Il problema della dialettica attorno al cambiamento climatico

"Spiaggiati" di Leonardo Nobili, Baia di Vallugola (PU)

Mi è capitato di leggere un recente articolo del giornale The New Yorker dal titolo What if we stopped pretending? (tradotto: “E se smettessimo di illuderci?”), che fornisce uno spunto interessante sulla dialettica relativa al cambiamento climatico, che qui cerco di riportare e trasmettere.

Per preservare il pianeta e mantenerlo così come lo conosciamo serve un cambiamento epocale, fino a qui siamo tutti d’accordo. Ma cosa ci lascia pensare che si tratti di una possibilità concreta? Probabilmente niente. Ce la stiamo raccontando. Questa è l’opinione di Franzen, autore del pezzo.

"Spiaggiati" di Leonardo Nobili, Baia di Vallugola (PU)
“Spiaggiati” di Leonardo Nobili, Baia di Vallugola (PU), immagine gentilmente concessa dall’artista. Dino Del Vecchio – critico d’arte – sull’opera: «L’autore si pone l’obiettivo di stigmatizzare, attraverso l’arte, le sue/nostre vere “lacerazioni”. Quindi, di fronte alle inesorabili disgregazioni e le incongruenze che si colgono in un mondo senza valori, il simil-corpo-umano in forma scultura, intrappolato nella plastica che lo sigilla e lo isola, sembra farsi esempio della condizione dell’uomo che non riesce più a ritrovare il senso alto e vero dell’esistenza

L’elemento kafkiano della retorica attorno al cambiamento climatico

La riflessione del giornalista si apre con una citazione di Kafka:
“Oh certo, molta speranza, infinita speranza, ma non per noi”; constatando che si addice perfettamente a quella che è la situazione attuale dello stato di salute del pianeta, quindi di noi che ci viviamo in simbiosi (almeno in teoria). I personaggi dello scrittore Franz Kafka hanno d’altronde un comune denominatore a noi familiare, ossia l’incapacità di raggiungere o addirittura di avvicinarsi ai tutt’altro che irraggiungibili obiettivi che si prefiggono.

Noi umanità sapevamo da tempo che la rotta andava cambiata, non è certo una scoperta degli ultimi anni. La novità è la gravità della previsione, peggiorata sensibilmente con l’aumento della crescita registrata, dove più dove meno, economicamente e demograficamente a livello globale. Dunque lo sapevamo (anni 80 su per giù) e non siamo intervenuti. Lo sappiamo ora e non stiamo intervenendo. Qualcuno potrebbe obiettare che al contrario, molti sono gli sforzi profusi per cambiare la situazione. Ma a contare è la loro efficacia, del tutto insufficiente.

Il punto è che per intraprendere quel cambio di rotta necessario bisogna intervenire su tanti livelli diversi: economico, politico, sociale, ancor prima che ambientale. E forse l’unico modo per avviare un cambiamento non è quello di continuare a ripetersi che bisogna agire, se non quello di rendersi conto che ormai il pasticcio è stato fatto, le cose peggioreranno, è incontrovertibile, ma forse ancora si possono limitare i danni.

La dialettica fuorviante in merito al cambiamento climatico

I canali di informazione tutti non possono e non osano più esimersi dall’affrontare il cambiamento climatico, ma il tono tende a essere pacato e speranzoso e la dialettica a lasciare sempre aperto lo spiraglio della salvezza. Questa dialettica del cambiamento climatico finisce per essere controproducente – questo è il parere di Franzen – poiché, considerata l’enormità della sfida, suggerisce che sia qualcun altro, verosimilmente la politica, che per delega, deve risolvere il problema. Il singolo viene sostanzialmente esonerato da ogni responsabilità, consentendogli di continuare a vivere come ha sempre fatto.

Aspettarsi un formulazione diversa, più aspra e cruda, dai media è una speranza vana. Non possono e non lo faranno. E così, chi prova a farsi portavoce del cambiamento rischia di essere percepito come pedante, allarmista, magari strano ed estremista. Proprio ieri sono stato chiamato «estremista» in quanto rimarcavo spesso le assurdità di tanti delle nostre scelte e dei modi di fare, dopo che per l’ennesima volta avevo sollevato questioni “sconvenienti” a tavola.

Al termine “estremo” o “estremismo” è oggigiorno associato un valore negativo, in parte giustificato: chi è estremista sbaglia già in partenza, perché non scende a patti. D’accordo. Ma se proprio il continuo ricorrere a un approccio moderato è responsabile della portata del problema che col tempo si è venuto a creare, allora forse l’estremismo diventa un’opzione, se non l’unica opzione realmente percorribile.

Dall’alto in basso o dal basso in alto? Non importa basta che funzioni

In un mondo ideale, in cui l’interesse comune, il bene comune, fosse il vero motore delle decisioni di carattere politico e non, avrebbe senso aspettarsi che il cambiamento fosse indicato e imposto dall’alto. I cittadini, confidenti nelle istituzioni, sarebbero costretti ad accettare le misure proposte, e forse lo farebbero felici e comprensivi. In un mondo meno ideale e più vicino al nostro i vertici della società non operano come dovrebbero, ma i cittadini coscienziosi si unirebbero per il raggiungimento del fine condiviso.

Link al nostro articolo Per fermare il cambiamento climatico serve (anche) una rivoluzione popolare.

Nella realtà in cui viviamo, nonostante il baratro ormai imminente, non avviene nessun cambiamento deciso dall’alto verso il basso. Così come in basso si continua spesso a dare la priorità agli affari propri, di cui la politica è un riflesso. Lasciando il cambiamento necessario ai margini, una questione di nicchia, che fa del salvare il mondo il proprio passatempo.

Le sfide fuori portata e la paura del cambiamento

L’uomo per sua natura ha paura del cambiamento (tranne quello ambientale evidentemente…). Di fronte a un bivio, a una scelta, la decisione sicura è una sola e sempre la stessa: l’inattività. Procrastinare il momento della scelta, con la speranza che per un motivo o per l’altro, l’impasse si risolva da sola. Questa è esattamente la situazione nella quale ci ritroviamo ora, se non fosse per la certezza che il cambiamento risultante dalla nostra inattività, quello climatico e quelli da esso derivanti, è risaputo essere negativo, con ogni probabilità catastrofico.

L’umanità è un malato che sa di esserlo ma che continua a fare finta di niente, consapevole che nel momento in cui dovesse accettare la diagnosi, sarà costretta a stravolgere la propria vita. Non ha voluto prestare attenzione ai sintomi in passato, sottovalutandoli, e non vuole dare ragione ai medici portatori di brutte notizie. Il massimo del comfort ci ha dato alla testa, come è ovvio che sia, e non riusciamo più a farne a meno.

Eppure non possiamo continuare a lasciarci sedurre dalla dolcezza della vita resa semplice, in quanto viene meno lo stesso senso di vivere. Dobbiamo trovare nelle nostre paure la ragione di esistere e di farlo in maniera attiva, affrontandole a viso aperto e conquistandole.

Questo non significa abbandonare tutto e tornare a vivere nei boschi, come qualcuno tende a semplificare con fare beffardo. Significa piuttosto rifiutarsi di ricorrere sempre al comfort, solo perché a disposizione. La fatica non può e non deve farci paura. Significa escludere quello che è superfluamente superfluo, in favore del romanticismo verso le cose così come sono e verso la conquista delle nostre aspirazioni.

“Estremismo” come filosofia altruista di vita

Franzen conclude con l’invito a dedicarsi ad azioni mirate, scegliendo di fare la cosa giusta per il pianeta, ma iniziando dal cercare di salvare ciò che si ama nello specifico, vicino a sé; comunità, istituzione, un angolo non antropizzato, o una specie in difficoltà che sia. Un pensiero globale per un’azione locale.

Questo è già in qualche modo una forma di estremismo, poiché significa fare una scelta di cui beneficiamo solo indirettamente. Un estremismo altruista, che punta a condividere invece che a far proprio. Donare una parte di noi a qualcosa che non ci appartiene, per il semplice fatto che è giusto e bello così, tralasciando l’aspetto pratico dell’immediato che ha corrotto il nostro modo di pensare. Ritrovare un po’ di romanticismo (ci tengo a ribadirlo!) nella propria filosofia di vita che non appartenga ai binari preimpostati, apparentemente gli unici percorribili al giorno d’oggi.

Inizia oggi ad accettare che il domani non sarà più così luminoso, e arriverai preparato all’appuntamento. Guida gli altri, che per un motivo o l’altro non sono così avveduti come lo sei tu. Smetti di pensare che se gli altri non rinunciano a qualcosa, che motivo ne hai tu di farlo. Smetti di ascoltare l’autolesionista dialettica del cambiamento climatico con passività. Ti accorgerai che non sei il solo e che anzi, proprio la comunità di cui fai parte e che hai aiutato a migliorare, è l’argine alla catastrofe che in cuor tuo tanto desideravi.

Dal testo della canzone:
Hope you got your things together
Hope you are quite prepared to die
Looks like we’re in for nasty weather
One eye is taken for an eye

Link al nostro articolo Il tempo dei dubbi è finito. I cambienti climatici sono qui, ora.

Il costo della transizione energetica? Il 10% dei fondi destinati al fossile

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La notizia ha dell’incredibile. La tanto agognata transizione energetica, quella che potrebbe dare un taglio netto alle emissioni su scala globale, è un traguardo più che raggiungibile. Come riportato dal Guardian, testata capofila sulle questioni ambientali, se solamente il 10% dei sussidi pubblici destinati alle fonti fossili fosse reindirizzato per degli investimenti sulle energie rinnovabili potremmo soppiantare in un ragionevole arco di tempo i combustibili fossili. Ad affermarlo è un report dell’International Institute of Sustainable Development (IISD) pubblicato il 17 Giugno scorso, intitolato  “Reforming Subsidies Could Help Pay for a Clean Energy Revolution”.

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I dati del report

370 miliardi di dollari. Questa è l’ammontare, su scala globale, dei fondi pubblici destinati al settore dei combustibili fossili ogni anno, contro i soli 100 miliardi messi a disposizione per le rinnovabili. Un paragone che lascia di stucco se si pensa all’urgenza con la quale dovremmo ridurre le emissioni per rispettare i target degli accordi di Parigi. Ma la cosa più sconcertante è che se solo una cifra tra il 10% ed il 30% dei fondi destinati alla produzione di energia inquinante fosse trasferita alle energie rinnovabili una rivoluzione energetica sarebbe possibile, eccome.

Leggi l’articolo: “I costi dei cambiamenti climatici? 69 trilioni di dollari”

Una questione che non è passata inosservata agli occhi del Segretario dell’Onu Antonio Guterres che ha rilasciato queste dichiarazioni: “Quello che stiamo facendo è usare i soldi dei contribuenti – ovvero i nostri – per alimentare uragani, diffondere siccità, sciogliere i ghiacciai e uccidere coralli. In poche parole: per distruggere il mondo”.

Le tecnologie per la transizione energetica ci sono già

Richard Bridle dell’ ISSD, co-autore del report, sottolinea come “quasi ovunque le rinnovabili sono ormai vicinissime ad essere competitive, a livello di prezzo, con le fonti fossili. Uno spostamento dei sussidi di questa portata potrebbe far pendere la bilancia dall’altro lato rendendo una tecnologia che sta crescendo lentamente la più credibile per le future generazioni con effetto quasi immediato. Dall’essere un’opzione marginale potrebbe subito diventare una scelta palesemente ovvia”.

Leggi l’articolo: Luca Parmitano dallo spazio: “Cambiamenti climatici nemico numero uno”

Nonostante la transizione energetica stia avvenendo, lo sta facendo in modo troppo lento secondo Bridle che aggiunge: “É fuor di dubbio che le rinnovabili possano supportare il sistema energetico. L’unica perplessità riguarda la velocità con la quale la transizione avverrà ma una riforma dei sussidi pubblici è un passo fondamentale in quella direzione”.

Con la transizione energetica possibile taglio delle emissioni fino al 25%

Il settore energetico è uno dei principali responsabili dell’avanzamento dei cambiamenti climatici. Secondo il report la transizione energetica verso l’energia pulita potrebbe tagliare le emissioni, a livello globale, almeno del 18%. Una percentuale che salirebbe al 25% se l’elargizione di questi sussidi ammontasse a 0. Un cambiamento in questa direzione diminuirebbe anche i costi che le istituzioni dovranno affrontare nei prossimi anni per quanto riguarda la salute pubblica e le spese relative agli effetti che i cambiamenti climatici avranno sulle nostre città e le nostre infrastrutture.

Leggi l’articolo: “Le abitudini degli scienziati per combattere il cambiamento climatico”

In parole povere ciò che sta accadendo è a dir poco folle. Invece di utilizzare i soldi dei cittadini per creare infrastrutture sostenibili e che non rechino danno alla popolazione, ogni anno vengono dati 375 miliardi di dollari a chi sta distruggendo il pianeta. Non è più questione di etica o di morale, è ormai diventata una questione di buon senso e di rispetto nei confronti di chi paga questi soldi anche per dare un futuro ai propri figli.

Non solo fondi pubblici. Anche le banche sono una minaccia

Il numero di paesi che ogni anno donano fondi da investire nel reperimento e nello sfruttamento di combustibili fossili è di 112. Tra questi i più “generosi” sono quelli del Medio Oriente e, neanche a dirlo, gli Stati Uniti, la Cina e la Russia. Ma anche in Europa non si scherza. L’Italia, per esempio, destina ogni anno 18,8 miliardi di euro a questo settore. Tra i paesi più virtuosi sotto questo punto di vista troviamo invece India, Zambia, Marocco ed Indonesia.

Leggi l’articolo: “Solo i ricchi si salveranno. Allarme ONU sul climate change”

Già nel 2009, durante un G20, era stato deciso di azzerare progressivamente i sussidi al settore fossile. Purtroppo però ciò che è stato preso non è altro che un impegno generico che non tutti stanno rispettando come dovrebbero. Nel banco degli imputati finiscono anche le grandi banche che, essendo enti privati, non sono tenute a rispettare alcun tipo di accordo preso dalle istituzioni. In Italia, ad esempio, Unicredit ha elargito più di 16 miliardi di euro negli ultimi 3 anni ad industrie operanti in questo settore.

Leggi l’articolo: “Fridays For Future: decisa la data del terzo scioper globale”

Che una transizione ecologica non sia vista di buon occhio da chi per anni ha guadagnato enormi quantità di denaro sulle spalle delle future generazioni, non è mistero. Così come il fatto che questo generi complicazioni soprattutto a livello politico. La strada è dunque impervia. Ma anche questo si sapeva già. Occorre perseverare. La posta in gioco è la più alta di sempre.

“Greenland is not for sale” – e per fortuna!

Trump triste con sfondo la bandiera groenlandese
Trump triste con sfondo la bandiera groenlandese
Una nuova versione della bandiera della Groenlandia.

Il riscaldamento globale Trump lo sa riconoscere bene, tanto da sapere come approfittarne. Magari non tutti sono stati raggiunti dalla notizia della compravendita della Groenlandia. Poco male: un’intenzione bislacca che non ha giustamente trovato pareri positivi nella controparte e che si è ben presto trasformata nel solito inutile ed evitabile battibecco. Ma questa questione, di scarsa rilevanza per la narrazione politica, lascia però intravedere un aspetto agghiacciante per chi ha una coscienza ambientale (o forse una coscienza e basta).

Dal punto di vista di Trump, comprare la Groenlandia non è affatto una follia. A parte l’egocentrica idea di voler fare della propria presidenza un qualcosa di memorabile, come acquistare un vastissimo territorio (grande come circa il 20% degli Stati Uniti), le motivazioni utilitaristiche sono presenti. La Groenlandia oltre a essere ricca di risorse naturali, si trova in una posizione strategica, che garantirebbe agli Stati Uniti un grande vantaggio militare e commerciale. Soprattutto in base allo scenario che si sta profilando a causa dei cambiamenti climatici che, causando lo scioglimento dei ghiacci nel Mar Glaciale Artico, aprirebbero nuove fruttuose rotte attraverso il Polo Nord.

Leggi il nostro articolo sull’argomento: “MAGGIO 2019 IL PIU’ CALDO DI SEMPRE. E IN GROENLANDIA IL GHIACCIO SPARISCE”

Menefreghismo ambientale e l’inarrestabile mentalità capitalistica: il binomio del secolo

Il vero elemento preoccupante è la visione del mondo che ha portato alla concezione dell’idea. Una visione vecchia e immutabile, egoistica ed egocentrica. Come appena accennato, il valore della Groenlandia e quindi l’interesse attorno a essa, vanno di pari passo con l’innalzamento della temperatura globale e il conseguente scioglimento dei ghiacci che rendono il Polo Nord pressoché inattraversabile. Anche solo valutare questa ipotesi significa accettare, anzi, allietarsi della catastrofe ambientale in atto.

Che Trump non fosse un grandissimo sostenitore della lotta al cambiamento climatico non è certo una novità. Ma questo è l’ennesimo affronto, l’ennesima testimonianza della totale scelleratezza politica alla base del nostro sistema economico-sociale. Il profitto non guarda in faccia a nessuno e così fanno coloro che ragionano solamente nella sua ottica. Questo episodio è l’esempio cristallino di come una certa classe di persone non voglia ammettere l’esistenza dei cambiamenti climatici per pura convenienza. L’idea di Trump di acquistare la Groenlandia si delinea proprio nel quadro dipinto dagli stessi.

Dobbiamo disarcionare chi ci conduce verso il baratro spacciandosi per guida. Qualunque politica favorisca la riproduzione dell’assurdo modello capitalistico finalizzato all’arricchimento e all’assoggettamento perpetrato negli ultimi decenni deve diventare motivo di vergogna. Nessun politico degno di questo nome deve avere più il coraggio di intraprenderla. Gli unici obiettivi devono essere la messa in sicurezza del pianeta e l’estirpazione di quella malattia mentale che prende il nome di consumismo.

Forse sarà un caso, ma con l’aumento di globalizzazione in Groenlandia è aumentato anche il tasso di suicidio. Portando il paese ha detenere il triste e macabro record. La cosa migliore che gli Stati Uniti possano fare in Groenlandia è starne alla larga.

Breve video di EuroNews che riporta la notizia.

In Alaska strage di salmoni: l’acqua è troppo calda

Il 6 di agosto un turista in viaggio in Alaska ha pubblicato un video su Facebook che mostrava moltissimi salmoni morti nella baia di Tutka. In poche ore è diventato virale e, dopo non molto tempo, una spiegazione più o meno accurata delle autorità e degli scienziati della zona, è sembrata placare il tutto. Invece la verità, proprio come quelle centinaia di pesci, è infine venuta a galla.

Leggi il nostro articolo: “Una scomoda verità 2”, perché le bugie non durano a lungo

Colpa di una rete da pesca?

“Sarebbe insolito se pesci di qualità simile si fossero raggruppati così strettamente andando nella stessa direzione”, aveva affermato Glenn Hollowell, biologo presso il Dipartimento di Pesci e Selvaggina dell’Alaska, specializzato sul salmone. Secondo lui la causa era da attribuirsi a una rete da pesca difettosa, che ha stretto tra loro una grande quantità di salmoni provocandone la morte. Questi sono poi fuoriusciti una volta che la rete è stata allentata.

https://www.facebook.com/skolabaristy/videos/10218714201833574/
Il video girato dal turista Alex Richter in Alaska

Tuttavia, nelle ultime settimane, altri abitanti hanno riportato morti sospette di salmone in zone diverse dello Stato, da Kuskokwim a Norton Sound fino Bristol Bay, che distano centinaia di chilometri le une dalle altre. A questo punto, quindi, la dottoressa Stephanie Quinn-Davidson, che dirige la Commissione per i pesci del fiume Yukon, ha condotto un ulteriore studio sulla morte dei salmoni lungo tutti i 200 chilometri del fiume Koyukuk.

“Abbiamo esaminato i salmoni morti alla ricerca di eventuali indicazioni di malattie, parassiti, infezioni, tumori e non abbiamo trovato nulla. Abbiamo escluso l’inquinamento perché questa zona è incontaminata, né si trova nei pressi di scarichi di acque reflue”.

Leggi il nostro articolo: “Che cos’è un ecosistema e perché è importante”

E’ stato anche preso in considerazione il fatto che le femmine di salmone muoiono naturalmente circa due mesi dopo la deposizione delle uova, tra giugno e agosto. Tuttavia, attivisti e ricercatori locali hanno constatato che alcuni dei salmoni morti non si erano mai riprodotti né sembravano in procinto di farlo. Inoltre vi erano anche molti salmoni femmina che trasportavano ancora uova sane. Come si legge in un articolo della CNN, probabilmente i pesci non avevano più le energie per deporre le uova e sono quindi morti con uova sane ancora nel corpo.

La vera causa

L’unica spiegazione è quella del caldo. Quinn-Davidson ha anche affermato che in Alaska ci sono stati quattro o cinque giorni di caldo estremo tra il 7 e l’11 luglio con una temperatura di circa 7 gradi al di sopra della media. Gli abitanti hanno affermato di aver visto salmoni morti già il 12 di luglio.

Un altro problema, continua Quinn-Davidson, è che “in molte zone del fiume l’acqua era molto bassa, il che ha reso difficile se non impossibile per i salmoni trovare un rifugio in pozze più fresche e profonde”.

Leggi il nostro articolo: “Il lago Ciad sta evaporando: le prime vittime del riscaldamento”

Sue Mauger è il direttore scientifico del Cook Inletkeeper, un’associazione non governativa che si occupa del mantenimento del fiume Cook Inlet. Egli afferma che le temperature dell’acqua hanno raggiunto record al pari di quelle dell’aria. Nel fiume Cook non sono infatti mai state registrate temperature al di sopra ai 27 gradi centigradi fino ad ora.

Leggi il nostro articolo: “Riscaldamento globale: perché aumenta la temperatura?”

Negli ultimi anni i salmoni stanno subendo molte minacce come la pesca illegale o non controllata, le malattie provenienti dagli allevamenti intensivi, l’acidità degli oceani, le plastiche e le microplastiche negli oceani. Il caldo è quindi un’ulteriore, inutile pericolo da gestire per la sopravvivenza dei salmoni e di chi ne dipende.

I costi dei cambiamenti climatici? 69 trilioni di dollari

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L’economia e la salvaguardia dell’ambiente sono ormai da tempo considerati come antagonisti. Sono diversi infatti gli studiosi che hanno individuato proprio nel capitalismo e nello sviluppo di un sistema economico insostenibile la causa principale del riscaldamento globale. Tuttavia secondo Moody’s Analytics, un istituto che si occupa dell’analisi di dati economici tra i più importanti al mondo, i cambiamenti climatici avranno un effetto devastante anche in termini di costi economici. L’ammontare delle spese che l’umanità dovrà affrontare per far fronte al riscaldamento globale si aggira infatti attorno ai 69 mila miliardi di dollari.

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Una stima ottimistica

Come base per questo calcolo la Moody’s Analytics ha stimato un aumento della temperatura globale di circa 2 gradi. Se, per esempio, la Terra si riscaldasse di 1,5 gradi l’ammontare dei costi ammonterebbe “solo” a 54 mila miliardi di dollari. Ma la cosa più preoccupante è che oggi si stima che la temperatura del pianeta si alzerà di almeno 3,5 gradi.

Leggi l’articolo: “Più carne, più deforestazione. Il report di Greenpeace”

Lo stesso istituto ha inoltre dichiarato di non aver tenuto conto, allìinterno del calcolo, delle riparazioni che saranno necessarie per colpa delle catastrofi naturali. Solamente negli Stati Uniti nel 2017 l’ammontare della cifra che il governo ha speso per motivi di questo tipo è di 300 miliardi di dollari. La cifra indicata da Moody’s Analytics va dunque intesa come una stima per difetto.

11 anni per diminuire i costi

Nonostante già oggi stiamo assistendo alle conseguenze dei cambiamenti climatici, i suoi effetti più drammatici si verificheranno a partire dal 2030. Quest’estate abbiamo assistito alla frantumazione di ogni record di temperature a livello planetario, allo scatenarsi di incendi in Alaska a latitudini impensabili fino a qualche anno fa e a lunghissimi periodi di siccità in tantissime zone del mondo che si trovano sulla fascia equatoriale. Tutto ciò altro non è che un piccolo antipasto di ciò che ci aspetta.

Leggi l’articolo: “Roma Plastic Free entro il 2020. Ma non è abbastanza”

Zandi, capoeconomista di Moody’s Analytics, punta il dito contro la scarsa lungimiranza della classe dirigente: “Il mondo di economia, finanza e politica si concentra sul prossimo anno o al massimo sui prossimi 5, e questo rende difficile una risposta immediata e molto determinata al problema”.

I costi dei cambiamenti climatici

Secondo il report i canali attraverso cui il cambiamento climatico genererà questi costi costi sono l’aumento dei livelli dei mari, il peggioramento della salute della popolazione, la diminuzione della produttività del lavoro, una flessione del settore turistico, l’aumento della domanda di energia e soprattutto la riduzione dell’efficienza dei terreni in campo agricolo. Tutte criticità già ampiamente individuate dagli scienziati del clima e che oggi, almeno, hanno un corrispettivo monetario credibile.

Leggi l’articolo: “Luca Parmitano dallo spazio: “Cambiamenti climatici nemico numero uno”

Un report che sottolinea l’importanza della salute del pianeta, soprattutto nel momento in cui si voglia continuare a perseguire anche un aumento del benessere economico delle Nazioni. Occorre ripensare il sistema economico. Reindirizzarlo secondo un’ottica che possa permettergli di proliferare all’infinito attraverso una gestione oculata delle risorse e un rispetto della natura. Un sistema che possa dar modo al pianeta di sostenere una civiltà umana sempre più numerosa. I problemi che si genereranno se questo non accadrà, che non sono solo di matrice economica, potrebbero essere insormontabili e ne faranno le spese tutti quanti. Capitalisti inclusi.

Nuovo report IPCC su cambiamenti climatici e suolo: il riassunto

Il 7 agosto l’ IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change, l’ente più autorevole al mondo in materia di scienza del clima, ha pubblicato la seconda parte del suo report sullo stato attuale di avanzamento dei cambiamenti climatici.

Leggi l’articolo “Più carne più deforestazione: il report di Greenpeace

La prima parte, pubbicata lo scorso ottobre, aveva già avuto un’enorme risonanza. Al suo interno, infatti, gli scienziati avevano affermato come ci restassero solo 12 anni per riuscire a sconfiggere il riscaldamento globale. E proprio quel report aveva dato forza e coerenza ai movimenti ambientalisti che si sono poi generati avvalendosi, appunto, di una credibilità scientifica senza precedenti. In questa seconda parte, invece, l’ente si sofferma sullo stato di salute del suolo. Ed ancora una volta, ad essere identificata come causa principale dei problemi ad esso relativi, sono proprio le nostre abitudini.

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Un ulteriore allarme lanciato dal report IPCC

Una delle più importanti conclusioni a cui sono giunti gli scienziati che vi hanno lavorato è individuabile nella necessità di agire su più aspetti della società e del settore economico per mantenere la temperatura globale al di sotto dei 2 gradi rispetto a quella del 1960. Lo stato di salute del suolo, oggetto specifico di questo report, viene spesso sottovalutato dai meno attenti nella valutazione dell’avanzamento dei cambiamenti climatici.

Leggi l’articolo “Il lago Ciad sta evaporando: le prime vittime del riscaldamento”

Tuttavia questo indicatore è, al pari degli altri, uno dei migliori metodi che abbiamo per valutare il problema nella sua interezza. Terreni poveri di sostanze nutritive e desertificati non favoriscono, infatti, la mitigazione del riscaldamento globale. Sempre secondo il report, inoltre, il 23% delle emissioni di gas serra di origine antropica è generata da un uso scorretto del suolo. Soprattutto per colpa delle aziende operanti nel settore primario.

Tra le attività più inquinanti, a questo livello, troviamo i sistemi di coltivazione intensivi e la produzione di carne e latticini. Tutte queste attività, oltre a rendere necessario l’utilizzo di sostanze chimiche che vanno ad impoverire il suolo, sono anche la principale causa di deforestazione a livello mondiale.

Sicurezza alimentare a rischio

Nell’arco degli ultimi 40 anni, secondo il report IPCC, l’uso di fertilizzanti è aumentato di 9 volte. Il consumo idrico per l’irrigazione è pari al 70% del consumo totale umano di acqua dolce. Allo stesso tempo lo spreco alimentare pro capite è aumentato del 40% arrivando a toccare la spaventosa cifra di un terzo del cibo prodotto a livello planetario. Ancora una volta i dati sono a dir poco allarmanti.

Leggi l’articolo: “L’Etiopia ha piantato oltre 353 milioni di alberi in un giorno”

Il report IPCC individua inoltre quelli che vengono definiti come i 4 pilastri della sicurezza alimentare: la disponibilità, l’accesso, l’utilizzo e la stabilità delle risorse. Tutti questi fattori sono ampiamente influenzati in maniera negativa dall’avanzamento dei cambiamenti climatici. Il rischio che si corre è infatti quello di un grosso calo nel rendimento dei terreni. Un problema che avrà effetti devastanti su problemi come la fame nel mondo e l’avanzamento della desertificazione dei suoli. Tutto questo si tradurrà in una diminuzione della quantità di aree abitabili del pianeta, soprattutto al livello dell’equatore, e quindi in un aumento delle migrazioni da parte di chi queste zone le abita.

Un modello alternativo esiste

Il report è stato pubblicato, con ottimo tempismo, in vista della 14esima Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione, che avrà luogo a Nuova Delhi a Settembre, ma soprattutto della COP25 che si terrà a Santiago del Chile. Stephen Cornelius, responsabile IPCC per il WWF, ha così commentato i risultati del report: “Il modo in cui stiamo oggi utilizzando la terra sta contribuendo al cambiamento climatico, minando la sua capacità di sostenere le persone e la natura. L’agroecologia contadina, l’agricoltura familiare e i piccoli agricoltori devono essere messi al centro dei sistemi agricoli, a differenza dell’agricoltura industriale, che non solo non dà la possibilità di nutrirsi in modo sano e nutriente, ma aggrava anche il cambiamento climatico”.

Leggi l’articolo:” Il tempo dei dubbi è finito. I cambiamenti climatici sono qui, oggi.”

La risposta che ognuno può dare per fare la sua parte è facilmente individuabile. Comprare a km0, ridurre il consumo di carne e latticini e privilegiare la scelta di prodotti stagionali sono tutte contromisure facilmente attuabili e che aiutano a ridurre la propria impronta ecologica. Ogni scelta che prendiamo nei nostri metodi di consumo è, ormai, una scelta politica. Non resta che utilizzare il buon senso.

Luca Parmitano dallo spazio: “Il nemico numero uno sono i cambiamenti climatici”

Spesso quando si parla di cambiamento climatico, scioglimento dei ghiacciai e desertificazione si tende a percepire il problema come lontano. C’è invece chi guarda la Terra dall’alto, ogni giorno, riuscendo così ad avere una visione d’insieme dello stato di salute del pianeta. Tra questi c’è Luca Parmitano. Durante un suo intervento in diretta, in cui ha risposto ad alcune domande dei giornalisti mentre era a bordo della Stazione Spaziale Internazionale da lui capitanata, l’astronauta italiano ha rilasciato dichiarazioni allarmanti su ciò che lui stesso ha potuto constatare nel corso della sua lunga carriera.

Leggi l’articolo: Il lago Ciad sta evaporando. Le prime vittime del cambiamento climatico

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Un trend preoccupante

Luca Parmitano è tornato a bordo dell’ISS a distanza di qualche anno. Ed è proprio questo, insieme ad un costante monitoraggio delle fotografie scattate dai colleghi, che gli ha permesso di notare come il riscaldamento globale stia avanzando in maniera più che visibile: “Ho assistito in prima persona a tutti i cambiamenti di cui parlano gli scienziati del clima. I ghiacciai si stanno sciogliendo a vista d’occhio e i deserti avanzano inesorabilmente. Dalla Stazione ci occupiamo principalmente di questo: osservare il trend dei cambiamenti climatici. Le foto mie e dei miei colleghi non lasciano spazio a nessun altro tipo di interpretazione”.

Leggi l’articolo: La Lettera di 250 scienziati al governo italiano

Parole forti che, purtroppo, non sorprendono.  Sono ormai 20 anni che gli scienziati cercando di dirci in tutti i modi che il problema esiste e che è molto più serio di quanto percepito dall’opinione pubblica. Ma per i più diffidenti, ancora una volta, la testimonianza di chi ha potuto vedere con i propri occhi gli effetti di quello che stiamo facendo al pianeta non può essere soggetta ad alcun tipo di trasposizione.

L’appello di Luca Parmitano: “La politica faccia qualcosa”

“Serve dare una spinta ai nostri leader, a chi ha le redini dei nostri paesi, per fare tutto il possibile per cercare di migliorare la situazione, se non invertirla. Dobbiamo fare tutto ciò che è possibile per fermare il riscaldamento globale”. Queste alcune delle parole di Parmitano che non ha esitato a dare una tirata d’orecchio alla classe politica, rea di non intervenire quanto dovrebbe, e potrebbe, sul problema. La scienza del clima ha uno spazio limitato all’interno del dibattito politico, in particolar modo nel nostro paese. E questo non può certo aiutare a sconfiggere ciò che viene definito anche dall’astronauta come il nemico numero uno: il cambiamento climatico.

Leggi l’articolo: Il tempo dei dubbi è finito. I cambiamenti climatici sono qui, ora

“Spero che le nostre parole e le nostre osservazioni possano allarmare la gente e creare più consapevolezza”. Parole che dunque fanno da eco a quanto già sostenuto sia dagli scienziati del clima sia da tutti i movimenti ambientalisti che lottano, giorno dopo giorno, per garantire un futuro al pianeta e, quindi, a tutti gli esseri viventi che vi abitano. Noi compresi.

La scienza non mente

Quella che arriva dallo spazio è dunque una voce che si unisce al coro di chi, da anni, prova in ogni modo a dare risalto al problema all’interno dell’opinione pubblica. La scienza, lo ripetiamo con il rischio di annoiare, è da anni unanime sull’esistenza dei cambiamenti climatici e gli attribuisce un’ormai incontestabile natura antropogenica.

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Peccato però che la scienza, grazie al suo metodo rigoroso, è una materia non soggetta ad interpretazioni. Non rappresenta un’opinione. Così come i cambiamenti climatici. Non si tratta di punti di vista. Non si tratta di qualcosa che succederà tra 50 o 100 anni. Il problema c’è e va affrontato. A dirlo è, anche, chi ci sta guardando da 400 chilometri di altezza.

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Stelvio, ghiacciai in pericolo. Lo Studio dell’Università di Milano

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Un effetto a catena che renderà esponenziale la velocità di scioglimento dei ghiacciai. E’ quello che sta accadendo nel Parco Naturale dello Stelvio, studiato attentamente per 28 anni dai ricercatori del Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università degli Studi di Milano.

Una scoperta non rassicurante

Finalmente i dati raccolti in questo lungo lasso di tempo dai satelliti Landsat sono stati analizzati, e quello che hanno scoperto i ricercatori è tutt’altro che rassicurante. Il valore di albedo dei ghiacciai di questa zona sta diminuendo drasticamente. L’albedo è un’unità di misura che indica la capacità di una superficie di riflettere la luce. Questa proprietà, ovviamente particolarmente alta delle superfici bianche come ghiaccio e neve, è fondamentale per rallentare il riscaldamento globale.

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Le superfici chiare infatti riflettono la radiazione solare che colpisce la Terra, evitando che gran parte del calore e dell’energia venga assorbita dalla superficie. Una superficie scura, come quella delle rocce, ha invece un valore di albedo molto più basso e pertanto solo una minima parte della radiazione solare viene riflessa. Più diminuiscono le superfici chiare, quindi, più la terra si riscalda.

95% in meno

“Tutti e 15 i ghiacciai esaminati, appartenenti al gruppo Ortles-Cevedale delle Alpi centrali, mostrano una diminuzione dell’albedo. Per quattordici di essi questa diminuzione è del 95%”. Si legge nell’Abstract della ricerca ‘New evidence of glacier darkening in the Ortles-Cevedale group from Landsat observations‘ pubblicata su Global and Planetary Change.

Due meccanismi sono stati principalmente ritenuti responsabili dell’oscuramento del ghiacciaio: temperature più elevate e aumento delle impurità che assorbono la luce. Il primo porta alla fusione del ghiaccio, che a quindi lascerà spazio ai detriti rocciosi sopraglaciali che ne provocano l’oscuramento.

L’utilità dei ghiacciai

I ghiacciai in questa zona sono fondamentali in quanto l’acqua di fusione è un’importante fonte di energia idroelettrica durante i mesi estivi. I ghiacciai sono inoltre una risorsa imprescindibile per il settore turistico, grazie alla loro posizione all’interno del Parco Nazionale dello Stelvio, una delle aree protette più importanti d’Italia.

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Lago Ciad evapora: le prime vittime del clima

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Sulle sponde del lago Ciad, situato nel cuore dell’Africa, è in corso un crisi umanitaria di proporzioni enormi. Le milioni di persone che vivono nei Paesi confinanti con il lago (Ciad, Camerun, Niger e Nigeria) soffrono fame e sete, oltre a subire continui attacchi e pressioni da parte dei terroristi di Boko Haram.

Cause e conseguenze

La causa è gran parte da attribuire all’evaporazione del lago Ciad. In soli cinquant’anni si è ridotto del 90%, passando da 25000 km quadrati nel 1963 a meno di 1500 chilometri quadrati nel 2001 (FAO). I governi, poi, non hanno saputo gestire la situazione, ignorando i segnali di allarme e continuando a sfruttare le risorse idriche del lago come se queste fossero inesauribili.

La mancanza di acqua ha così causato una forte siccità, l’inaridimento dei terreni, il collasso del sistema agricolo e gli allevamenti, oltre che una forte diminuzione di biodiversità.

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La quantità di pesce a disposizione è diminuita del 60% e la produzione di pesce essiccato è passata dalle 140.000 tonnellate del 1960 alle 45.000 attuali. Il natron, un impasto di sali naturali ricavato dalle alghe e usato per conservare cibi, conciare pelli e lavorare tessuti è quasi scomparso. Pescatori, allevatori e agricoltori stanno perdendo il lavoro oltre che i beni di prima necessità come cibo e acqua.

Migrazioni forzate

Tutto questo causa anche la migrazione forzata di milioni di persone. Molti scelgono di rimanere nelle vicinanze, sovraffollando i luoghi prescelti, per esempio quelli che ancora godono di acqua lacustre. Dopodiché è molto facile che si generino conflitti e disordini tra i vari gruppi per l’accaparramento dei beni primari.

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Alcuni tentano la lunga, interminabile traversata di migliaia di chilometri per raggiungere le nazioni nordafricane e, se sono fortunati, l’Europa. Altri si accontentano di gonfiare le fila del gruppo terroristico di matrice islamica Boko Haram. Questo provvede a fornire loro cibo, acqua e, perché no, un punto di riferimento, una speranza alla quale aggrapparsi. Il gruppo, approfittando della crisi sociale ed economica, tenta di imporsi nelle varie città e villaggi intorno al lago Ciad. Promette loro cibo, denaro e benessere, ma utilizza anche la violenza, come dimostrano i frequenti attentati, sorprusi e uccisioni a carico dei civili.

L’aiuto dell’ONU

Per tentare di risolvere questa tragica situazione, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) ha lanciato un piano a scala regionale per la regione del Lago Ciad. Denominato Regional Stabilization Facility for Lake Chad, il piano prevede lo stanziamento di 100 milioni di dollari per finanziare una serie di interventi a favore di questa regione, come il supporto alla lotta contro Boko Haram e il rifornimento dei beni di prima necessità per la popolazione. Il piano sarà operativo a partire dall’1 settembre e per i prossimi due anni. A beneficiarne saranno quattro Paesi: Camerun, Ciad, Niger e Nigeria.

Le abitudini degli scienziati per combattere il cambiamento climatico

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Cosa posso fare, nel mio piccolo, per ridurre le emissioni legate al mio stile di vita?”. É questa una delle domande più frequenti su cui si interroga chi è riuscito a comprendere fino in fondo l’urgenza del cambiamento climatico. E spesso la risposta non è così immediata. Tuttavia il modo migliore per darle una risposta è seguire l’esempio di chi ha dedicato ai cambiamenti climatici un’intera vita professionale. Gli scienziati che studiano il clima, ben consci dell’importanza del tema, hanno infatti a loro volta attuato degli accorgimenti nella loro vita di tutti i giorni per abbassare la propria impronta ecologica e fare la loro parte nella lotta al cambiamento climatico. Quali sono? Scopriamolo insieme.

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Gli scienziati che non volano per mitigare il cambiamento climatico

In un articolo del “The Guardian” il giornalista ambientale Danel Masoliver ha chiesto a 5 scienziati, che da anni studiano il cambiamento climatico, come questi abbiano modificato il proprio stile di vita per essere coerenti con le loro scelte professionali. E le risposte di tutti non lasciano spazio a dubbi. Gli intervistati hanno dichiarato, nella loro totalità, di aver smesso, o quasi, di prendere voli. Gli aerei sono infatti il mezzo di trasporto che ha il più alto impatto ambientale per passeggero.

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Tom Bailey, il primo degli intervistati, ha dichiarato di viaggiare solo via terra in Europa e di prendere un volo di lunga tratta solamente una volta ogni 3 anni. Dave Reay, docente dell’Università di Edimbrugo, non vola dal 2004. Il Dr. Kimberly Nicholas, dell’Università di Lund, ha ridotto i suoi viaggi in aereo dell’80%. Diverse soluzioni e diversi approcci per un unico problema. La necessità di diminuire drasticamente la quantità di aerei che circolano sul pianeta Terra. Inutile aggiungere che tutti gli scienziati, interrogati sulla questione automobile, hanno dichiarato di non utilizzarla o di averne acquistato una elettrica.

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La dieta come mezzo per ridurre la propria impronta ecologica

Un altro fattore che ha messo d’accordo tutti gli scienziati interpellati per spiegare come ognuno possa ridurre il proprio impatto sul cambiamento climatico è quello della dieta. Tutti gli intervistati hanno deciso di abbandonare la carne e, molti, anche i latticini. Secondo il Dr. Kimberly adottare una dieta vegana per un anno può far risparmiare 150 volte più emissioni rispetto all’utilizzo di una borsa da shopping riulitizzabile nello stesso arco di tempo. Un dato molto significativo e che mostra chiaramente come questo aspetto delle nostre vite sia assolutamente prioritario nella lotta al cambiamento climatico.

Leggi il nostro articolo: “Dieta e sostenibilità: una guida pratica”.

Un cambiamento delle proprie abitudini alimentari deve andare di pari passi con un cambio delle proprie abitudini di consumo. Tom Bailey, nell’intervista, ci dice infatti che in Europa ogni persona consuma in media circa 3.500 calorie al giorno con tutte le problematiche relative alla necessità del pianeta di fornire queste risorse che, semplicemente, non sono necessarie. Allo stesso modo l’Europeo medio compra, mediamente, 24 nuovi capi d’abbigliamento ogni anno. Bailey ne compra 3 e, quando possibile, di seconda mano.

Siobhan Pereira, invece, parla del modo in cui è riuscito a diventare plastic-free grazie all’utilizzo di detergenti solidi, sia per la casa sia per l’igiene personale, all’acquisto di uno spazzolino in bambù e di diversi contenitori in vetro ricaricabili.

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Tutti possiamo fare la nostra parte

Spesso ci si sente piccoli di fronte ad un problema di portata apocalittica come il riscaldamento globale. Ma i dati ci dicono che il cambiamento può, e deve, partire dalle nostre scelte. Il Dr. Kimberly afferma infatti che il 72% delle emissioni a livello globale sono generate dalle decisioni che ognuno prende in ambito privato. Queste includono le scelte sulla mobilità, in particolare l’utilizzo di aerei e automobili, quelle sulla dieta e quelle relative ai metodi di fornitura energetica delle nostre case. Viene da sé che, già agendo solamente su questi tre fattori, ognuno di noi è in grado di fare, eccome, la sua parte.

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Una sfida che, anche grazie ai consigli degli esperti, non è impossibile da vincere. Soprattutto per chi decide di affrontarla con convinzione e con la consapevolezza che dare l’esempio è l’unico vero modo per poter fare la differenza. Tutti quanti possiamo dire la nostra e per farlo serve solo ascoltare quello che la scienza ci dice da anni. Per fermare i cambiamenti climatici e le conseguenze devastanti che avranno sulle nostre vita occorre cambiare. E non c’è più molto per farlo.