Crisi climatica: quel che non abbiamo capito

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Poco più di 12 mesi fa, l’ormai celeberrima attivista Greta Thunberg, pronunciò quello che probabilmente è il suo discorso più famoso. Era il 23 settembre dello scorso anno e a New York si stava tenendo il Climate Action Summit 2019. Alcuni passaggi di quell’intervento della giovane attivista hanno fatto il giro del mondo. Il più indimenticabile tra questi, naturalmente, è il noto j’accuse già passato alla storia come “How dare you! Speech“. Thunberg, senza mezze parole, andò dritta al punto e con un’onestà disarmante, oltre che una lucidità tutt’altro che comune per una sedicenne, disse: “Siamo all’inizio di un’estinzione di massa e voi siete capaci di parlare solo di soldi o della favola di un’eterna crescita economica: come osate!”

Il deciso intervento di Greta Thunberg al Climate Summit 2019, in un video del Guardian che riporta i passaggi più importanti, sottotitolato in inglese.

In fatto di crisi climatica, però, poco sembra essere cambiato, nonostante l’intervento di Thunberg venne applaudito e riscosse numerosi consensi, all’epoca. Sono infatti sempre più numerosi i motivi di preoccupazione per gli ambientalisti di tutto il mondo; ragioni che sono – purtroppo – anche aumentate in seguito alla pandemia. Sempre che sia legittimo ragionare già in ottica post-pandemia. A ciò si aggiunge anche la tirannia del tempo, che è sempre meno perché l’orologio non aspetta certo i tempi dei governi, i ritmi della burocrazia e le scuse delle multinazionali.

Come se parlassimo due lingue diverse

Che il sentiero su cui ci siamo già messi conduca verso una catastrofe epocale, è ormai una certezza. Lo scioglimento dei ghiacciai, ad esempio, è sempre più rapido, come abbiamo appreso anche grazie alle immagini provenienti da Helheim, in Groenlandia. Lo scenario è davvero infelice e i governi peggiorano persino questa situazione con la loro lentezza, la loro inettitudine ambientale e, forse, persino l’intenzione di non agire per evitare di scontentare ricchi finanziatori che hanno interessi non esattamente green.

Probabilmente è stata ancora Thunberg, lo scorso agosto, a tratteggiare al meglio l’attuale stato della lotta ai cambiamenti climatici. In una lettera firmata assieme ad altre attiviste che stanno diventando sempre più celebri – Luisa Neubauer, Anuna De Wever e Adelaïde Charlier – la svedese afferma come il mondo sia, nonostante tutto quel che accade, ancora in una fase di sostanziale negazione della crisi climatica.”

Il pensiero di Thunberg e delle sue sostenitrici è piuttosto semplice. Sono almeno trent’anni che la scienza punta il dito contro la responsabilità umana nella crisi ambientale e ci dà soluzioni per uscirne. Non sono però molti quelli in posizioni di potere che stiano facendo qualcosa per raggiungerle quelle soluzioni. E proprio questo è il paradosso del nostro tempo: da una parte ci arrivano sempre più avvertimenti e conferme su quanto stia accadendo, dall’altra questi fenomeni non convincono i governi – e neppure i singoli, troppo spesso – a modificare i loro comportamenti. È come se scienza e politica non si capissero, come se parlassero due lingue diverse.

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Una manifestazione di Extinction Rebellion. Il gruppo ha ben capito quale sia il rischio che l’umanità stia correndo.

Cosa non abbiamo capito della crisi climatica?

La tematica ambientale acquisisce via via sempre più importanza sui giornali e nella quotidianità, diventa notizia e argomento di conversazione, eppure, di fatto, non vediamo decisioni nette. Sempre più testate hanno una sezione clima, che per alcune è anche molto importante, come per il Guardian o il New York Times. L’ambientalismo è di moda in Paesi come gli Stati Uniti, che da Al Gore fino a Leonardo Di Caprio hanno avuto importanti testimonial che si sono spesi per la causa; eppure il loro governo – uscente – ha deciso di tirarsi fuori dall’Accordo di Parigi e continua a ritenere la questione ambientale una montatura quando non proprio una calunnia. Anche al Summit del 2019, con il quale ho aperto l’articolo, gli USA formalmente non parteciparono, fatto salvo per l’apparizione – breve e trascurabile – di Donald Trump durata circa 10 minuti.

Gli States sono responsabili di oltre il 14% delle emissioni globali climalteranti. Joe Biden, presidente eletto, ha promesso che invertirà la rotta. Ci auguriamo sia vero perché ne abbiamo davvero molto bisogno. Occorre che qualcuno dia l’esempio poiché, dicono gli esperti, il problema sarà risolto solo con un’azione collettiva, su ampia scala. In un bell’articolo di Business Insider, Federico Del Prete ha intervistato Federico Grazzini, coautore del volume Fa un pò caldo. Secondo il meteorologo Grazzini, che non è l’unico con questa idea, c’è davvero molto che non abbiamo capito della crisi climatica.

Quella consapevolezza che ci manca

“Credo che alla base ci sia una mancata consapevolezza del nostro ecosistema in generale. Non parlo solo a proposito delle complesse teorie atmosferiche ma proprio riguardo al funzionamento del nostro mondo.” Il libro di Grazzini offre interessanti spunti, pensati per ragazzi ma utili anche agli adulti, sul momento climatico che stiamo vivendo. Il meteorologo descrive la velocissima destabilizzazione atmosferica che caratterizza la nostra contemporaneità, portando risposte utili e a volte anche davvero semplici.

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Le attività umane hanno avuto e stanno ancora avendo un impatto troppo forte sul nostro Pianeta.

Spesso mi sento chiedere se la situazione sia davvero così grave. La risposta purtroppo è sì. Credo che ai media manchi la capacità di mettere assieme tutti i pezzi della crisi climatica. Essa è in fondo davvero complessa da capire, prima che minacciosa. C’è poi un altro aspetto, più immediato. Una società come la nostra, residente soprattutto nelle città, ha perso un importante elemento di autentico contatto con la natura. Ciò ostacola in qualche maniera la comprensione di quel che stia accadendo.” Aggiunge Grazzini.

“Tutti gli indicatori presi in esame, dall’estensione dei ghiacci nell’Artico fino all’aumento delle ondate di calore, sono coerenti. Essi confermano non solo il riscaldamento globale in sé ma anche la notevole accelerazione di questo fenomeno. Una volta sparito tutto il ghiaccio dell’Artico, nel giro di qualche decennio, tempi molto brevi, andiamo incontro ad uno scenario che non conosciamo. Quel che sappiamo è che si tratterà di qualcosa di poco rassicurante. La scienza ha una certa responsabilità. Comunicando con il pubblico generico, lo scienziato si esprime molto spesso in termini dubitativi. L’incertezza associata ad una stima può dare l’impressione che non si sappia cosa succederà ma non è così.”

Pandemia e crisi climatica

Il ragionamento dello scienziato, inevitabilmente, finisce per coinvolgere anche il cambio di scenario dovuto alla crisi sanitaria globale. “Se so che sto andando molto velocemente contro un precipizio, non ho bisogno di trasmettere con precisione in che modo cadrò. Non cambia granché se raggiungerò il burrone in un secondo oppure in tre. Finirò comunque per precipitare, dunque tanto vale che mi concentri su come frenare.” Sono le parole di Grazzini per concludere il pensiero ora riportato. La pandemia che sta tenendo in ostaggio il mondo è legata a doppio filo all’ambiente e all’inquinamento, come abbiamo già scritto sulle pagine de L’EcoPost. Il meteorologo lavora in Pianura Padana, una delle zone più sviluppate e quindi inquinate d’Europa. Non a caso, è una di quelle ove la pandemia si è diffusa massicciamente fin dall’inizio.

“La pandemia offre molti spunti di riflessione sulla priorità che dovrebbe avere la questione ambientale. La Pianura Padana è molto soggetta a fenomeni di ristagno degli inquinanti, dovuti a condizioni tipiche, normali per la zona. Con l’alta pressione, l’aria ristagna a lungo. Dovremmo essere più attenti degli altri a emettere inquinanti, perché viviamo in un punto sfavorito. La crisi climatica prolunga sempre di più questi periodi di alta pressione. Va fatto uno sforzo maggiore per pulire la nostra aria in inverno, così come in estate, quando entrano in ballo altri fattori. Le risposte vanno date subito, adesso.”

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Inquinamento e virus. Quando la catastrofe ambientale si traduce in crisi sanitaria.

“La pandemia ci ha mostrato che quando smettiamo di muoverci in modo sconclusionato l’inquinamento diminuisce sostanzialmente, in Pianura Padana come altrove. Tutti gli elementi ci sembrano voler dire: che vantaggio c’è a continuare a goderci il cosiddetto benessere se poi esso ci toglie la salute?” Conclude Grazzini. La sua intervista è stata riportata in maniera approfondita perché ricca di stimoli. Quel che ci dice, in definitiva, è come la situazione sia piuttosto grave.

Uscire dalla crisi climatica si può?

Nello stesso intervento con cui abbiamo aperto questa riflessione, la cittadina svedese più famosa dei nostri tempi ricordava alla platea come ci siano interi ecosistemi al collasso, anche nel preciso momento in cui leggete queste parole. Hanno già cominciato quelli immersi nei mari e negli oceani, sempre più caldi. In tali ambienti anche l’acidità, oltre all’aumento della temperatura, porta alla devastazione di interi habitat. Non ci vorrà molto prima che i problemi che stiamo riscontrando in acqua si spostino sulla terraferma. Stiamo seriamente correndo il rischio di affrontare una prossima sesta estinzione di massa. A quanto pare, le altre cinque ci hanno insegnato ben poco.

Ondate di calore, seguite da grandi migrazioni si scorgono già all’orizzonte. Un’umanità destabilizzata nell’economia e negli apparati di governo non potrà che cercare una via d’uscita, ovvero una via di fuga dalla sua patria. I rifugiati climatici, assieme a quelli economici in cerca di una vita degna e ai profughi che abbandonano terre in guerra dove le uniche alternativa sono morte o povertà, possono diventare presto una bomba a orologeria, oltre che il primo segno della nostra sconfitta su tutta la linea sul fronte della battaglia climatica.

Si può ancora uscire da questa situazione ma bisogna smettere di parlarne, di scriverne, e cominciare ad agire. Possiamo ridurre la crisi climatica a riscaldamento globale e poi questo a clima regolare, senza più bizze e stranezze. Per farlo, però, dobbiamo ridurre a 0 le nostre emissioni climalteranti. Se i governi non cominciano a prendere provvedimenti, tocca a noi cittadini, individualmente, schierarci in prima linea nella battaglia per l’ambiente. Abbiamo bisogno di un’azione corale, collettiva. Tu che cosa pensi di fare?

Italia: da 10 anni superiamo i livelli limite di inquinamento

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In concomitanza con la fine dell’anno e del decennio arriva, puntuale e severa, la pagella. La Commissione dell’Unione Europea ha rimandato agli anni venturi uno dei suoi studenti meno ligi, l’italia, nelle materie ambientali. Ma abbiamo ancora un buon margine di tempo e, oserei dire, un’ennesima clemente chance prima della bocciatura definitiva. Questa si concretizzerà in una punizione monetaria di cui il Bel Paese non ha affatto bisogno in questo periodo di grande crisi sociale ed economica legata al Covid.

L’Italia e l’inquinamento radioattivo

A fine ottobre la Corte di Giustizia UE ha avviato una procedura di infrazione contro l’Italia in merito alla gestione dei rifiuti radioattivi. Nonostante nel nostro Paese le centrali nucleari siano state definitivamente chiuse nel lontano 1990, l’Italia non ha ancora avviato un programma di gestione degli scarti. Questi sono, di fatto, bombe a orologeria pericolose per l’ambiente e la popolazione, ma la quantità di questi oggetti nel nostro paese è sconcertante.

Secondo l’ ISIN (Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare) in Italia vi sono 30 mila metri cubi di rifiuti nucleari sparsi in 7 regioni. Questi sono solo una parte del quantitativo iniziale in quanto circa il 99% del combustibile esaurito, utilizzato nelle quattro centrali nucleari nazionali dismesse, è stato già inviato in Francia e in Gran Bretagna. Qui verrà riprocessato e solo in un secondo momento tornerà in patria. Sempre l’Isin però avverte che nei prossimi 50 anni i rifiuti nucleari potrebbero raggiungere i 78mila metri cubi. Da biasimare, però, non saranno soltanto i vecchi impianti nucleari in via di smantellamento. 28mila di questi infatti saranno i residui dalla ricerca, della medicina nucleare e dell’industria.

Proprio per arginare la possibilità che si creassero enormi discariche radioattive, nel 2013 è stata emanata una direttiva in merito alla gestione di questi rifiuti. Le Nazioni avevano a disposizione ben due anni per presentare le loro virtuose soluzioni. Il tempo, però, è trascorso e l’Italia, insieme ad Austria e Croazia, ha riconsegnato la verifica in bianco. L’UE ha lasciato a questi Paesi ancora due mesi per rimediare, dopodiché passerà al secondo stadio del richiamo, ovvero quello del “parere motivato”.

Italia oltre i livelli di particolato da più di 10 anni

Il “parere motivato” è invece già arrivato da parte dell’Ue in merito ai livelli di particolato in atmosfera sia pm 2,5 sia pm 10. Per capire più nel dettaglio il significato di queste sigle vi rimandiamo al nostro articolo in merito alle polveri sottili. Quel che è certo è che l’Italia sia uno dei paesi più inquinati d’Europa e, secondo la Commissione, tra il 2008 e il 2017 avrebbe violato il diritto dell’Unione “in maniera sistematica e continuata”. Inoltre “non ha manifestamente adottato, in tempo utile, misure adeguate per garantire il rispetto dei valori limite fissati dalle norme Ue sull’inquinamento dell’aria. 

L’area d’Italia che maggiormente presenta livelli di inquinamento oltre il limite della legalità è la Pianura Padana, con Lombardia e Veneto ai massimi livelli di PM10. Città particolarmente imputate sono MIlano, Brescia e Venezia. Non esenti da una valutazione negativa della qualità dell’aria sono però molte altre regioni tra cui Toscana, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Campania, Marche, Molise, Puglia, Lazio e Sicilia.

Alla luce di dati inconfutabili l’Italia non ha potuto fare altro che far leva “sulla diversità delle fonti d’inquinamento dell’aria, alcune delle quali sarebbero influenzate dalle politiche europee di settore. Oppure ha puntato sulle particolarità topografiche e climatiche di alcune zone interessate come la Pianura Padana, un’area con conformazione “a conca” e quindi poco soggetta al ricambio dell’aria.

Le possibili soluzioni

La procedura di infrazione avviata dalla Commissione Europea è uno dei provvedimenti che mirano alla realizzazione del Green Deal europeo (di cui parliamo qui). Secondo i piani, infatti, l’UE dovrebbe diventare il primo continente a emissioni zero entro il 2050. Un patto che vede favorevole l’attuale ministro dell’ambiente italiano Sergio Costa. Egli infatti non si è lasciato abbattere dagli scarsi risultati ottenuti dall’Italia negli ultimi anni in fatto di inquinamento. Costa ha affermato quanto segue: “Fin dal mio insediamento, nel 2018 ho messo in campo tutti gli strumenti possibili, in accordo con le Regioni, per affrontare il tema della qualità dell’aria”.

“Il decreto legge Clima dello scorso novembre – continua il ministro – ha poi individuato una serie di iniziative, come l’acquisto di scuola bus green per cui abbiamo stanziato 20 milioni in due anni, o la riforestazione urbana, finanziata con 30 milioni. Importante anche il buono mobilità per incentivare una mobilità elettrica e sostenibile nelle grandi città, stanziando a tal fine i proventi delle cosiddette ‘aste verdi’ del Ministero dell’Ambiente”. 

Non sappiamo se questi provvedimenti riusciranno ad allontanare le numerose spade di Damocle che pendono sul nostro paese. L’Italia è infatti il Paese europeo con il numero più alto di procedure aperte (oltre 20) a tema ambiente. Quello che sappiamo, però, è che possiamo contribuire anche nel nostro piccolo alla realizzazione del sogno di un’Europa a emissioni zero e, sopratutto, un’Italia senza più particolato nell’aria. Possiamo, per esempio, attuare questi piccoli accorgimenti:

  • Scegliere, quando possibile, di non utilizzare la macchina per gli spostamenti
  • Sfruttare i servizi di car-sharing o bike-sharing della nostra città
  • Investire in un mezzo di trasporto a emissioni zero (bicicletta, monopattino elettrico, auto elettrica)
  • Utilizzare i mezzi pubblici
  • Usufruire il più possibile dello smart working
  • Evitare (in futuro) i voli aerei
  • Usufruire, se possibile, dei servizi che si trovano nei pressi della nostra abitazione (panificio, cinema, parrucchiere, banca, scuola e lavoro)
  • Ottimizzare il consumo energetico della nostra abitazione
  • Votare politici che abbiano a cuore l’ambiente

ExxonMobil, bugie e inquinamento

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Exxon e Mobil, due storie di successo economico e insuccesso ambientale

La Exxon Mobil Corporation, da tutti chiamata semplicemente ExxonMobil, è un colosso dell’industria estrattiva. Si tratta di una tra le principali aziende petrolifere statunitensi, la quale ha assunto rilevanza mondiale e opera da tempo, con successo, anche sul mercato europeo con il marchio ESSO. La compagnia è nata ufficialmente nel 1999, a seguito della fusione tra la Exxon e la Mobil. Tale merging ha avuto una rilevanza storica nell’economia statunitense poiché ha fuso la Standard Oil Company of New Jersey – progenitrice di Exxon – e la Standard Oil Company of New York – madre di Mobil. Il trust Standard Oil, uno degli attori più potenti a Wall Street, era stato fondato nel 1870 da un mito assoluto nella storia economica, politica e sociale degli States: John Davison Rockefeller, patriarca di una delle famiglie più potenti d’America – e del mondo.

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Dalla fusione in poi, ExxonMobil è diventata una delle big four: le quattro principali compagnie petrolifere mondiali. Il gruppo comprende, in ordine di grandezza, BP, Total, ExxonMobil appunto e il principale ente privato a livello mondiale, Shell. Le quattro sorelle, inutile dirlo ma importante ricordarlo, sono tutte costantemente parte delle prime posizioni nella poco invidiabile classifica raggruppante i principali inquinanti mondiali. Soltanto la ExxonMobil ha prodotto, a partire dal 1965 fino ad oggi – ovvero nel periodo in cui si è cominciato a misurare l’impatto delle aziende – 41,90 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente. Si tratta della quarta società più inquinante del Pianeta, sul periodo di riferimento.

Leggi anche: “Disastro alle Mauritius: in mare mille tonnellate di petrolio.”

Una comunicazione mendace

L’EcoPost è un magazine apertamente schierato dalla parte dell’ambiente e, dunque, è nella nostra deformazione professionale provare una spiccata antipatia per queste multinazionali dell’inquinamento. Certo, deontologicamente dovremmo essere neutrali, a volte però è molto difficile. Quello di ExxonMobil è uno di questi casi.

Il Guardian, testata molto attenta alla questione ambientale, ha recentemente rilanciato una sua inchiesta – datata 2017 – nella quale esaminava la comunicazione aziendale del gigante del petrolio. Com’è noto, si tratta di un tabloid con sede a Londra, stampato in inglese, dunque i loro pezzi sono naturalmente tutti in lingua. Ebbene, in quello specifico approfondimento, due giornalisti hanno preso in esame la storia quarantennale delle comunicazioni aziendali relative al cambiamento climatico. Dall’esame dei report peer-to-peer, ovvero quelli scritti da scienziati per altri scienziati, è risultata una netta discrepanza fra le informazioni di cui l’azienda era in possesso e quelle che esternava ai non addetti ai lavori.

ExxonMobil ha abitualmente piegato e plasmato la verità contenuta negli articoli scientifici e nei dossier interni prodotti dalla scienza e l’ha ripubblicata su media privi della revisione tra pari, come ad esempio sul New York Times. Com’è noto, il celebre quotidiano consente a privati di acquistare pagine sui suoi numeri e riempirle con articoli propri. SI tratta di inserzioni pubblicitarie, ovviamente. È però consuetudine dare a questi advertisements un certo tono, una veste elegante, spacciandoli come fossero articoli di opinione. Non è certo solo ExxonMobil a comportarsi in questo modo; il Times ha molti lettori e i suoi spazi fanno gola a tutte le principali aziende operanti nel mercato statunitense. Tanto prima quanto dopo la fusione, le società del gruppo hanno sistematicamente mentito e fuorviato il pubblico riguardo al cambiamento climatico e alla sua portata.

Bloomberg News e la nuova indagine

A ciò vanno aggiunte le ultime indagini di Bloomberg News, Recentemente, un’inchiesta della divisione ambientale interna al network informativo che fa capo al miliardario Mike Bloomberg, ha portato alla luce nuovo materiale che prova la disonestà del gigante petrolifero. In sostanza, quel che sarebbe emerso dalle indagini è che la compagnia abbia un piano per incrementare la produzione di energia derivante da combustibili fossili. Fin qui, c’è poco da stupirsi, parliamo di persone che svolgono questo mestiere, dopotutto. Non ci meravigliamo del fatto che inseguano anch’essi la crescita infinita, regina del sistema capitalistico, a spese dell’ambiente. Tutte le altre grandi corporation del pianeta fanno lo stesso, in definitiva. Ebbene, l’aggravante è che ExxonMobil stia tenendo tutto nascosto ai propri investitori.

Il piano di crescita aziendale prevede un elevato aumento dell’emissione di diossine. In alcuni documenti interni, scovati dall’insider che ha passato il materiale alla redazione di Bloomberg, si parla di aggiungere al già elevatissimo inquinamento prodotto da EM una quota di emissioni pari a quelle che, annualmente, vengono liberate nell’atmosfera da un Paese delle dimensioni della Grecia. Queste previsioni, però, sono state accuratamente nascoste agli investitori. Non paga, la compagnia ha anche attaccato con veemenza Bloomberg News, accusandola di aver utilizzato dati vecchi, non più aggiornati e imprecisi. Naturalmente, però, poi ha accuratamente evitato di fornire proiezioni più recenti.

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L’ingresso di una raffineria del gruppo ExxonMobil. Foto: New York Times

ExxonMobil in difesa di sé stessa, una storia di buchi nell’acqua

Insomma, dopo la fusione il lupo ha perso il pelo ma non il vizio. Come sottolineano Geoffrey Supran e Naomi Oreskes, autori dell’inchiesta del Guardian, tanto Exxon, quanto Mobil, quanto la ExxonMobil Corp. hanno tutte indistintamente mentito al pubblico.

Dal 2017, anno dell’uscita della prima inchiesta sull’azienda, fino ai giorni nostri, la compagnia ha continuamente cercato di ribattere alle accuse mosse nei suoi confronti. Lo ha fatto dapprima accusando di inattendibilità i due autori dell’inchiesta. Questa mossa, però, ha avuto scarso successo dal momento che Supran e Oreskes sono, rispettivamente, ricercatore e professore associato all’Università di Harvard e si occupano di scienze climatiche da tutta la vita mentre ExxonMobil è… beh, una compagnia petrolifera.

Incuranti dell’accaduto, i piani alti aziendali hanno deciso di pubblicare un report che smentisse quanto affermato dai due luminari. Peccato però che il loro studio sia stato finanziato in toto dalla stessa ExxonMobil e non abbia ricevuto alcuna peer – review. Anche questo documento è in lingua e non è mai stato tradotto. Con tale report la compagnia ha voluto non tanto accusare di falsità la comunità scientifica, bensì denunciare il fatto che quel loro studio sia stato rifiutato da essa. In realtà, la prassi degli scienziati è, da sempre, quella di accettare solo ricerche che vengano verificate tra colleghi.

Quel che interessa alla corporation, comunque, non è tanto passare da vincitrice nell’eventuale dibattito su quanto ExxonMobil inquini, poiché è un dato di fatto che sia un’azienda nociva. Già soltanto riuscire a creare dei dubbi, a mettere in discussione l’attendibilità di quanto detto dagli esperti e riuscire a fuggire dall’occhio del ciclone sarebbe una vittoria per la compagnia. Solo il dar vita al dibattito sarebbe un trionfo per ExxonMobil.

Le bugie del sistema petrolio

L’industria del petrolio ha interesse a mantenere quanto più pulita possibile la propria coscienza. Per farlo non ha che un’arma: negare o comunque depotenziare le argomentazioni sul cambiamento climatico. Le parole usate dai giganti del petrolio sono sempre le solite. Si sta portando avanti una battaglia politica. Gli scienziati pubblicano risultati fabbricati ad hoc. C’è interesse ad attaccare l’industria tradizionale dell’energia. Facciamo attenzione a non mangiare la foglia. ExxonMobil, le sue tre sorelle e l’intero indotto del fossile restano il principale nemico nella lotta per il Pianeta. Le inchieste del Guardian e di Bloomberg News ce lo ricordano una volta in più.

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Leggi anche: “La plastica dei Paesi sviluppati invade l’Africa”

La plastica dei Paesi sviluppati invade l’Africa

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https://anchor.fm/lecopost/episodes/Dove-finisce-la-plastica-che-non-riusciamo-a-riciclare-eldla3

Negli anni ’70 la plastica, una meraviglia della tecnologia al tempo, era considerata un materiale rivoluzionario. Questo derivato del petrolio rappresentava il materiale del futuro. La sua duttilità, la sua possibilità di acquisire qualsiasi forma e contenere pressoché qualunque materiale fecero gioire i chimici all’epoca, convinti di aver trovato la chiave di volta, la quintessenza della loro ricerca, il prodotto che avrebbe accompagnato l’umanità per il resto della sua esistenza. Cinque decenni fa, a nessuno interessava la questione ambientale. Non ci si curava troppo di che cosa avrebbe significato dover smaltire tutta quella plastica che iniziava ad invadere il mercato.

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Dove finisce la nostra plastica?

I Paesi ricchi, il cosiddetto Occidente sviluppato, non è in grado di riciclare la maggior parte della sua plastica. Molto semplicemente, ne produce troppa. Il riciclo del materiale è un processo lungo e complicato: esso prevede che la plastica venga pulita, smistata, triturata, trasformata in piccoli pezzettini denominati flakes (fiocchi, in inglese) i quali saranno in seguito convertiti in nuovi prodotti. Ammesso che questo processo venga seguito alla lettera e il materiale sia riciclato come si deve, ogni singola fase di questo processo degrada la qualità del polimero. La plastica non è vetro, non si può riciclare all’infinito. Già fin dal primo passaggio del suo riciclo, essa si deteriora notevolmente.

Per i Paesi ricchi è molto più semplice, economico e rapido, evitare di riciclare la propria plastica. Molti Stati, infatti, non cominciano neppure il processo di riciclo, soprattutto nel caso delle plastiche più dure e difficilmente riconvertibili. Si preferisce bruciare i rifiuti o, in maniera ancor più comoda, spostarli semplicemente da un luogo ad un altro. La maggior parte della plastica prodotta dove si sta bene, finisce dove si sta male, spesso sotto forma di conditio sine qua non inserita all’interno di accordi commerciali tra occidentali e Paesi in via di sviluppo.

Leggi anche: “Isola di plastica. Cos’è? Dov’è? Come si forma?

L’incognita della responsabilità

Negli Stati Uniti si produce la maggior quantità di plastica nel mondo. Il loro primato potrebbe essere presto superato da alcune economie emergenti ma, diversamente da quanto accade negli USA, la Cina sta pensando di bandire completamente la plastica monouso. Il primo passo è stato l’abolizione dei sacchetti non biodegradabili. Entro la fine del 2020 saranno messi al bando in tutte le principali città del gigante orientale. Entro il termine del 2022 si stima che non ne circoleranno più. Negli States sono più indietro. Recentemente si è aperto un dibattito: chi è il responsabile dell’inquinamento dovuto a materie plastiche?

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Il fabbisogno di plastica per ogni Stato europeo. Tabella: Polimerica

Il Partito Democratico americano spinge per incolpare le aziende produttrici. La proposta dem contempla la creazione di un programma nazionale di vuoti a rendere, l’eliminazione di numerosi prodotti monouso non necessari già a partire dal 2022 e la sospensione temporanea della pianificazione ed edificazione di nuovi impianti per la produzione di plastica. Nel disegno di legge presentato si prevedono anche controlli atti a verificare che i rifiuti di questo materiale prodotti negli USA non siano spediti in altri Paesi. La strada per l’approvazione di questa proposta è tutta in salita. Ci troviamo in America e le corporation tengono la politica imbavagliata, come spesso accade.

Matt Seaholm lavora presso la Plastic Industry Association. Si tratta dell’associazione statunitense rappresentante di tutte le aziende del settore. Seaholm dirige la divisione che ha il compito di impedire divieti all’utilizzo delle plastiche. Come ogni lobby, anche quella dei produttori statunitensi di questo inquinante polimero è legata stretta alle alte sfere della politica. Non solo la PIA ha sempre negato ogni responsabilità dell’industria nella produzione dei rifiuti, essa è anche passata all’attacco in seguito alla presentazione della proposta che abbiamo ora descritto e lo ha fatto con Seaholm in prima linea.

Guerra allo shopper riutilizzabile

Nei peggiori momenti della pandemia, sono usciti numerosi articoli – non esattamente inattaccabili dal punto di vista scientifico – nei quali si affermava che le buste della spesa riutilizzabili erano un veicolo di contagio da nuovo coronavirus. Quasi tutti questi articoli riportavano gli studi del ricercatore Ryan Sinclair, autore di tre studi relativi all’argomento. I dettagli delle sue ricerche possono essere consultati sull’Internazionale numero 1379, importante fonte per questo articolo. Questi approfondimenti di Sinclair sono stati finanziati dall’American Chemistry Council – chiaramente di parte – e dai californiani di Environmental Safety Alliance. Segretario di quest’ultimo gruppo è un ex lobbista della NRA, la potentissima lobby delle armi, convinto che le leggi civili dovrebbero basarsi su quanto scritto nella Bibbia. Un simile personaggio deve essere sicuramente un luminare della questione ambientale.

In realtà, l’ultimo di questi studi è piuttosto chiaro nell’affermare che qualunque rischio di eventuali contagi legati al riuso di sacchetti per la spesa si può contrastare lavando mani e shopper. Eppure, l’industria della plastica non ha desistito, continuando ad usare questo materiale per rilanciare la necessità di utilizzare sacchetti di plastica monouso. A loro dire, naturalmente, essi sono molto più sicuri.

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L’opportunismo degli industriali non ha scalfito le decisioni già prese in numerosi Paesi volte a limitare consumo e produzione di plastica. Questa è una buona notizia ma ci dimostra, una volta in più, come il sistema economico in cui viviamo sia del tutto disinteressato a salvare il nostro Pianeta, se per farlo deve andare contro i propri interessi.

Le rigide normative africane

Il continente nero, giovane e attento alla tematica ambientale ben più dell’occidente, è quello dove sono state approvate le normative più severe. Il Senegal ha già messo al bando le tazze in plastica monouso e l’acqua in sacchetti di plastica – metodo di trasporto molto diffuso in uno Stato dove l’acqua è oro. In Kenya già dal 2017 sono stati vietati gli shopper usa e getta, i quali fino a 3 anni fa volavano per strada, intasavano le falde acquifere e restavano appesi agli alberi. Nairobi ha inoltre vietato l’introduzione di plastiche monouso, comprese le bottiglie di plastica, nei parchi nazionali e nelle aree protette.

Nel 2018 si era parlato di estendere questo divieto sull’intera superficie nazionale ma poi non se n’è fatto nulla. Come mai? Perché le multinazionali dei soft drinks hanno battuto i pugni sul tavolo. Coca Cola, Unilever e Kenya Association of Manufacturers si sono issate in difesa del polietilene tereftalato (PET), con il quale si fanno le bottigliette.

Le strategie dei giganti della plastica

Dati i prezzi particolarmente bassi a seguito del crollo del costo del petrolio, è ora molto più conveniente produrre involucri in plastica piuttosto che in vetro. Le aziende appena citate hanno creato la PETCO, società ad hoc che si dovrebbe occupare di riciclare la plastica per le aziende che l’hanno istituita. Il condizionale resta d’obbligo dal momento che nel 2019 il consorzio ha stanziato la miseria di 385.400 dollari di sussidi per incentivare il riciclo in Kenya. Si tratta di noccioline se consideriamo che due dei tre componenti della PETCO sono parte delle magnifiche 5, le multinazionali che fatturano più dei PIL di molti Stati e, di fatto, hanno in mano le sorti del mondo trainandone l’economia.

Naturalmente, la scelta di presentare questo consorzio come un ente paladino del riciclo non è che parte di una strategia adottata a livello globale dall’industria della plastica. Gli addetti ai lavori del settore, infatti, hanno da tempo preso di mira i Paesi più poveri come luoghi di stoccaggio dei loro rifiuti.

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Prospettive del consumo della plastica nei prossimi 15 anni. Elaborazione: Polimerica

Porto anche l’esempio della Alliance to end plastic waste, creata l’anno scorso da BASF, Exxon Mobil e altre aziende tra le principali produttrici di plastica. Questa alleanza si è impegnata a finanziare con 1,5 miliardi di dollari tutte le operazioni necessarie ad impedire l’accumulo di rifiuti plastici nell’ambiente. La cifra, a un profano, potrebbe sembrare elevata; in realtà però si tratta di appena l’1% della cifra che si stima sia necessaria per ripulire gli oceani dalla plastica che li soffoca. L’industria non ha alcuna intenzione di riciclare, vuole semplicemente mettersi in buona luce. Il loro business è per definizione nemico dell’ambiente.

Un sistema alimentato a bugie

Non sono affatto pochi gli attivisti che, in Africa, si stanno battendo contro i soprusi delle multinazionali che riempiono di plastica le loro discariche. Ovviamente però, un pugno di ambientalisti proveniente da Paesi in via di sviluppo può abbastanza poco contro un’azienda come Coca Cola o contro le sue alleate Nestlé e Unilever. A chiunque si batta davvero per l’eliminazione dalla plastica, le operazioni di facciata delle grande produttrici infiammano i nervi.

Secondo David Azoulay, direttore del programma di salute ambientale presso il Center for International Environmental Law a Ginevra, le iniziative presentate nel pragrafo precedente non sono altro se non “soldi investiti per poter continuare ad inquinare. È come se il nostro vicino ci pagasse un dollaro per contribuire alla pulizia del giardino ma poi vi riversasse 250 dollari di spazzatura. Nessuno accetterebbe un simile patto.”

Sullo stesso piano di questo ragionamento esemplificativo dobbiamo metterne un altro, questa volta purtroppo reale.

Donald Trump e la plastica

Anche l’amministrazione Trump, notoriamente ben più interessata all’economia che all’ecologia, si trovò costretta ad occuparsi di plastica. Lo scorso novembre, sull’ondata dell’indignazione mondiale per i rifiuti in plastica, Rick Perry, dimissionario segretario all’energia, nell’annunciare un’iniziativa presidenziale per preservare la pulizia dei corsi d’acqua nazionale dalla plastica, snocciolò ai giornalisti una delle favole più amate dall’industria della plastica a stelle e strisce. “Nel mondo contiamo otto fiumi che trasportano, da soli, il 90% dei rifiuti plastici negli oceani. Nessuno di questi è americano.” Disse in quell’occasione l’allora segretario.

Il dato è corretto. Dieci corsi d’acqua trasportano una percentuale del carico globale di questi rifiuti che si attesta intorno al 90% in mare. Otto sono collocati in Asia e due in Africa. Perry non si è inventato nulla. Ce lo dice la rivista specialistica Environmental Science and Technology, in uno studio del 2017. Quel chel’ex segretario ha omesso è che la maggior parte di quella plastica non proviene dagli Stati lambiti da quei fiumi. Quasi tutta è di provenienza nordamericana o europea.

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Stando ai dati di Environmental Sciences Europe, risalenti al 2019, negli ultimi 30 anni i Paesi ricchi hanno esportato oltre 172 milioni di tonnellate di plastica. Questi rifiuti sono stati fatti sbarcare in 33 diversi Stati africani. Il valore della plastica spostata nel continente nero ammonterebbe a 285 miliardi di dollari. La maggior parte di questo materiale è costituto da bottiglie e bottigliette. Le etichette su di esse riportano spesso il logo di Coca Cola o Pepsi. Le origini del problema della plastica in Africa, non sono affatto locali. Il più recente trattato tra USA e Kenya, il quale mira a spostare altre navi di plastica sull’Atlantico, è stato definito dall’amministrazione Trump. E dalla lobby del petrolio che tiene il Presidente al guinzaglio, naturalmente.

Il nocciolo della questione

I paesi in via di sviluppo trovano difficoltà a smaltire la loro spazzatura. Spesso non hanno a disposizione infrastrutture in grado di gestire correttamente il pattume prodotto nei grandi nuclei urbani, ove gli abitanti si riversano per cercare un lavoro che nelle campagne non li consentirebbe di vivere con dignità. Le capitali di questi Stati sono spesso giganti insaziabili, sempre più vaste e popolate. Ciò porta gentrificazione, ciò porta consumo di suolo – ne abbiamo parlato in altre occasioni – ciò produce inevitabilmente rifiuti. Incuranti di ciò gli Stati Uniti – soprattutto, ma anche numerosi altri Paesi sviluppati – riversano su questi territori enormi quantità di rifiuti aggiuntivi. Spesso e volentieri, questa immondizia è composta da quella più difficile da smaltire: plastiche dure e particolarmente ingombranti, polimeri trattati e rinforzati in laboratorio per trasportare farmaci e altri materiali delicati, spesso tossici.

Come riciclare correttamente la plastica. Video: PET – Recycling Svizzera

La tratta – perché di essa si tratta – di rifiuti dai Paesi ricchi a quelli poveri è definita commercio globale dei rifiuti. Essa ha però ben poco delle consuete caratteristiche del commercio. Il valore della plastica di scarto è infimo, tanto che molte aziende vengono pagate per riceverla. I rifiuti spediti lontano in questo modo vengono etichettati come riciclati nelle statistiche degli Stati che li cedono; spesso e volentieri, però, chi li riceve, incapace di riciclare l’intera mole della spazzatura che riceve, finisce per incenerirla o lasciarla a marcire nelle discariche.

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La geopolitica della plastica

I Paesi in via di sviluppo non sono affatto contenti di ricevere tutta questa plastica e questo meccanismo corre il rischio di dare avvio ad un domino pericoloso. La plastica potrebbe dare avvio ad una guerra mondiale dei rifiuti, nella quale i ricchi spediscono ai poveri i loro rifiuti e i poveri li rimbalzano a chi è ancor più povero, e alla fine nessuno si occupa dello smaltimento del rifiuto. Il termine smaltimento non è impiegato a caso, perché di fronte a queste dinamiche dobbiamo chiederci se il riciclo sia, in effetti, davvero la soluzione migliore. L’arma più efficace per vincere la guerra alla plastica, non è questa. Occorre ridurre l’impiego del materiale piuttosto che incentivarne il consumo nascondendo la polvere sotto il tappeto del riciclo.

La plastica è una componente particolarmente significativa all’interno della più vasta questione ambientale. C’è un accordo internazionale, firmato a Ginevra, il quale dovrebbe impedire lo smercio incontrollato del materiale in altri Paesi. Gli USA non hanno ratificato il trattato, ma anche chi quella convenzione l’ha firmata, sembra curarsene molto poco. L’infatuazione dell’umanità per la plastica, nata due generazioni fa quando il polimero sembrava il quinto elemento della tecnica, una sorta di equazione divina discesa sull’uomo per consentirgli di creare qualunque cosa potesse pensare con questo materiale, ci ha mostrato anche la faccia più oscura della sua medaglia. La plastica è ovunque, spesso invisibile eppure ugualmente inquinante. La questione del rifiuto plastico e della sua gestione potrebbe minare la geopolitica dei prossimi anni e decenni. SI Stima che occorreranno ancora diversi lustri, prima che l’industria cominci effettivamente a declinare.

Auto elettrica: è legge l’incentivo alla trasformazione

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https://anchor.fm/lecopost/episodes/Al-via-gli-incentivi-per-trasformare-la-propria-auto-in-un-veicolo-elettrico-el1lbb

Le automobili sono il mezzo di trasporto più diffuso al mondo. Da quando Henry Ford decise di “creare cavalli più veloci” l’auto si è diffusa a macchia d’olio in tutto il pianeta, diventando ben più di un veicolo. La macchina simboleggia l’età adulta, è uno status symbol, rispecchia l’agiatezza del suo guidatore e, secondo numerosi psicologi, è un simbolo di potenza e vuole addirittura intimidire, in molti casi. Al di là di tutto questo, ad ogni modo, è anche un potente inquinante. I motori termici, infatti, originano emissioni nocive all’ambiente. Per tal motivo, ormai da tempo, si parla di auto pulite, alimentate a energia elettrica o ad idrogeno. All’interno del decreto agosto, approvato in Senato dalla commissione bilancio per la conversione in legge, sono stati previsti incentivi destinati all’auto elettrica.

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I dettagli dell’emendamento

Il decreto agosto è quello nel quale è stato messo nero su bianco il Superbonus al 110%. La proposta, giunta alle approvazioni finali, stanzia 25 miliardi per il rilancio economico del Paese e lo fa puntando in maniera convinta e decisa sulla green economy. All’interno del testo troviamo anche un incentivo rivolto a chiunque voglia convertire un veicolo ad alimentazione termica in un modello di auto elettrica.

Il primo firmatario è Daniele Pesco (M5S) e la proposta prevede un importante contributo, pari al 60% del costo della riqualificazione da motore termico ad elettrico. Il massimo contributo possibile, comunque, sarà 3500 euro. Il contributo potrà essere richiesto fino al 31 dicembre 2021. In aggiunta a questo incentivo sull’acquisto ne è stato previsto uno anche sulle spese relative alle imposte di bollo necessarie per l’iscrizione dell’auto elettrica al PRA, il pubblico registro delle automobili. Ciò significa che si può ottenere uno sconto importante anche su trascrizione e bollo, oltre che sull’atto di acquisto.

Leggi anche: “Ecobonus: cos’è e come funziona il superbonus al 110% del decreto rilancio?”

La conversione in auto elettrica

Entriamo ora nel merito ed esaminiamo che cosa sia la conversione di una vecchia auto in modello elettrico. Quanto costa l’operazione e in che cosa consiste esattamente? In estrema sintesi, occorre togliere il motore a scoppio e montare l’elettrico alla frizione, tramite giunto. In realtà, dal punto di vista della meccanica un’ auto elettrica potrebbe anche fare a meno di cambio e frizione. D’altra parte, però, attaccare il propulsore agli assi comporterebbe costi troppo esosi. Bisognerebbe infatti utilizzare appositi componenti meccanici; per tal motivo, solitamente cambio e frizione sono mantenuti.

Dopo aver collocato il motore pulito, occorre allocare anche il pacco batterie. Di norma esse vanno collocate nel bagagliaio oppure in luogo del serbatoio della benzina o del gasolio. È poi necessaria l’implementazione di una elettronica di controllo dedicata per gestire le batterie ed ottimizzarne la durata. Uno scoglio arcigno da superare, quando si tratta di auto elettriche, è proprio quello dell’accumulatore, della batteria. Esse possono essere molto costose e c’è l’annosa questione del loro smaltimento a fine vita. Ultimamente sono stati fatti importanti passi avanti a questo riguardo.

Il riciclo della batteria

Dobbiamo ricordare che la presenza di motore elettrico non significa sostenibilità totale. Può sembrare contraddittorio parlare di inquinamento legato a motori puliti, soprattutto quando siamo abituati alle ben più elevate emissioni dei motori termici. Per quanto riguarda le batterie, però, dobbiamo tenere a mente che esse sono composte di litio, nichel, manganese e cobalto. Questi elementi devono essere smaltiti con processi che non siano dannosi per l’ambiente. Inoltre, poi, l’energia con la quale alimentiamo la vettura deve provenire da sorgenti rinnovabili, altrimenti il guadagno dovuto alla propulsione elettrica in sé sarà cancellato. La batteria di un’auto elettrica ha durata pari a 8 – 10 anni oppure ad una percorrenza di 160mila chilometri. Per il futuro si prevedono durate maggiori ma, al momento, la vita di un accumulatore ecologico ha questa aspettativa.

Ad oggi il riciclo del litio sfrutta la pirolisi. Tale processo causa la fusione dei diversi metalli, consentendone il riutilizzo. Il risultato si ottiene grazie alle altissime temperature prodotte nel corso del processo le quali, naturalmente, liberano nell’atmosfera gas tossici di scarto, causa di inquinamento. Non ogni componente della batteria può essere recuperato. Non abbiamo problemi a riusare il nichel e il cobalto, una volta fusi; eppure nessuno è ancora in grado di riciclare la cosiddetta black mass. Essa è la componente attiva della batteria, contenente un miscuglio di minerali rari.

Numerose aziende nordeuropee, coadiuvate da alcune case produttrici di automobili, stanno sviluppando tecnologie e processi per riciclare e riutilizzare integralmente gli accumulatori elettrici. Una ditta finlandese, la statale Fortum, afferma di poter riciclare oltre l’80% dei componenti di una batteria agli ioni di litio. Tale risultato si otterrebbe grazie ad un processo idrometallurgico diverso – e meno impattante – della pirolisi. SI vuole giungere, quanto prima possibile, al riciclo del 100 % dei componenti della batteria elettrica.

https://www.youtube.com/watch?v=fdRg-gxXbl8
Approfondimento sulle batterie dell’auto elettrica di Marco Montemagno

I costi della trasformazione in auto elettrica

Quanto può costare la trasformazione di una vettura con propulsione termica in auto elettrica? L’esborso dipende dal modello del veicolo e dalla sua cilindrata. In linea di massima, convertire una Fiat Panda potrebbe costare sensibilmente meno di 10.000 euro, soprattutto nel caso delle motorizzazioni meno potenti. La media dei costi, però, è ben più alta. Consideriamo una simile operazione potrebbe facilmente attestarsi su una spesa intorno ai 20.000 euro. A fronte di questo esborso, naturalmente, i 3.500 euro di incentivo appaiono come ben poca cosa. Per tal motivo potrebbe essere più conveniente approfittare di altri incentivi per l’elettrico, come ad esempio quelli proposti dalle stesse case produttrici, le quali sovente supervalutano l’usato e incentivano l’acquisto di un motore ibrido o pulito al 100%.

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Ad ogni modo, il mercato delle auto elettriche è in rapida evoluzione e le informazioni riportate nell’articolo sono naturalmente soggette a variazione. Il futuro della mobilità in fondo è questo. Se vogliamo inseguire la sostenibilità non possiamo trascurare i trasporti.

Disastro ambientale in Russia: ecosistema marino a rischio

E’ in corso un disastro ambientale in Russia, l’ennesimo. La penisola di Kamchatka, nell’estremo oriente russo, è protagonista di un dramma ecosistemico di grande portata; nelle ultime due settimane enormi quantità di biomassa marina sono state rinvenute lungo alcune spiagge della penisola. Greenpeace, scienziati ed il comitato investigativo della Russia stanno cercando di fare chiarezza su quanto sta avvenendo.

A fine settembre i primi problemi

I primi a dare l’allarme sono stati i surfisti e gli abitanti del luogo, che dopo essere entrati in acqua hanno subito una perdita temporanea della vista. Il medico ha diagnosticato ai molti la bruciatura della cornea; inoltre le persone hanno avvertito un senso di debolezza, nausea e mal di gola. Raccontano che il sapore dell’acqua in quei giorni era insolito, non salato, ma amaro.

Ciò che ha sbigottito di più è stato il cambiamento nel colore dell’acqua dell’oceano ma, soprattutto, la comparsa di echinodermi bentonici ed altri animali marini morti. Studi iniziali su campioni di acque costiere indicano la presenza nel mare di un inquinante di consistenza simile all’olio industriale.

Leggi anche il nostro articolo: “La rinascita di una discarica nel segno dell’architettura sostenibile”

Foto e video che ritraevano il disastro ambientale in Russia hanno invaso le piattaforme sociali di tutto il mondo: cavalloni di schiuma giallastra, stelle marine, granchi, foche e polpi, ammassati sulla sabbia delle principali spiagge della penisola.

Greenpeace Russia è stata una delle prime a denunciare l’accaduto, inviando sul posto scienziati ed esperti per cercare di fare chiarezza attraverso azioni concrete. Gli scienziati hanno prelevato campioni di sabbia, di acqua alla foce dei fiumi e in mare aperto, oltre che dalle carcasse rinvenute.

Attualmente è in corso un’indagine penale, avviata ai sensi della parte 2 dell’art. 247, parte 2 dell’art. 252 del codice penale della Federazione Russa (violazione delle norme per la circolazione di sostanze e rifiuti pericolosi per l’ambiente; inquinamento dell’ambiente marino).

Le varie ipotesi del disastro ambientale

Si ritiene che le creature marine rinvenute sulle spiagge siano state vittime di una fuoriuscita di sostanze tossiche nell’Oceano Pacifico, ma la causa ufficiale del disastro ambientale in Russia non è stata ancora stabilita.

Alcuni esperti hanno suggerito che carburante per missili altamente tossico potrebbe essere fuoriuscito in mare. Il primo sito di test, Radygino, dista circa 10 km dall’oceano ed è stato utilizzato per alcune esercitazioni nel mese di agosto.

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Vladimir Burkanov, un biologo specializzato in foche, in un commento pubblicato dal quotidiano Novaya Gazeta, ha suggerito che i vecchi depositi di carburante per missili conservati a Radygino potrebbero essersi arrugginiti e il carburante colato nel terreno, per poi finire in mare.

Il biologo Vladimir Rakov, capo del laboratorio di ecotossicologia marina dell’Istituto oceanologico del Pacifico (sezione dell’Estremo Oriente dell’Accademia delle scienze russa), in un’intervista afferma che la morte degli animali marini non è causata dalla fioritura di microalghe tossiche:

“La fioritura di microalghe tossiche nelle acque fredde della Kamchatka è estremamente rara. Inoltre, solo alcune specie marine sarebbero morte. Probabilmente qui c’è un veleno più forte “.

Una caratteristica distintiva di ciò che sta accadendo ora è la massiccia morte di animali bentonici (cioè dei fondali); mentre la superficie dell’oceano sembra essere in discrete condizioni. Non vi è la presenza di carcasse di grandi mammiferi marini e gli stock ittici sembrano stabili. Animali lenti come stelle marine e ricci non hanno avuto la possibilità di spostarsi tempestivamente.

Il sito di Kozelskyè, utilizzato per seppellire sostanze tossiche e pesticidi ormai da quarant’anni; è situato alle pendici di un vulcano, collegato a sua volta con un sistema di laghi e paludi, non lontano dall’Oceano. Greenpeace ha diffuso immagini satellitari che mostrano come la fonte di inquinamento potrebbe presumibilmente essere riconducibile al fiume Nalycheva. Sulla riva di quest’ultimo infatti c’è una discarica di pesticidi di cui si hanno pochissime informazioni.

Greenpeace sul posto per fare chiarezza

Greenpeace parla di disastro ambientale in Russia.

Il 4 ottobre, il team russo di Greenpeace è andato in spedizione in Kamchatka per registrare l’inquinamento dell’area costiera di Khalaktyrsky e delle baie vicine. Al momento, gli attivisti sono riusciti a ispezionare le baie a sud di Petropavlovsk-Kamchatsky, tra cui Vilyuchinskaya, Salvation, Bezymyannaya e altre.

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Greenpeace ha registrato l’inquinamento in diversi punti, uno dei quali si sta spostando a sud della penisola di Kamchatka, verso il South Kamchatka Wildlife Refuge, patrimonio mondiale dell’UNESCO “Vulcani della Kamchatka”.

Dopo un controllo preliminare, le autorità locali hanno riferito che i campioni di acqua sono risultati 4 volte superiori per i prodotti petroliferi e 2,5 volte per il fenolo. In relazione al grave inquinamento, sono già stati avviati diversi procedimenti penali.

Greenpeace ha ricevuto e analizzato immagini satellitari nell’area della spiaggia di Khalaktyrsky e delle baie adiacenti. Da ciò sono riusciti a capire le tempistiche dell’inquinamento: dal 1 al 3 settembre, l’area sembrava normale. La foto dell’8 settembre mostra che si sono formate strisce fangose ​​vicino al punto in cui il fiume Nalycheva sfocia nella baia. Probabilmente, come conseguenza dello spostamento del suolo dopo forti piogge. Inoltre, potrebbero essere fuoriuscite sostanze pericolose dal fiume; è in questi giorni che i surfisti hanno i primi segni di avvelenamento. 

Il 30 settembre e il 1 ottobre le macchie sono chiaramente visibili nell’acqua, è più torbida. Il 2 ottobre, un numero enorme di carcasse viene trovato sulla riva. Il 5 ottobre, Greenpeace è già sul posto, registrando una grande quantità di schiuma nell’acqua. 

Testimonianze

“Abbiamo prelevato campioni, cercato animali morti ed eseguito immersioni di rilevamento del benthos. I nostri risultati hanno mostrato che la condizione dei mammiferi marini e degli uccelli è normale. Tuttavia, durante le immersioni, abbiamo scoperto che a profondità comprese tra 10 e 15 metri c’è una massiccia morte di benthos: il 95% è deceduto. Alcuni grossi pesci, gamberetti e granchi sono sopravvissuti, ma in numero molto ridotto “

“Dopo l’immersione, posso confermare che c’è un disastro ambientale. L’ecosistema è stato minato in modo significativo e ciò avrà conseguenze piuttosto a lungo termine, poiché tutto in natura è interconnesso.”


Il fotografo subacqueo Alexander Korobok, che ha preso parte alla spedizione, ha riferito che durante le immersioni a Salvation Bay, ha avuto un’ustione mucosa.

“I migliori scienziati sono venuti in Kamchatka. Pertanto, al fine di stabilire la fonte di ciò che sta accadendo, è importante continuare la ricerca. Ed è importante per noi stabilire la ragione tecnologica o biologica di ciò che sta accadendo. Attualmente vediamo le conseguenze, ma non capiamo ancora la causa”

ha detto Vladimir Solodov .
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Conseguenze drammatiche

La portata del disastro non farà che aumentare, poiché anche quelle specie di animali che si nutrono di benthos moriranno: l’approvvigionamento alimentare è stato distrutto. 
In tutti i luoghi visitati dalla spedizione sono stati prelevati campioni, che saranno trasferiti per la ricerca nei laboratori di Vladivostok e Mosca.

La costa della baia di Vilyuchinskaya è il territorio dei vulcani della Kamchatka, patrimonio dell’umanità. È su questo sito che nidificano uccelli rari, in particolare l’aquila di mare di Steller, elencata nei libri rossi internazionali e russi. L’aquila vive solo lì: sulla costa del Mare di Okhotsk, lungo le rive delle penisole di Kamchatka e Chukotka. 

Fino al 40% della popolazione di aquile che vive nel parco naturale nidifica nella baia di Vilyuchinskaya.

Leggi anche il nostro articolo: “In Africa si sta progettando l’oleodotto più lungo del mondo”

Questi uccelli si nutrono principalmente di pesci di grandi dimensioni, quindi l’inquinamento dell’oceano può portarli alla morte o ad abbandonare i nidi. 

Elefanti morti in Botswana, mistero risolto?

https://anchor.fm/lecopost/episodes/Le-cause-dei-330-elefanti-morti-in-Botswana-ekcntj

Durante il mese di maggio, in Botswana, vennero rinvenute alcune carcasse di elefante, le quali a fine luglio raggiunsero quota 281. L’ipotesi di bracconaggio è stata smentita dal dipartimento della fauna selvatica e dei parchi nazionali; Oggi, a distanza di qualche mese, con le analisi alla mano il mistero sembrerebbe risolto. O quasi. L’unica certezza è che gli elefanti morti siano ormai 330.

I primi decessi a maggio 2020

Il Botswana è un paese dell’Africa meridionale definito dal deserto del Kalahari e dal delta dell’Okavango; e proprio lungo le rive di quest’ultimo si sta consumando, da maggio, un dramma ancora irrisolto.

Le carcasse dei primi mammiferi rinvenuti non furono denunciate immediatamente, ma si aspettò il mese di luglio, quando le morti avevano sfiorato il picco dei 280 casi. Il Botswana ospita circa 13.000 esemplari di pachidermi, più di qualunque altro Paese africano ed ancora stupisce la poca prontezza nell’intervento.

Le morti degli elefanti in Botswana potrebbero essere (indirettamente) legate all’uomo.
Crediti: National Park Rescue

A denunciare le morti sono stati i volontari e ricercatori di Elephants Without Borders (EWB), i quali studiano i modelli migratori, il comportamento e l’ecologia degli elefanti, della fauna selvatica e dei loro habitat.

Il recupero della popolazione di elefanti nel Botswana ha portato ad una crescente preoccupazione su come gestire questa grande popolazione. Alcune persone sono preoccupate che gli elefanti si siano ripresi in numero maggiore di quello che l’ambiente può sostenere, e c’è una notevole preoccupazione per l’aumento del conflitto uomo-elefante.

In principio, proprio quest’ultimo venne ipotizzato come causa di morte; ma si resero conto che sui corpi degli elefanti morti vi era ancora la presenza di zampe e zanne. Quegli animali non erano stati toccati dall’uomo.

Nuove ipotesi di morte: i cianobatteri

La specie è classificata come vulnerabile nella Lista Rossa della IUCN e ciò ha creato non poche pressioni al Governo da parte della comunità scientifica e da quella ambientalista. Sono stati condotti dei test e delle analisi sulle carcasse, suolo e acque limitrofe al luogo del decesso.

I test sono stati effettuati in laboratori specializzati in Sudafrica, nello Zimbabwe e in Canada. Sarebbe emerso che nelle pozze vicine ai corpi e dentro questi ultimi ci fosse la presenza di cianobatteri, i quali sono in grado di produrre tossine, dette cianotossine, che possono appartenere alla categoria delle neurotossine.

Crediti: National Park Rescue

Le autorità del Botswana sostengono che stanno indagando meticolosamente. Ma non sono state in grado di escludere né avvelenamenti né malattie. Il modo in cui gli animali muoiono  – molti cadono di muso – e gli avvistamenti di altri elefanti che camminano in cerchio indicano qualcosa che potenzialmente attacca i loro sistemi neurologici.

Le carcasse mostrano che erano caduti mentre camminavano, proprio sul loro sterno, il che è molto insolito. Finora non sembra esserci alcun segno chiaro del motivo. Quando accade qualcosa del genere è allarmante. Sono rimaste coinvolte tutte le età e sesso. Diversi elefanti vivi sembravano essere deboli, letargici ed emaciati, con alcuni che mostravano segni di disorientamento, difficoltà a camminare o zoppicare. Abbiamo osservato un elefante camminare in cerchio, incapace di cambiare direzione sebbene incoraggiato da altri membri del branco.

Afferma l’EWB.

Anche la causa antropica per ora rimane esclusa perché le popolazioni locali non hanno più accesso ai veleni convenzionali, come il cianuro e l’antrace, spiega Hervé Fritz, ricercatore del CNRS e direttore del laboratorio di ricerca internazionale Rehabs a Port-Elizabeth (Sud Africa). Questi veleni hanno anche l’effetto collaterale di avvelenare gli spazzini, come gli avvoltoi. 

Tuttavia, in Botswana, non è stato osservato alcun danno collaterale.

Forti dubbi da parte della comunità scientifica

Perchè i batteri hanno colpito solo gli elefanti?

Sappiamo che l’elefante, ad esempio, è l’unico animale che beve sotto la superficie dell’acqua. E laddove la profondità è una sfida, mostra chiaramente la possibilità che la specie sia in grado di aspirare il limo, che è proprio dove si trova la crescita dei cianobatteri. Tuttavia, abbiamo ancora molte domande a cui rispondere, come perché solo gli elefanti e perché solo quella zona. Abbiamo una serie di ipotesi su cui stiamo indagando.

Dottor Mmadi Reuben, il capo ufficiale veterinario del Dipartimento della fauna selvatica e dei parchi nazionali del Botswana.

L’unica cosa che gli elefanti fanno rispetto alle altre specie è che vanno a cercare i raccolti nei campi degli agricoltori. Se questi emettessero del veleno, gli elefanti di tutte le età accumulerebbero quella tossina e poi tornerebbero alle loro pozze d’acqua. Questo è almeno, se non più probabile, di questi cianobatteri come causa di morte.

Leggi il nostro articolo: “Energia pulita: che lezione dall’Oceania”

Spero che ciò che il governo ha detto sia vero, perché per testare i campioni di tessuto, devono essere conservati in condizioni specifiche e trasportati rapidamente a laboratori specializzati; ma ciò non è accaduto in Botswana, il che ha alimentato la speculazione sulle potenziali cause. Solo perché i cianobatteri sono presenti nell’acqua ciò non dimostra che gli elefanti siano morti per l’esposizione a quelle tossine. Senza buoni campioni di elefanti morti, tutte le ipotesi sono proprio questo: ipotesi.

Dott.Niall McCann, direttore della conservazione presso l’ente di beneficenza con sede nel Regno Unito National Park Rescue.

Le morti degli elefanti sono da additare all’uomo?

Se non si smentisse l’ipotesi del cianobatteri, l’uomo sarebbe comunque coinvolto in questo dramma.

Il cambiamento climatico sta aumentando sia l’intensità che la gravità delle fioriture algali dannose, rendendo più probabile il ripetersi di questo problema. L’aumentare sempre maggiore delle temperature dell’acqua rende favorevoli le condizioni di proliferazione.

Leggi il nostro articolo: “Trump e gli incendi: “Non credo che la scienza sappia”

Il Governo farà monitorare le pozze d’acqua per le fioriture nella prossima stagione delle piogge per evitare un’altra moria.

Distruzione dei mari: una scelta consapevole e pericolosa

L’oceano: la grande distesa blu dove la vita ebbe inizio, lo specchio d’acqua attraverso il quale civiltà differenti si sono incontrate e sviluppate. Al giorno d’oggi sembra che l’uomo abbia dimenticato il ruolo fondamentale che gli oceani ricoprono per la propria esistenza, apprestandosi sempre più a deturparne la bellezza e gli equilibri. Cerchiamo di fare chiarezza sulla repentina distruzione dei mari e del ruolo antropico in questa tragedia.

Impatto antropico sui mari del mondo

Dobbiamo riconoscerlo: non abbiamo saputo custodire il Pianeta con responsabilità. La situazione ambientale, a livello globale così come in molti luoghi specifici, non si può considerare soddisfacente. Tra questi luoghi vi è proprio il grande Blu.

La popolazione umana sta crescendo in maniera esponenziale, ciò si traduce in una maggiore necessità di spazi e, soprattutto, di risorse. Una buona percentuale di queste ultime proviene proprio dai mari.

La pesca eccessiva, spesso praticata utilizzando reti da pesca non idonee, sta portando ad un impoverimento ecosistemico, con conseguenze future senza precedenti. L’immissione di sostanze tossiche attraverso le acque reflue o lo sversamento di petrolio nei mari. Queste sono solo alcune delle terribili cause che stanno portando i mari del Pianeta al collasso.

Sotto il segno del mercurio

Le attività antropiche, come i processi industriali e minerari-estrattivi, nel tempo hanno contribuito all’aumento delle concentrazioni di mercurio (Hg) negli oceani ed alla distruzione dei mari.

Uno dei drammi legati a questo elemento, si è consumato sull’isola di Bouganville (Papua Nuova Guinea) nel 1963, per mano della Rio Tinto Zinc, uno dei giganti del settore minerario.

Quando ottenne da parte del governo coloniale australiano la licenza per poter iniziare le operazioni di estrazione sull’isola, l’amministrazione stabilì l’utilizzo momentaneo della valle del fiume Jaba, dove vennero scaricati rifiuti altamente nocivi, compresi cianuri e metalli pesanti derivanti dal processo di concentrazione di rame e di oro.

La distruzione dei mari passa anche attraverso lo sversamento in acqua di sostanze come il mercurio.

Questi scarichi nel sistema fluviale distrussero gran parte della vita marina dell’estuario.

Leggi il nostro articolo: “Sotto il segno del mercurio: il futuro degli oceani”

Quest’area del letto del fiume, abitata dalla tribù dei Nasioi, divenne priva di pesce e la diffusione di acque sotterranee inquinate in terreni non compensati non permise l’utilizzo agricolo di questi ultimi e quindi il conseguente sostentamento della popolazione. I problemi locali s’intensificarono ulteriormente dinanzi gli evidenti danni ambientali causati dall’incessante sfruttamento della miniera da parte della compagnia australiana.

Le tonnellate di acidi generati dall’attività mineraria hanno ucciso i fiumi Jaba e Kawerong, che rappresentavano una risorsa di acqua e di cibo per migliaia di persone. Tutta l’area attorno a questi fiumi appare come un paesaggio abbandonato.

La plastica soffoca i mari

L’inquinamento da plastica è diventato uno dei problemi ambientali più urgenti, a causa del rapido aumento della produzione di materiale usa e getta che travolge la capacità del mondo di affrontarli. L’inquinamento da plastica è maggiormente visibile nei Paesi in via di sviluppo, dove i sistemi di raccolta dei rifiuti sono spesso inefficienti o inesistenti.

Le comodità offerte dalla plastica, tuttavia, hanno portato ad una cultura dello scarto che rivela il lato oscuro del materiale stesso. Ad oggi, le plastiche monouso rappresentano il 40% della plastica prodotta ogni anno. Molti di questi prodotti, come i sacchetti di plastica e gli involucri per alimenti, durano da pochi minuti a poche ore, ma possono persistere nell’ambiente per centinaia di anni.

Leggi il nostro articolo: “Isola di plastica. Cos’è? Dov’è? Come si forma?”

Ogni anno, circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica finiscono negli oceani. È l’equivalente di mettere cinque sacchi della spazzatura pieni su ogni piede di costa in tutto il mondo.

Sull’isola di Henderson gli scienziati hanno trovato oggetti di plastica provenienti da Russia, Stati Uniti, Europa, Sud America, Giappone e Cina; trasportati nel Pacifico dal vortice del Pacifico meridionale, una corrente oceanica circolare.

Entro il 2050, la plastica negli oceani supererà i pesci, secondo quanto prevede una relazione della Ellen MacArthur Foundation, in collaborazione con il World Economic Forum. La distruzione dei mari passa anche da qui.

Una volta in mare, la luce del sole, il vento e l’azione delle onde scompongono i rifiuti di plastica in piccole particelle. Queste “microplastiche” si diffondono in tutta la colonna d’acqua in ogni angolo del globo, dal Monte Everest, la vetta più alta, alla Fossa delle Marianne , la depressione più profonda.

Milioni di animali vengono uccisi dalla plastica ogni anno, dagli uccelli ai pesci ad altri organismi marini. Si sa che quasi 700 specie, comprese quelle in via di estinzione, sono state colpite dalla plastica.

Foche, balene , tartarughe e altri animali rimangono strangolati dalle plastiche del nostro quotidiano o impigliati in attrezzi da pesca abbandonati (come le ghost nets). Sono state trovate microplastiche in più di 100 specie acquatiche, tra cui pesci, gamberi e cozze destinati alla nostra tavola.

L’overfishing ed il bycatch depauperano i mari

Con la crescita della popolazione umana è aumentato anche lo sfruttamento dell’ambiente. Inoltre, i nostri metodi di pesca e raccolta di risorse sono diventati sempre più efficienti, portando alla scomparsa di molti animali di grandi dimensioni e alla creazione di ambienti marini insolitamente “vuoti”.

L’overfishing ne è un esempio. Con questo termine si intende il fenomeno della sovrappesca, ovvero quando avviene la rimozione di una specie dall’ambiente ad una velocità che la stessa non può sostenere attraverso il reclutamento, con il risultato di un declinano numerico.

La pressione di pesca è cresciuta in maniera così elevata nel tempo da determinare il sovrasfruttamento di quasi la totalità degli stock delle principali specie commerciali. La biomassa di queste specie è fortemente ridotta e l’eccesso di mortalità da pesca fa sì che un numero insufficiente di individui riesca ogni anno a raggiungere l’età di riproduzione.

Il fenomeno del bycatch comporta la cattura “involontaria” di organismi assieme alla specie ricercata durante l’attività di pesca, specialmente se vengono usate reti come quelle a strascico (non selettive). La distruzione dei mari passa anche da qui.
Credits: Beatrice Martini

Molti vertebrati ed invertebrati marini vengono pescati in modo accidentale durante le operazioni di pesca. Vengono feriti o muoiono durante tale processo, un fenomeno chiamato bycatch.

Un altro effetto legato all’overfishin è un cambiamento drastico e innaturale nella struttura in classi di età delle popolazioni ittiche, dominate da individui in età giovanili e riproduttori di piccola taglia, mentre si riduce la proporzione di individui di età avanzata, cioè dei grandi riproduttori.

Perchè l’industria della pesca possa avere un successo a lungo termine è importante che essa sia ben organizzata. Che stabilisca quote di prelievo ben precise e che monitori continuamente lo stato della risorsa. La situazione del Mediterraneo è al collasso a causa dell’assenza di regolamentazioni razionali e dell’incapacità di far osservare le poche leggi esistenti.

Inquinamento ed eutrofizzazione dei mari

L’inquinamento delle acque ha conseguenze negative sulle persone, gli animali ed interi ecosistemi. Gli oceani sono spesso usati come scarichi all’aperto per rifiuti industriali e liquami urbani.

Un’altra fonte di inquinamento in crescita lungo le aree costiere è lo scarico di nutrienti e composti chimici derivanti dagli allevamenti di gamberetti e salmone. Gli inquinanti scaricati in acqua possono diffondersi rapidamente e su vasta scala a causa della presenza di forti correnti.

Alcune sostanze minerali che solitamente sono essenziali per la vita di piante ed animali possono divenire tossiche se presenti ad elevate concentrazioni. Tra queste vi sono i nitrati ed i fosfati, derivati dai fertilizzanti usati massivamente in agricoltura, dai liquami degli scarichi urbani o dai processi industriali: grandi quantità di queste sostanze innescano il fenomeno di eutrofizzazione.

La piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, la quale causò un disastro ecologico di cui ancora oggi molti ecosistemi ne pagano le conseguenze; a risentirne, anche la stessa pesca locale. La distruzione dei mari passa anche da episodi come questo.

La concentrazione di tali elementi porta ad abnormi crescite di fitoplancton sulla superficie del mare (ma anche di laghi e stagni), creando strati talmente spessi da oscurare la colonna d’acqua. Ciò impedisce alle specie vegetali di fare fotosintesi (e dunque di produrre ossigeno) impedendo la crescita di altre piante, esse stesse fonte di cibo.

Lo strato ad un certo punto degenera, muore e sprofonda; in risposta a tutta questa materia organica morta, alcuni batteri e funghi decompositori si riproducono più rapidamente (condizioni ottimali) consumando tutto l’ossigeno presente sul fondale e generando un’ambiente anossico tutto attorno, portando alla morte di molti esemplari.

Le alghe che si generano vanno poi spesso a ricoprire le barriere coralline, portandole alla morte, necessitando queste ultime di acque limpide. La comunità biologica ne risulta impoverita e semplificata; una sorta di “zona morta” popolata solo da quelle specie adattate all’acqua inquinata ed a bassi livelli di ossigeno.

Un altro grosso elemento di distruzione dei mari è il petrolio. Il greggio ha un peso specifico minore dell’acqua, per cui inizialmente forma una pellicola impermeabile sopra la superficie del mare, causando evidenti danni fisici e tossici diretti alla macrofauna. La successiva precipitazione sul fondale replica l’effetto sugli organismi bentonici. La bonifica dell’ambiente danneggiato richiede mesi o anni.

Il disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon ha causato lo sversamento di petrolio nelle acque del Golfo del Messico in seguito a un incidente riguardante il Pozzo Macondo che si trova a oltre 1.500 m di profondità. Lo sversamento è iniziato il 20 aprile 2010 ed è terminato 106 giorni più tardi. È il disastro ambientale più grave della storia americana.

Massacro di specie a rischio

Uno dei dibattiti più accesi circa lo sfruttamento delle specie a rischio riguarda la caccia alle balene ed il shark finning.

Dopo aver constatato che la caccia aveva drasticamente ridotto le popolazioni di molte specie, nel 1986 un’apposita commissione internazionale (International Whale Commission) finalmente vietò ogni forma di prelievo.

Malgrado ciò alcune specie, come la balenottera azzurra e la balena franca boreale, rimangono oggi a livelli di densità di gran lunga inferiori a quelli precedenti l’inizio della caccia.

Leggi anche il nostro articolo: “Estinzione: a rischio orsi polari e squali”

La lentezza con cui le popolazioni di alcune specie stanno tornando ad accrescersi potrebbe esser dovuta alla continua caccia illegale e pseudo-legale. Infatti, nonostante il divieto imposto dagli accordi internazionali, il Giappone continua a prelevare migliaia di esemplari di alcune specie di balena; giustificando l’operazione con l’apparente necessità di raccolta di maggiori informazioni scientifiche per poter stabilire lo stato delle loro popolazioni.

Il finning è una pratica brutale quanto inutile. Questa consiste nella rimozione delle pinne dagli squali, ributtando il corpo ancora in vita direttamente nell’oceano. Incapaci di nuotare in modo efficace, gli squali muoiono per soffocamento (devono stare in continuo movimento per ossigenare le branchie) o mangiati da altri predatori.

La rimozione di predatori apicali all’interno degli ecosistemi marini porta a disastrosi effetti top-down che si ripercuotono su tutta la catena trofica. Il finning è aumentato dal ’97 per la crescente domanda di pinne per la zuppa e per le cure tradizionali, in particolare in Cina.

L’Ecopost consiglia: alcune letture

Noi di Ecopost teniamo molto all’informazione del singolo. Qui di seguito riportiamo alcuni titoli che vi potranno avvicinare ancora di più alle tematiche trattate nell’articolo.

  • Mariasole Bianco, “Pianeta oceano. La nostra vita dipende dal mare”
  • Charles Moore, “L’oceano di plastica”
  • Filippo Solibello, “Spam. Stop plastica a mare”
  • Nicolò Carnimeo, “Come è profondo il mare”
  • Franco Borgogno, “Un mare di plastica”
  • Frank Schätzing, “Il mondo d’acqua”

L’ambiente minacciato: in Sri Lanka sfiorata la tragedia

https://anchor.fm/lecopost/episodes/Tragedia-sfiorata-in-Sri-Lanka-a-fuoco-una-nave-con-270-mila-tonnellate-di-petrolio-ej9vna

A solo un mese e mezzo di distanza dal disastro ambientale che ha colpito le Mauritius, una nuova tragedia ha rischiato di consumarsi, questa volta, in Sri Lanka. Una petroliera, battente bandiera Panamense, che trasportava 270mila tonnellate di petrolio è rimasta coinvolta in un incendio. Stavolta l’uomo è riuscito risparmiare l’ambiente dall’ennesima marea nera; l’ultima parola agli esperti.

La dinamica dell’accaduto

Intorno alle 8 del 3 settembre nella sala macchine principale della New Diamond è divampato un incendio, a seguito dell’esplosione di una caldaia.

La petroliera, che navigava a 38 miglia nautiche al largo di Sangamankanda Point (ad est dello Sri Lanka), trasportava 270.000 tonnellate di petrolio dal porto di Meena Al Ahmadi in Kuwait al porto di Paradip in India.

Crediti: Sri Lankan Air Force Media

La Marina, l’Air Force, l’Autorità portuale dello Sri Lanka e la Marina e la Guardia costiera indiana hanno lavorato insieme per contenere l’incendio; mentre alcune navi hanno perimetrato l’area, nell’eventualità di una fuoriuscita di petrolio.

Leggi anche il nostro articolo: “Alluvioni estive, la nuova normalità italiana”

Necessario un intervento aereo e navale per poter raffreddare i fianchi della nave e l’utilizzo di acqua e sacchi di polvere chimica secca (DCP), i quali hanno fornito risultati positivi nel soffocare le fiamme a bordo. Un rimorchiatore ha trainato la nave a largo mentre il fuoco veniva domato.

Salvi i 21 membri dell’equipaggio; anche le condizioni di salute del terzo ufficiale di ingegneria della nave, ricoverato all’ospedale Kalmunai dopo aver subito delle lesioni, stanno tornando stabili. 

E’ stato purtroppo confermato che un marinaio filippino a bordo sia rimasto vittima al momento dell’esplosione della caldaia.

Un nemico per l’ambiente

L’incendio sulla nave non ha avuto alcun effetto sulle 270.000 tonnellate di petrolio immagazzinate; sono state adottate le misure necessarie per impedire che l’incendio si propagasse alle strutture di stoccaggio del greggio. Attualmente l’ipotesi di sversamento del carico nell’oceano sembra non sussistere.

Tuttavia, l’Autorità per la protezione dell’ambiente marino è pronta a prendere le misure necessarie per mitigare e gestire il rischio di una possibile fuoriuscita di petrolio in futuro.

Una volta che il petrolio viene immesso nell’ambiente provoca danni, spesso, irreversibili alla fauna e flora locali.

Quasi 100 ore dopo la segnalazione dell’emergenza, la Marina dello Sri Lanka e altre parti interessate sono state in grado di domare l’incendio. Il successo nella gestione di questo disastro ha scongiurato una grave catastrofe marittima.

Sul posto gli esperti

La Marina indiana e le squadre di salvataggio sono salite a bordo della nave in difficoltà e ne ispezioneranno l’interno.

Sebbene l’incendio sia stato completamente spento, esiste la possibilità che si ripresenti a causa dell’elevata temperatura all’interno della nave e delle condizioni dell’ambiente circostante. Pertanto, la Marina dello Sri Lanka è in massima allerta ed è pronta per qualsiasi emergenza.

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Nel frattempo, una squadra di 10 esperti britannici e olandesi, tra cui esperti di operazioni di salvataggio, valutatori e un consulente legale, sono arrivati in Sri Lanka il 7 settembre in mattinata. Il team di esperti valuterà i danni arrecati alla nave. 

Di conseguenza, i procedimenti riguardanti quest’ultima saranno decisi in base alle loro raccomandazioni.

Il recente dramma delle isole Mauritius

 Il cargo giapponese Mv Wakashio, incagliato dal 25 luglio su una barriera corallina al largo di Mauritius con 4.000 tonnellate di petrolio, si è spezzata in due dopo averne perse oltre 1.000. L’ambiente circostante sta pagando il caro prezzo dell’ennesima incuria umana.

IL 25 luglio 2020 l’ambiente ha ricevuto un duro colpo da parte dell’incuria umana; perdendo, forse per sempre, un’ecosistema unico al mondo.

Le squadre di salvataggio hanno fatto di tutto per pompare le restanti 3.000 tonnellate di petrolio dalla nave. Il governo di Mauritius ha annunciato che chiederà all’armatore e all’assicuratore una compensazione per i danni. La giapponese Nagashiki Shipping si è detta disponibile a pagare eventuali danni. 

Jasvin Sok Appadu del ministero della pesca di Mauritius ha dichiarato che:

“Finora 38 carcasse di delfini son state portate a riva sulle spiagge. I risultati dell’autopsia chiariranno meglio la situazione”.

L’estrazione ed il trasporto del petrolio da parte dell’uomo hanno più volte stravolto e distrutto interi ecosistemi; la totale ripresa di questi ultimi non sempre è scontata. Ora più che mai è essenziale che l’umanità faccia i conti con una realtà senza petrolio. La strada è lunga e probabilmente gli interessi verranno prima del buon senso.

Urge un cambiamento ed una presa di coscienza collettiva, solo così si potrà aspirare al cambiamento.

Disastro alle Mauritius: in mare mille tonnellate di petrolio

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Il 25 agosto un’ombra nera si è stagliata sulla splendida e quasi incontaminata isola Mauritius, al largo dell’Oceano Indiano. Una nave cargo che trasportava carburante si è infatti incagliata vicino alla costa, tra i colorati intrecci della barriera corallina. Colori che hanno lasciato il posto alla macchia nera di petrolio che è presto fuoriuscita dalla nave. Questo ha causato a Mauritius un gravissimo disastro ambientale.

Come è avvenuto il disastro alle Mauritius

Mille delle quattromila tonnellate di petrolio presenti sull’imbarcazione si sono infatti riversate nel mare, interessando circa 15 chilometri di costa e causando danni incalcolabili all’ecosistema. Fortunatamente tutto l’equipaggio è stato evacuato prima della frattura e, successivamente, dell‘affondamento.

La nave è infatti stata volontariamente affondata dal team di salvataggio, dopo che questo si è occupato di chiudere la falla della nave spezzata e aspirare tutto il carburante possibile. Motivo? La prua era rimasta “sospesa” sulla barriera corallina. Happy Khambule, responsabile della campagna Clima ed Energia di Greenpeace Africa, aveva avvisato che, tra tutte le opzioni disponibili, questa fosse la peggiore. Affondando la nave infatti si metterebbe a rischio la biodiversità e si contaminerebbe l’oceano con ingenti quantità di tossine derivate da metalli pesanti.

Disastro Mauritius: danni incalcolabili

In più, il 26 agosto sono stati rinvenuti sulle coste dell’isola ben 39 delfini e due balene spiaggiati. La prima ipotesi era ovviamente quella di un soffocamento dovuto al catrame. L’autopsia non ha però rilevato tracce significative di petrolio nell’apparato digerente per confermare questa opzione. Il motivo dello spiaggiamento di un così alto numero di cetacei sulle spiagge di Mauritius, dove nel mese di maggio dell’anno scorso ne erano stati trovati soltanto due, potrebbe essere legato proprio all’affondamento della nave.

L’ambientalista Sunil Dowarkasing afferma che i cetacei sono molto sensibili ai suoni. L’esplosione conseguente all’affondamento della nave potrebbe quindi averli spaventati, portandoli a risalire in superficie troppo velocemente, sperimentando la cosiddetta “malattia da decompressione”, che talvolta colpisce anche i sub. Un’altra opzione è quella per cui alcuni leader del branco, in preda al panico, si siano diretti verso la spiaggia e che gli altri li abbiano seguiti.

Un’economia al collasso

Oltre alle conseguenze più immediate, poi vi sono quelle a lungo termine. Abbiamo già menzionato i danni agli ecosistemi marini, già in grave pericolo. A causa del riscaldamento globale e dell’acidificazione degli oceani, i coralli ancora “in vita” nell’isola Mauritius si sono ridotti del 70% tra il 1997 e il 2007. Moltissimi pesci, uccelli dipendono quasi totalmente dalla barriera corallina per sopravvivere. Per gli abitanti delle Mauritius, di conseguenza, è una fruttuosa fonte di cibo, commercio e turismo.

Leggi il nostro articolo “Happy World Reef Day. Persi l’80% dei coralli”

Le spiagge, poi, si sono ridotte di circa 20 metri a causa dell’innalzamento del livello del mare. Dopo questo ulteriore disastro ambientale l’economia dell’isola è realmente sull’orlo del collasso e, ancora una volta, la colpa non è loro bensì delle società più sviluppate. La nave MV Wakashio, neanche a dirlo, era di proprietà giapponese.

Qualche soluzione al disastro di Mauritius

Per il momento si sta cercando di salvare il salvabile. Proprio una settimana prima del disastro è stato pubblicato uno studio in Australia che dimostrava l’efficacia dei capelli umani nell’assorbire il petrolio, Così, attraverso l’ente no-profit Sustainable Salons, sono state donate all’isola 10 tonnellate di capelli, a loro volta messe a disposizione dai parrucchieri australiani aderenti all’iniziativa, con lo scopo di bloccare il flusso di petrolio nel mare.

Poiché l’isola vicina a Mauritius, Reunion, è sotto giurisdizione francese, il presidente Macron ha inviato un aereo militare con attrezzature per monitorare l’inquinamento, oltre che una nave a supporto. Anche il governo di Tokyo invierà una squadra di esperti per soccorrere l’ambiente e gli abitanti dopo il disastro. Nella giornata di sabato, poi, centinaia di persone sono scese in piazza nella capitale di Mauritius Port Luis per chiedere che sia aperto un processo per trovare il colpevole dell’accaduto ed avere così giustizia. Per il momento solo il capitano della nave e il suo secondo sono stati arrestati.