Lo sbiancamento dei coralli è uno dei principali problemi che colpisce gli oceani come effetto dei cambiamenti climatici. Come già approfondito in un altro articolo del blog, gli oceani sono, insieme alle foreste, l’ecosistema più importante per il pianeta. E stiamo facendo il possibile per minarne la salute.
I coralli sono tra gli indicatori più credibili dello stato di salute dei mari, e i dati sono abbastanza chiari. Dal 2014 al 2017 la loro popolazione è infatti calata vertiginosamente per colpa del fenomeno dello sbiancamento, che si verifica principalmente a causa del surriscaldamento delle acque degli oceani. Il risultato è l’espulsione da parte del corallo, che altro non è che un insieme di piccolissimi polipi, dell’alga che custodisce al suo interno e da cui ottiene nutrimento grazie alla sua fotosintesi. Essendo inoltre proprio l’alga ad attribuire colore alla struttura, una sua scomparsa repentina finisce per sbiancare lentamente il tratto di barriera interessato.
Alcuni dati sullo sbiancamento dei coralli
Secondo la NOAA, il più autoritario ente di raccolta dati sul tema, nel 2016 lo sbiancamento dei coralli aveva già colpito il 30% degli esemplari a livello mondiale, un numero destinato a crescere di pari passo con l’aumentare degli effetti dei cambiamenti climatici. In alcune aree, in particolare quelle colpite da cicloni o tornado e in alcune zone del Golfo del Messico, la percentuale sale al 97%. Il corallo sbiancato molto difficilmente riesce a ristabilirsi.
Al contrario, nella maggior parte dei casi finisce per sopperire al cambiamento di temperatura del proprio habitat causato dalle nostre attività. Questo genera problemi sotto diversi punti di vista. Il principale riguarda l’equilibrio dell’ecosistema. La barriera corallina è infatti fonte di nutrimento per tantissime specie di pesci e fonte di riparo dai predatori per altri. Ad una morte, quindi, della superficie della barriera corallina corrisponde un declino della quantità di vita marina di quell’area con delle conseguenze, anche economiche, sulle comunità limitrofe.

Una fabbrica di coralli potrebbe salvarci
Ken Nedimyer è un americano di 56 anni. Sin da quando era piccolo si dedicava allo snorkeling e non dimenticherà mai la prima volta in cui è entrato in contatto con una barriera corallina in Florida: “era semplicemente il posto più magico che io avessi mai visto. Era un tripudio di vita e di pesci, una gioa per gli occhi”. Col tempo Ken ha iniziato ad assistere al fenomeno di sbiancamento dei coralli che ha colpito l’area delle Florida Keys, e non ha potuto fare a meno di cercare una soluzione.
Nel 2007 fonda la Coral Restoraion Foundation, con lo scopo di “installare” una nuova barriera corallina al largo della Florida dove gran parte dei coralli sono andati perduti. Attraverso una serie di esperimenti in laboratorio e partendo da piccoli frammenti di coralli ancora vivi, il suo staff è riuscito poco a poco a far crescere sempre più esemplari in delle apposite vasche. Una volta assodata la possibilità di “allevare” queste specie, ed attraverso altri esperimenti, ha iniziato a trapiantare i coralli in mare.
Coral Restoration Foundation: la speranza della barriera corallina
Questo geniale esperimento non può far altro che darci speranza per il futuro. I coralli sono fondamentali per la vita in mare. Una loro eventuale scomparsa avrebbe delle enormi conseguenze sotto diversi punti di vista. I coralli infatti, oltre che essere fondamentali per la vita in mare, fungono anche da barriera naturale contro tornado e tsunami. Due fenomeni che diventeranno sempre più comuni con l’avanzare dei cambiamenti climatici.
Allo stesso modo sono di grande aiuto per le economie delle zone limitrofe. Costituiscono infatti una fonte di sostentamento per il pesce che viene poi pescato, sia come fonte di turismo. Data la complessità biologica della composizione di una barriera corallina quanto sta accadendo ha del miracoloso. Non è facile infatti determinare quale sia la giusta combinazione di specie ed altrettanto difficile è trapiantarle da una vasca al loro habitat naturale. Un chiaro esempio di come la tecnologia e il progresso, se finalizzata a scopi nobili, può essere fondamentale per il recupero di ecosistemi ormai sull’orlo del collasso. Con la speranza che il mondo si popoli di un sempre maggior numero di persone come Ken.

