La cultura sostenibile riguarda l’area della sostenibilità apparentemente astratta ma utile affinché i concetti entrino nella mente e nel cuore delle persone.
Le azioni quotidiane e le innovazioni scientifiche e tecnologiche in favore dell’ambiente sono importanti per attuare un cambiamento. E’ però fondamentale che alla base di queste azioni e innovazioni ci sia una forte motivazione e solide conoscenze.
Per ottenerle e raggiungere così il punto dopo il quale nulla potrà convincerci che uno stile di vita green sia sbagliato o inutile è necessario “farsi una cultura”. Documentari, libri, festival, forum, concerti, mostre sono quello che caratterizza, appunto, la sezione della cultura sostenibile.
Qualunque argomento, quando diventa un fenomeno mediatico, rischia di perdere spessore. È il prezzo da pagare per la sua diffusione tra le masse, le quali tollerano poco gli approfondimenti. Nel libro Non c’è più tempo, però, il climatologo e docente di sostenibilità ambientale all’Università di Torino Luca Mercalli riesce a riportare alla realtà l’argomento del vivere sostenibile. Troppo spesso infatti viene ridotto a piccole pratiche tanto buone quanto insufficienti quali il comprare una lampadina LED o gettare la bottiglia di plastica nel contenitore giusto.
Luca Mercalli inizia il libro elencando lo stile di vita e le pratiche da seguire se vogliamo davvero cambiare il mondo. L’elenco è scorrevole, interessante e arriva subito al punto. E il punto è cambiare radicalmente le nostre abitudini. Non solo quelle piccole, che ormai si conoscono, ma anche quelle più importanti e che davvero possono bloccare il riscaldamento globale. Alcuni esempi: non prendere aerei e preferire viaggi in località vicine, recarsi al lavoro/riunioni il meno possibile prediligendo il telelavoro (capi permettendo). Infine, mantenere il ricambio generazionale pari o sotto la soglia 1:1, che nei fatti significa non avere più di due figli per coppia. Non sono certo i consigli a cui siamo abituati, ma sono sicuramente i più necessari.
Stile di vita sostenibile
L’autore illustra anche il suo personale stile di vita, fatto di macchina elettrica, pannelli fotovoltaici, abiti riciclati e una generale sobrietà. Il suo obiettivo non è di farne un vanto, bensì di dimostrare che una vita sostenibile è possibile. Ci dà quindi consigli molto pratici e molto utili sulla coltivazione dell’orto, (qui un articolo sull’orto digitale) sui prezzi dei pannelli solari e sul modo in cui gestirli, su come risparmiare l’acqua, su come riutilizzare o riparare oggetti danneggiati. Non mancano certo i consigli a livello politico e gestionale, alcuni dei quali, a dirla tutta, sembrano molto semplici e fattibili. Ad esempio, introdurre l’ora di educazione ambientale in tutte le scuole o introdurre l’obbligo, per chiunque abbia un giardino, di compostare l’organico individualmente.
L’importanza di prevenire
E’ anche importante da parte dei governi e dei singoli prendere misure di sicurezza per alluvioni e disastri ambientali. Nella seconda parte del libro, infatti, Luca Mercalli si concentra sulla resilienza, ovvero sulla nostra capacità di affrontare i cambiamenti climatici in un futuro ormai molto prossimo. Anzi, stiamo già assistendo a pericolosi cambiamenti, anche sul suolo italico. Per questo l’autore incentiva chi vive in luoghi più a rischio di alluvioni ad essere sempre pronti, con una torcia nel comodino e uno zaino pronto con biancheria e alimenti a lunga conservazione. Troppe persone e sempre più spesso muoiono a causa dell’impreparazione o semplicemente non sapendo le regole di base da seguire durante un’alluvione. Una di queste è non entrare mai in un sottopassaggio con la macchina quando l‘acqua a terra è piuttosto alta.
Non mollate il colpo
Dal momento che il libro è una raccolta di decine di articoli pubblicati negli anni dall’autore, non mancano ripetizioni e informazioni sì interessanti, ma alla lunga un po’ fine a se stesse. Per questo inviterei i lettori, una volta finita la parte quarta, a passare direttamente alla sesta. Nella quinta, infatti, si rischia di mollare il colpo, visto il calo di consigli davvero utili che abbiamo visto all’inizio e l’elenco di dati riguardo, per esempio, le alluvioni avvenute in Italia dagli anni sessanta ad oggi. Nell’ultima parte, invece, l’autore guarda ai problemi mondiali, certamente più grandi di noi ma che è sicuramente bene conoscere. Alcuni esempi sono il problema dei migranti climatici, le conferenze mondiali sul clima e l’impegno da parte delle diverse Nazioni. Mercalli ipotizza anche cosa succederebbe se Trump volesse uscire dall’accordo di Parigi, cosa che poi è effettivamente successa.
Insomma, in “Non c’è più tempo” è lasciato poco spazio alla teoria e molto alla concretezza, della quale vi è un estremo bisogno in un mondo in cui i social media stanno prendendo il controllo dell’informazione, che diventa così superficiale e lontano dalla verità dei fatti.
La collina dei conigli è una miniserie di quattro episodi targata BBC e Netflix e ispirata all’omonimo romanzo di Richard Adams. Protagonisti della storia sono un gruppo di conigli che, in previsione di un evento catastrofico, scappano dalla loro conigliera in cerca di un ambiente meno ostile. Durante questa ricerca incontreranno altri personaggi, più o meno positivi, che cambieranno per sempre il loro destino.
Il tema ambientale
Il tema ambientale, così come una forte denuncia sociale, si trovano su due livelli: il primo è la trama stessa, nella quale viene rappresentato lo sfruttamento della natura e degli animali da parte degli uomini. Il secondo è più metaforico, poiché dai rapporti dei conigli tra loro si possono evincere alcune dinamiche proprie della natura umana. La conigliera di Sandleford per esempio, dalla quale i conigli scappano all’inizio della serie, è florida, rigogliosa e tutti gli abitanti sono trattati dignitosamente. Il corpo della polizia è però troppo ottuso e fa il possibile per mantenere i conigli comuni docili, mansueti e ignari del mondo esterno. In questo modo possono mantenere la società in pace, ma soprattutto possono mantenere stabili le gerarchie.
Il regime totalitario di Efrafa
Un’altra conigliera, quella di Efrafa, è invece l’esatta rappresentazione di un regime totalitario, nel quale i conigli più deboli così come i conigli-femmina sono perseguitati. I conigli-maschi più grossi e più forti entrano invece tra le file della “polizia”. Le risorse sono divise iniquamente e utilizzate senza logica dalle élite per soddisfare i propri impulsi e appetiti. Questo rende l’ambiente circostante secco, brullo e senza vita.
La denuncia alle attività umane
La metafora viene per così dire svelata da uno dei protagonisti, che si rivolge a un membro della polizia di Èfrafa accusandolo di comportarsi da umano e non da animale. La denuncia qui diventa palese: gli animali solitamente aggrediscono per difesa o per procacciarsi cibo, a differenza degli uomini che agiscono per ingordigia e avidità, non rispettando le leggi della natura. Il risultato sono tutte le attività umane che in questo film trovano la loro piena rappresentazione: animali in gabbia o al guinzaglio, intere colonie di conigli lobotomizzati, nutriti oltre le loro esigenze naturali, costretti a morire malamente e prima del tempo; prati incontaminati che diventano coltivazioni, automobili che inquinano.
Non solo ambientalismo
In questo film, però, non vediamo un solo lato della medaglia. Infatti un’automobile e il suo guidatore saranno due degli elementi positivi della storia, creando un alone di speranza spesso poco visibile nei più crudi documentari ambientalisti. D’altronde qui, l’ambientalismo non è l’unico valore dichiarato, ma è accostato ad altri grandi problemi del mondo.
Il castello di carta
Si può quindi chiudere un occhio sulle tecniche di animazione molto basilari, così da concentrarci sulla trama. Si possono anche sopportare alcune scene troppo lente, inserite forse per lasciarci il tempo di riflettere. Lo scopo del film è infatti di farci uscire dal nostro castello di carta, nel quale noi siamo i re e la natura un suddito, un coniglio debole e perseguitato che ormai è diventato preda.
I signori del cibo è un libro-inchiesta scritto dal giornalista Stefano Liberti e pubblicato nel 2016 da Minimum Fax. Goffredo Fofi lo ha definito “uno dei migliori, dei rari prodotti del nostro giornalismo d’inchiesta”. Il tema trattato è quello delle industrie alimentari, ree di sacrificare interi ecosistemi per trarre un sempre maggiore profitto da uno dei pochi settori certo di sopravvivere per l’eternità: quello alimentare. Le multinazionali hanno da tempo fiutato quello che l’autore definisce come l’“overpopulation business” e non sembrano intenzionate a fermarsi.
Industrie alimentari: i regni delle aziende-locusta
Con una popolazione mondiale in crescita e una parallela diminuzione delle risorse naturali a disposizione non è stato difficile individuare l’opportunità per chi, da decenni, è abituato a lucrare su danni ambientali. Liberti definisce queste holding “aziende-locusta”. Esse sono il risultato della congiunzione tra industrie alimentari e grandi fondi finanziari. Il libro è diviso in 4 capitoli, ognuno dei quali approfondisce un alimento specifico ma gli stessi problemi sono facilmente riscontrabili anche per la maggior parte degli alimenti in mano alla grande distribuzione.
“Quest’inchiesta cerca di ricostruire il processo che ha portato il cibo a diventare una merce, scambiata sui mercati internazionali da aziende che ne controllano la produzione, la trasformazione e la commercializzazione. Gran parte del settore alimentare è ormai in mano a pochi grandi gruppi, che ne gestiscono meccanismi e modalità di produzione, imponendo le proprie strategie industriali e definendo in ultima istanza il sapore di quello che mangiamo. Si tratta di ditte gigantesche, capaci di far viaggiare i prodotti da un capo all’altro del pianeta, sfruttando le zone dove la manodopera è più economica, le terre più fertili e i controlli meno stringenti.”
Il business del maiale in I signori del cibo
Il viaggio de “I signori del cibo” non poteva che partire da un allevamento intensivo. Liberti si reca a Shuangui, in Cina, dove ha sede il più grande mattatoio del mondo. Lo stabilimento è infatti stato acquistato nel 2013 dall’americana Smithfield Food, leader nel settore della carne di maiale e detentrice di un’ampia fetta del mercato mondiale. “Un affare da qualche decina di miliardi di dollari”. Come tutte le filiere soggette al monopolio di pochi attori anche quella del maiale ha subito un processo di integrazione verticale, tramite il quale l’azienda che ne è a capo ha il controllo di tutta la filiera di produzione: dal mais e la soia necessari a nutrire gli animali, ai capannoni dove vengono allevati fino agli stabilimenti dei contadini costretti a sottostare alle loro regole per non sopperire ad una concorrenza spietata.
Dalla Cina l’autore si sposta negli USA, in particolare in North Carolina e West Virginia dove entra in contatto con i luoghi dove tutto è iniziato grazie allo stesso processo che negli anni precedenti aveva favorito la commercializzazione su scala mondiale della carne di pollo. I metodi di allevamento di animali da carne bianca hanno fatto infatti da apripista per tutte le altre, disponibili oggi in quantità infinite negli scaffali di tutti i supermercati del mondo.
La soia: devastatrice delle foreste
Già definito in passato come “il legume dei miracoli” il Glycine max, meglio noto come soia, può essere utilizzato in un’infinità di modi. Questa sua versatilità non è sfuggita alle grandi industrie alimentari che hanno iniziato a produrne enormi quantità in ogni parte del mondo. L’autore, per questo capitolo del libro “I signori del cibo”, si è recato a Mato Grosso nell’estremo occidente del Brasile. L’ Amazzonia è infatti il posto in cui le monocolture stanno facendo i danni maggiori. “I campi sono squadrati, geometrici, perfetti. E interminabili.” Questa pianta viene utilizzata nei modi più disparati: oli vegetali, cosmetici, carburante, salsa di soia, tofu e tanto altro. “Ma soprattutto è impiegato nell’alimentazione animale. I maiali, i polli, le mucche e persino i pesci cresciuti in acquacoltura sono nutriti con un pappone di cui la soia è uno dei principali ingredienti”. Il legame tra la deforestazione dell’Amazzonia e la carne dei supermercati è dunque indissolubile.
Aerei e pesticidi al posto di agrocoltori
Il Mato grosso, “foresta spessa” in portoghese, oggi non esiste quasi più. É stato rimpiazzato da 7 milioni di ettari coltivati a soia. Se invece si considera tutto il Sud America questo numero sale a 46 milioni: una volta e mezzo la superficie dell’Italia. E, come se non bastasse, nella regione “non c’è neanche un contadino”. Nei campi di soia infatti non c’è quasi manodopera. La semina ed il raccolto vengono fatti con le macchine e i pesticidi s’irrorano con gli aerei. I responsabili sono, oltre ai soliti sospetti (Bayer, Monsanto, Dupont e Syngenta), le statunitensi Archer Daniel Midlands, Bunge, Cargill e la francese Louis Dreyfus. Queste aziende sono detentrici del 75/90% del mercato di grani e semi oleosi a livello mondiale.
La Cargill, per citare la più grande, è verosimilmente la vera produttrice del caffè che bevi la mattina, dell’olio in cui friggi per non parlare di latte, dolcificanti, carne e cotone. Quest’azienda infatti, non essendo quotata in borsa, non è soggetto a pubblico scrutinio ed è riuscita ad infilarsi in sordina in gran parte dei business più redditizi.
“La vera emergenza non è la sovrappopolazione del pianeta da parte degli esseri umani. La sovrappopolazione riguarda piuttosto gli animali da allevamento: ogni anno vengono uccisi 70 miliardi di animali per l’alimentazione umana. Per nutrire queste bestie dovremo usare un terzo delle terre arabili. Sarebbe sufficiente un cambio delle abitudini alimentari per risolvere d’emblée il problema della carenza delle risorse, della fame nel mondo e della difficoltà di nutrire una popolazione globale in costante aumento”.
Il genocidio del tonno
Dopo aver analizzato il mercato del maiale e della soia Liberti decide di farsi un bel tuffo in mare per fare chiarezza su un altro prodotto decisamente troppo commercializzato: il tonno. Per farlo si reca a Bermeo, nei paesi baschi, dove ha avuto origine la pesca europea del tonno tropicale.
Da qui sono infatti partite negli anni ’50 le “campagne di Dakar”. Da allora i pescatori di questo piccolo centro hanno iniziato a solcare i mari fino alla Liberia e alla Costa d’Avorio. Le tonnellate di tonno pescate in un anno in quell’area si attestano a 5 milioni. Alcune specie sono state dichiarate a rischio estinzione e tutte le altre sono marcate come “sotto stress”. Anche qui sono state le grandi industrie alimentari ad appropriarsi del commercio del tonno in scatola, pescando a rotta di collo ovunque ce ne sia disponibilità: dal Pacifico, all’Atlantico fino all’Oceano Indiano. Ad assorbire il 50% della produzione sono gli Stati Uniti e l’Unione Europea.
Chi sono i responsabili
L’UE spende ogni anno circa 130 milioni di euro per permettere alle sue navi di svuotare i mari di paesi terzi. Dal 1994 al 2006 l’Europa ha erogato 4,4 miliardi di euro in favore dell’industria della pesca. Gli accordi firmati coi paesi terzi permettono di fatto ai pescherecci europei di poter pescare all’infinito. Oggi nel mondo ci sono più di settecento mega-pescherecci che cacciano il tonno ogni giorno. Inquietanti sono anche i metodi di conservazione.
La carne viene bollita almeno due volte facendole perdere così tutto il suo vero sapore, che le viene poi restituito con l’olio d’oliva. Basta infatti acquistare una scatoletta di tonno al naturale per restare interdetti dalla sua totale mancanza di sapore. Lo sforzo di cattura è decisamente maggiore delle capacità riproduttive degli animali. L’unico metodo di pesca sostenibile per il tonno, e non solo, è la lenza a canna: il metodo meno utilizzato al mondo. Anche in questo caso l’autore non si risparmia quand’è il momento di fare nomi. A controllare l’industria del tonno sono la Thai Union, l’italiana Boston Alimentari e i coreani di Dongwon.
“La risorsa non è inesauribile. Inoltre è assurdo che un tonno pescato nel Pacifico venga congelato, bollito due o tre volte e fatto viaggiare su un aereo fino all’altro capo del pianeta per finire in una scatoletta che viene venduta a meno di un dollaro”.
Il pomodoro: dalla Cina all’Italia e non solo
Che la Cina sia diventata la più grande produttrice di pomodoro non sorprende. Come in gran parte dei settori, anche in questo caso il gigante asiatico ha assistito ad una crescita esponenziale della sua produzione. L’immensa regione dello Xinjiang, in inverno freddissima, durante i mesi estivi ha un clima ideale per la coltivazione dei pomodori e la manodopera a basso costo sicuramente non manca. In quest’area risiedono quindi le più grandi industrie alimentari del concentrato di pomodoro, che viene poi esportato in tutto il mondo. Anche in Italia alcune aziende comprano questo prodotto per poi ritrasformarlo e rivenderlo con tanto di marchio “made in Italy”. Gran parte delle esportazioni avvengono in Africa, vera patria del consumo di concentrato di pomodoro.
La questione caporalato
Parlando dell’”oro rosso” l’autore non poteva dimenticare la questione del caporalato nel sud del nostro paese, e gli dedica infatti l’ultima parte del libro. Paghe irrisorie, ovviamente in nero, e condizioni di lavoro pessime sono una prassi per gran parte delle marche di salsa di pomodoro che troviamo negli scaffali dei supermercati. E acquistandole non possiamo che incentivare questo processo che mina i diritti i civili dei lavoratori e incentiva la creazione di monocolture, capaci come poco altro di mettere sotto stress un terreno agricolo.
Il messaggio de “I signori del cibo”: boicottare le grandi industrie alimentari
Dietro gran parte dei prodotti che troviamo nei supermercati a prezzi irrisori ci sono le grandi industrie alimentari, responsabili di un’ampia fetta dei danni ambientali a cui abbiamo assistito negli ultimi 50 anni. Meno costerà un prodotto più sarà probabile che il vero prezzo ricada sull’ambiente o sui diritti dei lavoratori. Da qui la necessità, secondo e Liberti e non solo, di cambiare le nostre abitudini verso un consumo più responsabile: prodotti locali, filiere corte e acquisto diretto dai piccoli produttori. Questo sistema non solo indebolirebbe le “aziende-locusta” ma contribuirebbe anche ad una redistribuzione della ricchezza e delle quote di mercato di questo settore, con tanto di grossi benefici per l’ambiente.
Qualche domanda da porsi grazie a “I signori del cibo”
Produrre cibo per 9 miliardi di persone con metodi insostenibili non ci porterà lontano. Il pianeta non sarà in grado di sopportarlo a lungo. Ed ogni volta che scegliamo il prodotto al prezzo più basso contribuiamo ad alimentare un sistema insostenibile che finisce per arricchire, come se ce ne fosse ulteriormente bisogno, chi sta distruggendo il pianeta. Quando andiamo a fare la spesa, pensiamo a quello che compriamo. Da dove viene? Chi l’ha prodotto ed in quali condizioni? Quante risorse sono servite per farlo arrivare su quello scaffale? A chi sto realmente dando i miei soldi? Una volta che si saranno date le risposte a tutte queste domande scegliere, almeno per noi, è più facile di quanto si pensi.
Finalmente un documentario degno di questo nome. Con poche, semplici immagini, Una scomoda verità 2 permette di capire la portata del fenomeno più pericoloso e importante della nostra epoca: il riscaldamento globale. D’altra parte, l’incisività è una caratteristica del protagonista del film, Al Gore, ambientalista nonché ex vicepresidente degli Stati Uniti d’America.
Il riscaldamento globale è in atto
I frammenti dei suoi discorsi sono così sentiti e così convincenti da non lasciare dubbi: il riscaldamento globale è in atto proprio adesso, sotto i nostri occhi, con fenomeni di fronte ai quali è difficile restare indifferenti. Alluvioni, esondazioni, carestie, siccità, migrazioni stanno cambiando il nostro mondo con una velocità quasi incontrastabile. Le immagini di questi eventi sono scioccanti e i grafici che le accompagnano illustrano in modo razionale e per questo efficace il loro impatto a livello mondiale, oltre che locale.
Il documentario vuole soprattutto dimostrare l’enorme potere che hanno i politici nel contrastare i cambiamenti climatici. Al Gore stesso durante la Conferenza Internazionale per il clima a Parigi nel 2015 ha avuto un ruolo fondamentale. Ha infatti portato l’India, il secondo Paese più popolato del mondo, ad abbandonare i combustibili fossili prediligendo le fonti rinnovabili. Con il benestare del direttore della Banca Mondiale, infatti, l’America ha concesso un ingente prestito all’India per iniziare le transizione.
Una nostra responsabilità
Nel documentario si chiarisce un altro fatto importante. I paesi in via di sviluppo si sentono in diritto di dar da mangiare a milioni di persone attraverso i combustibili fossili a basso costo, proprio come hanno fatto i paesi occidentali per 150 anni. Il cambiamento, nostro e loro, deve quindi essere prima di tutto una nostra responsabilità, un nostro investimento, poiché noi disponiamo delle risorse per metterlo in atto, loro no.
Dilungarsi in parole, comunque, non renderebbe giustizia a questo schietto, conciso, necessario documentario. Esorto quindi tutti a guardarlo con attenzione e il prima possibile, per capire un po’ di più cosa sta succedendo proprio qui, davanti ai nostri occhi, sotto i nostri piedi, sopra le nostre teste.
Il documentario si può noleggiare su varie piattaforme tra cui Chili, Apple iTunes e Google Play Music.
Effetto serra effetto guerra è libro efficace e ordinato, proprio come il titolo. C’era da aspettarselo dall’unione di un diplomatico, Grammenos Mastrojeni e un climatologo, Antonello Pasini che insieme lo hanno scritto. Pensandoci bene, non è un connubio usuale, ma con lo snocciolarsi dei capitoli, il mistero viene svelato.
“Effetto serra effetto guerra”: una piramide di informazioni
Il libro inizia prendendo molto alla larga il problema del riscaldamento globale. Poi, però, entra nello specifico illustrando le sue conseguenze dirette e indirette sull’umanità e in particolare sui Paesi in via di sviluppo. Per finire, assistiamo a un’interessante quanto illuminante riflessione sull’Italia, uno dei Paesi occidentali più interessati dalle migrazioni climatiche.
Inizialmente, quindi, può sembrare un libro teorico che, per quanto utile e spesso avvincente, con dati strabilianti e preoccupanti, può essere di difficile lettura. Esorto però a perseverare in quanto gli autori daranno esempi pratici e, soprattutto soluzioni, non tanto per mitigare il riscaldamento globale (per quello vi sono altri libri più specifici), quanto per resistere alle sue conseguenze potenzialmente catastrofiche.
Il ruolo dell’uomo nel riscaldamento globale non è una sciagura, anzi è una buona notizia! Infatti, se il riscaldamento fosse avvenuto per cause naturali non potremmo far altro che difenderci dalle sue conseguenze più negative. Ma poiché siamo stati noi a produrlo, possiamo fare qualcosa per modificarne le cause ed evitare così gli impatti futuri più devastanti.
Fenomeni da conoscere
Resta il fatto che Effetto serra effetto guerra parla di grandi fenomeni, molto più grandi di noi di fronte ai quali il rischio è di sentirsi impotenti. L’estinzione degli ecosistemi marini e terrestri, lo scioglimento dei ghiacciai che causano la perdita delle riserve di acqua e la deforestazione in America Latina.
Soprattutto, però, la siccità in Africa. Questa causa lo spostamento delle persone dalle campagne alle città, le quali, con il sovraffollamento e la corruzione politica, non riescono a gestire il flusso. La conseguenza sono i disordini sociali e, quindi, le guerre. Tutti fenomeni di grande importanza su cui proprio per questo è bene informasi.
Verso la fine di Effetto serra effetto guerra si torna coi piedi un po’ più per terra e proprio sul suolo italico. Adesso sì che gli autori si appellano a noi per fare qualcosa, per aprire gli occhi e agire grazie al nostro diritto di voto. Ma sono anche importanti scienziati e imprenditori, perché insieme sviluppino progetti per risanare i terreni in Africa. Fondamentali anche gli insegnanti perché rendano i giovani consapevoli del pericolo al quale stiamo andando incontro e quanto sia importante, a questo punto, la resilienza.
L’immigrazione può essere un’opportunità enorme, da cogliere e trasformare in qualcosa di positivo e di utile a tutti. Perché i muri non sono la soluzione, bensì solo il coperchio di una pentola a pressione che prima o dopo esploderà. E il risultato sarà molto peggiore della piccola criminalità e altri reali ma risolvibili problemi cui ora si collega l’immigrazione.
Se abbandoniamo i più poveri alle prese con il cambiamento climatico, non solo facciamo finta di non capire ciò che ci insegna la scienza moderna e la geopolitica, cioè che siamo tutti sulla stessa barca e che i problemi sono interconnessi, ma lasciamo anche crescere un bubbone di conflittualità che prima o poi raggiungerà pure noi.
Tutto ciò sembra teorico o idealista, ma i vantaggi e gli svantaggi dell’ immigrazione, sopratutto quella africana, sono stati indagati dagli autori nel modo più razionale possibile, contando i soldi spesi e quelli guadagnati, valutando le prospettive di sviluppo economico, quantificando i pro e i contro. Tutto questo perché, se non si riuscisse a fermare il riscaldamento, quantomeno possiamo sfruttarne in modo intelligente le conseguenze creando un virtuoso effetto serra-effetto pace.
Mission Blue è un documentario del 2014 targato Netflix con protagonista Sylvia Earle, una delle più importanti biologhe marine della storia. Sylvia oggi ha 83 anni, ma continua a battersi per la difesa degli oceani. Dal 1998 lavora per National Geographic ed è stata la prima donna ad essere nominata a capo della National Oceanic and Atmospheric Administration, ruolo che ha ricoperto per poco tempo. Uno dei tanti aneddoti del documentario riguarda infatti la sua prima partecipazione a una riunione. Sylvia ha deciso di dare le dimissioni a causa del mancato desiderio da parte dell’ente di fare ciò che veramente era necessario per salvaguardare la salute degli oceani.
La storia degli oceani
Tema centrale del documentario è il declino dello stato di salute degli oceani negli ultimi 70 anni, ovvero nel periodo in cui Sylvia ha trascorso migliaia di ore sott’acqua. La protagonista parla di come si sia innamorata del mare sin da bambina, quando il suo giardino era il Golfo del Messico. Il raffronto tra la quantità di vita che incontrava durante le prime immersioni della sua vita, documentata attraverso le immagini del documentario, e quella che trova adesso è inquietante. I mari, che fino a qualche decennio fa pullulavano di vita in ogni loro angolo, hanno subito danni che sarà molto difficile riparare. Le più belle riprese sono infatti senza dubbio quelle delle prime immersioni, in cui si capisce davvero quanto le acque marine fossero piene di vita. Quelle di oggi invece, tra coralli sbiancati e quantità di pesci irrisorie se rapportate a quelle precedenti, destano più di qualche preoccupazione.
I problemi degli oceani
I problemi che abbiamo generato in termini di salute degli oceani sono molteplici. La plastica è sicuramente quello che ha attirato di più l’attenzione dei media perché più facilmente visibile e contrastabile. Ma, relativamente agli oceani, le problematiche più serie sono altre, come approfondito in un altro articolo del blog. In primis l’assorbimento da parte degli oceani di enormi quantità di anidride carbonica dall’atmosfera, risultante in un riscaldamento della loro superficie e in una deficienza dell’ossigeno necessario a sostenere la vita marina in più di 140 dead zone del mondo.
Ma Sylvia ci parla anche di un altro grosso problema, più che trascurato tanto dai media quanto dai cittadini, ed è la sovra-pesca. Le popolazioni di pesci in tutti i mari del mondo sono calate in maniera vertiginosa, specialmente per quanto riguarda le specie di cui ci nutriamo e quelle di maggiore stazza. Su tutti tonno, merluzzo e pesce spada. E le cause sono molteplici. Metodi di pesca insostenibili (come, ad esempio, la pesca a strascico) ed eccessiva richiesta da parte del mercato, abbinate ad un grosso miglioramento delle tecnologie dei radar ormai in grado di riconoscere i banchi di pesce preda anche a chilometri di distanza, stanno di fatto causando un vero e proprio genocidio degli ecosistemi marina.
Le soluzioni di Sylvia e di Mission Blue
Nonostante abbia assistito al continuo declino dello stato di salute dei suoi amati oceani, Sylvia non ha mai perso la speranza. Per anni ha combattuto per difenderli e per anni li ha studiati da vicino. E lo studio continuo di un problema, come spesso accade, porta anche ad individuare una soluzione. La biologa inizia dunque la sua battaglia per gli “hope spots”, o luoghi di speranza.
Le creature marine hanno una qualità importantissima, che è stata anche il motivo per cui per tanti anni si è pensato al pesce come ad una fonte di sostentamento inesauribile, che è la grande capacità di riprodursi. La creazione dunque di tante aree marine protette in cui i pesci possano riprodursi senza che il loro habitat e le loro popolazioni siano devastate permetterebbe una loro ripresa. Degli esperimenti sono già stati fatti ed hanno portato ad ottimi risultati, dando a Sylvia, per l’appunto, grande speranza ed ispirando il nome della sua campagna.
Perché vedere Mission Blue
Mission Blue è sicuramente uno dei più importanti documentari sull’ambiente, ed è un must per chi vuole informarsi a dovere sul tema. È uno dei pochi che ci parla di un problema troppo poco trattato quando si parla di cambiamenti climatici, ovvero gli oceani. Come specificia anche Sylvia nel documentario, “se il pianeta terra non avesse un ecosistema marino assomiglierebbe a Marte”. Se muore l’oceano noi moriamo con esso. Il problema viene analizzato da tante angolazioni ripercorrendo la storia che ha portato i mari ad ammalarsi, e rendendo dei concetti scientifici molto complicati alla portata di tutti. Inoltre le riprese sottomarine sono una gioia per gli occhi. Allo stesso tempo un documentario sulla natura e sui cambiamenti climatici. Una visione sicuramente piacevole, che fornisce basi scientifiche solide in termini di riscaldamento globale e approfondisce le cause di quella che potrebbe essere la conseguenza più devastante causata dal riscaldamento globale: la progressiva morte degli oceani.
“Artico – La battaglia per il Grande Nord” è un libro scritto dal giornalista italiano Marzio G. Mian, il cui obiettivo è quello di rendere nota a tutti la guerra fredda che si sta svolgendo silenziosa ai margini del mondo.
Con questo libro, frutto di dieci anni di “esplorazioni giornalistiche”, ho cercato di colmare un vuoto: la cronaca del Nuovo Artico oggi, attraverso le storie di chi lo vive e il racconto delle forze spiegate sul campo nella battaglia per la conquista dell’ultima delle frontiere.
Artico: meno neve e più selfie
Il Nuovo Artico di cui parla Mian è irriconoscibile dal Vecchio, e lo sarà sempre di più. Un’entità che nel passato viveva soltanto nell’immaginario popolare come luogo irraggiungibile e inabitabile se non da mostri o dèi, è diventato oggi una delle più preziose fonti di guadagno del mondo.
Il petrolio che si cela al di sotto di strati ormai non più molto spessi di ghiaccio gioca un ruolo fondamentale. Anche il commercio di pesce è aumentato con lo spostamento di molte specie verso nord, non più timorose del mare freddo di un tempo.
I viaggi che prima erano considerati vere e proprie esplorazioni si sono trasformate in crociere. Le zone desolate, silenziose e per questo di un fascino unico, diventano bellezze un po’ più comuni, dove si moltiplicano i selfie e si dimezza la neve.
La fetta del mondo che paga il prezzo più alto per effetto del cambiamento climatico è anche quella che, per le stesse ragioni, offre immense oportunità di conquista e di potere, nuove rotte marittime commerciali, esotiche destinazioni turistiche, nuove frontiere di sviluppo e di ricchezza.
Scienza, politica, emozione
Le prove e le argomentazioni della sua protesta contro la conquista sconsiderata del Grande Nord sono di vario tipo, dai freddi dati scientifici e politici a elementi di grande intensità emotiva. Mian narra storie crude e strazianti sugli abitanti dell’Artico che coinvolgono il lettore, il quale finalmente sente la verità di cui ha bisogno. Questo luogo a noi apparentemente lontano, nei fatti condiziona la vita sulla terra come nessun altro sul pianeta.
“Quello che succede nell’Artico non rimane nell’Artico” è il mantra degli scienziati.
Riscaldamento dell’artico e potere
Per spiegarne il motivo Mian riporta molti dati scientifici, come per esempio il meccanismo di ricambio delle correnti marine nell’Artico che, inceppato dal riscaldamento globale, innesca nel sud del mondo siccità e desertificazione, quindi milioni di profughi climatici. Accanto alla scienza troviamo la complessa e controversa politica che, come Mian ci dimostra, tanto complessa non è. L’obiettivo è uno solo per tutti: il potere. E, quindi, i soldi. Che siano per la Nazione o per loro stessi, saranno sempre il carburante dei politici. La pace nel mondo e l’ambiente sono solo strumenti per raggiungerli. Per esempio, l’ex ministro dell’industria groenlandese Jens-Erik Kirkegaard ha affermato senza peli sulla lingua che
Più i ghiacci si sciolgono, più il nostro Paese sarà sotto i riflettori. Il cambiamento climatico ci fa pubblicità gratis, è sempre più facile attirare capitali.
Molto approfondito anche il caso della Russia, da anni in lotta con il mondo per il dominio di zone che non riesce a gestire se non con la tirannia e la violenza, a danno della popolazione.
[Queste] Contraddizioni non interessano a Putin. Il petrolio e il nikel dell’Artico servono per finanziare gli arsenali e sostenere la sua diplomazia delle cannoniere.
In questo calderone politico Mian aggiunge anche le nazioni scandinave, che il mondo ammira come esempi virtuosi. Di fatto, però, secondo l’autore userebbero la mobilità elettrica, l’eolico e le altre politiche verdi come maschera per coprire il loro monopolio del petrolio, dal cui sporco e pericoloso mercato ci guadagnano i soldi per loro stessi e per quelle politiche green di facciata.
Scampato pericolo
L’autore arriva anche a sbilanciarsi, forse un po’ troppo, su argomenti non attinenti all’ambiente, come il movimento femminista estremo e la battaglia per il genderless. Con tutta questa carne al fuoco sul finale, Mian rischia di bruciarsi e di rendere non più credibile e non più “apolitico” l’intero libro. Questo però non succede, perché Mian si ferma proprio sulla soglia dell’abisso, evitando la caduta e permettendo al libro di diventare una delle pietre miliari dell’ambientalismo mondiale.
Tre personaggi, tre storie, una città e un’infintà di scarti. Talmadge, Elwin e Sara vivono a New York, non si conoscono e conducono vite totalmente differenti.
Elwin, un uomo di mezza età appena separato dalla moglie e con il padre malato chiuso in un ospizio, attraversa una crisi che lo porterà a riflettere sull’utilità dei suoi scarti, cioè di tutti gli oggetti da lui posseduti che ormai, nella sua nuova vita, non trovano più ragione di esistere.
Sara, una vedova risposata con una vita apparentemente perfetta, fa di tutto per tenere lontano tutto ciò che non è socialmente accettabile, ma anche e soprattutto il suo passato, un ricordo troppo doloroso che invece la figlia vuole mantenere vivo.
Talmadge, insieme alla fidanzata Micah, vive per scelta fuori dalla società, senza lavoro e senza soldi, raccattando cibo nella spazzatura, tra gli avanzi ancora commestibili di ristoranti e supermercati.
Cercare cibo nei cassonetti significa rifiutarsi di contribuire all’eccesso di consumo che sta succhiando la vita al pianeta. Significa respingere la cultura delle merci, la cultura usa e getta. La nostra società produce abbastanza da nutrire, vestire e sostenere intere altre nazioni. Quindi vivere di quel flusso di scarti non solo è possibile, è anche fattibile.
Tanto fumo ma anche tanto arrosto
Un romanzo tutto americano, con una trama a tratti troppo inverosimile raccontata con espressioni ricercate, metaforiche, arzigogolate fino allo stremo e che spesso non arricchiscono la storia. Una storia che però c’è, si sente fortemente, la si vede e la si vive insieme ai personaggi, uomini come noi ingurgitati da una società impietosa, i cui meccanismi non risparmiano nessuno, nemmeno Micah e Talmadge che rincorrono una libertà ormai inesistente.
Proprio adesso qualcuno sta comprando un’auto ibrida perché vuole salvare il pianeta […]. Sono cose insignificanti, sono placebo, capisci? Sono strumenti concepiti per far credere alle persone che stanno facendo qualcosa e allo stesso tempo fargli comprare qualcosa […]. Non puoi combattere il sistema se sei parte del sistema.
Scarti
I veri protagonisti del romanzo, però, sono gli scarti.
Incarnati in semplici oggetti o addirittura in persone e ricordi, la loro
funzione viene ribaltata, sono nobilitati e spesso viene data loro una seconda,
terza, quarta possibilità. “Scarti” però non è un romanzo con un punto di vista
totalmente ecologista. È piuttosto un libro che racconta la verità, rappresentando
anche la sofferenza e il dramma di chi decide di buttare qualcosa, ma
soprattutto la difficoltà di donare quel qualcosa, quei ricordi, la propria
stessa persona a qualcun altro, per dargli nuova vita.
Tutto è recuperabile, si disse […]. Perfino tu.
Soltanto ingranaggi
La ricompensa per aver fatto quel gesto, però, non si vede. I protagonisti non diventano eroi riciclando gli scarti, né questo li salverà dalla loro condizione. Sono ingranaggi della macchina sociale e nessuno li libererà. Se non altro, però, possono rendere quella macchina un posto migliore.
Sei convinto che quella maglietta ti stia bene. Il modello va di moda, la taglia è giusta, il colore è originale. Un mese dopo sei convinto che quella maglietta ti stia male. Non va più di moda, si è ristretta, il colore non ti sta bene. Oppure ti sta ancora bene, e proprio per quello ne vuoi un’altra. E allora ne compri un’altra, che tanto costa poco.
Ma qual è il vero costo dei vestiti che compriamo? Il documentario The true cost pone sotto i riflettori una delle industrie più inquinanti e meno etiche del mondo: quella della moda. La moda è infatti la seconda industria più inquinante dopo quella del petrolio, a causa sia dello sfruttamento delle risorse naturali, sia dei metodi di lavorazione dei tessuti.
Il nuovo schiavismo della moda
Prima di tutto, però, The true cost mostra come questa inutile e superficiale catena produttiva pesi sulle vite di milioni di persone, sfruttate ai limiti dello schiavismo da grandi aziende con sedi in India e in generale nel sud dell’Asia.
Le compagnie di moda, soprattutto quelle della cosiddetta “fast fashion”, richiedono alle fabbriche tessili enormi quantità di vestiti in pochissimo tempo, senza prendersi la responsabilità delle conseguenze. Non essendo infatti le fabbriche di loro proprietà e non operando sul suolo nazionale, i magnati della moda non possono controllare ciò che in queste fabbriche succede: condizioni di lavoro precarie, orari lavorativi fuori dal limite umano, instabilità degli edifici, rifiuti tossici dispersi nell’ambiente. Ecco il vero prezzo da pagare per quella maglietta che tanto ci piaceva.
Lo scopo del documentario, comunque, non è quello di denigrare totalmente il mondo della moda, bensì quello della moda non sostenibile. I vestiti e gli accessori possono essere considerati una forma di creatività, un modo di esprimere la propria personalità oltre che, ovviamente, espletare la loro funzione primaria, quella del coprirsi. Ma tutto ciò deve essere fatto in modo consapevole, comprando quello che poi effettivamente si usa, informandosi sulla sua provenienza e sul modo in cui il materiale è stato trattato.
Anche i tessuti prodotti in Occidente non sono sempre sostenibili. Molto del cotone in commercio è infatti OGM, ovvero modificato geneticamente in modo che possa crescere sempre, senza dipendere dai cicli naturali. Questo tipo di cotone chimico richiede l’utilizzo di pesticidi altrettanto chimici e il bombardamento di sostanze tossiche che ne deriva è spesso causa di malattie mortali per i contadini. Acquistare vestiti fatti con cotone biologico, quindi, è una scelta sicuramente più consapevole.
Un’altra ombra oscura dietro al mercato della moda e che il film mette in luce è quella dei rifiuti. I tessuti infatti non si decompongono se non dopo oltre 200 anni, rilasciando nell’aria gas dannosi per noi e per l’ambiente. Ogni americano butta circa 37 chili di tessuti in un anno, per un totale di 11 milioni tonnellate.
Inoltre, i vestiti donati in beneficenza sono molti di più rispetto a quelli che effettivamente vengono consegnati ai paesi più poveri e spesso vengono inviati proprio nei paesi produttori di vestiti. Vestiti che, però, non sono per loro, bensì per gli occidentali, che poi li scarteranno e li manderanno a chi quei vestiti li ha cuciti. Un circolo vizioso che comprende tutto, dal trasporto delle merci, all’inquinamento, allo sfruttamento. E il suo motore siamo noi, che compriamo incessantemente e inconsapevolmente quantità di vestiti di cui nessuno ha davvero bisogno.
Guardi Soyalism e pensi che il capitalismo sia una gigantesca piscina di “merda”. All’inizio del film i due autori volano sopra i grandi allevamenti intensivi della campagna americana, e sembra che il lezzo proveniente dalle vasche piene di escrementi entri nella sala. Le immagini che scorrono sullo schermo ammoniscono subito lo spettatore. Migliaia di suini vengono ammassati l’uno sull’altro, e diventeranno il nostro cibo, avvelenato. L’essere umano mangia non per nutrirsi, ma per distruggersi.
Uno sporco business
Soyalism è un documentario-inchiesta che ruota intorno a tre punti cardine: allevamenti industriali, monocolture di soia, riscaldamento globale. In poche parole, business. Prodotto dal regista italo-americano Enrico Parenti e dallo scrittore e giornalista Stefano Liberti, il documentario narra le vicende della protagonista: la soia. Le location scelte sono Cina, Stati Uniti, Brasile e Mozambico.
Poche aziende che distruggono il pianeta
Migliaia di ettari di foresta scompaiono per far posto alle monocolture. In Brasile 240 mila ettari di terreno sono dedicati alla coltivazione del legume. L’80% della soia diventa mangime perché ha un notevole apporto proteico, necessario per animali provati da ritmi di produzione estenuanti. Il volume d’affari è gigantesco ma è in mano a poche aziende. Sono olandesi, americani e cinesi i colossi che ne detengono il monopolio e non solo stanno divorando i piccoli produttori, ma stanno rapidamente distruggendo il pianeta: + soia – foreste = +cO2.
Progetti e mobilitazioni
In Cina il consumo di carne è cresciuto in maniera vertiginosa e l’80% della produzione nelle coltivazioni brasiliane è destinata agli allevamenti cinesi. La popolazione mondiale cresce e serve terra per estendere le coltivazioni. Nel 2011 il governo mozambicano ha lanciato il progetto “ProSavana”, un piano di sviluppo che prevedeva una cooperazione con Brasile e Giappone per la trasformazione di 14 milioni di ettari di terreno fertile in monocolture destinate all’esportazione. La superficie dell’area interessata è più estesa dell’intera Grecia, con una popolazione di 5 milioni di persone, in maggioranza contadini. Gli imprenditori brasiliani avrebbero invaso l’area del corridoio di Nacala, nel nord del paese, se i contadini mozambicani non avessero avviato una grande mobilitazione, che li ha portati alla vittoria.
L’istinto distruttivo dell’uomo
Quello di Enrico Parenti e Stefano Liberti è un film sull’istinto distruttivo dell’essere umano. L’imperativo sembra essere “distruggere tutto”: gli animali, la natura, se stessi. Disintegrare ogni cosa e aumentare il profitto. E’ un film necessario, e andrebbe proiettato nelle scuole. Animation graphic, carrellate, campi lunghi e montaggio con bisturi: Soyalism è un bel film che però non salverà il mondo. O forse si.
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