fbpx
Tempo di lettura 6 minuti

I signori del cibo è un libro-inchiesta scritto dal giornalista Stefano Liberti e pubblicato nel 2016 da Minimum Fax. Goffredo Fofi lo ha definito “uno dei migliori, dei rari prodotti del nostro giornalismo d’inchiesta”. Il tema trattato è quello delle industrie alimentari, ree di sacrificare interi ecosistemi per trarre un sempre maggiore profitto da uno dei pochi settori certo di sopravvivere per l’eternità: quello alimentare. Le multinazionali hanno da tempo fiutato quello che l’autore definisce come l’ “overpopulation business” e non sembrano intenzionate a fermarsi.

Industrie alimentari: i regni delle aziende-locusta

Con una popolazione mondiale in crescita e una parallela diminuzione delle risorse naturali a disposizione non è stato difficile individuare l’opportunità per chi, da decenni, è abituato a lucrare su danni ambientali. Liberti definisce queste holding “aziende-locusta”. Esse sono il risultato della congiunzione tra industrie alimentari e grandi fondi finanziari. Il libro è diviso in 4 capitoli, ognuno dei quali approfondisce un alimento specifico ma gli stessi problemi sono facilmente riscontrabili anche per la maggior parte degli alimenti in mano alla grande distribuzione.

“Quest’inchiesta cerca di ricostruire il processo che ha portato il cibo a diventare una merce, scambiata sui mercati internazionali da aziende che ne controllano la produzione, la trasformazione e la commercializzazione. Gran parte del settore alimentare è ormai in mano a pochi grandi gruppi, che ne gestiscono meccanismi e modalità di produzione, imponendo le proprie strategie industriali e definendo in ultima istanza il sapore di quello che mangiamo. Si tratta di ditte gigantesche, capaci di far viaggiare i prodotti da un capo all’altro del pianeta, sfruttando le zone dove la manodopera è più economica, le terre più fertili e i controlli meno stringenti.”


Il business del maiale in I signori del cibo

Il viaggio de “I signori del cibo” non poteva che partire da un allevamento intensivo. Liberti si reca a Shuangui, in Cina, dove ha sede il più grande mattatoio del mondo. Lo stabilimento è infatti stato acquistato nel 2013 dall’americana Smithfield Food, leader nel settore della carne di maiale e detentrice di un’ampia fetta del mercato mondiale. “Un affare da qualche decina di miliardi di dollari”. Come tutte le filiere soggette al monopolio di pochi attori anche quella del maiale ha subito un processo di integrazione verticale, tramite il quale l’azienda che ne è a capo ha il controllo di tutta la filiera di produzione: dal mais e la soia necessari a nutrire gli animali, ai capannoni dove vengono allevati fino agli stabilimenti dei contadini costretti a sottostare alle loro regole per non sopperire ad una concorrenza spietata.

Dalla Cina l’autore si sposta negli USA, in particolare in North Carolina e West Virginia dove entra in contatto con i luoghi dove tutto è iniziato grazie allo stesso processo che negli anni precedenti aveva favorito la commercializzazione su scala mondiale della carne di pollo. I metodi di allevamento di animali da carne bianca hanno fatto infatti da apripista per tutte le altre, disponibili oggi in quantità infinite negli scaffali di tutti i supermercati del mondo.

La soia: devastatrice delle foreste

Già definito in passato come “il legume dei miracoli” il Glycine max, meglio noto come soia, può essere utilizzato in un’infinità di modi. Questa sua versatilità non è sfuggita alle grandi industrie alimentari che hanno iniziato a produrne enormi quantità in ogni parte del mondo. L’autore, per questo capitolo del libro “I signori del cibo”, si è recato a Mato Grosso nell’estremo occidente del Brasile. L’ Amazzonia è infatti il posto in cui le monocolture stanno facendo i danni maggiori. “I campi sono squadrati, geometrici, perfetti. E interminabili.” Questa pianta viene utilizzata nei modi più disparati: oli vegetali, cosmetici, carburante, salsa di soia, tofu e tanto altro. “Ma soprattutto è impiegato nell’alimentazione animale. I maiali, i polli, le mucche e persino i pesci cresciuti in acquacoltura sono nutriti con un pappone di cui la soia è uno dei principali ingredienti”. Il legame tra la deforestazione dell’Amazzonia e la carne dei supermercati è dunque indissolubile.

Aerei e pesticidi al posto di agrocoltori

Il Mato grosso, “foresta spessa” in portoghese, oggi non esiste quasi più. É stato rimpiazzato da 7 milioni di ettari coltivati a soia. Se invece si considera tutto il Sud America questo numero sale a 46 milioni: una volta e mezzo la superficie dell’Italia. E, come se non bastasse, nella regione “non c’è neanche un contadino”. Nei campi di soia infatti non c’è quasi manodopera. La semina ed il raccolto vengono fatti con le macchine e i pesticidi s’irrorano con gli aerei. I responsabili sono, oltre ai  soliti sospetti (Bayer, Monsanto, Dupont e Syngenta), le statunitensi Archer Daniel Midlands, Bunge, Cargill e la francese Louis Dreyfus. Queste aziende sono detentrici del 75/90% del mercato di grani e semi oleosi a livello mondiale.

La Cargill, per citare la più grande, è verosimilmente la vera produttrice del caffè che bevi la mattina, dell’olio in cui friggi per non parlare di latte, dolcificanti, carne e cotone. Quest’azienda infatti, non essendo quotata in borsa, non è soggetto a pubblico scrutinio ed è riuscita ad infilarsi in sordina in gran parte dei business più redditizi.

“La vera emergenza non è la sovrappopolazione del pianeta da parte degli esseri umani. La sovrappopolazione riguarda piuttosto gli animali da allevamento: ogni anno vengono uccisi 70 miliardi di animali per l’alimentazione umana. Per nutrire queste bestie dovremo usare un terzo delle terre arabili. Sarebbe sufficiente un cambio delle abitudini alimentari per risolvere d’emblée il problema della carenza delle risorse, della fame nel mondo e della difficoltà di nutrire una popolazione globale in costante aumento”.

Il genocidio del tonno

Dopo aver analizzato il mercato del maiale e della soia Liberti decide di farsi un bel tuffo in mare per fare chiarezza su un altro prodotto decisamente troppo commercializzato: il tonno. Per farlo si reca a Bermeo, nei paesi baschi, dove ha avuto origine la pesca europea del tonno tropicale.

Da qui sono infatti partite negli anni ’50 le “campagne di Dakar”. Da allora i pescatori di questo piccolo centro hanno iniziato a solcare i mari fino alla Liberia e alla Costa d’Avorio. Le tonnellate di tonno pescate in un anno in quell’area si attestano a 5 milioni. Alcune specie sono state dichiarate a rischio estinzione e tutte le altre sono marcate come “sotto stress”. Anche qui sono state le grandi industrie alimentari ad appropriarsi del commercio del tonno in scatola, pescando a rotta di collo ovunque ce ne sia disponibilità: dal Pacifico, all’Atlantico fino all’Oceano Indiano. Ad assorbire il 50% della produzione sono gli Stati Uniti e l’Unione Europea.

Chi sono i responsabili

L’UE spende ogni anno circa 130 milioni di euro per permettere alle sue navi di svuotare i mari di paesi terzi. Dal 1994 al 2006 l’Europa ha erogato 4,4 miliardi di euro in favore dell’industria della pesca. Gli accordi firmati coi paesi terzi permettono di fatto ai pescherecci europei di poter pescare all’infinito. Oggi nel mondo ci sono più di settecento mega-pescherecci che cacciano il tonno ogni giorno. Inquietanti sono anche i metodi di conservazione.

La carne viene bollita almeno due volte facendole perdere così tutto il suo vero sapore, che le viene poi restituito con l’olio d’oliva. Basta infatti acquistare una scatoletta di tonno al naturale per restare interdetti dalla sua totale mancanza di sapore. Lo sforzo di cattura è decisamente maggiore delle capacità riproduttive degli animali. L’unico metodo di pesca sostenibile per il tonno, e non solo, è la lenza a canna: il metodo meno utilizzato al mondo. Anche in questo caso l’autore non si risparmia quand’è il momento di fare nomi. A controllare l’industria del tonno sono la Thai Union, l’italiana Boston Alimentari e i coreani di Dongwon.

“La risorsa non è inesauribile. Inoltre è assurdo che un tonno pescato nel Pacifico venga congelato, bollito due o tre volte e fatto viaggiare su un aereo fino all’altro capo del pianeta per finire in una scatoletta che viene venduta a meno di un dollaro”.

Il pomodoro: dalla Cina all’Italia e non solo

Che la Cina sia diventata la più grande produttrice di pomodoro non sorprende. Come in gran parte dei settori, anche in questo caso il gigante asiatico ha assistito ad una crescita esponenziale della sua produzione. L’immensa regione dello Xinjiang, in inverno freddissima, durante i mesi estivi ha un clima ideale per la coltivazione dei pomodori e la manodopera a basso costo sicuramente non manca. In quest’area risiedono quindi le più grandi industrie alimentari del concentrato di pomodoro, che viene poi esportato in tutto il mondo. Anche in Italia alcune aziende comprano questo prodotto per poi ritrasformarlo e rivenderlo con tanto di marchio “made in Italy”. Gran parte delle esportazioni avvengono in Africa, vera patria del consumo di concentrato di pomodoro.

La questione caporalato

Parlando dell’”oro rosso” l’autore non poteva dimenticare la questione del caporalato nel sud del nostro paese, e gli dedica infatti l’ultima parte del libro. Paghe irrisorie, ovviamente in nero, e condizioni di lavoro pessime sono una prassi per gran parte delle marche di salsa di pomodoro che troviamo negli scaffali dei supermercati. E acquistandole non possiamo che incentivare questo processo che mina i diritti i civili dei lavoratori e incentiva la creazione di monocolture, capaci come poco altro di mettere sotto stress un terreno agricolo.

Il messaggio de “I signori del cibo”: boicottare le grandi industrie alimentari

Dietro gran parte dei prodotti che troviamo nei supermercati a prezzi irrisori ci sono le grandi industrie alimentari, responsabili di un’ampia fetta dei danni ambientali a cui abbiamo assistito negli ultimi 50 anni. Meno costerà un prodotto più sarà probabile che il vero prezzo ricada sull’ambiente o sui diritti dei lavoratori. Da qui la necessità, secondo e Liberti e non solo, di cambiare le nostre abitudini verso un consumo più responsabile: prodotti locali, filiere corte e acquisto diretto dai piccoli produttori. Questo sistema non solo indebolirebbe le “aziende-locusta” ma contribuirebbe anche ad una redistribuzione della ricchezza e delle quote di mercato di questo settore, con tanto di grossi benefici per l’ambiente.

Qualche domanda da porsi grazie a “I signori del cibo”

Produrre cibo per 9 miliardi di persone con metodi insostenibili non ci porterà lontano. Il pianeta non sarà in grado di sopportarlo a lungo. Ed ogni volta che scegliamo il prodotto al prezzo più basso contribuiamo ad alimentare un sistema insostenibile che finisce per arricchire, come se ce ne fosse ulteriormente bisogno, chi sta distruggendo il pianeta. Quando andiamo a fare la spesa, pensiamo a quello che compriamo. Da dove viene? Chi l’ha prodotto ed in quali condizioni? Quante risorse sono servite per farlo arrivare su quello scaffale? A chi sto realmente dando i miei soldi? Una volta che si saranno date le risposte a tutte queste domande scegliere, almeno per noi, è più facile di quanto si pensi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: