenti usa e getta con la coppetta mestruale. Comoda, utile e soprattutto riutilizzabile.
  • Prediligere il fai-da-te, soprattutto per le maschere viso che di solito sono usa e getta e confezionate nella plastica.

Occhio al materiale

  • Eliminare gli spazzolini di plastica e utilizzare quelli in legno o bamboo. In alternativa comprare gli spazzolini di plastica con la testina intercambiabile.
  • Non comprare prodotti cosmetici con microsfere esfolianti all’interno o dentifrici con microsfere. Spesso queste sono fatte di plastica, che finisce nelle tubature e poi negli oceani.
  • Per l’esfoliazione del viso e del corpo utilizzare prodotti “meccanici” come spazzole e spugne raschianti.

I cosmetici solidi

  • Per le mani e per la doccia usare le saponette e non più il sapone liquido. Dura molto di più e spesso sono imballate nella carta.
  • Utilizzare shampoo e balsamo solidi. Ebbene sì, è possibile eliminare del tutto i contenitori di plastica comprando questi prodotti che, al pari di una saponetta, si sciolgono a contatto con l’acqua, fanno schiuma e puliscono perfettamente i capelli.
  • Comprare dentifrici in polvere o comunque meno imballati di quelli tradizionali

Acqua e sapone

Ridurre al minimo i prodotti struccanti:

  • Usare l’acqua micellare contiene struccante, detergente e tonico in un solo prodotto.
  • Utilizzare gli oli vegetali (cocco o anche di oliva) per togliere al meglio il trucco occhi, anche con le mani. In questo modo si evita di comprare prodotti struccanti e utilizzare dischetti di cotone.
  • Utilizzare gli innovativi dischetti in microfibra i quali, imbevuti solamente di acqua, rimuovono alla perfezione il trucco del viso e degli occhi.

Nei supermercati asiatici foglie di banano al posto della plastica

Qualche giorno fa su Facebook sono comparse fotografie che sanno di aria fresca, specialmente nel Sud Est Asiatico, che combatte ogni giorno una lotta forse infinita contro la plastica. Nel supermercato Rimping di Chang Mai, nel nord della Thailandia, la verdura è imballata semplicemente con una foglia di banano.

Questa foglia, molto grande, spessa e quindi resistente, è perfetta per sostituire i materiali plastici. Inoltre, nel Sud Est Asiatico di banani se ne trovano in abbondanza e questo è un perfetto esempio sia di utilizzo dei prodotti locali, sia di sfruttamento intelligente e “anti-spreco” delle risorse naturali.

Una rapida diffusione

Poco tempo dopo che le foto in questione sono diventate virali, anche alcuni supermercati in Vietnam hanno seguito lo stesso esempio. A Ho Chi Minh City l’ esperimento è iniziato con i supermercati Saigon Co.op e Lotte Mart, quest’ultimo già sensibile al tema della plastica. Qui infatti sono vendute cannucce di carta e contenitori per il cibo fatti con gli scarti della canna da zucchero. Un rappresentante della catena ha affermato che imballare le verdure con le foglie di banano per ora è soltanto una prova, ma se funziona saranno felici di applicarla anche negli altri supermercati del Paese. Aggiunge inoltre che il banano potrebbe essere utilizzato per avvolgere anche altri prodotti come la carne.

A seguito di queste iniziative, anche la capitale del Vietnam nel nord del Paese non ha voluto essere da meno. Da lunedì scorso infatti la catena di supermercati Big C con sede ad Hanoi ha iniziato ad utilizzare le foglie di banano per imballare le verdure e sta pensando di estendere l’iniziativa anche nelle sedi al centro e al sud del Vietnam. Anche questo supermercato offre già la possibilità di acquistare sacchetti fatti con farina di mais e quindi totalmente biodegradabili.

Asia, la discarica degli USA

Queste iniziative sono importanti per una nazione come il Vietnam, che l’UNEP (United Nations Environment Programme) ha posizionato al quarto posto nel mondo per la quantità di rifiuti plastici gettati nel mare. In generale, il Vietnam butta ogni giorno 2500 tonnellate di plastica. Il, problema, però non è solo dell’Asia. Come riportato dal The Guardian, infatti, l’America ha sempre usato i Paesi in Via di Sviluppo come discarica. Gli USA inviano qui i propri rifiuti plastici sfruttando la debolezza e, in certi casi, la mancanza di regole per lo smaltimento dei rifiuti.

Con la Cina che ha recentemente imposto agli Stati Uniti il divieto di esportare i suoi rifiuti nel proprio Paese, ora sono i restanti paesi del Sud Est asiatico a doverli domare. Senza le istituzioni e le strumentazioni necessarie, però, la plastica viene facilmente riversata nei fiumi e nei mari.

Uno studio condotto da scienziati del Centro Helmholtz per la ricerca ambientale, ha rilevato che il 90% della plastica oceanica proviene da soli 10 fiumi, otto dei quali si trovano in Asia. Iniziative come quella delle foglie di banano quindi, anche se di primo acchito possono far sorridere, sono invece di estrema importanza.

Bottiglia di plastica: ecco la sua lunga vita

bottiglia di plastica

Una bottiglia di plastica, pensate un po’, nasce da risorse naturali come il legno, il carbone, il sale comune, il gas e il petrolio. Sì, anche quest’ultimo si trova naturalmente sul pianeta. Ma, oltre ad essere una risorsa non rinnovabile, il suo trasporto, la sua lavorazione e i suoi utilizzi (per esempio la benzina) sono la principale causa del riscaldamento globale. Purtroppo col tempo per produrre le bottiglie di plastica si è preferito usufruire soprattutto del petrolio, in quanto più economico.

Come nasce una bottiglia di plastica

La bottiglia, quindi, inizia il suo ciclo vitale dall’estrazione del petrolio, dalla sua chiusura nei barili e dal trasporto fino alle raffinerie, spesso a migliaia di chilometri di distanza. Il petrolio greggio è formato da lunghe catene di idrocarburi le quali, attraverso il cosiddetto cracking, si rompono. Si ottengono così molecole molto piccole, i monomeri, i quali poi si riuniscono grazie al calore, alla pressione e all’aggiunta di componenti chimici. Queste nuove catene si chiamano polimeri e formano una resina sintetica molto malleabile. Questa, sciolta e poi raffreddata, si inserisce nel “pallinatore”, uno strumento che crea, appunto, delle piccole sfere.

Le sfere di PET vengono nuovamente riscaldate (e quindi sciolte) e poste negli stampi a forma di tubo lungo e sottile. Il tubo di PET viene quindi trasferito in un secondo stampo, dove una sottile barra d’acciaio viene fatta scivolare all’interno, riempiendo il tubo con aria pressurizzata e dandogli così la forma perfetta della bottiglia che tutti conosciamo. Il tutto deve essere raffreddato velocemente, in modo che il composto mantenga la forma appena assunta. Uno dei modi per farlo è quello di far scorrere dell’acqua fredda attraverso dei tubi che circondano la macchina abbassandone, appunto, la temperatura. In alternativa viene anche usata dell’ aria fredda direttamente sulla bottiglia.

La (breve) vita

A questo punto la bottiglia è pronta per etichette, tappi e imballaggio, fatti ,ovviamente, con altra plastica. A questo punto viene trasportata verso bar e supermercati, dove entreremo noi, baldanzosi, a comprarla. Le bottiglie grandi le portiamo a casa e le beviamo nel giro di una giornata, al massimo due. Quelle piccole, invece, durano soltanto qualche ora prima di essere buttate via. E i numeri lo dimostrano: il consumo medio solo in Italia di acqua in bottiglia è di quasi 200 litri all’anno per persona, il che significa 12 miliardi di bottiglie all’anno. Senza contare gli altri tipi di bibite e bevande che, soprattutto in America, raggiungono numeri elevatissimi.

Va inoltre ricordato come le bottiglie di plastica siano più difficili da riutilizzare rispetto ad altri tipi di contenitori, in quanto, proprio a detta di chi le produce, queste “sono progettate per essere utilizzate una sola volta”.

La morte della bottiglia di plastica

Terminata la bottiglia (e talvolta anche quando non lo è) la gettiamo, se va bene, nel contenitore della plastica dove finiscono anche bottiglie di altri colori, flaconi di detersivo, vaschette, sacchetti e altri imballaggi. Nonostante siano tutti materiali plastici, richiedono sistemi di trattamento diversi e non possono essere riciclati tutti insieme. Oggi fortunatamente esistono macchinari che riconoscono i materiali e li dividono gli uni dagli altri, sempre supervisionati da alcuni operatori. Le bottiglie, quindi, vengono selezionate e raccolte insieme.

bottiglia di plastica

La rinascita della bottiglia di plastica

Queste subiscono un’ulteriore selezione per colore e una compressione per poter essere mandate nei centri di riciclaggio. Qui tagliano i fili metallici che legano le balle di PET, dividono nuovamente le bottiglie una per una e le fanno passare su un separatore di metalli che eliminerà le etichette contenenti alluminio. Dopodiché le bottiglie entrano in una macina che le sminuzza in piccoli pezzi. I cosiddetti “fiocchi” vanno poi nel separatore, dove i resti delle etichette sono aspirati verso l’alto grazie a dell’aria calda. I fiocchi di PET sono poi miscelati e riscaldati a temperature elevate così da sciogliersi e purificarsi. La miscela viene poi lavata con acqua potabile e asciugata.

Infine un laser misura la struttura del PET per espellere eventuali residui estranei. A questo punto il nuovo PET è pronto per il riciclo e diventare, per esempio, un’altra bottiglia. E’ anche importante aggiungere che la plastica non può essere riciclata all’infinito e che dopo qualche passaggio si degrada inesorabilmente. Va inoltre specificato che i rifiuti plastici del mondo sviluppato, vengono spesso spediti in dei mega container a Paesi dove le restrizioni ambientali sono molto più elastiche e, soprattutto, in cui grazie a qualche mazzetta sarà possibile usufruire di mega discariche a cielo aperto. Qui non sempre i rifiuti finiscono per essere riciclati. Anzi, può capitare, per qualsiasi motivo, che vengano dispersi nell’ambiente, con tutte le tragiche conseguenze del caso.

Se finisce nell’indifferenziata

Questo lungo processo, che ho semplificato moltissimo e a cui dovremmo pensare ogni volta che compriamo una bottiglietta, può non avvenire se quella bottiglia si getta nel contenitore dell’indifferenziata. il più comune nelle nostre città. Certo, vi sarà un controllo dei rifiuti per recuperare i materiali riciclabili. Ma è molto facile che qui la bottiglietta si contamini con altri materiali o rifiuti organici per cui il riciclo diventa impossibile. In questo caso finirà nell’inceneritore con altri rifiuti, generando emissioni e sostanze tossiche in alte quantità.

Se quella bottiglia, infine, si getta a terra e nessuno la raccoglie, rischia di finire in mare dove può rimanere intatta dai cento ai mille anni (di solito circa 450) provocando gravi danni alla flora e alla fauna del luogo. Ma questa è un’altra lunghissima triste storia, di cui parliamo nel nostro articolo sulle isole di plastica.

Alcuni consigli per evitare l’utilizzo della plastica

Una soluzione ormai molto diffusa è l’utilizzo delle borracce in alluminio. Queste, infatti, oltre ad essere un’alternativa riutilizzabile alla bottiglie usa e getta, sono anche in grado di mantenere la temperatura del liquido per un periodo variabile in base alla qualità del prodotto. Oggi è molto facile vedere persone utilizzarle, così come trovarne una da comprare a prezzi più che competitivi. Purtroppo però, questa viene utilizzata principalmente per il consumo di acqua, mentre tantissime altre bibite, come ad esempio quelle del marchio Coca Cola, responsabile della maggior parte dell’inquinamento da plastica del pianeta, vengono ancora comprate, e consumate, dentro la plastica. Un ulteriore consiglio è dunque quello di prediligere l’acquisto, anche di questi prodotti, nelle bottiglie di vetro.

Laddove non sia possibile, come può capitare quando si viaggia in paesi in cui l’utilizzo della plastica è all’ordine del giorno, può essere di aiuto fare attenzione alla sigla presente nell’etichetta o, nel caso in cui non ci fosse, al numero che possiamo trovare nella confezione. Quando infatti troviamo la dicitura “1” oppure “PET“, che letteralmente significa polietilene tereftalato, significa che la plastica di cui si compone l’imballaggio è di buona qualità, e può quindi essere riciclato nella sua interezza. Se invece troviamo un “2” o la sigla “PE -HD” (polietilene ad alta densità), vuol dire che la bottiglia può essere ugualmente riciclata, sebbene sia di livello più basso rispetto al PET. Se invece troviamo il “3”, che si riferisce alla sigla PVC (polivinil cloruro) il consiglio è quello di evitare l’acquisto del prodotto, in quanto non potrà essere riciclato. Altri numeri ed altre sigle vengono invece utilizzate per altri tipi di materiale, sempre composti principalmente da plastica, che però raramente vengono utilizzati nel settore alimentare.

Ridurre la plastica a tavola. Ecco come fare

A volte non facciamo attenzione a ridurre la plastica anche a tavola, poiché accecati dalla fame o dalla sete. Ecco alcuni accorgimenti che, invece, è necessario prendere in considerazione, anche all’ora di pranzo.

  • Consumare meno carne, e in generale prodotti animali. Al supermercato sono imballati con grandi quantità di plastica e durano molto meno rispetto, per esempio, ai legumi. Senza contare che la carne proviene da allevamenti intensivi, che causano gravi danni ambientali e alla nostra salute. Attenti in particolare a consumare eccessivamente carne rossa.
  • Evitare gli snack confezionati (barrette, biscotti, patatine). Oltre a essere avvolti nella plastica, spesso contengono moltissimi zuccheri, coloranti e conservanti dannosi per la salute. Meglio preferire la frutta fresca o secca acquistate al mercato o “alla spina”, quindi non confezionata.
  • Evitare in generale i prodotti confezionati o precotti come lasagne, polpette, paste pronte, ravioli. La plastica utilizzata è moltissima, oltre il fatto che contengono moltissimi condimenti, zucchero e conservanti che non servono e che possiamo tranquillamente evitare.
  • Non mangiare in piatti, bicchieri, posate di plastica. Per il pranzo al sacco possiamo portare le posate di metallo e lavarle una volta tornati a casa. Ormai in molti negozi per casalinghi si trovano anche contenitori rigidi per il cibo e bottiglie riutilizzabili. Se organizziamo una festa e dobbiamo per forza comprare le stoviglie usa e getta, preferire quelle biodegradabili.
Stoviglie biodegradabili
  • Evitare i fast food, nei quali si utilizzano grandi quantità di plastica usa e getta. Questo non significa che si debba andare al ristorante e spendere il doppio. Si possono infatti mangiare panini e piadine a pochi euro in un normalissimo bar, serviti su un tovagliolo o un piatto di ceramica.
  • Bere acqua e non bibite. Queste sono SEMPRE e comunque prima imbottigliate e poi vendute, mentre l’acqua scorre anche naturalmente e gratuitamente dal lavandino. Inoltre le bibite spesso contengono zuccheri e sono molto dannose per la salute. Se avete voglia di un succo, preferite una spremuta fatta al momento e non i succhi confezionati, anche se salutari.
  • Nei bar durante il pranzo non ordinare l’acqua nella bottiglietta di plastica. Bere quella della propria borraccia oppure chiedere un bicchiere d’acqua del rubinetto..
  • A casa non usare le bottiglie di plastica. Se nel vostro comune l’acqua è pulita, bevete quella del lavandino. Altrimenti si può investire in un depuratore. E poi diciamocelo, le bottiglie di plastica in mezzo al tavolo stanno proprio male. Meglio una brocca.
  • Mangiare il più possibile a casa. Si producono meno rifiuti plastici (che in qualunque ristorante abbondano) e spesso si mangia più sano, leggero ed economico. Qui un video con alcune ricette sane e veloci.
  • Quando ordinate un cocktail, chiedete di non mettervi la cannuccia. Quasi sempre sono fatte di plastica e quasi sempre finiscono nel sacco nero dell’indifferenziata. Siamo tutti perfettamente in grado di bere senza cannuccia oltre che di comunicare con il barman.

Dove comprare frutta e verdura di stagione

A chi non piacerebbe avere un orto dove fare la propria spesa di verdura oppure un albero da cui cogliere i frutti. Purtroppo però questo richiede, oltre alla disponibilità di un terreno, tanto tempo da dedicarvi. Non ci si improvvisa agricoltori. Serve conoscenza, esperienza e tanta buona volontà. Tuttavia oggi. grazie agli agricoltori digitali e agli stand di aziende agricole a chilometro zero sparse per i vari mercati cittadini, è possibile avere costantemente sulla propria tavola frutta e verdura di stagione di certa provenienza e senza additivi di alcun genere con facilità.

Leggi anche: “Frutta e verdura di stagione per il mese di Aprile”

Sono tante infatti le aziende agricole che mettono a disposizione il proprio terreno e la propria conoscenza per fornire ai propri clienti materie prima di eccelsa qualità e di sicura salubrità.

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Gli stand con frutta e verdura di stagione

Pomodori e zucchine d’inverno che non sanno di niente? No, grazie. Per chiunque voglia adottare uno stile di vita sostenibile la stagionalità degli alimenti è, quasi, un comandamento. Soprattutto oggi che, recandosi in qualsivoglia piazza del paese, è molto facile trovare gli stand di agricoltori che coltivano, e vendono, solo frutta e verdura di stagione. A

lcuni di questi sono indipendenti mentre altri fanno parte di un’iniziativa della Coldiretti che riunisce le aziende agricole che ne fanno richiesta sotto il logo di “Campagna Amica”. Sono 374 i mercati a km zero già operanti nella penisola. A questo servizio l’organizzazione aggiunge anche quello dei gruppi di acquisto solidali oltre alla coltivazione di orti urbani sparsi per il paese.

Sul loro sito web è possibile individuare anche una lista di fattorie, agriturismi e ristoranti certificati. Il criterio primario per essere inclusi in questo progetto è quello di coltivare i propri prodotti in maniera naturale. Nei suddetti mercati sono inoltre presenti anche bancarelle che si occupano di vendita di uova, formaggi e carni, ovviamente sempre a km zero. Un’alternativa decisamente più sostenibile rispetto all’acquisto nei vari supermercati.

Qualora non sia presente un mercato di “Campagna Amica” nella vostra città è ormai molto facile trovare stand o negozietti, magari a conduzione familiare, che hanno scelto la strada del prodotto locale e biologico. Basta informarsi un po’.

I vantaggi del rapporto diretto con l’agricoltore

Il rapporto diretto con l’agricoltore offre sempre ottimi spunti in ambito culinario. La conoscenza che ti possono trasmettere, figlia di anni di lavoro sul campo, è inoltre un altro fattore che fa pendere la bilancia dalla loro parte. Ad esempio, sapevate che le fragole con la punta bianca sono state verosimilmente “colorate” affinché potessero sembrare mature prima del tempo? Sì, quelle che lasciano tracce di rosso ovunque le appoggiate. Il contadino di fiducia lo sa. Quelle coltivate in maniera naturale iniziano a prendere colore proprio dalla punta e una volta immagazzinata questa informazione non vi farete più fregare. Il vostro palato e la vostra salute vi ringrazierà.

Leggi anche: “Come abbattere il 25% delle tue emissioni di CO2”

Altro vantaggio. La frutta e verdura di stagione è molto più saporita e spesso costa anche meno. E poi, per tornare ai pomodori e alle zucchine, se non provate l’emozione di rimangiare queste prelibatezze dopo mesi di trepidante attesa, forse non potete dire di sapere con certezza cosa significhi la parola felicità.

Frutta e verdura di stagione direttamente a casa tua: gli “agricoltori digitali”

La tecnologia e lo sviluppo digitale hanno portato grande innovazione in tanti campi, compreso quello ortofrutticolo. Oltre agli orti urbani e ad altri progetti in cui chiunque può affittare un pezzetto di terra per poi lavorarselo a piacimento, si stanno espandendo anche una pratica che possiamo definire “adozione degli orti”. Tra le realtà in maggiore espansione per l’adozione di un orto vi segnaliamo Ortiamo e YouFarmer.

La prima nasce a Cagli, in provincia di Pesaro, e può contare su un buon numero di aziende agricole affiliate. Ad oggi sono 13 gli agricoltori digitali coinvolti nel progetto, principalmente sparsi per Marche ed Emilia Romagna ma ci sono aziende affiliate anche a Roma. E la quantità di ortisti che vogliono godere dei loro servizi aumenta di stagione in stagione.

YouFarmer, invece, può contare al momento sul partenariato di 6 aziende agricole ed è presente anche a Roma. Entrambe le piattaforme fungono da ponte tra consumatori e fattori, responsabili di offrire solo prodotti stagionali rispettando i tempi della natura.

Verdura ma non solo

Nonostante l’adozione di orti “classici” vada per la maggiore, non sono solo le verdure ad essere coinvolte in questi nuovi processi. All’interno di questi siti, nella scelta del proprio piano, è infatti possibile adottare anche galline, e di conseguenza ricevere le loro uova. Per chi volesse invece adottare un albero da frutto, basta passare dagli agricoltori digitali di Biorfarm. Una piattaforma nata con lo stesso scopo e gli stessi valori ma con un’unica differenza: tramite il loro sito si può infatti adottare un albero da frutto invece di un appezzamento di terra. Biorfarm al momento può contare su 9 aziende agricole sparse per tutta Italia, ma i suoi numeri sono destinati a crescere di pari passo con l’aumento della richiesta di prodotti biologici e salutari.

Come diventare clienti degli agricoltori digitali

Per ognuna di queste alternative è possibile completare una procedura online in cui è possibile decidere il tipo di ortaggi da coltivare, la grandezza del pezzo di terra che si vuole affittare e altri dettagli relativi alla consegna, o al ritiro, dei prodotti. Il prezzo cambierà a seconda di queste variabili e viene corrisposto tramite canone mensile.

Leggi anche: “Earth Day 2020: 50 anni di lotte per l’ambiente”

Per chi volesse invece avvicinarsi al mondo dell’agricoltura ma non dispone di un terreno per farlo, Ortiamo offre addirittura la possibilità di contribuire alla coltivazione del proprio orto. Contribuendo con una parte di forza lavoro il prezzo si abbasserà e si potrà godere di un’ottima possibilità per imparare qualcosa sull’arte dell’agricoltura e, perché no, passare qualche pomeriggio all’aria aperta e a pieno contatto con la natura.

Una filiera più corta

Normalmente quando si compra frutta o verdura nei supermercati questa è già passata tra le mani di diversi attori della filiera. Questo rende necessario, molto spesso, l’utilizzo di additivi per far conservare i prodotti più a lungo. A rimetterci sono dunque la freschezza, le proprietà organolettiche dei prodotti ed ovviamente le falde acquifere, che si impregnano delle sostanze sopra citate.

Leggi anche: “Musica sostenibile: 20 canzoni sull’ambiente e l’impegno dei cantanti”

Va anche aggiunto che negli svariati passaggi della filiera agroalimentare circa 1/3 dei prodotti non vengono venduti, e quindi spesso sprecati, perché non in linea con gli standard estetici dei supermercati. Attraverso la scelta di acquistare solamente negli stand a km zero o tramite l’adozione di un orto si scongiurano dunque diverse problematiche relative alla qualità dei prodotti, all’incertezza della loro provenienza ed allo spreco. Per una scelta più gustosa ed ecologica, che rispetta i tempi della natura.

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Il vino è sostenibile? La verità sulla bevanda più amata d’Italia

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Se il vino non fosse una bevanda sostenibile, non sarebbe una buona notizia per nessuno, specialmente per noi italiani. Invece, potete stare tranquilli e sorseggiare un buon calice di rosso durante la lettura di questo articolo. Purché lo abbiate acquistato con qualche accorgimento.

L’impronta carbonica del vino

In generale possiamo dire che il vino sia una bevanda sostenibile poiché la sua impronta carbonica è molto bassa. Per essere più chiari, l’impronta carbonica è la quantità di gas serra (CO2eq) emessi durante la produzione, imballaggio e trasporto di un determinato prodotto.

L’impronta carbonica della carne (qui un articolo a riguardo) è molto alta e raggiunge il suo picco massimo con il manzo, oscillando tra i 20 e i 30 kg di gas serra per ogni kg di carne. L’impronta del maiale è decisamente minore, tra i 5 e i 10 kg CO2eq per kg, e quella del pollo è la più bassa tra le carni, tra i 5 e i 7 kg CO2eq per kg. (risefoundation.eu). I legumi, invece, sono tra gli alimenti più sostenibili, con un’impronta carbonica che si aggira tra lo 0,5 e l’1. (Qui l’articolo sulla dieta sostenibile e qui la video intervista con la nutrizionista).

Nulla in confronto alla carne

Nel 2011, quando erano ormai noti i danni ambientali causati dalle attività umane, le Cantine San Marco di Frascati hanno voluto calcolare la Carbon Footprint di una loro bottiglia di vino. Il progetto era il San Marco CarbonFootprint co finanziato dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

I dati, verificati dall’Ente Certificatore Internazionale, indicano che complessivamente una bottiglia di vino bianco Frascati Doc da 0,75 litri rilascia nell’atmosfera 1,22 kg CO2eq. Un litro di vino si aggira intorno ai 990 grammi allorché possiamo dire che un kg di vino emetterà circa 1,68 kg CO2eq, quasi nulla in confronto ai 25 della carne. In percentuale, l’impatto del vino sulle emissioni globali totali è di circa 0,3%, contro lo 10-15% degli allevamenti animali (FAO, 2016).

vino sostenibile

Mai sedersi sugli allori

Comunque sedersi sugli allori non è sicuramente la scelta giusta. Vi è infatti sempre un margine di miglioramento poiché, per quanto in piccola parte, anche l’industria vinicola contribuisce all’aumento di emissioni di CO2 e quindi al riscaldamento globale.

L’impatto maggiore di una bottiglia di vino, come rilevato da The Academic Wino, risiede non nel prodotto stesso ma in tutto ciò che gli sta intorno, come l’elettricità per il funzionamento dei macchinari e il packaging, specialmente il vetro, dal trattamento del quale deriva quasi la metà delle emissioni. Ovviamente, poi, una larga parte deriva dal trasporto del vino stesso.

Produrre vino sostenibile è un dovere

Ovviare a questi problemi è sicuramente in larga parte compito delle aziende, che fortunatamente in Italia sono molto virtuose. Ormai da più di dieci anni, infatti, uno dei settori trainanti dello sviluppo sostenibile italiano è quello vitivinicolo. Molte aziende stanno entrando a far parte di programmi strutturati per adottare una produzione sostenibile, sia in vigna sia in cantina.

L’OIV (Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino) è un organismo scientifico intergovernativo che ha elaborato un Piano 2015-2019, il cui primo punto è la promozione della viticoltura sostenibile. L’obiettivo è di aiutare le aziende a reagire al cambiamento climatico e alle condizioni estreme, valutando i costi e i benefici dell’adattamento.

Inoltre, fornisce informazioni sull’impatto della produzione vitivinicola sull’ambiente e propone misure per ridurre le emissioni di gas a effetto serra e per la gestione dei consumi idrici, oltre che ottimizzare l’utilizzo delle risorse naturali.

Buone pratiche di chi produce vino sostenibile

Come fare tutto questo? Le pratiche aziendali vanno dall’utilizzo dei pannelli fotovoltaici per produrre energia elettrica e della caldaia a legna per il riscaldamento della cantina, passando per veicoli elettrici atti al trasporto del vino, fino all’utilizzo in cantina di materiali eco-sostenibili, come pietre, legno, acciaio e corten.

Vi sono già molti progetti che stanno attuando questi cambiamenti nel settore, come V.I.V.A. Stustainable Wine, avviato dal Ministero dell’Ambiente in collaborazione con nove aziende e tre centri. Uno di questi è il Consorzio del Collio, nella cui vigna non si usano più diserbanti, ma solo concimi organici.

Le cantine sono completamente interrate, garantendo così una temperatura dell’ambiente costante, e si utilizzano anche i pannelli solari per il riciclo energetico. Infine, anche le bottiglie sono sostenibili con il 20% in meno di vetro, l’utilizzo di etichette in fibra di cotone e tappi in sughero.

L’Unione Italiana Vini conferma proprio la necessità di attuare politiche volte di recupero delle bottiglie per il riuso nel processo produttivo e l’adeguamento dei materiali da imballaggio e del packaging, oltre che l’importanza di compensare le emissioni attraverso la piantumazione di nuove piante.

Riutilizzare l’anidride carbonica prodotta dalla fermentazione del vino e trasformarla in energia può essere un’altra soluzione già attuata dall’azienda Bodegas Torres, vitivinicola spagnola che ha recentemente promosso il suo programma di sostenibilità Torres & Earth, ideato nel 2007.

Anche qui le macchine aziendali sono state sostituite con veicoli ibridi ed elettrici, tra cui anche un trenino utilizzato per trasportare i turisti tra i vigneti. È stata poi installata una caldaia a biomassa che sfrutta i resti della potatura dei vigneti, gli scarti lavorazione delle uve e il legno derivante dalla pulizia dei boschi. Grazie a questa l’uso di combustibile fossile è stato ridotto del 90%.

vino sostenibile

Anche noi siamo responsabili

Ovviamente tutto questo ha grandi costi e, visto il minimo impatto della produzione del vino, possiamo concedere a questa realtà un passaggio più graduale. A patto però che anche noi ci impegniamo a premiare i loro sforzi. Siamo infatti noi i responsabili dell’acquisto di determinati prodotti invece di altri. Cerchiamo quindi di informarci sui metodi utilizzati dalle aziende per la produzione del vino, o semplicemente cerchiamo di comprare quello locale. Sorseggiare vino durante una cena o davanti al camino dopo una giornata stancante dovrebbe essere un rito tanto importante quanto lo scegliere la giusta bottiglia, anticipando così questo momento di piacere.

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Frutta e verdura di stagione per il mese di Aprile: cosa comprare

Nuovo mese, nuova frutta e verdura di stagione. Per una spesa più sostenibile e naturale.

Giunge il tempo di fave, asparagi, carciofi e fragole. Le arance iniziano ad essere off-limits. La lista completa

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Verdure di stagione per il mese di aprile e proprietà benefiche

  • Ravanello: contiene vitamina C, vitamine del gruppo B e sali minerali. Rilassa il sistema muscolare e aiuta contro le affezioni polmonari. Ha proprietà antisettiche e antibatteriche. Depura i reni, stimola la digestione e ha proprietà lassative.
  • Fava: ricca di proteine e fibre vegetali, che abbassano il colesterolo, ed è povera di gassi. Contiene sali minerali, ferra, vitamina B1 e vitamina A, importante per la salute della pelle. Da evitare se si soffre di favismo.
  • Asparagi: hanno proprietà diuretiche e contengono fibre, pertanto sono consigliati in caso di stipsi. I grassi sono quasi nulli. Contengono molti sali minerali come il potassio e sono un’ottima fonte di vitamina C, vitamina A e alcune vitamine del gruppo B.
  • Sedano: ricco di vitamine antiossidanti (A, C, E) e minerali (ferro, magnesio e potassio).
  • Piselli: legumi con una modesta quantità di proteine. Contengono moltissimo acido folico, vitamina indispensabile per il bene del feto e per prevenire patologie cardiovascolari. I piselli sono ricchi di vitamina C e di sali minerali.
  • Patata: ricca di glucidi, vitamine del gruppo B, vitamina C, potassio e oligominerali (rame, ferro, cromo e magnesio).
  • Lenticchie: ricche di proteine, fibre, ferro, magnesio e potassio. Sono molto nutrienti ed energetiche, hanno proprietà antiossidanti e aiutano la concentrazione e la memoria.
  • Erba cipollina: contiene vitamina C e vitamine del gruppo B. Ha un’alta presenza di calcio, magnesio, ferro e fibre.
  • Ceci: fonte di proteine e acidi grassi insaturi come Omega 6. Contengono anche fibre, vitamine del gruppo B e minerali.
  • Verza: ricca di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio.
  • Carota: ricca in vitamina A e carotene, molto importanti per la salute della pelle. Ha una buona presenza di sali minerali e vitamine del gruppo B, D ed E.
  • Carciofo: contiene vitamina C, vitamine del gruppo B e vitamina K, utile nella prevenzione dell’osteoporosi. I carciofi sono fonte di ferro e di rame, importanti per la produzione delle cellule del sangue.
  • Cavolfiore: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio.
  • Broccolo Romanesco: ricco sia di carotenoidi sia di vitamina C, è anche una buona fonte di acqua, fibre, antiossidanti e minerali come potassio e magnesio.
  • Broccolo: contiene un’alta quantità di vitamina C e ha pertanto proprietà antiossidanti. Ha un alto contenuto di sostanze fenoliche ed è quindi un alimento con caratteristiche anti-tumorali.
  • Sedano rapa: ricco di vitamine antiossidanti (A, C, E), minerali (ferro, magnesio e potassio).
  • Fagioli piattoni o taccole: sono ricchi di fibre e hanno un bassissimo indice glicemico. Contengono anche sali minerali come il potassio.
  • Patate novelle: sono ricche di glucidi e pertanto favoriscono il senso di sazietà. Contengono vitamine del gruppo B, vitamina C, potassio, e oligominerali come il ferro.
  • Cime di rapa: ricche di ferro, sali minerali e vitamina A.
  • Rucola: presenta vitamina C, potassio, fosforo e ferro. Favorisce la digestione ed è benefica per il fegato.
  • Indivia: ricca di principi attivi è un alimento diuretico e ha un effetto depurativo e disintossicante.
  • Cicoria: ricca di principi attivi è un alimento diuretico e ha un effetto depurativo e disintossicante.
  • Bietola: contiene fibre, vitamine e sali minerali come potassio e ferro.
  • Finocchio: è composto principalmente d’acqua. Presenta minerali come il potassio e contiene vitamina A, vitamina C e alcune vitamine del gruppo B. Aiuta nella digestione, riduce il gonfiore e ha proprietà antinfiammatorie.
  • Spinaci: sono ricchissimi di ferro il cui assorbimento è favorito dalla vitamina C. Presenta anche carotenoidi (pro-vitamina A) e vitamina E. Ha proprietà antiossidanti e ha un’azione benefica sulla salute degli occhi.
  • Aglio bianco e rosso: ha effetti positivi sull’apparato circolatorio. Aiuta a ridurre il colesterolo e a regolare la pressione.
  • Porro: ha proprietà diuretiche e lassative grazie all’alta presenza di fibre e contiene pochissimi grassi.
  • Sedano: composto principalmente da acqua (88%), la restante parte presenta minerali come ferro e potassio, oltre che vitamine antiossidanti (A,C ed E). Ha un effetto diuretico e digestivo.
  • Lattuga: ha un elevato contenuto di fibre e di vitamine (C, B2 ed E). Contiene potassio, il che rende la lattuga una buona alleata per gli sportivi
  • Cavolo cappuccio: presenta vitamine (C, B-carotene, pro-vitamina A) e per questo ha proprietà antiossidanti e anti-tumorali. L’elevato contenuto di fibre contribuisce al corretto funzionamento intestinale.
  • Cipolla: è composta in gran parte da acqua il che la rende un alimento diuretico. Ha una piccola parte di fruttosio che la rende finte id energia. I solforati e i flavonoidi le conferiscono proprietà antitumorali, specialmente per colon, stomaco e prostata.
  • Scalogno: possiede alcune molecole utili per la regolazione della pressione sanguigna, la diuresi, la riduzione del colesterolo e degli stati infiammatori.

Leggi anche: “Come abbattere il 25% delle tue emissioni di CO2”

Frutta di stagione per il mese di Aprile

  • Cedri: contengono vitamine e sali minerali che conferiscono loro proprietà digestive, disinfettanti, lassative e anticancerogene.
  • Fragole: contengono sali minerali come potassio e magnesio, ma anche vitamina C che conferiscono proprietà antiossidanti. Hanno poi proprietà antinfiammatorie e antivirali.
  • Frutta in guscio: contiene un’alta quantità di grassi buoni (insaturi e polinsaturi) che sono fonte di Omega 6 e Omega 3. Presenta anche un’elevata percentuale di proteine e vitamine del gruppo B (B1, B2, B6). La frutta secca riduce le infiammazioni e fluidifica il sangue, pertanto è indicata contro fenomeni quali trombosi e aterosclerosi.
  • Kiwi: apporta acqua e fibre ed è un’ottima fonte di Vitamina C. Aiuta le funzioni intestinali prevenendo la stipsi.
  • Limone: ricchissimo di vitamina C, ha un’alta concentrazione d’acqua ed ottimi apporti di sali minerali e antiossidanti.
  • Mela: ha un’alta concentrazione di fibre, il colesterolo è assente. Contiene vitamina C e potassio. La sua fermentazione da parte della flora batterica intestinale può avere un effetto protettivo sullo sviluppo del cancro al colon.
  • Nespola: contiene potassio e magnesio ed è fonte di vitamina A. Ha proprietà astringenti, diuretiche e antinfiammatorie.
  • Pera: contiene vitamine e sali minerali (potassio) e ha un alto contenuto di fibre, per questo è molto saziante. Modula l’assorbimento intestinale dei lipidi e previene i disturbi dell’intestino crasso.
  • Pompelmo: è un agrume con un’elevata quantità di vitamina C e ha pertanto proprietà antiossidanti e ipocolesterolemiche. Contiene anche sali minerali, sopratutto potassio.

Leggi anche: “Conferenza ONU sul clima “COP26” rimandata al 2021!

Potrebbero esserci piccole variazioni in base all’esatta regione di provenienza. Per ogni dubbio ci si può sempre rivolgere al contadino di fiducia. Se non ne avete uno, trovatelo. Gli alimenti vegetali consumati in modo sostenibile sono più buoni e, spesso, costano anche meno.

Il nostro consiglio

Il modo più sostenibile di consumare prodotti alimentari è quello di conoscerne l’esatta provenienza. La soluzione migliore sarebbe quella di acquistarli direttamente dai produttori, nei mercati a chilometro zero. Per trovarli potete servirvi del sito della Coldiretti, dove sono indicate le città in cui è già presente il mercato di Campagna Amica. Altrimenti non è ormai inusuale che alcuni alimentari o qualche negozio di frutta e verdura fresca fornisca anche un servizio di consegne a domicilio, specialmente in questi tempi. Segnaliamo inoltre la possibilità di adottare un orto. Valutate anche l’idea di piantare qualche pianta aromatica nel terrazzo o sul davanzale della finestra, possono dare grande soddisfazioni. Così come anche un buon albero da frutto piantato in giardino. Buona spesa!