Realismo capitalista, un libro per capire la complessità della nostra lotta

Mark Fisher

Qui su L’EcoPost abbiamo ormai recensito vari libri, tutti accomunati dalla tematica ambientale. Realismo Capitalista fa eccezione, in quanto non parla di ambiente; non primariamente per lo meno. Perché parlarne allora? Perché l’ambiente, l’ecologia, la “crisi ambientale”, non sono argomenti indipendenti che possono essere trattati tralasciando il contesto e in particolar modo il sistema che regola quello stesso contesto che chiamiamo realtà.

Mark Fisher, l’autore, definisce infatti il realismo capitalista come un’atmosfera che «pervade e condiziona non solo la produzione culturale ma anche il modo in cui vengono regolati il lavoro e l’educazione, e che agisce come una specie di barriera invisibile che limita tanto il pensiero quanto l’azione». Con la sua disamina tenta perciò di fornire un metodo su come agire raggirando il sistema, che per sua natura incorpora rendendo sterile ogni iniziativa.

Né il mercato né l’autoregolamentazione dei consumatori con le loro scelte d’acquisto, saranno in grado di prevenire la catastrofe ambientale che ci attende. Fisher lo esplicita e qui sotto noi accenniamo al perché. Ma per capire la complessità con la quale ci confrontiamo e scoprire come fare per far sì che i propri sforzi contino, non possiamo che rimandarvi alla lettura di Realismo Capitalista.

La catastrofe ambientale in Realismo Capitalista

Nella sua chiara analisi, Fisher sfiora soltanto la questione ambientale, com’era inevitabile che fosse in uno scritto di queste dimensioni (l’opera consiste di sole 127 pagine). Vi accenna solamente in un paio di passaggi in tutto il libro, eppure, i suoi spunti di riflessione rimangono d’indiscutibile valore per chiunque abbia a cuore il nostro ecosistema. Riportandoli speriamo di trasmettere in minima parte la forza scomoda della sua visione.

La questione ecologica come spiraglio di luce

La prima volta che il lettore s’imbatte nella catastrofe ambientale è mentre l’autore descrive il concetto stesso di realismo capitalista. La catastrofe ambientale viene presentata come uno dei reali attraverso la cui repressione la realtà capitalista si afferma e riesce a imporsi. È in quest’ottica che Fisher riconosce la catastrofe ambientale come una possibile prima strategia contro il realismo capitalista, anche in virtù del fatto che proprio le questioni ecologiche sono uno di quei pochissimi terreni sui quali oggi si combatte politicamente.

Ciononostante non bisogna lasciarsi ingannare, in quanto, per sua stessa natura, il realismo capitalista cerca di appropriarsi della questione ambientale – così come di altre delicate questioni – tentando addirittura di trarne vantaggio. Questo modo di fare è emblematico del funzionamento del capitalismo e testimonia di fatto l’inconciliabilità del capitalismo con qualsiasi nozione di sostenibilità. Infatti il capitalismo stesso si basa sulla concezione che le risorse sono infinite e che il mercato risolverà i suoi stessi problemi. In quanto appena descritto ci si può (e deve) leggere in parte anche una critica ai prodotti “ecosostenibili”, esempio lampante dell’assenza di scrupoli del sistema e dei suoi attori.

Leggi il nostro articolo sulla speranza del fondatore di Patagonia che i consumatori possano cambiare le cose.

La struttura impersonale e la catastrofe ambientale

Il perché Fisher ce lo spiega nel secondo riferimento alla crisi ambientale che troviamo in Realismo Capitalista. Parlando dell’assenza di centro nel Capitale, o quantomeno della sua incapacità di prendersi responsabilità, Fisher riporta l’esempio della raccolta del riciclo dei rifiuti. Affermando infatti che proprio l’assegnazione della responsabilità al singolo individuo, giusta in linea di principio, non ha altro effetto se non quello di deresponsabilizzare l’intero sistema. Utilizzando la proprietà transitiva, diventa così evidente che lo stesso vale per la catastrofe ambientale, di cui ognuno è responsabile e allo stesso tempo nessuno lo è.

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Il film Downsizing mostra che la tecnologia non è la soluzione

downsizing

È molto difficile che un film di poco più di due ore riesca a coprire un tema tanto vasto quanto complesso quale è la crisi climatica e le sue possibili soluzioni. Downsizing, la pellicola fantascientifica del 2017 diretta da Alexander Payne e con protagonista Matt Damon, ce l’ha quasi fatta.

La trama di Downsizing

Il film è ambientato negli Stati Uniti in un tempo che potrebbe essere quello odierno. Forse anche leggermente più avanti nel futuro, quando la crisi climatica sarà un problema riconosciuto ormai in tutto il mondo, anche se nel film ancora in pochi se ne rendono conto o sono disposti a fare sacrifici in merito.

Rimpicciolirsi per evitare gli sprechi

Uno di questi sacrifici sarebbe quello di rimpicciolire la propria stazza, diventando esseri umani minuscoli e vivere in un mondo appositamente costruito per gli small, come vengono chiamati coloro che accettano di sottoporsi al downsizing.

Questa nuova scoperta viene osannata come la soluzione definitiva alla crisi climatica. I motivi sono piuttosto semplici: vi sarebbero più risorse e più spazio per tutti.

Per esempio, all’inizio del film, lo scienziato fautore del downsizing mostra in conferenza stampa un sacco nero pieno di spazzatura, che afferra comodamente con una sola mano. Una quantità che, per capirci, potrebbe essere prodotta da una famiglia di quattro persone in circa una settimana. Quella quantità, rivela poi lo scienziato, è stata prodotta da un gruppo di 35 mini-persone in quattro anni.

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Dalla vita mediocre al lusso sfrenato

Paul Safranek (Matt Damon), un fisioterapista con una vita alquanto mediocre, decide di sottoporsi al downsizing. Certo non senza remore, ma sicuramente con molte speranze ed eccitazione. Il downsizing è infatti pubblicizzato come la porta del paradiso, all’interno del quale gli small possono vivere con tutti gli agi e i lussi che hanno sempre sognato.

Questo perché, appunto, un qualunque prodotto proveniente dal mondo dei big costa molto meno ed è disponibile in maggiore quantità. Safranek si ritrova quindi a vivere, in un primo momento, in una villa gigantesca, con giardino, piscina, e tutto ciò che lui, esponente della classe media americana, non avrebbe mai potuto permettersi.

Una scena del film, in cui uno dei ricchi small ammira la rosa di dimensioni reali del vicino di casa Paul Safranek

I lati oscuri del downsizing

Il downsizing, però, ha anche i suoi lati negativi. Tranquilli, non è uno spoiler. Si capisce sin dall’inizio che qualcosa potrebbe andare storto. A cominciare dal fatto che la colonia dei mini-umani, detta Leisureland (letteralmente “la terra del piacere”) è dipinta come troppo perfetta, e noi sappiamo bene che le realtà perfette non esistono, se non nelle pubblicità.

Se è bello come dicono, perché non lo fa anche lei?

Si può capire però anche da un dettaglio della sceneggiatura, quando la moglie di Paul pone questa domanda, tanto innocente quanto significativa all’impiegata che si occupa della burocrazia del downsizing: “Perché, se è tanto bello come dicono, non lo fa anche lei?”. Lei risponde, tentennando, che il marito è affetto da alcune patologie che renderebbero la procedura medica del downsizing pericolosa, se non impossibile.

Ecco che qui inizia a rivelarsi il primo lato negativo: la pericolosità e l’umiliazione cui gli uomini vengono sottoposti durante la trasformazione da “grandi” a “piccoli”. Passaggi che, ovviamente, vengono sempre taciuti fino al momento della firma, durante il quale, sappiamo anche questo, è ormai difficile tirarsi indietro.

Una scena del fim, durante la procedura medica del “downsizing”.

Vi è poi un altro aspetto negativo, anche questo intuibile da subito, ovvero il distacco dalla società, o meglio, dai propri affetti. Diventare piccoli è infatti un processo irreversibile e rende impossibile, per ovvie ragioni, vivere nel mondo reale. Per questo gli small, seppur abbiano il permesso di viaggiare, dovranno vivere per il resto della loro vita in una comunità appartata, appositamente costruita per loro.

Il downsizing non è una soluzione, ma una fuga

Il terzo e più importante lato negativo del downsizing è anche il tema che conduce alla morale finale. La quale, secondo il mio personalissimo parere, poteva essere dichiarata in modo più deciso.

Il downsizing non è una soluzione alla crisi climatica, bensì una fuga codarda dal problema. Sembra infatti logico che i mini-umani possano condurre una vita lussuosa anche senza preoccuparsi dell’ambiente. Ma è altrettanto logico che non conta la quantità di risorse disponibili, bensì il modo in cui vengono utilizzate e distribuite. O meglio, le quantità contano, ma spesso diventano un capro espiatorio per sviare i problemi reali e più impellenti. Ecco perché.

Non solo aumento demografico

Nel film Downsizing viene più volte additata come causa principale del riscaldamento globale l’aumento della popolazione, senza invece fare riferimento allo sfruttamento sbagliato delle risorse, al loro consumo eccessivo e alla loro distribuzione iniqua.

Certo, quello della crescita demografica è un aspetto che ha contribuito alla crisi climatica e per cui è necessario fare qualcosa. Ma, oltre a non essere l’unico problema, non è nemmeno facilmente risolvibile nel breve periodo.

In più, le risorse che la Terra ci dà sarebbero comunque più che sufficienti per sfamare tutti i 7 miliardi di maxi-umani quali siamo. Quello che però la Terra non può fare è sfamarci tutti con gli standard di vita del mondo occidentale. Ed è proprio questa la causa della crisi climatica attuale: non quanti esseri viventi hanno utilizzato le risorse del pianeta, ma in che modo lo hanno fatto.

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Come si legge in un articolo dell’Huffpost, la fame nel mondo sarebbe causata più da povertà e disuguaglianze e, aggiungerei, dall’utilizzo sbagliato delle risorse, più che dalla scarsità di queste ultime.

Negli ultimi due decenni, il tasso di produzione alimentare globale è aumentato più rapidamente del tasso di crescita della popolazione. Infatti ad oggi il mondo produce abbastanza cibo per nutrire 10 miliardi di esseri umani. Se così non fosse non potrebbe nemmeno spiegarsi l’obiettivo di sviluppo sostenibile fissato dall’ONU “zero fame nel mondo” entro il 2050.

Perché esiste la fame nel mondo

I problemi sono principalmente due. In primo luogo, molte persone non possono permettersi di acquistare questo cibo. In secondo luogo, la maggior parte del grano prodotto industrialmente è destinato ai biocarburanti e ai mangimi per gli allevamenti intensivi, invece che ai milioni di persone affamate. Le quali, con il riscaldamento globale, la mancanza di acqua, i disastri naturali, lo stanno diventando sempre di più. Il tutto per permettere all’occidentale medio di godersi la grigliata domenicale.

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La famosa foto di Kevi Carter “L’avvoltoio e la bambina”, scattata in Sudan nel 1993. Carter ha immortalato un bambino (allora si credeva fosse una bambina) che cerca di raggiungere il centro ONU a pochi chilometri di distanza. Alle sue spalle l’inquietante presenza di un avvoltoio che attende la potenziale preda. Il bambino alla fine ce l’ha fatta, ma il fotografo si è tolto la vita quattro mesi dopo aver vinto il premio Pulitzer per questa fotografia.

Nessuno è disposto a cambiare abitudini

Infatti, anche se a Leisureland i mini-uomini hanno a disposizione una grandissima quantità di cibo, i problemi della società dei big sono rimasti, poiché alle vecchie abitudini conseguano i vecchi problemi. O, come diceva Einstein, non possiamo pretendere che le cose cambino, se facciamo sempre le stesse cose.

Una società in miniatura, non solo letteralmente

Leisureland quindi non è altro che una società in miniatura, non solo letteralmente. Vi sono infatti anche aree della cittadina poverissime, sovraffollate, dove le persone sono sfruttate e costrette ai lavori più umili per permettere ai ricchi nullafacenti di vivere la loro vita agiata.

Troviamo molti altri dettagli della vita a Leisureland che sono tipici anche della nostra società. Per esempio la beneficenza. I ricchi rifilano i loro scarti ai più poveri pensando di fare un’opera di bene. In realtà, però, questa nasconde soltanto un atto di pietà per sentirsi meglio con se stessi e le loro sporche abitudini.

Leggi anche: “Spreco alimentare: quanto cibo buttiamo nella spazzatura?”

Il Dio denaro non è cambiato

Il denaro è il protagonista di Leisureland, come lo è della Terra. Se in un primo momento nel piccolo-mondo il valore dei beni potrebbe sembrare minore, in realtà è solo proporzionato. Il valore di una villa, per esempio, è minore dal punto di vista di un maxi-umano, ma per chi vive a Leisureland inizierà, col tempo, a crescere. Per i mini-poveri, infatti, quella villa varrà comunque tantissimo.

In più, il dowsizing non è gratuito. Paul Safranek ha dovuto pagare una certa somma prima di sottoporsi alla procedura, in base ai vantaggi che avrebbe voluto una volta sbarcato a Leisureland. Chi paga di più, ha più vantaggi (villa, piscina etc.). Chi paga meno ne ha meno. Paul Safranek, avendo investito tutti i suoi risparmi, è diventato un privilegiato. Il downsizing, quindi, non farebbe altro che creare nuovi ricchi, nuovi speculatori, nuovi evasori, nuovi mafiosi, con una veloce scorciatoia.

Insomma, una società capitalistica, per quanto piccola sia, rimane una società capitalistica. Se al suo interno vi sono poche persone che hanno tutto, che fanno troppe feste, che mangiano troppo cibo, che sprecano troppe risorse, vi saranno anche altri che, per forza di cose, avranno meno, che puliscono la loro sporcizia, che mangiano i loro avanzi.

Altre tecnologie possibili

Il downsizing è un scoperta scientifico-tecnologica ovviamente improbabile nella realtà. Ciò non toglie che scienziati e investitori hanno già cercato di mettere a punto nuove tecnologie per fermare il riscaldamento globale velocemente ma soprattutto senza sforzi.

Una di queste è quella promossa da Bill Gates di “oscurare il sole“. Questo fenomeno avviene già naturalmente ogni qualvolta un vulcano erutta, poiché rilascia solfati nell’atmosfera che fungono da minuscoli specchietti i quali riflettono i raggi solari. Di conseguenza, dopo ogni eruzione vulcanica, vi è un abbassamento delle temperature. La soluzione “tecnologica” quindi sarebbe quella di spruzzare solfati in un intero emisfero, così da creare una gigantesca barriera per i raggi solari.

Il vucano Pinatubo, nelle Flippine, eruttò nel 1991 e causò migliaia di morti per i problemi ambientali che ne derivarono.

Ma, senza contare la tristezza di non poter più vedere un cielo terso e azzurro sopra le nostre teste, questa soluzione non agirebbe sulle cause del riscaldamento globale, ma soltanto sul riscaldamento globale. In poche parole, le estrazioni petrolifere e il carbonio nell’atmosfera continuerebbero ad aumentare, provocando morti per malattie polmonari, acidificazione degli oceani, disuguaglianze sociali ed economiche, guerre e così via. Proprio come in Downsizing.

In più vi sono altre conseguenze negative per il clima, ad esempio il fatto che un abbassamento repentino della temperatura comporterebbe il blocco della stagione dei monsoni nelle zone equatoriali e, quindi, ancora più siccità e carestie.

Quale soluzione, allora?

L’unica soluzione è, come sempre, la via più lunga, ma spesso anche la meno tortuosa. Ovvero il cambiamento radicale delle nostre abitudini di vita, dei nostri sistemi economici, del nostro background culturale. Un’altra verità che Downsizing rivela è che la mentalità per cui essere ricchi significa avere soldi è profondamente sbagliata.

Molte delle persone che stanno intraprendendo le più fiere battaglie contro le estrazioni petrolifere sono, secondo i parametri tradizionali, povere. Tuttavia, sono decise a difendere una ricchezza che la nostra economia non ha ancora trovato modo di quantificare.

“Le nostre cucine sono piene di marmellate e di conserve fatte in casa, sacchi di noci, ceste di miele e formaggio, tutti prodotti da noi” ha raccontato a un giornalista Doina Dediu, una paesana rumena che protestava contro il fracking. “Non siamo neanche così poveri. Forse non abbiamo soldi, ma abbiamo acqua pulita e siamo in salute e vogliamo solo essere lasciati in pace”.

Un equilibrio prezioso

La Terra ha un equilibrio prezioso, che comprende una miriade di componenti che devono essere rispettati, che hanno uguale valore e che costituiscono un anello della catena esattamente come gli altri. Non vi sono, nella logica della natura, i privilegiati e i non. Le società umane, grandi o piccole che siano, non sono altro che uno spaccato del mondo. Per questo devono seguire le sue stesse regole e non vi è altra via d’uscita se non l’estinzione della specie.

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I film di CinemAmbiente a casa tua

Durante questo periodo di quarantena vi abbiamo consigliato diversi contenuti. Dai libri che abbiamo selezionato fino a reportage e documentari disponibili sulle varie piattaforme di streaming. Ma c’è un’altra iniziativa che merita di essere menzionata ed è quella di CinemAmbiente.

cinemambiente

Cos’è CinemAmbiente

Per chi non ne fosse a conoscenza si tratta di un festival cinematografico che “nasce a Torino nel 1998 con l’obiettivo di presentare i migliori film e documentari ambientali a livello internazionale e contribuire, con attività che si sviluppano nel corso di tutto l’anno, alla promozione del cinema e della cura ambientale”.

Un’iniziativa che, proprio in questo periodo, sarebbe giunta alla sua 23esima edizione. Le circostanze straordinarie della pandemia hanno tuttavia costretto gli organizzatori a rimandare l’evento che, Co-vid 19 permettendo, si svolgerà nel prossimo autunno.

Sono tantissimi i documenti di livello che si sono succeduti sullo schermo del Festival. Gli argomenti che sono stati trattati svariano dai tristi accadimenti di Seveso fino a quelli dell’Ilva, passando per pellicole su economia circolare, energia rinnovabile e via dicendo. La lista che include tutti i titoli che sono stati presentati in questi anni di attività è lunga 188 pagine. Inutile precisare come qualsiasi argomento filoambientalista sia stato trattato e discusso nel corso delle varie edizioni.

L’iniziativa CinemAmbiente a casa tua

Come ogni organizzazione che si rispetti l’Associazione CinemAmbiente, organizzatrice del festival insieme al Museo Nazionale del Cinema di Torino, non è restata a guardare durante questo periodo di pandemia e si è rimboccata le maniche per rendere fruibili i propri contenuti in modo da poter continuare a svolgere il suo ruolo di cassa di risonanza delle problematiche ambientali anche durante questo periodo di quarantena.

Il tutto si è tradotto in “CinemAmbiente a casa tua”. Un’iniziativa volta a mettere a disposizione degli utenti, con la frequenza di uno ogni tre giorni, alcuni dei film che hanno partecipato al Festival. Gratuitamente.  Da oggi è, per esempio, disponibile “Il sorriso del gatto”, di Mario Brenta e Karine de Villers (2018, 60’). Ma in programma ce ne sono tanti altri.

La lista dei contributi disponibili gratuitamente online a partire dal 18 aprile

  • 18-20 aprile: Il sorrriso del gatto di Mario Brenta e Karine de Villers (Italia 2018, 60?)
  • 21-23 aprile: Ladri di tempo di Cosima Dannoritzer (Spagna, Francia 2018, 52?)
  • 24-27 aprile: L’ultimo maiale di Allison Argo (USA 2017, 54’)
  • 28-30 aprile: Unlearning di Lucio Basadonne, Anna Polito (Italia 2014, 74’)
  • 1-3 maggio: The Climate Limbo di Francesco Ferri e Paolo Caselli (Italia 2019, 40’)
  • 4-6 maggio: Con i piedi per terra di Andrea Pierdicca (Italia 2016, 80’)
  • 7-9 maggio: La lunga strada gialla di Antonio Oliviero, Christian Carmosino (Italia 2016, 80’)
  • 10-12 maggio: Un fragile equilibrio di Guillermo Garcia Lòpez (Spagna 2016, 81’)
  • 13-15 maggio: Attivista di Peeteri Saario (Finlandia 2017, 57’)
  • 16-18 maggio: Breakpoint. Una contro-storia del progresso di Jean-Robert Viallet (Francia 2018, 98’)

Per scoprire altri titoli di film e documentari a sfondo ambientalista vi rimandiamo alla nostra sezione di documentari sull’ambiente.

Se invece siete amanti della lettura troverete sicuramente il libro che fa per voi nella nostra sezione “La selezione de L’Ecopost”.

Per qualsiasi suggerimento più specifico non esitate a contattarci.

Per ripartire prendiamo spunto dalle piante

Che cosa significa guardare al mondo delle piante come spunto di ripartenza? In queste ultime settimane la reazione del web rispetto al virus sta mutando: se prima dominavano paura e tutorial per sopravvivere durante la quarantena, ora la tendenza è quella di proporre piani per il futuro, per il post-virus, o perlomeno per la fase 2, detta anche di “convivenza con il virus”. Politici, professori e persone comuni stanno riflettendo sulla ripartenza: da dove e come ricominciare per non commettere errori e, perché no, creare un sistema migliore di quello che precedeva la pandemia. In questo senso, oggi vogliamo proporvi uno spunto dal mondo vegetale, seguendo le riflessioni esposte da Stefano Mancuso ne La nazione delle piante.

piante
Mostra Triennale di Milano 2019, sezione La nazione delle piante

Stefano Mancuso, La nazione delle piante

Stefano Mancuso insegna neurobiologia vegetale all’Università di Firenze. Il termine “neurobiologia” potrà sembrare strano, quasi un ossimoro dato che le piante non sono dotate di cervello. Eppure, come ha spiegato lui stesso, in una puntata di Quante Storie condotta da Corrado Augias (disponibile gratuitamente su RaiPlay), “le piante non hanno cervello ma ragionano, memorizzano, comunicano, hanno comportamenti. Fanno tutte quelle cose che noi di solito attribuiamo a un organo solo”. Per questo motivo, Mancuso ci introduce alla possibilità di studiare e imitarle “perché le piante hanno inventato soluzioni per qualunque problema dell’umanità”.

Leggi il nostro articolo: “L’inverno più caldo di sempre: temperature più alte di 3.5°”

Come spunto di partenza, l’autore riporta l’esempio di un pannello fotografico esposto nel 2019 alla Triennale di Milano. Nella sezione chiamata La nazione delle piante, fu riportata una foto con forte prevalenza vegetale e una tigre nascosta fra le foglie. Come potete vedere qui sopra, il pannello era accompagnato dalla domanda: “cosa vedi?” e le risposte rimandavano in maggioranza alla tigre, senza far menzione alle piante, che pur dominano la scena. Mancuso ha chiamato questo fenomeno plant blindness, riferendosi al fatto che il nostro cervello riconosce esclusivamente gli animali, quando il mondo là fuori è perlopiù dominato da alberi e foglie.

Le vere dominatrici del pianeta

Infatti, il dato più impressionante che emerge dalle teorie di Mancuso riguarda, ancora una volta, l’insignificante presenza dell’uomo in questo mondo. Le piante costituiscono l’85% della biomassa presente sulla Terra, mentre gli animali lo 0,03%, comprendendo la specie umana. Il restante è costituito da batteri, funghi ed altre specie non animali. Il professore ci invita dunque ad esplorare il mondo delle vere dominatrici del pianeta, ovvero le piante, cercando di abbattere quella pretesa di antropocentrismo che da sempre ci caratterizza.

Il professore riconosce le profonde differenze che vi sono fra piante e animali: “le piante fissano l’anidride carbonica, gli animali la producono. Le piante sono autotrofe, quindi vivono dell’energia del sole; gli animali sono eterotrofi. Le piante sono lente, gli animali sono veloci. Le piante hanno un’organizzazione diffusa, gli animali ce l’hanno concentrata. È tutto diverso. Però, ovviamente si possono trovare delle regole generali”. Stefano Mancuso ha quindi redatto una sorta di “costituzione” scritta dalla nazione delle piante, da cui il mondo animale può trarre insegnamento.

La costituzione della nazione delle piante

Ecco la costituzione delle piante, che vi invitiamo ad approfondire tramite la lettura del libro, disponibile nella nostra sezione Cultura Sostenibile:

ART.1 La Terra è la casa comune della vita. La sovranità appartiene ad ogni essere vivente.
ART.2 La Nazione delle Piante riconosce e garantisce i diritti inviolabili delle comunità naturali come società basate sulle relazioni fra gli organismi che le compongono.
ART.3 La Nazione delle Piante non riconosce le gerarchie animali, fondate su centri di comando e funzioni concentrate, e favorisce democrazie vegetali diffuse e centralizzate.
ART.4 La Nazione delle Piante rispetta universalmente i diritti dei viventi attuali e di quelli delle prossime generazioni.
ART.5 La Nazione delle Piante garantisce il diritto all’acqua, al suolo e all’atmosfera puliti.
ART.6 il consumo di qualsiasi risorsa non ricostituibile per le generazioni future dei viventi è vietato.
ART.7 La Nazione delle Piante non ha confini. Ogni essere vivente è libero di transitarvi, trasferirsi, viversi senza alcuna limitazione.
ART.8 La Nazione delle Piante riconosce e favorisce il mutuo appoggio fra le comunità naturali di esseri viventi come strumento di convivenza e di progresso.

Leggi anche: “L’ONU propone un divieto per i mercati di animali selvatici”

La soluzione più efficace: creiamo delle giungle urbane

Il libro presenta la drammaticità della situazione attuale, ad esempio mettendo in luce come la sesta estinzione di massa sia molto più grave delle precedenti per quantità e velocità. Nel testo però sono anche presenti numerose soluzioni pratiche con al centro le protagoniste della sua teoria, ovvero le piante. Secondo l’autore infatti, il cambiamento climatico dipende essenzialmente dalla produzione di anidride carbonica, a sua volta fortemente legata all’attività umana. Questa è concentrata soprattutto nelle città ed è dalle città che Mancuso propone di ripartire. La CO2 può essere tolta dall’atmosfera tramite la fotosintesi, perciò le città dovrebbero diventare delle vere e proprie “giungle urbane”, sfruttando tetti, terrazzi, pareti per far crescere il creatore di ossigeno più naturale e antico del mondo.

Darwin: competizione vs. cooperazione

Nell’intervista fatta a Quante Storie, Augias si sofferma soprattutto sull’articolo otto, che invita al mutuo appoggio: “il mito fondativo dell’essere umano è il fratricidio, ci siamo sempre fatti le guerre. Fosse che proprio le piante sono uno strumento che favorisce l’abolizione delle guerre?”. A questa provocazione Mancuso risponde con uno dei più grandi insegnamenti del suo libro: “Guardiamo alle piante. L’idea che il più forte vinca è una balla”. Il professore di neurobiologia spiega dunque come la teoria dell’evoluzione di Darwin sia stata da sempre distorta. Ai darwinisti sociali, a coloro cioè che hanno sempre visto nella competizione il principio fondante della teoria darwiniana, Mancuso replica che è invece la cooperazione ad aver sempre trionfato nella natura.

E le piante, più di tutte le altre specie, ce lo dimostrano: “qualunque sia l’ambito di studio, dovunque si soffermi la nostra attenzione, dall’impollinazione alla difesa, dalla resistenza agli stress alla ricerca di sostanze nutritive, le piante sono le maestre indiscusse del mutuo appoggio”. La consociazione o intercropping è un altro esempio di mutuo appoggio fra le piante, oggi tanto in voga fra gli ambientalisti. Consiste nello sfruttare il più possibile lo spazio dato, facendo cooperare specie con proprietà diverse fra loro. Messe una accanto all’altra, cooperano e beneficiano del lavoro degli altri. Si possono associare asparagi e lattughe, carote e cipolle, basilico e pomodori. I sistemi più famosi comprendono l’integrazione di specie vegetali e animali, come il sistema Rice-Fish-Duck.

Ripartiamo dalle piante

In definitiva, Mancuso ci invita a “studiare ed imitare le piante” perché possono offrirci un aiuto concreto per le problematiche attuali. Egli ha elogiato Fridays For Future perché rimanda fortemente alle qualità delle piante che dovremmo imitare: fare rete, comunicare, usare una struttura decentralizzata, stimolare il mutuo appoggio e tutelare la diversità in tutte le sue forme: “i movimenti di oggi ci stanno mostrando che da soli non ci salviamo – ha detto Mancuso – Il pianeta è una rete di esseri viventi che devono sopravvivere insieme”. Per chi cerca qualche spunto per la ripartenza o soltanto una bella lettura da quarantena, questo libro potrebbe offrire risposte interessanti.

Leggi il nostro articolo: “Ambiente: la chiave per ripartire”

“Scene da una città arida”. In crisi siamo tutti uguali [VIDEO]

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In questi giorni difficili ognuno cerca di fare quello che può per aiutare sé stesso e gli altri. Così hanno fatto anche alcune piattaforme streaming e siti di intrattenimento, mettendo a disposizione alcuni film e documentari gratuitamente. E così ha fatto Idfa, International Documentary Film Festival di Amsterdam, sul cui sito si possono guardare alcuni dei loro migliori documentari. Uno di questi è “Scenes from a Dry City“, che racconta la crisi in Sudafrica e di cui ora vi parlo.

Le similarità delle crisi

Questo breve ma bellissimo documentario mostra gli effetti della siccità che si è abbattuta sul Sudafrica nel 2018. Anche se il background di questa crisi è diverso da quello che stiamo vivendo noi oggi, ho trovato interessante come alcuni aspetti delle due difficili situazioni siano molto simili.

Le misure restrittive

Innanzi tutto il modo con cui il governo ha deciso di affrontare e risolvere la crisi, ovvero imponendo delle restrizioni alla popolazione riguardo alla quantità di acqua da utilizzare. Nel documentario si vede, per esempio, la polizia che pattuglia le strade controllando che le persone seguano le regole. Un clima di terrore in alcuni casi necessario nel quale anche noi ci stiamo abituando a vivere.

Disparità sociale

In secondo luogo, il documentario mostra le disparità sociali che la mancanza di acqua ha portato alla luce e che in Sudafrica sono ancora molto marcate. Se per alcuni infatti il limite di acqua da utilizzare eccedeva di molto la quantità che normalmente hanno a disposizione, per i più ricchi è stato più difficile adattarsi alle nuove condizioni di consumo. Dall’altro lato, però, le persone più benestanti possono far fronte alla crisi in modo più agevole, utilizzando i loro soldi e i loro mezzi per sopperire ad altre mancanze.

Leggi anche: “Africa, la grande muraglia verde per fermare la desertificazione”

Lo stesso sta accadendo qui. Da un lato, per coloro che di solito non si possono permettere di andare spesso al ristorante o viaggiare, oppure di avere un lavoro flessibile, la vita non è cambiata drasticamente. Dall’altro queste persone sono le stesse che vivono in case molto piccole e poco adatte a una quarantena lunga più di un mese. Inoltre sono coloro che risentono maggiormente della crisi economica che si è abbattuta sulla Nazione poiché, per esempio, non hanno molti soldi da parte e devono affidarsi totalmente alla cassa integrazione.

Dio non è morto

E poi vi sono loro, i gruppi religiosi, che in periodi di crisi rimpolpano le loro fila più che mai. Comprensibilmente, aggiungerei, visto che uno dei motivi per cui sono nate le religioni nell’antichità era quello di rassicurare gli esseri umani di fronte all’inspiegabilità della natura e delle ingiustizie del mondo. Di fronte quindi a questi nefasti e improvvisi eventi, le persone si rifugiano nell’unica consolazione che in quel momento riescono a trovare: quella di Dio.

Prolificano quindi anche le risposte ciniche e schiette di chi, invece, in Dio non crede, oppure semplicemente vuole delle spiegazioni più realistiche. In Sudafrica, per esempio, c’è chi si è affidato ai politici che lottano per abbattere le barriere sociali o perché l’acqua sia disponibile gratuitamente per tutti. Oppure chi protesta perché nel mondo vi sia più rispetto per le risorse naturali del pianeta. In Italia, allo stesso modo, per combattere il coronavirus molti si affidano soltanto ai medici e agli infermieri. Altri confidano anche nei politici, perché trovino soluzioni drastiche e veloci a questo problema.

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Nessuno si salva da solo

Da ultimo, ma sicuramente non per importanza, emerge dal video la necessità che tutti facciano la propria parte. La sensazione è che solo così il Sudafrica sia riuscito ad uscire dalla siccità, o almeno dal periodo di maggiore difficoltà.

Il Papa stesso ieri in Vaticano ha incoraggiato i popoli, anzi, le persone di tutto il mondo ad agire uniti, perché “nessuno si salva da solo”.

Insomma, in poco più di dieci minuti i registi François Verster e Simon Wood sono riusciti a mostrarci le caratteristiche di una crisi nazionale, nelle cui immagini e parole ad oggi riusciamo, purtroppo, ad immedesimarci.

https://www.youtube.com/watch?v=D0z02MIFSX0

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La natura trionfa nelle città deserte

Acque pulite a Venezia, lepri nei parchi di Milano, delfini nel porto di Cagliari. Sono le immagini che stanno circolando sul web in queste settimane. Gli ambientalisti lo leggono come un segnale positivo della natura che non si ferma, ma che anzi si riappropria degli spazi fino a poco fa dominati dall’uomo. Altri hanno definito questo fenomeno inquietante perché ci mostra con potenza il motivo per cui non c’è nessuno in strada, ovvero la pandemia Coronavirus. I due sentimenti, gioia e inquietudine, sono entrambi legittimi, e devono spingerci ancora una volta a comprendere che la specie più a rischio resta quella umana, mentre la natura troverà il modo di evolversi, adattarsi, sopravvivere.

La memoria corta dell’uomo

La prima notizia che ha fatto scalpore riguarda le acque di Venezia. Abitualmente popolate da vaporetti che portano abitanti e turisti da una parte all’altra, con lo stop di queste settimane hanno riacquistato limpidità, tanto che in alcune zone è possibile vedere il fondo (video). E pensare che quegli stessi canali riempirono le pagine dei giornali anche qualche mese fa, per l’emergenza acqua alta che bloccò la città di Venezia e attirò l’attenzione di tutto il mondo. Proprio da qui possiamo cogliere i limiti della specie umana, incapace di unire i pezzi e di sentire quanto tutto sia intimamente collegato. La stessa natura che con ferocia mise in ginocchio la città per alcuni giorni a novembre scorso, si sta ora ripresentando nel suo volto più benevolo, sotto forma di acqua pulita. Il messaggio di fondo, però, rimane lo stesso: nella lotta contro la crisi climatica, non è il pianeta ad essere a rischio, bensì l’uomo stesso.

Il punto di non ritorno riguarda la specie umana, non la natura

E infatti, anche i nostri lettori sono ben consapevoli della posta in gioco. Qualche mese fa abbiamo pubblicato un articolo sul cosiddetto tipping point, il “punto di non ritorno”. Un osservatore attento ha voluto sottolineare come gli otto anni che avremmo a disposizione non siano per salvare il pianeta “ma per evitare la nostra estinzione. Sono due cose completamente diverse. Noi ci estingueremo, la Terra vivrà anche dopo di noi”.

In questa direzione, sono molti gli studiosi ad evidenziare la capacità rigenerativa della natura, anche in ecosistemi messi fortemente a rischio dall’attività umana. Bob Holmes, in un interessante articolo di Internazionale, prende ad esempio l’area nelle vicinanze di Chernobyl, lasciata deserta dopo il disastro nucleare del 1986. La presenza dell’uomo è stata sostituita da un ricco ecosistema, con una fitta proliferazione di fauna locale: topi, cani selvatici, cinghiali e persino lupi.

Leggi il nostro articolo: “Esiste il punto di non ritorno? Tutti ne parlano e nessuno passa all’azione”

Naturale versus artificiale

L’autore riporta numerose testimonianze di accademici che hanno lavorato nell’area di Chernobyl. La capacità di infiltrazione delle piante, prima di ogni cosa, risulta stupefacente: È incredibile vedere come le piante riescono a invadere ogni più piccolo angolo. Questo fenomeno vale per tutti gli ecosistemi presenti nella Terra, con più o meno capacità di ripresa. Per esempio, nelle foreste canadesi dell’Alberta settentrionale, è stato stimato che servirebbero 50 anni per riacquisire l’80% delle superfici in cui l’uomo ha costruito strade e condutture. In quell’area infatti, la ricchezza delle specie indigene è stata solo parzialmente intaccata, mentre in altre zone del pianeta dove ha prevalso la logica delle monoculture la ripresa sarebbe molto più lenta.

Non tutte le situazioni sono reversibili. Il pianeta ha perso specie che non rivedrà mai più, ma l’assenza di attività umana gioverebbe la natura in una prospettiva di lungo termine. Con le parole di Holmes: “Tutto sommato basterebbero poche decine di migliaia di anni al massimo per veder sparire ogni traccia della nostra presenza. (…) Un fatto che dovrebbe renderci più umili, ma anche confortarci, è che la Terra ci dimenticherebbe molto presto“.

La potenza della natura in due cortometraggi

La rivincita della natura sul dominio umano è la protagonista del corto Wrapped, realizzato dalla scuola cinematografica tedesca Film Academy Baden-Württemberg e presentato in più di 100 festival in tutto il mondo. Nel cortometraggio, riportato qui sotto, la città di New York risulta deserta come in questi giorni di quarantena. A differenza della situazione odierna, il filmato costruisce un’immaginario di completa sparizione degli uomini, dove le piante inglobano i grattacieli e le strade, fino alla fioritura e al trionfo del naturale sull’artificiale.

Un altro famoso video di qualche anno fa richiama la stessa logica. L’attrice Julia Roberts prestò la voce a Madre Natura per rispondere a tutti gli appelli che recitano “salviamo il pianeta” o “facciamolo per l’ambiente”. La natura ci ricorda che dovremmo agire principalmente per noi esseri umani, poiché lei troverà il modo di sopravvivere come ha sempre fatto: “In un modo o in un altro, le tue azioni determineranno il tuo destino. Non il mio. Io sono la natura. Io vivrò ancora. Sono pronta a evolvermi. E tu? La natura non ha bisogno dell’uomo. L’uomo ha bisogno della natura”.

Non dimentichiamocene quando l’emergenza finirà

Lo scenario attuale, da molti definito “apocalittico”, ci sta offrendo immagini di altrettanta potenza. I satelliti spaziali testimoniano il drastico calo di polveri sottili nel Nord Italia, i delfini non hanno paura di avvicinarsi al porto in Sardegna, gli animali selvatici invadono le strade comunemente abitate da macchine e moto nelle metropoli. Il minimo che possiamo fare, nel tempo infinito che ci costringe nelle nostre case, è riflettere sulla bellezza della natura che resiste, sui suoi tentativi di rigenerarsi nonostante tutto. E portare queste riflessioni al di là della quarantena, quando ci verrà ridata la possibilità di scegliere come relazionarci con l’ambiente che ci circonda.

Guarda anche: “Lettera dal virus”: l’avvertimento di Madre Natura (video)

Cattive Acque al cinema. Il film sui due volti dell’America

È uscito al cinema Cattive Acque. Il film di Todd Haynes è tratto da una storia vera e ha già creato forte dibattito. Infatti, esistono numerose storie simili in America e nel mondo, dove il potere di pochi ha rovinato la salute di molti, ambiente compreso. Questo film si inserisce con forza nella corsa alle presidenziali del 2020: la crisi idrica di Flint è ancora scandalosamente irrisolta e pochi candidati hanno il coraggio di parlarne.

La trama di Cattive Acque

Il film è ambientato negli anni Novanta. Mark Ruffalo riveste i panni di un avvocato che ha sempre difeso gli interessi dei grandi industriali. Questa volta accetta di schierarsi dalla parte degli abitanti del West Virginia contro la corporation DuPoint, creando forti preoccupazioni nella moglie, interpretata da Anne Hathaway. Gli agricoltori si sono accorti dell’inquinamento delle acque grazie a delle mutazioni nel proprio bestiame. L’avvocato Rob Bilott (che esiste realmente) inizia quindi una battaglia legale ventennale per dimostrare gli effetti devastanti delle sostanze chimiche usate dalla Dupoint a difesa dei cittadini e dell’ambiente. Cattive Acque potrebbe sembrare un film di semplice inchiesta giornalistica. Dietro alla pellicola però, si nasconde una narrazione più ampia, con forti risvolti nell’attualità.

Leggi il nostro articolo: “Bocciato ampliamento aeroporti di Heatrow e Firenze: progetto illegale”

I legami con l’attualità. Lo scandalo idrico di Flint

Intervistato da The View, è lo stesso Mark Ruffalo a dichiarare che il film parla di un fatto avvenuto in West Virginia, ma allo stesso tempo parla di tutti i casi in cui l’interesse dei potenti è stato spregiudicatamente anteposto al bene della maggioranza delle persone. Il film rivendica il diritto all’acqua sicura e potabile per tutti. Ruffalo si riferisce per esempio alla crisi idrica di Flint, iniziata nel 2010 e ancora priva di soluzione.

Come ci mostra il film di Michael Moore Fahrenheit 11/9, un’intera popolazione è stata soggetta ad avvelenamento da piombo a causa di un cambiamento nell’approvvigionamento idrico della città. Il governatore Snyder decise di costruire un nuovo acquedotto per beneficiare gli investitori della sua campagna e le banche. I cittadini, da sempre riforniti dalla riserva glaciale del Lago Huron, videro da un giorno all’altro cambiare il colore dell’acqua, poichè durante i lavori la principale fonte idrica divenne il fiume Flint, enorme bacino di liquami industriali.

Cattive Acque e i messaggi impliciti per le presidenziali 2020

Purtroppo la crisi idrica di Flint non mise in luce solamente i secondi fini del governatore repubblicano. Infatti, nel 2016 il Presidente Obama fece visita ai cittadini, ma al posto di portare soluzioni e dichiarare lo stato d’emergenza, bagnò le labbra con un sorso d’acqua e rassicurò le persone dicendo che non ci fossero rischi. Il documentario di Moore sottolinea che casi come questo hanno danneggiato fortemente il Partito Democratico, aprendo la strada all’elezione di Donald Trump.

Infatti, a quei tempi la politica ignorò il caso di Flint e casi affini per non compromettere i forti interessi in gioco a sostegno delle rispettive campagne politiche. L’influenza delle corporations nelle elezioni è tutt’oggi oggetto di forte dibattito. Fra i candidati alle primarie democratiche, Bernie Sanders è l’unico a non aver accettato soldi dalle grandi aziende. La media delle sue donazioni è di circa 18$ e proviene dalla classe medio-bassa.

Leggi anche: “Primarie USA: Sanders favorito. Una speranza per il clima”

Ruffalo sostiene Bernie Sanders

Sanders è anche l’unico ad aver preso una netta posizione su Flint, dando voce ai suoi abitanti e definendo la situazione “una delle più serie crisi di sanità pubblica della storia”. Per questi motivi Mark Ruffalo, il protagonista di Cattive Acque, ha esplicitamente dato il suo supporto a Bernie Sanders nella corsa alla Casa Bianca attiva in questi mesi. Capiamo quindi che la scelta di interpretare questo film non è certamente avvenuta per caso, in un momento così delicato per la politica americana e mondiale.

Il diritto all’acqua potabile prima di qualsiasi profitto

In conclusione, il film Cattive Acque presenta uno spaccato della società americana. Da una parte le grandi corporations, che hanno deliberatamente causato danni enormi per arricchire una fascia sempre più piccola della popolazione. La stessa fascia di popolazione favorita dalle riforme fiscali e antiambientali di Trump. Dall’altra i cittadini comuni, che vogliono alzare la voce e dire basta, perchè la salute e l’ambiente sono strettamente collegati e la politica non deve più permettersi di favorire progetti che intralcino queste priorità. Il diritto all’acqua potabile e ad un ambiente sicuro viene prima di qualsiasi profitto.

*In alcune città il film Cattive Acque non è ancora uscito a causa dell’emergenza Coronavirus. Durante l’attesa, consigliamo a tutti la visione del documentario Fahrenheit 11/9, disponibile gratuitamente sul sito di La7

Leggi il nostro articolo: “Luci e ombre sul fondo per l’ambiente di Amazon”

“La sesta estinzione” è qui. Finiremo come i dinosauri?

estinzione

Il fatto che stiamo assistendo a una estinzione di massa paragonabile a quella che ha portato i dinosauri a sparire dalla faccia della terra non è una teoria, una ipotesi, o una supposizione. E’ la cruda realtà. Elizabeth Kolbert, con il suo libro “La sesta estinzione“, vincitore del premio Pulitzer nel 2015, ce lo spiega molto chiaramente.

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L’estinzione di massa è un fenomeno raro

Il primo fatto più scioccante che Kolbert ci presenta è che le estinzioni di massa sono avvenimenti estremamente rari nella storia del pianeta. Atteniamoci alle sue parole:

Qualsiasi evento verificatosi solo cinque volte da quando il primo animale con uno scheletro è apparso sul pianeta, circa cinquecento milioni di anni fa, deve essere definito estremamente raro. L’idea che un episodio di questo tipo stia avendo luogo proprio ora, sotto i nostri occhi, mi ha messa in allarme.

Stiamo quindi assistendo alla sesta estinzione di massa, ovvero un fenomeno per cui il tasso di scomparsa delle specie si impenna in un arco di tempo insignificante dal punto di vista geologico. Le cause di questa estinzione ingente e improvvisa possono essere molto varie, ma un tratto le accomuna tutte. Vi è un cambiamento improvviso delle condizioni di vita “usuali” e le specie viventi non hanno il tempo evolutivo per adattarsi alle nuove.

Come è avvenuta l’estinzione dei dinosauri

L’estinzione dei dinosauri è stata causata da un asteroide enorme, di 10 chilometri di diametro, che si è abbattuto sulla terra. Nell’esplosione che seguì l’impatto venne rilasciata una quantità di energia pari a un milione delle più potenti bombe atomiche mai testate.

Ma il fattore determinante, più che l’esplosione in sé, è stato il cambiamento climatico sopraggiunto successivamente. Alcune particelle ricche di solfuro si sparsero nell’aria, coprendo il cielo e bloccando i raggi solari. Dopo l’iniziale ondata di calore, vi fu un abbassamento drastico delle temperature e, quindi, un cambiamento improvviso delle condizioni di vita sul pianeta. Le caratteristiche degli esseri viventi che fino ad allora avevano probabilmente caratterizzato un vantaggio, diventarono letali. Questo portò all’estinzione di quasi tutti gli organismi viventi e i mammiferi subirono perdite pari al 100 percento.

La seconda estinzione

Per quanto sia meno conosciuta, l’estinzione di massa che più si avvicina a quella che potrebbe avvenire nella nostra era è la seconda, avvenuta 225 milioni di anni fa. Vi fu infatti una improvvisa e massiccia immissione di carbonio nell’atmosfera la cui causa è ancora un mistero.

L’acqua divenne più acida e la quantità di ossigeno al suo interno crollò al punto che molti organismi morirono, di fatto, per soffocamento. I reef corallini subirono un collasso. […]

Quello che sembra essere un antico “riscaldamento globale” ha portato all’estinzione del 90% di tutte le specie del pianeta. Ed è avvenuto in un tempo abbastanza rapido dal punto di vista geologico: circa 200 mila anni.

La “nostra” estinzione

L’essere umano ha immesso nell’atmosfera 365 miliardi di tonnellate metriche di carbonio in meno di duecento anni. La deforestazione ha contribuito con altre 180 miliardi di tonnellate. E ogni anno ne immettiamo il 6% in più. La concentrazione di diossido di carbonio è aumentata del 40% e quella di metano, un gas serra molto più potente, è più che raddoppiata.

Leggi anche “Riscaldamento globale: perché aumenta la temperatura?”

Il fattore determinante è sicuramente quello del tempo. Come scrive efficacemente Kolbert, vi è una grande differenza tra il bere sei lattine di birra in un’ora oppure in sei mesi. Se immettessimo CO2 nell’aria più lentamente, i processi geofisici entrerebbero in gioco per controbilanciare l’acidificazione. L’odierno riscaldamento globale ha invece luogo a una velocità almeno dieci volte maggiore a quella registrata alla fine di tutte le glaciazioni. A questo proposito Kolbert cita la rivista Oceanography, che dice:

E’ probabile che l’eredità dell’Antropocene (l’era degli uomini, ndr.) sarà il più rilevante, se non catastrofico evento nella storia del nostro pianeta

Cosa sta succedendo?

Un aumento di temperatura di questa entità può portare a una serie di eventi in grado di alterare gli assetti del pianeta. Un esempio è quello dello scioglimento di gran parte dei ghiacciai perenni. Nell’Artico i ghiacci perenni coprono la metà dell’area rispetto a quella di trent’anni fa. Fra altri trent’anni potrebbero scomparire del tutto.

Per non parlare poi dell’acidificazione degli oceani. Di questo passo, gli oceani saranno 150 volte più acidi di quanto non lo fossero prima della rivoluzione industriale e supereranno la soglia critica oltre la quale non l’ecosistema marino inizia a cedere. Infatti, molte piccoli organismi marini che sono la prima fonte alimentare di animali più grossi, come salmoni e balene, non sopravvivranno. L’acidificazione inoltre favorirà la crescita di alghe tossiche e batteri velenosi, che potrebbero infestare l’intero Pianeta.

Molte specie dipendono anche dalle barriere coralline, usate per difesa o per procacciarsi il cibo. I ricercatori oggi ritengono che i coralli saranno il primo ecosistema nell’era moderna a raggiungere l’estinzione. Ad oggi la Grande Barriera si è ridotta del 50% negli ultimi 30 anni.

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Non incolpiamo solo la CO2

Colpevole di una eventuale estinzione di massa non sarà però soltanto il riscaldamento dato dalla CO2 nell’atmosfera. Anche l’azione diretta dell’uomo sta giocando un grande ruolo.

Le aree selvagge” del pianeta ormai non esistono quasi più. L’uomo ha alterato più della metà di superficie libera dai ghiacci, compromettendo gli habitat di molte specie viventi. Abbiamo cancellato molte foreste, dalle quali dipendevano intere catene alimentari, per creare immense aree coltivabili o destinate la pascolo. Continuiamo a costruire città e cementificare intere praterie. Scaviamo miniere, cave, acquedotti e oleodotti. Abbiamo introdotto sostanze inquinanti nell’acqua, nell’aria e sui terreni.

In questo modo abbiamo persino peggiorato gli effetti del riscaldamento. Per stare al passo con gli attuali aumenti di temperatura – dice Ken Caldeira, studioso dell’atmosfera – le piante e gli animali dovrebbero migrare verso i poli a una velocità di dieci metri al giorno. Un eventuale loro spostamento, anche meno drastico, è però reso difficile dall’isolamento degli habitat. Per esempio, i “pezzi”di foresta sono spesso sono divisi da enormi aree coltivate e non permettono agli animali di spostarsi alla ricerca di condizioni migliori.

La causa sono gli esseri umani

Gli unici in grado di spostarsi e, quindi, di spostare organismi, sono proprio gli esseri umani. Anche i nostri continui ed eccessivi viaggi, infatti, continuano a causare la contaminazione dei diversi ecosistemi del pianeta. L’introduzione improvvisa di nuove specie o, peggio, di agenti patogeni sconosciuti, non lascia il tempo alle specie native di abituarcisi e porta, quindi, non pochi problemi. La California sta a acquisendo una nuova specie invasiva ogni 70 giorni. Nelle Hawaii vi è un nuovo invasore in più ogni mese. Prima dell’arrivo dell’uomo le specie si sono stabilizzate nell’arcipelago hawaiano al ritmo di una ogni diecimila anni.

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Da ultimo, ma non per importanza, vi è la più inquietante delle cause dell’estinzione di massa cui stiamo assistendo. E, purtroppo, questa avviene con o senza CO2. Fino a qualche centinaio di anni fa era presente sul pianeta la cosiddetta megafauna, ovvero animali di dimensioni grandissime che, tutto a un tratto, sono scomparsi. Ecco cosa scrive Kolbert:

L’estinzione della megafauna è avvenuta a più riprese. La prima, circa quarantamila anni fa, spazzò via i giganti australiani. La seconda interessò il Nord e Sud America circa 25 mila anni fa. I lemuri giganti del Madagascar, gli ippopotami pigmei e gli uccelli elefante sopravvissero fino al Medioevo. I Moa della Nuova Zelanda resistettero fino al rinascimento. Guarda caso, la sequenza di queste scomparse e la sequenza degli insediamenti umani in questi luoghi sono quasi perfettamente allineate.

Detto senza peli sulla lingua, gli uomini uccidevano questi animali senza misura, fino a portarli all’estinzione. Ovviamente inizialmente non sapevano che più grandi sono gli animali, più è basso il loro tasso di natalità. Le uccisioni, quindi, avvenivano senza remore e per i più disparati motivi che andavano dal cibo, al vestiario, al traffico di questi beni (e quindi, il denaro), fino al semplice “divertimento“. Nonostante adesso vi siano le informazioni necessarie per bloccare questi stermini, molti grandi animali come elefanti, orsi e grandi felini sono ancora largamente minacciati.

Il mammut è uno dei maggiori rappresentanti dell megafauna estinta

Ci uccidiamo anche a vicenda

Kolbert si chiede anche che fine farà la specie umana in queste condizioni. Alcuni dicono che anche noi verremo inevitabilmente annullati dalla trasformazione del paesaggio ecologico visto che, in fondo, ne dipendiamo. Un’altra ipotesi è che l’ingegno umano sappia superare qualunque disastro egli abbia messo in moto, per esempio immettendo sostanze in grado di assorbire l’anidride carbonica.

Oppure, qualcuno dice che, tra qualche anno, saremo in grado di scappare su Marte. Vi è anche l’opzione più positiva, per la quale riusciremo a ridurre le emissioni, fare marcia indietro e a recuperare il recuperabile. Vi è però ancora un problema da superare, quello dell’autodistruzione.

Oltre alla megafauna, infatti, l’uomo ha anche da sempre reciso i rami del suo stesso albero genealogico. Quando l’homo sapiens ha incontrato quello di Neanderthal, per esempio, quest’ultimo non ebbe lunga vita. Pare sia avvenuto un vero e proprio sterminio a discapito dei neandertaliani, i quali, di fatto, non differivano moltissimo da noi. Anzi, è stato accertato che l’Homo sapiens abbia avuto rapporti sessuali con quello di Neanderthal, il che ci porta ancora oggi ad avere una parte dei suoi geni

Ci sono tutte le ragioni per credere che, se gli esseri umani non avessero fatto la loro comparsa, i neandertaliani sarebbero ancora lì, insieme ai cavalli selvaggi e i rinoceronti lanosi. Con la nostra capacità di rappresentare il mondo attraverso segni e simboli, arriva anche la capacità di cambiarlo, e quindi di distruggerlo.

Dal libro “La sesta estinzione”, un uomo di Neandertal vestito secondo i dettami moderni. Come si può notare, non sarebbe così facile distinguerlo da un Homo Sapiens qualunque

Leggi anche “Effetto serra effetto guerra, ovvero l’umanità che si autodistrugge”

Una lunga storia di genocidi

Non serve, però, arrivare a Neanderthal per confermare la capacità dell’uomo di sterminare i suoi stessi simili e non serve quindi che mi dilunghi elencando la quantità di genocidi, stermini, guerre, omicidi che ogni giorno avvengono sul nostro pianeta.

Se quindi, dopo aver letto questo articolo, vi siete anche solo di poco liberati dell’idea che il rispetto della natura sia solo una futile fissazione dei nuovi giovani “hippie”, e che non avrà conseguenze dirette sulla sopravvivenza della nostra specie, completate il processo leggendo questo libro illuminante.

“Fine”. Il libro pauroso che ci spinge ad avere coraggio

Fine, una sola parola. È il titolo del libro di Giuseppe Civati e Marco Tiberi, edito da People, che racconta la storia delle nostre paure, della nostra indifferenza verso un futuro che ci aspetta e che tutti stiamo ignorando. È una storia breve, 113 pagine da leggere in un pomeriggio, ma è sufficiente per farci specchiare con la parte peggiore di noi: quella che ogni giorno convive pacificamente con il cambiamento climatico, senza fare nulla per fermare la catastrofe.

Pippo Civati e la casa editrice People

Il nome di uno dei due autori potrà sembrarvi famliare. Giuseppe Civati è infatti il noto politico, parlamentare dal 2013 al 2018 e fondatore del partito Possibile. Conosciuto da tutti con il nomignolo “Pippo”, Civati non venne riconfermato alle elezioni politiche del 2018, ma vinse l’anno successivo alle elezioni europee con la lista Europa Verde. Aveva però ritirato la sua candidatura un mese prima come segno di protesta per la presenza di esponenti di destra nella stessa lista. La sua carriera politica è dunque finita due anni fa, e da allora Civati ha orientato la sua passione verso il settore dell’editoria. A novembre 2018 fonda People, una casa editrice nata per “raccontare e indagare il cambiamento nella società”.

Civati e i suoi colleghi Stefano Catone e Francesco Foti decidono di sfidare i grandi colossi dell’editoria italiana per affrontare dei temi “scomodi”, come l’immigrazione, la politica e soprattutto la crisi climatica. Loro stessi definiscono lo stile di People “pop”, perché ritengono che i libri debbano essere accessibili a tutti: non troppo lunghi e con un lessico chiaro. Soprattutto quando si parla di un tema così complicato e pesante come il cambiamento climatico, lo stile gioca un ruolo fondamentale. La semplicità che gli editori rincorrono è ben riscontrabile nel libro “Fine”, qui di seguito recensito per voi dal nostro blog.

Giuseppe Civati presenta “Fine” al PolitiCamp 2019

La trama di “Fine”: la crisi climatica presente e futura

L’inizio del libro è ambientato nel 1942: racconta di una ragazza, Sara, che rincorre un’ancora di salvezza in un pianeta ormai insalvabile. I capitoli successivi sono un racconto a ritroso per capire come si sia arrivati al punto di non ritorno. Sara e la sua famiglia appartenevano a quella fascia della popolazione che poteva ancora ignorare i segnali di allarme, perché i ricchi si sa, hanno più mezzi per sopravvivere. Fino a quando la situazione è diventata talmente insostenibile da far scoppiare la guerra civile. Sara è stata così costretta a scappare e a rifugiarsi in una bolla d’indifferenza e cinismo che lascia il lettore senza parole.

Leggi il nostro articolo: “Esiste il punto di non ritorno? Tutti ne parlano e nessuno passa all’azione”

Il viaggio di Sara continua, fra vecchie amicizie che si infrangono davanti all’egoismo dello spirito di sopravvivenza e nuovi amori che riaccendono la speranza, per poi ricadere nel senso di impotenza e nell’attesa della fine. Lo scopo dei due autori non è appunto alimentare la speranza: di quella si sono già riempiti la bocca molti politici di oggi, che stanno inneggiando ai piani verdi, al New Deal Europeo, alla transizione energetica, senza però fare niente di concreto per fermare la crisi climatica.

Leggi il nostro articolo: “Ue stanzia mille miliardi per un’Europa carbon-free”

Il coraggio di raccontare la paura

Gli autori hanno invece il coraggio di parlare del dramma, della paura di ciò che sta accadendo e che potrebbe accadere. Questo libro parla di noi, dell’indifferenza in cui ci siamo rifugiati per non far sì che quella paura ci rovini la quotidianità:

“Parlavamo di tutto, a vanvera, in un chiacchiericcio pasticciato e senza senso, senza fare nulla. Era come se fossimo già su questa nave, un sabato del villaggio senza domenica. Eravamo tutti ammalati di ritardo, e di panico, e di presente. Vivevamo nell’ “emergenza” e facevamo finta che fosse normale.

Isole di plastica di dimensioni continentali, orsi polari alla deriva su zollette di ghiaccio, alluvioni ovunque, bombardamenti di grandine, animali stremati in cerca di pozze che non avrebbero trovato. Le chiamavano “Breaking News”: avevano rotto il mondo, ma non la nostra indifferenza”.

La speranza di People: Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez

Non è certamente un libro da lieto fine. Ma proprio per questo arriva al cuore del lettore: parla di noi, di quello che sta avvenendo nei nostri cervelli e nei nostri cuori per sopravvivere giorno dopo giorno. È un libro semplice, reale, disarmante. Il pessimismo dei due autori viene controbilanciato dagli altri scritti di People, come per esempio La sfida più grande o La giovane favolosa.

In questi due libri trova spazio la speranza, quella che si prova guardando le due stelle verdi della politica americana: Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Un aspirante presidente e la sua instancabile deputata che stanno remando contro tutte le lobby storiche della Casa Bianca per portare al centro l’ambiente e le persone. Scorrendo le pagine di questi due libri si ha la sensazione opposta a quella che si ha leggendo Fine: viene voglia di sperare che non sia ancora troppo tardi, che ci siano soluzioni attuabili da oggi stesso.

Alexandria Ocasio-Cortez spiega al Guardian perchè ha deciso di sostenere Bernie Sanders alle presidenziali americane del 2020

Leggi il nostro articolo: “USA, proposto un patto per l’ambiente: il Green New Deal”

Fine: lo specchio di noi stessi

Pippo Civati e la sua People ci offrono quindi un mondo di riflessioni, “un punto di vista laterale sul presente e sul suo divenire”, uno spettro di possibilità di quello che il futuro potrebbe essere. Hanno il coraggio di parlare della crisi climatica e chiedono al lettore di essere altrettanto coraggioso, perchè è una crisi che potrebbe essere arginata oppure diventare molto peggio. Ci offrono uno specchio per le emozioni contrastanti che stiamo provando. Paura. Speranza. Fine.

“Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi”. Il caso letterario dell’anno

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Il nuovo libro di Foer “Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi” è un libro che tutti noi dovremmo leggere. Chiaro, esaustivo, ma soprattutto emozionante. Questo libro si differenzia da tutti gli altri libri che parlano di clima perché parla direttamente alle nostre coscienze: ci domanda perché non stiamo facendo sostanzialmente niente per una crisi che conosciamo, che è ormai su tutti i giornali, una crisi che parte da noi e a noi ritorna. Privo di giudizi, Jonathan Safran Foer ha riempito il testo di aneddoti personali per raccontarci come sia difficile anche per lui, convinto ambientalista da anni, fare veramente qualcosa per salvare il pianeta. E ci indica qual è l’unica soluzione immediata che tutti noi potremmo compiere sin da oggi: cambiare le nostre abitudini alimentari.

Perchè il clima siamo noi: le nostre abitudini alimentari

Dopo il successo di Ogni cosa è illuminata, diventato addirittura un film, Foer aveva già in precedenza scritto di alimentazione nel best-seller Se niente importa. In un’intervista di settembre 2019 per commentare il nuovo libro, Foer difende così la sua scelta di ritornare su questa tematica: “in realtà, non era mia intenzione scrivere dell’alimentazione, il mio obiettivo era il cambiamento climatico. Ma ho presto scoperto che sono la stessa cosa”. Infatti, l’autore ci ricorda che il sistema agroalimentare ha un enorme peso sulla crisi climatica in atto. In questo senso, il nostro modo di mangiare rappresenta una delle principali cause del cambiamento climatico, ma potrebbe diventare una delle principali soluzioni per combatterlo e salvare il pianeta.

Leggi il nostro articolo: “Perchè il cibo biologico è più caro del cibo convenzionale”

È un libro che parla quindi di noi, delle nostre abitudini alimentari, ma lo fa partendo dal riconoscere quanto sia difficile affrontare il cambiamento climatico in prima persona: “rispetto alla crisi del pianeta, ci sentiamo quasi tutti persi tra le cause e gli effetti, confusi dalle statistiche che cambiano di continuo, frustrati dalla retorica. Ci sentiamo impotenti, eppure inspiegabilmente calmi. Come ci si può aspettare che noi, persone comuni, facciamo effettivamente qualcosa per una crisi di cui siamo a conoscenza ma senza crederci, di cui abbiamo una comprensione confusa (nella migliore delle ipotesi), e che non abbiamo evidentemente i mezzi per combattere?

Perchè il clima siamo noi: la nostra incapacità di fare qualcosa

Foer arriva dunque al nocciolo del problema: questa crisi è davanti ai nostri occhi, la conosciamo o stiamo imparando a conoscerla, ci riguarda e ci interessa. Cosa facciamo, però, oltre a continuare a dire che dobbiamo fare qualcosa? L’autore usa un tono personale e incalzante, facendo suonare le parole del libro come una narrazione, un flusso di coscienza, senza mai dimenticare di citare le fonti ufficiali ed essere quindi scientificamente credibile. Ci dice, ad esempio, che il peso dell’allevamento sulla crisi climatica è oggetto di forte dibattito. Il rapporto della FAO stima le emissioni legate al bestiame attorno al 14.5% delle emissioni totali, principalmente in termini di deforestazione e cambio del suolo. Secondo il WorldWatch Institute invece, l’allevamento costituisce da solo il 51% delle emissioni totali.

Leggi il nostro articolo: “Più carne, più deforestazione. Il report di Greenpeace”

Il peso della carne sulla crisi climatica

Il libro presenta dettagliatamente il dibattito fra le varie fonti, resta al lettore decidere a quale percentuale credere. Anche solo affidandosi ai dati ottimistici della FAO ci si rende conto del peso incredibile delle nostre scelte in materia di cibo. È un testo che ci spinge a cambiare i toni e i contenuti del dibattito sulla crisi climatica, ormai sempre più all’’ordine del giorno: “più di ottocento milioni di persone al mondo sono denutrite e seicentocinquanta milioni sono obese. Più di centocinquanta milioni di bambini sotto i cinque anni sono rachitici per la malnutrizione. Ecco un’altra cifra su cui vale la pena di riflettere. (…)

La terra che potrebbe nutrire le popolazioni affamate viene invece riservata al bestiame che nutrirà popolazioni ipernutrite. Quando pensiamo allo spreco di cibo, dobbiamo smettere di immaginare pasti mangiati a metà e invece concentrarci sullo spreco creato per mettere il cibo nel piatto. Possono volerci fino a ventisei calorie di mangime perché un animale produca una sola caloria di carne”.

Il clima siamo noi, come società e come individui

Nel libro non manca una critica velata ai colleghi ambientalisti che come lui si battono da anni per informare le persone sul cambiamento climatico. Foer cita esplicitamente Al Gore: a detta dell’autore, nei film Una scomoda Verità e nel suo sequel, Al Gore dimentica totalmente di affrontare il problema degli allevamenti e della nostra alimentazione. Anche altri attivisti, ad esempio Naomi Klein, vengono tirati in ballo in maniera implicita. Infatti, come evidenziato da un nostro recente articolo, la famosa scrittrice canadese fa risalire la crisi climatica all’ideologia capitalista e neoliberale degli ultimi decenni.

Leggi il nostro articolo: “Il mondo in fiamme. Contro il capitalismo per salvare il clima”

Foer non esclude queste cause, ma sottolinea come sia deleterio attribuire l’intera responsabilità ai grandi sistemi, così che i singoli individui possono continuare indisturbati con i loro stili di vita: “sarà anche un mito neoliberista attribuire alle decisioni individuali un potere supremo, ma non attribuire alle decisioni individuali alcun potere è un mito disfattista. Tanto le azioni macro quanto quelle micro hanno un potere, e quando si tratta di contrastare la distruzione del pianeta è immorale liquidare l’una o l’altra e proclamare che siccome non si può ottenere il massimo non si deve tentare di arrivare al minimo”.

Il potere in mano ai consumatori

In conclusione, è un libro che ci spinge ad usare uno dei poteri più forti di cui siamo in possesso, il potere dei consumatori:a meno di comprare il cibo e mangiarlo di nascosto, non mangiamo da soli. Le nostre scelte alimentari sono contagi sociali, influenzano sempre le persone che ci circondano: i supermercati tracciano ogni prodotto venduto, i ristoranti adeguano i loro menu alla domanda, i servizi della ristorazione guardano cosa viene buttato e noi ordiniamo “quello che ha preso lei”. Mangiamo come famiglie, comunità, nazioni e sempre più come pianeta. Le scelte di consumo individuali possono attivare una “complesso dinamica ricorsiva” – un’azione collettiva – che si rivela produttiva, non paralizzante”.

Il clima siamo noi nelle scelte di ogni giorno

Le parole di Jonathan Safran Foer svolgono un duplice compito: consolarci e spingerci all’azione. Consolarci perché le sue riflessioni non calano dall’alto, non ci dicono quanto è bravo a risolvere la crisi mentre noi non facciamo niente. L’autore è umano quanto noi, impotente come noi. Ma ci spinge anche all’azione, ci aiuta a districarci fra le varie nozioni sul cambiamento climatico e ci ricorda che la scelta più concreta che possiamo compiere la compiamo tutti i giorni a colazione, pranzo e cena:tutti entro poche ore mangeremo e potremo contribuire immediatamente a invertire il cambiamento climatico”.

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