“Il mondo in fiamme. Contro il Capitalismo per salvare il clima”

È possibile far convivere l’attuale sistema capitalista con la crisi climatica? I progetti di geoingegneria, come quelli finanziati da Bill Gates, potrebbero essere la soluzione? Ha senso o è pura follia il Green New Deal proposto da Alexandria Ocasio-Cortez? A queste ed altre domande prova a rispondere la scrittrice Naomi Klein, nel suo ultimo libro: “Il mondo in fiamme. Contro il Capitalismo per salvare il clima” (titolo originale: On Fire: The Burning Case for a Green New Deal).

Il mondo in fiamme sotto vari punti di vista

Secondo l’autrice, il mondo è in fiamme sotto vari punti di vista: in senso letterale, ci sono i fuochi del cambiamento climatico. Quelli dell’Amazzonia hanno attirato l’attenzione globale nei mesi scorsi, ma ricordiamo che in Siberia così come in Africa, la stessa situazione si sta verificando nonostante la copertura mediatica decisamente minore. Ci sono poi le fiamme del razzismo crescente, impersonificato da leader come Trump e Bolsonaro, che usano la paura della gente per innalzare muri e creare una guerra di odio verso il diverso. Infine c’è un fuoco positivo, potente, ed è il fuoco del movimento per la giustizia climatica; è un fuoco che nel giro di pochi mesi ha scosso notevolmente i programmi politici, avanzando la richiesta di un Green New Deal globale.

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Il libro inizia dunque con una lunga introduzione che ci riassume questi tre concetti, chiedendosi se il terzo fuoco, formato da milioni di attivisti provenienti dai cinque continenti, sia capace di spegnere i primi due. Nei successivi capitoli, la Klein ripropone diversi suoi articoli scritti negli ultimi anni, per mostrare l’evoluzione della crisi e la totale assenza di risposta politica: “Per me i riferimenti cronologici posti lungo tutto il libro sono un po’ come la clessidra disegnata sul cartello degli studenti in sciopero che ho citato: la prova incessante che le nostre società non reagiscono come se la nostra casa stesse andando a fuoco, e che la casa non se ne sta lì buonina ad ardere in un angolo, come se fosse un filmato in loop. Il rogo si allarga e si riscalda costantemente, e finiscono immolate tra le fiamme parti insostituibili della casa. Sparite, per sempre”.

Un’unica crisi, un’unica soluzione

L’autrice canadese divenne una scrittrice famosa nel 2000 con il best-seller No Logo, seguito poi da un altro pilastro, The Shock Doctrine, dove vengono denunciati i piani di aggiustamenti strutturali dallo stampo neoliberale, implementati dopo periodi di crisi (economiche, ambientali, sociali) in diversi paesi del mondo. Il legame fra sistema capitalistico e clima aveva trovato invece ampia spiegazioni in This changes everything. È però il saggio del 2017, a mio parere, a dare una coerenza complessiva a tutti i saggi sopra citati. In No Is Not Enough, l’autrice assume una consapevolezza complessiva che le varie crisi di cui siamo testimoni oggi – la crisi climatica, la crisi economica, la discriminazione di genere, l’avanzata globale della destra xenofoba contro le minoranze – sono sintomo dello stesso male, quello che lei stessa definisce il “capitalismo senza regole”.

Quindi, il salto di qualità di quest’ultimo libro, Il mondo in fiamme, non è tanto nell’analisi della crisi, quanto nel messaggio di monito che la Klein indirizza a tutti quei politici che stanno elaborando versioni nazionali del Green New Deal. L’autrice prende a modello il piano elaborato dalla deputata americana Alexandria Ocasio-Cortez e sottolinea che, qualsiasi soluzione venga adottata, essa dovrà intervenire in maniera parallela sui vari fronti emergenziali. Il Green New Deal, cioè, non deve limitarsi ad essere un piano “verde”, ma può e deve risolvere contemporaneamente tutte quelle crisi che non possono più essere ignorate.

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I presupposti del New Green Deal

Con le parole del libro: “È un’idea molto semplice: durante il processo di trasformazione dell’infrastruttura della nostra società alla velocità e nelle dimensioni invocate dagli scienziati, l’umanità ha la possibilità che capita una sola volta al secolo di sanare un sistema economico che sta voltando le spalle su più fronti alla maggioranza degli abitanti del nostro pianeta. Perché i fattori che stanno distruggendo il nostro pianeta stanno anche distruggendo la qualità della vita della gente in tante altre maniere, dalla stagnazione degli stipendi all’aumento delle disuguaglianze ai servizi in disarmo fino alla distruzione di qualsiasi coesione sociale. Affrontare questi fattori sottostanti ci dà l’occasione di risolvere in un colpo solo parecchie crisi intrecciate.

(…) I vari piani che sono stati proposti per avviare una trasformazione in stile Green New Deal immaginano un futuro in cui è stato scelto il difficile compito della transizione, compreso il sacrificio del consumo esagerato. In cambio però, migliorerà la qualità della vita per i lavoratori in tantissimi modi, garantendo più tempo per lo svago e per le arti, trasporti e alloggi davvero accessibili anche in senso economico, l’eliminazione di enormi gap di ricchezza tra razze e generi, e una vita di città che non sia una battaglia incessante contro traffico, rumore e inquinamento”.

Gli investimenti verdi non sono tutti uguali

Per questo motivo, Naomi Klein è da sempre molto ostile verso i grandi piani verdi di finanziamenti privati come quello promosso da Bill Gates. Un nostro recente articolo ha tristemente testimoniato l’ennesimo fallimento del Summit ONU tenutosi a New York. Non sono infatti servite le parole taglienti pronunciate da Greta, “non vi perdoneremo mai”, né tantomeno lo sciopero permanente di milioni di giovani in tutto il mondo. Gli unici fondi cospicui che sono stati annunciati provengono appunto da istituzioni private, come quella di Bill Gates, che ha previsto piani di investimenti per 790 milioni di dollari in partnership con Banca Mondiale e altri paesi. Lodevole nelle intenzioni, è d’altra parte necessario verificare la destinazione di quei fondi e le conseguenze che potrebbero derivarne.

In quest’ultimo libro, per esempio, la Klein cita il nuovo fronte della “geoingegneria”, definito dall’autrice come “interventi tecnici ad alto rischio e su ampia scala che cambierebbero radicalmente gli oceani e i cieli in modo da mitigare gli effetti del cambiamento climatico”. Bill Gates avrebbe finanziato uno di questi, lo “Stratoshield”, un impianto di palloni ad elio che sputano anidride solforosa per bloccare i raggi del sole. Il progetto ha suscitato grandi polemiche da parte di scienziati e climatologi, in quanto andrebbe a modificare il meteo e il ciclo idrogeologico, creando esiti imprevedibili. Naomi Klein ritiene che soluzioni come la geoingegneria siano sostenute da miliardari come Gates proprio perché “ci permetterebbe di proseguire all’infinito con il nostro modello di vita che esaurisce le risorse”, anziché modificare le regole di capitalismo senza regole di cui personaggi come Gates costituiscono il cardine.

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Le fiamme del movimento per la giustizia climatica

“La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”, dice il proverbio. Per questo dobbiamo essere enormemente prudenti verso coloro che, mentre al Summit ONU fanno bella figura con piani milionari di investimenti “verdi”, mantengono in piedi il sistema di libero scambio celebrato a Davos, dove proprio Greta ha fatto uno dei suoi primi incisivi discorsi: “Non voglio la vostra speranza. Voglio che abbiate paura. Voglio che sentiate la stessa paura che io sento tutti i giorni. E poi voglio che agiate. Che agiate come se ci fosse una crisi. Come se la nostra casa fosse in fiamme. Perché lo è”. Naomi Klein e Greta Thunberg, riunite un mese fa per rivendicare il diritto al futuro, ci ricordano in definitiva che il mondo è in fiamme, ma che c’è un nuovo movimento altrettanto infuocato, in continua espansione. Contro il capitalismo per salvare il clima.  

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“Antropocene – L’Epoca Umana” arriva nelle sale italiane

L’arroganza della razza umana nei confronti della natura. É con queste parole che si può riassumere il messaggio di “Antropocene – l’epoca umana”, che dal 19 settembre ha fatto il suo esordio in 26 cinema sparsi per tutto il paese. Immagini forti che ci mettono di fronte alle nostre responsabilità. Un pianeta distrutto, sovrasfruttato e sacrificato in nome del nostro comfort. Riprese che mettono a tacere chiunque sia ancora in grado di difendere l’operato della razza umana degli ultimi 75 anni. La mano dell’uomo è ormai visibile ad ogni latitudine del globo. Il suo delirio di onnipotenza sta mettendo in ginocchio l’intero equilibrio del pianeta. Il costo del progresso riassunto in 87 minuti di film che fanno riflettere.

Leggi il nostro articolo: “Sulle orme di Greta. Tutto pronto per la WeekForFuture”

antropocene

Il contesto del documentario

Il documentario è l’atto finale di una trilogia di Jennifer Baichwal, Edward Burtynsky e Nicholas De Pencier in cui i tre registi denunciano l’impatto che l’uomo ha avuto sulla natura. Dopo Manufactured Landscapes (2006) e Watermark (2013) un ultimo provocante e ultracritico messaggio per gli spettatori. L’Hollywood Reporter l’ha definito “un viaggio visivo senza precedenti”. Distribuito in Italia dalla Fondazione Stensen e Valmyn, il documentario ha partecipato a diversi festival di cinema indipendente internazionali tra cui il Toronto International Film Festival, la Berlinale, il Sundance Film Festival ed ha vinto l’Audience Award di CineAmbiente 2019.

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Cos’è l’Antropocene

Con il termine Antropocene si intende una nuova era geologica, quella in cui l’uomo e le sue attività sul pianeta hanno modificato i territori ed il clima. Questa nuova epoca, che segue cronologicamente l’Olocene, è caratterizzato da cambiamenti ambientali molto più rapidi rispetto a quelli avvenuti nelle ere precedenti. L’inizio dell’Antropocene viene identificato a partire dal 1945, anche se una parte di studiosi lo associa all’ inizio alla prima rivoluzione industriale. L’Antropocene è, tra le altre cose, caratterizzato da un notevole aumento della popolazione e dei consumi.

Trailer italiano di Antropocene

L’uomo ha da sempre modificato l’ambiente in cui vive, ma ciò che ha portato ad individuare una nuova era è la portata di questi cambiamenti capaci di creare, appunto, una nuova memoria geologica. Plastica, alluminio e cemento hanno già da tempo iniziato a lasciare le proprie tracce nei sedimenti. Per non parlare dei cambiamenti a cui è stata sottoposta l’atmosfera per via delle emissioni di gas serra. Da test nucleari di ogni tipo, capaci di rilasciare radionuclidi nell’aria, fino, ovviamente all’anidride carbonica e al metano che stanno scaldando il pianeta ad un ritmo mai visto prima. A questo va aggiunto l’aumento dei livelli di azoto e fosforo, altamente presenti nei pesticidi, oltre ad un visibile cambiamento nell’equilibrio dei più svariati ecosistemi del mondo.

Il viaggio di Antropocene

Le immagini del documentario sono state girate in tutto il mondo e portano all’attenzione dello spettatore tutta una serie di esempi su come l’uomo stia letteralmente saccheggiando il pianeta. Il primo viaggio ci porta in Africa, dai bracconieri di elefanti. Da qui ci si sposta a Norilsk, in Artide, dove è attiva la più grande miniera di metalli colorati, con relativo smaltimento tossico, del mondo. Le miniere di litio nel deserto dell’Atacama in Cile, quelle di fosfato in Florida, quelle di lignite e carbone di Immerath fino alle raffinerie chilometriche del Texas. Si prosegue passando per le foreste canadesi rase al suolo, le barriere erette in Cina contro l’innalzamento dei mari e la lenta ed inesorabile condanna a morte di Venezia.

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Tutta una serie di preoccupanti testimonianze che ci mostrano come luoghi una volta incontaminati stiano scomparendo per causa nostra, rovinando un equilibrio preesistente e rendendo intere aree del pianeta deboli e vulnerabili all’avanzamento dei cambiamenti climatici.

Dove vedere Antropocene

Il documentario è stato distribuito il 19 settembre nelle sale di tutto il paese. La lista completa:

  • Cinema Farnese – Roma
  • Cinema Madison – Roma
  • Cinema Nuovo Aquila – Roma
  • Cinema Anteo – Milano
  • Cinema Beltrade – Milano
  • Cinemino – Milano
  • Cinema Nuovo – Varese
  • Cinema Massimo – Torino
  • Cinema Vittoria – Bra (22 e 23/09)
  • Cinema Metropolis – Bassano del Grappa
  • Cinema MPX – Padova (20 e 22/09)
  • Cinema Astra – Trento
  • Cinema Garibaldi – Carrara
  • Cinema Stensen – Firenze
  • Cinema Gran Guardia – Livorno
  • Cinema Garibaldi – Poggibonsi
  • Cinema Garibaldi – Scarperia (19 e 26/09)
  • Cinema Azzurro – Ancona (23/09)
  • Cinema Eliseo – Cesena (23/09)
  • Cinema Astra – Parma (27 e 30/09)
  • Cinema Postmodernissimo – Perugia (23-24-25/09)
  • Cinema Arsenale – Pisa (dal 23/09)
  • Cinema Terminale – Prato (dal 26/09)
  • Cinema Ariston – Trieste (27/09)
  • Cinema Centrale Udine (27/09)
  • Cinema Arlecchino – Voghera (27/09)

Leggi il nostro articolo: “The True Cost: quanto costa davvero la moda”

Qui la pagina Facebook del documentario, con relativi orari per ogni cinema.

Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per saltare la scuola

In molti sanno che il 27 settembre ci sarà il terzo sciopero globale per il clima. Il primo, avvenuto il 15 marzo scorso, ha segnato sicuramente la storia raccogliendo milioni di attivisti in tutto il mondo. Nonostante questo successo e la crescita costante del movimento Fridays For Future, i più scettici continuano ad attaccare Greta Thunberg, la ragazza svedese che per prima si sedette davanti al Parlamento Svedese con un cartello che diceva “Sciopero per il clima”. I complottisti insinuano che sia manovrata da altri, che sia solo un pupazzetto in mano a qualche potente. Più in generale i suoi oppositori sostengono che non sia questo il modo, una ragazzina della sua età dovrebbe essere a scuola. Seguendo il suo viaggio in America però, è possibile capire che lo sciopero è solo un mezzo per arrivare a un fine più grande: costringere la politica ad ascoltare la scienza.

Leggi il nostro articolo: “Sulle orme di Greta. Tutto pronto per la #weekforfuture

sciopero-clima

Lo sciopero per il clima globale del 27 settembre

Un nostro recente articolo ha illustrato come il terzo sciopero globale in programma per il 27 settembre sia preceduto da un’intera settimana di mobilitazione, iniziata oggi, dove Greta alternerà le marce in strada con gli incontri istituzionali. Greta ha già parlato di fronte al Congresso americano e parlerà di fronte all’ONU nella giornata di martedì, ma sono gli incontri informali che devono catturare la nostra attenzione. A due settimane dallo sbarco negli Stati Uniti, Greta ha partecipato ad una conferenza intitolata The Right to a Future. Dopo la testimonianza di alcuni attivisti, Greta si è intrattenuta in una lunga conversazione con Naomi Klein, ambientalista e autrice di diversi libri in materia (è uscito ieri in Italia l’ultimo libro Il mondo in fiamme. Contro il capitalismo per salvare il clima).

Nel loro dialogo, le due attiviste hanno discusso dell’importanza che lo sciopero per il clima comporta per la società nel suo insieme. Molti di quelli che appoggiano Greta in linea di principio, non riescono a condividere la modalità dello sciopero, che viene visto come un modo dei tanti per far saltare la scuola agli studenti. Ma il punto fondamentale sostenuto da Greta e dagli attivisti che l’hanno seguita è proprio questo: il diritto allo studio non dovrebbe essere contrapposto al diritto di vivere a lungo su questa Terra. Uno dei cartelli più diffusi durante le marce recita: “Perché dovremmo andare a scuola se non c’è un futuro?”, imitando il discorso fatto da Greta prima dell’incontro con Papa Francesco nell’aprile scorso.

Lo sciopero per il clima: una mobilitazione di speranza

Lo sciopero diventa quindi una modalità estrema, una mobilitazione di massa che costringa gli adulti a prendere decisioni drastiche per i danni creati fin da quando questi giovani studenti non erano ancora in vita. Greta aveva già raccontato parecchie volte di come sia stato difficoltoso convivere con la consapevolezza della crisi climatica. All’inizio, la giovane svedese ha dovuto affrontare un lungo periodo di depressione, anche a causa della sua sensibilità acuta dovuta alla Sindrome di Asperger. È poi riuscita a passare alla speranza grazie ai milioni di studenti che si sono aggiunti alla lotta per il clima, che le scrivono e a loro volta scioperano per contagiare i propri amici, insegnanti, concittadini.

Il potere della pressione dal basso è stato anche uno dei principali argomenti nel dibattito a distanza fra Greta e Alexandria Ocasio-Cortez, la giovane deputata puertoricana che ha portato al Congresso il Green New Deal. In quella occasione, Greta aveva dichiarato: Gli studenti che scioperano mi danno molta speranza. E anche il fatto che tante persone non sono a conoscenza della crisi climatica. Vanno avanti così e continuano a non fare nulla non perché sono cattive, o perché non vogliono. Non stiamo distruggendo la biosfera perché siamo egoisti. Lo stiamo facendo solo perché non ce ne rendiamo conto. Questo mi fa sperare, perché una volta che sapranno, che prenderanno coscienza, potranno cambiare atteggiamento e fare qualcosa.”

Leggi il nostro articolo: “Il problema della dialettica attorno al cambiamento climatico”

L’appoggio di Alexandria Ocasio-Cortez. Il Green New Deal

Dal canto suo, Alexandria Ocasio-Cortez ha fatto notare come l’ultimo anno sia stato decisivo per far sì che il piano di rivoluzione verde da lei proposto passasse da essere un’utopia di pochi estremisti ad essere uno degli argomenti più discussi nel dibattito politico: “uno o due anni fa solo il 20 per cento degli elettori democratici statunitensi, i più progressisti del paese, considerava prioritario il problema del clima. Grazie alle nostre iniziative, e quelle che stanno organizzando i giovani, quella percentuale è aumentata. I sondaggi mostrano che circa il 70 per cento degli elettori democratici pensa che il new deal verde dovrebbe essere una priorità, ed è pronto a sostenere i candidati che sono favorevoli alla sua approvazione”.

La giovane deputata americana, con 5 milioni di follower su Twitter, è continuamente vittima di attacchi da parte degli haters, così come Greta: perché il suo piano è troppo ambizioso; perché non ci sono le coperture economiche; perché un piano di rivoluzione verde attaccherebbe nel profondo il sistema politico americano sorretto dalle lobby da decenni. Eppure, la sua schiacciante vittoria ha dimostrato che i giovani sono pronti a cambiare rotta, a perseguire un modello che ci permetta di rimanere dentro i confini ecologici della terra.

Una lobby verde per costringere la politica ad ascoltare la scienza

È quindi naturale che la Ocasio-Cortez si sia schierata con tutti gli studenti che stanno riempendo le strade per creare una lobby di tutt’altro genere. Una lobby senza soldi, che è però costituita da milioni di elettrici ed elettori, pronti a sostenere i candidati che mettano l’ambiente al primo posto: “A cosa serve andare davanti al parlamento con un cartello? Non riduce immediatamente le emissioni di anidride carbonica. Non cambia direttamente le leggi. Ma manda un messaggio ai potenti, e la gente sottovaluta l’importanza di quel messaggio”. Come dice la giovane deputata, alzare in aria un cartello non cambierà la storia dall’oggi al domani, ma ha un potenziale enorme nel lungo termine. Per ogni attivista in strada, un voto nelle urne. I politici non potranno più fare a meno di ascoltarli.

Leggi il nostro articolo: “Per fermare il cambiamento climatico serve (anche) una rivoluzione popolare”

Cosenza, tra Cracking Art e sostenibilità

Durante l’estate sarà possibile ammirare l’installazione di opere Cracking Art tra le vie di Cosenza. Si tratta del primo atto del Festival delle Invasioni che si tiene ogni anno e che ha già visto come ospiti artisti del calibro di Lou Reed, Patty Smith e Caparezza. L’installazione, chiamata Battito Animale, consiste in una serie di opere raffiguranti animali colorati di grandi proporzioni ottenuti attraverso la plastica rigenerata. Il 14 giugno il sindaco Mario Occhiuto ha inaugurato la mostra che spazia nella splendida cornice del MAB che si sviluppa nella città nuova, ai piedi della suggestiva città storica. Quest’ultimo è il Museo all’aperto Bilotti che vanta molte opere del XX secolo lungo il suo itinerario di artisti come Dalì, Modigliani e De Chirico. Fino al 15 settembre il MAB e Battito Animale si fonderanno in un unico e singolare percorso.

cosenza cracking art

Le 61 opere

Tra gli animali riprodotti c’è il lupo, simbolo della Sila, che porta i colori della città di Cosenza: giallo e verde. Il branco di lupi posto nella piazza centrale si pone come auspicio per l’equilibrio tra l’uomo e la natura selvatica. Lungo il percorso si trovano delle chiocciole di color blu che raffigurano la Circular Economy, ossia il riciclo che evita gli sprechi. Delle grandi rondini (REgeneration), invece, riportano al tema della rinascita. Due elefanti prendono il nome di Hot&Cold e ricordano il tema sempre più presente dei cambiamenti climatici. Un grande coniglio verde (REproduction) promuove lo sviluppo sostenibile. Due coccodrilli (The World Beneath the City) incutono paura a chi getta o abbandona rifiuti che un domani potranno tornare a spaventarci. Infine, il suricato, Clear (sweet fresh water), ci invita a fare un uso corretto e responsabile delle risorse idriche del nostro pianeta.

Il movimento artistico Cracking Art

La filosofia di questa corrente di artisti nasce dal verbo inglese “to crack” che ha diversi significati come spezzarsi, rompersi e crollare. Durante la fase di lavorazione del petrolio viene usata la parola cracking catalitico, questa descrive il processo attraverso il quale il greggio viene trasformato da grezzo a plastica. Da qui il naturale muta in artificiale e il pensiero del movimento si incentra proprio sul divario dell’uomo contemporaneo, ovvero il cracking in cui l’uomo si trova tra la naturalità originaria e il futuro artefatto. La plastica segue di pari passo la storia dell’uomo e si fonde con esso nella visione contemporanea di Cracking Art.

Dalla consapevolezza che il nostro mondo contemporaneo stia perdendo il suo stato originario, ne deriva la naturale accettazione per quello artificiale. Attraverso l’arte prendono così vita queste opere che mirano a trovare un dialogo circa l’impatto ambientale e il riciclo. Gli animali colorati possono trovarsi ovunque e sono altisonanti alcuni nomi delle città che hanno già ospitato le installazioni: New York, Venezia, San Pietroburgo, Seoul.

Una ventata d’aria positiva che deve essere alimentata continuamente

Come riporta una nota del Comune l’installazione sta avendo un grandissimo successo, soprattutto tra i più piccoli. Questi colorati animali sono un rimarchevole punto di riflessione e sensibilizzazione verso le tematiche ambientali, quali l’inquinamento, i cambiamenti climatici e lo sviluppo sostenibile. Cosenza e Cracking Art sembrano aver centrato l’obiettivo in maniera egregia, ora bisogna perseverare portando sempre più una maggiore conoscenza delle criticità che affliggono la nostra società.

C’è da aggiungere che Cosenza si è posizionata quinta nella classifica, stilata da Legambiente, per performance ambientali del 2018, alle spalle di Bolzano e Trento. L’importante traguardo raggiunto ha inorgoglito il sindaco definendo questo risultato come: “Un grande passo avanti”. Dunque, la Città dei Bruzi sta raccogliendo i frutti del proprio lavoro, ma come per tutto si può e si deve sempre migliorare individuando i vuoti da colmare. Di certo, con questo grande risultato, è riuscita ad affermare con forza la presenza anche di una parte d’Italia che spesso e volentieri viene criticata, anche giustamente, e abbandonata sin troppo presto. Questo lodevole esempio deve diffondere, nel breve e anche nel lungo raggio, un agire immediato per contrastare i cambiamenti climatici attraverso qualsiasi tipo di mezzo abbiamo a disposizione. L’arte, per esempio.

“UMBERTO”: il fumetto che invita alla lotta alle ingiustizie

La copertina del libro

Il fumetto è percepito da molti come una forma leggera di letteratura e per questo poco impegnata. Ma è una concezione che non rende giustizia. Il fumetto è un mezzo di comunicazione potente e versatile e come tale può essere usato sì per intrattenere, ma anche come strumento di lotta alle ingiustizie. Ed è proprio questo l’obiettivo di UMBERTO.

UMBERTO: la copertina del libro
La copertina del libro

Holdenaccio, al secolo Antonio Rossetti, classe 90 di Taranto, non si tira indietro e anzi, prende di petto due questioncine di non poco conto, quali la difesa dell’ambiente e l’immigrazione. Lo fa con un tratto sobrio, toni pacati e una semplicità sorprendente. Stiamo parlando di UMBERTO, pubblicato ad aprile da BAO Publishing e acquistabile sul suo sito, il primo graphic novel di Holdenaccio. Con cui abbiamo fatto una chiacchierata:

Come nasce UMBERTO e chi è il suo omonimo protagonista?

Umberto (l’uraniano alieno protagonista, ndr) è un sempliciotto. Il libro nasce dall’idea di fare diventare un sempliciotto il protagonista di una storia d’avventura, soprattutto per il messaggio molto attuale che ciò trasmette. Scemo o semplice che uno possa essere, se una cosa non gli sta bene, la prende e l’affronta. La risposta non è mai girarsi dall’altra parte. Viviamo in un periodo dove tutti quanti sembriamo essere guidati da uno scemo superiore che ci dice cosa fare, cosa è giusto e cosa è sbagliato, mentre invece sta a noi capire e decidere quali sono le nostre sfide. La mia intenzione era quella di dare voce a uno scemo, proprio per far capire che anche lui può migliorarsi e migliorare tutto quello che non va intorno a sé.

Cosa spinge Umberto ad agire?

Umberto si rispecchia nel sogno di vivere e lottare per un universo libero, contro le ingiustizie, anche senza essere un tizio cazzutissimo. Umberto, tra l’altro, non è l’unico ad agire e non lo fa da solo. Si può dire che la vera anima della lotta (che incalza tra l’altro Umberto nel suo ruolo da protagonista) sia Camilla, una dei quattro terrestri che decide di lottare per un universo libero, per il giusto ideale. Camilla è una ragazza forte, intraprendente, dotata di spirito di critica, ma anche “punk” per come affronta le cose e come le percepisce. Sono molto contento di come sono riuscito a caratterizzare anche i quattro ragazzi. Lei inoltre, assomiglia tantissimo caratterialmente a Greta Thunberg, senza che questa fosse mia intenzione, dato che il fenomeno di Greta è nato successivamente.

Quale ruolo ha l’aspetto sociale, civile, all’interno della tua opera?

Il voler affrontare tematiche attuali come immigrazione e ambientalismo è l’elemento centrale del libro, rimandando a tematiche attuali e a me vicine come: Taranto e noTAP. L’escamotage è stato quello di trasferire questi temi dal contesto attuale e ordinario allo spazio. Affrontando queste questioni in maniera differente, ma comunque affrontandole.

La semplicità come base di partenza per affrontare questioni complicate che ci riguardano in prima persona. Anche il MUR (la Milizia Uraniana Ribelle, ndr) sembra puntarci molto.

UMBERTO: il volantino d'invito all'azione della Milizia Uraniana Ribelle
Il volantino d’invito all’azione della Milizia Uraniana Ribelle

A resistere rimane la Milizia Uraniana Ribelle, che cerca di opporsi allo spadroneggiare della Urangas, l’azienda multiversale che cerca di controllare i due pianeti, con “piccoli atti di quotidiana resistenza”! Volevo raccontare una storia fantasy senza abbandonare la realtà della cronaca, senza mai banalizzare. “Affinchè una storia fantastica sia efficace, bisogna che sia raccontata nei termini più semplici e pratici possibili” diceva Buzzati. Dietro la semplicità che pervade le pagine, ho inserito diverse chiavi di lettura che invitano il lettore alla riflessione e ad aprire gli occhi su quanto accade al nostro pianeta: potrebbe addirittura essere necessario un intervento extraterrestre per farci capire quanto sia importante la salvaguardia del proprio mondo anche attraverso questi “piccoli atti”.

Il tuo libro è pubblicato dalla casa editrice BAO che vanta tanti grandi nomi del Fumetto italiano. BAO Publishing sembra avere una certa sensibilità verso tematiche attuali, come quelle da te trattate nel libro. Quanto pensi abbia influito la scelta delle tematiche sulla decisione di pubblicare UMBERTO?

All’editore piacque tantissimo la storia di UMBERTO, soprattutto per la facilità di riuscire a mettere simili tematiche alla portata di tutti, giovani e non.

Un assaggio dell’universo di UMBERTo

Tilos, la prima isola verde del Mediterraneo

Tilos, in Grecia, è la prima isola che si affida completamente alle energie rinnovabili. Grazie ai fondi istituiti dal programma europeo Horizon 2020, 13 milioni di euro per l’esattezza, ha realizzato il progetto che comprendeva: l’installazione di una pala eolica e una serie di pannelli fotovoltaici. Questo impianto permette all’isola di produrre il fabbisogno energetico di cui necessita, e anche nel modo più pulito possibile per l’ambiente. Questa perla del Dodecaneso dipendeva, fino al 2018, dalla vicina isola di Kos che la riforniva tramite una rete energetica sottomarina. Durante le intemperie, e non solo, erano frequenti i blackout. Questi duravano diverse ore, perfino 70 ore consecutive. Invece, grazie a questo nuovo sistema che la rende autosufficiente, può anche esportare l’energia in eccedenza.

isola verde

I numeri del progetto

Sull’isola sono stati installati circa 590 pannelli fotovoltaici e una pala eolica, da queste risorse rinnovabili si ricavano 800 kilowatt prodotti dal vento e 160 kw arrivano dai raggi solari. Una batteria ed un sistema di gestione intelligente dell’energia consentono di regolare al meglio i consumi. I picchi massimi del consumo giornaliero si verificano nei mesi estivi, e la cifra si aggira intorno ai 1000 kw, ovvero la quantità di energia totale prodotta dall’impianto. Per i circa 300 abitanti di Tilos quest’opera è sicuramente un vantaggio che ha messo fine ai problemi di carenza energetica del passato, anche i circa 31 mila turisti che visitano l’isola nei mesi estivi potranno godersi un confortevole soggiorno. Infine, si ha un minor impatto ambientale di 500 tonnellate di carburante l’anno, grazie a questi nuovi impianti di energia pulita.

Flora, fauna e diritti umani

L’isola è quasi interamente una riserva naturale che accoglie più di 150 specie di uccelli, molte di queste a rischio estinzione. È una meta turistica molto apprezzata dagli ornitologi, e anche per gli amanti della natura poiché sul territorio sono presenti 650 varietà di piante. In più, dal 1993 è abolita la caccia e nel 2008 si è svolto il primo matrimonio omosessuale della Grecia. L’isola apre le sue porte anche ai rifugiati, grazie alla sua collaborazione con le ONG SolidarityNow e UNHCR, con programmi di integrazione.

Insomma, Tilos è un’isola che si presenta al passo coi tempi e che fa delle sfide odierne della società una solida realtà su cui già poggiarsi, e come afferma la sindaca Maria Kamma: “If we can do it, anyone can.”

Il fondatore di Patagonia, Chouinard, come simbolo di successo “responsabile”

Fondatore Patagonia

È lo stesso Chouinard, fondatore e attuale proprietario del marchio di vestiario per l’outdoor Patagonia, a parlare di modello aziendale “responsabile”, discostandosi dall’etichetta “ecosostenibile”. Infatti, sebbene Patagonia sia un marchio di successo con valori ambientali e sociali ben precisi, non è certo senza pecche. «L’ecosostenibilità non esiste» dice riferendosi al mondo degli affari, «la cosa migliore che possiamo fare è causare il minor danno possibile». La chiave sta nello smettere di trattare la natura come una risorsa da spremere, ma come un’entità dalla quale noi tutti dipendiamo.

Il buon viso a cattivo gioco delle grandi aziende

Il messaggio che esce dall’intervista del The Guardian all’ottuagenario uomo d’affari e (ex?) arrampicatore è per certi versi a tinte fosche. «Ero solito pensare che se fossimo riusciti a dimostrare che fare affari responsabilmente porta profitto, gli altri avrebbero fatto altrettanto. Alcuni sì, lo fanno, ma si tratta di piccole aziende. Le aziende con un nome fanno semplicemente green-washing (buon viso a cattivo gioco con le tematiche ambientali, ndr). Ho smesso di sperare che possano cambiare». Chouinard non risparmia sfiducia neanche ai politici, definendoli “pedine delle grandi società”.

Chouinard fa attivismo da 50 anni. Un cammino pieno di vittorie e di altrettante sconfitte, come quelle sull’inquinamento degli oceani e sul cibo geneticamente modificati. «Evil never stops» afferma. Il male non si arresta, è una lotta infinita, «l’importante è combattere». Per Chouinard politici come Trump e Bolsonaro, sono persone che ignorano, violano e calpestano la natura, il suo valore e i suoi diritti. Tanto che il fondatore e unico proprietario di Patagonia ha recentemente intentato causa al presidente statunitense assieme a una coalizione di tribù indigene nord americane e di movimenti locali, per i continui tentativi di ridimensionale le terre ancestrali nello stato dello Utah.

Un miliardario che ha a cuore l’ambiente

Chouinard, attraverso Patagonia, ha donato 105 milioni di dollari totali per cause legate all’ambiente. Ha implementato misure di marketing anti-consumo (un controsenso per chi guarda solo al portafoglio), come invitare i consumatori a non acquistare i propri prodotti durante il Black Friday. Ultimamente, sempre con Patagonia, ha anche realizzato Artifishal. Un film fatto di persone, fiumi e della lotta per il futuro dei pesci selvatici e dell’ambiente attorno a loro, nel quale viene raccontata la preoccupante situazione del salmone selvatico, a rischio estinzione, la continua perdita di fede nella natura, e non solo.

Trailer di Artifishal – La lotta per salvare il salmone selvatico

Oliver Bach, l’autore dell’intervista, lo descrive come un uomo d’affari che preferisce il giardinaggio agli incontri d’affari. Ne esce un ritratto di un uomo realista, consapevole e, appunto, responsabile; che si augura la fine delle grandi aziende quotate in borsa. In quanto il capitalismo moderno sta distruggendo il pianeta.

Chi ha il potere di cambiare le cose

È dunque tutto perduto? Nient’affatto! Per Chouinard la migliore speranza sono i consumatori. Le aziende non possono fare a meno di loro. Dunque, se loro cambiano, cambiano di conseguenza anche le aziende, e così i governi. Secondo Chouinard sbagliamo a pensare in senso opposto, ad affidarci ai governi affinché un cambiamento venga in essere.

I consumatori, in particolare quelli più giovani, devono pretendere che i loro marchi preferiti si facciano carico delle proprie responsabilità, diventando così più apertamente politici. «Non possiamo più permetterci di essere cauti. Lo dobbiamo dire chiaro e tondo: questa amministrazione (Trump, ndr) è malvagia, così come malvagio è chiunque dica che il cambiamento climatico non esiste».

Minimalism, un documentario su ciò che è importante

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Ho visto Minimalism molto, troppo tempo fa e non mi sembrava giusto scrivere un articolo senza ricordarne tutti i dettagli. Poi ho realizzato che il film parla da sé e che io non potrei fare molto se non consigliarlo ai miei lettori. In più, non potrei esprimere opinioni tecniche sul film: non sono una critica cinematografica, bensì una persona che come molte altre è rimasta colpita dalla pellicola, il cui effetto è durato nel tempo e che ha contribuito a rendermi la persona che sono oggi. Se infatti cerco di condurre uno stile di vita semplice, sobrio e nel rispetto dell’ambiente è stato anche grazie a Minimalism.

https://www.youtube.com/watch?v=0Co1Iptd4p4

Il documentario è presente su Netflix, Prime, iTunes, Google Play, Vimeo.

Bisogni inutili

In Minimalism, Joshua e Ryan, i due ragazzi ideatori del documentario, ma anche di articoli, libri e podcast (qui il loro sito web), cercano di comprendere il bisogno compulsivo delle persone di acquistare oggetti, conducendo una vera e propria indagine. Il film inizia in modo forse ovvio, per poi stupirci con una conclusione più profonda e rivelatoria. Inizialmente, infatti, troviamo la semplice ma comunque stimolante considerazione dell’inutilità di molti oggetti da noi posseduti, da quelli più piccoli come i soprammobili o i vestiti a quelli più importanti come le automobili o le case. Per acquistarli perdiamo infatti molti soldi e tempo prezioso, così come per mantenerli, pulirli, ammirarli e, infine, buttarli.

Molti oggetti per molti problemi

Nel corso del film, grazie a testimonianze e immagini contagiose che rappresentano la serenità spesso irraggiungibile di coloro che hanno scelto una vita minimalista, iniziamo a capire qualcosa di molto più profondo. Spesso il comprare oggetti è un modo per oscurare i nostri problemi e le nostre mancanze, oppure per illuderci di averli risolti. Questo avviene grazie alla temporanea soddisfazione conseguente un acquisto e all’accettazione sociale che ne deriva. L’amara verità che svela Minimalism è che, al contrario, i beni materiali non fanno altro che aumentare le nostre preoccupazioni, vista la maggiore quantità di elementi dei quali occuparci nella nostra vita. Oppure, semplicemente, non le risolvono.

Consumismo, il nemico dell’ambiente

Un altro aspetto fondamentale del film è la questione ambientale. Il pianeta sta esaurendo le sue risorse proprio per soddisfare i bisogni materiali di tutti noi. Noi che siamo ormai abituati a uno stile di vita che prevede il possesso di una quantità enorme di oggetti affatto necessari. Oltre allo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, vi è anche il problema delle emissioni di gas serra dovuti alla produzione industriale e quello dell’inquinamento. Quest’ultimo è dovuto al rilascio di sostanze chimiche e ai rifiuti che produciamo ogni qual volta uno di questi oggetti non ci serve più.

Diventare minimalisti

Ma come fare per diventare minimalisti? La parte più difficile è iniziare, poi tutto verrà da sé. Si può partire da un solo piccolo aspetto della nostra vita e successivamente, visti gli immediati benefici, tutto verrà coinvolto, dalla casa al lavoro fino alle persone che ci stanno intorno. Per esempio, si potrebbe svuotare il proprio armadio da tutti i capi che non utilizziamo e tenere soltanto i nostri preferiti o quelli di qualità maggiore. Ovviamente con la promessa di non comprarne di nuovi per un po’ di tempo. Lo stesso si può fare con la scarpiera, l’astuccio, il portafogli, i file del computer e del cellulare, gli arredamenti e persino, con più attenzione e cautela, con le persone. Insomma, un’operazione di liberazione totale da ciò che non è importante, per dare invece più valore e più dedizione alle poche cose che rimangono.

Solo ciò che è importante

Minimalism non è però un film di “propaganda” estremista che giudica negativamente chiunque non intraprenda questa via. Joshua e Ryan sono molto aperti al confronto e comprendono la difficoltà nell’abbracciare questo stile di vita. Le persone hanno infatti il bisogno di coltivare passioni e interessi che da un punto di vista rigidamente minimalista non potrebbero essere accettati. Per esempio la passione per i libri, per i quadri, o per la musica. Dal film traspare infatti l’idea che non sarebbe giusto che una persona amante della musica buttasse i suoi strumenti musicali, i cd, i vinili, i biglietti dei concerti soltanto perché beni materiali.

Lo scopo del minimalismo e del documentario, quindi, è un altro. Il minimalismo serve per aiutarci a capire cosa merita di occupare spazio nella nostra vita non in quanto oggetto esterno, bensì in quanto parte di noi stessi. Lo spazio reale da riempire con un oggetto infatti non è una stanza, né una casa, ma il nostro cuore. Tutto ciò che non ne è degno, può essere eliminato. Non immaginiamo neanche quante cose abbiamo di cui potremmo fare a meno seguendo questa linea guida. E in questo modo anche il nostro pianeta, soffocato da tanti inutili oggetti, potrebbe tornare a respirare e godere della propria libertà, che in fondo è anche la nostra.

Il documentario è fruibile su Netflix (link)

Ecologia del desiderio: un libro per ripensare l’ambientalismo

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Ecologia del desiderio è un libro scritto dal più importante giornalista ambientale italiano: Antonio Cianciullo. Già autore, tra gli altri, di “Soft Economy” e “Dark Economy” collabora con La Repubblica per cui gestisce anche un blog personale su temi ambientali. Personaggio di spicco all’interno del panorama ambientalista del nostro paese porta avanti le sue battaglie da almeno 30 anni. Questo è il suo libro più recente, scritto con l’intento di cambiare la percezione dell’ecologismo da parte dell’opinione pubblica. Compito che viene svolto partendo da una domanda: “Perché l’ambientalismo viene proposto come una tavola biblica di divieti?”

Case più confortevoli, meno traffico e smog, cibi più sicuri, crescita dell’occupazione: si può vivere meglio senza sacrifici


I paradossi dello sviluppo

Sono tanti gli spunti di riflessione offerti dal libro. Soprattutto per quanto riguarda l’assurda e tacita accettazione da parte della collettività di logiche quanto meno discutibili. Uno dei dati che più salta all’occhio durante la lettura è sicuramente quello delle morti causate dall’inquinamento dell’aria: 7 milioni ogni anno. Più di quelle causate da obesità, malnutrizione, abuso di alcol e droghe. Solo in Europa questo dato ci parla di 400.000 morti premature all’anno. Per farla breve “è come se due jumbo venissero abbattuti tutti i giorni nell’indifferenza generale.” – questa la metafora utilizzata dall’autore per esprimere la sua incredulità.

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“Nel corso del Novecento la popolazione si è moltiplicata per 4, l’economia per 14, la produzione industriale per 40, il consumo energetico per 16, le emissioni di CO2 per 17, il consumo di acqua per 9, la pesca marina per 35, l’area irrigua per 5. Mentre le foreste si sono ridotte del 20% e siamo finiti sull’orlo della sesta estinzione di massa nella storia del pianeta


La metafora della diga

In Ecologia del desiderio si prova a rispondere anche ad un’altra domanda che tortura le menti degli ambientalisti. Perché il problema non è percepito con la gravità che merita? E perché, nonostante tutti gli allarmi lanciati dalla comunità scientifica, continuiamo a sostenere un sistema che porterà il pianeta al collasso?

Per farlo ricorre ad un concetto già elaborato da Jared Diamond nel suo libro “Collasso”, ovvero la metafora della diga: “Una comunità vive in una valle ai piedi di un’alta diga, che in caso di cedimento provocherebbe una catastrofe. Quando gli esperti di sondaggi d’opinione chiedono agli abitanti della valle se sono preoccupati per una tale eventualità, scoprono che, com’è ovvio, la paura cresce con l’aumentare della vicinanza con la diga, ma anche che, raggiunta una punta massima, il timore decresce a pochi chilometri dal pericolo fino a sparire del tutto: le persone che abitano proprio sotto la diga, quelle che con maggiore certezza morirebbero se la struttura cedesse, si dichiarano tranquille. Ciò avviene per un meccanismo di rifiuto psicologico: l’unico modo di mantenersi mentalmente sani, pur avendo ogni giorno di fronte agli occhi la diga che incombe, è negare l’eventualità che possa rompersi”.

“Solo un alcolizzato, di fronte ad un medico che diagnostica una probabilità di morte del 90% a causa di un eccesso di superalcolici, continuerebbe ad attaccarsi alla bottiglia”

A chi è davvero convenuto saccheggiare la natura?

In Ecologia del desiderio vengono definiti banditi e li colpevolizza per aver deturpato la natura di ciò che era suo con il solo scopo riuscire a portare a casa il proprio bottino personale. Durante questo processo hanno distribuito alla collettività una parte minima di questi benefici, sedando così l’opinione pubblica. Qualche riga del libro basterà per spiegare meglio cosa intenda l’autore: “Oxfam ha calcolato che nel 2010 erano 388 le persone che detenevano la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta. Nel gennaio 2016 questi super ricchi si erano già ridotti a 62. Se nulla cambierà nel 2020 saranno solo in 11 a possedere il 50% della ricchezza mondiale. Ogni paperone avrà lo stesso peso economico di 680 milioni di persone”.

“Insomma per due secoli buoni ci siamo spartiti il bottino della rapina alla natura pensando che fosse moralmente ingiusto nei confronti delle altre specie, ma conveniente dal nostro punto di vista: abbiamo chiuso gli occhi sull’etica e sull’ecologia convinti di ottenere in cambio benefici. Ora abbiamo scoperto che è stato un pessimo affare: abbiamo accumulato un debito insostenibile nei confronti degli ecosistemi da cui dipende la nostra sopravvivenza”

Una svolta ecologica a basso prezzo

Tra i tanti spezzoni in cui viene ribaltata la percezione dell’ambientalismo va sicuramente menzionato quello in cui viene ripreso uno studio di Nicholas Stern, ex chief economist della World Bank. I danni che i cambiamenti climatici potrebbero causare su scala globale nei prossimi 30 anni coinvolgeranno una cifra che potrà variare tra il 5 ed il 20% del Pil globale. Ragion per cui, secondo l’economista, vale decisamente la pena investire massicciamente già da ora per accelerare una transizione ecologica ancora troppo lenta in modo da limitare le perdite. Per farlo, basterebbe dedicarvi una cifra tra l’1 e il 2% del Pil mondiale.

“Con questi fondi si metterebbe in moto una spinta innovativa potente, capace di spaziare dagli edifici a impatto zero alla mobilità a basse emissioni, dall’efficienza energetica alla trasformazione dell’anidride carbonica in materiali da utilizzare nell’edilizia e nella pavimentazione stradale”

Se ci fosse un referendum su scala mondiale la vittoria della scelta green sarebbe probabilmente fuori discussione.

La bioeconomia: un potenziale immenso

Tra le tante note positive del mondo green di cui ci parla Cianciullo in Ecologia del desiderio, vogliamo citare la bioeconomia. Questa, solo in Europa, ad oggi vale 2.000 miliardi di euro e dà impiego a oltre 22 milioni di persone. E non è tutto. Secondo le stime dell’UE a un euro investito in ricerca ed innovazione in questo settore entro il 2025, si potranno ottenere 10 euro di fatturato.

All’interno di questo ragionamento rientra anche un più efficiente utilizzo delle risorse. Alcune delle quali non sfruttate a pieno e quindi in grado di creare ulteriore valore. Secondo Fritjof Capra e Pier Luigi Luisi, autori di “Vita e Natura. Una visione sistemica”, usiamo solo l’8% dei nutrienti di orzo e riso coltivati per produrre birra, e solo il 4% della palma da cui si estrae l’olio. Allo stresso modo per i beni di consumo mobili il valore totale dell’opportunità di risparmio nei materiali offerti dall’economia circolare potrebbe arrivare fino a 700 miliardi di dollari all’anno, ovvero l’1,1% del Pil 2010.

Le vie infinite dell’economia circolare

Opportunità e non restrizioni. Questo il filo conduttore in Ecologia del desiderio. Non poteva quindi mancare qualche esempio del potenziale dell’economia circolare. Ad esempio le possibilità derivanti dagli scarti delle piantagioni di caffè. Basti dire che solo lo 0,2% del caffè che viene faticosamente coltivato, cioè i chicchi, viene commercializzato.

“Se si sviluppasse un sistema di riconversione in funghi o in proteine degli scarti prodotti dalle piantagioni in 45 paesi, si creerebbero 50 milioni di posto lavoro. Lo stesso processo può essere ripetuto anche per altre materie prime come ad esempio lo zucchero di canna, utilizzato al 17% del suo potenziale, e per gli alberi trasformati in carta soggetti ad uno spreco di circa il 70% del materiale rubato a madre natura”. Opportunità su opportunità. Questo è il messaggio del libro. Per “dare una direzione al desiderio invece di rincorrere le paure”.

Virunga, angeli e demoni

Nella Repubblica Democratica del Congo c’è un gruppo di rangers che mette a rischio la propria vita per la difesa del Virunga National Park, patrimonio mondiale dell’UNESCO. E’ uno dei luoghi più ricchi di biodiversità sulla Terra, dimora degli ultimi gorilla di montagna.

Petrolio, il nuovo pericolo

Sono numerose le guardie uccise nella guerra al bracconaggio, e sul Parco incombe l’ombra di un nuovo pericolo: il petrolio. Quando scoppia il conflitto armato le milizie ribelli finiscono sul libro paga della Soco International, la multinazionale inglese del greggio interessata all’oro nero del Virunga. L’obiettivo è frantumare, con le armi e la corruzione, la coraggiosa opposizione degli ambientalisti: Andrè, Rodrigues, Emmanuel, Mélanie, sono i protagonisti di “Virunga”, documentario diretto da Orlando von Eisiedel, e prodotto da Leonardo Di Caprio.

Al di là di tutto

Uscito nel 2014, il film fu acclamato dalla critica e candidato ai Premi Oscar 2015.

“Io ho accettato di fare del mio meglio, perché la natura sia salvaguardata, al di là di ogni pressione esterna. Al di là di ogni avidità. Al di là di tutto. Qualsiasi cosa possa accadermi, lo accetterò. Non sono speciale. Non possiamo essere deboli e dire: “Soco, continua pure”.

Sono le parole di Emmanuel de Merode, il capo guardiano che, due giorni dopo la première mondiale del film, è stato vittima di un agguato. Chi gli ha sparato non è riuscito a ucciderlo e la lotta per la difesa e la conservazione del Parco continua.

Cosa succede nel parco del Virunga

Ciò che sta accadendo all’interno di uno dei parchi più belli dell’Africa ha inevitabilmente delle ripercussioni anche sul cambiamento climatico e sulla perdita di biodivertità. Il saccheggio ad opera dei bracconieri va avanti ormai da troppo tempo e chiunque provi a fermarli, come ad esempio i ranger del parco, viene fatto fuori senza pietà. La legge del Dio Danaro regna sulle attività di tutti coloro che mettono il profitto innanzi alla lungimiranza.