Le stelle marine, decimate dal riscaldamento globale, rinascono in laboratorio

Sterminate dal riscaldamento globale, le stelle marine tornano a vivere in un laboratorio statunitense all’avanguardia. Quasi scomparse del tutto sette anni fa a causa di un’epidemia che potrebbe avere una relazione con l’improvviso innalzamento della temperatura del mare, le Sunflower Sea Star (Pycnopodia helianthoides) rinascono ora all’interno dei Friday Harbor Laboratories, sull’isola di San Juan, nello stato di Washington.

Friday Harbor Laboratories e le stelle marine

Il futuristico progetto dei Friday Harbor Laboratories nello stato di Washington: far riprodurre esemplari in cattività per riequilibrare l’ecosistema minacciato dalla loro scomparsa. Il repentino crollo demografico è un danno consistente per l’intero ecosistema marino.

Difatti, senza stelle marine, hanno proliferato gli Strongylocentrotus purpuratus, i ricci viola che divorano le foreste sommerse di alghe brune, in particolare le alghe kelp (Nereocystis luetkeana), che crescono in prossimità delle coste rocciose dell’Atlantico e del Pacifico. Anche queste ultime hanno a loro volta subito un crollo vertiginoso, dal 2014, del 95%. Con conseguenze negative, naturalmente, sull’intero ecosistema e sulla fotosintesi, trattandosi di specie che trattengono grandi quantità di anidride carbonica.

Da qui, dunque, la futuristica idea di ripopolare l’oceano con stelle marine allevate in cattività, contribuendo a controbilanciare gli effetti del cambiamento climatico.

“L’intervento dell’uomo può essere risolutivo per gestire alcune delle principali conseguenze inattese causate dai cambiamenti climatici. L’estinzione di una singola specie può causare il crollo di un ecosistema, sin qui bilanciato. Con la pesca eccessiva e il riscaldamento globale stiamo rimuovendo alcune specie chiave della catena trofica. Lo abbiamo fatto con le lontre, che si nutrivano di ricci e che per decenni abbiamo cacciato, e lo abbiamo fatto indebolendo – con inquinamento e pesca eccessiva – le foreste di kelp. Ma sin qui l’ecosistema aveva retto. Ora, con il significativo ridimensionamento della popolazione di Pycnopodia helianthoides, a causa di un’epidemia legata a un innalzamento senza precedenti della temperatura, siamo prossimi al collasso”.

sottolinea Drew Harvell, docente emerita alla Cornell University e ricercatrice ai Friday Harbor Laboratories.

Per evitarlo, dunque, si lavora senza sosta a un progetto affascinante partito dal ritrovamento, nel 2015, di un primo esemplare della stella marina girasole, fortunatamente risparmiato dall’epidemia. Il team di biologi ha dovuto scandagliare i mari dello stato di Washington per trovare, in sei mesi, appena trenta esemplari di Pycnopodia helianthoides. Da quelli si è partiti per scongiurare il rischio dell’estinzione della specie e, soprattutto, gettare le basi per un riequilibrio di questo angolo del Pianeta. Creando un intrigante precedente per il futuro degli oceani: l’uomo che, in laboratorio, rimedia ai danni indiretti dell’antropocene.

I vari tentativi e l’interesse dell’Italia

Non mancano, tuttavia, le incognite.

“Abbiamo inizialmente provato a iniettare nelle gonadi delle stelle marine un ormone, inducendole alla deposizione delle uova. Poi, però, abbiamo optato per la fecondazione in vitro. Rimuovendo le uova dalle braccia delle stelle marine e fecondandole con lo sperma maschile. Non conoscevamo le condizioni in cui le stelle marine potessero crescere. Abbiamo dovuto separarle per evitare che le più grandi mangiassero le più piccole”.

La parte inferiore di una stella marina adulta di girasole alla UW Friday Harbor Laboratories. 
Crediti: Dennis Wise / Università di Washington

In attesa di comprendere il numero, la taglia e le quantità ideali per liberare in mare le stelle marine allevate in cattività, i ricercatori restano ottimisti. E’ necessario individuare l’agente patogeno che ha portato alla morìa diffusa fra le stelle marine di questa specie. Per evitare che la malattia incida brutalmente sulla loro reintroduzione rendendo vani gli sforzi dei ricercatori.

E al progetto guarda con interesse anche il mondo della ricerca italiana.

“Questo esempio proveniente dall’altra parte del mondo ha interessanti analogie con l’iconica cascata trofica del Mediterraneo che coinvolge i saraghi, i ricci e le alghe. I saraghi sono i principali predatori naturali dei ricci ed in condizioni normali ne controllano le densità. I ricci sono erbivori che quando raggiungono densità elevate possono brucare le alghe desertificando i fondali, creando i barren; ovvero porzioni di fondali completamente prive di vegetazione. Se nei mari americani è successo per via di un’epidemia delle stelle marine girasole, qui succede quando si ha una pesca eccessiva. Un fenomeno che può essere invertito riducendo la pesca. Come avviene per esempio all’interno delle aree marine protette gestite in maniera efficace, nelle quali i saraghi sono abbondanti, controllano le popolazioni di ricci e consentono alle alghe di ricoprire i fondali ed ospitare un’elevata biodiversità. Senza che l’uomo intervenga in laboratorio, dunque, per rimediare ai suoi stessi danni.”

Antonio Di Franco, che con la sede di Palermo della Stazione Zoologica Anton Dohrn si occupa di ecosistemi nelle aree marine protette

Il “Blob” Pacifico del 2013

Il Blob era una grande massa di acqua relativamente calda nell’Oceano Pacifico al largo della costa del Nord America, rilevata per la prima volta alla fine del 2013 e ha continuato a diffondersi per tutto il 2014 e il 2015. È stato un esempio di ondata di caldo marino.

A settembre 2016, il Blob è riemerso. Le sue acque calde erano povere di nutrienti e influivano negativamente sulla vita marina

Le anomalie della temperatura della superficie del mare sono un indicatore fisico che influisce negativamente sullo zooplancton nell’Oceano Pacifico nord-orientale. Le acque calde sono molto meno ricche di nutrienti rispetto alle acque di risalita fredde che erano normali fino a poco tempo prima al largo della costa del Pacifico. Ciò ha comportato una riduzione della produttività del fitoplancton con effetti a catena sullo zooplancton, che se ne alimentava, e sui livelli più elevati della catena alimentare.

Le specie più basse nella catena alimentare che preferiscono acque più fredde e tendono ad essere più grasse, sono state sostituite da specie di acque più calde con un valore nutritivo inferiore. Migliaia di cuccioli di leoni marini sono morti di fame in California, il che ha portato a spiaggiamenti forzati.

L’acqua calda fino a una profondità di 100 metri ha favorito la diffusione di una misteriosa malattia che ha ucciso quasi tutte le 20 specie di stelle marine che popolavano le foreste di kelp situate al largo della California settentrionale, fra cui anche la “Sunflower Sea Star”; che è l’unico predatore in grado di rompere il carapace estremamente duro dei ricci di mare viola, i quali si nutrono principalmente di kelp.

Scomparse queste stelle marine, i ricci di mare viola hanno cominciato a riprodursi in modo esponenziale (una femmina rilascia nell’acqua milioni di minuscole uova ricoperte di gelatina). 

L’importanza delle foreste di alghe

In alcuni casi le foreste di alghe potrebbero essere anche 400 volte più efficienti degli alberi nella rimozione della Co2. Tra il 1997 e il 2004 i nostri oceani hanno assorbito 34 gigatoni di carbonio nel mondo attraverso alghe, vegetazione e coralli; in altre parole, gli alberi potrebbero non salvarci, ma gli oceani si.

Per chi non lo sapesse, il termine “Kelp” si riferisce ad alghe giganti che possono raggiungere i 60 metri di altezza e che crescono fino a 60 centimetri al giorno formando fittissime foreste sottomarine che offrono cibo e rifugio a moltissime specie animali, non solo a pesci e invertebrati, come stelle marine, ricci e cetrioli di mare, gasteropodi marini, gamberi e tantissimi altri crostacei, ma anche a uccelli marini come gabbiani e sterne, e a mammiferi marini, come foche, otarie e trichechi.

Fino a pochi anni fa, lungo certi tratti delle coste dell’Oregon, queste foreste di Kelp erano così dense da impedire addirittura la navigazione. Si tratta infatti di uno degli ecosistemi marini più ricchi al mondo, asilo nido di numerosissime varietà di pesci e che è alla base dell’industria della pesca lungo gran parte della costa americana dell’Oceano Pacifico.

Leggi anche il nostro articolo: “La pianta marina che combatte la plastica: la Posidonia oceanica”

Questi ecosistemi sono essenziali per la vita di migliaia di specie, tra cui la nostra. Con i tassi di produzione di CO2 attuali è necessario avere al nostro fianco un valido alleato per il suo smaltimento.

Dieta sostenibile: il rapporto tra alimentazione e ambiente

Ruben Novello è un 31enne torinese che ha da poco concluso il suo percorso di studio magistrale in scienze agrarie e alimentari presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi sulla dieta sostenibile all’interno della letteratura epidemiologica. Dato l’ambito della sua specializzazione, lo abbiamo intervistato sul tema.

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo! 

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Quali sono i principali problemi ambientali connessi alla dieta alimentare occidentale?

Il primo colpevole di ogni dieta ambientalmente impattante, è l’eccessivo consumo di carne. Guardando da una prospettiva più ampia, potremmo addirittura definire la zootecnia in generale una dei responsabili.

Abbiamo modelli che stimano l’impatto ambientale di un allevamento – sia esso suino, bovino o avicolo – e ci permettono di controllare la sua impronta di carbonio. È però evidente che dobbiamo smetterla di ammassare una grande quantità di capi di bestiame in spazi ridotti. Non facendo più una netta distinzione tra rosse e bianche, ormai anche per i nutrizionisti esiste soltanto la carne. Eppure la SINU (Società Italiana di Nutrizione Umana) fa nelle indicazioni delle porzioni una distinzione tra carni fresche e conservate, raccomandando una porzione standard di 100 g per le fresche e di 50 g per le conservate. Andrebbe però posta enfasi sulla frequenza di consumo.

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Foto di Andy M. da Pixabay 

Un modello da rivedere

Non dovremmo mangiare oltre 2/3 porzioni di carne a settimana, all’interno di una dieta sana e bilanciata. Fonti proteiche come uova, pesce e legumi ci possono aiutare. Altra vessata questione è la logistica. Perché consumare, ad esempio, un avocado che arriva dall’altra parte del mondo, è colto dalla pianta duro come un sasso e affronta un viaggio transcontinentale – prima in mare e poi su gomma – in atmosfere studiate per mantenerlo in stasi? Sfruttiamo stagionalità e prossimità.

C’è consenso generale sul fatto che la dieta occidentale (western diet) vada abbandonata al più presto. Elevate quantità di carne associate a prodotti trasformati, non sono in linea con le raccomandazioni di una dieta sana ed equilibrata e non rappresentano certo una dieta sostenibile.

Mi è capitato di essere servito in un ristorante con una lattina d’acqua, quando la chiesi dal rubinetto. Quanta bauxite è stata necessaria per ottenere l’alluminio di quella lattina? Facciamo poi una finale considerazione sulla carne bovina: le emissioni di anidride carbonica e metano di questi animali sono veramente significative rispetto ad altre produzioni.

Come si misura l’impatto ambientale di una dieta?

L’impatto ambientale di una dieta si misura tramite Life-Cycle Assessment. L’analisi del ciclo di vita (LCA) è una metodologia analitica e sistematica che valuta l’impronta ambientale di un prodotto o servizio, lungo il suo intero ciclo di vita. Il calcolo spazia dalla prima fase della vita del prodotto (l’estrazione delle materie prime), considerandone poi anche produzione, distribuzione, uso e dismissione finale. In tal maniera siamo in grado di restituire quanto impatti quel prodotto. La base di qualsiasi rilevazione è misurare effettivamente l’impatto ambientale della dieta di un singolo individuo. Si tratta di un processo quantomai laborioso e di difficile applicazione, se teniamo conto degli attuali strumenti di rilevamento epidemiologico-nutrizionale.

Si può impiegare un diario alimentare, chiedendo al soggetto che stiamo studiando di registrare – durante l’intero arco della giornata, per almeno una settimana – tutti i suoi singoli consumi alimentari. Caffè in mattinata, biscotti, condimenti… Per misurarne attendibilmente l’impatto ambientale dovremo chiedere il prodotto specifico, il tipo di packaging e il metodo di cottura.

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Tecnologia e nutrizione

In un futuro che spero prossimo si potranno usare i protocolli della tecnologia blockchain per tracciare con una accuratezza più penetrante i consumi alimentari del singolo individuo. È purtroppo un argomento al di fuori della mia portata e competenza ma sarebbe uno strumento potentissimo in mano a chi studia i fenomeni alimentari. Un problema decisamente più importante è che i dati di impatto ambientale non sono di così facile reperimento: i database non sono pubblici, né in licenza libera, purtroppo. Le università, nonostante le loro capacità di ricerca, difficilmente possono sopperire “gratuitamente” alle lacune dei dati scientifici

Nel video dell’Università degli Studi di Udine un ricco approfondimento su quanto impatti effettivamente la nostra dieta.

Quali vantaggi ambientali derivano dall’adozione di una dieta sostenibile e quale regime alimentare può definirsi tale?

Per il momento, i numerosi studi che trattano di regimi alimentari sostenibili, indicano che la dieta mediterranea è quella più sostenibile. Definire una dieta di stampo mediterraneo non è banale. Ci sono degli strumenti metodologici appositamente studiati e validati per indicarlo, come il MED Score (il punteggio di dieta mediterranea) per identificare se un soggetto ha effettivamente uno stile di vita mediterraneo, i quali però non sono strumenti di diagnosi. I vantaggi di un’alimentazione mediterranea e, generalmente, quelli di una dieta sostenibile, riescono a limitare l’insorgere di malattie tumorali, patologie neurodegenerative e cardiovascolari.

Sono state prodotte importanti meta-analisi in questo frangente, e non possiamo che migliorare, sia a livello di singoli individui, che a livello di numeri importanti di popolazione. I vantaggi che deriverebbero sono sia a breve termine sia a lungo termine: nel breve, potremo iniziare ad avere un rapporto con la nostra alimentazione più coerente con i bisogni attuali. Nel lungo periodo, vedremo anche una dieta sostenibile, più in linea con i nostri fabbisogni e che riuscirebbe a renderci più consapevoli. Non stiamo parlando di dimagrimento, quello afferisce più ad un livello fisiologico-omeostatico.

È possibile ridurre l’impatto sul Pianeta senza sconvolgere le nostre abitudini a tavola?

Si! Anzi, se cominciassimo a scegliere in maniera più consapevole, sarebbe già un buon risultato. Tuttavia, gli studi attuali non sono comunque né conclusivi, né uniformi nella valutazione di impatto ambientale. Ho personalmente letto studi in cui è stato utilizzato qualsiasi strumento di rilevamento dei consumi, incrociandone i risultati con tutti i metodi di stima di impatto ambientale. Alcuni impiegano dati di seconda mano, provenienti dalla letteratura scientifica, per stimare l’impatto ambientale. Altri studi invece, più raffinati, usano la metodologia LCA proprio in contemporanea alla raccolta dei dati di consumo alimentare. Ciò richiede però un passaggio molto più laborioso e dispendioso in termini di tempo e risorse.

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Foto di Andy M. da Pixabay 


Mi sento comunque di poter condividere dei piccoli take-home messages, in chiusura. Essi possono aiutare le persone quotidianamente. Partiamo dal cercare di limitare il consumo di carne necessario ai nostri fabbisogni. Preferiamo cibi di stagione e – contemporaneamente – di prossimità. Non mi riferisco soltanto al chilometro Ø, perché sovente si tratta di una piccola bugia, nel sistema alimentare italiano odierno. Ricerchiamo però sempre prodotti provenienti dalla nostra regione o area. Infine, facciamo attenzione all’etichettatura. Spesse volte, le aziende alimentari indicano dove poter smaltire gli imballaggi e anche come farlo in maniera corretta. All’interno del ciclo di vita di un prodotto è pressoché certo che si generi un prodotto di scarto. Perciò dobbiamo assicurarci un riuso, un riciclo e uno smaltimento più corretti. Abbiamo un solo pianeta. Abbiamo però anche molte soluzioni a portata di mano.

Ruben Novello è su Instagram.

Migrazioni interne e acqua: Italia e Grecia a confronto

E se fossimo costretti a emigrare, in cerca di un clima più favorevole? Le migrazioni interne sembrano un problema lontano, ma secondo le proiezioni del CMCC è una realtà molto vicina, specialmente per le due penisole mediterranee

Grecia e Italia sono solitamente percepite come terre di immigrazione da altri Paesi, specie per le migliaia di chilometri di costa di cui dispongono. Ma se, a emigrare a causa dei cambiamenti climatici, anche solo internamente, dovessero essere le popolazioni di questi due Stati? La differenza tra percezione e realtà si sta allargando. Così, alcuni dati di uno studio della Banca Europea per gli Investimenti (BEI) contrastano con le proiezioni del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), un’istituzione di ricerca scientifica, che si impegna a informare e favorire il dialogo tra scienziati, decisori politici e opinione pubblica.

Il sondaggio BEI

Partiamo dalla percezione. Immaginate di rispondere a un sondaggio, in cui si pone la domanda: “Quali di questi eventi estremi ti preoccupa di più?”. Tra le opzioni, anche l’innalzamento dei mari e la scarsità d’acqua. Per il campione di 2000 persone preso in considerazione per Paese, solo il 20% degli italiani e il 13% dei greci ha dichiarato di essere intimorito dalle inondazioni costiere. Per quanto riguarda la siccità, i numeri non si discostano di molto: 22% per i primi, 27% per i secondi.

Ora, un altro quesito: “Pensi che nel futuro ti dovrai spostare?”, sempre in relazione al mutamento delle condizioni climatiche. Si dovrà cambiare città o traslocare nell’entroterra, a causa di circostanze avverse? 3/4 degli intervistati italiani hanno risposto negativamente, come il 56% degli ellenici. Nei due casi, più della metà è convinta di poter rimanere nel luogo in cui risiede al momento.

Le proiezioni CMCC sulle migrazioni interne e gli eventi acquatici estremi

La percezione, però, è lontana dalla realtà. Pur non essendoci proiezioni precise su cosa accadrà nei prossimi anni, i segni di un cambiamento dell’ecosistema sono già attuali. Come tali, dovrebbero metterci in allerta. Lo studio del Centro Euro-Mediterraneo ha sottolineato, riprendendo le ricerche del Panel Internazionale sui Cambiamenti Climatici (IPCC), che il riscaldamento, l’acidificazione delle acque e l’erosione costiera concorrono ad aumentare i rischi di inondazioni ed eventi estremi -come i Medicane, gli uragani mediterranei – per le comunità che vivono affacciate al mare.

Come indica in modo preciso, per quanto riguarda il Mediterraneo, “le anomalie della temperatura superficiale del mare indicano un aumento di circa 1,2°C su base annuale. […] In particolare, l’aumento maggiore rispetto al periodo di riferimento delle temperature invernali e primaverili si ha per il bacino Adriatico, con valori compresi tra 1,5°C e 2°C.” Nel periodo estivo, si hanno anomalie più alte e diffuse nel mar Tirreno, con un innalzamento di circa 1,5°C, nello Ionio e nell’Alto Adriatico.

Ma le temperature cosa c’entrano con l’innalzamento del mare? Molto. I valori attesi per il mare Adriatico sono di +7, e +8 centimetri per il Tirreno, con dei picchi nelle stagioni primaverile e autunnale.

Eventi estremi in Italia: danni e vittime. Quando cambierà la politica?

Costretti a migrazioni interne

Adattamento e mitigazioni diventano parole chiave, per reagire a una situazione di rischio notevole, visto che tutte le aree costiere italiane saranno caratterizzate da un aumento di temperature rispetto al periodo 1981-2010. Sempre tenendo conto di questo arco temporale, anche l’innalzamento del mare per il 2021-2050 si attesta sopra i 7 centimetri per il bacino del mar Adriatico e del Mar Ionio, fino a un massimo di 9 nel Mar Tirreno e nel Mar Mediterraneo Centrale e Occidentale. È tempo di far combaciare percezione e realtà, prima di dover riempire le valigie.

Le città italiane più inquinate

L’inquinamento atmosferico è un problema complesso che dipende da molteplici fattori: in primis traffico, riscaldamento domestico, agricoltura e industria. Tutte queste attività umane emettono nell’atmosfera una certa quantità di composti inquinanti, come le polveri sottili (il Pm10 e Pm2.5), gli ossidi di azoto (in particolare l’NO2) e l’ozono troposferico (O3), i quali influiscono negativamente sulla salute delle persone, provocando l’insorgenza di patologie respiratorie, cardiovascolari, metaboliche e neurologiche. Oltre ai problemi legati alla salute ci sono inoltre delle enormi complicazioni dal punto di vista ambientale.

Ma quali sono le città italiane più inquinate in cui vivere?

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Città che superano i limiti giornalieri di PM10

Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, in Europa circa il 90 % degli abitanti delle città europee è esposto a concentrazioni di inquinanti superiori ai livelli di qualità dell’aria ritenuti dannosi per la salute. Per esempio, si stima che il particolato sottile (Pm2.5) riduca l’aspettativa di vita nell’UE di più di 8 mesi.

Se guardiamo la situazione del nostro paese, i dati sono ancora più preoccupanti. Ogni anno in Italia sono oltre 50 mila le morti premature dovute all’esposizione eccessiva ad inquinanti atmosferici. Un impatto che dal punto di vista economico arriva a diverse decine di miliardi all’anno tra spese sanitarie e giornate di lavoro perse, per la precisione tra i 47 e i 142 miliardi di euro/anno.

Secondo l’ultimo report di Legambiente sull’inquinamento atmosferico, nel 2020 più di un terzo delle città italiane analizzate (35 su 96) hanno superato i limiti giornalieri di legge per il Pm10 (stabilito in 35 giorni in un anno solare con una media giornaliera superiore ai 50 microgrammi di polveri sottili per metro cubo). Addirittura sono undici le città nelle quali si sono avuti più del doppio dei giorni di superamento dei limiti.

A Torino il valore peggiore in assoluto: 98 giorni di superamenti, quasi tre volte sopra il limite dei 35 giorni. Quindi Venezia con 88 giorni, Padova 84, Rovigo 83, Treviso 80, Milano 79, Avellino e Cremona 78, Frosinone 77, poi Modena e Vicenza che con 75 giorni di superamento dei limiti, chiudono le 10 peggiori città italiane.

Città che superano le medie annuali di PM10

I superamenti giornalieri rappresentano però solo un “campanello d’allarme” che rileva i periodi più critici dello smog durante l’anno. Le medie annuali di polveri sottili, invece, danno un’idea migliore sulla cronicità dell’inquinamento e sono il parametro di riferimento per la tutela della salute, come indicato dalle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che stabilisce in 20 microgrammi per metro cubo la media annuale per il Pm10 da non superare.

Secondo il report, sono 60 le città italiane (il 62% del campione analizzato) che hanno fatto registrare una media annuale superiore a quanto indicato dall’OMS. Anche in questo caso le città del nord Italia sono quelle con le rilevazioni più preoccupanti. Sempre in testa Torino con 35 microgrammi/mc come media annuale, seguita da Milano, Padova e Rovigo (34µg/mc), Venezia e Treviso (33 µg/mc), Cremona, Lodi, Vicenza, Modena e Verona (32 µg/mc).

Oltre alle città del nord però hanno superato il limite suggerito dall’OMS anche città come Avellino (31µg/mc), Frosinone (30 µg/mc), Terni (29 µg/mc), Napoli (28 µg/mc), Roma (26 µg/mc), Genova e Ancona (24 µg/mc), Bari (23 µg/mc), Catania (23 µg/mc) solo per citarne alcune.

Nel complesso, si può notare che le città del nord Italia e del bacino padano hanno i dati più allarmanti. Al sud invece i dati sono migliori, ma preoccupano Roma e la Campania, quest’ultima con alcune città in lista rossa.

Cosa è cambiato con il Covid?

In assoluto, i valori di inquinamento atmosferico dell’anno appena trascorso non sono diminuiti rispetto alle rilevazioni precedenti. Considerando le restrizioni applicate a causa dell’emergenza da Covid19, chi legge si starà chiedendo: come mai?

Durante il periodo del lockdown del marzo/aprile/maggio scorso, la diminuzione della concentrazione di polveri sottili (Pm10) e biossido di azoto (No2) è stata rispettivamente di circa il 20%, e tra il 40% e 60%. Quindi un lieve beneficio dal blocco del traffico c’è stato. Ma i valori di inquinamento complessivi non sono diminuiti principalmente per due motivi:

  • La prima spiegazione è che le misure hanno avuto il loro effetto benefico, ma che il danno era stato sostanzialmente già fatto. Infatti il periodo critico dell’inquinamento è quello compreso tra i mesi gennaio/febbraio e novembre/dicembre, dove si registrano i picchi più alti di inquinamento, con marzo e ottobre che invece sono, da un punto di vista delle concentrazioni e dei superamenti, mesi di transizione.
  • L’altro, e più importante, elemento di cui tener conto è che in realtà da tempo ormai, grazie ai parziali miglioramenti nei settori tradizionali (mobilità, industria e riscaldamento domestico), le concentrazioni di polveri sottili, in particolare in area Padana, sono sostenute in modo molto limitato da queste emissioni di fonte primaria, ovvero rilasciate al punto di scarico in atmosfera.

Ad essere sempre più prevalenti sono infatti le polveri di formazione secondaria, cioè quelle derivanti da reazioni chimiche che si verificano direttamente in atmosfera. Spesso le polveri di formazione secondaria sono formate da microcristalli di sali d’ammonio la cui fonte prioritaria è l’allevamento del bestiame, attività che non ha avuto alcuna limitazione con il lockdown. Questo spiega le ragioni dell’invariabilità del dato medio annuo, che ha visto una scarsa o nulla riduzione delle concentrazioni medie di polveri sospese, a fronte della sensibile riduzione dell’inquinamento da NO2 (la cui fonte prevalente è il traffico).

L’analisi

Per Legambiente i dati allarmanti sono il frutto di tre ragioni. In primis la “mancanza di pianificazione e di ambizione dei Piani nazionali e regionali”. Poi si è notato che i pochi accordi di programma raggiunti, nella realtà dei fatti, “sono stati puntualmente elusi e aggirati grazie al ricorso sistematico alla deroga”. Il riferimento più lampante è al blocco degli Euro4 nelle città che sarebbe dovuto entrare in vigore dal primo ottobre 2020 e che è stato prima posticipato al gennaio 2021 e poi all’aprile successivo.

Infine, la classe dirigente italiana non ha mai preso in considerazione l’opportunità di rinnovare profondamente settori cruciali come la mobilità, l’agricoltura, la zootecnia, le aree portuali, rendendo l’emergenza smog ormai cronica.

È chiaro che la classe politica del nostro paese non ha saputo affrontare in maniera strutturale il problema dell’inquinamento atmosferico. Lo testimoniano i dati in questione e le due procedure di infrazione comminate all’Italia per il mancato rispetto dei limiti europei previsti per il Pm10 e gli ossidi di azoto, a cui si è aggiunta una nuova lettera di costituzione in mora da parte della Commissione europea in riferimento alle eccessive concentrazioni di Pm2,5.

Alla luce di tutto ciò, e dei danni dei composti inquinanti alla salute dei cittadini, ci chiediamo quando la politica italiana cambierà rotta e agirà in maniera decisa e con obiettivi chiari per contrastare l’inquinamento atmosferico.

Scioglimento dei ghiacciai: non domandiamoci se ma quando

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La rivista scientifica internazionale e non-profit chiamata Cryosphere si dedica alla divulgazione e discussione di argomenti ben specifici. Il focus è su tutti gli aspetti relativi all’acqua e al suolo congelati sulla Terra e in altri corpi planetari. Lo fa tramite articoli di ricerca, comunicazioni brevi e papers tecnici. Di recente, ha pubblicato i risultati della ricerca su un modello dell’università della Northumbria. I ricercatori, guidati da Sebastian Rosier, hanno riportato risultati allarmanti per quanto concerne lo scioglimento dei ghiacciai.

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L’allarme dalla ricerca

È una conferma che avremmo gradito non avere. I satelliti ci avevano già mandato osservazioni e segnali che facevano ipotizzare il peggio, eppure è grazie a questo modello che possiamo ora affermarlo. Lo scioglimento dei ghiacciai Pine Island e Thwaites ha raggiunto il punto di non ritorno. Parliamo di due tra i maggiori ghiacciai antartici. Il loro dissolvimento in acqua, unito a quello dei ghiacci nella regione sia inarrestabile e irreversibile. Qualora il modello avesse ragione, com’è ahinoi probabile, l’operazione porterebbe al collasso dell’intera piattaforma glaciale dell’Antartide occidentale. Significa che il livello dei mari si innalzerebbe in media di oltre tre metri, tanto è il ghiaccio contenuto da queste parti.

Massimo Frezzotti insegna geografia fisica a Roma Tre ed è ricercatore per ENEA (Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, Energia e Sviluppo Economico Sostenibile), egli ha spiegato così ad ANSA che cosa significhi questa ricerca. “Pine Island e Thwaites sono sotto osservazione da parecchi anni. Finora i modelli glaciologici non erano riusciti a riprodurre i dati emersi con le osservazioni satellitari. Gli indicatori di allerta ricavati dalle osservazioni sono stati riprodotti in questo modello, che conferma come le soglie limite siano già superate. Ciò per via dell’ingresso di acque calde dall’oceano.”

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Foto di WikiImages da Pixabay 

“La temperatura delle acque in Antartide è di -2 gradi ma ora stanno entrando acque di 2 o 3 gradi, con grande temperatura di fusione. Dovunque i ghiacciai si stanno ritirando al contatto tra ghiaccio e oceano. Il motivo sono proprio queste acque calde.” Aggiunge Frezzotti. C’è dunque attendibilità per questa ricerca il cui risultato ci fa arrabbiare. Stando così le cose, sembrerebbe che non abbia più senso domandarci se davvero avverrà lo scioglimento dei ghiacciai, bensì dobbiamo chiederci quando.

Alla radice del problema

Sono ormai passati decenni da quando abbiamo cominciato a studiare il preoccupante fenomeno dello scioglimento dei ghiacciai. La comunità scientifica si è concentrata su questo avvenimento da quando la riduzione della cortina gelata ai Poli si è resa più rapide ed evidente. Erano gli anni ’70 e già cominciavamo a capire che qualcosa non stava andando proprio nel verso giusto. Da 50 anni a questa parte tale alterazione ambientale non è più ravvisabile soltanto all’Artico oppure in Antartide. Basta infatti prendere in esame i vasti ghiacciai montani disseminati in tutto il mondo per vedere di quanto si stia riducendo la loro superficie. Ad oggi possiamo contare 15 milioni di chilometri quadrati ricoperti da ghiaccio sul nostro Pianeta. Parliamo del 69% delle risorse d’acqua dolce del globo.

È allarmante come, dalla seconda metà del ‘900, la quota di ghiacciai persa ogni anno sia aumentata a velocità sempre maggiore. La NASA, tramite le sue sofisticate rilevazioni, ci dice che ogni 12 mesi perdiamo qualcosa come 300 miliardi di tonnellate di ghiaccio al Polo Nord. Al Polo Sud, invece, rinunciamo a 130 miliardi di tonnellate ogni volta che cambiamo il calendario sulla parete. Per quanto concerne le vette montane, sono 35 i miliardi di tonnellate di ghiaccio che scompaiono annualmente. Questi dati sono in continuo peggioramento. Nel 2019 abbiamo raggiunto un massimo negativo: soltanto 3,82 milioni di chilometri quadrati sono rimasti congelati nell’Artico. È davvero molto poco.

Le cause dello scioglimento dei ghiacciai

A cosa dobbiamo tutto ciò? Le cause del disgelo sono principalmente quattro. Innanzitutto lo scioglimento dei ghiacciai si deve alla produzione di anidride carbonica dovuta alle attività umane: trasporti, allevamento, realtà industriali… che, come se non bastasse, è accompagnata da una continua deforestazione dei polmoni verdi mondiali. Questi sarebbero infatti in grado di imprigionare parte di questa CO2. Contribuiscono in maniera decisa al surriscaldamento anche i combustibili fossili, ancora troppo largamente impiegati nel settore energetico. Da questi fattori deriva la quarta causa scatenante, la principale di tutte: l’inarrestabile innalzamento delle temperature globali. È stato stimato che la media mondiale sia cresciuta di un grado dal 1800 a oggi. L’aumento potrebbe raggiungere gli 1,5 o addirittura i 2 gradi in più entro il 2050.

Effetti e conseguenze

Quel che lo scioglimento dei ghiacciai può comportare è disastroso per il Pianeta, inutile usare mezzi termini. L’ecosistema nel suo complesso corre il rischio di andare incontro ad effetti distruttivi. Ovviamente, all’interno dell’ecosistema viviamo anche noi uomini e tutti gli altri animali. Alcuni habitat naturali stanno già subendo le conseguenze del cambiamento e numerosi rappresentanti della flora e della fauna mondiale stanno scomparendo a causa di questi stravolgimenti.

Il primo effetto che potrebbe derivarne è l’innalzamento del livello dei mari. L’università inglese di Bristol portò avanti uno studio, nel 2018, rivelando come lo scioglimento completo dei ghiacciai in Antartide porterebbe a 58 centimetri in più per l’intera massa idrica globale. Si tratta ovviamente di una media, alcune aree sarebbero più a contatto con questo problema di altre. In Groenlandia, ove troviamo una delle masse ghiacciate più estese al mondo, la superficie dell’oceano potrebbe far registrare un pressoché ingestibile +7,4 metri. All’innalzamento dovuto a questo dissolvimento dobbiamo aggiungere i circa 41 centimetri di acqua in più che si dovrebbero allo scioglimento delle calotte montane.

In seguito a questo fenomeno, numerose tra le città situate su coste o lagune finirebbero sommerse, come ad esempio Venezia o Miami.

Business Insider ci mostra cosa attenderebbe l’Europa in caso di scioglimento completo dei ghiacciai.

Stravolgimenti e riduzione della biodiversità

Una massa liquida più voluminosa non potrebbe che causare grossi stravolgimenti all’ambiente marino. Pensiamo ad esempio a quali modifiche potrebbero riguardare tutte le principali correnti cicloniche, dalle quali dipende il benessere di intere comunità. Le aree più a Nord del mondo potrebbero iniziare processi di tropicalizzazione, quelle a ridosso dell’Equatore andare incontro a desertificazione e l’intero Pianeta sarebbe sempre più frequentemente vittima di uragani, trombe d’aria e incendi.

Non sottovalutiamo poi l’importanza dell’albedo terrestre. La superficie candida di neve e ghiaccio riflette instancabile le radiazioni solari, contribuendo in prima persona alla stabilità delle temperature sulla Terra. Più questa porzione si ridurrà più energia sarà assorbita dal terreno, il quale, naturalmente, non potrà che rilasciarla sotto forma di calore. In tal modo, il surriscaldamento globale si farà un problema ancor più serio. Se dunque i mari saranno più alti e le temperature più elevate, che cosa accadrà agli esseri viventi che abitano il nostro ecosistema al suo stato attuale? Le specie tropicali potrebbero migrare verso nord, per ritrovare a latitudini desuete il clima più adatto alla loro vita, sostituendo completamente le popolazioni autoctone. Per i vegetali, i quali ovviamente non si muovono, le conseguenze potrebbero essere ben peggiori. Intere popolazioni di funghi correranno il rischio estinzione a causa del caldo che le soffocherà.

Gli orsi polari sono tra le specie più minacciate dal surriscaldamento globale. Foto di emmastout da Pixabay 

Strettamente legata alla perdita di biodiversità è l’alterazione della catena alimentare la quale non potrà che coinvolgerci tutti. Sempre più specie, incapaci di nutrirsi come sapevano, andranno incontro alla riduzione del numero di esemplari. Messo a sistema, ciò significherà maggiore difficoltà a nutrirsi anche per l’essere umano, il quale ha già seri problemi a produrre il cibo necessario ad una popolazione sempre maggiore. Tutto è collegato.

Scioglimento dei ghiacciai: i più minacciati

Sono numerose le specie animali che già oggi cominciano ad accusare problemi di sopravvivenza legati agli effetti del cambiamento climatico. Anche alcune comunità umane, principalmente quelle residenti negli atolli circondati dall’Oceano Pacifico, lamentano problemi di alluvioni, inondazioni e incendi. Pensiamo soltanto a cosa avvenne in Australia, tra il 2019 e il 2020. Si stima che quei roghi innalzarono le temperature di almeno 1 grado grazie alla continua e ininterrotta emissione di nero di carbonio, il famigerato black carbon. Si tratta di un pigmento prodotto dalla combustione incompleta di prodotti petroliferi pesanti quali catrame di carbone fossile, grassi e oli vegetali.

Vi sono due popolazioni animali particolarmente sensibili al surriscaldamento globale, le quali sono particolarmente minacciate dall’innalzamento delle temperature: tartarughe e orsi polari. Questi ultimi faticano sempre più a trovare prede di cui nutrirsi. Restano dunque digiuni per diverse settimane e costretti a intraprendere a volte anche vere e proprie migrazioni per raggiungere acque pescose. Ciò comporta un dispendio energetico enorme ed è il motivo per il quale sempre più sovente vediamo orsi polari magri e affaticati nei documentari televisivi.

Per quanto riguarda le tartarughe, invece, esse soffrono particolarmente il mutamento del loro habitat naturale dovuto all’innalzamento delle temperature. Questi esemplari devono spingersi sempre più a nord per depositare le loro uova, trovandosi a dover competere con predatori spesso sconosciuti. Si verifica inoltre un problema nella distribuzione dei generi. Il sesso delle tartarughe neonate si deve infatti principalmente alla temperatura nella quale viene lasciata la covata. Da uova messe a riposo con meno di 27 gradi usciranno principalmente maschi mentre da uova lasciate a oltre 30 gradi nasceranno soprattutto femmine. Si corre così il rischio che gli esemplari femminili saranno sempre più numerosi e, dunque, incapaci di trovare un partner per la fecondazione. Lo scioglimento dei ghiacciai è una bomba a orologeria vicinissima al doppio zero; dobbiamo fare qualcosa per ritardarne – se non proprio evitarne, come sarebbe ideale – l’esplosione.

Lo scioglimento dei ghiacciai come bomba ad orologeria: il video di Fanpage dimostra quanto esso sia legato al surriscaldamento globale.

Cosa possiamo fare per arginare lo scioglimento dei ghiacciai?

Questa grave minaccia che incombe su di noi come una spada di Damocle può essere arginata? Qualora ciascuno di noi inizi in maniera seria, da oggi, a operare scelte quotidiane volte a contrastare questa crisi, siamo ancora in tempo per rallentare questo fenomeno. Devono muoversi con impegno e concretezza i governi, i quali devono implementare misure per evitare una crescita troppo incontrollata delle temperature, e devono farlo presto. Già rispettare davvero gli accordi di Parigi del 2015 sarebbe un ottimo primo passo nella giusta direzione, sfortunatamente non lo sta facendo quasi nessuno dei firmatari. Ridurre le emissioni nocive è imperativo per riuscire a mantenere l’innalzamento delle temperature entro gli 1,5/2 gradi centigradi.

Non possiamo però certo delegare tutto a chi prende le decisioni. Anche noi cittadini dobbiamo fare la nostra parte, la quale potrebbe rivelarsi persino più importante di quella politica. Proviamo ad osservare i seguenti comportamenti: se saremmo efficaci e costanti nel farlo l’ambiente ci ringrazierà e potremmo dire di aver orgogliosamente fatto la nostra parte per combattere lo scioglimento dei ghiacciai.

Iniziamo dall’ottimizzare i nostri consumi energetici, in maniera tale da evitare sprechi e ridurre l’impatto sulle emissioni di CO2 in atmosfera. Come fare? Scegliendo elettrodomestici a basso consumo, sostituendo le vecchie lampadine con impianti a led, evitando di lasciare gli elettrodomestici in stand-by e riducendo la temperatura del termostato. Dobbiamo fare in modo di ottenere l’energia di cui abbiamo bisogno da fonti rinnovabili e optare per la mobilità sostenibile, tanto sulle tratte lunghe quanto su quelle più corte. Puntando su un’alimentazione consapevole, incentrata su pietanze locali e stagionali, limiteremmo gli alti costi economici e ambientali legati agli allevamenti intensivi e consumando alimenti a chilometri zero abbatteremmo enormemente i costi di trasporto e stoccaggio.

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Transizione ecologica, falsa partenza per il Ministero

Ci aspettavamo qualche cosa di meglio. La nascita del Ministero della Transizione Ecologica, avvenuta in contemporanea all’insediamento del governo Mario Draghi ci aveva fatto ben sperare. All’alba della sua presidenza, il premier incaricato Draghi aveva annunciato la creazione di un Ministero che doveva garantire una transizione ecologica al nostro Paese, verso le fonti rinnovabili. Anzi, lo aveva fatto annunciare a Donatella Bianchi, presidente del WWF, enfatizzando ancor più la nascita del dicastero. Il primo atto autorizzato però, non lascia affatto tranquilli gli ambientalisti.

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Il caso

Le grandi speranze che hanno seguito la nascita del Ministero – all’interno di un governo del tutti dentro che, come ben sappiamo, di dicasteri ne ha creati addirittura 23! – corrono il rischio di venire deluse a nemmeno 3 mesi dal giuramento della squadra di Draghi. Per transizione ecologica, infatti, nessuno intendeva certo nuove trivellazioni per sfruttare fonti fossili. Vediamo che cosa è successo.

Raccontiamo il caso con le parole del comunicato stampa inviato all’ANSA dal Forum H2O, associazione abruzzese che riunisce numerosi movimenti per l’acqua: “Il Ministro della Transizione Ecologica Cingolani ingrana la marcia. Però all’indietro. Lo fa puntando sul passato, cioè sulle fossili. È stata infatti approvata la valutazione di impatto ambientale per ben 11 nuovi pozzi per idrocarburi, di cui anche uno esplorativo. Il tutto nel Mar Adriatico, tra Veneto e Abruzzo, nel canale di Sicilia e a terra, in provincia di Modena. Inoltre, sempre in Emilia ma questa volta in provincia di Bologna, ha approvato anche l’avvio della produzione di un pozzo già esistente a metano. Visti i primi atti ci verrebbe voglia di battezzarlo come Ministero della Finzione Ecologica.”

Ironia amara

La definizione “Ministero della Finzione Ecologica” fa certamente sorridere. Eppure esprime davvero bene la frustrazione che si prova di fronte a questa decisione. Ci verrà detto che queste misure non devono ricadere interamente sulle spalle di Cingolani, uno che è lì da qualche settimana e, data l’improvvisa fine del governo precedente, si sarà sicuramente ritrovato molte pratiche aperte da chi lo precedeva al Ministero dell’Ambiente. La storia vera, però, non è proprio questa.

Continua il Forum H2O: “Sono ben 7 gli interventi presentati negli anni scorsi dai petrolieri delle società ENI (3); Po Valley Operations PTY Ltd (2) e SIAM Srl (2). Questi progetti erano rimasti fermi al Ministero per anni, anche dal 2014. Il neoministro Cingolani li ha prontamente resuscitati invece di mettere fine, in generale, ai nuovi progetti fossili.” Che era poi quel che ci si aspettava da lui.

“Oltre ai rischi e alle criticità insiti in ogni singolo progetto, per incidenti (recentemente in Croazia una piattaforma si è inabissata per il maltempo), perdite e scarichi, la cosa grave è che ci si allontana sempre più dagli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi sul Clima. Quelli che a parole tutti dicono di voler rispettare.”

Le priorità del Ministero della Transizione Ecologica

Il comunicato del forum continua con una brutale conclusione e un augurio a cui ci uniamo: “Per Cingolani e il governo Draghi, evidentemente, l’emergenza non è quella climatica ma premiare i progetti dei petrolieri. Auspichiamo che questi progetti siano fermati nel prosieguo dell’iter di approvazione, anche se la strada si fa in salita.”

Le esplorazioni e le trivellazioni, infatti, non sono ancora operative, in atto. Esse hanno però ricevuto il via libera da parte del Ministero, che significa che ormai hanno avuto il nulla osta e, con ogni probabilità, diverranno effettive a breve. Il campanello d’allarme del Forum H2O ci serva da monito. Se il buongiorno si vede dal mattino, come recita un noto proverbio, ecco che dobbiamo tenere sotto stretto controllo l’operato del nuovo dicastero. Continuare ad appoggiare estrazione e sfruttamento del fossile non è transizione ecologica, semmai l’esatto contrario. È immobilismo ecologico, finzione come hanno detto dal forum. In altre parole, è tutto ciò di cui non abbiamo bisogno in questo momento. Il nostro pianeta ha già iniziato a farci intendere quanto disapprovi il nostro stile di vita totalmente irrispettoso nei suoi confronti.

Altro che transizione ecologica: ancora nuove trivellazioni

L’idea delle trivellazioni pare essere un chiodo fisso, un cruccio nel nostro Paese. Nonostante i giacimenti fossili italiani siano tutt’altro che ricchi e rigogliosi, tanto che dovrebbero essere di stimolo alla ricerca di fonti energetiche a loro alternative, numerosi sono i governi che continuano ad insistere su di essi. Prima di Draghi lo fece l’ex premier Matteo Renzi. Ricorderete come, 5 anni fa – il 17 aprile 2016 – fummo chiamati alle urne per un referendum abrogativo. Esso ci chiedeva se volessimo impedire esplorazioni e trivellazioni alla ricerca di idrocarburi nei nostri specchi d’acqua. Ebbene, in tale occasione, si recò a votare una percentuale di elettori esigua, ben inferiore al 40% e, come da normativa, il referendum non passò e il diritto di esplorare non venne tolto. Proprio come desiderava il governo di allora.

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Foto di Kanenori da Pixabay 

Perché è importante ricordare questo episodio? Perché dobbiamo evitare di incolpare i soli Draghi e Cingolani. Se come popolo italiano avessimo deciso, quando potevamo, di stoppare queste operazioni, probabilmente questo articolo non sarebbe neppure mai uscito poiché nuove trivellazioni in Italia sarebbero state impossibili. E invece eccoci qua.

La storia non si fa con i se e con i ma com’è risaputo ma ciò non deve scusarci. Se non ci responsabilizziamo noi per primi, se non facciamo partire dal basso la lotta per il clima, alzando le nostre voci finché non vengano sentite con chiarezza all’interno dei palazzi del potere, temo che ci ritroveremmo molte volte a dover scrivere pezzi come questo – da questa parte dello schermo – e a doverli leggere – dal vostro lato.

Leggi anche: “Clima: stiamo sbagliando tutto”

Balene, il Giappone riapre la caccia annuale

Come da copione, per il terzo anno consecutivo il Giappone ha ripreso la caccia alle balene a scopi commerciali. Non è una novità dato il ritiro del Paese dalla International Whailing Commission a dicembre del 2019 e la sempre sofferta ottemperanza alle regole della IWC, che portarono il Giappone a infrangere comunque gli accordi e ad ostentare la caccia.

La ripresa della caccia

Quattro baleniere hanno lasciato i porti giapponesi all’alba del 3 aprile, salpando alla volta delle acque costiere. Il Paese è entrato nella sua terza stagione di caccia commerciale alla balena dopo oltre 30 anni di (semi) stop della pratica.

Con un’altra barca che si unirà all’operazione a giugno, si prevede un totale di cinque baleniere che avranno come unico obiettivo quello di catturare 120 balenottere minori. La mattanza avverrà nelle acque a largo della costa di Sanriku e di Hokkaido e si protrarrà fino allo scadere del mese di ottobre, secondo quanto affermato dall’Agenzia per la pesca.

Una barca da caccia alle balene lascia un porto a Ishinomaki, nella prefettura di Miyagi, sabato mattina presto. 
Crediti: KYODO

“Vorremmo fornire balene fresche e deliziose per tutti coloro che stanno aspettando”

ha detto Nobuyuki Ito, presidente di una compagnia baleniera a Ishinomaki.

La compagnia di Ito ha in programma di catturare balene nelle acque costiere delle prefetture di Aomori, Iwate e Miyagi fino all’inizio di giugno per poi dirigersi a nord, verso le acque costiere a largo di Hokkaido.

Il Giappone ha ripreso a cacciare le balene per scopi commerciali dal 1 ° luglio 2019, un giorno dopo aver ufficialmente lasciato la International Whaling Commission. In qualità di membro IWC, il Giappone aveva “interrotto” la caccia commerciale alla balena nel 1988, ma continuò comunque a catturare piccole quote di balene per quelli che definisce “scopi di ricerca”: una mera copertura per la caccia commerciale.

Carne di balena e rischi per la salute

Il consumo di carne di balena nel tempo ha portato allo sviluppo di malattie e, di conseguenza, alla nascita di nuove tecniche di indagine e ricerca. Queste ultime portarono a risultati drammatici. Gli esiti delle autopsie su uomini e animali hanno dimostrato la tossicità delle loro carni, dovuta all’elevato contenuto di mercurio, il quale provoca avvelenamento e gravi patologie: la malattia di Minamata.

I test sulla carne di balena venduta nelle isole Faroe e in Giappone, hanno rivelato alti livelli di metilmercurio e altre tossine come il PCB. Una ricerca è stata condotta da Tetsuya Endo, Koichi Haraguchi e Masakatsu Sakata presso l’Università di Hokkaido, i quali hanno trovato alti livelli di mercurio negli organi delle balene, in particolare nel fegato.

Hanno dichiarato che “l’intossicazione acuta potrebbe derivare da una singola assunzione di fegato”. Dallo studio è emerso che i campioni di fegato in vendita in Giappone contenevano, in media, 370 microgrammi di mercurio per grammo di carne; 900 volte il limite imposto dal governo. Livelli rilevati nei reni e dei polmoni erano approssimativamente 100 volte superiore al limite.

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Tabella nella quale i risultati mostrano dati superiori al livello di sicurezza consigliato dal Governo giapponese di 0,4 parti per milione (ppm). Vi sono diverse specie di balene e delfini nella lista.

Per saperne di più vi invitiamo a leggere un nostro articolo riguardante il mercurio e la sua biomagnificazione all’interno degli oceani.

IWC, Commissione internazionale per le balene

L’IWC è stato istituito ai sensi della Convenzione internazionale per la regolamentazione della caccia alle balene, firmata a Washington DC il 2 dicembre 1946. La premessa della Convenzione afferma che il suo scopo è quello di provvedere alla corretta conservazione degli stock di balene e quindi rendere possibile l’ordinato sviluppo dell’industria baleniera.  

Una parte integrante della Convenzione è il suo “Programma” giuridicamente vincolante. Quest’ultimo stabilisce misure specifiche che l’IWC ha ritenuto necessarie per regolamentare la caccia alle balene e conservarne gli stock. 

Le misure includono limiti di cattura (che possono essere pari a zero come nel caso della caccia commerciale alla balena) per specie e area; designandone alcune specifiche come santuari, a protezione dei cuccioli e delle femmine accompagnate da cuccioli, oltre a porre restrizioni sui metodi di caccia. A differenza della Convenzione, il Programma può essere modificato e aggiornato quando la Commissione si riunisce.

Esistono diversi motivi per cui potrebbero essere necessarie modifiche alla pianificazione. Questi includono nuove informazioni dal comitato scientifico e variazioni nei requisiti di sussistenza dei balenieri aborigeni. La Commissione coordina e, in molti casi, finanzia anche i lavori di conservazione di molte specie di cetacei; piani di gestione della conservazione per le specie e le popolazioni chiave. 

La Commissione ha inoltre adottato un piano strategico per il whalewatching, per facilitarne un ulteriore sviluppo in modo responsabile e coerente con le pratiche internazionali. La Commissione intraprende studi e ricerche approfonditi sulle popolazioni di cetacei; sviluppa e mantiene database scientifici e pubblica la propria rivista scientifica, il Journal of Cetacean Research and Management. 

IUCN e le balene

Dato che la popolazione mondiale è quasi raddoppiata dagli anni ’70, la balenottera comune (Balaenoptera physalus)  passa dalla categoria “in pericolo” alla categoria “vulnerabile”.

«Questo aumento fa seguito ai divieti internazionali di caccia commerciale alla balena nel Nord Pacifico e nell’emisfero sud, in vigore dal 1976, così come a delle riduzioni importanti delle catture nell Nord Atlantico dal 1990».

Secondo l’aggiornamento della Red List, è migliorato anche lo status della sub-popolazione occidentale della balena grigia (Eschrichtius robustus), che passa da “in pericolo critico” a “in pericolo”.  Storicamente, queste due specie di balene erano minacciate dal sovra sfruttamento per il loro grasso, l’olio e la carne.

Le balene si riprendono in gran parte grazie al divieto della caccia commerciale, agli accordi internazionali e a diverse misure di protezione. Gli sforzi di conservazione devono continuare fino a che le popolazioni non saranno più minacciate.

Leggi anche il nostro articolo: ““Seaspiracy” e l’insostenibilità della pesca”

La protezione quasi completa delle balenottere comuni nel loro areale (vengono cacciate ancora con quote da Norvegia, Islanda e Giappone) ha permesso alla popolazione mondiale di raggiungere circa 100.000 individui adulti. Le balene grige occidentali sono protette dalla caccia in quasi tutti gli Stati del loro areale a partire dagli anni ’80; solo recentemente si è constatato un aumento del loro numero nel Pacifico occidentale, in particolare al largo dell’isola di Sakhalin, nell’estremo oriente russo.

La differenza tra gli effetti delle misure di conservazione e l’avvio del recupero delle balene è dovuto in parte al basso tasso di riproduzione di questi animali. Anche le attività industriali, in particolare l’estrazione offshore di petrolio e gas e la pesca commerciale, rappresentano una minaccia per le balene grige.

L’importanza delle balene

Una recente ricerca sulle balene mostra come questi cetacei abbiano una forte influenza sulla funzionalità degli oceani, in particolare nello stoccaggio del carbonio a livello globale e favorendo il ricircolo degli elementi nutritivi, migliorando la disponibilità di risorse ittiche per la pesca commerciale. La tutela delle grandi balene, può contribuire ad aiutare gli ecosistemi marini stressati da sollecitazioni destabilizzanti, tra cui il cambiamento climatico, l’acidificazione e l’inquinamento.

Dopo l’alimentazione in profondità le balene tornano in superficie per defecare. Questa attività di “fertilizzazione” marina fornisce molti nutrienti che favoriscono la crescita del plancton. E’ uno dei molti esempi di come le balene mantengano la salute degli oceani.

“Si consideri la sottigliezza del mare, come la sua maggior parte delle creature temute scivolino sotto l’acqua, invisibili per la maggior parte e proditoriamente nascoste sotto le più belle tinte di azzurro.”

scriveva Herman Melville in Moby Dick. 

Per molto tempo, le balene sono state considerate troppo rare per fare una grande differenza negli oceani. Questa è stata una grande sottovalutazione del ruolo dei cetacei. Il calo del numero di balene, dovuto alla caccia intensiva degli scorsi decenni pre-moratoria ha probabilmente alterato la struttura e la funzione degli oceani.

Al momento della morte le carcasse di balena, che contengono una notevole quantità di carbonio, si inabissano divenendo habitat e risorsa per un incredibile varietà di creature che vivono solo su queste carcasse. Centinaia di specie dipendono dalle balene decedute. Il calo del numero di queste creature ha quasi sicuramente danneggiato anche la biodiversità, in quanto molte specie saprofite delle carcasse sono probabilmente scomparse prima di poterle scoprire.

Ad oggi, Giappone e Norvegia sono i due paesi balenieri più attivi. E’ necessaria una maggiore sensibilizzazione riguardo queste splendide creature ed al danno che si reca all’intero Pianeta eliminandole.

Clima: stiamo sbagliando tutto

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Chi ci legge abitualmente lo sa ormai bene. Qui su L’EcoPost raramente diamo buone notizie. Non dipende da noi. Basta guardarsi un pò intorno per vedere con i propri occhi quanto inadeguata sia l’umanità rispetto ad una delle sue battaglie principali: quella per il clima. Tutti parlano di surriscaldamento globale, di disastro climatico e di crisi grave e profonda. Quasi nessuno fa veramente qualcosa di concreto. Le organizzazioni ambientaliste lo gridano da tempo, restando però inascoltate. Inevitabilmente, ci rimettiamo tutti.

Sono già passati 6 anni dagli applausi e la felicità in diretta streaming e televisiva della conclusione della conferenza di Parigi. Quel summit mondiale lasciò molti ambientalisti e numerosi scienziati delusi, eppure era già qualcosa. Purtroppo però, le promesse messe nero su bianco in quella sede sembrano essere restate tali.

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

Il report sulle energie rinnovabili

Sul fronte della battaglia per il clima una sfida considerevole è quella riguardante l’energia. La transizione verso le rinnovabili è però troppo lenta e questo causa inquinamento. La produzione di elettricità pulita dovrebbe crescere ad un ritmo 8 volte maggiore rispetto alla percentuale con cui lo sta facendo oggi. Una velocità inferiore correrebbe il rischio di non riuscire a smarcarci dal fossile in tempo utile per tenere sotto controllo il surriscaldamento. A quanto ci dicono le indicazioni pubblicate da IRENA – International renewable energy agency, l’agenzia internazionale per le energie rinnovabili – il capitale investito nella transazione deve aumentare in maniera netta per supportare questa accelerazione. In base al report intitolato World energy transitions outlook, da qui al 2050 dovremmo aumentare del 30% gli investimenti nel settore. In soldoni, parliamo di 131 trilioni di dollari in 30 anni, ovvero 4,4 all’anno.

Rispetto a oggi, la capacità mondiale di produrre elettricità rinnovabile dovrà aumentare di oltre 10 volte. La sola elettrificazione dei trasporti dovrà segnare una crescita del 3000%. I numeri sono tanto netti da fare paura. Eppure lo scopo non vuole essere questo, bensì quello di rimarcare una volta in più come non esistano alternative alla transizione energetica. Se infatti vogliamo mantenere le nostre condizioni di vita almeno pari a quelle moderne (risultato che appare sempre più difficile da raggiungere) non possiamo continuare a bere energia come stiamo facendo oggi. Questo è un altro punto chiave. Accanto ad un aumento della produzione deve collocarsi una riduzione della domanda di energia. L’efficienza non può più essere trascurata.

Dalla Danimarca una decisione a favore del clima

I Paesi del Nord Europa, nonostante custodiscano ingenti quantità di petrolio nel sottosuolo, sono più virtuosi della media degli altri Paesi sviluppati quando si tratta di clima. La Danimarca sta portando avanti un disegno interessante, che auspichiamo sia d’esempio ad altri. Il governo del Paese scandinavo si è assicurato la copertura politica – e attende ora quella economica per circa 34 miliardi di dollari – per realizzare il maggior progetto integralmente dedicato alla green energy sulla Terra. Si tratta della realizzazione di un’isola energetica artificiale sulla quale saranno installate centinaia di torri eoliche. Tramite questa infrastruttura la Danimarca punta in maniera concreta alla neutralità climatica entro il 2050. Il parco offshore sorgerà nel Mare del Nord, 80 chilometri lontano dalla costa occidentale. L’estensione dell’isola raggiungerà i 120mila metri quadrati.

In completamento entro il 2033 questo parco fornirà inizialmente 3 gigawatt di elettricità dal vento. Poi i gw saranno portati a 10. Già entro il 2030 Copenhagen punta ad abbattere le proprie emissioni del 70% grazie soprattutto a questa struttura. L’obiettivo è sicuramente ambizioso e sarebbe inverosimile in gran parte dei Paesi europei. In Danimarca, però, il 40% della produzione energetica è già eolica al giorno d’oggi, dunque il risultato è più vicino di quanto si possa credere.

Leggi anche: “Svolta in Danimarca: stop al petrolio dal Mare del Nord”

La preoccupante situazione mondiale

A Parigi, lo sappiamo, era stata presa la decisione di contenere l’aumento del surriscaldamento globale entro il grado e mezzo. In realtà, sul pianeta stiamo andando nella direzione opposta. L’innalzamento delle temperature è proiettato ben più alto e non potrà che aumentare qualora la strada intrapresa per inseguire la ripresa economica al termine della pandemia – che grazie ai vaccini potrebbe non essere troppo distante – sarà quella cinese. La superpotenza asiatica, infatti, ha deciso di recuperare i ritardi nella crescita economica dovuti al coronavirus sorvolando sulle emissioni. Per restare all’interno dei limiti imposti a Parigi il consumo di combustibili fossili, principalmente petrolio e carbone, dovrebbe scendere di oltre il 75% da qui al 2050.

Secondo IRENA, così come per la maggior parte delle associazioni sue colleghe, si può ancora sperare in una transizione energetica sostenibile, però bisogna agire in fretta. Abbiamo scritto queste parole ormai decine di volte, eppure ogni volta che le ripetiamo il tempo è inferiore rispetto al monito precedente. Arrivati ad un certo punto, questo gap non sarà più colmabile. Tutti i Paesi che possiamo definire sviluppati stanno puntando in maniera netta verso la neutralità carbonica. Essa non corrisponde certo all’obiettivo ultimo delle emissioni zero ma è già un buon punto di partenza dal momento che stiamo scrivendo di nazioni che, da sole, producono oltre il 50% delle emissioni globali.

Dalla pandemia un’opportunità

Durante l’emergenza Covid, dalla quale non siamo ancora usciti, abbiamo avuto prova di come quelle economie già più vicine alla soluzione sostenibile si siano dimostrate più resilienti. Ricordiamo infatti lo storico giorno in cui il prezzo del petrolio è sceso sotto lo 0; in tale frangente abbiamo avuto una tangibile prova di quale debba essere la strada da intraprendere. Possiamo dunque prevedere – e augurarci – che saranno sempre più ingenti le risorse investite nella transizione. Investitori e mercati, dal canto loro, sembrano sempre più propensi a collocare i loro capitali in questo ambito. Non tutto è oro quel che luccica, però. Dobbiamo infatti vigilare, come elettori, che i governi e le classi dirigenti puntino davvero alla transizione e non siano soltanto impegnati in atti di greenwashing.

Greenwashing, l’ipocrisia è nemica del clima

È già capitato altre volte che enti si impegnassero moltissimo a parole per il clima, difendendo a spada tratta la necessità di puntare forte sulla transizione ma facendo poi l’esatto contrario. Abbiamo anche denunciato, su queste stesse pagine, banche e aziende che, in barba alle dichiarazioni pubbliche, continuano ad investire in maniera cospicua sul fossile. Purtroppo questo problema esiste. Per salvare la faccia e migliorare la propria reputazione, tanti applicano la strategia di mostrarsi ambientalisti a favor di camera, quando in realtà continuano ad inquinare o a fomentare l’inquinamento con le loro azioni e operazioni finanziarie. Il greenwashing è ipocrisia. Sfortunatamente, però, in tempi come questi dove tutti parlano di clima, cavalcare quell’onda gioca a favore di molti, compresi quelli che non hanno il minimo interesse e la minima sensibilità ambientale.

Piccoli ma importanti passi da intraprendere per il clima

Se dobbiamo agire ora faremmo bene a cominciare fin da subito. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, com’è risaputo, e bisogna evitare di cadere – volutamente o meno – in quella trappola appena descritta che si chiama greenwashing. Come possiamo dunque muoverci?

Approfondimento dell’Università della Calabria sulla neutralità climatica in Europa

Partiamo da un ragionamento a medio termine: nel prossimo futuro saranno le rinnovabili a dominare il mondo dell’energia. Questa è una buona cosa. Non possiamo però certo attendere. Già oggi abbiamo a disposizione tecnologie che ci permettono di procurarci energia abbattendo al massimo, in alcuni casi anche fino allo 0, le emissioni. Queste tecnologie non sono molte, né a buon mercato ma possiamo renderle tali. Come? Perché non iniziare trasferendo la totalità dei fondi e dei sussidi che oggi vanno a beneficio del fossile all’energia rinnovabile? Alcuni Paesi si stanno già attrezzando per farlo ma c’è anche chi non se ne cura affatto. Questo sarebbe il modo più semplice e veloce per convertire il sistema di accaparramento energetico meno impattante e più efficiente. I singoli Paesi potrebbero cominciare a farlo nel loro piccolo. Esattamente come la Danimarca.

IRENA è l’istituzione sovranazionale più importante relativamente alle energie rinnovabili, forte di 163 Stati che ne fanno già parte e altri 21 in fase di adesione. Potrebbe essere l’organismo atto a dare linee guida, quando non proprio a prendere le decisioni in questo ambito ma non vi riesce. Non è infatti mai facile trovare una linea comune quando le decisioni vanno prese in tanti. Numerosi tra gli aderenti, infatti, sono esportatori di petrolio o altre fonti fossili. Per tal motivo, non è certo semplice convincerli a rinunciare ai propri introiti. Se dunque dall’alto non vi è modo, almeno nell’immediato, di mettere tutti d’accordo, incamminando l’intero pianeta su una strada alternativa, possiamo ribaltare la prospettiva e provare a farlo dal basso.

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Schieriamoci

C’è da scongiurare una catastrofe, se per caso il concetto non fosse ancora chiaro. L’anidride carbonica che stiamo emettendo non è sostenibile per il nostro pianeta. Di fatto, ci stiamo avvelenando da soli. È allora compito nostro prendere la sfida nelle nostre mani, cogliere l’importanza del momento e sollecitare chi decide a fare scelte che mirino alla tutela ambientale. Ciò vale a livello locale, nazionale e sovranazionale. Già noi e il nostro vicino dobbiamo cominciare a impegnarci in prima persona. Agire concretamente può apparire faticoso ma è con l’esempio che si insegna. Il miglior modo per convincere altre persone é mostrare che stiamo svolgendo la stessa mansione che abbiamo richiesto a loro.

Fare pace con la natura: tutte le sfide che ci aspettano

Si può fare pace con la natura? Il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente ha cercato di dare una risposta esaustiva a questa domanda in un suo recente report, pubblicato a febbraio. Una sfida, vista l’interconnessione tra l’ecosistema e l’attività umana, per provare a ritrovare l’equilibrio. Soltanto trasformando i sistemi economici e sociali, potremmo godere dei benefici necessari per capire il vero valore dell’ambiente. Lo studio sintetizza i risultati scientifici alla base della ricerca e si sofferma sullo sviluppo insostenibile, che degrada il pianeta, sull’incapacità dimostrata finora di limitare i danni e sulle prospettive condivise, per trovare una strategia che possa essere efficace.

Sviluppo incontrollato: come riuscire a fare pace con la natura

L’uomo ha sempre ambito al controllo totale sulla natura e la sua prosperità ha coinciso spesso con il depauperamento delle risorse del pianeta. La sopravvivenza del genere umano dipende da un equilibrio precario, che può essere mantenuto attraverso il bilanciamento tra ciò che prendiamo -e pretendiamo- e ciò che lasciamo, proteggiamo e ripristiniamo. Ed è per questo che si devono studiare i cambiamenti avvenuti negli ultimi due secoli: avere coscienza del mutamento che abbiamo causato e riuscire a trovare una soluzione. Proviamo a fare un esempio, per contestualizzare il nostro ragionamento che prenda in considerazione un arco di tempo più vicino a noi.

Negli ultimi cinquanta anni, l’economia globale è cresciuta di circa cinque volte. In che modo? Attraverso l’estrazione triplicata di risorse, che andavano a irrobustire la crescita. Nonostante i consumi, un dato dovrebbe far riflettere: la popolazione mondiale è duplicata, arrivando a 7,8 miliardi di persone. Di queste, 1,3 miliardi rimangono in uno stato di povertà e 700 milioni soffrono la fame. Lo sviluppo diseguale ha ampliato ancora di più la forbice sociale. Alla situazione di scarsità economica, si sono aggiunte problematiche a livello ambientale, che hanno esacerbato il disagio. Una delle risposte è quella di adottare delle strategie sul medio e lungo periodo, che aiutino a migliorare le condizioni sia della popolazione che dell’ambiente.

Obiettivi lontani

Sentiamo spesso parlare degli Accordi di Parigi del 2015 come di un passo importantissimo, che ha cambiato le modalità di porsi di fronte alla crisi climatica. I fatti, però, parlano chiaro: il mondo è sulla cattiva strada. Continuando di questo passo, nel 2100, l’aumento di temperatura media globale supererà i 3°C rispetto all’era preindustriale, il doppio rispetto al limite fissato durante il meeting internazionale. Oltre a questo metro di misura, esistono anche 17 obiettivi di Sostenibilità, decisi a livello di Nazioni Unite, che compongono un quadro di target fondamentali per la vita sul pianeta. Nessuno di quelli che vogliono proteggere la vita è stato raggiunto nella sua interezza. I processi di deforestazione e pesca selvaggia continuano indiscriminati, mettendo a rischio specie vitali per la catena alimentare.

Se da un lato sono stati fatti molti progressi, è innegabile non vedere quanti passi devono ancora essere compiuti, per ridurre l’inquinamento dell’acqua e dell’aria, dei prodotti chimici e riuscire a gestire il ciclo dei rifiuti. Tutto questo si riverbera sulla qualità dell’esistenza. Come abbiamo già accennato, il progresso non ha debellato la fame e la povertà. Il cambiamento climatico ne sta minando le fondamenta, aumentando il rischio di malattie legate all’impoverimento della biodiversità e al salto di specie, come è avvenuto con il Covid-19. Non solo. “Le ondate di calore, le inondazioni, la siccità ostacolano gli sforzi per costruire insediamenti umani inclusivi, resilienti e sostenibili” si legge all’interno del documento.

Cosa possiamo fare per fare pace con la natura

Arrivati a questo punto, potremmo essere presi dallo sconforto e constatare la disfatta. Invece di cadere nella tentazione di trovare una scappatoia al cambiamento, ecco che la ricerca offre alcuni spunti per affrontare al meglio il presente e progettare il futuro. La natura deve poter riprendere il suo spazio, attraverso l’espansione delle aree protette e l’inversione delle tendenze di degrado ambientale. Studiare gli effetti delle nostre azioni e affidarsi -e fidarsi- della scienza è, di sicuro, un ottimo primo step di responsabilità collettiva. La trasformazione deve essere sistemica: sociale, economica, politica e ambientale. Le competenze devono essere condivise per trovare le soluzioni migliori per rendere anche i momenti di crisi un’opportunità.

I governi dovrebbero iniziare a intercettare e prendere in considerazione parametri come la ricchezza inclusiva, che, in questo caso, sarebbero di gran lunga superiori alla contabilità del prodotto interno lordo. Si traccerebbe, così, il progresso economico sostenibile, in un’ottica di progresso strutturale e strutturato.

Tutti possono fare la propria parte

Arrivare a una conclusione unica sarebbe insufficiente e superficiale. Tutti gli attori sociali hanno ruoli tra loro complementari e interconnessi: l’impatto è diversificato, in base al tempo che si considera e agli strumenti che si utilizzano. Grazie alla cooperazione internazionale, alle politiche e a una legislazione in grado di regolare il passaggio a un futuro sostenibile, si possono guidare la società e l’economia. Gli individui possono facilitare questo percorso, imparando i concetti di sostenibilità ed esercitando il diritto di voto, ma anche imparando a non sprecare il cibo, l’acqua e l’energia e riducendo la propria impronta ambientale.

Grandi banche o grandi inquinatori? Chi finanzia i nemici del clima

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La pandemia sta minando il mondo, lo sappiamo. Tra i tanti auspici per il post-coronavirus, numerose voci si alzarono per suggerire un cambiamento, dal momento che il pianeta sarebbe stato forzato a ripartire. L’economia green era vista da molti come la chiave forse più importante al fine di segnare un netto stacco tra il mondo pre e post COVID-19. Al solito però, sembrerebbe che si sia predicato bene per razzolare male. Le grandi banche, incuranti dei disagi pandemici, hanno continuato per tutto il 2020 a finanziare il settore dei combustibili fossili. Gli investimenti in questo ambito sarebbero addirittura superiori a quelli versati nel 2016.

La situazione tratteggiata nel corso della sedicesima edizione del Fossil Fuel Financing Report non arride agli ecologisti. Si tratta del più completo rapporto a nostra disposizione sul finanziamento delle grandi banche ai petrolieri e al settore del fossile. Già il titolo del report è abbastanza chiarificatore: Banking on Climate Chaos 2021.

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Elaborazione grafica di OpenClipart-Vectors da Pixabay 

Dopo tanti articoli, anche de L’EcoPost, che hanno esaminato i rapporti tra alte sfere finanziarie ed economia del petrolio, ormai questa situazione non dovrebbe neanche stupirci più di tanto. Eppure non dobbiamo distogliere la nostra attenzione da questa vicenda. È necessario mantenere ben chiaro chi siano davvero i nemici del clima. Occorre conoscere chiunque si schieri nel campo degli inquinatori seriali. Abbiamo bisogno di sapere a quale gioco stiano giocando le grandi banche.

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Chi punta il dito contro le grandi banche

Banking on Climate Chaos 2021 è stato pubblicato da un’alleanza di associazioni che si battono per l’ambiente. Tra queste troviamo Sierra Club, Rainforest Action Network, Indigenous Environmental Network, Reclaim Finance, BankTrack e Oil Change International. Alle spalle di questi aprifila, se così vogliam definirli, troviamo altre 300 organizzazioni provenienti da oltre 50 Paesi. La coalizione di queste ONG unite nella lotta al surriscaldamento globale spiega come il rapporto documenti “un allarmante scollamento tra il consenso scientifico globale sul cambiamento climatico e le pratiche delle più grandi banche del mondo.”

Nel servizio di Retesette una manifestazione, nell’estate 2019, dei ragazzi di Fridays For Future per chiedere alle grandi banche di smettere di investire in combustibili fossili.

I risultati della ricerca

Il rapporto 2021 ha allargato la sua inchiesta. Se fino allo scorso anno si prendevano in esame gli investimenti di 35 grandi banche, quest’anno si è passati a 60. Tutti i gruppi analizzati provengono dall’insieme dei più grandi poli bancari al mondo. I risultati di questa ricerca portata avanti sui dati 2020, si anticipava, non sono certamente entusiasmanti per quanto riguardi l’ambiente.

“Nei 5 anni dall’adozione degli accordi di Parigi, queste banche hanno pompato oltre 3,8 trilioni di dollari nell’industria dei combustibili fossili. Il finanziamento è stato più elevato nel 2020 rispetto al 2016. La tendenza è in diretta opposizione all’obiettivo dichiarato nell’Accordo di ridurre le emissioni di carbonio rapidamente. ” Il target, infatti, è quello di limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi Celsius. Il rapporto ci dimostra come i detentori del potere economico-finanziario, stiano procedendo in direzione ostinata e contraria – per citare non in maniera casuale il più noto dei cantautori italiani.

Grandi banche e grande inquinamento

“Anche in mezzo a una recessione indotta da una pandemia, la quale ha portato a una riduzione generale del finanziamento dei combustibili fossili di circa il 9%, nel 2020 le 60 maggiori banche hanno comunque aumentato di oltre il 10% i loro finanziamenti alle 100 compagnie più responsabili dell’espansione dei combustibili fossili.” Il rapporto introduce oltre 20 casi di studio per supportare la propria tesi. Si tirano ad esempio in ballo progetti come l’oleodotto delle sabbie bituminose Line 3 oppure l’espansione delle operazioni di fracking sulle terre delle comunità indigene Mapuche nella Patagonia argentina.

Banking on Climate Chaos 2021 indica i maggiori finanziatori di combustibili fossili in tutto il mondo. Molti dei nomi che compaiono nel rapporto sono oltremodo noti. JPMorgan Chase sarebbe il principale investitore nel fossile a livello mondiale. RBC il maggiore in Canada; Barclays il suo omologo nel Regno Unito; Bank of China rappresenta il poco invidiabile leader di questa classifica in Cina e MUFG in Giappone. Nell’UE la maglia nera va a BNP Paribas mentre in Italia a Unicredit (trentacinquesima banca mondiale per investimenti neri), seguita a stretto giro da Intesa San Paolo (quarantacinquesima al mondo). Numerosi di questi sono leader assoluti nei loro settori di riferimento: finanza, gestione del risparmio e/o investimenti e trading.

In generale, gran parte delle banche con sede negli USA dimostra di essere tra le maggiori fomentatrici delle emissioni globali. Abbiamo puntato il dito contro JPMorgan in quanto si tratta della peggiore banca fossile al mondo; ma è in buona compagnia. Gli ambientalisti, si ricorda nel rapporto, sottolineano come “Chase si sia recentemente impegnata ad allineare il proprio investimento con il trattato di Parigi. Tuttavia continua a finanziare, sostanzialmente senza restrizioni, i combustibili fossili. Dal 2016 al 2020, le attività di prestito e sottoscrizione di Chase hanno fornito quasi 317 miliardi di dollari ai combustibili fossili. Il 33% in più di Citi, la seconda peggiore nel periodo.”

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Foto di Ana Gic da Pixabay 

Una cattiva politica

Quel che si può concludere dopo aver esaminato il report è come, indipendentemente da dove si trovino nel mondo, la gran parte delle banche tiene una cattiva politica nei confronti dell’ambiente. È scoraggiante dover rilevare come numerosi istituti creditizi continuino imperterriti nella loro opera di finanziamento al fossile.

Se un piccolo sorriso ci nasce in volto dopo aver letto come la banca Wells Fargo, una delle storicamente meno attente alla questione ambientale sia scivolata da quarta a nona peggior banca fossile; ecco che quello stesso sorriso si riassorbe prendendo in esame BNP Paribas, la quale l’ha subito sostituita sul podio di legno. È la prima volta in 5 anni che Wells non occupa una delle prime quattro posizioni, in questa classifica che potremmo definire vergognosa nel 2021. I suoi finanziamenti alle energie non rinnovabili si sarebbero ridotti di un 42%. Ci auguriamo che sia il primo passo di un percorso da istituto virtuoso e non un episodio dovuto, magari, ad un anno di crisi. Sul piatto opposto della bilancia c’è BNP, la quale è proprietaria dell’insegna statunitense Bank of the West, un istituto che ama presentarsi come molto attento al clima.

In realtà, leggiamo nel rapporto: “BNP Paribas ha fornito nel 2020 41 miliardi di dollari in finanziamenti fossili.” Si tratta del più grande aumento assoluto, in percentuale, per quanto riguarda il supporto economico a questa industria. Ciononostante, la banca è solita schierarsi apertamente contro i finanziamenti al petrolio e ai gas non convenzionali.

L’ambiente e le grandi banche

Dopo aver riportato con precisione certosina i dati relativi agli investimenti delle grandi banche contro il clima, il rapporto si conclude con un’analisi delle politiche ambientali degli istituti. Il giudizio complessivo è naturalmente tutt’altro che positivo. Ciò è inevitabile, alla luce di quanto abbiamo riportato fin qui.

Gli impegni esistenti delle banche nei confronti del clima sono definiti come “gravemente insufficienti e fuori asse con gli obiettivi degli accordi di Parigi. Su tutta la linea. Le politiche bancarie di alto profilo sull’obiettivo lontano e mal definito di raggiungere il net zero entro il 2050. Oppure sulla limitazione dei finanziamenti per i combustibili fossili non convenzionali. In generale, le politiche bancarie esistenti per quanto riguarda le restrizioni per il finanziamento diretto ai progetti. Eppure, questo aspetto rappresentava solo il 5% del finanziamento totale dei combustibili fossili analizzato in questo rapporto».

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Foto di marcinjozwiak da Pixabay 

La posizione dei nativi americani

Vittime privilegiate di questo modello d’investimento sono, inevitabilmente, le comunità più povere sul pianeta. Particolarmente colpite sono le tribù indigene, visto il loro speciale rapporto con la terra come suolo e la Terra come pianeta, esse parlano infatti di Madre Terra. Gran parte di questi investimenti rappresentano per queste comunità un diretto attacco ai loro valori e alle loro risorse. Lo ha spiegato bene Tom Goldtooth, il direttore esecutivo di Indigenous Environmental Network, una delle associazioni che ha partecipato alla stesura del report.

“Dobbiamo capire che finanziando l’espansione del petrolio e del gas le principali banche del mondo hanno le mani insanguinate. Nessun green-washing, carbon markets, techno-fixes non provato o net zero può assolverle dai loro crimini contro l’umanità e la Madre Terra. Le terre indigene, in tutto il mondo, vengono saccheggiate. I nostri diritti intrinsechi vengono violati e il valore delle nostre vite è stato ridotto a nulla di fronte all’espansione dei combustibili fossili. Queste banche devono essere ritenute responsabili della copertura del costo della distruzione che causano al nostro pianeta.”

Il monito di Goldtooth nasce come manifestazione del profondo disagio dei nativi americani, le cui terre sono violentate dagli oleodotti che trasportano petrolio tra USA e Canada. Le sue parole, però, possono tranquillamente diventare le nostre. Tutti ci troviamo di fronte a questa amara realtà, non soltanto le comunità indigene. L’economia non può avere il sopravvento sulla salute del nostro pianeta e , di conseguenza, su quella degli esseri umani. Banking on Climate Chaos 2021 ci indica come, però, stia avvenendo proprio questo. Finché la grande finanza e i poteri economici forte sosterranno il fossile, sarà davvero difficile portare a compimento quella transizione energetica di cui il pianeta ha bisogno.

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