Sussidi dannosi per l’ambiente: risorse tolte all’innovazione

In Italia i sussidi dannosi per l’ambiente e gli incentivi alle fonti fossili valgono 35,7 miliardi di euro. È il dato che emerge nel rapporto ‘’Stop sussidi 2020 ’’ di Legambiente. Katiuscia Eroe, responsabile energia di Legambiente, ha introdotto la conferenza di presentazione del rapporto sottolineando ‘’il poco coraggio e la poca volontà politica nell’ affrontare questo tema’’. Il taglio infatti è stato di nuovo rinviato: nella legge di bilancio presentata dal governo il tema non è previsto. Nel frattempo, l’Italia scende al 27°posto nel Climate Change Performance Index 2021secondo il rapporto Germanwatch. Risultato dovuto al rallentamento dello sviluppo delle rinnovabili (31°) e a una politica climatica nazionale inadeguata agli obiettivi di Parigi (peraltro non raggiunti da nessun paese). Risultato che rende ancora più urgenti i tagli ai sussidi dannosi per l’ambiente.

Cosa sono i sussidi dannosi per l’ambiente?

I sussidi dannosi per l’ambiente comprendono ‘’ tutte le misure incentivanti, che intervengono su beni o lavorazioni, per ridurre il costo di utilizzo di fonti fossili o di sfruttamento delle risorse naturali’’.

Sono, per esempio, finanziamenti diretti a centrali che utilizzano derivati del petrolio, gas e carbone, che inquinano e producono emissioni di gas serra.

Sono sconti su tasse (accisa, iva e credito d’imposta) per una serie enorme di utilizzi di benzina, gasolio, gas, ecc. nei trasporti, nel riscaldamento, nelle industrie.

Sono anche finanziamenti ad autostrade, a componentistica, impianti per la fertilizzazione e fondi per la ricerca su carbone, gas e petrolio. In Italia e all’estero.

La maggior parte dei sussidi va alle imprese, oltre 33 miliardi e 2,4 miliardi alle famiglie. Legambiente sottolinea che un semplice taglio avrebbe effetti negativi da un punto di vista economico e sociale. A soffrirne infatti sarebbero le famiglie più povere e le imprese più in difficoltà. Questi sussidi devono dunque trasformarsi. Legambiente parla infatti di ‘’incentivi verso investimenti in efficienza e nell’autoproduzione da rinnovabili, con risultati strutturali in termini di risparmio oltre che vantaggi ambientali.’’

Valore dei sussidi dannosi per settore

Di seguito i principali numeri dei sussidi dannosi per l’ambiente per settore del dossier:

  • Settore energia – 15,3 miliardi per il 2020 destinati . Ventisei sussidi diversi, di cui almeno 15 potrebbero essere eliminati subito, per un valore pari a 8,6 miliardi di euro. In particolare, le trivellazioni ricevono sussidi indiretti per 576,54 milioni di euro, dovuti all’inadeguatezza di royalties e canoni. I contributi a centrali fossili e impianti sono costati, nel 2019, ai contribuenti italiani, 1.316,4 milioni di euro.
  • Settore trasporto – il valore dei sussidi complessivo è di 16,2 miliardi. Di cui 5.154 milioni di euro per il differente trattamento fiscale tra benzina e gasolio e 3.757 milioni di euro per quello tra metano, gpl e benzina
  • Settore agricoltura – sussidi per 2.117,47 milioni di euro alla PAC (sul tema leggi anche: La (non) riforma della PAC: il fallimento è servito – L’Ecopost)
  • Settore edilizia – Il credito d’imposta per l’acquisto di beni strumentali, generalmente associati a elevati consumi energetici ed emissioni, vale 617 milioni di euro. L’esenzione dell’IMU per nuovi fabbricati ammonta a 38,3 milioni di euro, sussidiando il consumo di suolo anziché incentivare le ristrutturazioni.
  • Settore canoni e concessioni – L’inadeguatezza di concessioni e canoni equivale a un sussidio di 509 milioni

Le richieste di Legambiente al governo

Legambiente chiede al governo di agire tempestivamente. Le richieste avanzate sono:   

  1. Inserire nel Recovery plan le scelte di cancellazione di tutti i sussidi alle fossili entro il 2030
  2. Eliminare subito i sussidi diretti alle fossili e per lo sfruttamento dei beni ambientali e aggiornare il Catalogo dei sussidi.
  3. Rivedere subito la tassazione sui combustibili fossili per portare trasparenza e legare la fiscalità alle emissioni di gas serra

Sussidi dannosi per l’ambiente: ostacoli contro l’innovazione e la salute

I sussidi alle fonti fossili sono il principale ostacolo allo sviluppo delle rinnovabili e di interventi di efficienza energetica. Questi ultimi sarebbero competitivi in ogni parte del mondo, ma invece vedono privilegiare carbone, gas e petrolio, resi artificialmente economici dagli aiuti pubblici (Fatih Birol, capo economista dell’International Energy Agency). “Non esiste scusa legata al Covid che tenga dichiara Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente. Ogni euro non più regalato a chi inquina può liberare investimenti in innovazione ambientale ma anche per far uscire il Paese dalla crisi economica e sociale“. Anche Katuscia Eroe sottolinea il peso ingombrante dei sussidi. ‘’I sussidi dannosi sono un macigno sulla possibilità di spingere una innovazione diffusa, nell’interesse del Paese; sono risorse sottratte a investimenti di cui c’è enorme bisogno per uscire dalla crisi. Esistono oggi alternative da fonti rinnovabili meno costose in tanti campi, mentre in altri si dovrebbe promuovere l’efficienza nell’uso dei combustibili invece di fare sconti”.

 Se esistono alternative competitive, perché confermare sussidi che producono un impatto negativo su ambiente e clima?

Il consumo di fonti fossili non è solo causa del cambiamento climatico. È anche alla base dell’inquinamento delle nostre città con drammatiche conseguenze sulla salute, per l’esposizione al PM2,5, ozono, diossido di azoto. L’Agenzia europea dell’ambiente ha stimato 60 mila morti all’anno in Italia causate dall’inquinamento. Per Legambiente, e non si può che condividere, la situazione deve cambiare ora.

Energia geotermica: cos’è e a che punto siamo in Italia

energia geotermica

L’acqua calda presente nel suolo arriva in superficie, si canalizza verso case ed edifici attraverso qualche tubo e voilà, tutti hanno riscaldamento e luce elettrica gratuiti. Se fosse tutto così semplice l’energia geotermica non sarebbe sfruttata solo all’1% delle sue possibilità a livello globale. L’Italia, nonostante vanti un onorabile settimo posto nel mondo per la produzione di energia geotermica, non possiede i mezzi né tanto meno la volontà di attuare un cambiamento più radicale verso l’utilizzo diffuso di questa particolare energia pulita.

Come funziona l’energia geotermica

Più si scende nelle profondità della terra, più la temperatura aumenta. Lo scarto è di circa 3° ogni 100 metri. Questo fenomeno è dovuto al decadimento nucleare di alcuni elementi radioattivi presenti nei minerali, come ad esempio l’uranio, il torio e il potassio. Le rocce sono quindi caldissime, tanto da riuscire ad aumentare di molto la temperatura dei liquidi che entrano in contatto con esse. Una volta caldi, l’acqua e il vapore risalgono in superficie. Vengono quindi accumulati all’interno delle centrali geotermiche dove alimentano le turbine che trasformano il calore in energia elettrica. In alternativa, vengono usati in modo diretto per il riscaldamento domestico.

Purtroppo, però, l’energia geotermica non è sfruttabile in ogni luogo della terra nello stesso modo e questo è anche uno dei fattori che ne compromette la diffusione. Infatti in alcune nazioni dove l’attività vulcanica o tettonica è maggiore, come l’Islanda, le temperature delle rocce sottostanti la superficie sono più alte della media, tanto da causare fenomeni quali geyser e fumarole. In questi casi è quindi più facile estrarre l’energia geotermica anche a profondità ridotta.

L’energia geotermica in Italia

L’Italia è uno dei paesi con la maggiore capacità geotermica non solo d’Europa, ma anche del mondo. Secondo il il market report dell’European Geothermal Energy Council il Bel Paese è il secondo nel continente per la produzione di energia geotermica in valore assoluto, battendo la Turchia e persino l’Islanda, dove ad oggi circa l’85% delle abitazioni è riscaldato con energia pulita. Il punto, però, sta proprio qui. La percentuale di energia prodotta non è sufficiente a coprire la domanda di tutti gli italiani. Per l’Islanda, che conta poco più di 300 mila abitanti in tutta il paese, è sicuramente un po’ più semplice.

Nella classifica mondiale l’Italia si aggiudica un buon settimo posto. Dove sono situati, vi chiederete, questi impianti di cui pochi conoscono l’esistenza? Le centrali attive sono tutte in Toscana, divise tra le province di Grosseto, Siena e Pisa. In particolare a Larderello, sulle Colline Metallifere, troviamo l’impianto più antico del mondo, in quanto già nel 1904 il principe Piero Ginori Conti sperimentò il primo generatore geotermico. Anche il Lazio e la Sardegna però potrebbero essere sfruttate in questo senso, seguite da Sicilia, alcune zone del Veneto, dell’Emilia-Romagna, della Campania e della Lombardia. Nonostante questo altissimo potenziale però, sul totale delle rinnovabili italiane, l’energia geotermica costituisce solo il 5%, ultima tra le principali fonti, con l’idroelettrico primo al 41%. Le rinnovabili, a loro volta, occupano solo il 17,8% della domanda di energia totale.

Perché la geotermia non ha successo

Il motivo della mancata diffusione dell’energia geotermica in Italia, ma anche nel mondo, è largamente rappresentato dalla narrazione sbagliata o inesistente riguardo a questo tipo di energia. Nei fatti, invece, i vantaggi sono molto maggiori rispetto agli svantaggi, che comunque ci sono, delle centrali geotermiche. Per rendere il tutto più semplice, elenchiamo di seguito gli uni e gli altri.

Vantaggi dell’energia geotermica

  • È una fonte pulita di energia in quanto non richiede la combustione.
  • La mancata combustione irreversibile di elementi la rende un’energia, di fatto, rinnovabile, nonostante non sia inesauribile.
  • Comunque la quantità di energia geotermica prodotta dalla terra è così tanta da non rappresentare un problema di esauribilità: è pari infatti a 100 miliardi di volte il consumo energetico mondiale annuale. Con il solo geotermico, secondo uno studio del MIT, si potrebbe soddisfare il fabbisogno energico planetario con sola energia pulita per i prossimi 4000 anni 
  • Ha un potenziale altissimo in quanto è utilizzabile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, non essendo soggetta alle variazioni meteorologiche.
  • Gli scarti provenienti dalla produzione di questo tipo di energia possono essere riciclati.

Svantaggi dell’energia geotermica

  • Richiede un grande e immediato investimento in termini di denaro, che verrà coperto in un lungo periodo di tempo.
  • A salire in superficie non sono solo l’acqua e vapore acqueo, ma anche altri gas come anidride carbonica, metano e ammoniaca. Questi si riversano inevitabilmente nell’atmosfera contribuendo all’effetto serra e alle piogge acide. Bisogna però dire che una centrale geotermica emette in media 122 kg di CO2 per MWh. In una tradizionale centrale che sfrutta i combustibili fossili il carbone bituminoso (il più pulito) ne emette circa 95 ogni kWh: quindi circa mille volte in più. Inoltre i moderni impianti di estrazione hanno sistemi di misurazione e controllo e riduzione delle emissioni di gas pericolosi.
  • L’acqua che risale in superficie può portare con sé elementi chimici tossici, come il mercurio, l’arsenico, il boro e l’antimonio. Le moderne tecniche di estrazione, però, sono in grado di scambiare calore senza il contatto tra i fluidi “geotermici” e quelli utilizzati per sfruttarne il potere termico. L’acqua “sfruttata” viene poi reimmessa nella superficie terrestre, portando con sé eventuali elementi inquinanti.
  • Gli impianti geotermici potrebbero causare un aumento del rischio sismico, anche se per ora le fluttuazioni della tettonica dovute alla geotermia hanno avuto effetti irrilevanti per la popolazione.

I mini-svantaggi dell’energia geotermica

  • Le centrali occupano, ovviamente, spazio e, quindi, causano consumo di suolo (leggi il nostro articolo “C’è vita sotto la terra: perché è importante la salute del suolo“). Solitamente, però, richiedono una superficie di circa 4 chilometri quadrati per produrre circa un gigawatt, rispetto ai 12 chilometri quadrati che richiederebbe un parco eolico di simili prestazioni.
  • Consumano acqua: circa 20 litri d’acqua per MWh. Nulla però in confronto ad altri sistemi di produzione come nucleare o carbone che ne richiedono oltre mille.
  • Dagli impianti geotermici possono arrivare odori molto sgradevoli (odori sulfurei), che spesso ne impediscono la costruzione vicino ai centri abitati. Si può comunque risolvere il problema grazie alla costruzione di un impianto di abbattimento.
  • Un forte e poco piacevole impatto visivo e, quindi, paesaggistico. L’impianto geotermico, a causa delle moltissime tubature in superficie e delle alte torri di refrigerazione, è molto simile ad un’enorme fabbrica. Si stanno però già sviluppando modi per camuffare l’estetica degli impianti e renderli il più possibile in armonia con l’ambiente esterno.
Terme di Saturnia, Toscana

Disinformazione e assenza di comunicazione

Si può concludere, quindi, che la mancanza di conoscenze da parte delle autorità è determinante nell’assenza di investitori in questo tipo di energia e ha determinato il sostanziale immobilismo dello sviluppo geotermico in Italia. In più la geotermia soffre di una percezione negativa da parte delle popolazioni locali, oltre che di una preoccupazione particolare da parte dei decisori politici e dei potenziali investitori sui possibili impatti ambientali e sui rischi connessi allo sviluppo di progetti geotermici.

Però, per quanto siano necessarie delle precauzioni in concomitanza all’avvio di una centrale geotermica, quello dei suoi potenziali rischi sismici o di inquinamento costituisce uno specchio per le allodole il cui fine sarebbe quello di continuare a trarre profitto dalle ben più fruttuose centrali a carbone; oppure di evitare di investire soldi in questo settore togliendoli ad altri progetti più redditizi. Sappiamo infatti bene quanto sia inquinante e dannoso per l’ambiente e l’umanità lo sfruttamento dei combustibili fossili. Per questi, però, gli investimenti continuano ad esserci e le preoccupazioni da parte delle autorità sono quasi inesistenti.

Svolta in Danimarca: Stop al petrolio dal Mare del Nord

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Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

Stiamo mettendo fine all’era del fossile.” È stato lapidario – in perfetto stile scandinavo – Dan Jørgensen, ministro danese per il clima. In queste poche parole, però, ha esternato un’importante svolta verso il rinnovabile. La Danimarca smetterà di estrarre petrolio. Si tratta di “un nuovo corso verde per il Mare del Nord.”

Nel servizio di Euronews, la decisione della Danimarca di rinunciare al petrolio e puntare sulle energie rinnovabili.

La Danimarca e il petrolio, una lunga storia d’amore

La penisola scandinava è il principale produttore di idrocarburi nella Unione Europea. Quella tra la Danimarca e il petrolio è una storia d’amore che va avanti da decenni. Ciononostante, il Paese è il primo della UE che si prepara ad eliminare, gradualmente, i combustibili fossili. A quanto pare, il fidanzamento è giunto al termine.

Il Parlamento danese ha annunciato che ogni futura concessione di licenze per l’esplorazione e la produzione di gas e petrolio, nella porzione di Mar del Nord che lambisce la Danimarca, sarà cancellata. Entro il 2050, il Paese non produrrà più alcun barile di petrolio. La decisione rappresenta un passo avanti ulteriore rispetto a quella della Norvegia, ove si sta discutendo in Corte Suprema il ricorso di alcune associazioni ambientaliste contro l’estrazione petrolifera nell’Artico. Il fondo sovrano norvegese – uno tra i più ricchi al mondo, continuamente alimentato dai proventi dell’oro nero – ha già tolto il proprio sostegno ad ogni azienda che abbia a che fare con gli idrocarburi.

La regione scandinava è una di quelle più legate al fossile, all’interno della UE. Il Mare del Nord, infatti è ricco di giacimenti. Eppure, è proprio a queste latitudini che si stanno proponendo politiche più attivamente mirate a contrastare il surriscaldamento ambientale e il cambiamento climatico.

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Una transizione pianificata

Nel corso del 2019 la Danimarca aveva già mandato un segnale forte e chiaro relativamente alla sua intenzione di smettere di sfruttare il petrolio. Lo Stato si era dato l’obiettivo di tagliare del 70% le emissioni di CO2 entro il 2030, tra dieci anni. Sullo stesso periodo, Bruxelles sta ancora discutendo sul fatto di raggiungere, complessivamente, meno 55% di inquinamento da anidride carbonica. Tutto è stato pianificato accuratamente. Il Paese ha stabilito un ingente stanziamento di denaro per garantire una giusta transizione ad ogni lavoratore toccato dalla fine dell’industria degli idrocarburi. Similmente, anche le compagnie petrolifere saranno rimborsate di ogni investimento già eseguito e del quale non potranno più beneficiare a seguito di questa attesa svolta.

Sono ormai anni che estrazione e produzione di idrocarburi sono in calo, nel Nord Europa. In Olanda si è riscontrato il calo maggiore, a causa dello sviluppo di fonti rinnovabili, eolico e biomassa in testa. Quella della Danimarca resta comunque una svolta epocale. Dagli anni ’70 ad oggi, infatti, il Paese ha finanziato il suo welfare in gran parte con ricavi generati dal petrolio.

Breve storia del petrolio in Danimarca

Le attività di esplorazione ed estrazione petrolifera, in Danimarca, sono state avviate nel 1972. In breve tempo, il Paese è diventato uno dei principali attori energetici della regione. Il benessere nazionale è strettamente legato agli idrocarburi; l’industria del fossile ha trainato la penisola per decenni. Non sarà più così. Con una decisione storica, il Parlamento di Copenaghen, ha deciso di virare verso le rinnovabili – eolico in primis – lasciandosi alle spalle la liaison con il petrolio. È importante sottolineare come questo provvedimento sia stato approvato in maniera trasversale. Tanto la maggioranza di centrosinistra quanto l’opposizione di centrodestra hanno avallato la decisione. Non tutto il mondo è Paese; non accade dappertutto che maggioranza e opposizione si attacchino su ogni singola decisione, su ogni singola parola, come ci ha abituato questa pessima classe politica che abbiamo in Italia. Ci sono Paesi dov’è possibile decidere assieme per il bene comune. Meno male.

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Entusiasmo e soddisfazione

“È estremamente importante il fatto che abbiamo una solida maggioranza dietro questo accordo. Le condizioni ambientali del Mare del Nord, non sono ora più in dubbio.” ha affermato un raggiante Jørgensen nel suo commento all’approvazione del provvedimento per cui tanto si è battuto. Gli ha fatto eco Helene Hagel, portavoce di Greenpeace Denmark: “Questa è una grande vittoria del movimento ambientalista. Si tratta di una decisione epocale verso la necessaria fine dei carburanti fossili. Siamo di fronte ad una svolta per il clima e tutte quelle persone che hanno lottato molti anni per fare in modo che ciò avvenisse. La Danimarca fisserà ora una data di scadenza per la produzione di petrolio e gas, affermandosi come pioniere verde.”

“Vogliamo ispirare altri Paesi a porre fine alla nostra dipendenza dai combustibili fossili, i quali altrimenti distruggeranno il clima. Siamo un Paese piccolo ma con il potenziale per aprire la strada alla necessaria transizione verso l’energia verde e rinnovabile.” Ha concluso Hagel. Secondo Greenpeace, la Danimarca, in quanto principale produttore di petrolio nella UE e Paese tra i più ricchi al mondo, ha l’obbligo morale di porre fine allo sfruttamento degli idrocarburi. È infatti importante inviare un chiaro segnale che il mondo può – e deve – agire in fretta, rispettando gli accordi di Parigi e mitigando la crisi climatica.

Dalla Danimarca del petrolio alla Danimarca green

“I proventi del petrolio del Mare del Nord hanno finanziato in larga parte il nostro stato sociale per oltre quattro decenni. Non nascondiamo il fatto che la nostra decisione sia molto costosa ma la nostra speranza è che si guardi alla Danimarca e si veda che è possibile agire concretamente. Mancheremmo di credibilità a noi stessi e agli occhi del mondo qualora continuassimo a ricorrere all’estrazione e all’esportazione di petrolio.” Ha dichiarato Jørgensen, in una sorta di testimonianza della mission di questa decisione, rimarcandone l’importanza. Non possiamo che auspicare, come fa lui, che il caso Danimarca sia da esempio a tutti gli altri membri della UE e, perché no, anche agli altri Paesi del mondo.

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Copenhagen. La suggestiva capitale della Danimarca, Paese che si avvia a rinunciare totalmente alla energia da idrocarburi entro il 2050.

Ogni settimana testimoniamo, qui su L’EcoPost, come sia sempre più necessario fare qualcosa, scendere in campo, agire in prima persona per allontanare la catastrofe climatica. Dichiarazioni relative ai buoni propositi di questo o quel governo le sentiamo di continuo, sono all’ordine del giorno dal momento che la tematica è sentita e, dunque, di gran moda. Eppure, molto raramente riusciamo a riportare buone notizie, che ci facciano ben sperare per l’esito di una guerra che appare impari, destinata a sconfiggerci. La Danimarca si è mossa in controtendenza, ha preso un provvedimento concreto. Resta da vedere se riuscirà a raggiungere l’ambizioso obiettivo di azzerare la sua produzione di idrocarburi in 30 anni. Per come è stata stesa la legge e per il rigido meccanismo transitorio creato, siamo però portati ad essere ottimisti. Bruxelles – e il mondo intero – prendano esempio.

Fotovoltaico galleggiante: la nuova frontiera dell’energia

fotovoltaico offshore

Ha preso romanticamente il soprannome di Blue Economy e non è altro che il nuovo sistema di rifornimento energetico che viene dal mare. Per poter raggiungere gli obiettivi del Green New Deal, infatti, l’Unione Europea sta investendo su nuove tecnologie per produrre energia pulita. Tra queste si distinguono il fotovoltaico offshore e le pale eoliche galleggianti, che permetterebbero di utilizzare l’enorme spazio marino per ottenere molta più energia green di quanta ne produciamo ora.

Dal fotovoltaico offshore al moto ondoso

Le nuove tecnologie sulle quali si vuole investire sono molte e talvolta anche interdipendenti. Il fotovoltaico offshore, per esempio, prevede di installare enormi complessi di pannelli solari galleggianti in mezzo al mare. Non dimentichiamoci però delle sue sorelle, le pale eoliche. Per queste sono state riservate due modalità costruttive: in condizioni di acqua bassa si utilizza la tecnologia a “fondazione fissa”. Ci si può invece muovere verso fondali marini più profondi mediante l’utilizzo di tecnologie a piattaforma galleggiante.

Il mare poi offre un’energia intrinseca, anch’essa sfruttabile. Si parla quindi, in questo caso, di impianti che trasformano l’energia cinetica del moto ondoso, delle maree e delle correnti, in energia elettrica. Talvolta si sfruttano, specialmente per le navi, anche i gradienti termici e salini delle differenti profondità. Questo tipo di energia è chiamata “talassotermica”.

I vantaggi energetici della Blue Economy

Secondo l’IEA (Agenzia Internazionale per l’Energia) l’energia potenzialmente ottenibile dalle fonti marine potrebbe eccedere abbondantemente il fabbisogno energetico mondiale. Una grande parte di questa energia proverrebbe dall’eolico offshore. Contando che l’Europa avrà bisogno di una capacità compresa tra i 230 e i 450 GW di offshore entro il 2050 per raggiungere gli obiettivi del Green Deal, dagli attuali 12 GW sarà necessario passare ad almeno 60 GW entro il 2030, e a 300 GW entro il 2050.

A supportare questo grande impegno entreranno in gioco anche le altre fonti di energia marina sopra nominate. Secondo la World Bank, la capacità potenziale di solare galleggiante che potrebbe venire installata a livello globale è di ben 400 GW. Questa somma corrisponde alla capacità di generazione di tutti i pannelli solari fotovoltaici installati nel mondo fino al 2017. Inoltre, i 100 GW provenienti da onde e maree potrebbero coprire il 10% della domanda di potenza dell’Unione Europea al 2050, evitando l’equivalente di 276 miliardi di tonnellate di emissioni annuali di CO2. Sostanzialmente, quindi, è ragionevole pensare che un’Europa a emissioni zero potrebbe non essere un obiettivo tanto irraggiungibile.

Fotovoltaico offshore: risparmio di suolo e posti di lavoro

Il fatto che i pannelli solari e le pale eoliche offshore siano enormi serbatoi di energia totalmente green non è il loro unico vantaggio. La prima grande conquista sarebbe il consumo-zero di suolo, anche rispetto agli impianti eolici e fotovoltaici terrestri. Queste tecnologie infatti darebbero respiro alle aree più densamente popolate e libererebbe enormi aree riservate ad altri settori altrettanto importanti come l’agricoltura. Per quanto riguarda le turbine eoliche, poi, queste sarebbero più efficienti in mare in quanto il vento più forte unitamente al movimento delle onde contribuirebbe a un incremento della potenza delle pale. Per i pannelli solari, invece, il vantaggio aggiunto dell’acqua e della maggiore ventilazione aiuterebbero a raffreddare le celle e a dissipare il calore sviluppato, migliorandone l’efficienza e la produttività. Si eviterebbero poi fenomeni di surriscaldamento e, quindi, guasti.

La superficie dell’acqua, poi, riflette i raggi solari, comportandosi come una sorta di concentratore a specchio. In questo modo i moduli possono catturare anche la luce riflessa, aumentando ulteriormente la produzione. Nel contempo si riduce il rischio di ombre dovute a piante o palazzi, così come quello legato alla presenza di polvere, terra o sabbia.

Non è da sottovalutare inoltre la creazione di nuove occupazioni. Nel 2017 il settore dell’eolico ha fornito 356.700 posti di lavoro a tempo pieno nell’UE, su una stima di 1,45 milioni di persone che lavorano nel settore delle energie rinnovabili. Secondo Cambridge Econometrics nel Regno Unito, che solo dieci anni fa ha intrapreso con decisione la strada dell’eolico offshore, si stima che l’industria dell’eolico offshore nel 2032 impiegherà circa 60 mila lavoratori diretti e indiretti.

Il problema estetico e acustico, infine, è chiaramente superato. Gli impianti offshore sono molto lontani dalla terraferma, in quanto necessitano di una sostanziale profondità. Sono quindi quasi totalmente invisibili e non comprometteranno la valenza turistica delle nostre meravigliose coste.

Le problematiche dell’energia offshore

Il costo delle nuove tecnologie

Come in tutte le cose esistono due facce della stessa medaglia. Quello più oscuro delle rinnovabili offshore è, in primo luogo, l’alto costo iniziale degli impianti. Il Rapporto annuale “Global Landscape of Renewable Energy Finance” dell’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili (IRENA) ha constatato che per raggiungere globalmente la neutralità climatica al 2050, gli investimenti nelle energie rinnovabili dovrebbero quasi triplicare ogni anno. In questo modo si raggiungerebbero gli 800 miliardi di dollari entro il 2050. L’Unione Europea ha poi deciso di triplicare al 2030 la capacità dell’eolico offshore e di aumentarla di altre 25 volte entro il 2050. Per farlo sono quindi necessari grossi investimenti.

I soldi, però, sembrano esserci. La Banca Europea per gli Investimenti (BEI) ha dato il via libera al programma della Banca del Clima. Questa metterà a disposizione 1.000 miliardi di euro, da spendere entro il 2030, per progetti incentrati su climabiodiversità sostenibilità. Inoltre, in teoria, tutte le attività di finanziamento saranno allineate all’Accordo di Parigi sul clima. Infatti dal 2022 non saranno più finanziati progetti che coinvolgono combustibili fossili. Soltanto le tecnologie a basse emissioni di carbonio avranno accesso ai finanziamenti. 

Ricordiamo inoltre che ogni investimento in energia pulita assicura un risparmio notevole di denaro e risorse sul lungo periodo. Leggi qui quanto si può risparmiare scegliendo l’energia green per la tua casa.

Il mare: un ecosistema fragile

Gli impianti energetici offshore possono, come tutti gli elementi artificiali ed estranei all’ambiente naturale, danneggiare l’ecosistema marino. Per esempio la conversione di energia dalle onde può modificare le dimensioni e la frequenza delle onde stesse, delle maree e delle correnti. La fase di installazione degli impianti può anche avere un impatto “locale” per l’ambiente marino in quanto è possibile che vengano liberate alcune particelle che possono influenzare il comportamento alimentare dei pesci. In più, uova, alghe e organismi che vivono sul fondo possono venire sepolti e repressi dalla deposizione degli impianti.

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I nuovi dispositivi potranno poi diventare nuovi habitat per diverse specie marine. Se da un lato questo rappresenta un aspetto positivo, dall’altro diventa un onere tecnico, pagato in termini di manutenzione e quindi di efficienza degli impianti stessi. Alcuni convertitori sembrano inoltre essere molto rumorosi, soprattutto in condizioni di mare mosso, il che contribuirebbe al fenomeno dell’inquinamento acustico marino.

Infine le pale eoliche potrebbero intralciare il percorso di alcuni volatili o rappresentare un rischio di collisione, così come per le navi. Alla luce di questo, quindi, è necessaria una ricerca seria e approfondita su queste nuove tecnologie. Serve pertanto una particolare attenzione alle regole delineate dal programma UE sulla biodiversità (di cui parliamo qui). Fermo restando che i rischi sopra elencati non sono neanche lontanamente paragonabili ai danni ambientali e sociali che sino ad ora hanno causato le industrie del fossile.

A che punto è l’Italia con fotovoltaico e l’eolico offshore?

L’Italia, con oltre 7 mila km di costa possiede una grande potenzialità per uno sviluppo ecosostenibile dell’eolico e del fotovoltaico offshore. Per quest’ultimo, se considerassimo anche solo il 4% dell’area disponibile (circa 2000 kmq), potremo arrivare a una potenza di circa 13 GW, che è l’attuale potenza dell’eolico offshore installata nella Ue. L’elevata profondità dell’offshore e quindi la mancanza di una tecnologia pronta per tali sfide, spiega, almeno in parte, l’assenza di parchi eolici marini nel Mar Mediterraneo. L’associazione Owemes, però, sostiene che l’Italia abbia tutte le carte in regola per partecipare da protagonista allo sviluppo di tali tecnologie. Già coinvolti in alcuni progetti troviamo 133 partner nazionali, tra cui 29 università e centri di ricerca (Cnr, Ogs, Ingv, Infn, Enea, Szn, Ispra), distretti regionali e grandi industrie (Fincantieri, Saipem, E-Geos, Tecnomare).

fotovoltaico offshore
Fonte: www.saipem.com

Nel PNIEC (Piano nazionale integrato energia e clima) il governo italiano si è impegnato a dotare il paese di 1000 megawatt di capacità eolica offshore entro il 2030, contro i 21mila MW previsti per l’eolico su terra. Al momento, però, in Italia è stato approvato soltanto il progetto del parco eolico near-shore nei mari di Taranto. Grande speranza è quindi infusa nella società italiana Saipem che si sta impegnando nello sviluppo non solo dell’eolico, ma anche del fotovoltaico galleggiante.

Quest’ultimo progetto prevede enormi piattaforme di pannelli solari galleggianti caratterizzati da una buona flessibilità. Questa, insieme alla struttura flottante, conferiscono maggiore adattabilità e resistenza alle condizioni dell’acqua. Consentono inoltre l’installazione anche in zone esposte a venti e a moto ondoso come, appunto, il mare e gli oceani. I moduli flottanti sono poi sopraelevati rispetto al livello del mare, favorendo la ventilazione e il raffreddamento dei pannelli. Infine possono essere combinati per realizzare impianti di varie dimensioni, a seconda delle esigenze. 

MacArthur Foundation: cinque benefici dell’economia circolare per il cibo

In questo 2020 di crisi pandemica, l’insicurezza alimentare diventa, ancora una volta, il perno di una riflessione profonda. Da un lato, la difficoltà nel reperire alcuni prodotti induce alla corsa ai supermercati; dall’altro, pensare a una modalità differente di concepire l’intera filiera è molto difficile. Tra distorsioni evidenti del mercato e allontanamento dalla stagionalità di frutta e verdura, si inserisce il report “Cinque benefici di un’economia circolare per il cibo”. La Fondazione Ellen MacArthur, che ha lo scopo di sviluppare e promuovere l’idea di economia circolare, ha recentemente condiviso cinque conseguenze, sostenibili dal punto di vista ambientale, climatico e sanitario. Esse sono: rigenerare i sistemi naturali, combattere il cambiamento climatico, aumentare l’accesso a cibo nutriente, aiutare le comunità locali e, infine, risparmiare e creare valore.

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Crisi e fame di giustizia

«La crisi alimentare sembra essere sparita dalle prime pagine dei giornali e fa solo una breve comparsa nelle dichiarazioni finali degli incontri ad alto livello o quando la siccità, la mancanza di credito o la volatilità del mercato rinfocolano la paura di carestie. Quel che è peggio è che queste paure si realizzano perché quanto più i tentativi di eliminare la fame si concentrano sugli effetti superficiali anzichè le cause di fondo, tanto più i nostri sistemi alimentari si rivelano instabili, vulnerabili e soggetti a crolli. La povertà e l’ingiustizia -e non la scarsità di cibo- sono tuttora le cause principali della fame.»

Riflettono così Eric Holt-Gimenéz e Raj Patel con Annie Shattuck,nel loro libro “Food Rebellions! La crisi e la fame di giustizia“, pubblicato 11 anni fa, a seguito della crisi del 2008. Una situazione che si è ripetuta da marzo, costringendo tutti a ripensare ai propri consumi. Il Nobel per la Pace, poi, assegnato al Programma Alimentare Mondiale, ribadisce come il cibo debba ritornare al centro di un dibattito acceso. Trovare soluzioni a problemi complessi può aiutare ad allenare competenze fondamentali, in un tempo di instabilità climatica, economica e sociale.

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Conoscenza e responsabilità: un’economia circolare per il cibo

Affrontare con responsabilità le sfide di approvvigionamento alimentare è il primo passo per renderlo realmente sostenibile. Circa un quarto delle emissioni globali di gas serra sono riconducibili alla deforestazione, agli allevamenti intensivi e a un errato management del suolo. La minaccia per l’ambiente è evidente. Il sistema lineare di produzione è, quindi , non sostenibile e, per questo, sull’orlo del baratro.

Non tutto è perduto. Esistono, infatti, dei progetti per ristabilire una connessione reale tra consumatore e produttore. La linearità deve essere soppiantata da una visione circolare. I cinque benefici riportati dalla Fondazione Ellen MacArthur sono ambiziosi, ma non per questo impossibili.

La rigenerazione dei sistemi naturali

Rigenerazione è una parola fondamentale per i sistemi naturali. È necessario coniugare la necessità di sfamare una popolazione mondiale in continua crescita con la protezione dell’ambiente. Tecniche di produzione sostenibili, resilienti, che migliorino la qualità del prodotti e del territorio, favoriscono il miglioramento delle aree e la loro resistenza a fenomeni climatici estremi. Per questo motivo, è utile puntare sulla diversità: delle sementi e del raccolto, in modo da supportare la rotazione. L’agrobiodiversità permette di proteggere specie animali e vegetali a rischio, ma una vera condivisione di conoscenze e tecniche è ancora poco diffusa.

Dipendiamo da pochissime varietà di semi, ma esistono alcuni esempi di cambiamento. Uno di questi è il chinampa, un orto galleggiante tradizionale del Messico. Questo tipo di produzione consentiva il sostentamento di 15/20 persone all’anno per ettaro.

Combattere il cambiamento climatico

Rimediare, attenuare, adattare: questi i verbi chiave per combattere il cambiamento climatico. L’economia circolare per il cibo potrebbe ridurre le emissioni del 49% entro il 2050. Per riuscire nell’intento, bisogna concentrarsi sulla diminuzione dello spreco e dell’utilizzo di fertilizzanti chimici, optando per quelli organici, in quanto quelli usati inquinano terreni e falde. Sfruttare il potenziale degli scarti per la produzione energetica può concorrere alla svolta green. Come si legge nell’approfondimento, «ogni anno le città generano più di 2,8 miliardi di tonnellate di rifiuti alimentari e soltanto il 2% di essi ritorna a far parte del sistema».

Così, dal 2016, è nata la “Piattaforma dell’Ue sulle perdite e sugli sprechi alimentari”, per prevenire la produzione di rifiuti e minimizzare la dispersione di risorse. Ogni anno, collabora con attori chiave pubblici e privati per identificare, misurare, analizzare e trovare delle soluzioni durature per dimezzare entro il 2030 la quantità pro capite a livello di dettaglianti e consumatori.

La risposta dei clienti può essere decisiva. Uno studio condotto dalla piattaforma Ue sulle perdite e gli sprechi alimentari, pubblicata a marzo 2020, ha divulgato alcune buone pratiche messe in atto a livello locale o nazionale all’interno dell’Unione Europea, per diminuire la pressione sulle attività commerciali durante la pandemia da Covid-19. Sono molte le realtà locali, a livello europeo, che cercano di diminuire lo scarto e, allo stesso tempo, far fronte alle difficoltà economiche della popolazione. Così, sono nate iniziative come “la spesa sospesa”, che permette di regalare beni di prima necessità a chi non è in grado di permettersi di comprarli.

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Accesso a cibo nutriente

L’economia circolare per il cibo è utile anche per riconnettere le città alle periferie.

La necessità di solidità e resilienza del sistema alimentare è alla base del superamento di momenti di crisi e motore di sviluppo. Gli eventi estremi che con maggior frequenza si abbattono sul continente europeo, la siccità e le catastrofi ambientali mettono in luce l’interrelazione tra lo stile di vita e le modalità di approvvigionamento e consumo. Il valore che i cittadini europei attribuiscono al cibo è alto. Infatti, anche se le zone urbane si espandono sempre di più, i consumatori rimangono vigili sulla provenienza dei prodotti e sulla loro lavorazione. Come dimostrato dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, la preoccupazione ,data dalla presenza di additivi come coloranti, conservanti o aromi utilizzati, di ingredienti geneticamente modificati e di tossinfezioni, nel 2019, è stata elevata.

Il viaggio dei prodotti è un tassello importante della filiera alimentare. La pandemia ha compromesso le importazioni e le esportazioni, bloccando alimenti e quindi sbilanciando la domanda e l’offerta globale e riconducendole a un livello più locale. Il beneficio deve essere condiviso da tutti, indipendentemente dalla posizione geografica. La redistribuzione del surplus, inoltre, può nutrire fino a un miliardo di persone entro il 2050.

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Supporto alle comunità locali

La nuova filiera alimentare dovrà basarsi sulla resilienza dell’intero processo, attraverso un coordinamento della risposta alle crisi dei sistemi alimentari, per garantire l’approvvigionamento e la sicurezza. Si devono scardinare quelle pratiche dannose e sostituirle con approcci locali, che stimolino la rinascita dell’agricoltura anche in altre zone, come le periferie o i loro centri. Accorciare le filiere risulta benefico non solo economicamente, ma anche perché è una modalità per avvicinare il produttore al consumatore. La dicotomia città-campagna, in ambito alimentare, deve essere superata.

Anche per questo è nata l’iniziativa Green Cities, promossa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO). «L’iniziativa FAO Green Cities migliorerà i mezzi di sussistenza e il benessere delle popolazioni urbane e periurbane di 1000 città in tutto il mondo entro il 2030, insieme all’ambiente urbano, rafforzando i collegamenti rurali urbani, la resilienza delle popolazioni urbane agli shock esterni e il contributo alla mitigazione dei cambiamenti climatici e all’adattamento, garantendo nel contempo l’accesso a diete sane provenienti da sistemi sostenibili.»

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Creare valore nell’economia circolare per il cibo

La sostenibilità economica non può essere tralasciata. Risparmi diretti e indiretti sono da tenere in considerazione. Interessante è il costo effettivo dei prodotti che mettiamo sulla tavola. Per ogni dollaro speso in cibo non controllato, le conseguenze sociali sono doppie, attestandosi sui due dollari. Una riduzione dei fertilizzanti e agenti chimici porta, nel breve periodo, a un miglioramento qualitativo del cibo. A lungo termine, esso è foriero di un cambiamento positivo dello standard di salute delle persone, che, quindi, potranno risparmiare in cure. Questo non solo permetterà l’elaborazione di un codice di condotta comune per le azioni di marketing, ma stimolerà pratiche sostenibili in tutte le fasi di trasformazione, minimizzando l’impiego di imballaggi e radicando modelli di business circolari.

«Dati del report ‘Cities and Circular Economy for food’ della Fondazione Ellen MacArthur riportano che  produrre alimenti con metodi rigenerativi, acquistare cibo locale, e valorizzare gli scarti alimentari potrebbe generare entro il 2050 per le città dei benefici annuali pari a 2,7 trilioni di dollari. Una cifra non indifferente alla quale si legano vantaggi anche in termini di creazione di nuovi posti di lavoro. Un esempio in Europa è la città di Bruxelles che producendo il 30% del suo cibo localmente e con metodi rigenerativi, riducendo gli scarti alimentari e trasformandone parte in compost, stima di ottenere più di 130 milioni di dollari all’anno.» riporta Caterina Ambrosini di EconomiaCircolare.com.

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Pensare a una vera economia circolare per il cibo

La sfida del cambiamento climatico deve condurre tutti gli attori a una visione condivisa di scelte radicali, magari inizialmente dolorose, ma che sono l’unica modalità per non rischiare di sprecare o mal utilizzare le risorse del nostro pianeta. Il report della MacArthur Foundation intende offrire una panoramica ambiziosa per una politica sempre più ecocentrica.

Per questo motivo, gli agricoltori e gli allevatori devono essere inclusi in un processo di innovazione, per avere gli strumenti per affrontare le nuove sfide alimentari. Se l’azione non dovesse risultare incisiva, a pagarne il prezzo più alto sarà l’intera struttura sociale, basata sul benessere e non sull’equilibrio con la natura.

La questione ambientale nell’America di Biden

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Ascolta il podcast di introduzione all’articolo di oggi!

Un nuovo inizio

Ora è ufficiale. Da sabato sappiamo che gli USA avranno un nuovo presidente e che si chiamerà Joe Biden. I democratici, pur avendo dovuto probabilmente trattenere il fiato più di quanto credevano, riconquistano la Casa Bianca. Donald Trump è stato sconfitto – anche se ancora non ha accettato i risultati e, anzi ha promesso di battagliare negli Stati decisivi dove i due candidati sono arrivati più vicini – e, salvo sorprese, nel mese di dicembre, a Washington, i grandi elettori voteranno per il ticket di Biden e Kamala Harris. Si tratta di un nuovo inizio per gli Stati Uniti, ci auguriamo che valga altrettanto anche per la questione ambientale, la quale con Trump non è mai stata al centro dell’agenda politica. E neppure in periferia, non compariva proprio, su quell’agenda.

Numerose saranno le difficoltà che il quarantaseiesimo presidente USA si troverà ad affrontare. Abbiamo già tentato di delinearne alcune, la settimana scorsa, quando eravamo ancora incerti sull’esito conclusivo della tornata elettorale. Oggi centriamo il focus su quel che significherà – o meglio, potrebbe significare – per l’ambiente la presidenza Biden.

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Il candidato migliore

Sappiamo bene cosa significhino le elezioni. Ogni candidato vuole vincerle e, dunque, durante la campagna elettorale che precede il voto, è abitudine spararne tante, come si suol dire. Cercare di accontentare ogni categoria, di dare una risposta ad ogni bisogno, di accontentare tutti e non scontentare nessuno; questi sono gli obiettivi ogni volta e spesso si esagera, proponendo decisioni e misure che non si ha alcuna intenzione di perseguire, una volta eletti. Biden si è erto a paladino dell’ambiente prima dell’election day. Potrebbe averlo fatto perché il suo avversario non ne parlava affatto e dunque voleva strappargli l’elettorato più sensibile al tema oppure perché ci tiene davvero. Non ci è dato sapere. Lo scopriremo nei prossimi mesi, naturalmente.

Una prima analisi però possiamo già farla. Senza dubbio quello che ha vinto era il candidato migliore relativamente a queste questioni. Joe Biden ha già promesso che rientrerà negli accordi di Parigi, quelli che mirano a mantenere l’aumento delle temperature sul Pianeta all’interno di 1.5 gradi, e che lo farà già nel giorno del suo insediamento. La data è quella del 20 gennaio e possiamo già segnarcela sul calendario, in modo da vedere se manterrà la sua promessa. Io ritengo di sì perché si tratta di una sua bandiera e, comunque, l’apertura del processo di (re)ingresso non comporta molto sul momento, si tratta di un iter che dura circa un anno e, di fatto, fino al gennaio 2022 gli States potrebbero fare quel che preferiscono ambientalmente parlando. Ricordiamo che Trump aveva deciso di uscirne qualche tempo fa. Dal 4 novembre scorso, la decisione è diventata effettiva.

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Se già si fermasse qui, Biden si dimostrerebbe un presidente più attento al nostro Pianeta rispetto a quello che lo ha preceduto. L’ex vice di Obama, però, ha presentato un programma climatico ben più ambizioso di questo semplice passo indietro.

Il programma ambientale di Biden

Le parole chiave di Biden, leitmotiv del suo intero programma, iniziano tutte con la B, esattamente come il suo cognome: Build Back Better. Ricostruire, di nuovo, e farlo meglio. Questi tre vocaboli aprono anche la – corposa – sezione del programma Biden Harris 2020 dedicata all’ambiente. Si legge sulla piattaforma dem: “in questo momento di crisi profonda, abbiamo l’opportunità di costruire un’economia resiliente e più sostenibile. Possiamo indirizzare gli Stati Uniti su un sentiero irreversibile per giungere ad emissioni zero, non più tardi del 2050. Nel farlo creeremo milioni di posti di lavoro ben pagati. Il presidente Trump ha negato la scienza, lasciato la nostra nazione impreparata e vulnerabile. Nonostante la crisi accelerasse, ha ritirato numerose misure ambientali che si preoccupavano di tutelare la salute pubblica, pur avendo a disposizione prove che mettevano in correlazione l’inquinamento e la maggiore presa del contagio.”

“Esattamente come ha fatto in merito al COVID-19, Donald Trump se l’è presa con la scienza e ha fallito anche contro il surriscaldamento globale. Lo ha definito un inganno. Ha permesso che le nostre strutture si deteriorassero e che i le nostre fattorie si allagassero. Ha impedito che gli americani guidassero il mondo nel campo delle rinnovabili. Le sue azioni non solo ci hanno fatto retrocedere in termini di progresso e giustizia ambientale ma ci hanno anche reso più vulnerabili, deboli e meno resilienti, come nazione.”

Ovviamente le parole sono ben farcite di retorica politica ma il messaggio appare chiaro. Biden accusa Trump di negligenza ambientale e promette di raggiungere le emissioni 0 entro il 2050. Si tratta di un piano davvero ambizioso. Probabilmente, così ambizioso da essere inverosimile. C’è poi dell’altro.

Joe Biden e il suo piano ambientale, un focus sull’energia pulita. Il video, in lingua originale, è di ABC News.

Le cifre

C’è un altro punto importante nel programma ambientale del presidente eletto. Naturalmente, non esamineremo l’intero documento – esso è comunque disponibile qui – ma ci concentreremo soltanto sui due aspetti che ritengo principali. “Necessitiamo di milioni di infrastrutture, lavoratori specializzati e ingegneri per costruire una nuova economia basata sull’energia pulita. Questi lavori creeranno nuove opportunità per giovani e anziani, per le persone provenienti da ogni comunità e background. Miglioreremo la qualità dell’aria per i nostri bambini, il comfort delle nostre case e renderemo le nostre imprese più competitive. Gli investimenti mirati faranno in modo che i nuclei che hanno maggiormente sofferto l’inquinamento saranno i primi a beneficiare di questa rivoluzione. Ci riferiamo alle comunità urbane e rurali a basso reddito, a quelle di colore e ai nativi americani.”

“Biden investirà rapidamente 2 trilioni di dollari soltanto durante il suo primo mandato. Ciò ci metterà sulla giusta strada per raggiungere gli ambiziosi obiettivi che la comunità scientifica ci richiede. Creeremo così molti nuovi posti di lavoro che arricchiranno la classe media.”

Di nuovo, ci troviamo di fronte a pura propaganda. Chiaro indicatore di ciò è il riferimento alla middle class, serbatoio elettorale per eccellenza negli USA. Eppure Biden passa in rassegna le vere necessità del suo Paese. Per chi è poco pratico della scala corta utilizzata nella numerazione anglosassone, due trilioni equivalgono a 2mila miliardi, ovvero al nostro bilione poiché in Italia utilizziamo la scala lunga. L’investimento promesso da Biden fa impallidire. Si tratta di un tesoretto pazzesco, con il quale si potrebbe veramente riuscire a reindirizzare l’economia statunitense. Il condizionale però resta d’obbligo, soprattutto dal momento che si dice di liberare questi fondi in soli 4 anni. Ci auguriamo che Biden vi riesca ma dubitarne è legittimo. Se vi riuscisse, significherebbe che davvero tiene alla questione ambientale.

Joe Biden e la questione ambientale

Badiamo bene a non definire Biden un ambientalista. Come si è scritto, è indubbio che sia meglio lui di chi lo ha preceduto – che comunque sarà in carica per altri due mesi abbondanti – ma non è certo un verde, e neppure un progressista sensibile al tema. Joe Biden è un democratico tradizionale; non lo si può neppure definire un politico di sinistra, è semplicemente meno conservatore di chi lo ha preceduto o difenda i colori repubblicani. Come ha ammesso lui stesso: “il Green New Deal non è un mio piano, non lo considererò.”

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Ciononostante, il presidente eletto ha un programma climatico più che accettabile, visto il precedente. C’è una seria possibilità che affronti la questione ambientale con grinta e determinazione. Almeno per i primi 4 anni. Nel 2024, poi, Biden avrà 82 anni e non è detto che si ripresenti alle elezioni. Potrebbe lasciare la sua eredità alla sua vice, Kamala Harris. Essa, da californiana, è probabilmente ben più progressista di Biden. Però va ricordato che detiene posizioni piuttosto destrorse, per una democratica, su numerose tematiche economiche e sociali.

C’è comunque tempo per preoccuparsi del 2024, intanto vediamo che farà il nuovo inquilino della Casa Bianca. Ha promesso seri investimenti riguardo alle infrastrutture, all’industria automobilistica, ai trasporti, al settore energetico, agli edifici, all’urbanistica, all’innovazione e anche all’agricoltura. Sarà in grado di mantenere le sue promesse?

Italy Climate Report 2020: la road map per un’Italia a zero emissioni

https://anchor.fm/lecopost/episodes/UnItalia-a-zero-emissioni–possibile–Presentato-lItaly-Climate-Report-2020-elo034

L’Italia può, e deve, rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Ma per farlo è necessaria una forte accelerata che vada nella direzione della transizione ecologica. Questo è, in sintesi, quanto emerge dall’Italy Climate Report 2020, un documento redatto da Asvis – Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile insieme ad un gruppo di imprese virtuose, riunite nell’iniziativa “Italy for Climate” “per promuovere l’attuazione di un’agenda italiana per il clima in linea con gli obiettivi del Paris Agreement”.

Italy Climate Report 2020

Di cosa parla l’Italy Climate Report 2020

Il rapporto è stato presentato circa un paio di settimane fa, nell’ambito della Conferenza Nazionale sul Clima, e ha come obiettivo quello di offrire una panoramica esaustiva sulla situazione attuale del nostro paese e quali possano essere gli sviluppi futuri per riuscire a raggiungere i benchmark intermedi fissati dagli accordi internazionali sul clima.

L’Italia, storicamente parlando, è una delle nazioni che meglio aveva cominciato il suo processo di decarbonizzazione. Nel decennio che va dal 2005 al 2014 il nostro paese era infatti riuscito a diminuire le proprie emissioni del 27%. Un dato dei più alti a livello europeo e globale, raggiunto grazie ad un taglio di 160 milioni di tonnellate di gas serra. Tuttavia, come spesso accade all’interno dei nostri confini quando le cose stanno andando come dovrebbero, a partire dal 2015 ci siamo, per così dire, seduti sugli allori, portando a casa un calo delle emissioni che si attesta all’1,6%. Troppo poco per un paese che già oggi sta subendo, eccome, le prime conseguenze dettate dall’avanzamento dei cambiamenti climatici che, lo ricordiamo, con il passare del tempo sono destinate a diventare sempre più impattanti tanto a livello territoriale quanto economico.

Di fronte a questo trend negativo è quindi più che necessario cambiare passo. Un messaggio che Edo Ronchi, presidente della Fondazione dello Sviluppo Sostenibile, ha voluto sottolineare nella presentazione del Report, confidando in un corretto impiego dei finanziamenti che verranno inseriti nel Recovery Plan: “Siamo di fronte a una svolta, un passaggio epocale. Se non destineremo al clima una quota rilevante dei finanziamenti per la ripresa dalla più grande crisi economica dal dopoguerra, il rimbalzo delle emissioni dopo il crollo del 2020 ci allontanerà di nuovo dai nostri obiettivi e l’Italia non si affermerà come “un Paese avanzato e competitivo sul principale terreno del futuro dell’economia globale, quello della green economy”.

I punti del rapporto

Per raggiungere la neutralità climatica al 2050, obiettivo dichiarato dall’UE e dal Paris Agreement, ogni paese deve raggiungere degli step intermedi che prevedono un taglio del 55% delle emissioni al 2030, rispetto a quelle del 1990. Ad oggi il nostro paese ha ottenuto una riduzione del 19% nel periodo di riferimento. Italy for Climate, nello stilare la sua road map per un paese a zero emissioni, ha individuato una serie di punti cruciali sui quali intervenire per ottenere i risultati sperati:

  • Introduzione di un sistema di carbon pricing, che faccia pagare moneta sonante a chi inquina troppo.
  • Passaggio da un modello di produzione lineare ad uno rigenerativo.
  • Forte accelerazione in ricerca, sviluppo e diffusione di soluzioni innovative.
  • Semplificazione e razionalizzazione delle procedure e degli iter autorizzativi.
  • Promozione della cultura della transizione.

Queste linee guida sono state pensate per far sì che si possa intervenire in modo trasversale su tutti gli ambiti da coinvolgere nella transizione ecologica. Dall’industria, primo settore per emissioni del paese, passando per i trasporti, fino ad arrivare ai consumi energetici residenziali, il terziario, l’agricoltura ed infine la gestione dei rifiuti. Sono questi, in sintesi, gli aspetti nei quali bisogna intervenire, in maniera massiccia, per raggiungere gli obiettivi intermedi stabiliti dagli Accordi di Parigi.

Le parole chiave della transizione sono quindi riduzione delle emissioni, efficientamento energetico, mobilità elettrica, filiere corte e biologiche con riduzione di alimenti provenienti da sistemi produttivi intensivi, generazione di materia prima seconda e, ovviamente, massicci investimenti nel settore delle rinnovabili.

La palla passa ai politici

La conferenza durante la quale è stato presentato in maniera dettagliato il piano sopra descritto ha visto la partecipazione di diversi rappresentanti politici di alto rango, che, come spesso accade, hanno colto l’occasione per esprimere la propria volontà di implementare questo tanto atteso cambio di rotta. Da Riccardo Fraccaro, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, passando per il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, fino al Ministro per gli Affari Regionali e Autonomie Francesco Boccia, tutti si sono succeduti in delle dichiarazioni che assecondano quanto sostenuto dal report.

“Il green è l’elemento principale del Recovery Plan”. “È necessario cambiare paradigma”. “Il Governo sta lavorando per favorire la transizione verso uno sviluppo sostenibile”. Sono frasi dette e ridette, che periodicamente escono dalla bocca di qualche politico intento a mostrare il suo grande amore per l’ambiente. Ma ad oggi le misure davvero green promosse dal Governo non sono abbastanza. Ad onor del vero va detto che qualcosa è stato fatto, ma siamo ancora ben lontani dal trattare la questione climatica con l’urgenza che merita. Che il Recovery Plan sia lo strumento adatto per vedere un’Italia davvero in prima linea nella lotta al cambiamento climatico? Noi lo speriamo vivamente. Solo il tempo ci dirà se sarà effettivamente così.

Auto elettrica: è legge l’incentivo alla trasformazione

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https://anchor.fm/lecopost/episodes/Al-via-gli-incentivi-per-trasformare-la-propria-auto-in-un-veicolo-elettrico-el1lbb

Le automobili sono il mezzo di trasporto più diffuso al mondo. Da quando Henry Ford decise di “creare cavalli più veloci” l’auto si è diffusa a macchia d’olio in tutto il pianeta, diventando ben più di un veicolo. La macchina simboleggia l’età adulta, è uno status symbol, rispecchia l’agiatezza del suo guidatore e, secondo numerosi psicologi, è un simbolo di potenza e vuole addirittura intimidire, in molti casi. Al di là di tutto questo, ad ogni modo, è anche un potente inquinante. I motori termici, infatti, originano emissioni nocive all’ambiente. Per tal motivo, ormai da tempo, si parla di auto pulite, alimentate a energia elettrica o ad idrogeno. All’interno del decreto agosto, approvato in Senato dalla commissione bilancio per la conversione in legge, sono stati previsti incentivi destinati all’auto elettrica.

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I dettagli dell’emendamento

Il decreto agosto è quello nel quale è stato messo nero su bianco il Superbonus al 110%. La proposta, giunta alle approvazioni finali, stanzia 25 miliardi per il rilancio economico del Paese e lo fa puntando in maniera convinta e decisa sulla green economy. All’interno del testo troviamo anche un incentivo rivolto a chiunque voglia convertire un veicolo ad alimentazione termica in un modello di auto elettrica.

Il primo firmatario è Daniele Pesco (M5S) e la proposta prevede un importante contributo, pari al 60% del costo della riqualificazione da motore termico ad elettrico. Il massimo contributo possibile, comunque, sarà 3500 euro. Il contributo potrà essere richiesto fino al 31 dicembre 2021. In aggiunta a questo incentivo sull’acquisto ne è stato previsto uno anche sulle spese relative alle imposte di bollo necessarie per l’iscrizione dell’auto elettrica al PRA, il pubblico registro delle automobili. Ciò significa che si può ottenere uno sconto importante anche su trascrizione e bollo, oltre che sull’atto di acquisto.

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La conversione in auto elettrica

Entriamo ora nel merito ed esaminiamo che cosa sia la conversione di una vecchia auto in modello elettrico. Quanto costa l’operazione e in che cosa consiste esattamente? In estrema sintesi, occorre togliere il motore a scoppio e montare l’elettrico alla frizione, tramite giunto. In realtà, dal punto di vista della meccanica un’ auto elettrica potrebbe anche fare a meno di cambio e frizione. D’altra parte, però, attaccare il propulsore agli assi comporterebbe costi troppo esosi. Bisognerebbe infatti utilizzare appositi componenti meccanici; per tal motivo, solitamente cambio e frizione sono mantenuti.

Dopo aver collocato il motore pulito, occorre allocare anche il pacco batterie. Di norma esse vanno collocate nel bagagliaio oppure in luogo del serbatoio della benzina o del gasolio. È poi necessaria l’implementazione di una elettronica di controllo dedicata per gestire le batterie ed ottimizzarne la durata. Uno scoglio arcigno da superare, quando si tratta di auto elettriche, è proprio quello dell’accumulatore, della batteria. Esse possono essere molto costose e c’è l’annosa questione del loro smaltimento a fine vita. Ultimamente sono stati fatti importanti passi avanti a questo riguardo.

Il riciclo della batteria

Dobbiamo ricordare che la presenza di motore elettrico non significa sostenibilità totale. Può sembrare contraddittorio parlare di inquinamento legato a motori puliti, soprattutto quando siamo abituati alle ben più elevate emissioni dei motori termici. Per quanto riguarda le batterie, però, dobbiamo tenere a mente che esse sono composte di litio, nichel, manganese e cobalto. Questi elementi devono essere smaltiti con processi che non siano dannosi per l’ambiente. Inoltre, poi, l’energia con la quale alimentiamo la vettura deve provenire da sorgenti rinnovabili, altrimenti il guadagno dovuto alla propulsione elettrica in sé sarà cancellato. La batteria di un’auto elettrica ha durata pari a 8 – 10 anni oppure ad una percorrenza di 160mila chilometri. Per il futuro si prevedono durate maggiori ma, al momento, la vita di un accumulatore ecologico ha questa aspettativa.

Ad oggi il riciclo del litio sfrutta la pirolisi. Tale processo causa la fusione dei diversi metalli, consentendone il riutilizzo. Il risultato si ottiene grazie alle altissime temperature prodotte nel corso del processo le quali, naturalmente, liberano nell’atmosfera gas tossici di scarto, causa di inquinamento. Non ogni componente della batteria può essere recuperato. Non abbiamo problemi a riusare il nichel e il cobalto, una volta fusi; eppure nessuno è ancora in grado di riciclare la cosiddetta black mass. Essa è la componente attiva della batteria, contenente un miscuglio di minerali rari.

Numerose aziende nordeuropee, coadiuvate da alcune case produttrici di automobili, stanno sviluppando tecnologie e processi per riciclare e riutilizzare integralmente gli accumulatori elettrici. Una ditta finlandese, la statale Fortum, afferma di poter riciclare oltre l’80% dei componenti di una batteria agli ioni di litio. Tale risultato si otterrebbe grazie ad un processo idrometallurgico diverso – e meno impattante – della pirolisi. SI vuole giungere, quanto prima possibile, al riciclo del 100 % dei componenti della batteria elettrica.

https://www.youtube.com/watch?v=fdRg-gxXbl8
Approfondimento sulle batterie dell’auto elettrica di Marco Montemagno

I costi della trasformazione in auto elettrica

Quanto può costare la trasformazione di una vettura con propulsione termica in auto elettrica? L’esborso dipende dal modello del veicolo e dalla sua cilindrata. In linea di massima, convertire una Fiat Panda potrebbe costare sensibilmente meno di 10.000 euro, soprattutto nel caso delle motorizzazioni meno potenti. La media dei costi, però, è ben più alta. Consideriamo una simile operazione potrebbe facilmente attestarsi su una spesa intorno ai 20.000 euro. A fronte di questo esborso, naturalmente, i 3.500 euro di incentivo appaiono come ben poca cosa. Per tal motivo potrebbe essere più conveniente approfittare di altri incentivi per l’elettrico, come ad esempio quelli proposti dalle stesse case produttrici, le quali sovente supervalutano l’usato e incentivano l’acquisto di un motore ibrido o pulito al 100%.

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Ad ogni modo, il mercato delle auto elettriche è in rapida evoluzione e le informazioni riportate nell’articolo sono naturalmente soggette a variazione. Il futuro della mobilità in fondo è questo. Se vogliamo inseguire la sostenibilità non possiamo trascurare i trasporti.

Green jobs in Italia: 1,6 milioni di posti entro il 2024

https://anchor.fm/lecopost/episodes/Focus-Censis-Confcooperative-In-Italia-1-6-milioni-di-green-jobs-entro-il-2024-eku68l

1,6 milioni di posti green: sono i dati riportati dal Focus Censis Confcooperative “Dopo le macerie la ricostruzione, ecco l’Italia che ce la fa”. Il lavoro riporta quelli che sono i nuovi sbocchi occupazionali post-pandemici. Entro il 2024, più di 970 mila aziende richiederanno competenze elevate nella sostenibilità ambientale.

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Green jobs: cos’è il lavoro green?

La nozione di lavoro green è stata formulata dal Programma Ambientale delle Nazioni Unite, più di dieci anni fa. I lavori sono verdi “quando contribuiscono a ridurre le conseguenze negative per l’ambiente, promuovendo lo sviluppo di imprese ed economie sostenibili da un punto di vista ambientale, economico e sociale”. Possono essere impieghi in settori già esistenti, oppure hanno il potenziale per crearne di nuovi, emergenti, come le rinnovabili o fonti energetiche alternative.

Secondo l’ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, sono molteplici i risultati che si possono raggiungere. Innanzitutto, è possibile migliorare l’efficienza energetica, riducendo il consumo di materie prime e limitando le emissioni di gas a effetto serra. In secondo luogo, è utile ricordare la diminuzione dei rifiuti e dell’inquinamento, così da proteggere e ripristinare gli ecosistemi e sostenere l’adattamento per gli effetti del cambiamento climatico.

Non tutti i lavori verdi sono uguali. Si differenziano, infatti, per procedimenti produttivi più o meno verdi, oppure per il mancato inquinamento di beni come l’acqua o il suolo.

Già nel 2008, il Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) aveva sottolineato come la nozione di lavoro green fosse in ascesa nei Paesi sviluppati, ma che stentasse ad affermarsi negli Stati con grande crescita economica, come Cina e Brasile. Gli effetti del cambiamento climatico, già visibili in molte aree del mondo, dovevano far intendere un cambio di passo immediato e deciso.

A dodici anni di distanza, sappiamo che le cose non stanno andando molto meglio. Un punto, però, rimane fermo: i green jobs sono un’opportunità da cogliere al volo, per completare la transizione energetica che ci consentirà di sopravvivere e di poter rigenerare la biodiversità che abbiamo distrutto.

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Green jobs e pandemia: quali opportunità?

Il lockdown ha fermato molti lavori. Guy Ryder, Direttore Generale dell’ILO ha affermato che “per milioni di lavoratori, nessun reddito significa accesso negato al cibo, alla sicurezza e al futuro, Con l’evoluzione della pandemia e la crisi lavorativa, il bisogno di proteggere i più vulnerabili diventa ancora più urgente“.

La tragedia delle morti a causa della pandemia si somma alle prospettive poco rosee per il futuro. Ad aprile 2020, quasi due miliardi e mezzo di persone vivevano in Paesi totalmente o parzialmente chiusi. Il colpo peggiore è inferto alle piccole e medie imprese, che hanno poche possibilità di resilienza rispetto a lunghi mesi di inattività. Tra la popolazione, le donne hanno sofferto maggiormente.

Le soluzioni, però, esistono. Ci sono programmi di assistenza che permettono di riconvertire la propria attività e di introiettare nuove competenze. Con queste modalità, sarà più facile adattarsi e creare nuovi posti di lavoro, che siano ecocompatibili. La strada da percorrere è dunque la seguente: sfruttare la pandemia da Covid-19 a nostro favore e dare enfasi a idee sostenibili, a nuovi tipi di relazioni, di inclusione sociale e territoriale.

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Una guida ai green jobs

Si intitola “Green jobs training guidebook” ed è un progetto che nasce da ONU e ILO per insegnare a studenti e curiosi il mondo dei lavori verdi. Scritto nel 2017, vuole dare gli strumenti per misurare e costruire modelli sociali tali da sviluppare politiche climaticamente sostenibili. Lo scopo primario è quello di coinvolgere maggiormente le istituzioni, così da permettere agli Stati di acquisire l’abilità di sviluppare dei propri database statistici, modelli economici per pianificare e promuovere un cambiamento.

Per riuscire a risolvere la crisi sociale e ambientale allo stesso tempo, bisogna contribuire alla transizione verso un’economia verde, che non aumenti solo il benessere delle persone, stimolando l’equità sociale, ma che riduca anche i rischi ambientali e la scarsità ecologica. L’umanità continua a utilizzare le risorse del pianeta come se fossero infinite. L’impatto devastante su suolo, acqua, fauna e flora dimostra che non possiamo continuare con questa modalità “business as usual”. Gli eventi meteorologici sempre più estremi dimostrano come le conseguenze sul breve, medio e lungo termine debbano essere rivalutate. I costi reali della noncuranza sono altissimi.

Gli Stati si differenziano per gli approcci e le strategie utilizzate in ambito di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico. Alcuni adottano misure a basse emissioni, altri sperimentano l’efficientamento tecnologico, così da progredire e, allo stesso tempo, poter impegnare le risorse in altri ambiti. Questo spostamento di budget deve essere assecondato da altre forme di aiuto e sostegno, framework precisi di policy e strumenti finanziari governativi e internazionali.

L’opportunità per l’Italia: il focus Censis Confcooperative

Non è un caso che il colore della speranza sia il verde. Secondo lo studio, in Italia l’acquisizione di competenze green è importante per il 75% delle imprese. Un terzo tra le 700 mila intervistate che hanno investito in questo senso ha la sua sede al sud. Per quasi la metà, vi è la volontà di introdurre piani di sostenibilità e supporto nella propria strategia aziendale. In un anno, dal 2018 al 2019, sono aumentate del 13,3% le attività che sostengono azioni ambientalmente compatibili.

La sterzata verso il segno positivo è sicuramente dato dalle start up, che a settembre hanno superato le 12mila unità. Per quanto riguarda la distribuzione territoriale, le regioni del Nord Ovest guidano l’innovazione, con il 34,5% delle proposte, seguite dal Mezzogiorno, attestandosi al 24,5%.

Maurizio Gardini, presidente Confcooperative, durante la presentazione del report, incalza: «Vogliamo chiedere al governo che vadano rapidamente a terra i provvedimenti già adottati per le imprese, per la capitalizzazione, per il rafforzamento patrimoniale. Una sburocratizzazione che consenta di snellire le varie attività, in primis il codice degli appalti.»

Previsioni rosee…o meglio, verdi!

Le proposte ci sono, gli strumenti anche. Non possiamo più prescindere dal constatare che necessitiamo di un approccio olistico in tutte le azioni che intraprendiamo. Lo sforzo sarà impegnativo, all’inizio. Ma comprendere il significato di “sostenibilità” a 360° è indice di una rinnovata saggezza: un’ecosaggezza. Esistono aziende diventate fiore all’occhiello di sostenibilità, orgoglio italiano da diffondere e far conoscere.

La lezione impartita dalla pandemia è chiara. Ma un modo di rivalutare e iniziare qualcosa di nuovo deve essere la spinta verso un futuro all’insegna del colore verde.

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L’impegno di Facebook e Google per la neutralità climatica

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I due colossi del Web hanno annunciato la loro volontà di raggiungere la neutralità climatica. Facebook e Google si aggiungono così alla lista delle grandi compagnie che hanno deciso di prendere una posizione decisa nella lotta al riscaldamento globale. Sebbene sia lecito avere tutti i dubbi del caso, almeno fino a quando gli obiettivi e le tempistiche non saranno rispettati, si tratta comunque di un primo passo nella giusta direzione. Solo il tempo ci dirà se si tratta di greenwashing, oppure di una vera e propria svolta ambientalista.

Neutralità climatica: cos’è e come raggiungerla

Quello della neutralità climatica è un concetto che viene spesso ripetuto, anche in campo politico. Il termine è lo stesso che è stato utilizzato per definire i target ambientali, non solo delle compagnie, ma anche di diversi provvedimenti politici quali il Paris Agreement ed il Green New Deal. Questa è la definizione che si può trovare nel sito del Parlamento Europeo: “Le emissioni zero (o neutralità carbonica) consistono nel raggiungimento di un equilibrio tra le emissioni e l’assorbimento di carbonio. Quando si rimuove anidride carbonica dall’atmosfera si parla di sequestro o immobilizzazione del carbonio. Per raggiungere tale obiettivo, l’emissione dei gas serra dovrà essere controbilanciata dall’assorbimento delle emissioni di carbonio”.

Parliamo dunque di una pratica considerata particolarmente virtuosa e che, se portata avanti con coerenza e costanza, potrebbe costituire già da sola la soluzione al problema dei cambiamenti climatici. In questo senso l’ago della bilancia sarà la velocità con la quale questi obiettivi verranno raggiunti, su tutti i livelli della società.

Non solo Facebook e Google: le altre compagnie che hanno preso l’impegno

La notizia più sorprendente riguarda l’inaspettata mossa da parte di Facebook. In una nota pubblicata sul web l’azienda di Marc Zuckerberg ha annunciato che “nel prossimo decennio Facebook lavorerà per ridurre le emissioni carboniche dalle sue operazione, includendo anche quelle dei propri fornitori e dei propri clienti, cercando al contempo di fare la propria parte nello sviluppo di nuove tecnologie per l’assorbimento di carbonio dall’atmosfera e rendendo i nostri processi il più efficienti possibile”.

Una posizione condivida anche da Google che, in realtà, già nel 2007 aveva annunciato la stessa cosa, diventando 10 anni dopo “carbon neutral” o “ad impatto zero”. L’energia utilizzata dalla compagnia è infatti al 100% rinnovabile, tuttavia non si è ancora riusciti ad eliminare completamente le emissioni relative ad altri settori. Un obiettivo che l’azienda spera di raggiungere nel più breve tempo possibile.

I due esempi sopra citati hanno seguito la leadership di Microsoft ed Apple, che hanno dichiarato già da qualche tempo di voler raggiungere la neutralità climatica in tutte le loro attività: dall’energia utilizzata, al reperimento delle materie prime, passando per l’utilizzo e lo smaltimento dei propri prodotti.

Si tratta di obiettivi ambiziosi e difficili da raggiungere, ma considerata la potenza di fuoco dei soggetti è lecito pensare che, se c’è qualcuno che può riuscirci, sono proprio loro. Le date stabilite per ottenere questi risultati varia in base ai soggetti coinvolti, tra il 2030 ed il 2040.

Le criticità verso la neutralità climatica

Siamo ormai abituati ad ascoltare belle parole in favore dell’ambiente da parte delle personalità più influenti della nostra epoca, senza che poi queste vengano tramutate in fatti concreti. Senza girarci troppo intorno, c’è il rischio che anche questa volta accada lo stesso. Tuttavia, prima di giudicare, bisognerà ancora aspettare per capire se queste compagnie stiano facendo sul serio, oppure no.

Resta anche il problema delle emissioni storiche. Se infatti è possibile che nei prossimi anni l’impatto ambientale di queste aziende potrà diminuire fino ad arrivare a zero, ci sono comunque delle criticità legate all’impronta ecologica, per così dire, “storica” di alcune delle realtà economiche con il più alto fabbisogno energetico su scala globale. Una problematica che si proverà a risolvere, per lo più, attraverso attività di riforestazione e rimboschimento. Una pratica ormai molto diffusa che permette di acquistare dei “crediti di carbonio” per compensare le emissione di gas serra. Il rischio, anche in questo caso, è che l’utilizzo di questi crediti di carbonio permetta alle aziende di continuare ad inquinare impunemente. Nel panorama ambientalista esistono sia i sostenitori di questa pratica, sia i detrattori. Altro nodo cruciale della questione sarà il modo in cui verranno calcolate le emissioni. Se infatti, per raggiungere la tanto agognata neutralità climatica, basterà avere equilibrio tra l’anidride carbonica emessa e quella “sequestrata” attraverso pratiche virtuose, ma comunque discusse per vari motivi, potrebbero sorgere delle problematiche importanti.

Un aspetto da non sottovalutare riguarda però la possibile influenza che i quattro colossi citati nell’articolo possono avere sull’economia globale. Un’arma che, se usata a dovere, potrebbe rivelarsi decisiva nella lotta climatica.

Insomma, solo il tempo ci dirà se si tratta dei soliti slogan ambientalisti utilizzati per guadagnare consenso oppure di una vera e propria svolta green. Un futuro a emissioni zero, in un lasso di tempo relativamente breve, è l’unica chance che abbiamo per fermare i cambiamenti climatici. E i big dell’economia mondiale possono, e devono, giocare un ruolo fondamentale.