Possibile nuovo disastro ambientale nel Golfo del Messico

Yucatan, Messico – Il 2 luglio alle 5:15, la società petrolifera Pemex ha segnalato una perdita proveniente da uno dei suoi gasdotti sottomarini; ma solo alle 10:45 la compagnia ha iniziato a chiudere le valvole di interconnessione, spegnendo l’incendio e la fuoriuscita del gas per controllare la perdita. Più di 5 ore dopo. Siamo difronte ad un nuovo disastro ambientale nel Golfo del Messico? Lo sapremo presto.

I fatti dal Golfo del Messico

Immagini raccapriccianti risvegliano l’Italia ed il Mondo intero. Il Golfo del Messico sembra non trovare pace. Difatti, si sono da poco spente le fiamme che parevano aver aperto le porte per gli inferi.

Vicino alle coste dello Yucatan ha rischiato di consumarsi l’ennesima strage in nome del Dio Petrolio. Una fuga di gas da un condotto sottomarino ha dato vita ad una scena drammatica: un «occhio di fuoco» che si sviluppava sotto la superficie del mare, con fiamme arancioni che uscivano dall’acqua, a poca distanza da una piattaforma petrolifera, la di Ku-Maloob-Zaap.

Il guasto è avvenuto a ovest della penisola dello Yucatan, nel Golfo del Messico, venerdì 2 luglio. La compagnia petrolifera messicana Pemex ha affermato di aver ormai provveduto a riparare il guasto: le operazioni hanno richiesto più di 5 ore (dalle 5:15 alle 10:45). Le squadre dei vigili del fuoco sono state in grado di spegnere la massa d’acqua incandescente intorno alle 10:45, e la compagnia ha dichiarato che non ci sono stati feriti.

Ángel Carrizales, direttore esecutivo dell’agenzia di regolamentazione della sicurezza petrolifera messicana ASEA, ha twittato che “la perdita non ha generato alcuna fuoriuscita”, ma non ha proferito parola su cosa fosse in fiamme. La causa dell’incidente è ancora in fase di indagine. Sfortunatamente, sembra un copione già letto.

“Le turbomacchine degli impianti di produzione attivi su Ku Maloob Zaap sono state colpite da una tempesta elettrica e da forti piogge”, secondo un rapporto sull’incidente condiviso da una delle fonti di Reuters. Questi dettagli non sono stati menzionati nella dichiarazione di Pemex. Secondo una delle fonti, i lavoratori dell’azienda hanno utilizzato l’azoto per controllare l’incendio.

Non è ancora chiaro chiaro quanti danni ambientali avrà causato e causerà la fuga di gas e la conseguente sfera di fuoco oceanica. Miyoko Sakashita, direttrice del programma oceanico del Center for Biological Diversity, ha scritto che:

“Il filmato spaventoso del Golfo del Messico mostra al mondo quanto le trivellazioni offshore siano pericolose. Questi orribili incidenti continueranno a danneggiare il Golfo se non le interrompiamo una volta per tutte.”

Nuovo disastro ambientale nel Golfo del Messico?

Sono passati 11 anni da quello che è stato probabilmente il peggior disastro ambientale di sempre. Parliamo della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon.

Tutto iniziò il 20 Aprile 2010 quando, durante una perforazione del Pozzo Macondo, un’esplosione uccise 11 persone e causò un violento incendio. Inizialmente la situazione venne completamente sottovalutata e le possibilità di un danno ambientale furono scartate per via della presenza di valvole di sicurezza all’imboccatura del pozzo.

Al rovesciamento della piattaforma petrolifera queste però non funzionarono a dovere ed il petrolio iniziò a risalire in superficie in grandi quantità. A questo punto si provò a cercare di arginare la marea nera, ma era già troppo tardi. I vari tentativi fallirono sistematicamente uno dopo l’altro.

A 100 giorni dall’inizio delle perdite, ci fu una tempesta tropicale che dissipò quasi del tutto la macchia di petrolio in superficie. Il 4 Agosto, a 106 giorni di distanza dall’inizio del disastro, la perdita venne chiusa del tutto. Si calcola che in quel periodo vennero disperse in mare tra le 414.000 e le 1.186.000 tonnellate di greggio.

Più di 1.000 chilometri di costa sono stati inquinati, centinaia di migliaia di animali sono morti. Non fu il primo e tanto meno sarà l’ultimo. Se si parlerà di ennesimo disastro ambientale nel Golfo del Messico, lo scopriremo nelle prossime settimane.

Pemex, quanti problemi

Non è il primo incidente per la Compagnia petrolifera Pemex (conosciuta anche come Petróleos Mexicanos). Nel gennaio 2013, dopo un’esplosione causata da un accumulo di gas nella sede della società, 37 persone sono rimaste uccise.

Nel 2015, quattro lavoratori persero la vita e 16 sono rimasti gravemente feriti dopo un’esplosione sulla piattaforma petrolifera Abkatum, nel Golfo del Messico. Altre 30 persone sono decedute in un impianto di gas naturale nel settembre 2012 nello stato di Tamaulipas.

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All’inizio di quest’anno Pemex ha annunciato di aver perso circa 23 miliardi di dollari nel 2020, a causa della diminuzione della domanda di petrolio durante la pandemia, sebbene nel quarto trimestre abbia registrato un profitto di circa 5,9 miliardi di dollari.

Secondo Bloomberg, la Pemex ha il debito più alto di qualsiasi grande compagnia petrolifera, circa 114 miliardi di dollari. L’ex presidente della Pemex, Emilio Lozoya, (2012-2016) è stato incriminato con l’accusa di corruzione ed estradato dalla Spagna al Messico lo scorso luglio.

Sta per nascere un nuovo crimine contro il pianeta: l’ecocidio

Dopo vari anni di discussione finalmente ieri, martedì 22 giugno, è arrivata una definizione giuridica del crimine internazionale di ecocidio.

Ai fini del presente Statuto, per ecocidio si intende qualsiasi atto illegale o arbitrario perpetrato nella consapevolezza che vi sono grandi probabilità che provochi danni gravi, estesi o durevoli all’ambiente“.

La definizione è stata formulata da una giuria internazionale di 12 giuristi, promossa dalla campagna Stop Ecocide. L’obiettivo è cercare di incorporare questo nuovo crimine contro il pianeta nello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (CPI).

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Una definizione complicata

Uno dei punti più spinosi per la giuria di esperti è stato quello di individuare il soggetto imputabile. La soluzione prospettata va nella chiara direzione di non voler perseguire né gli Stati, né le grandi multinazionali. Ad essere incriminate saranno solamente determinate persone che ricoprono un ruolo all’interno di imprese, organizzazioni o singoli Stati.

Gli esperti hanno dovuto misurare attentamente ogni parola, contemperando particolarmente due esigenze. Da un lato, scegliere una definizione del reato troppo ampia avrebbe reso più difficile per i paesi firmatari sostenerla. Dall’altro, adottare una definizione troppo ristretta, invece, avrebbe complicato la configurazione di un disastro ambientale come crimine di ecocidio.

Per questo motivo, la definizione contiene alcune formule aperte: “atto illecito o arbitrario”, “consapevolmente perpetrato”; “danno grave”, “esteso”, “durevole”. Il testo integrale della definizione chiarisce alcuni di questi termini.

  • Arbitrario‘ si intende l’atto di negligenza temeraria rispetto a danni manifestamente eccessivi in relazione al vantaggio sociale o economico previsto.
  • Grave‘ si intende il danno che cagiona alterazioni, perturbazioni o danni notoriamente molto negativi a qualsiasi elemento dell’ambiente, compresi gli effetti gravi sulla vita umana o sulle risorse naturali, culturali o economiche.
  • Esteso‘ si intende un danno che travalica un’area geografica limitata, oltrepassa i confini di Stato, o colpisce l’insieme di un ecosistema o di una specie o di un gran numero di esseri umani.
  • Durevole‘ indica un danno irreversibile o che non può essere riparato mediante rigenerazione naturale entro un ragionevole periodo di tempo.
  • Ambiente‘ deve essere inteso come la Terra, la sua biosfera, criosfera, litosfera, idrosfera e atmosfera, così come lo spazio ultraterreste.

Si, ok la definizione, ma ora?

Lo statuto della Corte penale internazionale è stato ratificato da 123 paesi. Comprende finora quattro crimini: genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e crimine di aggressione. Quest’ultimo crimine, quello di aggressione, è stato definito nel 2010 e introdotto nello Statuto nel 2018. In totale dalla definizione all’effettiva introduzione sono passati otto anni. Secondo l’opinione di molti, il reato di ecocidio potrebbe seguire un percorso simile.

Da ora comincerà la fase di discussione pubblica per giungere ad un testo definitivo, che sarà presentato agli Stati firmatari dello Statuto. L’idea è che i paesi, oltre ad includere il reato nello Statuto di Roma, lo incorporino anche nella propria legislazione nazionale.

Ma quanto tempo dovrà trascorrere per incorporare il reato nello Statuto? Il presidente della fondazione Stop Ecocide, Jojo Mehta, non ha voluto dare una scadenza precisa, specificando che saranno necessari due terzi dei firmatari della CPI. Un po’ più chiaro è stato Dior Fall Sow, avvocato delle Nazioni Unite e membro del panel di esperti, che ha dichiarato: “Personalmente, spero che accada più rapidamente rispetto al crimine di aggressione. Oggi la formulazione del reato di ecocidio sta diventando sempre più urgente e importante”.

Ad ogni modo, il vicepresidente della giuria Philippe Sands ha spiegato: “Nella giustizia internazionale ci sono dei momenti in cui avvengono grandi cambiamenti. Mi chiedo se stiamo vivendo uno di quei momenti, la combinazione della pandemia, che ci mostra che non possiamo controllare tutto, così come la sensazione che stia arrivando una grande catastrofe ambientale. Viviamo in un momento in cui si impone la sensazione che dobbiamo fare qualcosa”.

Greta denuncia l’ipocrisia del G7

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Si è concluso qualche giorno fa il G7, il primo incontro di persona tra i più importanti esponenti politici del mondo nel post pandemia. E, come sempre accade in queste circostanze, la conclusione è stata decorata da tantissime belle parole sulla necessità di azzerare le emissioni di CO2 entro il 2050 e il riconoscimento della soglia critica dell’aumento di temperatura globale al di sotto del +1,5C, come ratificato anche più di 5 anni fa nell’Accordo di Parigi.

Poteva andare peggio? Sicuramente sì. Si sarebbe potuta bypassare la questione climatica in toto senza neanche nominarla, e probabilmente nessuno, quanto meno tra le testate giornalistiche di prima fascia, si sarebbe indignato per l’accaduto. Tuttavia, ad un occhio attento alla questione climatica come quello di Greta Thunberg, non è sfuggito un dettaglio importante. La mancata coerenza tra le parole e l’atteggiamento tenuto dai protagonisti durante il summit.

Il messaggio di Greta

Proprio quando si inizia a correre il rischio di abituarsi a questo scenario, in cui politici di tutto il mondo si riempiono la bocca con le parole che vorremmo sentirci dire, senza che poi seguano proposte e fatti concreti, la giovane attivista svedese lancia un messaggio importante.

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La crisi climatica è in rapida escalation. Eppure i leader del G7 sembrano davvero divertirsi nel resort a presentare i loro vuoti impegni sul clima e a ripetere vecchie promesse non mantenute: ovviamente questo richiede una celebrazione con tanto di bistecche e aragoste sul barbecue, mentre jet aerei eseguono acrobazie nel cielo sopra il resort G7!

Con poche parole, ben ponderate, Greta ha messo a nudo la profonda incoerenza che caratterizza l’operato di queste persone. La lista di buoni comportamenti, in grado di fare la differenza tra uno stile di vita sostenibile e uno che, tendenzialmente, non lo è, è ormai piuttosto chiara per chiunque si informi a dovere su come avvicinarsi al concetto di sostenibilità. E al suo interno è possibile individuare le seguente voci, in mezzo a tante altre:

  • mangiare meno carne e meno derivati
  • mangiare meno pesce
  • ridurre al minimo gli spostamenti in aereo

Aggiungiamo poi, come regola generale, un approccio più minimalista, che poco si allinea alla goliardata dei jet che fanno delle acrobazie in cielo.

Un piccolo ripasso per ricordarci l’importanza di adottare comportamenti sostenibili

I motivi per cui questi tipi di comportamento non possono essere considerati sostenibili sono i seguenti:

  • La produzione di carne e, più in generale, il settore degli allevamenti è responsabile, secondo le stime più ottimistiche, di quasi il 20% delle emissioni su scala globale.
  • L’industria della pesca è responsabile di buona parte dell’inquinamento da plastica che invade i nostri oceani a causa delle reti disperse in mare e, allo stesso tempo, mina ferocemente la salute degli oceani, da cui dipende enormemente anche quella del pianeta che abitiamo.
  • L’aereo è il mezzo di trasporto con il più alto rapporto emissioni per passeggero. Ed in questa statistica vengono considerati prevalentemente i voli di linea, con centinaia di passeggeri a bordo. Figuriamoci quale possa essere il rapporto per dei jet privati che fanno delle acrobazie e per quelli che trasportano gli illustri partecipanti del G7 da una parte all’altra del globo.

Con gli occhi del mondo puntati addosso, una crisi climatica che incombe e dopo un anno di pandemia che ha le sue origini in uno sfruttamento ambientale ormai senza controllo da parte dell’uomo, queste persone, che dovrebbero guidare la conversione ecologica mondiale, hanno perso l’occasione per dimostrarsi coerenti con i principi che sbandierano ai quattro venti.

E naturalmente, alla fine dei 3 giorni di summit, non hanno perso l’occasione per recarsi di fronte ai microfoni a parlare di quanto sia importante ed urgente contrastare il cambiamento climatico.

Alcuni dati sull’urgenza in atto

A rincarare la dose di una così brutta figura, c’è un dato, fresco di rilevazione, che racconta chiaramente l’inadeguatezza delle politiche fin qui adottate per ridurre le emissioni.

Secondo quanto dichiarato dalla NOAA – National Oceanic and Atmospheric Administration, la CO2 presente in atmosfera ha raggiunto la quota record di 419 parti per milione, il dato più alto da quando nel 1958 sono iniziate le osservazioni scientifiche. Ogni anno continuiamo ad immettere circa 40 miliardi di tonnellate di gas a effetto serra in atmosfera. Per contestualizzare il dato, basti dire che l’ultima volta che il nostro pianeta ha sperimentato una così alta percentuale di anidride carbonica, è stato circa 4 milioni di anni fa, quando il livello del mare era più alto di 24 metri e la temperatura media globale era superiore di 4°C rispetto ad oggi.

Uno scenario poco rassicurante, soprattutto se si guarda al mancato raggiungimento di un calo nella presenza di CO2 in atmosfera neanche una pandemia, e che, francamente, poco ci azzecca con i sorrisi stupefatti dei nostri politici di fronte alle acrobazie dei jet.

Eppure, come spesso accade, l’unica persona che ha il coraggio di denunciare l’accaduto, nel silenzio assordante dei media, è la giovane Greta, che, inevitabilmente, finirà per accaparrarsi qualche altra antipatia, solamente per aver fatto notare quanto i protagonisti di questi gesti siano, fondamentalmente, irresponsabili e di cattivo esempio per chi li segue.

La coerenza come arma

Di fronte a tali inadempienze da parte di chi dovrebbe trainare la conversione ecologica, si corre il rischio di restare scoraggiati. Tuttavia, non ci sarebbe nulla di più sbagliato. “Se non lo fanno loro, perché dovrei farlo io”. Sarebbe facile cadere in questo cliché, ma contrastare il cambiamento climatico non sarà “facile” e, semplicemente, non possiamo permetterci di lasciarci andare.

Inoltre, va specificato come l’obiettivo delle dichiarazioni di Greta non fosse quello di enfatizzare in linea assolutamente generale un comportamento sbagliato. Dopo esser tornata dal viaggio in barca per recarsi a New York, fu lei stessa ad ammettere che “vivere in modo sostenibile oggi è praticamente impossibile”.

E per molte persone, forse è ancora così. Ma è difficile credere che non si possa rinunciare ad un barbecue o a un’aragosta ad una cena in cui, in mezzo al tavolo, avrebbe dovuto esserci proprio l’argomento della crisi climatica.

Ognuno di noi, nessuno escluso, ha il dovere di adottare uno stile di vita quanto più possibile sostenibile. Per qualcuno sarà più facile, per altri meno. Non deve diventare una gara a chi ha più colpe. Tuttavia, c’è un gruppo di persone che stanno in una posizione privilegiata e che non perdono mai l’occasione per dire quanto sia importante l’ambiente.

Ecco, queste persone devono fare la propria parte più di altre e cogliere al volo occasioni di questo tipo per lanciare messaggi inequivocabili. Peccato che abbiano scelto quelli sbagliati.

La diga di Sciaguana in Sicilia si è prosciugata e nessuno sa il perché

Il 18 maggio scorso, gli attivisti della sezione locale del Wwf che si sono presentati nella diga di Sciaguana, ad Agira, nel cuore della provincia di Enna, sono rimasti attoniti. Il bacino, che una volta era l’habitat di una rigogliosa fauna, era completamente prosciugato. Al suo posto una distesa di fango e limo, con centinaia di esemplari ormai agonizzanti.

Il Wwf ha denunciato il “disastro ambientale“, e al momento ancora è in corso un procedimento per verificare le responsabilità. Ma la crisi idrica sembrerebbe un problema strutturale della nostra penisola.

Disastro Ambientale

Il lago Sciaguana è un invaso artificiale di modeste dimensioni, che può contenere un volume totale di 11,3 milioni di metri cubi di acqua. La diga è abbastanza giovane, fu ultimata solo nel 1992. Nel progetto iniziale, la sua costruzione era destinata a rendere irrigua una porzione di territorio pari a circa 1665 ettari. Ma, ad oggi, gli appezzamenti serviti sono circa 830, dei quali solo 35 ettari effettivamente in consumo produttivo.

“Si tratta di un vero e proprio disastro ambientale” hanno affermato gli attivisti della sezione locale del Wwf. Infatti, prima di essere totalmente prosciugato, l’invaso ospitava una diversificata fauna ittica, una numerosissima popolazioni di anfibi e uccelli acquatici, alcuni dei quali protetti a livello internazionale. Il 18 maggio scorso il Wwf ha notificato a ben 10 enti diversi un lungo e articolato esposto in cui ha denunciato il disastro ambientale avvenuto alla diga. Oltre la perdita della flora e fauna locali, un’altra conseguenza negativa sarà la mancata erogazione delle acque irrigue ai 35 ettari in consumo produttivo. Un danno che potrebbe ammontare intorno ai 250.000 euro.

Nessuno sa il perché

Ciò che è avvenuto a Sciaguana non è una novità: la maggior parte delle dighe siciliane soffre da tempo. Le linee dei grafici della Regione Sicilia sui volumi negli invasi sono per la maggior parte in discesa. E Sciaguana non fa eccezione: dal 2018 al maggio del 2021 si sono persi oltre sette milioni di metri cubi d’acqua. La struttura quindi presentava già gravi défaillance dovute alla mancata manutenzione: paratoie in parte bloccate dal fango, torre di presa malfunzionante, difficoltà nella gestione dei flussi.

Ma nel mese di maggio c’è stata un’inspiegabile accelerazione. Infatti i grafici della Regione indicavano la presenza, all’inizio del mese, di ancora oltre due milioni di metri cubi di acqua. Il 18 maggio sono spariti anche questi, lasciando il posto a un fondo diga secco e calpestabile.

Il Wwf considera il Consorzio di Bonifica di Enna l’ente gestore della diga e per far luce sulle responsabilità del disastro ha chiesto all’ente di accedere agli atti. Però Franco Nicodemo, il commissario straordinario del Consorzio, ha affermato: “Lo svuotamento dell’invaso, contrariamente a quanto scritto dai media non è imputabile in alcun modo al Consorzio di Bonifica, che non può intervenire nelle operazioni gestionali del lago che sono a cura del Dipartimento Regionale Acque e rifiuti”.

“Stiamo valutando – annuncia Nicodemo – di adire per vie legali al fine di tutelare il nostro operato. Ormai da diversi anni il Dipartimento Regionale Acque e rifiuti è il gestore dell’invaso, mentre il Consorzio di Bonifica di Enna è un mero utilizzatore delle acque Sciaguana”.

Pochi giorni dopo la scoperta del prosciugamento, l’assessore all’Energia della Regione Siciliana, Daniela Baglieri, ha avviato un procedimento per verificare le responsabilità dello svuotamento dell’invaso della diga. La sensazione, secondo alcuni media, è che perfino i vertici politici regionali non abbiano idea di cosa sia accaduto.

Crisi idrica

Ma ciò che è successo a Sciaguana potrebbe inserirsi in un quadro ben più ampio. Gli scienziati del CNR sostengono che nella nostra penisola è in atto un processo di desertificazione: questo fenomeno coinvolge circa il 20% del territorio nazionale, con un picco del 70% per quanto riguarda la Sicilia.

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La gestione idrica al Sud è in grave difficoltà. Secondo l’Astrid, l’85% delle procedure di infrazione emesse dalla Comunità europea nei confronti dell’Italia in tema di acqua riguardano proprio le regioni del Sud. Le problematiche più frequenti sono: carenza di depuratori, inefficienza dei sistemi fognari, difficoltà nello smaltimento dei fanghi e inadeguatezza delle dighe. Ogni anno le perdite delle reti idriche nazionali portano a uno spreco di 4,5 miliardi di metri cubi di acqua potabile. La sola Sicilia disperde il 50,5% dell’acqua immessa in rete. Nonostante gli sforzi, le società private di gestione idrica, così come le utilities regionali e comunali, non bastano da sole per assicurare l’efficienza delle infrastrutture idriche; le quali avrebbero bisogno, oltre alla naturale manutenzione, di interventi massicci e di profondo rinnovamento.

A questo punto risulta evidente come l’acqua stia diventando sempre più un bene a rischio, soprattutto al Sud. Il mese scorso il governo Draghi ha confermato di voler destinare al Sud il 40% delle risorse del Recovery, con una attenzione speciale proprio al tema idrico. Tra queste risorse 2,8 miliardi saranno destinati alle infrastrutture idriche, e di questi 501 milioni di euro a opere che ricadono al Sud. Ma, nonostante le somme stanziate, l’impegno del governo sembrerebbe ancora parziale rispetto alle esigenze reali della popolazione, soprattutto nel Sud Italia.

Stratosfera sempre più ristretta: CO2 nuovamente responsabile

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Chi segue L’EcoPost con maggiore assiduità lo sa bene: la CO2 è altamente nociva per il nostro pianeta e chi lo abita. Altre volte abbiamo descritto come l’anidride carbonica agisca disturbando i cicli di vita del nostro habitat. Questa sostanza è una dei principali attori responsabili del surriscaldamento globale. E non solo, a quanto sembrerebbe. Una ricerca congiunta ha dimostrato che la CO2 abbia enormi responsabilità anche nel restringimento della stratosfera.

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Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

Uno spessore sempre più contenuto

La rivista specializzata Environmental Research Letters (ERL) è incentrata sulla gestione del cambiamento climatico. Sulle sue pagine, nel numero di maggio 2021, è uscita una ricerca congiunta di studiosi tedeschi, austriaci, spagnoli, cechi e statunitensi. I loro risultati sono allarmanti per quanto riguarda la salute della stratosfera: essa si sarebbe ridotta di ben 400 metri dal 1980 a oggi e diminuirà di un intero altro chilometro entro il 2080 qualora le emissioni non vengano tagliate. Ciò finirà per danneggiare in maniera sensibile l’operatività satellitare, il sistema GPS e le telecomunicazioni in genere.

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Foto di Jerry Xavier da Pixabay 

L’importanza della stratosfera

Che cos’è la stratosfera? Come mai dovremmo curarcene? Come ricorderà chiunque abbia qualche reminiscenza dalle scuole, l’atmosfera terrestre viene convenzionalmente divisa in 5 diversi strati, noti come sfere. Allontanandoci dalla superficie terrestre incontriamo, in ordine, dapprima la cosiddetta tropopausa e poi gli strati appena citati. Quello più vicino alla Terra si chiama troposfera. In seguito, continuando ad allontanarci, incontriamo stratosfera, mesosfera, termosfera ed esosfera, la più lontana dalla superficie.

Si definisce stratosfera quello strato che si origina a una distanza di circa 12 chilometri dalla superficie terrestre. Tale numero è una media. La conformazione terrestre infatti – che come sappiamo non è lineare sebbene qualcuno continui a volercelo far credere – comporta che lasciando i poli e allontanandosi da essi in verticale ci si trovi nella stratosfera dopo essersi alzati di 8 km. Un astronauta che parta da coordinate equatoriali dovrà innalzarsi di 20 km prima di poter dire lo stesso. Questo strato si conclude ad un’altezza di circa 50 km dalla Terra, prima di lasciar posto alla mesosfera. Intorno al confine alto della stratosfera, la temperatura massima è di -3 gradi Celsius, al massimo. A separarla dallo strato successivo troviamo la stratopausa, una zona di transizione che non possiede dimensioni proprie e segnala il passaggio tra le due sfere.

Peculiarità della stratosfera

Questa porzione di atmosfera è caratterizzata da un gradiente termico verticale positivo, molto piccolo. In altre parole, ciò significa che la temperatura della stratosfera – per strano che possa sembrare – aumenta leggermente mano a mano che si sale. Nello strato precedente, la troposfera più vicina alla Terra, avviene il contrario.

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Foto di Richard Gatley su Unsplash

Questo contenuto aumento di temperatura si deve a una particolare reazione chimica che coinvolge le molecole di ozono presenti in stratosfera. Questo gas, noto in chimica con la formula O3, si compone appunto di tre molecole di ossigeno. Nel momento in cui i raggi ultravioletti emessi dal sole vanno a urtarle, esse si dissolvono, separandosi. Dunque le tre molecole di ossigeno si dissociano e questo processo dà vita ai due fenomeni che caratterizzano la stratosfera: produzione di calore e arresto dei raggi ultravioletti.

Maggiori sono le dissociazioni, più alta sarà la produzione di calore. A questo si deve il gradiente termico particolare di questa sfera. Questa emanazione di calore fa sì che la temperatura aumenti al salire di quota. I raggi ultravioletti sono dannosi per la vita. L’importanza della stratosfera nel rallentarne – o addirittura impedirne – l’arrivo sulla superficie terrestre, è capitale. Ciò deve preoccuparci mentre leggiamo che lo spessore di questo strato atmosferico è in così forte riduzione.

Le cause

La ricerca congiunta avrebbe individuato due principali cause per le quali la stratosfera si sta riducendo con questa velocità. Entrambe le ragioni hanno a che fare con i pericolosi gas serra. Da un lato, infatti, essi si espandono a macchia d’olio nell’atmosfera sottostante, schiacciando sempre più verso l’alto il limite inferiore dello strato superiore, in maniera instancabile. Per tal ragione, il confine basso – per così dire – della stratosfera si alza sempre più.

Non solo. I gas serra abbassano le temperature della stratosfera, raffreddandola. In questa maniera la fanno restringere. Per quale motivo? Poiché assorbono il calore e l’aria calda è più dilatata di quella fredda. Così facendo riducono la dispersione nello spazio del calore solare che arriva sulla Terra.

Riduzione della stratosfera: motivi di preoccupazione

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Foto di EMANUELE CRAVA da Pixabay 

La ricerca si è basata su dati risalenti agli ultimi 40 anni, dal 1980 in poi. Non sono disponibili misurazioni antecedenti a questa data. Gli studiosi hanno espresso alcune preoccupazioni perché la stratosfera non è soltanto parte integrante di quella atmosfera che protegge il nostro pianeta rendendolo abitabile per l’umanità, bensì è anche fondamentale per la corretta traiettoria dei satelliti, la propagazione delle onde radio e l’efficienza del sistema di posizionamento GPS. La precisione di tutti questi strumenti potrebbe finire per risentire di questo fenomeno dovuto principalmente – tanto per cambiare – alla nefasta azione dell’uomo sul pianeta.

Se continueremo a emettere gas serra nell’atmosfera, l’assottigliamento stratosferico sarà sempre più netto e deciso. L’impatto umano sulla Terra è troppo marcato e sta causando gravi danni al pianeta. Stiamo alterando addirittura una zona atmosferica che dista 60 chilometri da dove viviamo quotidianamente; dobbiamo fermarci. All’interno della stratosfera si trova quello strato di ozono di cui sentiamo spesso parlare, il quale assorbe le nocive radiazioni solari ultraviolette. Nonostante l’importante firma del protocollo di Montreal (1989), il quale vietò i clorofluorocarburi (CFC) che stavano devastando l’ozono come un tritatutto alle prese con della gelatina, la riduzione dello strato di ozono è continuata. Ciò si deve alla CO2 e a come il suo aumento nell’aria provochi una costante contrazione della stratosfera, accentuando i gravi fenomeni riportati nel paragrafo precedente.

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Decisione storica: Shell deve ridurre del 45% le sue emissioni

26 maggio 2021: un tribunale dell’Aia ha ordinato alla Royal Dutch Shell di ridurre le sue emissioni globali di gas serra del 45% entro la fine del 2030 rispetto ai parametri del 2019. Si tratta di una decisione storica e rivoluzionaria per l’ambiente  che potrebbe avere conseguenze di vasta portata per le compagnie petrolifere. Un provvedimento che non riguarda solo l’azienda in sé, ma anche tutti i suoi fornitori e clienti. 

Il caso contro una delle aziende che più contribuiscono alle emissioni di CO2

La Royal Dutch Shell, multinazionale petrolifera anglo-olandese contribuisce a circa l’1% delle emissioni globali: nella classifica delle aziende che inquinano di più al mondo si classifica al nono posto.

Dopo l’adozione dell’Accordo di Parigi nel 2016 che mirava a limitare la crescita della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 gradi centigradi,  Shell ha presentato un piano per ridurre le sue emissioni di gas serra del 30% entro il 2035 rispetto ai livelli del 2016 e del 65% entro il 2050.

Obiettivi poco ambiziosi ed insufficienti, come rilevato dagli attivisti. Sette fondazioni ambientaliste tra cui Milieudefensie e Greenpeace e 17.379 sostenitori hanno presentato una class-action contro Shell nell’aprile 2019. Secondo gli attivisti, “la conchiglia” avrebbe dovuto cambiare il suo modello di business per investire di più nelle energie rinnovabili e ridurre le emissioni del 45% entro il 2030. Non avendolo fatto, gli attivisti hanno accusato la multinazionale di violare l’articolo 6:162 del codice civile olandese e gli articoli 2 (diritto alla vita) e 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

In risposta alle accuse, il gigante petrolifero ha tentato di scaricare le proprie responsabilità:

“Ciò che accelererà la transizione energetica sono politiche efficaci, investimenti nella tecnologia e il cambiamento del comportamento dei clienti. Niente di tutto ciò sarà raggiunto con questa causa. Affrontare una sfida così grande richiede un approccio collaborativo e globale.”

Il processo

Il processo all’Aia si è tenuto fino a dicembre 2020. I querelanti erano tenuti, secondo la legge olandese, a dimostrare che esisteva un modello di business alternativo praticabile per Shell per raggiungere l’obiettivo di riduzione suggerito del 45%. L’esempio portato è quello della recente e veloce trasformazione della società danese Ørsted che è passata da azienda a base di gas e petrolio a regina dell’eolico offshore.

A febbraio, l’azienda aveva dichiarato che avrebbe accelerato la transizione del suo business con l’obiettivo di raggiungere emissioni zero entro il 2050.

Ma gli avvocati dei querelanti hanno sostenuto con successo che l’azienda era consapevole da decenni delle pericolose conseguenze delle emissioni di CO2 e che i suoi obiettivi non erano sufficienti.

La sentenza contro Royal Dutch Shell

Anche se l’azienda non ha agito illegalmente, la corte ha ritenuto che le attuali “politiche sostenibili” della compagnia non fossero sufficientemente “concrete” e che le sue emissioni fossero superiori a quelle della maggior parte dei paesi. Senza contare che la multinazionale vuole investire nel prossimo futuro dai 19 ai 22 miliardi ogni anno, di cui più dell’80% in petrolio e gas. Sulla base di queste motivazioni, la corte ha emesso la storica sentenza.

Inoltre, in risposta alle dichiarazioni della multinazionale, la corte ha rilevato che “dal 2012 c’è stato un ampio consenso internazionale sulla necessità di un’azione non statale, perché gli stati non possono affrontare la questione dei cambiamenti climatici da soli”.

La giudice Larisa Alwin è stata netta: “Shell è responsabile di enormi emissioni di Co2 e contribuisce alle conseguenze disastrose del cambiamento climatico per la popolazione”. E quindi deve agire ora, non ritardando più quella transizione ecologica che viene annunciata spesso ma perseguita di rado. 

Nuova spinta per un taglio alle emissioni

Perché il caso è divenuto un punto di riferimento nel diritto ambientale? La ragione è che per la prima volta un’azienda è stata legalmente obbligata ad allineare le sue politiche con gli accordi di Parigi. Ci si aspetta che la decisione crei un precedente per nuove cause ambientali contro altre grandi aziende che non hanno preso misure sufficienti per ridurre le loro emissioni. Secondo gli esperti, il ricorso alle norme sui diritti umani e alle misure internazionali sul cambiamento climatico rafforza l’impatto della decisione.

Esulta l’avvocato di Milieudefensie, Roger Cox dopo la lettura di una “sentenza che cambierà il mondo. Le persone in tutto il mondo sono pronte a citare in giudizio le compagnie petrolifere nel proprio paese, seguendo il nostro esempio”. Ma non solo, per Cox da adesso “le compagnie diventeranno molto più riluttanti a investire in combustibili fossili. Il clima ha vinto”. Sulla stessa linea le parole di Donald Pols, direttore dell’associazione: “Una gigantesca vittoria per la terra, per i nostri figli e per tutti noi“.

Dall’altra parte della campana gli umori sono diversi. La Shell ha promesso di ricorrere in appello rispetto alla «deludente» decisione della corte, per usare l’espressione di Harry Brekelmans, Projects & Technology Director.

Finalmente in Italia si parla di tutela dell’ambiente e degli animali tra i principi fondamentali della Costituzione

Inserire la tutela dell’ambiente e degli animali tra i principi fondamentali della Repubblica. Questo è l’obiettivo della proposta di riforma costituzionale approvato il 19 maggio scorso in commissione Affari costituzionali del Senato. Il percorso, però, sembra essere ancora lungo.

tutela ambiente animali

La proposta

Un messaggio chiaro è arrivato verso fine aprile. Il 91% degli italiani era d’accordo con l’inserimento nella Costituzione della tutela dell’ambiente, degli ecosistemi, della biodiversità e degli animali. È quanto è emerso da un’indagine demoscopica di Ipsos per conto della Lega Italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente. Così, il 19 maggio la commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato una proposta di modifica presentata dal Movimento 5 stelle. Le modifiche costituzionali sono due:

  • Il secondo comma dell’articolo 9 della Costituzione prescrive che la Repubblica “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Ad esso la proposta aggiunge un nuovo comma: “Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme della tutela degli animali”.
  • L’articolo 41, che stabilisce come l’iniziativa economica non possa “svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”, verrà modificato aggiungendo la dicitura “alla salute, all’ambiente” alla fine della frase precedente. Infine al terzo comma dello stesso articolo, dov’è stabilito che “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali” viene aggiunto “e ambientali”.

Larga maggioranza

La senatrice di Liberi e Uguali Loredana De Petris, prima firmataria del Ddl insieme a Gianluca Perilli del M5S, ha annunciato: “Chiederemo l’immediata calendarizzazione in Aula, perché l’iter di modifica costituzionale è lungo e complesso. È un risultato storico, che introduce la protezione dell’ambiente e degli animali tra i principi fondamentali del nostro ordinamento. Sino ad oggi era stata principalmente la Corte Costituzionale, attraverso un’interpretazione estensiva di alcuni articoli: per i nostri padri costituenti era impossibile prevedere la centralità che la questione ambientale avrebbe assunto negli ultimi decenni”.

“I numerosi i tentativi delle precedenti legislature sono tutti naufragati -continua la senatrice De Petris-. Nonostante molti ordinamenti europei abbiano da tempo concluso processi di revisione in tal senso. È del tutto evidente come tale adeguamento non sia più rinviabile”.

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La riforma costituzionale era uno dei paletti posti dal M5S e dallo stesso Beppe Grillo per il sostegno al governo Draghi.

“Si tratta di un passo decisivo per allineare la nostra Carta costituzionale a quella di quasi tutti gli Stati europei”, hanno affermato i senatori M5S in commissione. “Soprattutto si tratta di un tassello fondamentale nel grande puzzle che compone la transizione ecologica e solidale”, aggiungono, auspicando che presto arrivi la calendarizzazione del provvedimento in Aula.

Consensi arrivano anche dalle altre forze politiche. Simona Malpezzi, presidente dei senatori del Partito Democratico, spiega che il risultato raggiunto è importante soprattutto “per le future generazioni”. Anche il segretario Enrico Letta parla di “grande risultato” e spera che l’iter per l’approvazione definitiva prosegua “più rapidamente possibile”. Dichiarazioni positive sono arrivate anche da Lega, Forza Italia e Liberi e Uguali.

Non è tutto oro quel che luccica

Non sono però mancate alcune critiche. Il presidente di Federparchi Giampiero Sammuri ha dichiarato: “È un grande passo in avanti per l’importanza del nostro enorme capitale naturale. Il biologo che è in me però non comprende una cosa. La modifica dell’articolo 9 sancisce che la legge dello stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali. E le piante, componente indispensabile della biodiversità? Dei funghi? Del suolo e delle rocce, componenti fondamentali e basilari degli ecosistemi? Io, tra tutte le cose che ho fatto e che sono, mi ritengo fondamentalmente uno zoologo e potrei essere felice che in Costituzione ci sia un posto speciale per gli animali, ma mi sembra che il secondo comma sminuisca un po’ l’enorme valore complessivo del primo”.

Inoltre, uno dei contenuti della tutela ambientale è il diritto dei cittadini ad un ambiente salubre e pulito. Nonostante la protezione giuridica, in alcuni casi, la tutela dei livelli occupazionali ha compresso -più precisamente, «ragionevolmente bilanciato»- tale diritto. Come è avvenuto in una discussa sentenza della Corte costituzionale sull’Ilva di Taranto.

Va detto poi che la proposta non tiene conto della necessità di prevedere uno specifico «dovere costituzionale» di agire nel senso della tutela ambientale. E non è presente nemmeno un richiamo, magari nello stesso articolo 41, allo «sviluppo sostenibile».

Prototipo Adidas: si può correre senza inquinare?

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Forse non tutti sanno che le scarpe da ginnastica sono davvero inquinanti e difficili da riciclare. All’interno del settore della moda, infatti, sono tra gli oggetti più pericolosi per l’ambiente. Si stima che una scarpa da corsa abbia un’impronta di carbonio pari a 13,6 kg di anidride carbonica equivalente (CO2e). Qualcosa però potrebbe presto cambiare. Un prototipo Adidas sviluppato insieme ad Allbirds, infatti, si sarebbe concentrato proprio su questo aspetto e avrebbe un’impronta inferiore ai 3 kg.

FUTURECRAFT.FOOTPRINT, il prototipo Adidas

Lo scorso 12 maggio Adidas ha tolto il velo alla sua ultima creazione. Si chiama FUTURECRAFT.FOOTPRINT ed è una scarpa davvero innovativa. Nè il notissimo brand della tripla striscia né i loro collaboratori di Allbirds hanno rilasciato tutti i dettagli relativi al modello. Dunque non conosciamo ancora ogni caratteristica di questa scarpa green, per così dire. Il prototipo Adidas si presenta leggerissimo, composto da un numero inferiore di componenti i quali presentano pochissimo carbonio nella loro struttura chimica.

Accompagnando la presentazione del modello, Adidas e Allbirds hanno affermato di aver: “scomposto i materiali, rivoluzionato la catena delle loro forniture e sfruttato ogni innovazione.” Anche il design scelto e la manifattura del modello sono rispettose dell’ambiente, perché durante questi processi sono state applicate procedure rispettose dell’ambiente, da parte di tutto lo staff coinvolto. Le fasi dell’ideazione e della produzione di ogni scarpa, infatti, sono solitamente estremamente inquinanti.

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Dettaglio ravvicinato del prototipo Adidas FUTURECRAFT.FOOTPRINT, sul rivestimento leggiamo che l’LCA della scarpa produce 2,94 kg di anidride carbonica equivalente. Foto: solecollector.com

Il prototipo Adidas e l’attenzione all’ambiente

La notizia con la N maiuscola, in questa vicenda, è che il prototipo Adidas FUTURECRAFT.FOOTPRINT presenta un’impronta di carbonio misurata pari a 2,94 chilogrammi di CO2e. I due marchi non hanno mai prodotto prima un modello impattante in maniera così contenuta sull’ambiente. Le due aziende affermano come non sia possibile avvicinarsi ulteriormente a emissioni zero, nell’iter produttivo di una scarpa. È possibile che l’avanzamento tecnologico renda possibile abbassare ancora questa soglia in futuro.

“La nostra partnership con Allbirds è un faro che illumina quanto possa accadere quando due marchi concorrenti della stessa industria uniscono le loro forze nello sviluppo di un design innovativo. Creando in simbiosi e mettendo apertamente a disposizione del partner le proprie competenze e risorse – come l’esperienza di Allbirds nel campo del calcolo dell’impronta di carbonio e le capacità di Adidas di realizzare scarpe competitive e performanti – si può arrivare a risultati importanti. Questa esperienza è una call-to-action per gli altri marchi e una pietra miliare nell’industria sportiva che vuole raggiungere la neutralità carbonica.”

Ha affermato Brian Grevy, membro del direttivo Adidas per i marchi globali.

Nel video di Run Testers un approfondimento sul prototipo Adidas e Allbirds FUTURECRAFT.FOOTPRINT

Il percorso di questo progetto

L’annuncio della collaborazione tra i due marchi per sviluppare una scarpa che avesse un basso impatto ambientale risale al 2020. A quel tempo c’era solo una grande ambizione, quella di riuscire a dar vita ad un modello pulito che fosse il meno inquinante mai creato. Non si tratta della prima volta che Adidas mostra interesse per l’ambiente, dal momento che qualche anno fa ha già dato vita a una scarpa sportiva prodotta interamente con plastica recuperata dagli oceani. È legittimo pensare che il marchio creato da Adi Dassler voglia strumentalizzare l’attenzione al pianeta e stia mettendo in atto del greenwashing con queste iniziative. In fin dei conti, il sospetto è d’obbligo quando parliamo di queste enormi multinazionali, che hanno naturalmente importanti responsabilità sul fronte del surriscaldamento globale. Ciò posto, bisogna spezzare una lancia in favore delle tre strisce, in quanto almeno mostrano dell’interesse a migliorare la loro etica. Non possiamo dire lo stesso di brand altrettanto noti e loro rivali.

Adidas ha dichiarato che intende ridurre la propria impronta di carbonio entro il 2030 e giungere alla neutralità di emissioni entro il 2050. Anche B-Corp Allbirds – questo il nome legale del marchio che ha collaborato allo sviluppo del prototipo Adidas – vuole raggiungere le emissioni zero. Troviamo dunque coerenza nell’iniziativa dei due professionisti delle scarpe.

Allbirds all’avanguardia

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Foto di David Mark da Pixabay 

In tempi non sospetti, ben prima dell’accordo con Adidas, Allbirds aveva già sviluppato una tecnologia LCA (Life Cycle Assessment – analisi del ciclo di vita) che mirava ad abbattere le emissioni. Lo strumento creato dal brand di moda e da alcuni esperti provenienti da industrie di altri settori e terze parti può calcolare con cura l’impronta di carbonio durante ogni fase della catena produttiva. Esso è diventato parte integrante del processo aziendale di creazione e progettazione, in grado di mappare l’impronta di carbonio di ogni prodotto. Recentemente, Allbirds ha creato una versione open-source – gratuita da utilizzare – di questo suo calcolatore, che altro non è se non un software informatico, in modo da renderlo disponibile anche ad altri marchi che vogliano seguirne i passi.

“Abbiamo urgente bisogno di ridurre le nostre emissioni di carbonio. Si tratta di una missione molto più grande di Allbirds o Adidas. Sia che ce ne rendiamo conto sia che non siamo in grado di farlo, questa gara ci vede tutti coinvolti. Ci riguarda come pianeta ed è enormemente più grande delle sfide quotidiane tra compagnie rivali e concorrenti.”

È il pensiero di Tim Brown, co-direttore di Allbirds. Difficile inquadrare meglio le nostre priorità, come società e collettivo.

Storica sentenza della Corte costituzionale: la legge tedesca sul clima è insufficiente

Il 29 aprile, la Corte costituzionale tedesca ha deciso con una sentenza storica che il governo dovrà cambiare, entro la fine dell’anno, la legge sul cambiamento climatico del 2019. I giudici costituzionali hanno stabilito che la protezione del clima rientra tra i diritti fondamentali dei cittadini.

La legge tedesca sul clima

Il ricorso è stato presentato da nove giovani attivisti, sostenuti da Greenpeace e dal movimento Fridays for Future. I giovani sostengono che la legge tedesca sul cambiamento climatico trasferisce un’onere eccessivo al periodo post-2030, per mantenere le temperature globali medie sotto 1,5 o 2 °C, l’obiettivo fissato dall’accordo di Parigi del 2015.

La legge federale tedesca sul clima non è una singola legge, ma rientra in un pacchetto legislativo emanato nel 2019 e composto da leggi ordinarie, programmi governativi, normative Ue e accordi internazionali. In essa sono indicati due obiettivi principali.

Il primo è uguale a quello approvato di recente dall’Unione Europea: ridurre del 55 per cento le emissioni di gas serra rispetto al livello del 1990 entro il 2030.  Il secondo obiettivo è arrivare alla condizione di neutralità carbonica – quella in cui per ogni tonnellata di gas serra che si diffonde nell’atmosfera se ne rimuove altrettanta – entro il 2050.

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La sentenza

Secondo i giudici, la legge non contiene indicazioni adeguate e stringenti su come ridurre le emissioni dal 2031 in poi. Inoltre, è previsto che una parte consistente della riduzione delle emissioni venga fatta dopo il 2030. Questo significa che ci sarà meno tempo per introdurre i grandi cambiamenti, e che il peso sarà maggiore per le generazioni future.

«Affinché questo obiettivo venga centrato le riduzioni ancora necessarie dopo il 2030 dovranno essere raggiunte con sempre maggiore rapidità e urgenza», si legge nel dispositivo della Corte. La Corte ha così accolto il ricorso e ha giudicato la legge parzialmente incostituzionale e insufficiente.

Una questione di libertà

La legge viola le libertà delle persone che hanno fatto ricorso contro il provvedimento. Secondi i giudici, le emissioni di gas serra hanno virtualmente un impatto su «tutti gli aspetti della vita umana». La protezione del clima, quindi, rientra tra i diritti fondamentali dei cittadini. Ed è la Costituzione tedesca stessa a sancire il dovere dello Stato di «proteggere la vita e la salute». Con questa storica sentenza, la Corte ha esteso la protezione costituzionale anche ai rischi posti dai cambiamenti climatici e da eventi estremi che la crisi climatica sta rendendo più gravi e frequenti.

Questo precedente rappresenta un valido punto di riferimento per le altre cause legali sul clima in corso nel resto del mondo. A questo punto, è molto probabile che in futuro le riduzioni nelle emissioni di gas serra diventeranno target obbligatori anche dal punto di vista giuridico. La lotta globale per la giustizia climatica diventa quindi una questione di difesa dei diritti umani e, in particolare, di tutela dei diritti delle generazioni future.

La Foresta Amazzonica ha rilasciato più CO2 di quanta ne ha assorbita

L’Amazzonia brasiliana ha rilasciato nell’atmosfera il 20% in più di anidride carbonica di quanta ne ha assorbita negli ultimi dieci anni. E’ quanto emerge da uno sconcertante rapporto pubblicato sulla rivista Nature Climate Change. Da alleato fondamentale alla lotta al riscaldamento climatico, la foresta amazzonica sta diventando un emettitore netto del gas a effetto serra. Affrontare la crisi climatica sarà molto più difficile.

L’importanza della Foresta Amazzonica

La Foresta Amazzonica, la più estesa e importante foresta pluviale del pianeta, è soprannominata il “polmone verde” della Terra per molteplici ragioni. Si spazia dalla produzione di ossigeno alla meravigliosa biodiversità, passando per lo stoccaggio di anidride carbonica che riesce a “sequestrare”, grazie all’enorme numero di alberi presenti. Poiché il principale dei gas a effetto serra è proprio la CO2, la Foresta Amazzonica gioca un ruolo significativo nella lotta al riscaldamento globale. Essa infatti elimina dall’atmosfera una parte significativa del composto inquinante prodotto dalle attività umane.

Deforestazione Amazzonia: quando la natura non ha voce

I risultati dell’indagine

L’indagine è stata condotta da un team di ricerca internazionale guidato da scienziati del Centro per l’osservazione e la modellazione della Terra (Università dell’Oklahoma, Stati Uniti) in collaborazione con diversi istituti. Gli scienziati sono giunti alle loro conclusioni basandosi su rilevazioni satellitari, grazie alla quali sono stati estrapolati diversi dati preoccupanti.

I dati esaminati riguardano solo il Brasile, che detiene circa il 60% della foresta pluviale amazzonica.

Lo studio ha esaminato il volume di CO2 assorbito e immagazzinato dalla foresta, rispetto alle quantità rilasciate di nuovo nell’atmosfera dopo che è stata bruciata o distrutta.

Dal 2010 al 2019, il bacino amazzonico del Brasile ha emesso 16,6 miliardi di tonnellate di CO2, mentre ne ha assorbite solo 13,9 miliardi. Abbiamo dunque la conferma che il nostro polmone verde non riesce più a compensare l’emissione dei gas che avvelenano il mondo.

“Ce lo aspettavamo, ma è la prima volta che abbiamo dei dati certi. Mostrano che il ruolo dell’Amazzonia brasiliana si è ribaltato: ora è un vero emettitore di gas”.

A dichiararlo è Jean-Pierre Wigneron, uno scienziato dell’Istituto Nazionale di Ricerca Agronomica francese (INRA) e co-autore della ricerca. Gli scienziati non sanno ancora quanto durerà questo processo ma la paura è che diventi irreversibile. 

I ricercatori hanno inoltre dimostrato che, durante il decennio preso in esame, a emettere più CO2 non è stata la totale distruzione della Foresta Amazzonica. La responsabilità è del suo degrado, cioè quella serie di interventi come la frammentazione della foresta, il taglio selettivo degli alberi e gli incendi che danneggiano ma non abbattono le piante. Le emissioni del degrado, che si verifica soprattutto ai margini della foresta vergine, sono state il triplo di quelle legate alla totale distruzione della foresta.

La responsabilità di Bolsonaro sulla devastazione della foresta amazzonica

L’INRA, che ha partecipato allo studio, ha scritto in una nota che il governo brasiliano ha una responsabilità diretta sul pessimo stato della foresta amazzonica.

“Il Brasile ha visto un forte calo nell’applicazione delle politiche di protezione ambientale dopo il cambio di governo nel 2019”, ha detto l’INRA in un comunicato.

Basti pensare che a fine aprile, il giorno dopo aver promesso di aumentare la spesa per contrastare la deforestazione, il presidente Jair Bolsonaro ha annunciato un taglio del 24% dei fondi destinati al ministero dell’Ambiente.

Lo studio ha anche mostrato che la deforestazione – attraverso incendi e disboscamento – è aumentata di quasi quattro volte nel 2019 rispetto ai due anni precedenti. Si è passati infatti dal radere al suolo circa 1 milione di ettari a 3,9 milioni di ettari.

E tra il 2019 e il 2020, secondo un altro studio di Global Forest Watch, la deforestazione è aumentata del 25%. Il Brasile, non a caso, è stabilmente al primo posto nella triste classifica dei Paesi con il più alto tasso di deforestazione.

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Quali conseguenze?

Gli ecosistemi terrestri sono un alleato fondamentale nella lotta per ridurre le emissioni di CO2, che hanno superato i 40 miliardi di tonnellate nel 2019.

Nonostante le emissioni di anidride carbonica siano aumentate del 50% negli ultimi cinquanta anni, le piante e il suolo hanno costantemente assorbito circa il 30% dei gas. Anche gli oceani hanno fatto la loro parte, contribuendo ad assorbire il 20% delle emissioni.

Il bacino amazzonico contiene circa la metà delle foreste pluviali tropicali del mondo, che sono più efficaci nell’assorbire e immagazzinare il carbonio rispetto ad altri tipi di vegetazione.

Il cambiamento climatico si profila come una seria minaccia. Infatti, oltre una certa soglia di riscaldamento globale, potremmo vedere la foresta pluviale del continente trasformarsi in una savana molto più arida.

Questo avrebbe conseguenze devastanti non solo per la regione, che ospita una percentuale significativa della fauna mondiale, ma anche a livello globale.

La situazione potrebbe essere nuovamente invertita, se si adotteranno misure incisive a tutela del “polmone della Terra”, ma tutto dipenderà dalla volontà di attuarle.