La questione ambientale negli anni ’20

Buoni propositi

Un nuovo anno è appena iniziato. Da tradizione si apre un nuovo ciclo di 12 mesi con i cosiddetti buoni propositi; una sorta di impegni presi, spesso tra il serio ed il faceto, tramite i quali ci si propone di cambiare abitudini o comportamenti sbagliati o negativi tenuti in precedenza. Spesso capita che i buoni propositi di gennaio vengano spediti, nel giro di qualche settimana, nello stesso posto dove sono finiti i dinosauri e, dunque, questa sorta di usanza di proporre cambiamenti, più o meno radicali, per modificare la propria routine all’alba del nuovo anno lascia spesso il tempo che trova.

Ad ogni modo, se anche il fatto di dedicare del tempo, tra il termine e l’inizio di un nuovo anno, ad esprimere dei buoni propositi non sia nulla più che un giochino, perché non prestarsi ad esso ora che siamo alle soglie non solo di un nuovo anno, ma di un nuovo decennio.

La situazione attuale

Il 2020 sembra aver portato una ventata di positività: sarà perché il nuovo attira inevitabilmente più del vecchio, perché l’inizio di un nuovo decennio rappresenta una pietra miliare raggiunta e superata, o magari perché il numero 2020 piace, a causa della sua semplicità e del fascino delle sinuosità espresse dalle cifre che lo compongono.

Nonostante ciò, però, la situazione attuale non è certo delle più rosee, se pensiamo alla situazione climatica. I dati ci confermano come il 2019 sia stato uno degli anni più caldi della storia, a livello glocale (in Italia così come sull’intero pianeta, ove più ove meno), esattamente come il 2018 e il 2017. La conferenza mondiale Cop25 di Madrid si è chiusa con un risultato che potremmo definire evanescente, giusto per non calcar troppo la mano. Diversi fenomeni, localizzati ma con una ben nota causa in comune, stanno martoriando la Terra a varie latitudini, nel preciso momento in cui leggete queste righe.

Clima ostile

In Italia abbiamo una buona dose di disagi ogni qualvolta le precipitazioni piovose, o nevose, si prolunghino per qualche giorno. I notiziari puntualmente ci informano di frane, crolli, allagamenti e bombe d’acqua in periodi di maltempo. Ciò si deve sicuramente alla palese incuria umana nei confronti del proprio habitat; non avremmo certo un simile dissesto idrogeologico se avessimo urbanizzato meno la nostra penisola, con un briciolo di attenzione alla salvaguardia ambientale. D’altra parte però, le precipitazioni che viviamo in questi tempi sono diverse da quelle cui ci eravamo abituati nei precedenti decenni.

Piogge torrenziali, venti forti ed improvvisi e rovesci tropicali non sono mai stati la norma, nel nostro Paese. Eppure sembrano esserla diventati. Fenomeni così desueti ed inconsueti per l’Italia sono un chiaro segnale di come il clima stia cambiando, di come il pianeta si stia surriscaldando. I negazionisti sono ancora numerosi, quasi sempre provengono da lobby o schieramenti politico – economici ben noti per non essere esattamente virtuosi, però le loro cartucce sono sempre più scarse. Per rendersene conto basta alzare lo sguardo su un mappamondo.

Emergenza in Australia

Prendiamo dapprima in esame la scottante, è proprio il caso di dirlo, attualità australiana. I giornali stanno usando in questi giorni l’espressione inferno di fuoco per raccontare l’ecatombe dei roghi e non si tratta di un eufemismo per vendere più copie. Nel sudest australiano sono state evacuate decine di migliaia di persone. Il premier Scott Morrison, criticatissimo in queste ore per come stia fronteggiando l’emergenza, ha richiamato 3000 riservisti. Intanto il vento continua a soffiare in coda alle fiamme e il caldo secco non concede tregue. Le navi hanno serie difficoltà a soccorrere i rifugiati che si radunano sulle spiagge e le fiamme rappresentano una minaccia alla fornitura elettrica tale che Sydney rischia di restare al buio. La capitale morale del Paese è stata finora risparmiata dagli incendi; non ci è dato però sapere cosa accadrà nel prossimo futuro.

Fenomeni estremi nel mondo

Attraversiamo il Pacifico e andiamo in Brasile. Nel nordest del vasto Paese sudamericano, nel bacino del fiume Piranhas, non si è registrata una grande pioggia per ben 6 anni. Finalmente un rovescio torrenziale, fondamentale per la sopravvivenza di un ecosistema così a ridosso dell’Equatore, si è registrato nella primavera del 2018. Dopo di esso però è tornata la siccità e ora l’intero habitat fatica a sopravvivere.

La situazione non è troppo diversa in Sudafrica. Città del Capo, la perla più luminosa della tanto preziosa quanto opaca collana africana, sta attraversando mesi di grave siccità. Alcuni climatologi denunciavano durante i mesi di settembre ed ottobre di non aver mai registrato precipitazioni così scarse a Capetown. Nello scorso autunno europeo il prefetto ha deciso di chiudere la fornitura idrica, non avendo altro modo di rimandare il più possibile il drastico giorno zero: la data in cui nella città non ci sarà più acqua potabile.

Altri Stati africani versano nelle stesse condizioni, a cominciare dalla Mauritania, dove i pastori sempre più spesso non hanno di che dissetare il proprio bestiame.

Sull’Atlantico occorre segnalare le pessime condizioni in cui si trova Puerto Rico, un purgatorio tra i paradisi caraibici, isola che corre il serio rischio di non potersi riprendere da un nuovo uragano. Tra qualche mese si aprirà una nuova stagione di cicloni e Porto Rico potrebbe dover fare nuovamente i conti con migliaia di morti e miliardi di danni, come avvenne nel 2017. Questa volta però si contano già da ora circa 160mila famiglie a rischio inondazione e 100 comunità che abitano in zone esposte a frane. I geomorfologi sottolineano come, pur essendo l’uragano da sempre un fenomeno peculiare della regione; sia innegabile leggere nei recenti forti cicloni, i quali segnano sovente un repentino passaggio dalla siccità estrema alla precipitazione incontenibile, un difficilmente equivocabile segno del cambiamento climatico.

Una trama drammatica

A quel che si è appena scritto andrebbe aggiunto che gli indigeni sull’isola di Panama stanno perdendo la battaglia contro l’innalzamento del livello del mare, che toglie loro sempre più terra sulla quale poter vivere. Però poi bisognerebbe anche parlare di come i ghiacciai peruviani della Cordillera Blanca si ritirino sempre più, anno dopo anno, a causa del global warming e di come ciò impenni il rischio di alluvioni nella regione.

In definitiva, si potrebbe fare un lungo elenco di fenomeni come questi. Purtroppo i segni del surriscaldamento sono ormai sotto gli occhi di tutti, non si tratta più di una preoccupazione per scienziati. Anno dopo anno, decennio dopo decennio, le estati sono sempre più lunghe e le spiagge sempre più corte.

A corto di scuse

Fortunatamente ora se ne parla. Fino a qualche anno fa attivismo ambientale significava arrampicarsi su una centrale elettrica a o sabotare la linea di produzione della Land Rover, e riguardava soprattutto qualche esibizionista in cerca di fama. Oggi abbiamo gli studenti nelle piazze e i governanti che ne parlano quotidianamente.

Certo, parlarne non serve a nulla ed è tempo di agire. Vanno prese decisioni che devono essere rispettate in fretta, seppur nessun governo lo stia effettivamente facendo.

Si apre un nuovo anno e si apre un nuovo decennio; le questioni nell’agenda politica e sociale del pianeta sono molte, ve n’è però una più importante delle altre: la questione ambientale. Oramai siamo a corto di scuse.

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