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Perché la crisi climatica e l’attività dell’uomo c’entrano con gli incendi che stanno colpendo la Sardegna

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Il bilancio dei gravi incendi che nel fine settimana sono divampati in Sardegna è altissimo. Più di 20mila ettari di terreno sono stati bruciati. Per dare un’idea, è un’area equivalente a circa 32 mila campi da calcio. Quasi 1.500 sono le persone sfollate, a farne le spese i tredici comuni vicini alla zona boscosa del massiccio del Montiferru, nella provincia di Oristano.

In tutto, almeno un miliardo di euro di danni, secondo Ettore Crobu, presidente dell’Ordine dei dottori agronomi e forestali della Provincia di Cagliari. Aziende, animali, vegetazione, le fiamme hanno divorato un patrimonio ambientale di «70 anni». Ma, oltre ai danni più immediati, i roghi distruggono la sostanza organica dei terreni e la flora spontanea, alterano i naturali equilibri della fauna selvatica e aumentano i rischi di alluvione. Christian Solinas, presidente della regione Sardegna, ha descritto gli incendi “un disastro senza precedenti”.

Aumentano gli incendi estremi

Ogni anno che passa incendi estremi come questo avvenuto in Sardegna stanno diventando sempre più frequenti. Lo dimostra il report “Mediterraneo in fiamme” del Wwf. Dal 2000, «a fronte di una diminuzione numerica degli incendi – si legge nel report – aumenta purtroppo l’estensione delle superfici percorse dal fuoco». «A partire dal 2017 nell’Europa mediterranea è apparsa una nuova generazione di incendi. Si tratta dei “mega-incendi”, che generano vere e proprie tempeste di fuoco». In Italia, dal 1° gennaio e fino al 14 luglio di quest’anno, l’EFFIS (European Forest Fire Information System) ha registrato in totale 157 incendi con superfice bruciata maggiore di 30 ettari, mentre la media annuale tra il 2008 e il 2020 si attestava a 66.

Leggi anche “Nord del Mediterraneo: uno scenario altamente infiammabile”

Come scrive su Domani il giornalista ambientale Ferdinando Cotugno, le cose che possiamo fare per fermare questi mega incendi sono due: «inseguirli, e trovarsi così sempre in svantaggio, oppure adattarsi e anticiparli». Affrontare la questione solo in chiave di emergenza non ci aiuterà, bisogna comprendere che siamo di fronte a seri problemi ecologici e climatici.

Cosa c’entrano gli incendi con la crisi climatica?

I fattori che facilitano la propagazione degli incendi possono essere raggruppati in tre gruppi: meteorologia, orografia e caratteristiche della vegetazione. Negli ultimi decenni, l’orografia delle zone boschive italiane, cioè la conformazione fisica di montagne, coste e valli, è rimasta pressoché la stessa. Ciò che sono cambiati solo quindi gli altri due fattori.

In tutti i paesi attorno al Mediterraneo, infatti, è aumentata la frequenza di condizioni meteorologiche che favoriscono gli incendi. In particolare, il riscaldamento globale prodotto dalla crisi climatica ha aumentato le temperature medie, allungando sia i periodi di piogge durante gli inverni che quelli di siccità durante le estati. Quest’anno si sta rivelando particolarmente duro per siccità e penuria idrica; e tutto ciò riduce l’umidità della vegetazione e facilita la diffusione delle fiamme.

I grandi incendi forestali sono favoriti anche da un certo tipo di vegetazione. Se nelle zone boschive si accumulano a terra piante e rami secchi si aumenta le probabilità di scatenare incendi di grosse dimensioni. È per questo motivo che i boschi non devono essere lasciati a loro stessi, ma vanno gestiti con tecniche di selvicoltura, come disboscamenti studiati, pulizia del sottobosco e incendi controllati.

L’importanza della prevenzione

«La foresta di Santu Lussurgiu (una delle zone colpite dagli incendi in provincia di Oristano) è bruciata del 50%, lì non si fanno diradamenti da decenni. Il fuoco lo si previene riducendo la continuità verticale e orizzontale, distanziando le piante, potando i rami bassi, costruendo superfici a mosaico, sottraendo spazio verticale». A parlare al quotidiano Domani è Giuseppe Delogu, ex comandante del corpo forestale della Sardegna.

In Sardegna gli incendi ci sono da sempre. Purtroppo durante gli anni si è fatto poco a livello territoriale per ostacolarli. Negli ultimi decenni l’isola ha vissuto un lungo processo di svuotamento delle campagne e dunque di conseguente abbandono delle zone rurali. I boschi incolti, insieme a strade prive di manutenzione e la mancata cura degli alberi, facilitano il propagarsi degli incendi.

Se si confronta la mappa dell’incendio che colpì la provincia di Oristano nel ’94 con quella attuale si nota quasi lo stesso itinerario e gli stessi corridoi di fuoco. Come a dire che si sapeva come si sarebbe potuto comportare un nuovo incendio, ma non si è fatto nulla per prevenirlo.

Una delle armi migliori per prevenire il rischio di incendio è la pianificazione, che non è altro che una parte di quell’ambito di interventi più grande che va sotto il nome di adattamento ai cambiamenti climatici. Il punto centrale è che i boschi e la vegetazione non devono essere abbandonati a se stessi. È importante che e a livello istituzionale vadano portati avanti piani di prevenzione e politiche serie di forestazione.

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di Sebastiano Santoro
Lug 29, 2021

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