Isola di plastica. Cos’è? Dov’è? Come si forma?

Si stima che, ogni anno, dai fiumi si riversino nell’oceano da 1,15 a 2,41 milioni di tonnellate di rifiuti plastici. Più della metà di questa plastica è meno densa dell’acqua, perciò non affonda quando è nel mare. Quella più resistente può galleggiare nell’ambiente marino e può essere trasportata su lunghe distanze; persiste sulla superficie del mare mentre si fa strada al largo, con le correnti. Infine, si accumula in un’area generata da un vortice: un’isola di plastica.

isola di plastica

Una volta che queste plastiche entrano nel moto rotatorio, probabilmente non lasceranno l’area fino a quando non si degraderanno in pezzi minuscoli. Infatti, con l’effetto del sole, delle onde e della vita acquatica, il materiale si trasforma in particelle, generalmente più piccole di un millimetro, denominate microplastiche. Poiché sempre più materiale di questo tipo è disperso nell’ambiente, la sua concentrazione nelle aree marine continuerà ad aumentare, se non si interverrà meglio di quanto non si stia già facendo.

La scoperta della grande isola di plastica nel Pacifico

Charles Moore fu il primo a dare l’allarme. Capitano di una barca e oceanografo americano, egli rimase allibito quando, di ritorno da una regata nel 1997, incontrò un’isola di plastica così larga che gli ci vollero sette giorni per attraversarla. Quello che trovò, ha poi mobilitato la comunità scientifica; il Great Pacific Garbage Patch, alias Pacific Trash Vortex o “Grande chiazza di immondizia del Pacidico”, situato tra il Giappone e le Hawaii – più precisamente tra il 135° e il 155° Meridiano Ovest e fra il 35° e il 42° parallelo Nord – è l’accumulo più grande di tutti i mari, oltre che uno dei più grandi simboli della crisi ambientale.

Oggi, secondo uno studio scientifico pubblicato su Nature, si ritiene che l’isola di plastica nel Pacifico sia come un continente di rifiuti in costante crescita, che misuri circa 1,6 milioni di km², ma alcune stime parlano anche di un’estensione che arriva fino a 10 milioni di km² e che contenga almeno 3 milioni di tonnellate di rifiuti. Per dare un’idea delle sue dimensioni, la superficie di questa isola di plastica è oltre tre volte quella della Francia e potrebbe occupare fino al 5,6% della superificie totale dell’OCeano Pacifico. Nonostante le sue dimensioni, più del 90% è costituita da minuscoli frammenti.

Le altre isole di plastica sparse per il mondo

Ci sono almeno altre cinque isole di plastica, di dimensioni più ridotte, collocate nell’Oceano Indiano, nel Nord Atlantico, nel Sud Pacifico, nel Sud Atlantico e nel Mar Mediterraneo. Secondo l’ordine indicato, il rapporto di queste superfici rispetto al Great Pacific Garbage Patch equivale a 0,65 (O. I.), 0,47 (N. A.), 0,25 (S. P.), 0,15 (S. A.) e 0,12 (M. M.). In totale, 5,25 trilioni di pezzi di plastica, per un peso peso di 269.000 tonnellate, sarebbero distribuiti nell’oceano.

In particolare, nel Mar Mediterraneo, l’area che si sta formando è il doppio più densa di quella del Pacifico. Situata tra Elba e Corsica, questo accumulo (tra le 1.000 e le 3.000 tonnellate) è probabilmente legato al forte impatto umano e all’idro-dinamica di questo bacino semi-chiuso. Qui, data la ricchezza biologica e la concentrazione di attività economiche, si prevede che gli effetti sulla vita marina saranno ancora più dannosi.

Nell’Atlantico invece lo stesso fenomeno ha contribuito a generare il “North Atlantic garbage patch” che, seppur di minori dimensioni, è comunque comparabile a quella del Pacifico per densità dei rifiuti presenti.

Origine dell’isola di plastica del Pacifico

Dunque, quali sono i fattori per cui la plastica raggiunge l’oceano?

Le fonti sono disparate, ma le più grandi sono le industrie che scaricano i rifiuti in mare, per caso o di proposito (illegalmente). Può anche provenire da navi da pesca, navi porta-container, piattaforme petrolifere. Anche il turismo origina rifiuti. Ad esempio, chi frequenta la spiaggia, non sempre getta l’immondizia negli appositi contenitori. Invece, in città, la spazzatura gettata a terra può finire nel sistema di acqua piovana ed essere riversata in mare. In ogni caso, si stima che l’80% della plastica provenga da fonti terrestri.

Per di più, la produzione globale di materie plastiche continua a crescere e, di questa, gran parte finisce in mare. Se le discariche non sono gestite adeguatamente, grandi quantità di questo materiale possono facilmente essere trascinate via dal vento o dall’acqua piovana. Altre fonti sono meno evidenti, come i pneumatici che si usurano, che lasciano sulle strade frammenti minuscoli, che poi finiscono nelle fognature.

Così come un contributo alla formazione di questo immenso tappeto di rifiuti è stato probabilmente dato anche dal Maremoto che ha colpito del Giappone del 2011. Tra le altre concause anche il rovesciamento di Container della navi cargo contenenti scarpe, giocattoli e altri beni prodotti principalmente in plastica.

L’accumulo dei detriti presenti nel Pacific Garbage Patch, secondo le più importanti stime, è iniziato negli Anni ’80.

Anche il Mediterraneo si sta riempiendo di plastica

Chi pensa che quello dell’isola di plastica sia un problema lontano si sbaglia di grosso. Tra l’Isola d’Elba e la Corsica è stata avvistata una chiazza di rifiuti lunga, per ora, qualche decina di chilometri, ma in continua espansione. La densità dei detriti presenti sembra sia maggiore rispetto a quella delle altre isole presenti nel Pacifico. L’origine di questi rifiuti sono i grandi fiumi che sfociano nel Tirreno come l’Arno, il Tevere ed il Sarno. Inutile specificare come la plastica finisca in questi fiumi. I responsabili siamo noi.

Secondo il WWF nel Mar Mediterraneo sono già presenti oltre 570 mila tonnellate di rifiuti plastici. Un dato preoccupante ed in continuo aumento. Un fenomeno che va assolutamente contrastato, per tanti motivi.

Conseguenze sulla fauna marina

Quando la plastica si frantuma, una parte affonda nel mare, dove può soffocare le creature acquatiche. Inoltre, date le basse temperature dell’oceano, la plastica frantumata rilascia sostanze chimiche che non si trovano in natura, tra cui il bisfenolo A (BPA), oligomeri a base di polistirolo e altri che sono dannosi per la crescita e lo sviluppo della fauna marina.

Non di meno, si stima che centinaia di tartarughe liuto (le più grandi al mondo) muoiano perché ingoiano vari pezzi di plastica, destino comune per oltre 100.000 mammiferi marini, ogni anno. Ci sono state diverse lontre marine soffocate con anelli di polietilene, gabbiani e cigni strangolati da lenze da pesca e reti di nylon. Altre creature marine hanno inghiottito oggetti come cannucce, tappi e vari giocattoli, poiché, a causa della loro dimensione e del loro colore, gli animali confondono la plastica con il cibo.

https://www.youtube.com/watch?v=6HBtl4sHTqU

Per citare un esempio recente, il National Geographic ha pubblicato un altro articolo a proposito di una femmina di capodoglio incinta, che è stata trovata morta su una spiaggia fuori Porto Cervo, in Sardegna, a causa della plastica ingerita;

L’inquinamento da plastica è penetrato anche nelle più profonde fenditure dei mari e il Mar Mediterraneo non fa eccezione. Raccoglie rifiuti dai Paesi bagnati dalle sue acque, e siccome è un mare chiuso, i rifiuti rimangono bloccati nelle sue acque, praticamente per sempre. In un recente rapporto Greenpeace ha stimato che la maggior parte dei grandi rifiuti di plastica che finiscono nei corsi d’acqua europei – da 150.000 a 500.000 tonnellate ogni anno – si riversano nel Mediterraneo.

Conseguenze sulla fauna terrestre

Una volta che la plastica entra nella catena alimentare marina, c’è la possibilità che contamini anche quella umana. Attraverso un processo chiamato bio-accumulo, le sostanze chimiche, tossiche e inquinanti presenti nella plastica, sono ingerite dagli animali, così queste sostanze passano dalla preda al predatore, fino alle persone. In poche parole, le sostanze chimiche ingerite dai pesci, possono essere presenti anche nell’uomo. Basti pensare che, generalmente, ogni settimana assumiamo circa cinque grammi di plastica, quanto una carta di credito.

Il problema si espande anche sul piano economico, dove gli sforzi per ripulire la plastica dall’oceano hanno già causato notevoli oneri finanziari. Infatti, secondo The Ocean Cleanup, i costi annuali dovuti alla plastica marina sono stimati tra i 6 e i 19 miliardi di dollari. Questi derivano principalmente dal suo impatto sul turismo, sulla pesca e sull’acquacoltura. Intercettarla nei fiumi dovrebbe essere molto più conveniente rispetto a ripulire intere isole artificiali.

Soluzioni al problema dell’isola di plastica

La ricerca odierna non è ancora riuscita a stimare valori precisi né riguardo il problema, né sulle sue conseguenze. Tuttavia, è necessario evitare che ulteriori rifiuti vengano immessi nell’oceano.

Una pratica che continua a svilupparsi sono i progetti di pulizia di spiagge, di fiumi e di laghi. Spesso, questi vengono promossi dai comuni di zone balneari, se non addirittura da privati che si organizzano online. Molte attività possono essere trovate sui social network più comuni, o, in generale, sul Web; tra le associazioni più importanti, spicca Plastic Free Onlus, con l’obiettivo di informare e sensibilizzare più persone possibili sulla pericolosità della plastica. Oltre a informazioni di rilevanza, il sito integra un calendario degli eventi a cui tutti possono partecipare.

Anche il finanziamento di progetti per migliorare questa situazione ambientale ed economica può essere una soluzione. Ad esempio, The Ocean Cleanup, progetto nato da un’idea del giovane olandese Boyan Slat, sta sviluppando sistemi di pulizia per ripulire ciò che inquina gli oceani e per intercettare la plastica nel suo percorso verso il mare aperto attraverso i fiumi. Grazie a questo tipo di progetto, nel Great Pacific Garbage Patch, sono stati eliminati oltre 103 tonnellate di rifiuti, data una grande operazione di pulizia svoltasi a luglio 2020. Ora si punta a triplicare i risultati nel 2021.

In conclusione, è importante sensibilizzare un pubblico sempre più ampio su questa tematica. Al proposito, una lettura anche dilettevole può essere “Spam. Stop plastica a mare”. In ogni caso, è fondamentale agire individualmente nell’interesse comune. Ad esempio, si può ridurre la plastica nell’igiene personale – su Make You Greener si possono trovare diverse soluzioni. Nel nostro piccolo, insieme, possiamo veramente realizzare lo sviluppo sostenibile, perciò agire per la resilienza della vita marina, nonché terrestre. Scegliere un approccio di vita Plastic Free è possibile, basta solo volerlo.

Il sistema idrico mondiale fa acqua da tutte le parti

Acqua Crisi

Si usa, si inquina, si spreca. Chi ne ha ancora a disposizione tenta di trarne il maggior profitto possibile, mentre aumentano le aree in cui si soffre la sete. Parlare di acqua significa approfondire un tema che riguarda tutti: delle potenzialità di un bene definito “oro blu” e delle conseguenze che sta portando la sua scarsità o, peggio, la sua totale assenza. È un diritto universale, sancito come fondamentale dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che garantisce l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari. Perché non si tratta solo di una questione di accesso al bene, ma anche di stabilità geopolitica e lotta alla crisi climatica.

Quanta acqua c’è?

Dipende da cosa si vuole considerare. Ricopre il 71% della superficie del pianeta, ma quella dolce è solamente il 3,5% del totale. Circa 11 milioni di chilometri cubi. Di questa, non tutta è utilizzabile. Sfruttabile, infatti, è meno dell’1%, visto che il resto si trova allo stato solido. Insomma, il problema, in molti luoghi, è trovare acqua potabile. Monitorarne l’utilizzo è compito di molti istituti internazionali e nazionali. Leggere le ricerche può aiutare a navigare meglio nel mare di informazioni che riguarda l’oro blu.

Quando non c’è acqua

L’acqua è una risorsa scarsa. Bisogna partire da questa constatazione, per riuscire ad affrontare le sfide, prima che si superi il punto di non ritorno. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) ha indicato nel suo report del 2020 che 3,2 miliardi di persone vivono in aree agricole con (indici di) scarsità d’acqua da elevata a molto elevata. I fattori che concorrono alla capacità o meno di un paese di affrontare il problema sono diversi e dipendono dalla sua posizione geografica, dal livello di sviluppo e dalle strutture politiche e sociale, le quali permettono o meno uno sviluppo delle tecnologie e di buona amministrazione della risorsa. Uno studio dell’Istituto Internazionale per l’analisi dei sistemi applicati (IIASA) ha stimato che circa la metà dell’intera popolazione globale vive già in aree colpite da carenza del bene almeno per un mese all’anno e le proiezioni dicono che, entro il 2050, le difficoltà di reperimento e accesso arriveranno a toccare circa cinque miliardi di persone. Di queste, più del 70% sarà nel continente asiatico.

Water Wars

Una delle conseguenze più devastanti si chiama Water Wars: sono le guerre che si scatenano per contendersi le fonti di approvvigionamento idrico. Immaginiamo che un territorio abbia accesso limitato all’acqua per un periodo prolungato di tempo. Gli abitanti preferiranno conservarla per i bisogni primari. Se possiedono un terreno agricolo, non riusciranno più a produrre ciò che dà loro sostentamento, togliendola anche al bestiame. Questa situazione di instabilità può portare a conflitti e ad accaparramenti illeciti, il cosiddetto “water grabbing” (vedi qui cos’è il land grabbing). Si tratta del controllo o della deviazione a proprio vantaggio delle risorse idriche, da parte di un potere, che sia governo, un’autorità o un attore privato. Nei casi peggiori, si arriva allo scontro armato, in particolare quando riguardano corsi d’acqua transfrontalieri. Due o più Stati, infatti, possono essere riforniti dallo stesso fiume. Ma uno di essi può decidere di bloccarlo, per esempio, attraverso delle dighe, che ostruiscono il passaggio. Questi nuovi bacini servono sempre di più per il rifornimento non solo idrico, ma anche energetico o per scopi privati e industriali. Le dispute sono solitamente risolte attraverso un concordato, ma alcune volte – e sempre di più, dato l’aumento della popolazione mondiale – non sono arginabili.

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Acqua in borsa

No, non stiamo parlando della borraccia che portiamo quando usciamo di casa. L’acqua è stata quotata in borsa. Significa che è lecito speculare su questo bene primario. La notizia riguarda lo Stato della California e aveva destato particolare scalpore, ma secondo gli esperti del CME, azienda statunitense che si occupa di titoli future, questo passo è necessario per consentire una migliore gestione del rischio futuro legato a essa.

In Italia, nel 2011 si è votato un referendum per estromettere i privati e il profitto dal settore, ma le politiche sono andate in un’altra direzione, rafforzando la gestione di aziende multiservizio quotate in borsa. 

Navigare in acque inquinate 

Le fonti idriche sono messe a repentaglio anche dall’inquinamento, che può danneggiare l’acqua, la flora e la fauna. Le sostanze tossiche possono essere immesse direttamente all’interno del bacino idrico – attraverso scarichi illegali – oppure confluirci indirettamente, dopo aver contaminato l’aria o il suolo.

I problemi che ne scaturiscono sono molteplici: l’avvelenamento di specie acquatiche, l’alterazione degli ecosistemi, la diffusione di malattie. L’Institute for Health Metrics and Evaluation ha stimato che nel 2017 siano morte prematuramente 1,2 milioni di persone – in particolare bambini sotto i 12 anni – per “cause direttamente connesse all’acqua insalubre”. 

L’inquinamento da plastica è un altro flagello. Il 10% del materiale prodotto ha raggiunto le superfici fluviali o marine mondiali. E così le plastiche rimangono e diminuiscono di dimensione, galleggiando in superficie o scendendo nei fondali. Avevamo approfondito la questione attraverso due articoli, riguardanti lo Stretto di Messina e le spiagge di Bali, in Indonesia.

Quando il livello si alza

Sembra non ci possa essere un equilibrio tra il troppo e il troppo poco. Gli effetti, in entrambi i casi, sono devastanti. Perché se non avere acqua potabile infligge un danno all’uomo e all’ambiente, la devastazione portata da eventi estremi è comunque pesante da calcolare. Per capire l’entità del danno provocato da alluvioni, inondazioni e piogge torrenziali è utile consultare il recente Atlante della mortalità e della perdita economica dovuta a eventi estremi, pubblicata dall’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO). 

Mami Mizutori, vice segretaria generale all’Ufficio dell’Onu per la riduzione del rischio di disastri, è chiara durante la presentazione del report: «Purtroppo non siamo in un posto sicuro e il rapporto ci dice che la tendenza per i prossimi 50 anni è abbastanza allarmante. Per darvi alcune statistiche, l’anno scorso 31 milioni di persone sono state sfollate a causa di disastri. Ora, il numero di persone sfollate per disastri sta diventando quasi più grande del numero di persone sfollate per conflitti».

La situazione mondiale

In Asia, tra il 1970 e il 2019 – lasso di tempo preso in considerazione dalla WMO -, ci sono stati 3454 disastri naturali, che hanno causato la morte di quasi un milione di persone. Il 45% di questi eventi erano alluvioni, il 36% a tempeste. Anche in Africa, il 60% delle calamità è rappresentato dalle alluvioni, ma è la siccità a preoccupare, visto che ha causato il 95% delle 730mila vittime del continente.

Nel continente Sudamericano sono stati registrati 867 disastri, che hanno causato circa 57mila morti, il 77% delle quali durante alluvioni. In nord America, America Centrale e Caraibi si riportano 1977 eventi estremi, che hanno portato alla scomparsa di 74839 persone. Numeri simili, per quanto riguarda la regione del Sud-Est Pacifico: 1407 catastrofi, con la conseguente perdita di più di 65 persone.

Infine, in Europa sono stati registrati 1672 disastri, con circa 160mila decessi. Le cause prevalenti sono state alluvioni e tempeste.

Crisi climatica: avremo l’acqua alla gola

Se questi numeri ci raccontano degli ultimi cinquant’anni, è bene anche soffermarsi su quelle che saranno le prospettive future. Se le previsioni per il 2050 ipotizzavano che il livello del mare si sarebbe alzato così tanto da ricoprire zone costiere dove vivono almeno 150 milioni di persone, ora si è ricalibrato al ribasso del 30%, rimanendo comunque una prospettiva preoccupante. 

Il “Piccolo atlante dell’acqua” (Clichy edizioni, 2021) si sofferma su questo punto cruciale. “Con un aumento di 4°C verrebbe inondato il 76% della superficie di Shangai, il 60% della superficie di Hanoi, il 51% della superficie di Calcutta, il 46% di Hong Kong, il 24% di Rio de Janeiro e il 23% di New York. E Venezia? Insieme ad Amsterdam, Bangkok, Amburgo e San Pietroburgo verrebbe quasi interamente sommersa”. Ecco perché è tempo di agire prima che sia troppo tardi. 

Cosa si può fare?

Tre sono i verbi che possono aiutare: conoscere, risparmiare, scegliere.

Conoscere alcuni dati non solo permette di avere un’ancora sulla realtà, ma invita ad approfondire ulteriormente. Inoltre, la regolamentazione a livello nazionale e internazionale sancisce dei diritti e dei doveri: dalla Convenzione sulla prevenzione dell’inquinamento marino alla Direttiva quadro sulle acque, fino ad arrivare ai Documenti diramati ogni 22 marzo, Giornata mondiale dell’Acqua.

Risparmiare: non eccedere nel consumo, con modalità di rifornimento ecosostenibili e imparare a usarla consapevolmente.

Scegliere: prodotti da filiere che stiano attente alla quantità di acqua utilizzata e che non inquinino le falde e i bacini idrici, richiedere chiarezza sull’uso della risorsa e sulla sua dispersione.

Vaia Focus: mettere a fuoco non è mai stato così green

Si dice che una foresta che cade faccia più rumore di un bosco che cresce. E se questo suono, invece, continuasse e diventasse un inno alla rinascita? Nella notte tra il 28 e il 29 ottobre di tre anni fa, la tempesta Vaia si è abbattuta sul Nord Italia, sradicando più di 48 milioni di alberi. In meno di quattro giorni di perturbazioni, la vita che abitava quelle regioni montuosa venne travolta dalla forza della bufera. Ma dalla catastrofe si può ricavare qualcosa di buono, trasformando lo scarto in prodotto unico. Lo sa bene il team di Vaia, startup che punta a trasformare distruzione in bellezza. Il loro primo oggetto, Vaia Cube (che puoi scoprire qui), è una cassa per musica in legno di larice e abete. In questi giorni stanno lanciando il secondo progetto, Vaia Focus.

Abbiamo incontrato Giuseppe Addamo, uno dei fondatori, al Fuorisalone del Museo del Design di Milano. Arrivando allo stand, ci si può immergere nella foresta trentina, grazie alla realtà aumentata. Vista e udito vengono trasportati sulle Dolomiti, in un viaggio che ripercorre la notte della tempesta e segna la differenza tra un “prima” e un “dopo”. Ma anche dopo la devastazione, si possono ripiantare alberi e speranza. Ed è proprio per dare forma nuova allo scarto, che si è arrivati a Vaia Focus.

Leggi la storia di Vaia 

Vaia Cube è un prodotto riconoscibile. Cosa ha fatto la differenza?

Vaia Cube è stato un oggetto che, a differenza di tanti altri, aveva un’anima, un significato dal punto di vista ambientale e sociale che lo ha caratterizzato per il suo impatto sul mondo. Fare qualcosa per il territorio. Credo sia stato questo che ha decretato il successo.

Sperimentare significa fatica. Quali sono stati gli ostacoli?

Non è stato facile. Abbiamo incontrato alcune difficoltà. Trovare le persone giuste e capire se accettare investimenti esterni, ma abbiamo deciso di essere indipendenti, insieme a persone che condividessero la nostra visione. Soprattutto, quelle che ha fatto la differenza è stato essere coscienti di fare qualcosa di utile. Il percorso ha davvero a cuore le cose importanti. cura e amore per le prossime generazioni, sapere come interagire in maniera rispettosa, restituendo qualcosa alla natura. Se ogni azione che noi facciamo fa parte di un ecosistema, portare benefici aiuta a rendere il luogo in cui viviamo un posto migliore. Un altro ostacolo è quello di rendere tutto il progetto sostenibile: i costi e le analisi aumentano, ma il mercato premia le scelte coraggiose.

Vaia Cube in esposizione al Fuorisalone del Museo del Design a Milano.

Oltre all’azienda, c’è una rete. Come scegliete i vostri partner, così da evitare il greenwashing?

Questo è un tema importante. Abbiamo avuto richieste di collaborazione con aziende che non erano in linea con i nostri principi e volevano approfittarsi del marchio di sostenibilità che ci siamo guadagnati. Noi abbiamo scelto solo attività di cui siamo sicuri: i nostri rivenditori sono hotel ecofriendly, botteghe artigianali, musei e realtà culturali, associazioni. Allargare una rete veramente “verde” evita ogni tipo di greenwashing. La forza di Vaia risiede nella trasparenza della comunicazione. Sporcarci e perdere valore non ha senso. 

Rispetto ai primi mesi, quindi, è cambiata la consapevolezza.

Certamente. È aumentata, perché ci siamo esposti e siamo cresciuti insieme alla startup, nel momento in cui abbiamo creato un modo di fare impresa. La responsabilità nostra ci porta a chiedere: che tipo di esempio possiamo essere per le altre attività imprenditoriali? Ormai siamo coscienti dell’impatto -specie di alcuni settori- ed è bene spostarci dalle logiche del mero profitto. Il Salone del Design è una vetrina in cui si può esporre un modello di made in Italy sostenibile. 

Siete al Salone per presentare Vaia Focus. Qual è il valore di uno scarto che diventa lente di ingrandimento?

Il Vaia Focus rispecchia tutta la nostra filosofia: legno recuperato, si pianta un albero per ogni oggetto venduto, collaboriamo con una filiera artigianale italiana. La lente è l’unico componente aggiuntivo, che non è uno scarto, ma è parte di un processo creativo-narrativo, che faceva parte di questa nostra idea di passare dal suono alla visione di persone che nella loro diversità, affrontano insieme ciò che conta, andando insieme verso ciò che conta. La lente risale a 200 anni fa e ingrandisce lo schermo degli smartphone. Ogni oggetto che creiamo ha un messaggio: vedi il modo con occhi diversi, per arrivare all’essenzialità. 

Cosa vi sta insegnando questo progetto?

Rispetto: imparare a collaborare, confrontandosi con tante persone diverse. A livello di prodotto, il comprendere che non tutto quello che noi consideriamo scarto, è tale perché noi lo classifichiamo così. Valorizzandolo, diamo una seconda possibilità alle materie prime che diamo per scontate.

Che legame c’è tra riscaldamento globale e uragani

Uragano

Domenica pomeriggio, l’uragano Ida ha toccato terra negli Stati Uniti. Nel momento in cui scrivo, il suo passaggio ha lasciato in Louisiana quasi un milione di persone senza elettricità e ha provocato almeno sei morti. Il National Hurricane Center (NHC) lo ha classificato di categoria 4, definendolo “estremamente pericoloso”. “Possiamo dire che questo sarà uno degli uragani più forti a colpire la Louisiana, almeno dal 1850”, ha detto pochi giorni fa il governatore John Bel Edwards.

La quantità di danni che eventi meteorologici estremi come questo potrebbero causare, insieme ai vari record raggiunti nella stagione degli uragani dell’anno passato, hanno portato molte persone a chiedersi se esista un legame tra uragani e riscaldamento globale. Bisogna fare una premessa: non è una questione facile, sul tema ci sono opinioni contrastanti.

Prima di proseguire, però, bisogna fare alcune precisazioni.

Un paio di cose da sapere sugli uragani

Per prima cosa, che cos’è un uragano? Un uragano è una grande tempesta che si forma al di sopra delle acque tropicali o subtropicali dell’Atlantico. Spesso abbiamo sentito parlare anche di tifoni, ma sono la stessa cosa? Non esattamente. Gli uragani si differenziano dai tifoni per una semplice ragione: il luogo in cui avvengono. Nell’Atlantico si usa il termine uragano, mentre nel Pacifico si usa quello di tifone.

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Le condizioni ideali per la loro formazione sono tre:

  • bassa pressione
  • acqua calda
  • umidità atmosderica

Con questi ingredienti durante la stagione estiva (solitamente tra giugno e novembre) possono crearsi delle tempeste simili a torri di vento che ruotano ad alta velocità su se stesse. Se queste torri non sono rallentate da venti laterali o dalla terraferma continuano a crescere indisturbate.

L’intensità di una tempesta si misura in base alla cosiddetta scala di velocità del vento Saffir-Simpson, che va da uno a cinque. Quando una tempesta arriva al terzo punto della scala è classificato come uragano grave, con venti di almeno 178 chilometri all’ora e una forza sufficiente a danneggiare abitazioni e sradicare degli alberi. Le tempeste di categoria quattro con velocità fino a 252 chilometri orari, come l’uragano Ida che sta colpendo la Louisiana, possono radere al suolo degli abitati, provocare una diffusa mancanza di elettricità e determinare molte morti.

Il riscaldamento globale influenza gli uragani?

Gli uragani sono fenomeni complessi. Il dibattito tra gli scienziati sull’ipotesi che il riscaldamento globale possa giocare un ruolo importante nella formazione degli uragani prosegue ormai da anni. Sono stati prodotti numerosi studi scientifici, alcuni anche in contrasto tra di loro.

Ora, benché non è ancora arrivata una risposta definitiva, esiste però un ampio consenso su una cosa: il riscaldamento globale sta cambiando le tempeste.

Sulla base dei dati raccolti fino ad ora, i ricercatori concordano che, a causa del riscaldamento globale, gli uragani stanno aumentando la loro intensità, ma non necessariamente la loro frequenza (il numero complessivo è rimasto più o meno lo stesso negli ultimi decenni). Tutto ciò significa che in futuro le tempeste avranno determinate caratteristiche. Vediamo quali sono.

1 Venti più forti

Come abbiamo visto, uno dei fattori per la formazione di uragani è la temperatura dell’acqua. Acqua più calda significa più energia per alimentare le tempeste. In un report del 2013, gli esperti dello Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) sostenevano di essere “virtualmente certi” che ci sia stato un “aumento di frequenza e intensità dei cicloni tropicali più forti, nell’Atlantico settentrionale, a partire dagli anni Settanta”.

È stato calcolato che a ogni grado di aumento della temperatura media dovuto al riscaldamento globale i venti si rafforzano di circa 8 chilometri orari. E con venti più forti si avranno anche danni maggiori, tra cui linee elettriche abbattute, tetti danneggiati e peggiori inondazioni costiere.

2 Più pioggia

Dal punto di vista fisico, esiste un legame tra aumento della temperatura e aumento delle precipitazioni. Per semplificare, con l’aumento delle temperature, aumenta anche la quantità di acqua che evapora dagli oceani, che a sua volta porta a una maggiore formazione di nubi e quindi a un aumento delle precipitazioni.

Ciò significa che possiamo aspettarci che le future tempeste generino maggiori quantità di pioggia. Si calcola che per ogni grado Celsius di riscaldamento atmosferico, l’aria potrà trattenere circa il 7% in più di acqua. Se a ciò si aggiunge l’innalzamento del livello del mare, uragani che scaricano più acqua renderanno più probabili inondazioni nelle aree costiere.

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3 Tempeste più lente

I ricercatori non sanno ancora bene il motivo, ma negli ultimi anni hanno osservato che le tempeste si muovono più lentamente. Alcuni dicono che potrebbe essere in parte responsabile un rallentamento della circolazione atmosferica globale, o dei venti globali.

Il passaggio lento delle tempeste fa sì che le piogge restino intense e battenti per lunghi periodi a livello locale. E questo non fa che peggiorare le cose. Per spiegarlo bene gli scienziati hanno usato una metafora: cioè che succede con tempeste più lente è come quando si cammina in un cortile e si spruzza con un tubo acqua sul terreno. Se si cammina velocemente, l’acqua non avrà la possibilità di formare una pozza. Ma se si cammina lentamente, si creeranno delle grosse pozzanghere.

4 Tempeste più estese

L’aumento del calore intorno ai tropici implica anche l’estendersi dell’area in cui gli uragani potranno svilupparsi, il che produrrà gravi tempeste in territori più settentrionali rispetto al passato.

Nel Pacifico questa mutazione fa sì che il punto focale dei tifoni si stia spostando dalle Filippine verso il Giappone. Nell’Atlantico, i ricercatori stanno cercando di appurare se i cambiamenti climatici contribuiranno a modificare l’itinerario degli uragani al punto da spingere in futuro alcuni di essi verso il RegnoUnito.

5 Tempeste più volatili

Le tempeste, inoltre, si intensificano in modo sempre più veloce. Ad esempio, l’uragano Delta dell’ottobre 2020 è stata la tempesta che più rapidamente è passata da depressione tropicale a uragano di categoria 4. Ha effettuato questatransizione in sole 36 ore. Secondo una recente ricerca pubblicata su Nature, la proporzione di tempeste tropicali che si sono rapidamente trasformate in potenti uragani è triplicata negli ultimi trent’anni.

Infine, le conclusioni riportate sono un buon punto di partenza per dire che il riscaldamento globale produce conseguenze anche sugli uragani. Nei prossimi anni, grazie allo sviluppo delle attrezzature tecnologiche, potremo sicuramente conoscere molte più cose su questi fenomeni meteorologici così complessi.

Quanto sono verdi le Olimpiadi? Il rapporto tra sport e sostenibilità ambientale

In occasione delle attese Olimpiadi di Tokyo 2020, le quali come sappiamo si stanno svolgendo nel 2021 causa pandemia, è uscito un interessante studio. La Business School e il Global Systems Institute della Università di Exeter, nel Regno Unito, hanno collaborato nella ricerca. Il dossier è stato pubblicato in concomitanza con le Olimpiadi e ha messo in luce il rapporto tra sport e sostenibilità.

I risultati della ricerca non sono troppo positivi se esaminati da un punto di vista ambientalista. A quanto pare sarebbero soltanto quattro le federazioni con un piano strategico relativo alla sostenibilità ambientale.

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Foto di Free-Photos da Pixabay 

Quali progressi stanno facendo gli sport olimpici in fatto di ambiente?

In merito alla sostenibilità ambientale, le Olimpiadi e gli sport olimpici stanno facendo progressi molto lenti, persino troppo potremmo dire. Lo studio degli studenti a Exeter evidenzia come la maggior parte delle federazioni sportive internazionali faccia troppo poco. Per la maggior parte delle world federation di disciplina, infatti, le azioni a favore di clima e ambiente sono minime, se non proprio nulle.

Per poterlo affermare, lo studio ha mosso da un esame approfondito delle strategie ambientali per ciascuna delle 32 federazioni riconosciute dalle Olimpiadi. Esse rappresentano in totale ben 47 sport, quelli di cui possiamo vedere le gare in tv o in streaming su internet. L’università ha suddiviso gli studenti – ricercatori in focus group, ognuno dei quali ha approfondito una federazione. L’obiettivo era quello di esaminare i progressi relativi alla sostenibilità compiuti da ognuna di queste associazioni. I risultati lasciano l’amaro in bocca: come anticipato, soltanto quattro federazioni presentano un piano strategico di qualche tipo relativo alla sostenibilità ambientale. I maggiori progressi, com’era sicuramente prevedibile, giungono da quelle discipline nelle quali è necessario uno stretto rapporto con la natura.

Pochi virtuosi alle Olimpiadi

Delle quattro federazioni che si stanno concretamente muovendo per l’ambiente, i ricercatori hanno stilato una sorta di classifica. In quarta posizione, per così dire, troviamo la FIFA (calcio), in terza la world rowing (canottaggio), in seconda la world athletics (atletica leggera) e in prima la world sailing (vela). I passi in avanti che questa associazioni stanno compiendo, per tendere una mano all’ambiente, sono talvolta passi da formica ma comunque concreti e visibili. Abbiamo poi una decina di federazioni che hanno preso impegno di ridurre il loro impatto ambientale a breve. Purtroppo però, troviamo ben 17 associazioni partecipanti alle Olimpiadi che non stanno davvero muovendo un muscolo per la sostenibilità. Tra queste includiamo anche quella del tennis e del nuoto.

La ricerca lancia un allarme. Si riscontra infatti:

“Una mancanza di comprensione delle pratiche ambientali nelle federazioni olimpiche e una mancanza di responsabilità interna”

Così si legge nel documento e il monito fa pensare. Se siamo davvero in un’epoca storica nella quale la tematica ambientale è molto sentita, come può un mondo virtuoso com’è – o perlomeno dovrebbe essere – quello dello sport che si esibisce alle Olimpiadi, restarle sordo? È un controsenso, un’aberrazione. L’attività fisica è da sempre sinonimo di benessere e virtù, come possono le federazioni non prestare attenzione all’ambiente? L’approccio va chiaramente cambiato ed è bene farlo quanto prima possibile.

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Foto di BLazarus da Pixabay 

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Colpa della decentralizzazione?

Nel compilare lo studio, gli studenti-ricercatori dell’Università di Exeter, riprendendo alcune ricerche precedenti consultate durante l’iter accademico di sviluppo del dossier, hanno puntato il dito contro la governance decentralizzata. Tale frammentazione, a quanto si è scritto:

“ha portato ad annacquare gli obiettivi strategici a livello locale, con conseguenti progressi incoerenti tra le Federazioni sull’ambiente.”

In aggiunta alla ricerca sul campo, o meglio sui campi delle discipline partecipanti alle Olimpiadi, l’Università ha messo nel suo obiettivo anche i siti web delle federazioni. Lo ha fatto per cercare tracce di un impegno, fosse anche soltanto simbolico, nei confronti delle sfide verdi. La stessa indagine è stata condotta sui profili social federali. Ebbene, anche qui i risultati non sono proprio ottimistici. Su un campione di 718.295 tweet complessivamente analizzati, parole chiave come sostenibilità ambientale e affini sono apparse soltanto in 188 cinguettii. I dati si riferiscono all’insieme delle 32 federazioni, a partire dall’anno 2010.

Come già evidenziato nel paragrafo precedente, nonostante la sempre maggiore importanza della tematica ambientale, le agende governative e i grandi eventi mondiali che mirano a sensibilizzare sulla tematica, l’impatto di questa cornice sulle attività mondiali delle federazioni olimpiche è stato minimo, se non proprio nullo.

Valutare e rendicontare chi prenda parte alle Olimpiadi

Secondo Dominique Santini, dottoressa all’Università di Exeter e portavoce della ricerca, sarebbe necessario prendere delle misure per accelerare la conversione verde delle federazioni olimpiche e fare in modo che esse si impegnino maggiormente per quanto riguarda la sostenibilità.

“Per accelerare i progressi sulla sostenibilità ambientale in tutto il movimento olimpico, dovrebbe essere condotta una valutazione d’impatto. Il CIO (Comitato Olimpico Internazionale) dovrebbe stabilire un sistema annuale obbligatorio di rendicontazione della sostenibilità ambientale per le federazioni internazionali, aumentandone la responsabilità.”

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Foto di Gerhard G. da Pixabay 

Ha affermato Santini, prima di aggiungere:

“È necessario creare una piattaforma per formare, supportare e accelerare i progressi sulla sostenibilità ambientale, consentendo la condivisione di pratiche replicabili, finanziamenti e partnership.”

Quanto sarebbe bello – e utile – che le Olimpiadi, la più importante manifestazione sportiva al mondo, si facessero veicolo del messaggio ambientalista, ecologico e mirato alla salvaguardia e tutela del nostro pianeta. Se la gigantesca infrastruttura olimpica diventasse un agglomerato di federazioni sportive sensibili, attente e responsabili, impegnate nella lotta per l’ambiente e il clima, diffonderemmo probabilmente con rapidità un nuovo modo di prenderci cura del nostro habitat. La ricerca mette in luce quanti limiti e quali problemi girino attorno al carrozzone a cinque cerchi ma non demorde, e noi con lei auspichiamo che la torcia olimpica possa diventare foriera anche di un messaggio ecologista e ambientalista.

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Perché la crisi climatica e l’attività dell’uomo c’entrano con gli incendi che stanno colpendo la Sardegna

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Il bilancio dei gravi incendi che nel fine settimana sono divampati in Sardegna è altissimo. Più di 20mila ettari di terreno sono stati bruciati. Per dare un’idea, è un’area equivalente a circa 32 mila campi da calcio. Quasi 1.500 sono le persone sfollate, a farne le spese i tredici comuni vicini alla zona boscosa del massiccio del Montiferru, nella provincia di Oristano.

In tutto, almeno un miliardo di euro di danni, secondo Ettore Crobu, presidente dell’Ordine dei dottori agronomi e forestali della Provincia di Cagliari. Aziende, animali, vegetazione, le fiamme hanno divorato un patrimonio ambientale di «70 anni». Ma, oltre ai danni più immediati, i roghi distruggono la sostanza organica dei terreni e la flora spontanea, alterano i naturali equilibri della fauna selvatica e aumentano i rischi di alluvione. Christian Solinas, presidente della regione Sardegna, ha descritto gli incendi “un disastro senza precedenti”.

Aumentano gli incendi estremi

Ogni anno che passa incendi estremi come questo avvenuto in Sardegna stanno diventando sempre più frequenti. Lo dimostra il report “Mediterraneo in fiamme” del Wwf. Dal 2000, «a fronte di una diminuzione numerica degli incendi – si legge nel report – aumenta purtroppo l’estensione delle superfici percorse dal fuoco». «A partire dal 2017 nell’Europa mediterranea è apparsa una nuova generazione di incendi. Si tratta dei “mega-incendi”, che generano vere e proprie tempeste di fuoco». In Italia, dal 1° gennaio e fino al 14 luglio di quest’anno, l’EFFIS (European Forest Fire Information System) ha registrato in totale 157 incendi con superfice bruciata maggiore di 30 ettari, mentre la media annuale tra il 2008 e il 2020 si attestava a 66.

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Come scrive su Domani il giornalista ambientale Ferdinando Cotugno, le cose che possiamo fare per fermare questi mega incendi sono due: «inseguirli, e trovarsi così sempre in svantaggio, oppure adattarsi e anticiparli». Affrontare la questione solo in chiave di emergenza non ci aiuterà, bisogna comprendere che siamo di fronte a seri problemi ecologici e climatici.

Cosa c’entrano gli incendi con la crisi climatica?

I fattori che facilitano la propagazione degli incendi possono essere raggruppati in tre gruppi: meteorologia, orografia e caratteristiche della vegetazione. Negli ultimi decenni, l’orografia delle zone boschive italiane, cioè la conformazione fisica di montagne, coste e valli, è rimasta pressoché la stessa. Ciò che sono cambiati solo quindi gli altri due fattori.

In tutti i paesi attorno al Mediterraneo, infatti, è aumentata la frequenza di condizioni meteorologiche che favoriscono gli incendi. In particolare, il riscaldamento globale prodotto dalla crisi climatica ha aumentato le temperature medie, allungando sia i periodi di piogge durante gli inverni che quelli di siccità durante le estati. Quest’anno si sta rivelando particolarmente duro per siccità e penuria idrica; e tutto ciò riduce l’umidità della vegetazione e facilita la diffusione delle fiamme.

I grandi incendi forestali sono favoriti anche da un certo tipo di vegetazione. Se nelle zone boschive si accumulano a terra piante e rami secchi si aumenta le probabilità di scatenare incendi di grosse dimensioni. È per questo motivo che i boschi non devono essere lasciati a loro stessi, ma vanno gestiti con tecniche di selvicoltura, come disboscamenti studiati, pulizia del sottobosco e incendi controllati.

L’importanza della prevenzione

«La foresta di Santu Lussurgiu (una delle zone colpite dagli incendi in provincia di Oristano) è bruciata del 50%, lì non si fanno diradamenti da decenni. Il fuoco lo si previene riducendo la continuità verticale e orizzontale, distanziando le piante, potando i rami bassi, costruendo superfici a mosaico, sottraendo spazio verticale». A parlare al quotidiano Domani è Giuseppe Delogu, ex comandante del corpo forestale della Sardegna.

In Sardegna gli incendi ci sono da sempre. Purtroppo durante gli anni si è fatto poco a livello territoriale per ostacolarli. Negli ultimi decenni l’isola ha vissuto un lungo processo di svuotamento delle campagne e dunque di conseguente abbandono delle zone rurali. I boschi incolti, insieme a strade prive di manutenzione e la mancata cura degli alberi, facilitano il propagarsi degli incendi.

Se si confronta la mappa dell’incendio che colpì la provincia di Oristano nel ’94 con quella attuale si nota quasi lo stesso itinerario e gli stessi corridoi di fuoco. Come a dire che si sapeva come si sarebbe potuto comportare un nuovo incendio, ma non si è fatto nulla per prevenirlo.

Una delle armi migliori per prevenire il rischio di incendio è la pianificazione, che non è altro che una parte di quell’ambito di interventi più grande che va sotto il nome di adattamento ai cambiamenti climatici. Il punto centrale è che i boschi e la vegetazione non devono essere abbandonati a se stessi. È importante che e a livello istituzionale vadano portati avanti piani di prevenzione e politiche serie di forestazione.

Transizione ecologica, modelli troppo contrastanti

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Le alluvioni in Germania, una catastrofe climatica

Il meteo impazzito assedia l’Europa occidentale. Nel momento in cui scrivo questo articolo il conteggio totale delle vittime ha superato quota 180. I dispersi, invece, sono impossibili da quantificare poiché le linee di comunicazione sono collassate nei Länder tedeschi vittime della recente alluvione. La cancelliera Angela Merkel, visitando i luoghi del disastro, ha parlato di immagini spettrali. Quello che è accaduto in Germania ci ricorda che stiamo scherzando con il fuoco – nel caso non lo avessimo ancora realizzato – continuando a fare poco più di nulla per preservare il nostro pianeta.

Le alluvioni che hanno sferzato l’Europa occidentale si sono ora spostate sull’Austria, dove si è cominciato a monitorare attentamente il livello del Danubio, con il peggio che sembrerebbe comunque passato. Come già scritto, la situazione è ancora in evoluzione e i dati che trovate sull’articolo potrebbero essere totalmente sbagliati nel momento in cui esso verrà letto. Inevitabilmente, queste parole non sono che una foto, un istante congelato in questa tragedia e il lavoro prezioso dei soccorritori va avanti instancabile.

Le 180 vittime di cui scritto non sono tutte tedesche, stando al report di Rainews sarebbero 156 i morti in Germania e 27 in Belgio. Il totale europeo sarebbe dunque di 183. 110 di questi defunti erano cittadini del Land tedesco della Renania-Palatinato, il più colpito assieme al confinante Nordreno-Vestfalia. Le cause del disastro sono state attribuite anche dai politici, senza giri di parole, al cambiamento climatico. La catastrofe tedesca ha riportato la questione della transizione ecologica sulle primissime pagine dei quotidiani di attualità.

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Le strade a Meissen, in Sassonia, in seguito a un alluvione del fiume Elba. Foto: LucyKaef da Pixabay 

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Il discorso alla popolazione di una scioccata cancelliera Merkel

La cancelliera, visibilmente scioccata, si è sforzata di vedere il bicchiere mezzo pieno, per quanto possibile naturalmente, durante la sua visita a Adenau:

“Grazie a Dio il nostro Paese può far fronte a quanto accaduto finanziariamente. Provvederemo a stretto giro. La lingua tedesca non conosce alcuna parola che possa descrivere quanto è accaduto qui.”

Ha affermato Angela Merkel, prima di aggiungere:

“C’è bisogno di una politica che tenga in considerazione natura e clima, ben più di quanto non si sia fatto negli ultimi anni. Vediamo con quanta violenza la natura possa agire. La contrasteremo nel breve ma anche nel medio e lungo periodo. Saremo il primo continente a diventare neutrale in quanto a CO2. Dovremo però dedicare anche molta più attenzione per quanto riguarda l’adattamento ai cambiamenti climatici in corso.”

Naturalmente il discorso può apparire strumentale, visto il luogo e il momento in cui è stato pronunciato, nonché il ruolo che il capo di stato Merkel deve tenere, in virtù della sua carica, di fronte a una popolazione devastata dalla catastrofe. Non è tanto però per il desiderio di condividere una dialettica scontata che riporto questo pensiero, bensì perché subito dopo Angela Merkel arriva a toccare un punto importantissimo, fondamentale direi in un’ottica di transizione ecologica continentale.

La transizione ecologica secondo Angela Merkel

Il governo federale tedesco sta approvando proprio in questi giorni un pacchetto straordinario di aiuti per le popolazioni colpite. Non si vuole infatti perdere tempo prezioso per aiutare concretamente chiunque ne abbia bisogno. L’idea è concedere alle zone alluvionate fondi immediati ma anche aiuti sul medio e lungo periodo. La parola d’ordine è ricostruire tutto. La cancelliera ha anche chiesto donazioni a tutti i cittadini che abbiano possibilità di fornirne.

Durante la sua visita nelle regioni colpite dal dramma – mentre alcuni Länder confinanti come, ad esempio, l’Alta Baviera stanno evacuando le fasce di popolazione più a rischio – Angela Merkel ha voluto sottolineare un aspetto di cui parliamo spesso, qui sulle pagine de L’EcoPost:

“Quello che investiremo nella difesa del clima ci costerà molto. Quello che però non faremo, finirà per costarci molto di più. Se vediamo i danni degli ultimi anni, o degli ultimi decenni, comprendiamo perché dobbiamo impegnarci ancora moltissimo.”

Non c’è altro da aggiungere; l’importanza della transizione ecologica sta tutta in queste parole. Certo, avremmo gradito che ci si fosse arrivati senza la necessità di dover seppellire tutti questi morti ma questo è quel che ci attende se continueremo a trascurare il problema del cambiamento climatico. È tempo di agire. Il pensiero di Merkel non deve finire come uno degli ultimi discorsi importanti di una cancelliera a termine mandato – dopo 15 anni di mandato, la leader della CDU ha già annunciato che non si ricandiderà – bensì dovrebbe essere un piano d’attacco per l’intera UE. E ci auguriamo che lo sia, dal momento che anche a capo della Commissione abbiamo una politica tedesca, il cui pensiero non differisce troppo, almeno nelle dichiarazioni, da quello del suo Capo di Stato.

Interventi a sostegno della popolazione

In Alta Baviera, sono state evacuate circa 130 persone perché si è verificata l’esondazione di un fiume che poi, fortunatamente, non ha riportato le drammatiche coincidenze che si temevano.

Le criticità ora sembrano essere terminate, dal momento che i fiumi sono in ritirata e l’ondata di maltempo si sta allontanando. Restano impresse le parole di uno dei soccorritori, il quale ha affermato: “Le auto sono diventate come una palla da fuoco per l’enorme massa d’acqua.” Angela Merkel ha promesso interventi a sostegno delle popolazioni, per rimediare a danni che sono stati stimati intorno ai 4 o 5 miliardi di euro.

Le parole della cancelliera sull’ambiente hanno fatto il giro del mondo e la passerella dei politici che si sta dirigendo a Napoli per il G20 monotematico dedicato al tema hanno dimostrato di averle colte. Ora occorre passare ai fatti ed è proprio in questa fase che si teme un cortocircuito, il quale finirebbe per portarci di fronte all’ennesimo nulla di fatto. In fin dei conti, il nostro ministro per la transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha da subito fatto capire che la sua idea non è proprio allineata con quella di Merkel.

La transizione ecologica e le parole del Ministro

Pressapoco in concomitanza con i tremendi fatti che avvenivano in Germania, il Ministro per la Transizione Ecologica Roberto Cingolani confidava alla stampa alcune sue preoccupazioni riguardo al pacchetto europeo denominato Green New Deal. Com’è noto si tratta del provvedimento per raggiungere la neutralità climatica nella UE entro il 2035. Esso impone – tra le altre cose – ai costruttori di autovetture di produrle esclusivamente a propulsione elettrica da qui a 15 anni.

Muovendo da qui, Cingolani ha lanciato quello che i media hanno definito un allarme. A detta del Ministro, se anche le supercar dovranno essere elettriche al 100% – cosa più che probabile, in quanto anche le supercar sono automobili – l’Italia sarà costretta a chiudere la sua Motor Valley. Con questa definizione anglosassone intendiamo l’Emilia di Ferrari, Lamborghini, Pagani e Maserati, le cui linee di produzione generano un considerevole indotto. A detta di Cingolani, il tempo tra oggi e la data di passaggio all’elettrico è insufficiente per convertire i cicli di produzione industriali.

Il pensiero di Cingolani

Per non snaturare il pensiero del Ministro alla Transizione Ecologica, riportiamo qui le sue parole. Le esternazioni sul distretto dei motori vanno viste all’interno di un ragionamento più ampio. Poiché spesso l’informazione dei media ci abitua a decontestualizzare un ragionamento per ottenere il titolo sensazionalistico, ho preferito prendere qualche riga per riportare l’intervista.

“C’è una grandissima opportunità nell’elettrificazione. È stato però comunicato dalla Commissione UE che anche le produzioni di nicchia come Ferrari, Lamborghini, Maserati e McLaren si dovranno adeguare al full electric. Questo vuol dire che, a tecnologia costante e con l’assetto costante, la Motor Valley la chiudiamo.”

Sono le parole di Cingolani, riportate dal Corriere della Sera.

“Se oggi pensassimo di avere una penetrazione del 50% di auto elettriche, d’emblée, non avremmo le materie prime per farlo né alcuna grid per gestirle. Su un ciclo produttivo di 14 anni, pensare che le nicchie automobilistiche supersport si riadattino è impensabile.”

“C’è un fattore chiave che le persone non considerano. La transizione ecologica deve avere un tempo specifico. Se siamo troppo lenti falliremo come homo sapiens. Se andiamo troppo veloci, falliremo come società. Dobbiamo affrontare la disuguaglianza a livello locale che non rende la transizione facile a livello globale. Noi siamo relativamente fortunati. Possiamo parlare di riconversione, idrogeno, mobilità verde… ma che dire di altri 3 miliardi di persone sul pianeta che hanno problemi più urgenti? Dobbiamo trovare regole comuni e sostenere i Paesi emergenti.”

Ha concluso il Ministro.

Cattive notizie per la transizione ecologica dunque?

Alla luce del ragionamento di Cingolani, dunque, come possiamo concludere? Alcune delle argomentazioni del Ministro hanno senso, gli va riconosciuto. Consideriamo di quali automobili stiamo parlando e di quali macchinari hanno a disposizione questi costruttori. Uno come Horacio Pagani, che italiano non è in quanto proveniente dall’Argentina ma che lavora nel bolognese da decenni, produce le sue hypercar in un laboratorio artigianale che nulla a che vedere con uno stabilimento automobilistico.

Ciò non toglie, comunque, che sentir parlare in questo modo un Ministro alla Transizione Ecologica faccia veramente accapponare la pelle. A maggior ragione se pensiamo che si tratta di chi dovrà coordinare il vertice ambientale delle prime 20 economie del mondo. Naturalmente i costruttori di automobili – così come gran parte di altre imprese – avranno delle difficoltà anche serie a riconvertire la loro produzione. Se però consideriamo le potenziali problematiche di ogni attore economico, quando mai inizieremo questo processo vitale per il futuro?

Qualora il pensiero di Cingolani divenisse predominante, se tutti gli altri Ministeri incaricati di agevolare la transizione ecologica per tutelare aziende o distretti produttivi, neanche cominceremmo mai a mettere in pratica una qualunque forma di riconversione.

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Tesla fa soltanto automobili elettriche e ha dimostrato che è possibile coniugare alte prestazioni a motorizzazioni ecologiche. Foto: Pixabay.

Leggi anche: “Transizione ecologica, falsa partenza per il Ministero.”

Un esempio virtuoso

Cingolani dà l’idea di volersi arroccare sul passato e difendere l’esistente, come hanno sottolineato sulle pagine virtuali di vaielettrico.it. Nello stesso articolo, troviamo anche un esempio assolutamente virtuoso e in netto disaccordo con la tesi del Ministro.

Ci sono infatti anche costruttori di automobili sportive e di lusso che stanno già cavalcando da tempo l’elettrico e ne apprezzano le possibilità. La Porsche ha lanciato il suo primo modello elettrico nel 2019 – La Ferrari E non è attesa prima del 2025 – e ha annunciato risultati di vendita sorprendenti per il primo semestre 2021. L’elettrica Taycan vende ormai praticamente tanto quanto l’immortale 911, la quale la stacca per 20mila 611 consegne contro 19mila 822, davvero un pugno di unità.

“Il tasso di elettrificazione sta crescendo ovunque. Questo conferma il percorso intrapreso con la nostra strategia. In Europa, circa il 40% delle auto attualmente in consegna dispone di un motore elettrico, puro oppure ibrido plug-in. La nostra massima priorità continua a essere quella di realizzare i sogni dei nostri clienti.”

Dice Detlev von Platen, responsabile Sales&Marketing del marchio Porsche. A quanto pare, dunque, anche i clienti di questi marchi possono accettare l’elettrico; non a caso a Stoccarda lanceranno presto la loro seconda proposta completamente elettrica, la Macan, e hanno già annunciato che farà seguito un’intera gamma di auto con propulsione green. Qualcuno avvisi Cingolani.

Nutri-score: la discussa catalogazione nutrizionale

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Lo hanno ideato in Francia e la Germania lo ha subito appoggiato. Parliamo di un sistema di etichettatura e catalogazione di prodotti alimentari, nato tra il 2013 e il 2014 al di là delle Alpi. Accostando visivamente cinque colori progressivi, da verde scuro ad arancione scuro, e cinque lettere – dalla A alla E – si rispecchia il punteggio nutrizionale FSA. Così funziona il Nutri-score, il sistema di assegnazione punti nato per comunicare lo score, o punteggio, di ogni singolo alimento nei termini della Food Standards Agency (FSA).

L’etichetta Nutri-score è dunque un preciso calcolo che mette in secondo piano – per non dire ignora – la totalità della dieta. Esso analizza la salubrità di un prodotto solo ed esclusivamente sulla base dei suoi nutrienti. A seconda di quanti zuccheri, sodio e acidi grassi saturi siano contenuti in 100 grammi di prodotto, esso dà un punteggio. Tramite un semplice rapporto matematico, insomma, si suddividono i cibi in due insiemi: alimenti sani (buoni) o alimenti poco salubri (cattivi).

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Foto di Nenad Maric da Pixabay 

Unione Europea e Nutri-score

Da quanto è stato ideato a oggi, non sono state molte le nazioni ad aver sposato appieno il Nutri-score. Pochi Paesi, ad oggi, hanno richiesto la sua obbligatoria esposizione sulla parte frontale delle confezioni alimentari. Ciò, però, potrebbe cambiare davvero molto presto, a seguito di una decisione presa… dall’alto. La Commissione Europea, infatti, ha dichiarato di voler proporre un sistema di etichettatura nutrizionale a partire dal 2022. La svolta è parte della strategia farm to fork ed entrerebbe in vigore nel giro di qualche mese.

La decisione, con ogni probabilità, produrrà un conflitto interno. La Francia, coadiuvata da Germania, Belgio e altri Paesi, spinge per l’adozione di Nutri-score quanto prima. L’Italia, invece, è fortemente contraria, convinta che sia necessario adottare un’indicazione diversa. L’idea italiana è quella di una etichettatura cosiddetta a batteria. Essa indica tutti i valori nutrizionali relativi alla porzione consumata.

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La risposta italiana a Nutri-score

L’Italia aveva proposto la sua idea di etichettatura qualche mese fa, nel novembre 2020, per bocca dell’allora ministro all’agricoltura Teresa Bellanova. La soluzione italiana fu denominata NutrInform Battery e si oppose – come fa ancora – al Nutri-score a semaforo. Gli indicatori restano 5 ma sono ben diversi dalla legenda francese. NutrInform – che non è obbligatorio ma adottato solo da chi ne faccia esplicita richiesta – appare si più completo ma anche abbastanza più complesso.

Esso indica il valore energetico (espresso in joule o calorie) del prodotto; i grassi; i grassi saturi; gli zuccheri e il sale in esso contenuti, tutti espressi in grammi. Le rilevazioni si riferiscono alla singola porzione dell’alimento. Poiché l’espressione del singolo dato non aiuta il consumatore a comprendere la salubrità di quel che mangia (principale critica al Nutri-score), ecco che la batteria può indicarci il contenuto in percentuale di ognuno dei 5 indicatori rispetto alla quantità giornaliera di assunzione raccomandata. La soluzione grafica è l’icona della batteria del telefono più o meno carica a seconda del contenuto di quel nutriente in 50 grammi (una porzione) di prodotto.

Sebbene Nutri-score risulti più immediato alla lettura, le sue indicazioni – per usare le parole con cui lo definì il Ministro Bellanova – sono semplicistiche più che semplici. Le lettere del Nutri-score, infatti, sono ottenute da un calcolo piuttosto complesso che tiene conto dei contenuti buoni dell’alimento in rapporto a quelli cattivi. Un calcolo del genere, oltre a non essere attendibile al 100%, finisce inevitabilmente per penalizzare la gran parte degli elaborati piatti tipici italiani.

Nutri-score e NutrInform
Raffronto grafico tra NutrInform (sopra) e Nutri-score (sotto). La grafica della proposta italiana è controintuitiva: più la batteria è carica, più nocivo sarà il prodotto. Elaborazione: greenplanner.it

Alle origini dello scontro

Olio d’oliva, prosciutti, salami tipici e gran parte degli alimenti che tengono alto il valore dell’export italiano sarebbero penalizzati dal giudizio di Nutri-score. I nutrienti in essi contenuti, infatti, non sono esattamente la quintessenza della salute e del benessere. È proprio per tale motivo che NutrInform Battery non si potrà applicare a prodotti riconosciuti DOP, IGT o SGT, sigle che contraddistinguono gran parte delle nostre eccellenze gastronomiche.

Alle origini dello scontro Italia – Francia, che in realtà coinvolge anche altri paesi, non vi sono soltanto la salute e la trasparenza. Si tratta di una battaglia prettamente commerciale. L’idea della Commissione Europea di orientarsi verso una sola etichetta nutrizionale, in modo da evitare confusione e incertezza tra i consumatori europei, ha innescato una miccia che potrebbe presto divenire esplosiva.

Nutri-score, un dramma per l’export italiano?

Nel caso in cui Nutri-score diventasse effettivamente lo standard nell’etichettatura nutrizionale europea, di fronte all’Italia si parerebbe un problema tangibile. Immaginiamoci, alla luce di quanto già scritto, quali problemi causerebbe il sistema a semaforo all’esportazione delle nostre eccellenze alimentari. La reputazione della cucina italiana subirebbe un grosso colpo. I nostri prodotti più noti e golosi non supererebbero probabilmente la classificazione della lettera C, la terza su cinque totali, ove il numero 5 è il più basso possibile. L’olio EVO (extravergine di oliva), re della nostra cucina, diverrebbe un prodotto mediocre, da colore arancione e lettera C, come si diceva.

In definitiva, non si scontrano soltanto due differenti tipi di etichetta, bensì due modi diversi e opposti di considerare gli alimenti e il loro apporto nutrizionale. Dietro alla grafica di semaforo da verde a rosso di Nutri-score e della batteria più o meno carica di NutrInform si cela potenzialmente il futuro della dieta mediterranea. Da decenni i nutrizionisti ci ripetono che sia il miglior modo di alimentarsi. Ora Nutri-score potrebbe cambiare ogni cosa. Oppure no.

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Alcuni cibi caratteristici della dieta mediterranea. Foto: Dana Tentis da Pexels

Implicazioni ambientali

In realtà, non dobbiamo farci trascinare da una discussione strumentalizzata. Sebbene Nutri-score corra il rischio di danneggiare l’export italiano, in realtà esso potrebbe compiacere gli ambientalisti. Cerchiamo di spiegare per quale motivo.

Partiamo con il precisare che la dieta mediterranea non è soltanto – ma neanche prevalentemente – olio d’oliva, parmigiano e prosciutto. Per definizione essa privilegia grassi di origine vegetale e ammette un consumo limitato di latticini e insaccati. Questa alimentazione, teniamo ben presente, si basa principalmente sull’abbondante consumo di frutta, vegetali e cereali prima di olio, formaggi e affettati. La retorica italiana sul Nutri-score non è sempre del tutto corretta.

Alla luce di ciò, in questa sua corretta versione, la dieta mediterranea è amica dell’ambiente. Gli alimenti maggiormente impattanti sono proprio quelli che andrebbero consumati più di rado. Prodotti come frutta, verdura e cereali difficilmente verranno penalizzati da Nutri-score, in quanto contengono nutrienti salubri. Per tal motivo, non sarebbe tanto la dieta mediterranea a venire penalizzata, bensì alcuni suoi prodotti che, comunque, dovrebbero essere consumati con moderazione. La dialettica del governo italiano, dunque, segue una logica prettamente commerciale.

Qualunque sia la decisione che prenderà Bruxelles – ove Nutri-score appare in vantaggio – ricordiamo che tutte le nostre decisioni alimentari finiscono per ripercuotersi sull’ambiente. Quello che mangiamo, i prodotti che scegliamo, hanno un impatto, che può essere più o meno nocivo per il pianeta. Nutri-score, NutrInform o qualunque altra etichetta sarà adottata dall’UE, le implicazioni ambientali del cibo che serviamo quotidianamente a tavola hanno un prezzo, dobbiamo tenerlo a mente.

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A Venezia i ministri del G20 rilanciano l’idea della carbon tax

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Finalmente i ministri dell’economia e i governatori delle Banche Centrali più influenti al mondo hanno rilanciato l’idea di una carbon tax, e di “un ampio insieme di strumenti per far fronte all’emergenza climatica”. È la prima volta che avviene in maniera così decisa. La sede di questo rilancio è una di quelle d’eccezione: il vertice di economia e finanza del G20 tenutosi a Venezia dal 9 all’ 11 luglio scorso.

Però cominciamo col dire che, sebbene sia stata messa sul tavolo, la strada per introdurre una tassa globale sulle emissioni di CO2 sembra ancora lunga. Soprattutto perché, al di là dei proclami, ad ora sono arrivate solo semplici dichiarazioni.

Cos’è la carbon tax?

Per prima cosa capiamo cosa si vuol dire quando parliamo di carbon tax. La carbon tax è una tassa che viene applicata ai prodotti il cui consumo comporta emissioni di Co2, il principale responsabile dell’emergenza climatica che stiamo vivendo. A pagarla, solitamente, sono le aziende che nella loro attività produttiva emettono tale gas a effetto serra.

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Il ragionamento alla base della carbon tax è semplice. La produzione di un bene può generare un costo negativo per l’ambiente, in questi casi si parla di esternalità negative. Questo costo verrà pagato dalla collettività, ad esempio attraverso i danni alla salute e il danneggiamento degli ecosistemi. Per fare in modo che siano le aziende – e non la collettività – a pagare per i danni causati, è dunque possibile tassare le produzioni inquinanti.

Il summit del G20 di Venezia

Il G20 è nato nel 1999 come forum di consultazione tra le maggiori economie del mondo. In seguito alla crisi del 2008 è stato implementato anche di una dimensione politica, per favorire il coordinamento delle politiche dei singoli Stati sulle principali tematiche internazionali. Attualmente i Paesi coinvolti rappresentano il 60 per cento della popolazione globale, l’80% del PIL mondiale, il 75% del commercio estero.

Quest’anno i vertici del G20 si stanno svolgendo in Italia. Sabato scorso a Venezia, a margine del vertice su economia e finanza, si è tenuta la Conferenza internazionale sul cambiamento climatico, a cui hanno partecipato i ministri dell’economia e i governatori delle banche centrali più influenti al mondo.

Durante il vertice, il ministro dell’economia francese, Bruno Le Maire, ha esortato i colleghi ad assumere un impegno comune: far pagare un prezzo equo a tutti coloro che inquinano. «C’è bisogno – ha spiegato Le Maire – di introdurre un prezzo equo ed efficiente delle emissioni di anidride carbonica. In un mondo ideale, il prezzo dovrebbe essere uguale per tutti, ma ci sono differenze politiche su questo obiettivo. Stabilire una soglia minima va in questa direzione».

La fissazione di una base globale del prezzo del carbonio (cosiddetta global floor) è anche uno dei cardini della strategia climatica della Unione Europea. La Commissione presenterà domani ‘Fit for 55‘, un maxi pacchetto sul clima che poggerà su tre elementi:

  • l’estensione a nuovi settori del sistema del trading di emissioni di Co2;
  • la revisione della direttiva sulla tassazione energetica;
  • un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (carbon border adjustment mechanism).

Gli Stati Uniti

Un po’ più generico è stato il punto di vista degli Stati Uniti. La segretaria al Tesoro Usa, Janet Yellen, si è mostrata consapevole che la lotta al cambiamento climatico “richiederà grandi investimenti e scelte politiche difficili” da prendere “immediatamente”. Ma non c’è stato nessun accenno specifico su una carbon tax globale, bensì più in generale su «incentivi alla decarbonizzazione e altre tipologie di sussidi».

La posizione del FMI

Uno degli attori più favorevoli all’introduzione della carbon tax è il Fondo Monetario Internazionale (Fmi). A Venezia la direttrice generale, Kristalina Georgieva, ha ribadito che serve «un segnale forte» per spingere all’adozione di una soglia di prezzo minima globale per le emissioni di anidride carbonica.

Ad oggi, secondo la direttrice del Fmi, il prezzo medio globale della Co2 è insufficiente: appena 3 dollari la tonnellata, e oltretutto copre solo il 23% delle emissioni globali complessive. Georgieva ha indicato la necessità di fissare un prezzo di almeno 75 dollari per ogni tonnellata di Co2 emessa.

Come farlo? «La prima priorità è liberare il mondo da ogni forma di sussidi ai combustibili fossili, che oggi sono equivalenti a più di 5 trilioni di dollari all’anno», risponde Georgieva. Poi si dovrebbe arrivare a un accordo internazionale che introduca un prezzo minimo del carbonio (global floor), o meglio diversi prezzi minimi a seconda dei contesti locali di sviluppo.

La strada è ancora lunga

Certo, stiamo parlando di semplici dichiarazioni. Ad esempio, nulla di comparabile con l’accordo sulla tassazione delle multinazionali raggiunto durante il summit. Un accordo vero e proprio anche in tema di carbon tax non sarà semplice da raggiungere. In primis bisognerà prevedere le ricadute economiche e sociali legati all’introduzione della tassa sul carbonio, evitando ciò che è avvenuto in Francia in occasione delle proteste dei gillet gialli.

Qui da noi, in Italia, una recente analisi fornita dall’Osservatorio dei conti pubblici calcola che, con la carbon tax, «il prezzo di carbone aumenterebbe del 134%, quello dell’elettricità del 18%. Per la benzina, l’aumento di prezzo sarebbe di circa il 10%». Sicuramente un cambiamento necessario se vogliamo affrontare l’emergenza climatica, ma da adottare insieme ad altre riforme indispensabili.

Insomma, la strada è ancora lunga. Ma la nota positiva è che, per la prima volta, nel comunicato finale del G20 potrebbe esserci il riconoscimento del ruolo del carbon pricing nella lotta la cambiamento climatico.

Energie rinnovabili: flop alle aste per l’installazione

Non è una buona notizia per l’ambiente quella che stiamo per dare. Nonostante siamo in un momento in cui la questione ambientale è attualità stretta, quotidiana, di tendenza potremmo dire, continuiamo a vedere che molti se ne riempiono la bocca ma pochi fanno azioni concrete. Una nuova dimostrazione di ciò ce la da il Gestore dei Servizi Energetici. GSE è una società pubblica incaricata di assegnare i contributi per chiunque scelga di investire nelle energie rinnovabili. In seguito all’ultimo lotto di aste organizzate dalla società per assegnare le installazioni, gran parte di esse non sono state acquistate.

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

I numeri delle energie rinnovabili

Come sovente sta accadendo nel nostro Paese, anche l’ultimo lotto di aste per l’installazione di centrali di sfruttamento delle energie rinnovabili si è dimostrato un flop. Entriamo nel merito, facendoci aiutare da alcuni numeri. GSE ha messo all’asta – nelle settimane passate – 1.582 megawatt (MW) di nuova capacità. La quantità avrebbe potuto – e dovuto – attirare l’attenzione di alcuni attori importanti nel mercato energetico. In realtà sono state ricevute offerte soltanto per 98,9 di questi MW. Le aziende ne hanno poi acquistati 73,7. Sarà questa la quantità sulla quale saranno portati avanti progetti di sfruttamento delle energie rinnovabili. Parliamo di meno del 5% della disponibilità totale.

Sulla totalità dei 73,7 MW assegnati, 41,2 se li è aggiudicati ENEL. L’asta di giugno è andata peggio di quella di maggio, nella quale fu venduta soltanto il 12% della potenza posta in vendita.

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Foto di Free-Photos da Pixabay 

Questi numeri ce la raccontano lunga su quanta strada ci sia ancora da fare, in Italia, prima di poter davvero entrare nell’era delle energie rinnovabili. Facciamo un esempio che funga da paragone anche per il profano. Nel corso dei 12 mesi del 2020, il nostro Paese ha messo all’asta 1.800 GW complessivi di energia pulita. GSE ha ricevuto offerte solamente per 470. L’anno scorso è stato naturalmente difficile e complicato e si potrebbe pensare che la longa manus del covid abbia influito in maniera considerevole, falsando il dato. Nello stesso periodo, però, in Spagna sono stati messi all’asta ben 3mila MW di energie rinnovabili. Madrid ha ricevuto richieste per oltre 9mila.

Burocrazia e opposizioni locali, ostacoli spesso insormontabili

Sembra proprio, dunque, che le aziende energetiche non ne vogliano sapere di investire in Italia. Per quale motivo? Le ragioni sono, in realtà, più di una. Il primo problema è una vecchia conoscenza nel nostro Paese, quel leviatano chiamato burocrazia che, inevitabilmente, finisce per rallentare qualunque cosa. I tempi medi di un processo autorizzativo in Italia sono di 5 anni: un lasso di tempo davvero troppo lungo. Ciclicamente i governi mettono l’accento su quanto ci sia bisogno di agevolare gli iter burocratici; un vero e proprio problema in questo Paese, capaci di ostacolare chiunque. Ciclicamente, questi programmi vengono disattesi.

Non è la burocrazia l’unico alto gradino da superare per chiunque voglia fare delle energie rinnovabili il proprio core business. Queste imprese, infatti, si trovano spesso contro comitati di ogni genere, nemici delle infrastrutture che occorrono per sfruttare a dovere una produzione pulita. Enti locali, comitati cittadini, amministrazioni comunali, sovrintendenti del Ministero dei Beni Culturali che bocciano i progetti poiché deturpano il paesaggio… Non è certo semplice insediare una centrale che sfrutti energie rinnovabili, nel nostro Paese. Gran parte dell’Italia è vittima della cosiddetta sindrome nimby ovvero not in my backyard. L’espressione inglese descrive un atteggiamento davvero comune, secondo il quale le persone non si dichiarano contrarie a centrali elettriche da energie rinnovabili – o a qualunque altra novità, però non le vogliono vicino a casa. Non a caso, letteralmente, la frase si traduce con “non nel mio cortile”.

Energie rinnovabili in Italia: lo stato attuale

L’Italia installa ogni anno, in media, circa 800 MW di energie rinnovabili. Per raggiungere l’ambizioso – sebbene necessario – obiettivo europeo di ottenere il 70% di energia pulita nel 2030, dovremmo salire a 7mila MW l’anno di nuova potenza. I numeri sono quelli indicati dal Ministro per la Transizione Ecologica, Roberto Cingolani. Servirebbe un immediato cambio di rotta, dunque. Eppure non stiamo certo assistendo a nulla del genere.

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Foto di Klaus-Uwe Gerhardt da Pixabay 

Situazione allarmante per le energie rinnovabili

Il CEO di Enel Green Power, nonché direttore responsabile della Global Power Generation division, Salvatore Bernabei, si è espresso in maniera piuttosto chiaro sull’attuale situazione italiana. La ha definita preoccupante.

“Il risultato della quinta asta GSE ha visto assegnare circa il 5% della capacità disponibile da energie rinnovabili. L’offerta per i progetti è stata notevolmente inferiore ai volumi di gara e la partecipazione è stata di pochissimi operatori. Siamo ai minimi mai registrati e si tratta di una situazione preoccupante per l’Italia.”

“La lentezza dei processi autorizzativi e l’incertezza sulla capacità di realizzazione rappresentano un freno alla transizione ecologica del Paese. Occorre trovare una soluzione per raggiungere gli obiettivi europei di decarbonizzazione. Gli operatori di un comparto fondamentale per la ripartenza hanno bisogno di certezze.”

Bernabei non si è sicuramente nascosto. Ha ragione da vendere quando sottolinea come ci sia un problema. Numerosi altri Paesi, come la Spagna che abbiamo già citato, puntano in maniera molto aggressiva alle energie rinnovabili, consci che sono queste a costituire la strada maestra per la decarbonizzazione. In Italia questo forse non lo capiamo o comunque, come sistema Paese, non siamo in grado di supportare chi davvero vorrebbe mirare sulla trasformazione in energia di fonti rinnovabili agevolando loro il compito. Di questo passo, le richieste di Bruxelles per una riconversione in tempi brevi non potranno che essere disattese.