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ecologia umana

Le statistiche non mentono: la ricerca scientifica ha accertato le responsabilità umane nel progressivo aggravarsi degli squilibri ambientali in atto. Una volta che siano state individuate le attività dal più alto impatto ambientale, è indispensabile apportare le opportune correzioni, che si traducono in provvedimenti talvolta impopolari per la classe politica.

Secondo le stime dell’IPCC, i processi produttivi di elettricità e calore e le attività del settore primario (agricoltura, allevamento e deforestazione) rappresentano quasi il 50% delle emissioni globali, ma anche attività industriali (21%) e trasporti (14%) condizionano negativamente gli equilibri climatici. Mentre sui consumi di elettricità e calore converrà soffermarsi più avanti – poiché rientra nella prospettiva microscopica della questione -, le culture normalmente dominate da un’endemica scarsità di risorse naturali (si pensi alle grandi aree desertiche) o, al contrario, dalla forza incontenibile degli elementi naturali (ad esempio, la regione sub-sahariana o il Sud-Est asiatico) hanno molto da insegnare sulla necessità di co-esistere con la biodiversità del luogo, invece di piegarla alle esigenze umane.

La semplice scomparsa degli insetti impollinatori provoca squilibri devastanti sia sulle catene alimentari, sia sulla capacità riproduttive delle piante. Oltre alla tutela della biodiversità, attraverso la riforestazione da una parte e la messa al bando di pesticidi e fertilizzanti chimici dannosi per l’ambiente dall’altra, è bene selezionare le colture in base al consumo di acqua. Analogamente, posto che la produzione di carne richiede ingenti quantità di mangimi – dunque ancora di acqua -, andrebbe imposta una selezione del foraggio in base al consumo di acqua negli allevamenti intensivi.

Scarsità di risorse e demografia

In ogni caso, appaiono tutte iniziative non solo desiderabili, ma necessarie, se si esamina la combinazione futura di crescita demografica in aree del Sud del mondo svantaggiate per la disponibilità di risorse e rallentamento del settore agroalimentare per effetto del riscaldamento globale e della scarsità di risorse: se corrispondono al vero le stime secondo cui a un aumento della temperatura globale di un grado seguirà una riduzione media del 10% della produzione agricola, si può facilmente immaginare a cosa possa portare una riduzione del 50% della produzione agricola alla fine del secolo, come calcolato dai modelli climatici dell’IPCC, mentre la popolazione mondiale avrà superato la soglia dei 10 miliardi di abitanti nel 2057.

Mentre le politiche industriali meriterebbero un capitolo a parte, una riflessione critica va dedicata anche al trasporto delle merci nell’era della globalizzazione. Le teorie del commercio internazionale come il modello HOS, una teoria derivata dai vantaggi comparati di marca ricardiana, mettono in evidenza i vantaggi comparati della delocalizzazione senza tener conto dell’impatto ambientale della cosiddetta “global value chain”. Privilegiare, per esempio, le colture autoctone e la produzione “a chilometro zero” richiederebbe, senza dubbio, un massiccio intervento dello Stato, mediante alcune sovvenzioni che però finirebbero per gravare sui cittadini, ma limiterebbe la varietà di prodotti accessibili ai consumatori. Dunque, i benefici in termini ambientali sarebbero considerevoli.

L’ecologia umana come chiave di volta

Dai ragionamenti precedentemente sviluppati emerge velatamente come un mutamento del modello di sviluppo sia strettamente intrecciato con un cambiamento degli stili di vita. Non esiste stile di vita non negoziabile, neppure quello americano che ha spopolato in Europa nel secondo dopoguerra. Ancora una volta, accorre in soccorso l’idea di limite, che, sul piano microscopico della questione in esame, allude ai diritti delle generazioni future. “I diritti di coloro che ci succederanno siano inscritti nei doveri di coloro che esistono”, avvertiva Jacques-Yves Cousteau. Affinché i viventi non sfruttino fino in fondo la Terra pur di non dover rinunciare a una curva di utilità di poco più alta, occorre investire su campagne di sensibilizzazione ed educazione ambientale, soprattutto nelle scuole. In realtà, di precetti utili a tal proposito molti se ne possono trarre dalla saggezza antica, dal “nulla di troppo” di origine greca alle massime di Lao-Tsû, che esortano alla morigeratezza e alla sobrietà di costumi.

D’altra parte, attorno ai consumi ruotano i modelli più accreditati di micro- e macroeconomia e proprio i consumi superflui andrebbero ridotti al minimo: si tratta di una revisione dei consumi tanto più urgente se si considera la percentuale sulle emissioni globali riconducibile agli sprechi alimentari, ovvero il 6,7%. Non è assurdo immaginare che pochi punti di crescita di Pil siano sacrificati ogni anno per dare sollievo a una Terra ora febbricitante. Forse la chiave di volta sta qui: “se vuoi essere ricco, sii povero di desideri.” Un’autentica ecologia umana, che sia accompagnata da un’ecologia dei temi sociali, con il lavoro e la previdenza in cima all’agenda politica.

Articolo scritto da Francesco Laureti di Kritica economica.

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