EcoNews: le notizie principali del 21 marzo

Presentato il primo rapporto nazionale sulle foreste nella giornata a loro dedicata

Roma – Il ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo ha presentato oggi nella giornata internazionale delle foreste il rapporto nazionale sul loro stato, condotto dal RaF Italia. Si tratta del primo report nel suo genere, al quale hanno contribuito esperti, enti, istituzioni, amministrazioni e associazioni di vario genere; operanti sull’intero territorio nazionale.

La fotografia che esce dal “Rapporto sullo stato delle foreste e del settore forestale in Italia” non è drammatica, seppure diverse siano le criticità. Le foreste sono cresciute negli anni recenti, tra il 2005 e il 2015, arrivando a coprire oltre un terzo della superficie nazionale. Il dato più positivo è quello riguardante il prelievo legnoso (tra il 18 e il 37%), ben al di sotto della media europea che si attesta tra il 62 e il 67%. Cresce anche l’edilizia del legno per un valore che si aggira attorno ai 700 milioni di euro.

Motivo di preoccupazione sono invece gli incendi boschivi.Seppur in calo a livello di superficie media bruciata, rappresentano ancora un pericolo per le foreste del Belpaese, e la troppo elevata importazione di legname. Gli incendi mettono inoltre a repentaglio la biodiversità e liberano una enorme quantità di carbonio nell’atmosfera, di cui il legno è composto al 50%.

Il rapporto sottolinea poi alcune aree dove è necessario apportare miglioramenti con misure mirate. Tra questi vi sono: la valorizzazione del verde in città, il rapporto tra imprese e addetti operanti nell’ambio (con questi ultimi in calo), e ancora la certificazione forestale su prodotti non legnosi, formazione e sicurezza. In fortissimo calo anche le imprese, gli addetti e il volume di affari nel settore della prima lavorazione del legno. Il rapporto del RaF Italia è ricco di informazioni e spunti, qui il link per il download diretto.

Un’ora a luci spente: l’iniziativa “Earth Hour 2019”

Inoltre vi segnaliamo già che in data 30 marzo si terrà la Earth Hour 2019. Si tratta di una mobilitazione planetaria per dare impulso al dimezzamento dei gas serra entro il 2030, alla lotta al cambiamento climatico e alla salvaguardia della biodiversità. L’idea è quella di spegnere tutte le luci per un’intera ora. Cliccate qui per accedere al sito web dell’iniziativa (hashtag #CONNECT2EARTH) e trovare eventi e manifestazioni nei vostri dintorni.

44 discariche non a norma, Italia condannata dalla Corte. Ciafani (Legambiente): “La soluzione sta nello sviluppo dell’economia circolare”

Bruxelles – Una direttiva del 1999 stabiliva un termine (19 ottobre 2015) per la messa in regola delle discariche. Scaduto il termine massimo in Italia vi erano ancora ben 44 discariche non a norma. Oggi è arrivata la sentenza: Italia condannata.

Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, si dichiara non sorpreso e fa anzi pressione affinché si intervenga al più presto. Solo così si possono infatti evitare nuove salate multe, come già avvenuto in tempi recenti per questioni simili. A suo dire: una volta presi i provvedimenti necessari, la soluzione è una sola e risiede nello sviluppo dell’economia circolare «salutare per l’ambiente, la salute e di beneficio per le casse dello Stato».

L’Italia è ancora molto indietro in questo ambito rispetto a numerosi altri paesi europei. Mancanza di impianti industriali adeguati. «occorre realizzare in Italia mille impianti di ricclo, a partire dal centro sud, iniziando dal trattamento delle frazione organica attraverso il compostaggio e la digestione anaerobica con produzione di biometano da immettere in rete o usare come carburante» conclude Ciafani, che lamenta l’assenza di dibattito sul tema in Italia, nonostante la sua impellenza e indispensabilità.

Pesci morti sulle spiagge romagnole tra Rimini e Riccione: ignota la causa

Sulle spiagge di Rimini, Riccione, Misano e Cattolica si è riversato questa mattina un gran numero di pesci morti, più esattamente cefali. Il cefalo è un tipo di pesce molto comune e molto pescato. Le ragioni attribuite a questa moria sono varie: la più quotata è che i pesci in questione siano stati pescati in quantità superiore a quella necessaria per soddisfare il mercato e per questo ributtati in acqua. Dopodiché la mareggiata iniziata lunedì scorso, potrebbe aver ulteriormente sfiancato i pesci che non sono così riusciti a riprendere il largo. Mareggiata che ha poi riversato i cadaveri sul litorale. L’atto di ributtare i pesci in mare è spesso legato alla volontà di non far abbassare i prezzi del mercato.

Altra ipotesi che esclude l’influsso dell’uomo è quella che vuole che i cefali, nel loro periodo riproduttivo, si siano spinti a riva per accopparsi per poi essere sorpresi dalla mareggiata.

“Puglia, MAI regione di plastica” si terrà domani a Latiano (BR)

Domani 22 marzo presso la sede dell’Autorità portuale di Brindisi si terrà un forum per identificare una strategia comune per limitare l’utilizzo della plastica monouso nella regione adriatica. L’evento è organizzato dall’associazione locale “L’Isola che non c’è”. Saranno coinvolte la Regione Puglia, e enti, organizzazioni, università, associazione ambientaliste, le Asl pugliesi e aziende operanti in vari settori. Tra gli obiettivi vi è quello di sottoscrivere un protocollo d’intesa che prenderà il nome di “No alla plastica”.

La bozza del protocollo include tra le altre cose l’introduzione di rimborsi per il riuso di contenitori di plastica presso esercizi pubblici e commerciali e le perdita della cauzione in caso di mancata restituzione; come già avviene in alcuni paesi come la Germania. L’installazione di ecocompattatori nei punti vendita della grande distribuzione, che svolgeranno anche la funzione di punti di raccolta della plastica.

Parte delle iniziative è poi quella di riconoscere sconti e rimborsi ai singoli cittadini che aiuteranno a non disperdere la plastica nell’ambiente. Incentivandoli così a contribuire alla lotta allo spreco e a sensibilizzarli al problema. Tra le ambizioni vi è inoltre quella di lanciare un progetto per la messa al bando della plastica in tutti i paesi che si affacciano sul mediterraneo.

Domani è di nuovo Fridays for Future

Ci teniamo a ricordarvi che domani, venerdì 22 marzo, si terrà nuovamente la manifestazione Fridays for Future in tutto il mondo. Siete quindi invitati a scendere in piazza e a far sentire la vostra voce perché si affronti di petto il cambiamento climatico e i suoi effetti. Non importa dove vivete o dove vi troviate, l’apporto di tutti è fondamentale. Convincete anche i vostri amici e famigliari a seguirvi. Non fatevi dissuadere dalle questioni di poco conto relative alle lotte interne al movimento sulle pagine social.

Marcia per il clima: anche lo sport popolare si schiera

Oggigiorno il problema del surriscaldamento globale interessa vari ambiti della nostra vita quotidiana. Tra questi, purtroppo, rientra anche quello sportivo che, in teoria, dovrebbe portare soprattutto benefici al corpo umano.
Lo sport mainstream, per chi non lo sapesse, è causa di considerevoli quantità di emissioni inquinanti. Esse, per fare qualche esempio, derivano dalla benzina usata per i vari spostamenti delle squadre e dei tifosi durante le trasferte o per i materiali con cui sono costruiti gli impianti da allenamento e da gioco. Per fortuna, però, c’ è anche un’altra branca, quella dello sport popolare, che cerca di immettere la minor quntità di inquinamento possibile nell’atmosfera.

Sabato 23 marzo 2019 si terrà a Roma una manifestazione nazionale: “ Marcia per il clima e contro le grandi opere ed inutili”, con partenza fissata alle ore 14 presso la centralissima piazza della Repubblica. Per questa occasione alcune realtà dello sport popolare capitolino, ad esempio gli All Reds e l’Atletico San Lorenzo, hanno lanciato un vero e proprio appello per creare uno spezzone legato all’ambito dello sport popolare. Si vorrà fare capire che, oltre all’ambito militante, vi è anche un lato ecologista che rappresenta questo mondo sportivo che cerca di contrastare gli ideali legati al solo profitto e al dio denaro.


Di seguito, riportiamo il comunicato uscito pcohi giorni fa:
“Siamo alcune delle tante realtà che fanno sport popolare, che cercano di promuovere attraverso la pratica sportiva i valori delll’antifascismo, dell’antisessismo e dell’antirazzismo. Proponiamo dei modelli di autogestione in cui gli atleti, non solo praticano la disciplina sportiva, ma attraverso essa cercano di abbattere barriere di classe, di sesso, di razza, barriere culturali e sociali. Spesso ci riappropriamo di spazi abbandonati trasformandoli in spazi occupati, che diventano luoghi dove fare sport, cultura e aggregazione. Rivendichiamo una città con più spazi verdi e luoghi per la cultura. Siamo realtà sportive che tentano ogni giorno dal basso, di rivendicare il diritto allo sport per tutte e tutti, cercando di riempire un vuoto lasciato dalle istituzioni e dallo Stato. Lo sport è sempre più un diritto negato.
Già a scuola è un diritto che non è considerato fruibile a prescindere dalla condizione sociale di provenienza, ma un privilegio ad appannaggio delle classi più abbienti. Così, come in tutti gli altri ambiti della società, anche in quello sportivo il capitale e il profitto privato tentano di gestire le
nostre attività quotidiane: chi non si attiene a precise regole economiche e non produce capitale ha difficoltà ad accedere alle strutture sportive e a partecipare all’assegnazione di queste attraverso i bandi.
Lo sport è ormai speculazione, basti pensare ai grandi eventi sportivi, usati come pretesto per intervenire barbaramente sul territorio, senza un piano urbanistico sostenibile, rivelandosi spreco di soldi pubblici. Corruzione, saccheggio dei territori e speculazione edilizia la fanno da padroni sullo
sport, un diritto del popolo. Scenderemo in piazza a Roma il 23 marzo – insieme ai comitati, alle associazioni e ai movimenti – per fermare le grandi opere inutili e dannose, salvaguardare i territori dai cambiamenti climatici e dal saccheggio dell’uomo.
Diciamo no al sistema delle grandi opere inutili, che come per la questione ambientale, dimostra che il sistema capitalista non è sostenibile.
Non può esserci futuro se il benessere dell’uomo e le necessita collettive non vengono rimesse al centro del dibattito politico e delle rivendicazioni di tutte e tutti”.

Qui il link all’evento

EcoNews: le principali notizie del 20 marzo

Unione dell’energie: 750 milioni di finanziamento stanziati per l’infrastruttura dell’energia pulita

La Commissione europea ha deliberato oggi lo stanziamento di 705 milioni di euro per progetti legati all’infrastruttura dell’energia pulita. Questo investimento dovrebbe promuovere un europea più ecosostenibile e portare benefici considerevoli a tutti i 27 paesi membri. Tale infrastruttura interessa inoltre vari altri punti dell’agenda dell’Unione quali l’aumento della sicurezza energetica, una più ampia scelta di mercato per i consumatori, così come la promozione della crescita economica e i relativi risvolti sul mercato del lavoro. Questo potrebbe essere un primo passo nel rilanciare l’UE a occupare il primo gradino nel podio per quello che riguarda l’energia rinnovabile. Qui il link al comunicato stampa.

Glifosfato: Monsanto colpevole e la Bayer crolla in borsa. Dubbi anche in Europa.

Per la seconda volta un tribunale americano stabilisce che il glifosfato contenuto nell’erbicida Roundup può procurare il cancro. Dopo Dewayne Johnson, anche Edwin Hardeman esce “vincitore” dal tribunale contro la multinazionale, che comunque non molla la presa. La sentenza si è fatta sentire particolarmente sul mercato azionario. Sulla Borsa di Francoforte, le azioni del colosso farmaceutico tedesco hanno subito un calo del 12 per cento, per un totale del 50% dall’acquisto della Monsanto, avvenuto nel giugno 2018.

Distante, ma comunque collegato è il caso del glifosfato in Europa. Le tempistiche prevedono che entro fine anno venga avviato il processo di rinnovo per la licenza di utilizzo dell’erbicida, in scadenza nel 2022. Pochi giorni fa la Commissione aveva comunicato che sono quattro i paesi pronti a decidere sul futuro del pesticida. Francia, Ungheria, Paesi Bassi e Svezia si faranno carico della valutazione, sollevando la Germania dall’incarico. Il gruppo incaricato – che prenderà il nome di Assessment Group on Glyphosate (AGG) – verrà proposto domani in data 21 marzo ai Paesi Membri. Da vedere se la nuova sentenza avrà qualche tipo di ripercussione sul dibattito. A questo link potete controllare gli aggiornamenti sul tema: Glifosfato – Commissione europea (la pagina aggiornata è in inglese).

Auto elettriche: Milano in testa, Italia in coda.

Uno studio promosso anche dal Ministero dell’Ambiente ha stilato una classifica della città virtuose in materia di elettrico; così riporta l’Ansa. Milano è la città che in assoluto offre più possibilità in ambito di mobilità elettrica, ma c’è ancora molto da lavorare. Si contano poco più di 800 auto elettriche private e 32 colonnine di ricarica. Numeri assolutamente insufficienti. D’altra parte però ha dalla sua un progetto ambizioso: 1000 colonnine circa entro il 2020, e, dallo stesso anno, acquisto di soli bus elettrici.

Il secondo gradino del podio spetta a Torino, con 303 colonnine di ricarica e agevolazioni varie (Ztl e parcheggi) per i possessori di auto elettriche o ibride. Entro dicembre i punti di ricarica dovrebbero diventare 564. Bologna bene dal versante auto ibride, con un 2% circa sul totale delle vetture registrate nel capoluogo emiliano. Bene anche il car sharing elettrico dove è previsto un raddoppiamento dei veicoli (attualmente a quota 120). Roma vanta ottimi numeri per il trasporto pubblico (tram, metro, ferrovie regionali e filobus) e punta ad aumentare sostanzialmente le colonnine di ricarica attualmente insufficienti. A Firenze si registra il più alto numero di auto elettriche in relazione alla popolazione. Male il sud che non regge il confronto. Napoli offre incentivi e sgravi fiscali, ma non regge il passo. A Palermo il car sharing elettrico conta 24 vetture (destinato a triplicare), 17 tram, 8 colonnine e 16 punti di ricarica veloce.

Soundscape: collaborazione italo-croata per combattere l’inquinamento acustico nell’Adriatico settentrionale.

L’inquinamento acustico marino è un fattore impattante sulla vita delle specie marine, soprattutto quelle più a rischio. Per questo motivo il progetto Soundscape punta a monitorarlo in maniera sistematica e a mapparlo, così da riuscirne a capire gli effetti. La misurazione sarà possibile grazie a delle boe dotate di idrofoni. La finalità ultima è poi quella di elaborare un piano strategio per l’uso sostenibile delle risorse marine e costiere, a salvaguardia degli ecosistemi presenti nell’area adriatica. Al progetto cofinanziato dall’Unione Europea, collaborano Italia e Croazia, rappresentate rispettivamente da diversi enti e organi. I due capofila sono l’Istituto di Oceanografia e Pesca di Spalato e l’Istituto di Scienze Marine italiano: qui una scheda riassuntiva del progetto.

Al via il progetto “Plastic Free” di Legambiente e NaturaSì

Oggi a Roma è stato presentato Plastic Free, progetto di erogazione d’acqua potabile opportunamente trattata. Il progetto è stato ideato in collaborazione con Legamente e patrocinato dal Ministero dell’Ambiente. L’obiettivo è quello di far cessare la vendita di acqua in bottiglie plastica nei supermercati. In questa ottica NaturaSì ha installato distributori d’acqua in 50 dei suoi punti vendita, per arrivare a 100 entro fine anno. Si calcola che questa misura permetterà di risparmiare quasi 1 milione e 300 mila bottiglie di plastica, con un equivalente riduzione di 190 tonnellate di CO2 nell’atmosfera. NaturaSì è la principale società italiana della grande distribuzione organizzata, attiva nel commercio del biologico.

Askanews ha intervistato il presidente di Legamiente Stefano Ciafani in occasione dell’inaugurazione dell’iniziativa, che ha parlato dell’attuale problema dei rifiuti in mare. Qui il video.

EcoNews: le notizie del 19 marzo

Ispra presenta l’annuario 2018: buone e cattive notizie

L’Ispra (IStituto Nazionale per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha presentato oggi a Roma l’Annuario per l’anno 2018. La notizia più eclatante e di risalto è quella legata alla siccità: il 2017 è stato tra gli anni più secchi dal 1961, secondo solamente al 2001. La precipitazione liquida, ossia la quantità di pioggia caduta, è di ben 22 punti percentuale al disotto della norma. Da notare è anche l’aumento della temperatura media. Il valore in questo caso al disopra della media mondiale di 0.1 gradi centigradi, per un totale di +1.3°.

Altra nota negativa è rappresentata dalla minaccia alla biodiversità in Italia (tra i paesi più biodiversi in Europa). Sono quasi 3200 le specie alloctone, ossia non originarie della penisola, che minacciano la diversità biologica. Il 42% delle specie tutelate dall’UE (Direttiva Habitat) è a rischio. Ad acuire la minaccia concorrono anche la perdita e la degradazione dell’habitat, che mette particolarmente a rischio anfibi e pesci ossei di acqua dolce.

Rilevanti anche i dati riguardanti il dissesto idrogeologico che evidenziano come ci siano oltre 7 milioni di persone che risiedono in aeree a rischio. Le note dalla tendenza positiva del rapporto sono la sostanziale diminuzione di emissioni di gas serra (-17,5% dal 1990), di polveri sottili PM10 (-33,7%) e di ossidi di zolfo, di azoto e di ammoniaca (-66,8%); e il buono stato delle acque costiere di balneazione tra il 2014 e il 2017. Per chi volesse approfondire i dati contenuti nel rapporto Ispra, lo invitiamo a cliccare qui, dove può trovare da scaricare i vari documenti originali.

Siccità: il nord Italia è a un passo dalla crisi

Sempre in tema siccità è critica la situazione del nord Italia. Le riserve idriche a disposizione delle regioni settentrionali della penisola garantiscono solamente un mese. Scaduti i trenta giorni la situazione si farà tragica, influendo aspramente su numerosi settori, primo tra tutti quello agricolo. Le condizioni in cui versa il Po sono disastrose, simili a quelle del 2017, che causarono 2 miliardi di danni all’agricoltura della regione. A rivelarlo è Massimo Gargano, direttore dell’Associazione nazionale dei consorzi per la gestione la tutela del territorio e delle acque irrigue (Anbi). L’unica salvezza a questo punto sarebbe un mese con precipitazioni intense, che potrebbero porre rimedio all’eccezionale siccità del periodo invernale fin qui trascorso. Gargano richiama inoltre l’attenzione sull’assenza quasi totale di neve, fondamentale per il riassestamento di fiumi e laghi dopo i periodi primaverili.

Conte alla Camera: sostegno italiano alla sostenibilità a guida UE

Il Presidente del Consiglio Antonio Conte è intervenuto oggi alla Camera, affermando che l’Italia è pronta a dare il proprio sostegno a un’Unione Europea de-carbonizzata. Secondo Conte accelerare la transizione verso un’Europa più ecosostenibile e che rinuncia ad alimentarsi a carbone potrebbe portare a un aumento del potenziale di crescita. A suo avviso sarebbe necessario un grande piano di investimenti pubblici e finalizzati, che darebbero un forte impulso a quelli privati. A trarne beneficio sarebbe l’intero continente. L’intervento è coerente con quello del Presidente della Repubblica Mattarella di pochi giorni prima, così come affermato a termine del proprio discorso da Conte stesso.

Incendio nel petrolchimico di Houston: a rischio fiamme 13 milioni di barili

Domenica 17 marzo a Houston, in Texas, è divampato un’incendio presso un impianto della Intercontinental Terminals Company. Due giorni dopo, oggi 19 marzo, le autorità fanno sapere che con ogni probabilità ci vorranno altri due giorni per spegnere l’incendio. Nell’impianto sono presenti 13 milioni di barili di materiale petrolifero, estremamente infiammabile. L’impatto ambientale è enorme e van ben oltre la gigantesca, inarrestabile, densissima colonna di fumo dal colore nero corvino. I rischi per la salute delle persone residenti nell’area sono elevati. Ad ardere sono anche sostanze chimiche utilizzate per la lavorazione, lo stoccaggio e il trasporto dei prodotti petroliferi, altamente nocive. Queste se respirate in quantità sufficienti possono causare la morte.

Le autorità hanno dichiarato che non ci sarebbero rischi per la salute. Al massimo prurito agli occhi e difficoltà respiratorie. I valori all’infuori dell’impianto – così affermano – non hanno raggiunto livelli di pericolo. La cosa sembra paradossale. La Intercontinental Terminals Company appartiene alla Mitsui & Co., società controllata del Mitsui Group, una delle corporate più grandi al mondo e attive in ogni settore. Nella frase di apertura, sulla propria homepage, la ITC vanta di aver fornito servizi sicuri e affidabili per oltre quarant’anni: motivo di merito che ormai appartiene al passato.

Lago di Caccamo: identificato scarico industriale abusivo, denunciato il titolare

Durante una regolare perlustrazione nei pressi del lago di Caccamo, nelle Marche, i Carabinieri Forestali di Camerino hanno scoperto un’illecito. Un’azienda il cui impianto si trova a ridosso del lago riversava le proprie acque di rifiuto nel bacino del lago di Caccamo. I militari hanno notato la cosa anche grazia alla formazione di un alone biancastro nelle acque. Il refluo non era in alcun modo pre-trattato, riversando nell’acque del lago un elevato quantitativo di solidi sospesi. Un’eleveta presenza di solidi sospesi mette a repentaglio la sopravvivenza dei pesci. Dopo una verifica è risultato che l’azienda in questione non avevamo mai ricevuto l’autorizzazione necessaria per lo scarico. Il titolare dell’azienda è stato denunciato e rischia ora da 2 mesi a 2 anni di carcere e un’ammenda da 1.500 a 10.000 euro.

Impatto zero: quali soluzioni per la casa

L’elettricità e il gas che supportano le nostre case inquinano, e questo è un dato di fatto. A livello mondiale la percentuale di emissioni derivanti da questo specifico settore si attesta infatti al 24,6%. Nonostante questo il passaggio alle fonti rinnovabili, seppur già iniziato, procede a ritmi troppo bassi. Si parla, infatti, di economie “carbon free” entro il 2040. Un obiettivo che potrebbe sembrare ambizioso, ma secondo gli esperti non abbastanza.

Anche il gas, molto presente nei nostri sistemi di approvvigionamento, per quanto a volte fatto erroneamente passare come fonte sostenibile, inquina. Il metano è infatti un gas climalterante 25 volte più potente della CO2 nonostante non se ne parli molto. Avere una casa a impatto zero è possibile. Ed anche in questo caso le nostre scelte possono fare la differenza: come ci ha infatti insegnato la questione olio di palma, sparito dagli ingredienti della maggior parte dei prodotti che troviamo al supermercato a meno di un mese dallo scoppio della polemica sul web, il mercato esiste per soddisfare i consumatori. Proviamo a mettere in pratica quanto imparato.

Fotovoltaico per l’autoconsumo

Per diventare completamente indipendenti e avere una casa a impatto zero dal punto di vista energetico, un primo possibile step è sicuramente l’installazione di pannelli solari sul tetto della propria casa. Un impianto da 4kwh al momento ha un prezzo di circa 10.000 euro. Il 65% di questa somma è detraibile dalle tasse in 10 anni e il risultante abbattimento della bolletta della luce penserà a fare il resto in termini di ritorno dell’investimento.

Per i più abbienti, abbinare un accumulatore per la casa all’installazione di un impianto fotovoltaico costituirebbe la “ciliegina sulla torta”. I prezzi di questi ultimi sono ancora abbastanza alti ma il trend di diminuzione che hanno subito negli ultimi anni proseguirà. I rivenditori offrono anche finanziamenti sui 10 anni, ed alla fine di questo arco temporale l’impianto si sarà già ripagato da solo da diverso tempo.

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Impatto zero: riscaldamento e non solo

I principali modi di utilizzare il gas in casa sono la caldaia, il riscaldamento ed i fornelli. Per quanto riguarda questi ultimi la soluzione è piuttosto semplice: passare ad un piano cottura ad induzione, alimentato quindi ad energia elettrica. Per quanto riguarda invece caldaia e riscaldamento, considerando che il biometano (unico gas che può essere considerato rinnovabile) difficilmente sarà in grado di coprire tutto il fabbisogno nazionale, la soluzione migliore è sicuramente l’installazione di una pompa di calore a sostituzione della caldaia.

Pompe di calore e i loro vantaggi

Questa tecnologia permette di riscaldare, o raffreddare quando necessario, l’acqua al suo interno grazie all’elettricità, più facilmente reperibile tramite fonti rinnovabili e, se abbinato all’installazione di pannelli solari, porterebbe ad un abbattimento totale dell’impatto ambientale della propria casa. Se il prezzo iniziale può spaventare – tra 5.000 e 6.000 euro al momento – bisogna però considerare la possibilità di detrarre dalle tasse il 65% della spesa con le stesse modalità dei pannelli. Il resto dell’investimento viene facilmente ammortizzato in qualche anno grazie all’abbattimento della bolletta del gas. Spesso, infatti, queste soluzioni vengono vendute con finanziamenti simili a quelli dei sistemi fotovoltaici. Alla fine dei 10 anni il risparmio si sarà già trasformato in guadagno da diverso tempo. Anche in questo caso quindi, sul lungo periodo, la scelta green conviene anche da un punto di vista economico.

Impatto zero ed energia: fornitori di energia elettrica green

Per chi non si potesse permettere di installare tutta questa apparecchiatura ma desidera comunque avere una casa a impatto zero c’è una soluzione. I fornitori di energia green stanno, infatti, mangiando una sempre maggiore fetta di mercato. I prezzi sono infatti simili a quelli della concorrenza, ma l’impatto ambientale è ovviamente molto ridotto.

In ascesa in Italia troviamo i servizi energetici forniti da Sorgenia, Lifegate, Iberdrola e PLT Puregreen. Il passaggio si può effettuare anche online in non più di 10 minuti, servono solo delle vecchie bollette e un conto corrente bancario. Per “i meno tecnologici” si può anche effettuare il passaggio via telefono. In questo modo la vostra casa può diventare più green entro due mesi dalla sottoscrizione del contratto. Per chi non potesse permettersi una pompa di calore Lifegate offre anche un servizio di compensazione di emissioni di CO2 generate dal gas utilizzato grazie a progetti di riforestazione, con un piccolo prezzo aggiuntivo sulla bolletta.

Combustibili fossili: una fine annunciata

Le soluzioni ci sono, e nei prossimi anni l’innovazione in questo settore risulterà in un ulteriore abbattimento dei costi per ognuna di queste alternative. La transizione è tuttavia molto più lenta di come potrebbe essere. I principali produttori di energia poggiano, infatti, su un sistema costruito per i combustibili fossili e preferiscono un cambiamento a velocità ridotta. Ma questo business è destinato a morire a causa della quantità non infinita di tali risorse sul pianeta, oltre che per la sua comprovata insostenibilità.

Si stima infatti che le riserve di petrolio e di uranio finiranno entro 40 anni, quelle di gas entro 60 e quelle di carbone entro 180 anni. Il cambiamento è quindi inevitabile. Sorgono spontanee alcune domande. Perché continuare a finanziare un sistema destinato ad essere soppiantato? Perché non cambiare prima che le conseguenze diventino irreversibili? Ognuno di noi con le proprie scelte può fare la differenza e scegliere da che parte stare. Chiunque può dare il suo contributo.

EcoNews: le notizie del 18 marzo

Trovato corpo di balena con 40 kg di plastica

E successo a Davao City, nelle Filippine. I ricercatori del D’Bone Collector Museum hanno trovato un corpo di una balena senza vita all’inizio del mese ed oggi hanno dichiarato di aver trovato 40 kg di rifiuti di plastica, principalmente nel suo stomaco. Si tratta della più grande quantità di plastica mai trovata all’interno di un animale. Nei prossimi giorni il museo pubblicherà tramite i suoi canali social la lista completa degli oggetti in plastica ritrovati.

Inizia il countdown verso la Marcia per il Clima

Dopo il grande successo delle proteste di Venerdì scorso, che si ripeteranno anche questa settimana nelle località segnalata nel sito di FridaysForFuture, questo Sabato è prevista un’altra manifestazione in difesa dell’ambiente. Il 23 marzo a Roma si terrà infatti il corteo “Marcia per il Clima e Contro le Grandi Opere Inutili”.

Numerose le associazioni che vi prenderanno parte ed il numero di partecipanti sarà nell’ordine delle migliaia di persone. Un weekend a Roma non è mai una cattiva idea. Questo Sabato avete una ragione in più per farlo. Qui il link all’evento Facebook.

Artico – La battaglia per il Grande Nord

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Artico La battaglia per il Grande Nord” è un libro scritto dal giornalista italiano Marzio G. Mian, il cui obiettivo è quello di rendere nota a tutti la guerra fredda che si sta svolgendo silenziosa ai margini del mondo.

Con questo libro, frutto di dieci anni di “esplorazioni giornalistiche”, ho cercato di colmare un vuoto: la cronaca del Nuovo Artico oggi, attraverso le storie di chi lo vive e il racconto delle forze spiegate sul campo nella battaglia per la conquista dell’ultima delle frontiere.

Artico: meno neve e più selfie

Il Nuovo Artico di cui parla Mian è irriconoscibile dal Vecchio, e lo sarà sempre di più. Un’entità che nel passato viveva soltanto nell’immaginario popolare come luogo irraggiungibile e inabitabile se non da mostri o dèi, è diventato oggi una delle più preziose fonti di guadagno del mondo.

Il petrolio che si cela al di sotto di strati ormai non più molto spessi di ghiaccio gioca un ruolo fondamentale. Anche il commercio di pesce è aumentato con lo spostamento di molte specie verso nord, non più timorose del mare freddo di un tempo.

I viaggi che prima erano considerati vere e proprie esplorazioni si sono trasformate in crociere. Le zone desolate, silenziose e per questo di un fascino unico, diventano bellezze un po’ più comuni, dove si moltiplicano i selfie e si dimezza la neve.

La fetta del mondo che paga il prezzo più alto per effetto del cambiamento climatico è anche quella che, per le stesse ragioni, offre immense oportunità di conquista e di potere, nuove rotte marittime commerciali, esotiche destinazioni turistiche, nuove frontiere di sviluppo e di ricchezza.

Scienza, politica, emozione

Le prove e le argomentazioni della sua protesta contro la conquista sconsiderata del Grande Nord sono di vario tipo, dai freddi dati scientifici e politici a elementi di grande intensità emotiva. Mian narra storie crude e strazianti sugli abitanti dell’Artico che coinvolgono il lettore, il quale finalmente sente la verità di cui ha bisogno. Questo luogo a noi apparentemente lontano, nei fatti condiziona la vita sulla terra come nessun altro sul pianeta.

“Quello che succede nell’Artico non rimane nell’Artico” è il mantra degli scienziati.

 

artico

Riscaldamento dell’artico e potere

Per spiegarne il motivo Mian riporta molti dati scientifici, come per esempio il meccanismo di ricambio delle correnti marine nell’Artico che, inceppato dal riscaldamento globale, innesca nel sud del mondo siccità e desertificazione, quindi milioni di profughi climatici. Accanto alla scienza troviamo la complessa e controversa politica che, come Mian ci dimostra, tanto complessa non è. L’obiettivo è uno solo per tutti: il potere. E, quindi, i soldi. Che siano per la Nazione o per loro stessi, saranno sempre il carburante dei politici. La pace nel mondo e l’ambiente sono solo strumenti per raggiungerli. Per esempio, l’ex ministro dell’industria groenlandese Jens-Erik Kirkegaard ha affermato senza peli sulla lingua che

Più i ghiacci si sciolgono, più il nostro Paese sarà sotto i riflettori. Il cambiamento climatico ci fa pubblicità gratis, è sempre più facile attirare capitali.

Molto approfondito anche il caso della Russia, da anni in lotta con il mondo per il dominio di zone che non riesce a gestire se non con la tirannia e la violenza, a danno della popolazione.

[Queste] Contraddizioni non interessano a Putin. Il petrolio e il nikel dell’Artico servono per finanziare gli arsenali e sostenere la sua diplomazia delle cannoniere.

Leggi anche: “Una centrale nucleare galleggiante è in rotta verso l’Artico”

Politiche green di facciata

In questo calderone politico Mian aggiunge anche le nazioni scandinave, che il mondo ammira come esempi virtuosi. Di fatto, però, secondo l’autore userebbero la mobilità elettrica, l’eolico e le altre politiche verdi come maschera per coprire il loro monopolio del petrolio, dal cui sporco e pericoloso mercato ci guadagnano i soldi per loro stessi e per quelle politiche green di facciata.

Scampato pericolo

L’autore arriva anche a sbilanciarsi, forse un po’ troppo, su argomenti non attinenti all’ambiente, come il movimento femminista estremo e la battaglia per il genderless. Con tutta questa carne al fuoco sul finale, Mian rischia di bruciarsi e di rendere non più credibile e non più “apolitico” l’intero libro. Questo però non succede, perché Mian si ferma proprio sulla soglia dell’abisso, evitando la caduta e permettendo al libro di diventare una delle pietre miliari dell’ambientalismo mondiale.

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“La causa è il capitalismo”. Gli USA e l’assenza dal Climate Strike

Tutti, durante il tempo libero, ci siamo imbattuti in quelle compilation divertenti in cui decine di cani colpevoli e consapevoli di esserlo si voltano dall’altra parte mentre il padrone li rimprovera. Ieri gli Stati Uniti si sono comportati allo stesso modo pensando che, voltandosi dall’altra parte, la tempesta fosse presto passata senza troppi intoppi.

Solo un grande silenzio

E così è successo. Solo un grande silenzio da parte dei giornali americani online prima e dopo la giornata di ieri, in cui migliaia di città sono insorte per chiedere ai governi un cambiamento di rotta nelle loro economie (quelle sì) contro-natura. Il più grande e importante giornale degli Stati Uniti, il New York Times non ha nemmeno nominato il ClimateStrike. Il secondo giornale degli USA, il Washington Post, ha dedicato all’evento un piccolo paragrafo in fondo, nella sezione “mondo” (simile alla nostra “esteri”) come fosse qualcosa che non li riguarda, che appartiene al resto del pianeta.

Sul Los Angeles Times, edito in uno dei Paesi più progressisti degli Stati Uniti (per fare un esempio, nel 2018 in California un referendum ha legalizzato il possesso di marijuana a scopo ricreativo), l’articolo si trova in fondo, accanto a una galleria fotografica che mostra un trucchetto per tagliare velocemente un ananas. Il San Francisco Chronicle posiziona il Climate Strike nella colonnina di sinistra, sempre in fondo. Come tutti i giornali locali vuole portare acqua al suo mulino e nel titolo si legge che migliaia di studenti hanno protestato a San Francisco contro l’inazione per i cambiamenti climatici.

Meglio rispetto agli altri, ma a lettori poco informati potrebbe sembrare che sia stato solo un piccolo sciopero di una nicchia ambientalista. Nell’articolo non viene nominato lo sciopero mondiale, non Greta Thunberg, non le migliaia di piazze gremite di persone in tutto il mondo. Invece, si legge questo: duemila studenti (duemila! Soltanto a Milano ne sono stati stimati più di 100 mila), con la benedizione di insegnanti e parenti (fondamentale per tenere a bada questi violenti anarchici) hanno marciato da Mission Street fino a Union Square”. Non un commento, non piccolissimo segno di approvazione, solo una notizia che come tante domani uscirà dal suo ultimo posto nella colonnina di sinistra per far spazio ad altre importanti questioni.

Non puntiamo il dito

E questo silenzio non è stato così assordante. Oggi ho rilevato anche l’assenza di una denuncia aperta da parte degli altri media mondiali. Non è questione di un semplice puntare il dito, di riversare le colpe, di vedere lo spillo nell’occhio degli altri e non la trave nel nostro. Perché le travi responsabili della distruzione del pianeta per come noi lo conosciamo sono due e si trovano una nel nostro occhio, una in quello degli Stati Uniti. L’Europa e gli USA da sole, infatti, sono responsabili del 50% percento delle emissioni mondiali e l’altra metà si divide in tutte le altre nazioni.

Non solo le emissioni

E le emissioni non sono l’unico problema. Gli Stati Uniti sono il più grande produttore mondiale di rifiuti, con 624.700 tonnellate al giorno, ovvero 2,58 kg a persona (1.71 kg il Giappone, 1.79 kg del Regno Unito e 1.92 kg la Francia). Inoltre gli statunitensi sono i più grandi compratori di vestiti della Terra con 37 kg a testa all’anno, seguiti dagli australiani con 27 chili all’anno. E sappiamo tutti che quei capi vengono dai Paesi in via di sviluppo, dove gli occidentali sfruttano la manodopera e le materie prime a basso costo (Qui l’articolo su The True Cost)

Sarà impossibile sopravvivere

La lista potrebbe continuare, ma i dati da soli non servono a molto se i media non li riportano, se nelle scuole non se ne parla, se i politici non prendono soluzioni. Il problema dell’America è, quindi, culturale. Su uno degli innumerevoli cartelli durante gli scioperi in Italia si leggeva: “Il problema è il capitalismo”. Una frase ormai usata e abusata sin dal novecento e fa paura pensare a quanto ancora sia attuale, a quanto ancora faccia effetto.

La cultura capitalista che ha trovato i suoi natali proprio negli Stati Uniti e di cui poi si sono fatti promotori, è incentrata sulla crescita incessante, che vede i soldi non come un mezzo, ma come un fine, che rende il guadagnare fine a se stesso e possibilmente infinito. Ma questa terra infinita non è. Le risorse sono limitate e già in questo momento noi stiamo utilizzando 1,3 pianeti per soddisfare i nostri bisogni. E siamo 7 miliardi di persone. In pochi anni saremo 10 miliardi e allora sarà davvero impossibile sopravvivere. Perché è di questo che si tratta.

Saremo noi a morire

Troppo spesso in questi giorni ho sentito e letto la frase “salviamo il pianeta”. Ma il pianeta sarà l’unico a restare intatto, saremo noi a morire. Noi e tutte le specie viventi, animali e piante. Il “salvare il pianeta”, quindi, significa salvarlo per come è adesso. E, comunque, bisognerebbe chiedere alla Terra cosa davvero vuole. Continuare ad essere di bell’aspetto, colorata, con prati, oceani, foreste e con la musica, l’arte, la poesia, la danza. Oppure vuota e grigia ma, almeno, libera da noi per poter rinascere in futuro. Prendendosi, insomma, una tregua.

Le foto del ClimateStrike in USA

Ora vogliamo comunque rendere omaggio agli studenti americani che hanno sfidato il boicottaggio nazionale e hanno sfilato per le strade delle cittadine americane. Perché, che i media ne parlino o no, anche loro vogliono un futuro migliore. Anzi, vogliono un futuro e basta.

Un grazie particolare alle studentesse di @school_strike_for_climate_LA.

EcoNews: le notizie del 15 marzo

ClimateStrike: il grande giorno è arrivato, e riaccende la speranza

Oggi si è svolta la manifestazione ambientalista più grande della storia del pianeta. Forse il motivo è che non riguarda più soltanto gli ambientalisti, ma tutti noi. Il movimento Fridays For Future guidato da Greta Thunberg ha coinvolto più di cento nazioni, migliaia di città e milioni di persone. La maggior parte di queste erano studenti, il cui futuro è in grave pericolo e per questo hanno pacificamente marciato per un cambiamento veloce e globale.

La notizia è presente in tutti i giornali italiani.

Costa: le prime dichiarazioni sull’assemblea ONU a Nairobi

“Finalmente si lascia l’economia lineare per approdare a quella circolare” ha detto Costa dopo l’assemblea di Nairobi avvenuta ieri, 14 marzo. A quanto dice il ministro dell’ambiente, però, non è abbastanza. Temi quali la deforestazione così come la pulizia dei mari non sono stati presi in seria considerazione. Intanto si dice vicino ai giovani per lo sciopero per il clima. Leggi qui l’articolo ANSA

Climate Strike: la nuova alba dell’ambientalismo

Il movimento ambientalista oggi si è armato di nuova speranza. Il giorno che tutti stavano aspettando, quello dello sciopero globale per il clima, è arrivato e non ha deluso le aspettative. Ragazzi, bambini e adulti. Tutti uniti per quella che si candida prepotentemente ad essere ricordata come la manifestazione ambientalista più grande di tutti i tempi su scala globale. Ancora non si hanno numeri ufficiali, ma le immagini che compaiono sui social da tutto il mondo riempiono il cuore di gioia per chi, nella diffidenza generale, ha portato avanti le battaglie ambientaliste per anni, dovendo subire i giudizi di chi pensava che questa fosse una battaglia persa in partenza.

La situazione rimane critica, ma da oggi arde un nuovo fuoco. Un esercito di giovani, e non solo, etichettati forse troppo in fretta come la generazione dei Social Media e dei Selfie. Sono loro la nuova speranza dell’umanità per sventare una crisi climatica che potrebbe essere l’avvenimento più distruttivo della storia dell’uomo. Sono loro ad aver capito veramente l’urgenza di questo tema. Non c’è crescita economica che regga. Se la terra muore noi moriamo con lei.

L’esercito di Greta

2.083 manifestazioni in 127 paesi. 142 solo in Italia. Un numero di presenze che secondo le prime stime sarà nell’ordine dei milioni. Dati impressionanti se si pensa che, a far nascere tutto questo, è stata una ragazzina di 16 anni che, in un venerdì di agosto, si è seduta da sola di fronte al suo Parlamento con uno slogan scritto a pennarello su un pezzo di cartone. Neanche i più ottimisti avrebbero potuto immaginare, a qualche mese da quella prima timida protesta, la nascita di un fenomeno di portata globale.

Un movimento che non ha interessi economici e che porta con sé la purezza e l’innocenza di ragazzi e bambini preoccupati, a ragion veduta, per il loro futuro. Una generazione che si sente tradita da quella precedente e dalla classe dirigenziale, che ora non potrà più girarsi dall’altra parte. Ora Greta, grazie alla sua determinazione e al suo carisma, è un personaggio di caratura internazionale e, per coerenza ed insindacabile veridicità delle sue affermazioni, rappresenta sicuramente uno dei leader più credibili del panorama mondiale. La sua marcia, assetata di giustizia, sembra inarrestabile.

L’inizio di una rivoluzione green?

Parliamoci chiaro. Prima di oggi la vita di un ambientalista era avara di gioie, eccezion fatta per qualche saltuaria e modesta vittoria. Ma le immagini di oggi, provenienti da ogni angolo del pianeta, trasmettono nuova forza e nuova credibilità ad un movimento che ora non può più essere ignorato, e che in questo giorno epocale si è mostrato più unito ed eterogeneo che mai. A partire da oggi l’ambientalista non è più uno strampalato, ma qualcuno che lotta per difendere il futuro di tutti.

Abbiamo assistito impotenti al galoppare dello sviluppo insostenibile e dei cambiamenti climatici. Abbiamo visto centinaia di allarmi lanciati dagli scienziati più autorevoli del mondo essere ignorati. Per anni siamo stati guardati e compatiti come quelli che combattono una battaglia già persa. “Tanto da solo non puoi farci niente”, ci dicevano. E forse avevano ragione. Ma da oggi, dal 15 marzo 2019, abbiamo una nuova prospettiva. Sappiamo di non essere più soli. Al contrario, siamo molti di più di quanti potessimo sperare. E niente più di questo può dare nuove forze e nuove speranze.

Ricordiamoci di questo giorno, il giorno in cui giovani da tutto il mondo si sono uniti in un unico coro. Ricordiamoci del giorno in cui è iniziato il ’68 di Madre Natura. Perché “il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o meno”. Parola di Greta.