Greta Thunberg ha parlato ancora di fronte all’Unione Europea

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“Voglio che agiate come se la vostra casa stesse andando a fuoco”. Ha esordito così ieri, il 16 aprile, la giovane attivista svedese, che era stata invitata a parlare di fronte all’Unione Europea, anche per via delle imminenti elezioni. Questa tappa è stata inserita nel viaggio che ha portato Greta Thunberg a incontrare oggi il Papa in Vaticano e che la renderà protagonista della manifestazione di venerdì mattina in Piazza del Popolo a Roma. Ecco il video dell’intervento e la traduzione di alcuni pezzi in italiano.

https://www.youtube.com/watch?v=14w8WC1I3S4

Greta all’Unione Europea: “Votate per i vostri figli e per i vostri nipoti”

“Voglio che agiate come se la vostra casa stesse andando a fuoco. Ho già detto queste parole, e molte persone mi hanno spiegato che questa sarebbe una pessima idea. Una grande quantità di politici mi ha detto che avere panico non porta mai a niente di buono. E io sono d’accordo. Avere panico, a meno che tu non abbia altra scelta, è un’idea terribile. Ma quando la tua casa va a fuoco e vuoi salvarla dalle fiamme, allora questo richiede un certo livello di panico.”

“Siamo nel mezzo della sesta estinzione di massa. E il tasso di estinzione è fino a 1.000 volte più alto del normale, con 200 specie che si estinguono ogni giorno. Erosione di terreno fertile, deforestazione delle nostre grandi foreste, inquinamento tossico nell’aria, perdita di insetti e fauna selvatica, acidificazione degli oceani. Questi sono tutti trend disastrosi, accelerati da un modo di vivere che la nostra parte del mondo, quella che così facendo si è arricchita, riconosce come un diritto a mantenere.”

“La nostra casa sta cadendo a pezzi, e i nostri leader devono cominciare a comportarsi di conseguenza, perché al momento non lo stanno facendo. Se la nostra casa stesse svanendo, dei veri leader non si comporterebbero come state facendo voi oggi. Cambiereste quasi ogni aspetto dei vostri comportamenti, come si fa in un’emergenza. Se la nostra casa stesse cadendo a pezzi non avreste tenuto tre summit di emergenza per la Brexit e nessuno per la catastrofe climatica e ambientale.”

“Presto ci saranno le elezioni europee. E molti di coloro che saranno toccati maggiormente da questa crisi – come me – non hanno il diritto di voto. Né tanto meno siamo in una posizione per prendere decisioni sull’economia, le politiche, l’ingegneria, i media, l’educazione o la scienza. E il tempo che ci serve per educarci a farlo, semplicemente non c’è più. Questo è il motivo per cui milioni di ragazzi stanno scendendo in piazza, scioperando dalla scuola, per accrescere l’attenzione verso la crisi climatica.”

“Dovete ascoltare coloro che non possono votare. Dovete votare per noi, per i vostri figli e i vostri nipoti. Quello che stiamo facendo ora non potrà essere cancellato. In queste elezioni voterete per le condizioni di vita del futuro della razza umana. Eppure le politiche necessarie ancora oggi non esistono. Alcune alternative sono sicuramente “meno peggio” delle altre. E io ho letto che alcuni partiti non vogliono nemmeno che io sia qui oggi, perché vogliono disperatamente evitare di parlare della catastrofe climatica.”

“Fare del vostro meglio non è più abbastanza. Dobbiamo fare tutti ciò che sembra impossibile. E va bene se vi rifiutate di ascoltarmi. Dopo tutto sono solo una studentessa svedese di 16 anni. Ma non potete ignorare gli scienziati, o la scienza, o i milioni di ragazzi scioperanti che non stanno andando a scuola per rivendicare il loro diritto al futuro. Io ve ne prego: non fallite su questo.”

Capsule caffè ricaricabili e compostabili: perchè sceglierle

Il mercato delle monodosi di caffè ha subito un’impennata vertiginosa negli ultimi anni e, come spesso accade in questi casi, questo sviluppo incontrollato e così repentino porta con sè delle problematiche ambientali non da poco. Le capsule da caffè non ricaricabili in cui il prodotto viene confezionato sono infatti difficilmente riciclabili e la loro produzione genera un’alta quantità di gas serra a causa dei materiali di cui sono composte. Spesso non si sa con precisione cosa ci sia dietro ad una minuscola capsula con qualche grammo di caffè, ed è raro che queste svengano smaltite in modo corretto. Parliamo di 10 miliardi di capsule vendute ogni anno nel mondo e di 120 mila tonnellate di rifiuti generate, di cui solo una piccola parte è composta da capsule compostabili. Ad Amburgo, per fare un esempio, ne è stato vietato l’utilizzo negli esercizi pubblici. Proviamo a prendere delle contromisure.

capsule-caffè-ricaricabili

Di cosa sono fatte le capsule

La maggior parte delle capsule “tradizionali” in commercio sono composte da alluminio e, nei casi peggiori, anche da plastica. L’eterogeneità del materiale rende dunque difficile il loro smaltimento e, per mancanza di sistemi di raccolta dedicati, si finisce per buttarle nell’indifferenziato. La prima cosa da sapere a riguardo è che i processi produttivi di questi materiali inquinano moltissimo ed è quindi consigliabile evitarli il più possibile.

Il loro smaltimento è allo stesso modo molto dannoso per l’ambiente, ragion per cui la soluzione migliore, una volta acquistate, è quella di tentare di riciclarle. Con le capsule tradizionali questa seconda opzione risulta più difficile, eccezion fatta per quelle della Nespresso che, se restituite presso i punti vendita, vengono riutilizzate. Va fatto notare come, riciclando una capsula in alluminio invece che produrne una nuova, si riduca il suo impatto ambientale del 95%.

La soluzione: le capsule caffè ricaricabili o compostabili

Consapevoli del problema, complice anche una richiesta da parte del mercato odierno di prodotti biodegradabili, i produttori non sono stati a guardare ed hanno provveduto a commercializzare delle alternative. La prima e più diffusa è quella delle cialde compostabili. Queste, una volta utilizzate, possono facilmente essere smaltite nel bidone dell’umido così da da conferirgli una seconda vita come fertilizzante per i campi.

https://youtu.be/b4AtkgAe6Mo

In alternativa, per chi volesse anche risparmiare qualche soldo, esistono delle capsule da caffè ricaricabili con il proprio caffè che poi possono essere lavate e riutilizzate o, in alternativa, riciclate. Queste spesso sono infatti composte da una pellicola in alluminio e un contenitore di plastica facilmente divisibili, in modo che possano essere smaltite adeguatamente.

Dove trovare le capsule da caffè ricaricabili o compostabili

Le cialde biodegradabili e quelle “pelabili”, nome tecnico per indicare le capsule da caffè ricaricabili, sono acquistabili facilmente, oltre che dai rivenditori autorizzati, anche online. Tutte le principali marche hanno provveduto a commercializzarle. Basterà quindi consultare il sito della marca desiderata per trovarle.

La speranza è dunque quella di passare progressivamente ad un utilizzo esclusivo delle alternative sostenibili. Per raggiungere questo scopo risulterà fondamentale un cambio di rotta anche da parte dei consumatori. Ridurre la propria impronta ecologica passa inevitabilmente da un cambio delle proprie abitudini di consumo. Anche dal modo in cui decidiamo di farci un semplice caffè.

Caffè e deforestazione

Quando si parla di caffè, o di altre materie prime prodotte in grandi monocolture come l’olio di palma, non si può non parlare di un problema ad esso connesso, ovvero la deforestazione. La domanda di questa bevanda a livello è mondiale è tra le più alte a livello assoluto. Produrne in così grandi quantità genera inevitabilmente dei problemi ambientali. Alti tassi di disboscamento sono stati infatti collegati alla produzione di caffè. Bisogna quindi cercare di fare attenzione anche quando si sceglie la marca da comprare. Vanno sicuramente privilegiati prodotti equosolidali, spesso più costosi. Oppure in alternativa, con una rapida ricerca su internet sarà facile scoprire se la nostra marca preferita rispetti o meno i criteri di sostenibilità ambientale nella commercializzazione del prodotto.

Inoltre la RainForest Alliance ha creato un marchio per certificare i prodotti che operano secondo dei criteri di sostenibilità ambientale. Non tutte le gamme di prodotti di un marchio rispetteranno questi criteri. Basterà leggere l’etichetta e, spesso, evitare il prodotto appartenente alla fascia di prezzo più bassa per mettere mano al problema.

La moka: regina della sostenibilità

Per quanto le capsule da caffè ricaricabili o compostabili possano essere considerate in generale un’alternativa sostenibile, c’è un’altra opzione che non è da meno. E la conosciamo tutti. La cara vecchia moka, infatti, è senza dubbio l’alternativa più ecologica quando si prepara un caffè. Non produce scarti, se non il fondo di caffè che andrà poi buttato nell’umido. Inoltre la mteria prima che utilizziamo ha subito molte meno lavorazioni, che nel caso delle capsule finiscono per alzare la loro impronta ecologica. Anche in questo caso, come spesso accade, basta fermarsi un attimo per riflettere su quello che consumiamo e guardarsi intorno alla ricerca di alternative sostenibili per riuscire ad abbassare il proprio impatto ambientale. Senza neanche dover faticare troppo.

Le isole Kiribati spariranno. Oggi a Roma il video di Fiorentino

Gli effetti del cambiamento climatico sono già qui. Lo sa bene il governatore di Kiribati, un complesso di isole paradisiache in mezzo all’Oceano Pacifico. Per nove milioni di dollari Kiribati ha già comprato otto chilometri quadrati di terra per evacuare, un giorno non molto lontano, l’intera sua popolazione. Questo perché entro il entro il 2050 una grande fetta della Nazione sarà sommersa dall’acqua. Il riscaldamento globale ha infatti causato l’innalzamento dei mari e reso insostenibile l’aumento della frequenza e potenza delle tempeste.

L’inizio di un nuovo giorno

Le isole Kiribati si trovano sulla linea internazionale del cambio di data, il che significa che sono le prime ad assistere all’inizio del nuovo giorno. In un certo senso si può dire che, rispetto al resto del mondo, Kiribati è già nel futuro. Ironia della sorte, i suoi abitanti stanno assistendo a una triste anteprima di quello che potrà accadere a molte altre Nazioni molto più grandi nel futuro più prossimo e che, proprio come l’alba di un nuovo giorno, arriverà per tutti.

Domande esistenziali

L’artista Antonio Fiorentino ha visitato le isole Kiribati tra il luglio e l’agosto 2018. Qui ha avuto l’ispirazione per creare alcune sue opere, ora esposte alla Fondazione Pastificio Cerere di Roma e che vi resteranno fino al 19 luglio. Il viaggio a Kiribati è stata per lui un’occasione per cercare di rispondere alle domande esistenziali di gaugueniana memoria e che inevitabilmente prima o poi ogni uomo si pone: Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Durante un viaggio in un’isola esotica, poi, queste domande sorgono quasi spontanee.

Un po’ di bellezza

Ma è proprio questo il punto: ci spingiamo oltre, verso orizzonti estremi (nel caso di Kiribati il più estremo, ai margini del mondo), per poi renderci conto che vi è e vi sarà sempre qualcosa che ci unisce, come essere viventi e come uomini. Un unico destino, un unico futuro, un’unica terra su cui nasciamo, cresciamo e moriamo. Fortunatamente a volte durante questo percorso invece che distruggere riusciamo a costruire qualcosa e lasciare un po’ di bellezza. È quello fa Fiorentino tramite l’arte, cercando nel contempo di suscitare negli uomini una maggiore consapevolezza verso i problemi e le sfide di questo secolo di grandi cambiamenti. E oggi lunedì 15 aprile alle 19:00 sarà anche proiettato un video che l’artista ha girato proprio a Kiribati, che ci lascerà una preziosa testimonianza di questa terra prossima a scomparire.

Oggi è la Giornata del Mare: lanciata la campagna #IoSonoMare

Si tratta di una campagna dello Stato Italiano avviata al fine di raccontare ai cittadini lo stato in cui il mare versa e come lo Stato agisce per prendersene cura. L’iniziativa inaugurata oggi durerà per quasi tutto il 2019, esattamente fino al 2 dicembre. Data della 21esima Conferenza delle Parti della Convenzione di Bacellona per la Protezione del Mar Mediterraneo dall’Inquinamento, che si terrà a Napoli. IoSonoMare ha come obiettivo la messa a disposizione dei dati del monitoriaggio svolto riguardante i mari che bagnano la penisola. Con particolare focus su rifiuti, specie aliene e aree protette.

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La campagna prevede anche una serie di giornate dedicate su tutto il territorio nazionale durante le quali saranno presentati i risultati aggiornati. Risultati derivanti dalla Direttiva Strategia Marina e accessibili direttamente sul sito ufficiale (link). Per la Giornata del Mare l’ISPRA ha pubblicato un video promozionale: IO SONO MARE – Conoscerlo per tutelarlo

Oggi stesso, alla presentazione della campagna, sono già stati menzionati alcuni dati salienti. Come, ad esempio, i quasi 800 oggetti in media per ogni 100 metri di spiaggia, 80% dei quali è composto di plastica: bottiglie, sacchetti, contenitori, polistirolo, equipaggiamento per la pesca; che rendono le nostre spiagge delle piccole discariche a cielo aperto (link al nostro articolo sull’inquinamento degli oceani). O ancora, le 263 specie aliene (ovvero non del luogo) che dimorano lungo le coste italiane. 68% delle quali “residenti”.

Anche il WWF supporta “La Giornata del Mare”

L’iniziativa ha ricevuto il supporto del WWF. Il suo slogan è “Un mare di attenzioni, un’agenda di priorità” e segue l’impegno preso nei mesi scorsi (nonché anni) e che ha portato alla raccolta di oltre 729 mila firme (in Italia) per la petizione #plasticfree (link) per salvare i mari italiani e quasi 400.000 a livello globale per un accordo internazionale vincolante sulla plastica in mare #StopPlasticPollution (link).

La presidente del WWF Italia, Donatella Bianchi, ritiene positivo il percorso avviato dal ministero dell’Ambiente, ma richiede che venga redatta una «agenda di priorità a tutela del mare in quattro mosse: pacchetto normativo che rilanci la leadership Europa dell’Italia come Paese #plasticfree; più SIC marini e più forza alle Aree Marine Protette (AMP); dare finalmente gambe e concretezza alla Strategia Marina Nazionale; mettere fine al sovrasfruttamento delle risorse ittiche e dare sostegno alla piccola pesca». Di cui il recentemente approvato disegno di legge “Salva mare” rappresenta il primo passo.

La redazione di L’EcoPost coglie l’occasione per invitare i lettori ad approfondire le problematiche dei mari, non riducibili al solo inquinamento da plastica, grazie alla visione del documentario Mission Blue, targato Netflix.

Nei supermercati asiatici foglie di banano al posto della plastica

Qualche giorno fa su Facebook sono comparse fotografie che sanno di aria fresca, specialmente nel Sud Est Asiatico, che combatte ogni giorno una lotta forse infinita contro la plastica. Nel supermercato Rimping di Chang Mai, nel nord della Thailandia, la verdura è imballata semplicemente con una foglia di banano.

Questa foglia, molto grande, spessa e quindi resistente, è perfetta per sostituire i materiali plastici. Inoltre, nel Sud Est Asiatico di banani se ne trovano in abbondanza e questo è un perfetto esempio sia di utilizzo dei prodotti locali, sia di sfruttamento intelligente e “anti-spreco” delle risorse naturali.

Una rapida diffusione

Poco tempo dopo che le foto in questione sono diventate virali, anche alcuni supermercati in Vietnam hanno seguito lo stesso esempio. A Ho Chi Minh City l’ esperimento è iniziato con i supermercati Saigon Co.op e Lotte Mart, quest’ultimo già sensibile al tema della plastica. Qui infatti sono vendute cannucce di carta e contenitori per il cibo fatti con gli scarti della canna da zucchero. Un rappresentante della catena ha affermato che imballare le verdure con le foglie di banano per ora è soltanto una prova, ma se funziona saranno felici di applicarla anche negli altri supermercati del Paese. Aggiunge inoltre che il banano potrebbe essere utilizzato per avvolgere anche altri prodotti come la carne.

A seguito di queste iniziative, anche la capitale del Vietnam nel nord del Paese non ha voluto essere da meno. Da lunedì scorso infatti la catena di supermercati Big C con sede ad Hanoi ha iniziato ad utilizzare le foglie di banano per imballare le verdure e sta pensando di estendere l’iniziativa anche nelle sedi al centro e al sud del Vietnam. Anche questo supermercato offre già la possibilità di acquistare sacchetti fatti con farina di mais e quindi totalmente biodegradabili.

Asia, la discarica degli USA

Queste iniziative sono importanti per una nazione come il Vietnam, che l’UNEP (United Nations Environment Programme) ha posizionato al quarto posto nel mondo per la quantità di rifiuti plastici gettati nel mare. In generale, il Vietnam butta ogni giorno 2500 tonnellate di plastica. Il, problema, però non è solo dell’Asia. Come riportato dal The Guardian, infatti, l’America ha sempre usato i Paesi in Via di Sviluppo come discarica. Gli USA inviano qui i propri rifiuti plastici sfruttando la debolezza e, in certi casi, la mancanza di regole per lo smaltimento dei rifiuti.

Con la Cina che ha recentemente imposto agli Stati Uniti il divieto di esportare i suoi rifiuti nel proprio Paese, ora sono i restanti paesi del Sud Est asiatico a doverli domare. Senza le istituzioni e le strumentazioni necessarie, però, la plastica viene facilmente riversata nei fiumi e nei mari.

Uno studio condotto da scienziati del Centro Helmholtz per la ricerca ambientale, ha rilevato che il 90% della plastica oceanica proviene da soli 10 fiumi, otto dei quali si trovano in Asia. Iniziative come quella delle foglie di banano quindi, anche se di primo acchito possono far sorridere, sono invece di estrema importanza.

Le EcoNews: le principali notizie del 10 aprile 2019

Consiglio nordico richiede trattato internazionale sull’inquinamento marino da plastica

Si tratta di una dichiarazione storica quella presentata oggi a Reykjavik dai ministri dell’ambiente dei paesi del Consiglio nordico: Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia. Il contenuto di tale dichiarazione è di fatto un invito a trovare un accordo globale per fermare l’inquinamento marino causato dalla plastica e microplastica. Questa iniziativa, che potrà servire da punto di partenza per governi di tutto il mondo, è la risposta al mancato accordo in occasione dell’Assemblea dell’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEA), tenutasi il mese scorso a Nairobi. Il WWF Italia, per mezzo della sua presidente Donatella Bianchi, invita il ministro dell’ambiente Costa a rilanciare l’idea di un trattato globale vincolante presso l’Assemblea Generale dell’ONU di settembre.

Energia dai rifiuti: distribuzione inadeguata degli impianti in Italia

Il “Rapporto sul Recupero Energetico da rifiuti in Italia” a cui hanno cooperato Ispra e Utilitalia rivela che nel 2017 dai rifiuti è stata prodotta energia per soddisfare il fabbisogno di 2,8 milioni di abitazioni. La fotografia scattata dal rapporto dimostra un grande discrepanza sul territorio nazionale. Infatti la dislocazione dei vari impianti (compostaggio, digestione anaerobica e di incenerimento) è squilibrata, con il nord del paese che domina la scena e Sud e Centro nettamente indietro. Questo rappresenta un problema, perché costringe le regioni peggio munite a trasportare i propri rifiuti fino a centinaia di chilometri di distanza. Il che comporta una duplice assurdità: da un lato, così facendo, si causano notevoli emissioni di CO2 legate al trasporto su ruote, vanificando dunque in parte il contributo di questa tipologia di produzione energetica. Dall’altra, questo sottrae ai cittadini il valore aggiunto che loro stessi hanno creato grazie la raccolta differenziata, poiché l’energia intrinseca dei loro rifiuti finisce per essere prodotta e utilizzata in regioni distanti.

Dunque è necessario ripianificare la strategia nazionale, in modo da riequilibrare la situazione del paese. Inoltre, si tratta di una necessità impellente, poiché l’UE ha stabilito che entro il 2035 solo il 10% dei rifiuti potrà finire in discarica, mentre in Italia ci troviamo attualmente al 23%. L’energia prodotta dai rifiuti negli impianti di compostaggio è al 100% rinnovabile, quella dagli impianti di termovalorizzazione lo è al 51%.

Ritrovate particelle di plastica ad alta quota

Dopo gli abissi marini, ora anche nei sedimenti sopraglaciali sono state ritrovate particelle di plastica. Lo rivelano dei ricercatori italiani dell’Università degli Studi di Milano e Milano-Bicocca presso la European Geosciences Union, attualmente in atto a Vienna. Quella che fino ad ora era solo un’ipotesi, per quanto pressoché certa, trova oggi conferma in Italia. Il campionamento appartiene al Parco Nazionale dello Stelvio, al confine con la svizzera, uno dei parchi nazionali più antichi del nostro paese. Sulla lingua del Ghiacciaio dei Forni, si stima la presenza di 130/160 milioni di particelle circa. Ancora sconosciuta è la provenienza di queste particelle di plastica, così come la loro veicolazione.

Una curiosità legata al campionamento è quella del codice di abbigliamento dei ricercatori, vestiti con capi 100% cotone e zoccoli di legno, così da non inquinare a loro volta i dati.

Rapporto Città MEZ: migliora la mobilità in Italia

Il rapporto “Città MEZ – Mobilità Emissioni Zero” è il primo rapporto sulla mobilità a zero emissioni in Italia, realizzato da Legambiente e MotusE. Si tratta di un analisi dei 104 capoluoghi italiani basata su disponibilità di mezzi elettrici, inquinamento, tasso di motorizzazione, presenza di piste ciclabili e modal share. Oltre alla classifica che vede Milano in testa con il 50% di tutti spostamenti a emissioni zero, ne emerge un’immagine positiva. Sì perché nel giro di un anno sono aumentati molto i numeri legati alla mobilità sostenibile, in primo luogo per le prese di ricarica e ricarica veloce. Se siete interessati al tema vi invitiamo a dare un’occhiata al rapporto, redatto in maniera molto chiara e immediata. Nota dolente è anche in questo caso lo spaccato tra nord e sud del paese.

Islanda: un ghiacciaio enorme sta morendo

ghiacciai

Vik è un grazioso paese di 300 abitanti nel sud dell’Islanda ed è l’unico vero centro abitato della zona. La cittadina più vicina si trova a 80 chilometri di distanza, si chiama Hvolsvöllur e i suoi abitanti sono 900. I bambini che hanno avuto la fortuna di nascere in questo paradiso naturale frequentano la Hvolsskólil, la scuola elementare del paese, piccolissima e apparentemente insignificante. I suoi studenti però hanno dato vita a un progetto importante per la diffusione della consapevolezza ambientale. A partire dal 2010 hanno infatti misurato quanto il ghiacciaio Sólheimajökull in Islanda si è ritirato nel corso degli anni, scrivendo le misurazioni su un cartello visibile a tutti.

Islanda, un progetto importante sul ghiacciaio

Il cartello ai piedi del ghiacciaio
Sólheimajökull. A sinistra si legge l’anno di inizio del progetto e il nome della scuola. Appena sotto gli anni 2011 e 2012 e il ritiro del ghiacciaio misurato in metri. Nella colonna di destra gli anni 2013-2018.

Sembra un progetto lungimirante, ma già nel 2010 il ghiacciaio si era ridotto di 43 metri. Il 2013 e il 2014 sono stati gli anni migliori con un ritiro di “soli” 8 e 7,9 metri rispettivamente. Dal 2015 è invece iniziato un crollo esponenziale e inesorabile, che probabilmente non lascerà più spazio a tempi “migliori”. Da un calo di 16 metri nel 2015 si è passati a 24 nel 2016, 50 nel 2017 e 110 metri nel 2018. Nonostante quindi il ghiacciaio si rigeneri sempre dopo lo scioglimento estivo, avanzando di 40 metri ogni anno, questo evidentemente non è abbastanza. Oggi i ghiacciai si sciolgono con una velocità e una quantità mai viste prima alla quale la natura non riesce a tener testa.

Mai più camminate sul ghiaccio

La nostra guida si chiama Bjartur ed è un giovane ragazzo islandese che svolge forse uno dei lavori più belli del mondo: la guida turistica tra le montagne della Nazione. All’inizio del tour ci comunica che solo sei anni fa per raggiungere il ghiacciaio dalla sede di partenza bastavano 5 minuti. Oggi ce ne vogliono 15. Ci informa anche che da quest’anno la sua compagnia ha introdotto le lezioni di kayak nel nuovo lago formatosi a causa dello scioglimento. “Le navigazioni in kayak sono andate piuttosto bene – ci dice – e sarà sicuramente il nostro nuovo business. Inoltre tra dieci anni il ghiacciaio non esisterà più e la camminata di oggi non sarà più fattibile”. Questo è un perfetto esempio di resilienza, ovvero la capacità di una comunità di sopravvivere a un cambiamento che potrebbe minacciarne l’economia.

Il ghiacciaio in Islanda è fonte di acqua

Il ghiacciaio Sólheimajökull si è ritirato di 110 metri solo nel 2018

Durante la nostra camminata sul ghiacciaio il vento era potente, così come quello che ci siamo trovati davanti. Una distesa immensa di ghiaccio leggermente coperta di neve, resa accecante dal sole che batteva sulla sua superficie. La guida ci ha spiegato che siamo stati fortunati poiché il vento, per quanto forte, è sempre meglio della pioggia. Per ora le precipitazioni non sono la fonte primaria di acqua pulita in Islanda, bensì lo sono i ghiacciai. Questi, quindi, non sono solo una fonte di reddito, grazie ai tour guidati, ma svolgono una funzione fondamentale per la vita dell’isola. I supermercati islandesi vendono pochissima acqua in bottiglia. I ristoranti, anche quelli più prestigiosi, servono l’acqua pura, fresca e buonissima del rubinetto. Forse però, tra non molti anni, la pioggia sarà per loro una benedizione visto il destino cui i ghiacciai stanno andando incontro.

Toccare il fondo

Dopo circa mezzora di camminata troviamo una struttura di metallo abbastanza strana, per quanto semplice e non fastidiosa alla vista. Bjartur ci spiega che, per quanto le misurazioni della scuola elementare siano valide, l’Università d’Islanda ha voluto verificare non solo la riduzione del ghiacciaio in termini di lunghezza, ma anche di profondità. Questo strumento è stato installato nel 2013 da un gruppo di studenti della facoltà di glaciologia i quali hanno creato tre fori di 10 metri e inserito dei fili con un peso alla fine, in modo che arrivassero in fondo. Con lo scioglimento del ghiaccio i fili sono fuoriusciti. Grazie a questo semplice strumento sono riusciti a dedurre il tasso di scioglimento del ghiacciaio. Durante i tre anni delle misurazioni il tasso di scioglimento è stato in media di 6-7 centimetri al giorno, raggiungendo i 10.11 cm nel periodo estivo. Questo significa che il ghiacciaio si è abbassato di 10 metri solamente durante l’estate. “Qualche anno fa – dice Bjartur – questo stesso tour si svolgeva a 50 metri sopra le nostre teste”.

Lo strumento di misurazione in una foto del 2016

Durante il ritorno al campo base, Bjartur mi dice rassegnato che si sente impotente e che gli islandesi non sanno bene cosa fare per fermare lo scioglimento. Provano a rispettare l’ambiente, ma non è abbastanza. Tutta la popolazione mondiale dovrebbe contribuire e non sembra che ciò avverrà nel breve periodo. Io, oggi, con questo articolo chiedo aiuto in nome di Bjartur e tutti i cittadini islandesi. Anche se, tra non molto, anche noi pagheremo le conseguenze di questo veloce, inesorabile scioglimento dei ghiacciai.

Bottiglia di plastica: ecco la sua lunga vita

bottiglia di plastica

Una bottiglia di plastica, pensate un po’, nasce da risorse naturali come il legno, il carbone, il sale comune, il gas e il petrolio. Sì, anche quest’ultimo si trova naturalmente sul pianeta. Ma, oltre ad essere una risorsa non rinnovabile, il suo trasporto, la sua lavorazione e i suoi utilizzi (per esempio la benzina) sono la principale causa del riscaldamento globale. Purtroppo col tempo per produrre le bottiglie di plastica si è preferito usufruire soprattutto del petrolio, in quanto più economico.

Come nasce una bottiglia di plastica

La bottiglia, quindi, inizia il suo ciclo vitale dall’estrazione del petrolio, dalla sua chiusura nei barili e dal trasporto fino alle raffinerie, spesso a migliaia di chilometri di distanza. Il petrolio greggio è formato da lunghe catene di idrocarburi le quali, attraverso il cosiddetto cracking, si rompono. Si ottengono così molecole molto piccole, i monomeri, i quali poi si riuniscono grazie al calore, alla pressione e all’aggiunta di componenti chimici. Queste nuove catene si chiamano polimeri e formano una resina sintetica molto malleabile. Questa, sciolta e poi raffreddata, si inserisce nel “pallinatore”, uno strumento che crea, appunto, delle piccole sfere.

Le sfere di PET vengono nuovamente riscaldate (e quindi sciolte) e poste negli stampi a forma di tubo lungo e sottile. Il tubo di PET viene quindi trasferito in un secondo stampo, dove una sottile barra d’acciaio viene fatta scivolare all’interno, riempiendo il tubo con aria pressurizzata e dandogli così la forma perfetta della bottiglia che tutti conosciamo. Il tutto deve essere raffreddato velocemente, in modo che il composto mantenga la forma appena assunta. Uno dei modi per farlo è quello di far scorrere dell’acqua fredda attraverso dei tubi che circondano la macchina abbassandone, appunto, la temperatura. In alternativa viene anche usata dell’ aria fredda direttamente sulla bottiglia.

La (breve) vita

A questo punto la bottiglia è pronta per etichette, tappi e imballaggio, fatti ,ovviamente, con altra plastica. A questo punto viene trasportata verso bar e supermercati, dove entreremo noi, baldanzosi, a comprarla. Le bottiglie grandi le portiamo a casa e le beviamo nel giro di una giornata, al massimo due. Quelle piccole, invece, durano soltanto qualche ora prima di essere buttate via. E i numeri lo dimostrano: il consumo medio solo in Italia di acqua in bottiglia è di quasi 200 litri all’anno per persona, il che significa 12 miliardi di bottiglie all’anno. Senza contare gli altri tipi di bibite e bevande che, soprattutto in America, raggiungono numeri elevatissimi.

Va inoltre ricordato come le bottiglie di plastica siano più difficili da riutilizzare rispetto ad altri tipi di contenitori, in quanto, proprio a detta di chi le produce, queste “sono progettate per essere utilizzate una sola volta”.

La morte della bottiglia di plastica

Terminata la bottiglia (e talvolta anche quando non lo è) la gettiamo, se va bene, nel contenitore della plastica dove finiscono anche bottiglie di altri colori, flaconi di detersivo, vaschette, sacchetti e altri imballaggi. Nonostante siano tutti materiali plastici, richiedono sistemi di trattamento diversi e non possono essere riciclati tutti insieme. Oggi fortunatamente esistono macchinari che riconoscono i materiali e li dividono gli uni dagli altri, sempre supervisionati da alcuni operatori. Le bottiglie, quindi, vengono selezionate e raccolte insieme.

bottiglia di plastica

La rinascita della bottiglia di plastica

Queste subiscono un’ulteriore selezione per colore e una compressione per poter essere mandate nei centri di riciclaggio. Qui tagliano i fili metallici che legano le balle di PET, dividono nuovamente le bottiglie una per una e le fanno passare su un separatore di metalli che eliminerà le etichette contenenti alluminio. Dopodiché le bottiglie entrano in una macina che le sminuzza in piccoli pezzi. I cosiddetti “fiocchi” vanno poi nel separatore, dove i resti delle etichette sono aspirati verso l’alto grazie a dell’aria calda. I fiocchi di PET sono poi miscelati e riscaldati a temperature elevate così da sciogliersi e purificarsi. La miscela viene poi lavata con acqua potabile e asciugata.

Infine un laser misura la struttura del PET per espellere eventuali residui estranei. A questo punto il nuovo PET è pronto per il riciclo e diventare, per esempio, un’altra bottiglia. E’ anche importante aggiungere che la plastica non può essere riciclata all’infinito e che dopo qualche passaggio si degrada inesorabilmente. Va inoltre specificato che i rifiuti plastici del mondo sviluppato, vengono spesso spediti in dei mega container a Paesi dove le restrizioni ambientali sono molto più elastiche e, soprattutto, in cui grazie a qualche mazzetta sarà possibile usufruire di mega discariche a cielo aperto. Qui non sempre i rifiuti finiscono per essere riciclati. Anzi, può capitare, per qualsiasi motivo, che vengano dispersi nell’ambiente, con tutte le tragiche conseguenze del caso.

Se finisce nell’indifferenziata

Questo lungo processo, che ho semplificato moltissimo e a cui dovremmo pensare ogni volta che compriamo una bottiglietta, può non avvenire se quella bottiglia si getta nel contenitore dell’indifferenziata. il più comune nelle nostre città. Certo, vi sarà un controllo dei rifiuti per recuperare i materiali riciclabili. Ma è molto facile che qui la bottiglietta si contamini con altri materiali o rifiuti organici per cui il riciclo diventa impossibile. In questo caso finirà nell’inceneritore con altri rifiuti, generando emissioni e sostanze tossiche in alte quantità.

Se quella bottiglia, infine, si getta a terra e nessuno la raccoglie, rischia di finire in mare dove può rimanere intatta dai cento ai mille anni (di solito circa 450) provocando gravi danni alla flora e alla fauna del luogo. Ma questa è un’altra lunghissima triste storia, di cui parliamo nel nostro articolo sulle isole di plastica.

Alcuni consigli per evitare l’utilizzo della plastica

Una soluzione ormai molto diffusa è l’utilizzo delle borracce in alluminio. Queste, infatti, oltre ad essere un’alternativa riutilizzabile alla bottiglie usa e getta, sono anche in grado di mantenere la temperatura del liquido per un periodo variabile in base alla qualità del prodotto. Oggi è molto facile vedere persone utilizzarle, così come trovarne una da comprare a prezzi più che competitivi. Purtroppo però, questa viene utilizzata principalmente per il consumo di acqua, mentre tantissime altre bibite, come ad esempio quelle del marchio Coca Cola, responsabile della maggior parte dell’inquinamento da plastica del pianeta, vengono ancora comprate, e consumate, dentro la plastica. Un ulteriore consiglio è dunque quello di prediligere l’acquisto, anche di questi prodotti, nelle bottiglie di vetro.

Laddove non sia possibile, come può capitare quando si viaggia in paesi in cui l’utilizzo della plastica è all’ordine del giorno, può essere di aiuto fare attenzione alla sigla presente nell’etichetta o, nel caso in cui non ci fosse, al numero che possiamo trovare nella confezione. Quando infatti troviamo la dicitura “1” oppure “PET“, che letteralmente significa polietilene tereftalato, significa che la plastica di cui si compone l’imballaggio è di buona qualità, e può quindi essere riciclato nella sua interezza. Se invece troviamo un “2” o la sigla “PE -HD” (polietilene ad alta densità), vuol dire che la bottiglia può essere ugualmente riciclata, sebbene sia di livello più basso rispetto al PET. Se invece troviamo il “3”, che si riferisce alla sigla PVC (polivinil cloruro) il consiglio è quello di evitare l’acquisto del prodotto, in quanto non potrà essere riciclato. Altri numeri ed altre sigle vengono invece utilizzate per altri tipi di materiale, sempre composti principalmente da plastica, che però raramente vengono utilizzati nel settore alimentare.

Econews: le notizie del 5 Aprile

Italia ai primi posti in Europa per l’economia circolare, male tutti gli altri indicatori ambientali

L’Unione Europea ha pubblicato il secondo rapporto sull’applicazione della legislazione ambientale comunitaria. I risultati per il nostro paese sono altalenanti. Sebbene infatti il Belpaese sia riuscito a piazzarsi ai primi posti della graduatoria per quanto riguarda il riciclo dei rifiuti, la situazione è opposta per l’inquinamento dell’aria, delle acque di scarico dei centri urbani e per l’ efficienza delle discariche. Le cause principali di queste mancanze sono riconducibili ad un eccessivo utilizzo dei mezzi inquinanti, la mancanza del rispetto dei piani regolatori europei per i centri di raccolta dei rifiuti indifferenziati, la mancata messa a norma in delle fognature e un’insufficiente efficienza degli edifici dal punto di vista energetico.

Sono 17 le province italiane già al di sopra della soglia di polveri sottili consentite

Secondo il rapporto “Mal Aria” di Legambiente, che studia la qualità dell’aria nelle province italiane, già 17 di queste hanno già superato i limiti massimi consentiti per la presenza di Pm10 nell’aria. Queste le dichiarazioni da parte dell’associazione ambientalista: “La situazione più critica è in Veneto dove tutti i capoluoghi, con l’unica eccezione di Belluno, hanno superato il limite. Le città peggiori al momento sono: Torino; Rovigo; Verona; Cremona e Milano”. Hanno oltrepassato i limiti anche Vicenza, Padova, Venezia, Pavia, Alessandria, Frosinone, Treviso, Ferrara, Mantova, Asti, Brescia, Lodi. Risulta urgente costruire l’uscita dalla mobilità inquinante per contrastare i cambiamenti climatici, ridurre lo smog e rendere più vivibili le nostre città”

Svolta storica in Norvegia: più di 1 bilione di Euro stanziati per sostenere le energie rinnovabili

Il governo norvegese ha detto basta ai sussidi pubblici per i progetti in ambito petrolio e gas. Tutti i fondi che vi erano destinati verranno ristanziati per incrementare gli investimenti nel settore delle rinnovabili. La decisione da parte del paese scandinavo, che segue quella di più di 1.000 fondi di investimento a livello mondiale, contribuirà a sviluppare quindi il settore dell’energia pulita destinato a dominare il mercato in un futuro non troppo lontano. Secondo gli esperti la Norvegia non sarà l’ultima nazione a prendere una decisione del genere, dato il riconoscimento, anche da parte di chi per anni ha lucrato sui combustibili fossili, di una necessità di differenziare gli investimenti anche per una convenienza economica.   

Ecosia: piantare alberi navigando nel Web

Si chiama Ecosia, è stato creato nel 2009 da Christian Kroll, è un motore di ricerca ed ha la sua sede principale a Berlino. L’idea di partenza è molto semplice: reinvestire una parte dei propri profitti per piantare alberi. Le cifre aggiornate sul loro sito web parlano di più di 53 milioni di alberi piantati, 9 milioni di euro investiti in progetti di riforestazione e oltre 7 milioni di utenti attivi. Il risultato: un albero piantato ogni 1,1 secondi. Se infatti i metodi di guadagno sono gli stessi degli altri motori di ricerca, l’utilizzo dei propri profitti è ben diverso. Per riuscirci la startup berlinese si appoggia agli algoritmi di Bing e, per i più diffidenti, pubblica regolarmente dei report sui progetti di riforestazione a cui partecipa. Dall’Indonesia, all’Africa fino al Sud America sono più di 20 le collaborazione oggi attive in tutto il mondo.

Ecosia

Battere la diffidenza

Ma tu ci credi?”. Questa è la domanda che viene posta più spesso, ed è proprio qui che Ecosia ha subito diverse critiche. Soprattutto all’inizio del suo percorso. Mancavano degli organi di verifica e le dichiarazioni da parte del CEO sembravano esagerate. Secondo Kroll la percentuale di profitti reinvestiti si attesta infatti all’80%, una cifra altissima. Allo stesso modo aveva dichiarato che ogni volta che venisse effettuata una ricerca da parte di un utente, Ecosia avrebbe provveduto a piantare un albero. Forse delle esagerazioni, anche perché con numeri così alti ed in costante evoluzione può risultare difficile riuscire ad effettuare un conteggio preciso. Ma oggi i progetti di Ecosia sono sotto gli occhi di tutti, i report con le ricevute fiscali dei pagamenti sono online nel loro sito e le testimonianze, anche video, dei contadini che piantano alberi nelle zone interessate non lasciano più spazio a nessun dubbio.

Come iniziare ad utilizzare Ecosia

Iniziare a piantare alberi grazie alle proprie ricerche su Internet non è mai stato così semplice. Basta scrivere su Google “Ecosia” per trovare il loro sito da cui sarà possibile impostare questo motore di ricerca come predefinito. Disponibile è anche l’estensione per i principali browser (Chrome, Mozilla, Safari e Internet Explorer) ed è quindi facilmente installabile anche in questa modalità. Per chi invece privilegia l’utilizzo dello smartphone, basta collegarsi al proprio App Store per scaricare l’applicazione ed iniziare ad usarlo anche nella versione mobile. Ecosia è quindi a disposizione di chiunque voglia sceglierlo, in tutte le salse.

Da startup a motore di ricerca efficiente e affidabile

Chi scrive lo utilizza ormai da diversi anni, sin da quando non era ancora neanche disponibile in Italiano, e da allora i miglioramenti portati all’efficienza del motore di ricerca sono più che evidenti. Inizialmente solo in lingua tedesca, era quasi impossibile ricercare parole chiave in Italiano ma oggi, grazie anche ad un miglioramento delle tecnologie di Bing a cui Ecosia si appoggia, non è più così e le sue prestazioni, nonostante siano lievemente inferiori di quelle del colosso mondiale Google, sono più che soddisfacenti. La startup ha iniziato a tradurre la propria interfaccia in tutte le lingue più usate al mondo e non sembra intenzionata a fermarsi. Ed i benefici ambientali del loro operato, rispetto a quello dei propri concorrenti, sono incalcolabili.

Perché scegliere Ecosia

Gli ecosistemi che più di tutti sono in grado di assorbire le emissioni di CO2 sono gli oceani, ormai saturi, e le foreste, che stiamo poco a poco distruggendo. Non è fatto mistero di come la deforestazione che sta colpendo il pianeta da decine di anni a questa parte stia contribuendo ad aumentare la velocità degli effetti dei cambiamenti climatici. Senza una diminuzione del tasso di abbattimento di alberi a livello mondiale e un parallelo aumento della quantità di progetti di riforestazione, fermare l’effetto serra sarà molto complicato, se non impossibile. Ecco perché vale la pena scegliere Ecosia. Forse non sarà efficiente esattamente quanto Google ma è un piccolo sacrificio che porta con sé benefici ambientali enormi. Allo stesso tempo, grazie ai suoi progetti, tanti contadini in tutto il mondo sono stati in grado di espandere la propria fonte di reddito. Per un mondo più verde scegliere il proprio motore di ricerca è molto semplice. Un piccolo cambiamento che, se adottato in massa, porterebbe benefici più grandi di quanto si possa immaginare. Ecosia vuole fare la sua parte e tutti possiamo dare una mano.