Il vino è sostenibile? La verità sulla bevanda più amata d’Italia

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Se il vino non fosse una bevanda sostenibile, non sarebbe una buona notizia per nessuno, specialmente per noi italiani. Invece, potete stare tranquilli e sorseggiare un buon calice di rosso durante la lettura di questo articolo. Purché lo abbiate acquistato con qualche accorgimento.

L’impronta carbonica del vino

In generale possiamo dire che il vino sia una bevanda sostenibile poiché la sua impronta carbonica è molto bassa. Per essere più chiari, l’impronta carbonica è la quantità di gas serra (CO2eq) emessi durante la produzione, imballaggio e trasporto di un determinato prodotto.

L’impronta carbonica della carne (qui un articolo a riguardo) è molto alta e raggiunge il suo picco massimo con il manzo, oscillando tra i 20 e i 30 kg di gas serra per ogni kg di carne. L’impronta del maiale è decisamente minore, tra i 5 e i 10 kg CO2eq per kg, e quella del pollo è la più bassa tra le carni, tra i 5 e i 7 kg CO2eq per kg. (risefoundation.eu). I legumi, invece, sono tra gli alimenti più sostenibili, con un’impronta carbonica che si aggira tra lo 0,5 e l’1. (Qui l’articolo sulla dieta sostenibile e qui la video intervista con la nutrizionista).

Nulla in confronto alla carne

Nel 2011, quando erano ormai noti i danni ambientali causati dalle attività umane, le Cantine San Marco di Frascati hanno voluto calcolare la Carbon Footprint di una loro bottiglia di vino. Il progetto era il San Marco CarbonFootprint co finanziato dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

I dati, verificati dall’Ente Certificatore Internazionale, indicano che complessivamente una bottiglia di vino bianco Frascati Doc da 0,75 litri rilascia nell’atmosfera 1,22 kg CO2eq. Un litro di vino si aggira intorno ai 990 grammi allorché possiamo dire che un kg di vino emetterà circa 1,68 kg CO2eq, quasi nulla in confronto ai 25 della carne. In percentuale, l’impatto del vino sulle emissioni globali totali è di circa 0,3%, contro lo 10-15% degli allevamenti animali (FAO, 2016).

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Mai sedersi sugli allori

Comunque sedersi sugli allori non è sicuramente la scelta giusta. Vi è infatti sempre un margine di miglioramento poiché, per quanto in piccola parte, anche l’industria vinicola contribuisce all’aumento di emissioni di CO2 e quindi al riscaldamento globale.

L’impatto maggiore di una bottiglia di vino, come rilevato da The Academic Wino, risiede non nel prodotto stesso ma in tutto ciò che gli sta intorno, come l’elettricità per il funzionamento dei macchinari e il packaging, specialmente il vetro, dal trattamento del quale deriva quasi la metà delle emissioni. Ovviamente, poi, una larga parte deriva dal trasporto del vino stesso.

Produrre vino sostenibile è un dovere

Ovviare a questi problemi è sicuramente in larga parte compito delle aziende, che fortunatamente in Italia sono molto virtuose. Ormai da più di dieci anni, infatti, uno dei settori trainanti dello sviluppo sostenibile italiano è quello vitivinicolo. Molte aziende stanno entrando a far parte di programmi strutturati per adottare una produzione sostenibile, sia in vigna sia in cantina.

L’OIV (Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino) è un organismo scientifico intergovernativo che ha elaborato un Piano 2015-2019, il cui primo punto è la promozione della viticoltura sostenibile. L’obiettivo è di aiutare le aziende a reagire al cambiamento climatico e alle condizioni estreme, valutando i costi e i benefici dell’adattamento.

Inoltre, fornisce informazioni sull’impatto della produzione vitivinicola sull’ambiente e propone misure per ridurre le emissioni di gas a effetto serra e per la gestione dei consumi idrici, oltre che ottimizzare l’utilizzo delle risorse naturali.

Buone pratiche di chi produce vino sostenibile

Come fare tutto questo? Le pratiche aziendali vanno dall’utilizzo dei pannelli fotovoltaici per produrre energia elettrica e della caldaia a legna per il riscaldamento della cantina, passando per veicoli elettrici atti al trasporto del vino, fino all’utilizzo in cantina di materiali eco-sostenibili, come pietre, legno, acciaio e corten.

Vi sono già molti progetti che stanno attuando questi cambiamenti nel settore, come V.I.V.A. Stustainable Wine, avviato dal Ministero dell’Ambiente in collaborazione con nove aziende e tre centri. Uno di questi è il Consorzio del Collio, nella cui vigna non si usano più diserbanti, ma solo concimi organici.

Le cantine sono completamente interrate, garantendo così una temperatura dell’ambiente costante, e si utilizzano anche i pannelli solari per il riciclo energetico. Infine, anche le bottiglie sono sostenibili con il 20% in meno di vetro, l’utilizzo di etichette in fibra di cotone e tappi in sughero.

L’Unione Italiana Vini conferma proprio la necessità di attuare politiche volte di recupero delle bottiglie per il riuso nel processo produttivo e l’adeguamento dei materiali da imballaggio e del packaging, oltre che l’importanza di compensare le emissioni attraverso la piantumazione di nuove piante.

Riutilizzare l’anidride carbonica prodotta dalla fermentazione del vino e trasformarla in energia può essere un’altra soluzione già attuata dall’azienda Bodegas Torres, vitivinicola spagnola che ha recentemente promosso il suo programma di sostenibilità Torres & Earth, ideato nel 2007.

Anche qui le macchine aziendali sono state sostituite con veicoli ibridi ed elettrici, tra cui anche un trenino utilizzato per trasportare i turisti tra i vigneti. È stata poi installata una caldaia a biomassa che sfrutta i resti della potatura dei vigneti, gli scarti lavorazione delle uve e il legno derivante dalla pulizia dei boschi. Grazie a questa l’uso di combustibile fossile è stato ridotto del 90%.

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Anche noi siamo responsabili

Ovviamente tutto questo ha grandi costi e, visto il minimo impatto della produzione del vino, possiamo concedere a questa realtà un passaggio più graduale. A patto però che anche noi ci impegniamo a premiare i loro sforzi. Siamo infatti noi i responsabili dell’acquisto di determinati prodotti invece di altri. Cerchiamo quindi di informarci sui metodi utilizzati dalle aziende per la produzione del vino, o semplicemente cerchiamo di comprare quello locale. Sorseggiare vino durante una cena o davanti al camino dopo una giornata stancante dovrebbe essere un rito tanto importante quanto lo scegliere la giusta bottiglia, anticipando così questo momento di piacere.

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Le EcoNews: le principali notizie del 27 marzo 2019

Il Parlamento europeo accoglie le misure della Commissione per ridurre la plastica in mare

Bruxelles – il Parlamento europeo accoglie con una schiacciante maggioranza le ambiziose misure proposte dalla commissione per affrontare il problema dei rifiuti in mare. Questi provvedimenti riguardano principalmente 10 prodotti di plastica monouso, i più diffusi nelle spiagge europee. Interessati sono anche la strumentazione da pesca abbandonata e i prodotti oxo-degradabili. I voti a favore sono stati 560 a favore contro 35 contrari e 28 astuti.

Già a inizio dello scorso anno era stato ufficializzata la Strategia dell’Unione europea sulla plastica che prevede che entro il 2030 tutti i prodotti di imballaggio nei Paesi membri siano riutilizzabili o riciclabili. La direttiva adottata oggi dal PE è un elemento essenziale del Piano di azione per l’economia circolare della Commissione, atto a stimolare alternative che combattano l’inquinamento marino dovuto alla plastica.

Il vice presidente della commissione Timmermans, responsabile per lo sviluppo sostenibile, ha affermato “Oggi abbiamo fatto un importante passo in avanti nella riduzione dell’inquinamento nei nostri mari e oceani, soprattutto da plastica. Ce l’abbiamo fatta e possiamo farlo. L’Europa ha stabilito nuovi e ambiziosi standard, aprendo la strada al resto del mondo“. Anche il vice presidente Jyrki Katainen ha ribattutto che questo voto porta l’UE a essere il leader mondiale per una politica più sostenibile dell’utilizzo della plastica. Karmenu Vella (commissario per ambiente, affari marittimi e pesca) sostiene che ora l’obiettivo principale è far sì che queste misure per quanto ambiziose siano implementate velocemente a tutti i livelli.

Contenuto delle misure

Nel 2030 l’Europa potrebbe dunque apparire diversa, più libera dalla plastica, soprattutto i mari potrebbero versare in condizioni migliori. Le misure contenute sono le seguenti:
divieto di utilizzo di prodotti di plastica monouso selezionati per i quali il mercato offre un’alternativa : cotton fioc, cannucce, posate, piatti, mescolatori (come quelli usati dai barman), bastoncini per i palloncini, così come tazze e contenitori di cibi e bevande in oxo-degradabili;
Utilizzo di etichette e contrassegni per indicare prodotti di plastica dannosi per l’ambiente;
Schemi di responsabilità estesa per produttori di prodotti come filtri per il tabacco e strumentazione da pesca;
Raccolta separata del 90% delle bottiglie di plastica entro il 2029 (77% entro il 2025) e introduzione di requisiti di produzione per l’introduzione di plastica riciclata per tappi e bottiglie.

Uno sguardo al futuro

Si calcola che i benefici ecologici e economici corrispondano a una riduzione delle emissioni di CO2 di 3,4 milioni di tonnellate, prevenzione di danni ambientali per un totale di 22 miliardi di euro entro il 2030 e un risparmio di 6,5 miliardi di euro per i consumatori. Ora tocca solo al Consiglio dei Ministri di accettare formalmente l’adozione di queste misure che porterà alla pubblicazione del testo nella Gazzetta Ufficiale. Dopodiché gli Stati membri avranno i soliti 2 anni per tradurre il testo in legge.

Riviera riminese: no alla plastica e al fumare sulle spiagge

Rimini – Romagna plastic free 2023 è un accordo tra pubblico, l’associazione “Basta Plastica in Mare” e le categorie di settore. Dal 15 aprile di quest’anno entrerà in vigore il divieto di utilizzare contenitori monouso di plastica e di fumare su tutti i 15 chilometri di costa del riminese. Inizialmente si riceverà un avviso per poi passare direttamente al multare i trasgressori per un ammontare fino a 50€. Gnassi, il sindaco, ha dichiarato di voler rendere la regione e la riviera, le prime libere dalla plastica.

La sostenibilità in Italia è popolare, è quanto risulta dall’Osservatorio di LifeGate

Milano – Il margine di miglioramento in molti campi è ancora ampio, però i dati sono positivi. Quasi tutti si rendono conto della sfida rappresentata dalla plastica e del suo impatto sui mari. Il 92% dichiara di fare sempre la raccolta differenziata, la stessa percentuale del 2018. A livello statistico LigeGate calcola che ben il 67% della popolazione italiana si interessi o sia appassionata al tema della sostenibilità: 34 milioni. L’Osservatorio tratta molti temi interessanti, dagli elettrodomestici a basso consumo, alle lampadine al LED, dall’alimentazione bio, alle auto ibride o elettriche.

Per approfondire i risultati del sondaggio, vi invitiamo a leggere l’articolo pubblicato oggi da LifeGate, al termine del quale potete anche richiedere il documento contenente tutti i dati. A farla da padrona ad ogni modo sarebbero le donne diplomate o laureate, ma in ogni caso professionalmente attive, tra i 35 e i 54 anni.

Eni vuole sfruttare l’energia del moto ondoso. Installato a Ravenna il prototipo

Eni comunica oggi in una nota di aver installato un progetto per lo sfruttamento del moto ondoso nelle acque del ravennate. L’unita di produzione energetica ha il nome Inertial Sea Wave Energy Converter (ISWEC). L’impianto, sotto la cura del Distretto Centro Settentrionale di Eni, ha raggiunto un picco di potenzia superiore a 51 kW, il 103% della capacità nominale.

Il progetto è una sinergia con il Politecnico di Torino e l’azienda spin-off Wave for Energy S.r.l. e mira a sfruttare la potenza del moto ondoso, la fonte di energie più inutilizzata al mondo. Questo metodo di produzione di energia potrebbe essere applicato a contesti off-grid, ovvero a impianti non collegati alla rete terrestre. Qui il comunicato

Settore del green 2,4% del PIL, 500.000 posti di lavoro in 5 anni

Roma – Censis e Confcooperative “Smart & Green, l’economia che genera futuro” prevede un futuro molto environmental-friendly per il mercato del lavoro italiano. Tra i dati del focus – presentato questa mattina a Roma – ci sarebbero 500 mila posti di lavoro creati dal settore entro il 2023. In questo periodo 1 su 5 dei nuovi posti di lavoro deriverebbe dalla cosiddetta industria green. Questa spinta rappresenterebbe un’enorme possibilità di crescita, soprattutto per i paesi del G20.

Seabin installato a Genova

Genova – Installato un Seabin a Genova, esattamente a Sestri Ponente, presso la Marina di Genova. Questo fantastico strumento capace di ripulire le acque marine di oltre 500 chili di rifiuti di plastica è stato posizionato grazie a un progetto a cui cooperano Coop e LifeGate.

Seabin è un progetto ideato e sviluppato da due surfisti: Andrew Turton e Pete Ceglinski: qui il sito del progetto, dove è possibile acquistare il loro prodotto.

Olio di palma: fa male a noi o all’ambiente?

“L’olio di palma fa male?” è una domanda che ci si pone spesso. State vagando tra gli scaffali del supermercato cercando qualcosa di nuovo per la colazione. Vi trovate con due confezioni in mano e dovete fare una scelta. Una sola riporta la scritta “senza olio di palma”. Sfido chiunque a non scegliere quella invece dell’altra. Poco importa se nemmeno “l’altro” ha al suo interno il fatidico ingrediente. Poco importa se il motivo per cui evitiamo l’olio di palma dovrebbe portarci a evitare anche altri grassi vegetali o animali, quasi sempre presenti nei prodotti industriali. Tutto questo importa poco se la lista degli ingredienti non viene letta da nessuno.

Percentuali

Informarsi su tutti gli ingredienti e non soltanto sul loro capro espiatorio è fondamentale. L’olio di palma è stato additato per il suo alto contenuto di acidi grassi saturi (50%) rispetto ad altri grassi vegetali usati a scopo alimentare come l’olio di oliva (circa 18%), l’olio di soia (16%), l’olio di semi di girasole (13%). Il burro, invece, che contiene una quantità di acidi grassi saturi simile a quella dell’olio di palma (50%), è passato in sordina, così come il tanto decantato olio di cocco, che mostra contenuti ancora superiori (65%).

Acidi grassi saturi

Ma vediamo qual è, nei fatti, il problema dei grassi saturi. Da un lato essi sono normali costituenti della frazione grassa degli alimenti, la cui assunzione è necessaria anche per permettere un’adeguata crescita; il 40% degli acidi grassi totali del latte materno sono infatti saturi. Per l’uomo adulto, però, consumarne eccessivamente comporta l’innalzamento dei marcatori di rischio cardiovascolari, in particolare del colesterolo.

L’olio di palma in piccole quantità non fa male

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha indicato i principali fattori di rischio per le malattie croniche come il tabacco, l’alcol, l’alimentazione scorretta e la sedentarietà, ha aggiunto tra questi anche il consumo di acidi grassi saturi, raccomandando che la loro quota calorica non superi il 10% di quella giornaliera.

Ciò significa che, in un fabbisogno di 2000kcal al giorno, i grassi saturi non devono superare i 22 grammi. Per intenderci, cinque biscotti industriali ne contengono circa 3,5 grammi. Non molti, quindi, considerando il limite posto dall’Oms. Come sempre, quindi, l’olio di palma non è pericoloso in sé per sé, ma lo diventa se consumato in grandi quantità, difficilmente raggiungibili con una dieta sana ed equilibrata.

olio di palma fa male

Limitare gli alimenti lavorati

È infatti sempre meglio limitare il consumo di prodotti industriali o lavorati poiché i grassi saturi oltre che nei biscotti, si trovano anchei nei formaggi (15%) e negli insaccati (10%). Sono invece contenuti in misura minore in quelli non lavorati come le uova, il latte intero e la carne fresca (2-3%). Ancora una volta, quindi, restare vicini alla natura si conferma la scelta migliore per la nostra salute.

Perché l’olio di palma?

A questo punto ci si può chiedere perché almeno l’olio di palma non sia stato sostituito, per esempio, con l’olio di oliva o di girasole? Un po’ perché, come abbiamo detto, con una dieta equilibrata è difficile superare le dosi massime di grassi saturi. I motivi, però, sono molti altri:

  • Dagli anni ’70 ha sostituito i grassi saturi idrogenati, ovvero acidi grassi saturi che, attraverso processi chimici di idrogenazione, sono stati resi solidi e quindi resistenti all’irrancidimento. Questi grassi cosiddetti “trans” sono ormai globalmente riconosciuti come molto dannosi per la salute a causa del loro altissimo rischio cardiovascolare. L’olio di palma, invece, è già molto denso tanto da diventare solido a temperatura ambiente, senza bisogno di modifiche.
  • Con la sua consistenza rende gli alimenti friabili e croccanti, oltre che più duraturi poiché resistente all’ossidazione.
  • Dopo la raffinazione diventa totalmente incolore, inodore e insapore, così da non alterare le preparazioni.
  • È molto versatile tanto da essere usato sia nel settore alimentare (fritture, margarine, prodotti da pasticceria e da forno) sia per produrre cosmetici, dentifrici, candele, lubrificanti, prodotti farmaceutici, pitture, pellicole fotografiche e persino dinamiti; dagli anni ’70 in poi è stato usato per la produzione di biodiesel.
  • La sua pianta ha un’elevata capacità produttiva tanto che, per una data quantità di olio, viene usata la metà del terreno necessario per altre colture come la soia.
  • È un olio molto economico e l’aumento della sua produzione ha contribuito all’abbassamento del prezzo.

L’olio di palma fa male all’ambiente

La sua vastissima produzione ha però causato molti problemi ambientali e sociali:

  • Deforestazione: dal 1973 sull’isola Borneo (nel sud-est asiatico) sono stati tagliati 41 mila chilometri quadrati di foresta pluviale (un terzo del totale) per fare spazio alle piantagioni di palme da olio. Dal 2000 il disboscamento è salito al 47%.

Leggi anche: “Deforestazione Amazzonia: quando la natura non ha voce”

  • Dal 1999 al 2015 sono morti 150 mila oranghi a causa sia della caccia sia del disboscamento. Le piantagioni sono anche spesso usate dai bracconieri come facile via di accesso alla foresta e quindi agli animali.
  • La deforestazione provoca l’aumento di gas serra e quindi l’inquinamento dell’aria, poiché l’assenza di alberi blocca la fotosintesi. Le palme da olio sono troppo piccole e troppo poco rigogliose per assorbire l’enorme quantità di smog presente nell’aria.
  • I fumi delle foreste bruciate per far spazio alle piantagioni di palma da olio hanno causato migliaia di morti premature.
  • Molte volte i villaggi che si trovano sulle aree destinate alle piantagioni sono sgomberati e rasi al suolo, lasciando gli abitanti senza casa e dipendenti dai sussidi statali.
  • I lavoratori delle piantagioni, talvolta anche minori, sono spesso sfruttati e sottopagati.
olio di palma fa male

Olio di palma certificato

Per ovviare al problema la RSPO (Tavola rotonda sull’Olio di Palma Sostenibile) ha cominciato a certificare l’olio di palma sostenibile, cioè prodotto rispettando queste regole:

  • Non devono essere abbattute foreste primarie, aree con intense concentrazioni di biodiversità o ecosistemi delicati.
  • Deve essere minimizzata l’erosione e devono essere salvaguardate le fonti idriche
  • Deve essere garantito un salario minimo ai lavoratori
  • Le comunità locali devono dare il consenso per l’avvio dei lavori.

Un circolo vizioso

Ad oggi però solo un quinto delle piantagioni di palma da olio nel mondo è certificato. La causa risiede anche nel mancato intervento statale nei paesi produttori e, anche quando lo Stato interviene, si crea un circolo vizioso. I soldi messi a disposizione dai governi per la salvaguardia delle foreste provengono proprio dalle piantagioni di palma da olio, senza le quali l’economia del Paese crollerebbe. Per questo motivo sarebbe un’imprudenza vietare totalmente l’olio di palma, oltre il fatto che si incentiverebbe la coltivazione di altri tipi di piante ancora meno sostenibili.

Spesa consapevole

La soluzione sarebbe comunque quella di non abusare di questo ingrediente e i primi responsabili di questo siamo noi, senza nemmeno saperlo. Dovremmo quindi fare la spesa in modo più consapevole, tenendo presente che più acquistiamo ingredienti “unici”, naturali, non lavorati e non già composti tra loro, meglio è.

Se non sapete come fare, iniziate da quello che ha detto Franco Berrino, oncologo dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano: “immaginate di essere al supermercato con la vostra bisnonna. Tutto quello che lei non riconoscerebbe come cibo…non compratelo”. In questo modo, probabilmente, entrambe le confezioni di biscotti integrali che avete in mano rimarrebbero sullo scaffale.

Leggi anche: “Ridurre la plastica al supermercato: ecco come fare”

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Ecosistema: che cos’è e perché è importante

Esempio di ecosistema

Pensate a un ecosistema come a una torre di Jenga. Quando ci sono tutti i pezzi, la torre è stabile, in equilibrio e abbastanza resistente agli agenti esterni. Quando togliete qualche rettangolo inizialmente non succede nulla poiché le forze fisiche trovano il loro nuovo equilibrio senza che la struttura crolli. Quando però ne togliete tanti, il collasso sarà inevitabile e della torre non resterà niente, se non pezzi sparsi sul tavolo.

Definzione e significato di ecosistema

Il vocabolario online Treccani lo definisce così:

In ecologia, unità funzionale formata dall’insieme degli organismi viventi e delle sostanze non viventi (necessarie alla sopravvivenza dei primi), in un’area delimitata (per es., un lago, uno stagno, un prato, un bosco, ecc.).

ecosistema fragile

Alcuni esempi di ecosistema

Una torre di Jenga può essere un esempio perfetto per descrivere i vari tipi di ecosistemi, potenzialmente formato da tutti i “micromondi” che tutti noi conosciamo:

  • la foresta
  • la savana
  • la steppa
  • il deserto
  • la tundra
  • la Macchia Mediterranea
  • gli oceani
  • qualsiasi ecosistema marino

I rettangoli non sono altro che i componenti dell’ecosistema e sono sia esseri viventi (biodiversità) sia quelli non viventi (rocce, acqua, sabbia etc). Più elementi ci sono, più l’ecosistema sarà in grado di resistere alla scomparsa di qualcuno di loro, ripristinando con facilità l’equilibrio originario. Quando però iniziano ad essere tante le specie estinte, tutto il sistema diventa più debole fino a cadere.

Legami importanti

In Jenga, oltre alla quantità di rettangoli, è importante anche il modo in cui questi vengono estratti. Se per esempio togliamo solo quelli di sinistra, la torre crollerà dopo pochi step. Lo stesso accade se togliamo i rettangoli alla base della torre. Questo avviene perché ogni pezzo dipende dagli altri e soprattutto da quelli che reggono il tutto.

Anche negli ecosistemi tutti i componenti sono legati tra loro da rapporti di causa-effetto. Ad esempio, se l’acqua di un oceano diventa più fredda, alcuni pesci migreranno verso acque più tiepide e gli organismi che dipendevano da loro dovranno trovare altre fonti di sostentamento. Quelli che non sono in grado di adattarsi muoiono, gli altri sopravvivono, proliferano e si differenziano, mantenendo l’ecosistema vivo e fertile.

L’equilibrio come condizione di vita per un ecosistema

È importante però aggiungere che l’equilibrio è recuperabile soltanto se le specie si estinguono o si modificano gradualmente, secondo processi lenti e naturali. In Jenga, se si è troppo bruschi e veloci nelle proprie mosse il rischio del crollo aumenta, anche dopo un solo tentativo e anche togliendo un pezzo di poco conto. Allo stesso modo, se gli elementi naturali vengono danneggiati ed eliminati con grande velocità l’ecosistema non ha il tempo di trovare un nuovo equilibrio, creando un circolo vizioso che comprometterà l’intera stabilità.

Se il corallo muore velocemente e inaspettatamente, l’intero ecosistema viene colpito. I pesci che se ne nutrono o che lo usano come rifugio muoiono o si allontanano poiché non hanno avuto il tempo di adattarsi. I pesci più grandi che di essi si nutrivano restano quindi senza cibo, e si estinguono a loro volta.

Ma gli effetti a cascata non si fermano qui perché in natura tutte le “torri” dipendono le une dalle altre. Se il pesce scompare, gli uccelli che lo mangiano perdono la loro fonte di energia e le piante che prosperano grazie alle loro deiezioni si esauriscono. E, naturalmente, le persone che si affidano alle barriere coralline per il cibo, il reddito o il riparo dalle onde perdono la loro risorsa vitale.

ecosistema marino

Cosa sta accadendo nel mondo?

Questi non sono solo scenari fantascientifici, ma stanno accadendo proprio ora, mentre siamo tranquilli davanti allo schermo del computer. La National Academy of Sciences ha riferito che la Terra ha già cominciato la sesta estinzione di massa, che vedrà la flora e la fauna del mondo estinguersi. Le specie, comprese quelle non in pericolo, si sono ridotte a causa della perdita degli habitat, deturpati dall’agricoltura “intensiva”; dalla caccia, soprattutto quella illegale di specie protette; dall’inquinamento agricolo, con l’uso sconsiderato di pesticidi e fertilizzanti, e dall’inquinamento dell’aria e dell’acqua da parte dei gas serra.

Gli oceani hanno perso il 40% dei plancton negli ultimi 50 anni, una delle principali fonti di ossigeno per il pianeta (leggi l’articolo). Anche gli insetti, che stanno alla base della catena alimentare e che sono i maggiori responsabili dell’impollinazione delle piante, stanno diminuendo. Le api in particolare sono una risorsa preziosa per gli ecosistemi e sta subendo forti danni (leggi l’articolo).

Il crollo dell’ecosistema terrestre è una catastrofe non-naturale

Ecologicamente, la parola giusta per descrivere questi fenomeni è “catastrofe”. L’unica soluzione per preservare la biodiversità sarebbe l’interruzione delle suddette pratiche. Se la biodiversità aumenta, infatti, crescerà anche la sua capacità di recupero. Se ciò non dovesse accadere, il mondo probabilmente continuerà ad esistere, proprio come il tavolo sul quale giochiamo a Jenga: dopo il crollo della torre esso rimane intatto.

La Terra, però, non sarà più come noi la conosciamo. Nessun animale, nessun albero, nessun fiore, nessun uomo. Un paesaggio simile a quello lunare sarà l’unico che potremmo aspettarci. O che l’universo potrà aspettarsi, perché noi, per vederlo, non ci saremo.

Marcia per il clima: il nostro racconto

Si è tenuta sabato a Roma la “Marcia per il clima”, con un’ampia partecipazione di gran parte delle associazioni ambientaliste italiane e non solo. Si parla di almeno 150.000 presenze, un numero sicuramente soddifsfacente che va ad aggiungersi a quello dei cortei del 15 marzo targati Fridays For Future. Un’ ulteriore riprova che la tematica ambientale sta prendendo piede tra i cittadini, stanchi di vedere un governo immobile rispetto a queste tematiche. La manifestazione ha puntato il dito contro la realizzazione delle “grande opere inutili”, colpevoli di avere un enorme impatto ambientale. Qui alcune immagini della manifestazione.

Il nostro Fotoreportage

Cominciare informati: rassegna stampa 18-24 marzo

ISPRA PRESENTA L’ANNUARIO 2018: BUONE E CATTIVE NOTIZIE

L’Ispra (IStituto Nazionale per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha presentato a Roma l’Annuario per l’anno 2018. La notizia più eclatante è legata alla siccità: il 2017 è stato tra gli anni più secchi dal 1961, secondo solamente al 2001. L’aumento della temperatura media è di +1.3°.

Altra nota negativa è la minaccia alla biodiversità in Italia per la degradazione degli habitat. Inoltre, sono quasi 3200 le specie alloctone, ossia non originarie della penisola, che minacciano la diversità biologica. Il 42% delle specie tutelate dall’UE (Direttiva Habitat) è a rischio.

Rilevanti anche i dati riguardanti il dissesto idrogeologico con 7 milioni di persone che risiedono in aeree a rischio. Le note positive sono la sostanziale diminuzione di emissioni di gas serra (-17,5% dal 1990) e il buono stato delle acque costiere di balneazione tra il 2014 e il 2017. Qui il rapporto ISPRA.

UE FINANZIA L’ENERGIA PULITA MENTRE LE LOBBY GAS E PETROLIO LA CONTRASTANO

La Commissione Europea ha deliberato oggi lo stanziamento di 705 milioni di euro per progetti legati all’energia pulita. Nel frattempo, il report di InfluenceMap rivela come i colossi del gas e del petrolio ExoonMobil, Royal Dutch Shell, Chevron, BP e Total hanno investito 1 miliardo di dollari nella disinformazione relativa al clima. Con l’acquisto di inserzioni pubblicitarie su Facebook e Instagram essi promuovono i benefici legati all’aumento della produzione di carburanti fossili..

GLIFOSFATO: MONSANTO COLPEVOLE E LA BAYER CROLLA IN BORSA.

Per la seconda volta un tribunale americano stabilisce che il glifosfato contenuto nell’erbicida Roundup può causare il cancro. Sulla Borsa di Francoforte, le azioni del colosso farmaceutico tedesco hanno subito un calo del 12 per cento, per un totale del 50% dall’acquisto della Monsanto, avvenuto nel giugno 2018.

Distante, ma comunque collegato è il caso del glifosfato in Europa. Le tempistiche prevedono che entro fine anno venga avviato il processo di rinnovo per la licenza di utilizzo dell’erbicida, in scadenza nel 2022. A questo link potete controllare gli aggiornamenti sul tema: Glifosfato – Commissione europea (la pagina è in inglese).

44 DISCARICHE NON A NORMA, ITALIA CONDANNATA DALLA CORTE.

Bruxelles – Una direttiva del 1999 stabiliva un termine (19 ottobre 2015) per la messa in regola delle discariche. Scaduto il termine massimo in Italia vi erano ancora ben 44 discariche non a norma. Oggi è arrivata la sentenza: Italia condannata.

Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, si dichiara non sorpreso e fa anzi pressione affinché si intervenga al più presto. A suo dire la soluzione è una sola e risiede nello sviluppo dell’economia circolare.
Lamenta infine l’assenza di dibattito sul tema in Italia, nonostante la sua impellenza e indispensabilità.

GIORNATA MONDIALE DELL’ACQUA: SITUAZIONE CRITICA

Il 22 marzo è stata la giornata mondiale dell’acqua ma di motivi per festeggiare ce ne sono pochi. Stando al quadro riportato nel report di Legambiente la situazione delle acque italiane non è eccellente. “Buone & Cattive Acque” si apre con la Direttiva Quadro sulle Acque 2000/60, che richiede il raggiungimento di uno stato ecologico “buono” entro il 2027, termine massimo già rimandato una volta.

I laghi versano nelle peggiore condizioni, con solo il 20% “in regola”. Solo il 43% dei corpi idrici fluviali sono in un buono stato ecologico. Per le acque costiere mancano rilevamenti dello stato chimico ed ecologico. Peggiore di tutti il Distretto Padano con un 100% per quel che riguarda lo stato ecologico.

Per quanto riguarda lo spreco di acqua, l’Italia è il Paese europeo che consuma acqua potabile. Secondo l’Istat ogni cittadino utilizza 428 litri di acqua potabile al giorno, della quale il 47,9% non giunge a destinazione.

Mission Blue: gli oceani spiegati in un documentario

Mission Blue è un documentario del 2014 targato Netflix con protagonista Sylvia Earle, una delle più importanti biologhe marine della storia. Sylvia oggi ha 83 anni, ma continua a battersi per la difesa degli oceani. Dal 1998 lavora per National Geographic ed è stata la prima donna ad essere nominata a capo della National Oceanic and Atmospheric Administration, ruolo che ha ricoperto per poco tempo. Uno dei tanti aneddoti del documentario riguarda infatti la sua prima partecipazione a una riunione. Sylvia ha deciso di dare le dimissioni a causa del mancato desiderio da parte dell’ente di fare ciò che veramente era necessario per salvaguardare la salute degli oceani.

La storia degli oceani

Tema centrale del documentario è il declino dello stato di salute degli oceani negli ultimi 70 anni, ovvero nel periodo in cui Sylvia ha trascorso migliaia di ore sott’acqua. La protagonista parla di come si sia innamorata del mare sin da bambina, quando il suo giardino era il Golfo del Messico. Il raffronto tra la quantità di vita che incontrava durante le prime immersioni della sua vita, documentata attraverso le immagini del documentario, e quella che trova adesso è inquietante. I mari, che fino a qualche decennio fa pullulavano di vita in ogni loro angolo, hanno subito danni che sarà molto difficile riparare. Le più belle riprese sono infatti senza dubbio quelle delle prime immersioni, in cui si capisce davvero quanto le acque marine fossero piene di vita. Quelle di oggi invece, tra coralli sbiancati e quantità di pesci irrisorie se rapportate a quelle precedenti, destano più di qualche preoccupazione.

I problemi degli oceani

I problemi che abbiamo generato in termini di salute degli oceani sono molteplici. La plastica è sicuramente quello che ha attirato di più l’attenzione dei media perché più facilmente visibile e contrastabile. Ma, relativamente agli oceani, le problematiche più serie sono altre, come approfondito in un altro articolo del blog. In primis l’assorbimento da parte degli oceani di enormi quantità di anidride carbonica dall’atmosfera, risultante in un riscaldamento della loro superficie e in una deficienza dell’ossigeno necessario a sostenere la vita marina in più di 140 dead zone del mondo.

Ma Sylvia ci parla anche di un altro grosso problema, più che trascurato tanto dai media quanto dai cittadini, ed è la sovra-pesca. Le popolazioni di pesci in tutti i mari del mondo sono calate in maniera vertiginosa, specialmente per quanto riguarda le specie di cui ci nutriamo e quelle di maggiore stazza. Su tutti tonno, merluzzo e pesce spada. E le cause sono molteplici. Metodi di pesca insostenibili (come, ad esempio, la pesca a strascico) ed eccessiva richiesta da parte del mercato, abbinate ad un grosso miglioramento delle tecnologie dei radar ormai in grado di riconoscere i banchi di pesce preda anche a chilometri di distanza, stanno di fatto causando un vero e proprio genocidio degli ecosistemi marina.

Le soluzioni di Sylvia e di Mission Blue

Nonostante abbia assistito al continuo declino dello stato di salute dei suoi amati oceani, Sylvia non ha mai perso la speranza. Per anni ha combattuto per difenderli e per anni li ha studiati da vicino. E lo studio continuo di un problema, come spesso accade, porta anche ad individuare una soluzione. La biologa inizia dunque la sua battaglia per gli “hope spots”, o luoghi di speranza.

Le creature marine hanno una qualità importantissima, che è stata anche il motivo per cui per tanti anni si è pensato al pesce come ad una fonte di sostentamento inesauribile, che è la grande capacità di riprodursi. La creazione dunque di tante aree marine protette in cui i pesci possano riprodursi senza che il loro habitat e le loro popolazioni siano devastate permetterebbe una loro ripresa. Degli esperimenti sono già stati fatti ed hanno portato ad ottimi risultati, dando a Sylvia, per l’appunto, grande speranza ed ispirando il nome della sua campagna.

Perché vedere Mission Blue

Mission Blue è sicuramente uno dei più importanti documentari sull’ambiente, ed è un must per chi vuole informarsi a dovere sul tema. È uno dei pochi che ci parla di un problema troppo poco trattato quando si parla di cambiamenti climatici, ovvero gli oceani. Come specificia anche Sylvia nel documentario, “se il pianeta terra non avesse un ecosistema marino assomiglierebbe a Marte”. Se muore l’oceano noi moriamo con esso. Il problema viene analizzato da tante angolazioni ripercorrendo la storia che ha portato i mari ad ammalarsi, e rendendo dei concetti scientifici molto complicati alla portata di tutti. Inoltre le riprese sottomarine sono una gioia per gli occhi. Allo stesso tempo un documentario sulla natura e sui cambiamenti climatici. Una visione sicuramente piacevole, che fornisce basi scientifiche solide in termini di riscaldamento globale e approfondisce le cause di quella che potrebbe essere la conseguenza più devastante causata dal riscaldamento globale: la progressiva morte degli oceani.

Il documentario è disponibile su Netflix al link ancorato al testo.

EcoNews: le principali notizie del 22 marzo

Giornata mondiale dell’acqua: situazione critica

Oggi è la giornata mondiale dell’acqua ma di motivi per festeggiare ce ne sono pochi. Stando al quadro riportato nel report pubblicato per l’occasione da Legambiente la situazione delle acque italiane è molto eterogenea ma certamente non eccellente. “Buone & Cattive Acque” (clicca per accedere al report) si apre con la premessa relativa alla “necessità di intervenire in maniera concreta e risolutiva sulla gestione [dell’acqua] in termini di tutela, prelievi, uso e sprechi”. I mezzi sono a disposizione, è solo questione di volontà. La principale direttiva di riferimento è la Direttiva Quadro sulle Acque 2000/60, che regola i criteri e i parametri per la classificazione di tutti i corpi idrici. Tale direttiva richiede il raggiungimento di uno stato ecologico “buono” entro il 2027, termine massimo già rimandato una volta (inizialmente 2015).

La situazione idrografica in Europa e in Italia

A livello europeo si sono visti pochi miglioramenti negli ultimi anni. I dati dell’Agenzia Europea dell’Ambiente mostrano che a godere mediamente di buona salute sono i corpi idrici sotterranei. Lo stesso non si può dire per quelli superficiali dove solo poco più di un terzo (38%) gode di una situazione chimica buona e il 40% si trova in un buono stato ecologico, effettivo o potenziale. L’Ispra ha raccolto i dati italiani all’interno del suo Annuario 2018 (che vi abbiamo presentato nell’EcoNews del 19 marzo) i qualirivelano una condizione inadeguata. Innanzitutto ci sono ancora grandi porzioni del patrimonio idrico nazionale che a 4 anni della scadenza originale della direttiva sopra menzionata non sono ancora state classificate.

Detto ciò, i laghi versano nelle peggiore condizioni, con solo il 20% “in regola”. I corpi idrici fluviali sono per il 43% in un buono/elevato stato ecologico e 41% al di sotto dell’obiettivo prestabilito. Anche le acque costiere non attraversano la loro fase migliore. Mancano infatti rilevamenti e classificazioni dello stato chimico ed ecologico di ben il 74% delle acque della Sicilia e relativamente del 55 e del 57% del cosiddetto Distretto dell’Appennino Meridionale. Peggio di tutti se la passa il Distretto Padano con un ragguardevole 100% per quel che riguarda lo stato ecologico. Anche l’Appennino Settentrionale non versa in uno stato di grazia, circa la metà delle acque è presentano un cattivo stato o chimico e/o ecologico.

Ci sono anche le “buone acque”

Il rapporto svela però due facce della stessa medaglia e quindi non è tutto da rifare. Legambiente vuole dare voce e visibilità anche a storie di successo, come i progetti “Volontari per Natura”, “VisPo” (affine alla campagna social eco-friendly #Trashtag) e “BrianzaStream”; che contribuiscono alle “acque salvate”. Vari altri progetti e buone pratiche di ampio coinvolgimento, sia come singoli che come collettivi, vengono poi presentati nel documento. Con la speranza che queste possano essere d’ispirazioni e incentivare noi tutti a darci da fare per la risorsa più importante presente sul nostro pianeta, l’oro trasparente, l’acqua.

Statistiche Istat: Quanta acqua viene sprecata…

Sulle testa di ogni cittadino italiano incombe un penso, quello di essere i primi tra i cittadini della Comunità Europea per prelievo di acqua a uso potabile. Lo fa sapere l’Istat in occasione della giornata mondiale dell’acqua. Cosa significa? Che ogni cittadino statisticamente utilizza 428 litri di acqua potabile al giorno. Sembra esagerato? Lo è. Difatti della totalità del volume di acqua prelevato alla fonte, ben il 47,9% non giunge a destinazione. Dunque ogni volta che da qualche parte in Italia si apre il lavandino, per ogni goccia che ne esce ce n’è un’altra che si è persa strada facendo. Bisogna assolutamente intervenire. Cliccando qui potete visualizzare il grafico illustrativo dell’Istat relativo all’acqua potabile in Italia. La nota positiva è il grado di soddisfazione delle famiglie italiane.

“Ossigeno Bene Comune”: delibera sulla qualità dell’aria in occasione del #FridaysforFuture

Napoli – La Giunta del capoluogo campano presieduta dal primo cittadino Luigi de Magistris ha approvato la delibera “Ossigeno Bene Comune”. La proposta nata da vari assessori contiene numerose misure a supporto della qualità dell’aria a Napoli, attraverso il contrasto dell’inquinamento ambientale. Vari dei punti fanno riferimento alla mobilità, come ad esempio il piano generale per la ricarica dei veicoli elettrici, l’aumento delle agevolazioni in favore degli stessi (e delle auto a motorizzazione ibrida), rinnovo del parco trasporti pubblico e interventi di efficientamento energetico sulle proprietà dello stesso Comune di Napoli. Entro il 2020 si prevede inoltre di piantare 10.000 nuovi alberi e migliorare la situazione del verde pubblico. Presentato anche il logo: le tre iniziali O-B-C colorate di verde, smeraldo e azzurro, a voler richiamare natura, mare e cielo, che si intersecano.

Colossi del gas e petrolio investono 1 miliardo di dollari per contrastare la lotta al cambiamento climatico

InfluenceMap ha pubblicato oggi un report riguardante la lobby del gas e del petrolio e il suo tentativo di contrastare la lotta al cambiamento climatico e la transizione verso un futuro de-carbonizzato. Le aziende interessate sono: ExoonMobil, Royal Dutch Shell, Chevron, BP e Total. Il report, condiviso citato anche dal The Guardian, rivela come cinque dei maggiori colossi del settore hanno investito 1 miliardo di dollari dei loro azionisti nella disinformazione relativa al clima e quindi al cambiamento climatico. La cifra fa riferimento al periodo dei tre anni successivi alla conferenza sul clima di Parigi (2015 United Nations Climate Change Conference).

Gli sforzi messi in campo sarebbero in estremo contrasto con i punti dell’accordo globale sul clima. La finalità sarebbe quella di mantenere l’attuale licenza, sia legale che a livello di opinione pubblica, a operare e addirittura a espandere le proprie operazioni sull’utilizzo dei carburanti fossili. La metodologia utilizzata è ad esempio l’acquisto di inserzioni pubblicitarie mirate su Facebook e Instagram, atte a promuovere i benefici legati all’aumento della produzione di carburanti fossili. Tra l’altro questo discosterebbe profondamente da altre iniziative promosse da queste multinazionali sulla carta, a favore della de-carbonizzazione e della lotta al cambiamento climatico.

Marcia per il clima: domani a Roma la manifestazione nazionale

Si terrà domani a Roma, con partenza da Piazza della Repubblica alle ore 14:00, la “Marcia per il clima e contro le grande opere inutili”. A una settimana dalle proteste che hanno scosso mezzo mondo non saranno solo i giovani a scendere in piazza. Nella capitale arriveranno infatti pullman da tutta Italia, per un’altra manifestazione che si preannuncia più che partecipata.

marcia-per-il-clima

” Siamo i comitati, i movimenti, le associazioni e i singoli che da anni si battono contro le grandi opere inutili e imposte e per l’inizio di una nuova mobilitazione contro i cambiamenti climatici e per la salvaguardia del Pianeta”. Questo ciò che si può leggere nella descrizione dell’evento appositamente creato su Facebook. Tutte le realtà che prenderanno parte al corteo si sono riunite per la prima a volta a Roma il 26 gennaio e domani sono pronte a far sentire la propria voce.

Continuano anche i Fridays for Future

Nel frattempo oggi i giovani continuano a scioperare dalla scuola. Come ogni venerdì Greta si è recata di fronte al parlamento svedese e tanti ragazzi in altre parti del mondo hanno fatto lo stesso. La mobilitazione di oggi è decisamente inferiore rispetto a quella della settimana precedente, ma dal web arrivano comunque testimonianze da parte di gruppi di scioperanti che, specialmente nelle capitali, proseguono la loro protesta in vista del secondo Climate Strike globale previsto per il 24 maggio.

FFF Norway
Manifestazione di oggi in Norvegia

Come partecipare alla marcia per il clima

Basterà presentarsi in Piazza della Repubblica a Roma alle 14, da dove partirà il corteo. Tanti sono i pullman organizzati da tutta Italia. Qui una lista completa:

Abruzzo – https://www.facebook.com/events/598839410621997/

Alessandria – +39 329 069 5760

Bagnoli – https://www.facebook.com/events/1007726092756018/

Bari – https://www.facebook.com/events/408254089740990/

Bologna – https://www.facebook.com/events/839823976372663/ ehttps://www.facebook.com/events/1190524657773933/

Brescia https://www.facebook.com/events/315154966013619/

Calabria – https://www.facebook.com/events/734913906903651/

Catania – https://www.facebook.com/events/1752589221509678/

Caserta – https://www.facebook.com/events/333207970659160/

Firenze – https://www.facebook.com/events/2313701355578427/

Genova e Valpocera – 333 565 9966

Mantova – https://www.facebook.com/events/351426998798823/

Messina – https://www.facebook.com/events/381836075705102/

Milano – https://www.facebook.com/events/629229134180308/

Napoli – https://www.facebook.com/events/2563594537047150/

ORTA DI ATELLA (CE) – https://www.facebook.com/…/a.45898919760…/1087271508110970/…

Padova – https://www.facebook.com/events/251224249097291/

Palermo – https://www.facebook.com/events/1378821055599373/

Parma – https://www.facebook.com/events/381001582734784/

Pavia – https://www.facebook.com/events/629006497541838/

Pisa – https://www.facebook.com/events/260241758212554/

Potenza – https://www.facebook.com/events/1244203115734618/

Ravenna – Ravenna – https://www.facebook.com/events/249226429359727/

Sabina – https://www.facebook.com/events/2078861155484902/

Sicilia – https://www.facebook.com/events/254656472147337/

Taranto – https://www.facebook.com/TamburiCombattenti/

Termoli – https://www.facebook.com/events/362712457651675/

Terra dei fuochi – https://www.facebook.com/events/817769515228273/

Torino e Val di Susa – https://www.facebook.com/events/318010925728064/

Treviso – https://www.facebook.com/events/437878983661139/

Venezia – https://www.facebook.com/events/2506073559620255/

Vicenza – https://www.facebook.com/events/2255209481208332/

La pianta di canapa è sostenibile e potrebbe salvarci

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La maggior parte di coloro che leggeranno il titolo di questo articolo avrà due reazioni: o storcere il naso, oppure ammiccare virtualmente e con complicità all’autore. Entrambe, però, sono sbagliate e sono frutto di un lavaggio del cervello che da anni ha nel mirino una pianta dalle proprietà straordinarie: la pianta di Canapa Sativa.

La canapa non è marijuana

La Canapa è una pianta che comprende diverse varietà. Una di queste è la Canapa Indiana, comunemente detta “marijuana”, che contiene cannabinoidi. La sua resina è infatti ricca di una sostanza psicotropa, il THC. La Canapa Sativa, invece, è quasi priva di THC e non ha, pertanto, effetti stupefacenti.

Quando l’Italia era pro-canapa

In passato l’Italia è stato il secondo paese produttore al mondo di Canapa dopo l’ex Unione Sovietica. Questa pianta era utilizzata soprattutto per cordami, vele e tessuti, ma con l’arrivo della plastica e le fibre sintetiche a basso costo, dagli anni ‘50 l’utilizzo della canapa è diminuito fino a cessare definitivamente nel 1975, quando è stata promulgata la legge che ne vietava la produzione, il commercio e l’utilizzo. La motivazione era infondata, ma ha trovato terreno fertile in una nazione ancora tradizionalista e spesso ostinatamente bigotta. Soltanto nel gennaio del 2017, con la legge 242, la Canapa Sativa viene riabilitata. È stato infatti riconosciuto che il suo contenuto di THC è inferiore allo 0,2%, una quantità insignificante che non ha effetti stupefacenti.

Leggi anche: “La cannabis light torna illegale: ieri il verdetto della cassazione”

La legalizzazione della pianta di canapa è quindi un evento importante che, oltre a creare nuovi posti di lavoro e nuove possibilità di crescita economica, sarà una boccata d’aria fresca per l’ambiente. La coltivazione della Canapa è infatti ecologica e sostenibile e di seguito spiego il perché.

Pianta di canapa: una coltivazione sostenibile

  • La coltivazione della Canapa non richiede pesticidi, fertilizzanti, diserbanti e in generale sostanze chimiche. Questa pianta ha un elevato potere di assorbimento della luce, che viene quindi sottratta alle altre erbe presenti nel terreno, le quali non potranno sopravvivere. In questo modo la canapa libera il terreno da tutte le erbe infestanti meglio di qualunque diserbante. Assorbendo molta luce, inoltre, cresce molto velocemente (in soli tre mesi) e favorisce il risparmio di tempo, denaro ed energia.
  • Oltre alla luce, la canapa assorbe anche metalli pesanti e altri inquinanti, tanto da essere utilizzata per progetti di bonifica dei terreni contaminati. La canapa, quindi, non esaurisce il suolo, ma lo prepara a qualsiasi coltura successiva, aggiungendo materia organica e aiutandolo a mantenere l’umidità. Per questo la canapa è l’ideale per un’agricoltura circolare, che segue i ritmi della natura. Mantenendo l’umidità, inoltre, non necessita di molta acqua. Infine è in grado di assorbire anidride carbonica in quantità particolarmente elevate.

Vestiti e dintorni

  • La Canapa è la pianta più versatile del mondo, tanto che ogni sua parte ha un utilizzo diverso. Sativa, infatti, significa proprio “utile”. Gli steli diventano fibre tessili molto più sostenibili del cotone, che richiede una grande quantità di pesticidi e fertilizzanti. A parità di terreno, inoltre, produce il 250% in più di fibre rispetto al cotone e 600% in più rispetto al lino. La lavorazione delle fibre è poi del tutto meccanica e non prevede l’utilizzo di sostanze chimiche.

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  • Il tessuto derivato dalla canapa è robusto e durevole, tanto che la sua resistenza alla trazione è otto volte maggiore rispetto al cotone. Questo spiega il suo utilizzo in passato per le vele e per le corde. Il tessuto in canapa è ipoallergenico e non irritante per la pelle. Questa caratteristica rende la Canapa Sativa adatta ai tessuti ospedalieri. La canapa è anche ideale in estate poiché protegge dal caldo ed è molto traspirante. Resiste inoltre alla muffa, assorbe l’umidità e, grazie alle sue qualità di riflesso contro i raggi UV, protegge anche dal sole.
  • È un tessuto lavabile a basse temperatura e a mano grazie alle sue naturali caratteristiche anti-batteriche. Di conseguenza favorisce il risparmio energetico, sia idrico che elettrico. Purtroppo la canapa raggrinzisce facilmente ed è abbastanza rigida al tatto. Con l’utilizzo, comunque, si ammorbidisce, ma se non si può sopportare l’idea di un tessuto rigido, si può optare per una miscela, per esempio con cotone organico.
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Fibre di canapa

La carta di Canapa

  • Sempre dallo stelo si ricava la carta. Un ettaro di canapa produce in una stagione l’equivalente quantitativo di cellulosa che quattro ettari di foresta producono in vent’anni. Inoltre produrre la carta dagli alberi richiede metodi di lavorazione molto più inquinanti. La parte della canapa necessaria per produrre la carta è anche molto chiara, tanto che non necessita di processi di sbiancamento che richiedono un largo utilizzo di cloro. La carta di canapa, grazie alle sue caratteristiche, può essere riciclata fino a sette volte, a fronte delle tre della carta comune.
  • Dallo stelo della canapa si può ricavare anche bioplastica, resistente ma soprattutto biodegradabile. La sua produzione è molto più economica ed ecologica rispetto a quella della plastica comune, visto che gli scarti si degradano ad alta velocità. Questa bioplastica è inoltre completamente riciclabile. Queste proprietà hanno permesso di utilizzare la canapa anche nella bioedilizia, per pannelli, mattoni e intonaco con un ottimo potere di isolamento termo-acustico, protezione da microbi e traspirabilità.

Nuove frontiere della pianta di canapa

  • La Canapa è utilizzabile anche come combustibile, diventando un biodiesel. È una soluzione molto sostenibile in quanto bruciare una biomassa non emette gas serra in eccesso. L’emissione di CO2 derivante dalla combustione, infatti, è controbilanciata dall’assorbimento di CO2 da parte della pianta durante la coltivazione.
  • Recenti studi hanno anche sperimentato la produzione di batterie derivante dalla fibra di Canapa. La cellulosa, infatti, può essere trasformata in sottilissime lamine di elettrodi con elevata capacità di trasporto e conservazione di energia.

La canapa in cucina

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Semi di canapa
  • Ma veniamo alla parte più interessante. La Canapa può anche entrare nel nostro regime alimentare, portando gusto e facendo del bene alla nostra salute. I semi di Canapa possono essere utilizzati da soli come guarnizione sulle insalate, ma possono anche essere macinati e diventare farina, per produrre pane ai biscotti. La farina di semi di canapa è senza glutine e ha un altissimo quantitativo di proteine. Cento grammi di pollo ne contengono infatti 23 grammi, mentre 100 grammi di semi di canapa ne contengono ben 29. La canapa è quindi particolarmente indicata per vegetariani e vegani ed è stata anche proposta come rimedio alla carenza di proteine nei paesi in via di sviluppo.
  • Dai semi, però, si ricava anche l’olio, ricco di grassi insaturi. Ha quindi proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, oltre ad attenuare lo stress, l’insonnia e l’ansia. Dà inoltre sollievo anche a malattie del sistema respiratorio come asma e sinusite. L’olio di Canapa è utilizzato anche nella cosmesi per creme e saponi, poiché rende la cute morbida, elastica e levigata, agendo anche da antinfiammatorio per ridurre i sintomi dell’acne.
  • Il fiore, infine, viene utilizzato per infusi e tisane, oli essenziali e medicine e persino per produrre la birra.

Della pianta di canapa non si butta via niente

Della Canapa, insomma, non si butta via niente e anche questo è motivo di risparmio economico e rispetto ambientale poiché, con un’ unica coltivazione di canapa, si possono realizzare un’infinità di prodotti.

Una nota negativa è data dal fatto che la Canapa richiede molta luce e quindi energia elettrica per le coltivazioni “intensive”. L’utilizzo dei LED consente sì di risparmiare, ma non garantisce gli stessi risultati delle luci tradizionali. I tempi di crescita della pianta infatti aumenterebbero e questo non si traduce necessariamente in un risparmio di energia. Comunque, vi sono soluzioni a tutto, come i pannelli isolanti e fotovoltaici.

Gli investimenti nel settore però sono ancora molto scarsi e di conseguenza i costi di produzione molto alti. Per l’abbigliamento, per esempio, i prezzi della canapa sono proibitivi. L’interruzione della sua coltivazione rende difficile il suo rilancio poiché le modalità di coltivazione devono essere ristudiate e i processi di lavorazione riprogettati. Oltre alle difficoltà pratiche, anche sul piano culturale e informativo il nostro Paese ha ancora molta strada da fare.

Quel che è certo, però, è che prima o dopo la Canapa farà il suo ingresso nelle case degli italiani, anche perché il petrolio finirà e cambiare totalmente le nostre abitudini da un giorno all’altro potrebbe essere difficile. Meglio quindi organizzarsi per tempo e, dopo anni di ingiusta reclusione, fare della canapa una nostra fedele alleata.

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