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Qui su L’EcoPost abbiamo ormai recensito vari libri, tutti accomunati dalla tematica ambientale. Realismo Capitalista fa eccezione, in quanto non parla di ambiente; non primariamente per lo meno. Perché parlarne allora? Perché l’ambiente, l’ecologia, la “crisi ambientale”, non sono argomenti indipendenti che possono essere trattati tralasciando il contesto e in particolar modo il sistema che regola quello stesso contesto che chiamiamo realtà.

Mark Fisher, l’autore, definisce infatti il realismo capitalista come un’atmosfera che «pervade e condiziona non solo la produzione culturale ma anche il modo in cui vengono regolati il lavoro e l’educazione, e che agisce come una specie di barriera invisibile che limita tanto il pensiero quanto l’azione». Con la sua disamina tenta perciò di fornire un metodo su come agire raggirando il sistema, che per sua natura incorpora rendendo sterile ogni iniziativa.

Né il mercato né l’autoregolamentazione dei consumatori con le loro scelte d’acquisto, saranno in grado di prevenire la catastrofe ambientale che ci attende. Fisher lo esplicita e qui sotto noi accenniamo al perché. Ma per capire la complessità con la quale ci confrontiamo e scoprire come fare per far sì che i propri sforzi contino, non possiamo che rimandarvi alla lettura di Realismo Capitalista.

La catastrofe ambientale in Realismo Capitalista

Nella sua chiara analisi, Fisher sfiora soltanto la questione ambientale, com’era inevitabile che fosse in uno scritto di queste dimensioni (l’opera consiste di sole 127 pagine). Vi accenna solamente in un paio di passaggi in tutto il libro, eppure, i suoi spunti di riflessione rimangono d’indiscutibile valore per chiunque abbia a cuore il nostro ecosistema. Riportandoli speriamo di trasmettere in minima parte la forza scomoda della sua visione.

La questione ecologica come spiraglio di luce

La prima volta che il lettore s’imbatte nella catastrofe ambientale è mentre l’autore descrive il concetto stesso di realismo capitalista. La catastrofe ambientale viene presentata come uno dei reali attraverso la cui repressione la realtà capitalista si afferma e riesce a imporsi. È in quest’ottica che Fisher riconosce la catastrofe ambientale come una possibile prima strategia contro il realismo capitalista, anche in virtù del fatto che proprio le questioni ecologiche sono uno di quei pochissimi terreni sui quali oggi si combatte politicamente.

Ciononostante non bisogna lasciarsi ingannare, in quanto, per sua stessa natura, il realismo capitalista cerca di appropriarsi della questione ambientale – così come di altre delicate questioni – tentando addirittura di trarne vantaggio. Questo modo di fare è emblematico del funzionamento del capitalismo e testimonia di fatto l’inconciliabilità del capitalismo con qualsiasi nozione di sostenibilità. Infatti il capitalismo stesso si basa sulla concezione che le risorse sono infinite e che il mercato risolverà i suoi stessi problemi. In quanto appena descritto ci si può (e deve) leggere in parte anche una critica ai prodotti “ecosostenibili”, esempio lampante dell’assenza di scrupoli del sistema e dei suoi attori.

Leggi il nostro articolo sulla speranza del fondatore di Patagonia che i consumatori possano cambiare le cose.

La struttura impersonale e la catastrofe ambientale

Il perché Fisher ce lo spiega nel secondo riferimento alla crisi ambientale che troviamo in Realismo Capitalista. Parlando dell’assenza di centro nel Capitale, o quantomeno della sua incapacità di prendersi responsabilità, Fisher riporta l’esempio della raccolta del riciclo dei rifiuti. Affermando infatti che proprio l’assegnazione della responsabilità al singolo individuo, giusta in linea di principio, non ha altro effetto se non quello di deresponsabilizzare l’intero sistema. Utilizzando la proprietà transitiva, diventa così evidente che lo stesso vale per la catastrofe ambientale, di cui ognuno è responsabile e allo stesso tempo nessuno lo è.

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