Riciclo dei pannelli solari: scoperto nuovo metodo per riutilizzare il silicio dei dispositivi dismessi

Il riciclo dei pannelli solari, o più in generale quello di tecnologie ecocompatibili, è uno dei cavalli di battaglia dei detrattori della conversione ecologica. Si tratta per lo più di argomenti superati e che si basano su fondamenta poco solide. Oggi ancora di più, grazie ad una scoperta degli scienziati dello Skolkovo Institute of Science and Technology di Mosca che, in uno studio pubblicato sulla rivista ACS Sustainable Chemistry & Engineering, hanno spiegato come riconvertire il silicio utilizzato nei sistemi fotovoltaici per dargli nuova vita

Il silicio dei pannelli solari dismessi come nuova fonte di energia

Il ricercatore capo del progetto Stanislav Evlashin ha così commentato la scoperta: “I pannelli utilizzati vengono convertiti in nanoparticelle mediante sintesi idrotermale in ambiente acquoso. L’aspetto positivo di questo processo è che le dimensioni delle nanoparticelle possono essere controllate in un intervallo compreso tra 8 e 50 nm senza utilizzare molte apparecchiature”. Il processo da loro implementato permette così di riciclare in modo sicuro le particelle di silicio, in modo da creare nuove fonti di nanoparticelle di ossido di silicio.

Si tratta di un procedimento sicuramente innovativo che infierisce un altro colpo a chi continua a giustificare la mancata accelerata verso la transizione green con scuse quali, appunto, la non riciclabilità dei dispositivi in grado di produrre energia da fonti pulite e non inquinanti. Va però detto che questa scoperta non cambia totalmente le carte in tavola. Infatti già prima della realizzazione di questo esperimento era comunque possibile riciclare in buona parte i pannelli, anche nel nostro paese. COBAT è infatti un’azienda specializzata nel riciclaggio di questo tipo di rifiuti, così come ce ne sono altre che operano già da tempo nel settore che, così come tanti altri, sta vivendo una fase di grande sviluppo tecnologico che, nel giro di qualche anno, ci permetterà di risolvere definitivamente questo tipo di problematiche che, purtroppo, sono vittime della grande disinformazione che regna sul tema.

Il falso mito dell’insostenibilità dei pannelli solari e dei prodotti ecocompatibili

Anche parlando di questo argomento risulta evidente la grande imparzialità che governa la nostra società quando è il momento di giudicare un prodotto inquinante ed uno che, invece, ha un impatto positivo, al netto dei processi di produzione e di smaltimento, sull’ambiente.

Sebbene infatti esistono tutt’ora alcune minori criticità da risolvere, il bilancio degli effetti che un pannello fotovoltaico ha, in termini di sostenibilità, è altamente conveniente. Parliamo di sistemi che hanno una durata di almeno 25/30 anni e che, durante il loro ciclo di vita, hanno prodotto così tanta energia pulita da rendere le critiche mosse dai suoi detrattori semplicemente infondate. Il risparmio, in termini di emissioni, che comporta un’installazione del genere, non verrà infatti in alcun modo annullato dai potenziali problemi che potrebbero, forse, verificarsi nel momento in cui andrà smaltito. A maggior ragione ora, con questa ulteriore scoperta che, precisiamo, non è la prima in questo campo e non sarà l’ultima.

Quella del puntare il dito contro i prodotti ecocompatibili è una pratica largamente diffusa, non solo tra chi ha forti interessi nel rallentare la transizione ecologica, ma anche tra i cittadini. Spesso si incappa in conversazioni sulle possibili problematiche legate alla diffusione su larga scala di tecnologie verdi, perdendo però di vista due aspetti che giustificano, eccome, la necessità di investire massicciamente nel settore green.

Il primo di questi riguarda la convenienza in termini di emissioni. Il ciclo di vita di una macchina elettrica nel suo complesso, ad esempio, ha un impatto ambientale molto minore rispetto a quelle alimentate da combustibili fossili. Basti pensare ad alcuni degli argomenti maggiormente cavalcati dai più diffidenti, quali lo smaltimento della batteria o, più in generale quando si parla di energia solare, dei sistemi di accumulo. Già oggi ci sono aziende specializzate nel recupero o nel corretto smaltimento di questi “scarti”, rendendo quindi quelle affermazioni poco più che sterili polemiche.

Ma c’è anche un altro punto che vale la pena trattare. Le alternative non ecocompatibili, come ad esempio le automobili “tradizionali” o le centrali a carbone e a gas, solo per fare alcuni esempi, presentano esattamente lo stesso tipo di problematiche. Che fine fa un’automobile ormai obsoleta? E cosa ne sarà della centrale a gas o a carbone una volta che verrà dismessa? In tutte queste situazioni ci sarà un alto costo ambientale da pagare. Eppure il dito viene puntato viene puntato solo contro le alternative sostenibili.

Come siamo arrivati a questo punto?

Questa situazioni ai limiti dell’assurdo è frutto, come spesso in questi casi, di un’astuta strategia comunicativa delle grande multinazionali, oltre che di un’informazione piuttosto superficiale sull’argomento ad opera dei media, con una conseguente percezione alterata della realtà da parte dei cittadini. Già con le tecnologie che abbiamo a disposizione oggi le tesi degli scettici sono facilmente confutabili. Inoltre gli ingenti investimenti che continuano ad esser fatti nel campo dell’energia pulita permettono di avere un cauto ottimismo nella risoluzione di alcune problematiche che, è vero, ad oggi esistono, ma che comunque già così rappresentano un’alternativa decisamente migliore dal punto di vista ambientale rispetto al cosiddetto business as usual.

Siamo comunque nel bel mezzo di una vera propria battaglia tra due forze antitetiche che, però, vengono giudicate in modo assolutamente imparziale. Solo quando si arriverà a guardare alla realtà in maniera oggettiva e, perchè no, scientifica, la tanto agognata transizione ecologica troverà dinanzi a sè la strada spianata.

Due anni dal primo sciopero di Greta. L’ambientalismo è passato di moda?

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Il 20 agosto 2018, Greta Thunberg, una ragazza allora quindicenne, si sedette per la prima volta davanti al parlamento svedese con un cartello che recitava: “Sciopero per il clima”. È stato l’inizio di un’enorme ondata di mobilitazione ecologista. Per un anno e mezzo i ragazzi di tutto il mondo hanno riempito le piazze con cartelli, canti, flash-mob, costringendo la politica a fare i conti con le nuove istanze delle giovani generazioni. Anche le aziende hanno captato il cambiamento e da qualche tempo non c’è pubblicità che non abbia al suo interno qualche riferimento ambientale. Eppure, la pandemia ha radicalmente rallentato l’onda verde e ha drasticamente rivolto altrove l’attenzione del pubblico. Che cosa rimane dunque delle battaglie di questi due anni? È già ora di relegare questo capitolo di ambientalismo in uno dei cassetti della storia? O ci sono speranze che qualcosa sia davvero cambiato?

Il fenomeno Greta. L’ambientalismo e le giovani generazioni

Ricordo ancora il mio primo sciopero a Torino. Era il 1° febbraio 2019 e avevo sentito che alcuni studenti si ritrovavano per protestare per il clima. La cosa che mi stupì di più arrivando in Piazza Castello fu l’età media dei ragazzi, 16-18 anni, e il loro profondo livello di informazione riguardo la crisi climatica. Eravamo in 15 quel giorno, ma mi raccontarono che cinque di loro facevano la stessa cosa già da dicembre, imitando la ragazza svedese fino ad allora poco conosciuta. Greta Thunberg aveva infatti già rilasciato qualche discorso ma solo gli esperti di ambientalismo le avevano prestato davvero attenzione.

A mio parere, sarebbe certamente riduzionistico credere che i milioni di studenti scesi in piazza nei mesi successivi siano riconducibili in toto al cosiddetto “effetto Greta”. Certamente la giovane attivista svedese ha il merito di aver creato una tattica nuova e vincente. Saltare la scuola è una scelta radicale, che suscita dubbi e costringe dunque a chiedersi le motivazioni di tanta determinazione. Allo stesso tempo però, è bene riconoscere che gli scioperi per il clima hanno avuto successo perché la popolazione giovanile era pronta a esprimere una sensibilità ambientale che non si vedeva dai movimenti ecologisti degli anni ‘70.

Leggi il nostro articolo: “Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per saltare la scuola”

Due anni di attivismo ambientale e l’arrivo della pandemia

Nei mesi successivi Torino è diventata una delle più attive città italiane in campo ambientale, grazie anche al coinvolgimento di importanti esperti quale Luca Mercalli e ai contatti instaurati fra i giovani attivisti e i loro colleghi europei. Roma, Milano, Napoli, Firenze, fino ad arrivare alle città più piccole, sono state travolte dal passaparola mediatico di Fridays For Future. Il 15 marzo 2019, durante il primo sciopero globale per il clima, un milione di giovani italiani ha invaso le piazze per reclamare il diritto al futuro. Sono seguiti altri tre scioperi globali e gli slogan sono diventati veri e propri sit-in; ogni venerdì è stato dedicato ad un aspetto specifico della crisi climatica, come il ruolo delle multinazionali o della fast fashion, la scarsità idrica o la solidarietà per gli incendi in Amazzonia. L’ambientalismo in Italia non era stato così attivo da decenni.

Il quinto sciopero globale per il clima era previsto per il 24 aprile 2020, ma a causa del lockdown è stato modificato in versione online. È innegabile che le piazze piene, così come erano state fino a gennaio, abbiano sortito tutt’altro effetto rispetto a un hashtag condiviso sui social. Così come è innegabile che la pandemia nel suo insieme abbia radicalmente ridotto l’attenzione mediatica rivolta alla crisi ecologica. Ciò è avvenuto nonostante tantissimi studi abbiano nel frattempo confermato che l’espansione di nuovi virus, quale appunto il Covid-19, sia strettamente legata al peggioramento delle condizioni climatiche. A poco sembrano essere servite tutte le riflessioni positive e propositive nate in quarantena, quando gli animali hanno invaso le città silenziose e la natura trionfava di fronte a una società “messa in pausa”.

I risultati ottenuti. Una moda o un cambiamento tangibile?

Il virus, con la sua imprevedibilità e il carico di novità senza precedenti che ha portato con sé, ha conquistato il primo posto di tutti i TG e delle discussioni interpersonali. Di fatto, dalla fine del lockdown l’ambientalismo sembra essere stato relegato in un cassetto, come se fosse finita ormai una moda, una tendenza, spazzata via dalla prioritaria emergenza sanitaria, con buona pace delle multinazionali che ora non dovranno più sforzarsi di attuare strategie di greenwashing per ingannare i clienti. Resta quindi da chiedersi: questi due anni hanno fatto davvero la differenza? O la pandemia ha solamente aiutato a spazzare via tutto? L’ambientalismo è già passato di moda?

Guardando la panoramica generale e i dati delle maggiori statistiche a riguardo, si può affermare che l’onda verde abbia senza dubbio contribuito a modificare l’agenda politica del mondo e le abitudini della popolazione. Un gruppo di ricerca del UK Centre for Ecology and Hydrology ha analizzato le parole chiave delle ricerche online. Ne è emerso che le espressioni “azioni climatica” e “emergenza climatica” sono cresciute di 20 volte nel 2019, soprattutto grazie agli scioperi per il clima e alle proteste di Exctinction Rebellion. Il Dr. Thackeray ha voluto sottolineare che ad un aumento delle ricerche ha corrisposto l’evoluzione del linguaggio: i termini “emergenza” o “crisi climatica” hanno sostituito le espressioni standard come “cambiamento climatico” e “riscaldamento globale”. Più in generale, la copertura dei media nei confronti dell’ambientalismo e delle proteste ad esso correlate sono duplicate dalla metà del 2018.

Leggi il nostro articolo: “Perché la crisi climatica non sembra un’emergenza”

La pandemia potrebbe aver favorito l’ambientalismo

Un altro studio rilasciato dalla BBC ritiene che la pandemia potrebbe nel suo insieme aver aiutato la causa dell’ambientalismo. Infatti, durante il periodo di costrizione in casa, molte persone hanno attuato dei cambiamento radicali nel proprio stile di vita, fra cui per esempio la necessità di rinunciare ai viaggi di lunga distanza e la possibilità di lavorare in smartworking. Questa riduzione globale del movimento ha portato al più grande crash di consumo di combustibili mai registrato nella storia. Ma non solo. La professoressa Elise Amel dell’ Università di St Thomas ha fatto notare che molti atteggiamenti sostenibili intrapresi durante il lockdown, sebbene adottati a causa del virus e non per un diretto amore per l’ambiente, potrebbero perdurare anche in futuro.

Si attuerebbero quindi degli effetti “spillover”, per cui grazie a un’attenzione nata da un obbligo ne deriverebbe un’abitudine permanente e un cambiamento più radicale. Lo smartworking è solo l’esempio più lampante, ma lo studio si riferisce anche al ritorno al turismo locale e al bisogno individuale di riconnettersi con la natura. Lo studio sottolinea però che questi cambiamenti individuali avranno senso solo se la politica e le industrie faranno la loro parte. In questo senso, la ricerca chiarisce che l’opinione pubblica è fortemente schierata per una ripresa economica che sia anche sostenibile dal punto di vista ambientale. Dai dati Ipsos di maggio 2020 si evince che il 75% delle persone analizzate in 16 paesi si aspetta che i propri governi considerino l’ambiente una priorità nei recovery plans post-Coronavirus.

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Intervista Ispos Mori che chiedeva ai partecipanti se il proprio governo dovesse considerare l’ambiente una priorità nei piani di ripresa post-Covid. Fonte: Ipsos 2020

Il bilancio di Greta: “Il mondo oggi nega ancora”

Nonostante questi dati positivi, Greta Thunberg ha dichiarato di essere parecchio delusa. Il divario fra quello che si sta facendo e ciò che sarebbe necessario è ancora molto ampio. Ecco infatti che cosa ha dichiarato al Guardian, in una lettera scritta con tre colleghe attiviste alla vigilia dell’incontro con la consigliera Angela Merkel:

Guardando indietro, sono successe molte cose. Milioni di persone sono scese in strada per unirsi alla lotta decennale per la giustizia climatica e ambientale. E, il 28 novembre 2019, il Parlamento Europeo ha dichiarato l’emergenza climatica. Ma in questi stessi due anni, il mondo ha anche emesso più di 80 gigatonnellate di CO2. Abbiamo visto continui disastri naturali prendere piede in tutto il mondo: incendi, ondata di caldo estremo, uragani, alluvioni, tempeste, lo scioglimento del permafrost e il collasso di ghiacciai e interi ecosistemi. Molte vite e mezzi di sussistenza sono andati persi. E questo è solo l’inizio.

Oggi, i leader di tutto il mondo parlano di “crisi esistenziale”. L’emergenza climatica è discussa in innumerevoli commissioni e Summit. Sono stati posti obiettivi, sono stati fatti grandi discorsi. Eppure, quando si tratta di agire, siamo ancora in uno stato di negazione. La crisi climatica non è mai stata trattata come una crisi. Il divario fra quello che dobbiamo fare e quello che si sta effettivamente facendo continua ad ampliarsi. Concretamente, abbiamo perso altri due anni cruciali di inazione politica”.

Cultura: la chiave dell’ambientalismo. Le nuove mobilitazioni in programma

Forse è ancora troppo presto per redigere bilanci. Cambiamenti di questo genere necessitano anni per essere metabolizzati. Inoltre, la chiusura delle scuole e di tutti i progetti legati al mondo dell’associazionismo ha sicuramente inciso negativamente in questi mesi. Ricordiamo infatti che è la cultura, in tutti i luoghi in cui essa viene declinata, a fare davvero la differenza. Intanto, possiamo prendere con positività i dati sopra riportati e sperare che siano i semi di un cambiamento che deve ancora del tutto iniziare.

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Vogliamo inoltre segnalare che i ragazzi di Fridays For Future non sono per nulla spariti: per il prossimo weekend c’è in programma una manifestazione in alta montagna per alzare l’attenzione sulla crisi climatica e sullo scioglimento dei ghiacciai. Invitiamo tutti i lettori a riprendere nuovamente la via della mobilitazione e dell’informazione, sottolineando che la pandemia non è stata una parentesi o la fine di un capitolo, bensì la più ampia manifestazione che la crisi climatica è qui e ora.

Leggi il nostro articolo: “Trivellazioni in Alaska e incendi in California: l’incubo americano”

Legno, l’economia circolare cresce costantemente

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Grazie al sistema Rilegno sono state avviate a riciclo circa 2 milioni di tonnellate di legno, negli ultimi 12 mesi. Si stima che la filiera garantisca intorno ai 6mila posti di lavoro e un risparmio, in termini di anidride carbonica, prossimo al milione di tonnellate annuale.

Il mondo Rilegno

Rilegno è un consorzio nazionale. Esso raccoglie, recupera e ricicla imballaggi in legno. Nato nel 1997, in seguito all’entrata in vigore del Decreto Ronchi (Decreto legislativo 22/1997). Operando all’interno della sfera CONAI, il consorzio nazionale imballaggi, ha il compito di garantire il raggiungimento di obiettivi, fissati dalla legge, per il recupero degli imballaggi legnosi. L’importante mission di Rilegno è quella di garantire modelli sostenibili di produzione e consumo.

I settori ove il consorzio è impegnato sono svariati. Al fine di ottimizzare le prestazioni degli imballi, estendendone e migliorandone l’utilizzo, si occupa di prevenire la produzione del rifiuto. Oltre a ciò raccoglie gli scarti, provenienti sia da superficie pubblica che dalle sedi commerciali e industriali. Estrae la materia prima legnosa da ogni volume raccolto e, infine, favorisce l’economia di manufatti ottenuti dal riciclo, stimolandone il riutilizzo.

Rilegno: un nuovo orizzonte per l’economia circolare del legno

Un anno di successi

“La crisi sanitaria ed economica che stiamo attraversando ci ha lasciato alcune incognite. I dati del 2019, però, confermano un trend in costante crescita. La raccolta gestita dal Consorzio è stata portata al massimo livello mai raggiunto dal sistema.” Afferma Nicola Semeraro, il presidente di Rilegno. Il consorzio da lui gestito, infatti, ha registrato un’annata di successi, durante lo scorso anno. Per quanto riguarda la prima metà del 2020, nonostante le ovvie difficoltà legate alla pandemia, Rilegno non ha mai fermato il suo ciclo di economia circolare. Il sistema ha infatti continuato a garantire anche in questo difficile anno la raccolta e l’avvio al riciclo del legno sull’intero territorio peninsulare.

È anche grazie al consorzio se le cassette per l’ortofrutta dismesse diventano componenti per una cucina o un tavolo e se il pallet si trasforma in un arredo di design all’ultimo grido. Nei 12 mesi dell’anno scorso, Rilegno ha raccolto e avviato a riciclo 1 milione 967mila tonnellate di legno, incrementando il suo volume di materia prima del 1,77% sulle dodici mensilità 2018. In tal maniera si è dato un contributo sostanziale, non trascurabile, al raggiungimento di quella percentuale del 63,11% di riciclo per gli imballaggi in legno in Italia che è tra le più alte d’Europa. La UE, infatti, chiede ad ogni Paese membro di attestarsi annualmente su una soglia – decisamente troppo bassa – del 30%. Il dato italiano è oltre il doppio di quell’insufficiente valore.

Legno e riciclo

La maggior parte di tutto questo legno accumulato è composta di pallet, imballaggi industriali e ortofrutticoli, confezioni di alimenti. Ben 676mila tonnellate della quantità raccolta, comunque, provengono dalla pulizia urbana. Grazie a convenzioni bilaterali stipulate tra Rilegno e ben 4mila 545 Comuni italiani, confluiscono nel sistema moltissimi materiali provenienti dal consumo domestico. Vecchi mobili, cassette di vino e liquore o per ortofrutta, nonché tappi in sughero, tutti questi materiali giungono all’interno del consorzio grazie all’impegno delle amministrazioni locali.

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Nel grafico semplificato di Legambiente, una spiegazione di come operi l’economia circolare

Per quanto riguarda le circoscrizioni regionali, quelle che forniscono a Rilegno la maggior quantità di materia prima sono, naturalmente, le più popolose: Lombardia (484mila tonnellate, valore prossimo al 25% del totale), Emilia Romagna (278mila), Piemonte (171mila), Veneto (poco distante, a 162mila tonnellate) e Toscana (152mila).

L’attività di rigenerazione del pallet è fondamentale in un’ottica di prevenzione. Va dunque sottolineato quest’aspetto. Grazie alle 839mila tonnellate di pallet riparate e ripristinate, sarà possibile reimmettere sul mercato oltre 60 milioni di pallet già utilizzati, evitando di doverseli procurare nuovamente.

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Una seconda vita per il legno

Dopo la raccolta, gran parte del legno viene riciclato in stabilimenti situati nell’Italia del Nord; la zona che, come abbiamo visto, è quella che ne avvia al riciclo la maggior quantità. Questi impianti sono in grado di destinare un’altissima percentuale di materiale legnoso che riciclano (siamo intorno al 95%) alla creazione di pannelli truciolari. Tale produzione è indispensabile all’industria del mobile. Questi siti, inoltre, trasformano il legno già utilizzato in pannelli OSB (Oriented Strand Board, una tavola composta di trucioli lunghi e stretti), pallet block, blocchi di legno cemento destinati all’edilizia e pasta di legno per cartiere e compost. Gran parte del fabbisogno di legno dell’industria del mobile italiana è soddisfatto da materia riciclata. Il legno, ricordiamo, è uno dei materiali più riutilizzabili in assoluto.

Diagramma concettuale dell’ottimizzazione per i materiali legnosi impiegati nel settore arredo, il più vicino alla vita quotidiana di tutti noi, secondo i principi dell’economia circolare. Grafico: Home Green Blog

L’impegno di Rilegno sorregge dunque un indotto veramente capace di ridare vita a quel legno che riterremmo lacero, usurato e inutilizzabile. Il sistema rappresenta appieno le virtù del riciclaggio e lo fa trattando di un materiale importante come il legno. Riutilizzare questa materia prima ci consente di apprezzare al meglio il valore del legno; salvare alberi, evitare importazioni di legname dall’estero le quali, in alcuni casi, potrebbero essere fonte di disboscamento forsennato e preservare una situazione idrogeologica già non ottimale come quella italiana. Una buona gestione forestale deve proprio evitare l’aumento di questo rischio e tutti i problemi ad esso connessi. È davvero piacevole raccontare una storia di successo come quella di Rilegno.

Rilegno, prospettive future

“Questa paralisi mondiale dovuta al COVID-19 ci costringe a rivedere i nostri stili di vita e le nostre scelte ad ogni livello. Governo, impresa e individuo. Dobbiamo orientarci ai valori e ai principi della sostenibilità e della protezione dell’ambiente e dell’ecosistema in cui viviamo. E dal momento che la sostenibilità passa anche dai materiali che utilizziamo, siamo convinti che il legno sia il materiale su cui puntare per un futuro ecosostenibile. Naturale, circolare, riciclabile all’infinito e sostenibile per eccellenza, il legno è certamente la risposta migliore per un’economia che vada di pari passo con il rispetto dell’ambiente e dell’uomo.” Conclude Semeraro. Difficilmente qualche parte di questa sua intervista suonerà nuova a chi legge abitualmente l’EcoPost.

La filiera del riciclo del legno offre ancora importanti margini di sviluppo. Una ricerca condotta lo scorso anno dal Centro Studi MatER del PoliMi, il Politecnico di Milano, ha stimato che il sistema di riciclo del legno sostenuto da Rilegno generi un impatto economico di 1,4 miliardi di euro. Tale dato si riferisce soltanto al recupero di legno. Se ci aggiungiamo anche il riutilizzo si raggiungono i 2 miliardi di euro. Ciò significa creare un numero di posti di lavoro vicino ai 6mila e abbattere le emissioni di anidride carbonica CO2 di quasi un milione di tonnellate. Niente male.

Diciamolo dunque una volta in più, riciclare è la strada giusta.

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BlackRock pubblica l’elenco delle aziende poco attente al clima

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BlackRock è un colosso nel mondo degli asset management. Si tratta, per chi non lo sapesse, di una società leader globale nella gestione del risparmio che si occupa principalmente di pianificazione finanziaria. L’obiettivo dichiarato della società è il raggiungimento del benessere finanziario dei propri clienti, siano essi privati o società. Specialmente queste ultime, rappresentano il core business aziendale. Di BlackRock abbiamo già parlato, qui su l’EcoPost, in seguito all’impegno aziendale di rilanciare gli investimenti che tutelino, o comunque non danneggino l’ambiente, strada intrapresa tra luci e ombre qualche mese fa.

In ottima forma

Sono stati dichiarati i conti di BlackRock per il secondo trimestre 2020. Gli utili sono stati migliori delle attese, con afflussi che ammontano a ben 100 miliardi di dollari anche durante il picco della volatilità del mercato dovuta alla pandemia. Tra aprile e giugno, la società ha evidenziato un EPS di 7,85 dollari per azione, in crescita di un sontuoso 22,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. I soli ricavi del gruppo sono aumentati del 3,7% (dunque di 3,65 miliardi di dollari) mentre quelli dovuti alle attività gestite hanno registrato un aumento pari al 7%. Ammontano ora a 7,32 trilioni di dollari. Che cifra è? Lasciamo stare. Il consensus per l’azienda era fermo sotto i 7 dollari per azione. I risultati di BlackRock hanno ampiamente superato queste stime.

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Rallentiamo un attimo per chi mastica meno la materia finanziaria. Gli indicatori appena utilizzati possono apparire complicati ma in realtà non è così. Per EPS (earnings per share, in italiano utile per azione) si intende la redditività, in un determinato momento, del titolo azionario della società. Il consensus, invece, rende in valore numerico quali siano le aspettative degli analisti finanziari sulle prospettive di un determinato titolo quotato in Borsa. Esso è la media matematica di tutte le previsioni realizzate dagli esperti del settore e relative ad un titolo o a una società. In definitiva, BlackRock appare in ottima forma. Che c’entri qualcosa il suo reiterato impegno per l’ambiente? Vediamo come stanno le cose, su quel fronte.

BlackRock fa sul serio per l’ambiente?

Larry Fink, CEO di BlackRock e autore della lettera con la quale, ad inizio 2020, l’azienda si impegnava a dedicarsi a investimenti favorevoli all’ambiente, sembrerebbe essere passato dalle parole ai fatti. Il gigantesco gruppo di risparmio ha individuato 244 aziende colpevoli di “compiere progressi insufficienti nell’integrare il rischio climatico nei rispettivi business model.” La società di asset management non si è limitata a stilare una lista nera di bambini cattivi; ne ha anche mandati 191 dietro la lavagna. A questi gruppi, infatti, l’azienda di Larry Fink ha “notificato lo stato di sorveglianza e il rischio di voto contrario nei confronti del management di tutte quelle aziende che non compieranno progressi sostanziali entro il 2021.” Nel caso delle altre 53 aziende, invece, BlackRock ha già votato contro, quest’anno. Insomma, un primo passo, da parte del gigante della finanza è stato compiuto.

Ricordiamo che BlackRock è presente, come principale partner finanziario, nei consigli di amministrazione di moltissime aziende. I tentacoli dell’azienda guidata da Fink sono robusti e potenti. Spesso BlackRock è un alleato di ferro del management delle aziende di cui fa parte, dal momento che nessuno ne mette in dubbio l’autorità. Uno strappo tra il CEO di una data società e il suo miglior consigliere finanziario, può tradursi in una sostituzione del CEO, quando non in un rimpasto profondo dell’intero consiglio di amministrazione. Per la prosperità e i guadagni di una compagnia, affinché gli investimenti siano quanto più redditizi possibile, è importante che BlackRock e la testa della ditta restino allineate.

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La lista dei bocciati di Fink

Numerosi brand, tra i 53 già bocciati da Blackrock, sono nomi noti. In alcuni casi, si tratta addirittura di aziende recidive, già celebri per non essersi impegnate a sufficienza per l’ambiente, anzi, spesso di averlo proprio trascurato volutamente. Per citare qualche nome, nell’elenco troviamo Exxon, Chevron, Daimler e Lufthansa. Exxon è una compagnia che porta avanti da tempo una condotta discutibile relativamente all’ambiente. BlackRock ha voluto bacchettare il colosso petrolifero per questo motivo. L’azienda ha affermato: “Ci stiamo confrontando con Exxon da parecchi anni sul tema della gestione del rischio climatico. Nel 2020 abbiamo manifestato all’azienda come continuiamo a vedere un gap nella trasparenza e nelle azioni del gruppo in relazione alle numerose componenti della gestione di questo rischio.” Così si legge nel report intitolato Il nostro approccio alla sostenibilità.

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Laurence “Larry” D. Fink, ceo di BlackRock. Foto: BlackRock.com

in sede del consiglio di amministrazione di Exxon, BlackRock ha auspicato un maggiore allineamento alle raccomandazioni della task force creata dal Financial Stability Board (FSB), un’organizzazione internazionale che monitora il sistema finanziario globale e dà linee guida alle imprese, e ai criteri di rendicontazione del Sustainability Accounting Standards Board (SASB), un board che identifica, gestisce e riporta quei criteri di sostenibilità che più interessano gli investitori. Gli standard SASB sono sviluppati a partire da feedback richiesti periodicamente a compagnie, investitori e a tutti gli altri attori dei mercati finanziari. Il processo è variabile di indagine in indagine, trasparente e tracciabile. La possibilità di verificare questi due parametri permetterebbe di capire al meglio se Exxon stia inserendo il rischio clima nella propria strategia a lungo termine. Il sospetto è che non lo stia facendo.

Business is business

L’operato di BlackRock appare netto e deciso. Il colosso finanziario è davvero diventato improvvisamente green? È più probabile che la svolta ambientale per il leader della gestione di asset sia una questione di affari. Torniamo a citare il documento aziendale che ritrae l’approccio di BlackRock alla sostenibilità. “Il nostro impegno nasce dalla convinzione che il rischio climatico sia parte del rischio investimento. Integrare fattori come sostenibilità e clima nei portafogli può fornire agli investitori rendimenti migliori rettificati per il rischio.” Si può crederci o no. Sicuramente, però, una società importante come BlackRock non resta sorda all’opinione pubblica. Negli ultimi tempi la questione climatica è salita alla ribalta, come ben sa chi legge abitualmente le nostre pagine, e molto di questo merito si deve a quell’adolescente svedese che si chiama Greta Thunberg e al movimento che è riuscita a creare. Fink e i suoi squali non possono certo non cavalcare un’onda simile.

La questione però potrebbe non essere limitata al tenere alta la reputazione di BlackRock e ad arricchire i suoi clienti nell’immediato, dietro le quinte di questo improvviso impegno a favore del clima, si potrebbe annidare una strategia a lungo termine. Dobbiamo infatti considerare che i fondi previdenziali sono tra i principali clienti dell’azienda di Manhattan. BlackRock gestisce pensioni in tutto il mondo. Per stimolare e tutelare investimenti di questo tipo, che giocoforza sono legati alla conservazione dell’attuale stile di vita e al mantenimento delle condizioni sociali odierne, mostrarsi attenti e impegnati verso la tutela del Pianeta è una buona mossa. Non impegnandosi con convinzione su tale tema, si potrebbe andare a minare la fiducia di grandissimi investitori – anche istituzionali – forse fino al punto di stimolare in essi il disinvestimento.

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BlackRock, la compagnia padrona del mondo. Disegno: Investigate Europe

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BlackRock, il report sulla sostenibilità

Ritorniamo al report sulla sostenibilità. “Tutte le nostre attività di gestione degli investimenti mirano a promuovere prassi di governance aziendale in grado di creare valore a lungo termine per i nostri clienti. Nella stragrande maggioranza dei casi, essi investono per raggiungere obiettivi di lungo termine come la pensione. Abbiamo la responsabilità di verificare che le aziende gestiscano correttamente i rischi legati alla sostenibilità e provvedano adeguata informazione in materia.” Più chiaro di così.

L’impegno di BlackRock

Ad ogni modo, indipendentemente dalle sue reali motivazioni, l’azienda sta dimostrando un impegno concreto. Sta tenendo fede alle parole e agli impegni presi qualche mese fa. Questo fatto è quello che conta maggiormente. Come ci ha insegnato Niccolò Machiavelli, il fine giustifica i mezzi, è proprio il caso di dirlo. L’impegno attivo di BlackRock per il clima si può declinare con due parole. La prima è engagement, termine inglese traducibile con la parola coinvolgimento. “Le nostre azioni di engagement relative al clima si concentrano su società operanti in settori ad alta intensità di carbonio. Nel loro insieme, esse rappresentano una quota significativa della capitalizzazione di mercato e delle emissioni di anidride carbonica nelle rispettive aree geografiche.” Si legge ancora sul Nostro approccio alla sostenibilità.

Anche il voto contrario in cda, tradizionale strumento della finanza, è una strada molto praticata dalla società, lo abbiamo visto in apertura. C’è chi sospetta che l’attivismo di BlackRock, però, si debba al fatto che, nel corso degli scorsi anni, l’azienda è stata spesso nell’occhio del ciclone. Il gruppo di Fink, infatti, è stato ripetutamente accusato di non aver mai applicato quei criteri di sostenibilità che ora pretende da altri.

In una intervista alla CNBC, Fink parla della posizione ambientale di BlackRock e di che cosa stia facendo la sua azienda per combattere il surriscaldamento globale. L’intervista è in lingua originale.

Giovanni Sandri, country head di BlackRock per l’Italia, ritiene che non sia così e plaude all’operazione. “Puntiamo sulla trasparenza e con questo report lo stiamo dimostrando. È un tema di educazione, anche per aiutare l’opinione pubblica a formarsi idee corrette e aiutare le aziende a fare meglio. Si tratta dell’unica maniera per progredire su questo versante.” Sandri ha ragione, ci auguriamo che sia solo questo l’obiettivo della sua azienda.

Continueremo a monitorare la situazione e a tenerci (e tenere voi lettori) al pari con i futuri sviluppi di questa vicenda. Come abbiamo già detto in passato, sarebbe un grande segnale se un gigante come BlackRock si impegnasse seriamente, in prima persona, nella lotta al cambiamento climatico.

Quanto inquinano le multinazionali del latte

Multinazionali del latte

Recentemente, lo IATP, Institute for Agriculture and Trade Policy, ha rilasciato un dettagliato rapporto, intitolato Milking the Planet: How Big Dairy is heating up the planet and hollowing rural communities. Tradotto dall’inglese, lingua in cui il documento è stato stilato dalla ONLUS statunitense – tedesca con sede nel Minnesota, il titolo del rapporto suona più o meno così in italiano: mungere il Pianeta: in che modo le multinazionali del latte stanno riscaldando la Terra e svuotando le comunità rurali. Questa intestazione lascia ben poco spazio all’immaginazione. Andiamo ad approfondire la spinosa questione.

Logo del report, Foto: IATP

I gas ad effetto serra

Il rapporto di cui sopra è impietoso. Secondo gli studi riportati nel documento, le emissioni totali combinate di gas serra di 13 tra le maggiori aziende lattiero- casearie sono aumentate dell’11% soltanto nel biennio tra il 2015 e il 2017.

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Aumento delle emissioni delle multinazionali del latte, grafico: IATP

Il GHG (greenhouse gas) di cui si parla è un terribile inquinante poiché è capace di intrappolare il calore nell’atmosfera. I principali GHG sono anidride carbonica (CO2), metano (CH4), protossido di azoto (N2O), esafluoruro di zolfo (SF6), idrofluorocarburi (HFCs, ove la s finale sta per il plurale inglese) e perfluorocarburi (PFC). Anche il vapore acqueo gioca un ruolo importante come agente dell’effetto serra ma si tratta di una formazione naturale, non influenzato direttamente dalle attività umane – le quali causano invece tutte le emissioni precedentemente elencate – dunque non viene incluso tra i gas ad effetto serra.

Ci sarebbe dunque un legame tra l’espansione del settore lattiero – caseario a livello industriale e l’aumento delle emissioni di gas serra. I numeri ora analizzati ce lo dimostrano. Come se il solo problema ambientale non bastasse, la lotta che i grandi poli industriali fanno alle piccole aziende agricole, già impari, si è ulteriormente sbilanciata a seguito della crisi causata dalla pandemia.

Le multinazionali non si curano della propria impronta ambientale

Davvero preoccupante è l’affermazione dello IATP, riportata nel rapporto, secondo la quale nessuna delle 13 multinazionali esaminate ha preso impegni chiari per ridurre le proprie emissioni. L’impronta di carbonio di queste lunghe catene di approvvigionamento del latte non sembra importare ai manager. A onor del vero, 3 di queste aziende hanno stilato obiettivi climatici. Tali target ambientali, messi nero su bianco, coinvolgono l’interezza della loro filiera. Sull’altro piatto della bilancia però, tristemente, troviamo un peso maggiore. Meno della metà delle multinazionali prese in esame riporta le proprie emissioni. Nuovamente, non sembrano neppure interessarsi al problema.

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L’incuranza delle multinazionali di fronte alle loro emissioni, Grafico: IATP

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Vigilare sull’irresponsabilità

“Due anni dopo aver riportato le nostre prime stime, il nuovo studio dimostra come l’industria lattiero – casearia resti irresponsabile. I governi devono regolamentare le potenti società che controllano il latte. Queste multinazionali vanno obbligate a pagare il conto per il loro impatto sull’ambiente e sulla salute pubblica. ” Evidenzia Shefali Sharma, direttore di IATP Europa e autore del rapporto. “I paesi industrializzati si sono dati il compito di aumentare le proprie ambizioni climatiche eppure queste aziende continuano ad espandersi in potenza. La loro produzione aumenta mentre le comunità rurali soffrono. I governi possono e devono reindirizzare i fondi pubblici per consentire ad agricoltori e allevatori di produrre e salvaguardare il loro sostentamento, oltre che il pianeta. Quelle politiche che forniscono le maggiori possibilità di fermare la sovrapproduzione e garantire prezzi equi ai produttori sono le stesse che possono aiutare a ridurre le emissioni.” Ha aggiunto Sharma, alla pubblicazione del suo report.

A Parigi, nel dicembre 2015, durante la celebre conferenza COP21, i governi decisero di frenare le emissioni globali. Nel corso del solo anno 2017, però, le emissioni di gas serra sono aumentate di 32,3 milioni di tonnellate sull’anno precedente. L’equivalente di 6,9 milioni di auto in strada per un anno intero, per un consumo di 13,6 miliardi di litri di benzina. In quello stesso anno, le emissioni combinate delle multinazionali e della grande industria lattiero – casearia, hanno superato quelle dei principali produttori di carbonio. Ci riferiamo alla BHP e alla ConocoPhilips, aziende che vivono producendo combustibili fossili.

Le multinazionali del latte dimostrano irresponsabilità e si curano ben poco delle proprie emissioni. È dunque necessario che vi sia qualcuno a vigilare su di esse e punirle all’occorrenza. Sono in grado di farlo i governi? Occorre che ci pensino le istituzioni internazionali? Vanno creati enti ad hoc?

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L’illecito vantaggio delle multinazionali

I due anni sui quali il rapporto si concentra, quelli tra il 2015 e il 2017, hanno visto la produzione di latte aumentare dell’8% a livello mondiale. Ciononostante, in quello stesso biennio, migliaia di aziende agricole a conduzione familiare, o di piccole dimensioni, hanno dichiarato fallimento. Sia in Europa, sia negli Stati Uniti, sia in India, sia in Nuova Zelanda (le quattro principali regioni produttrici del latte), gli agricoltori hanno visto il proprio debito aumentare e il proprio reddito diminuire. È terribile per un piccolo produttore, è un colpo da ko tecnico. Le grandi compagnie, invece, stabili e a prova di crisi, hanno saputo resistere stoicamente anche al COVID-19, con una flessione dei loro guadagni ma nessuna delle loro emissioni.

Le brutte immagini degli agricoltori che gettavano il loro latte, che abbiamo visto anche in Italia, evidenziano le fragilità di un sistema in avaria, concentrato nelle mani di pochi abbienti. Come ricorda il report, è ora di chiedere con maggior forza una gestione dell’offerta che contempli prezzi più equi, limitando al contempo la sovrapproduzione e tutti gli sprechi che ne conseguono.

Il cammino del latte, dalla mucca alla tavola

Quale soluzione?

In conclusione, il rapporto firmato da Shefali Sharma suggerisce una possibile via d’uscita a questa ingiusta – ed inquinante – situazione. “Poiché il settore lattiero – caseario si disintegra in ampie operazioni sotto il controllo di alcune multinazionali, la soluzione sta nella creazione di politiche pubbliche concrete. In tal modo si può affrontare la sovrapproduzione e si possono creare programmi in grado di gestire meglio l’offerta. Vanno create politiche agricole, commerciali e concorrenziali competitive e complementari.”

Un report non prende decisioni, non decide il da farsi. Un report analizza una situazione, ne espone i problemi e ne suggerisce le soluzioni. Fatto questo, ha esaurito il suo scopo. La palla ora deve rimbalzare nel cortile dei governi e delle istituzioni politiche sovranazionali. La decisione adesso diventa politica e abbiamo bisogno di qualcuno che la assuma. Ci dimostrino che le belle parole dette e scritte sull’ambiente negli ultimi tempi non sono finite vittima del nuovo coronavirus.

Ecobonus: cos’è e come funziona il SuperBonus al 110% del Decreto Rilancio

ecobonus

Se ne parla troppo poco, ma la misura inserita dal governo nel Decreto Rilancio per l’efficientamento energetico delle abitazioni potrebbe ridurre drasticamente l’impatto ambientale delle nostre case e, quindi, le emissioni di CO2 che generiamo ogni anno. I gas serra che immettiamo ogni anno in atmosfera a causa della creazione di energia da fonti non rinnovabili sono più 40% del totale. Viene da sè che se questo fardello venisse in buona parte eliminato, grazie agli incentivi inseriti nell’Ecobonus, ne gioverebbero tanto i cittadini, che abbasserebbero drasticamente i costi in bolletta, quanto il settore dell’energia rinnovabile che, con una propulsione di queste proporzioni, compierebbe un sorpasso decisivo su quello dei combustibili fossili, destinato comunque a cadere nell’oblio al massimo entro qualche decennio.

In cosa consiste l’Ecobonus

Senza girarci troppo intorno con paroloni che potrebbero generare confusione, basti dire che la misura messa in campo dal governo per il post-pandemia prevede una detrazione fiscale del 110% delle spese sostenute da cittadini ed aziende per l’efficientamento energetico dei propri immobili. Un incentivo senza precedenti nella storia italiana, che va sicuramente sfruttato. Il provvedimento sarà presto operativo, e lo resterà fino alla fine del 2021. È stato anche presentato un emendamento per prolungarlo di un ulteriore anno, fino al 2022. Di tempo per studiare bene quale sia la combinazione migliore per la propria abitazione, dunque, ce n’è. Così come non manca un’ampia scelta, che rende l’Ecobonus accessibile anche a chi possiede un immobile che, per vari motivi, possa avere bisogno di interventi su vari livelli.

I vantaggi economici saranno acquisibili tramite detrazione fiscale, cessione di credito o sconto in fattura. Un raggio di possibilità che lo rende accessibile praticamente a chiunque.

Come accedere al Superbonus

Il meccanismo è piuttosto semplice. Per ottenere quanto sopra, bisognerà obbligatoriamente portare a termine almeno uno dei tre lavori sotto elencati, ai quali sarà possibile abbinare l’installazione di impianti per l’autoproduzione di energia e sistemi di accumulo. Il super ecobonus con detrazione del 110% della spesa sostenuta si applica a tre tipologie di interventi:

1) Isolamento termico delle superfici opache verticali e orizzontali che interessano l’involucro dell’edificio con un’incidenza superiore al 25 per cento della superficie disperdente lorda dell’edificio medesimo;

2) Interventi sulle parti comuni degli edifici per la sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale esistenti con impianti centralizzati per il riscaldamento, il raffrescamento o la fornitura di acqua calda sanitaria a condensazione, con efficienza almeno pari alla classe A;

3) Interventi sugli edifici unifamiliari per la sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale esistenti con impianti per il riscaldamento, il raffrescamento o la fornitura di acqua calda sanitaria a pompa di calore, ivi inclusi gli impianti ibridi o geotermici.

Come massimizzare benefici economici ed ambientali del Superecobonus

Non siamo un blog che parla di edilizia, per cui approfondiremo in questa sezione solamente la modalità in grado di apportare i maggiori benefici ambientali ed economici alla vostra abitazione.

L’installazione di un cappotto termico è. già da sè, un lavoro che può permettere di risparmiare quasi la metà dei costi di riscaldamento o raffreddamento in bolletta. La dispersione di calore è infatti una caratteristica comune alla maggior parte degli immobili del nostro paese, con un conseguente aumento della spesa relativa al riscaldamento che, a sua volta, comporta un aumento del consumo di gas fossile. Risultato: la bolletta si alza, si inquina di più e si finisce per arricchire tutte quelle aziende che continuano imperterrite ad investire in una fonte di energia altamente inquinante e non sostenibile sul lungo termine. Un metodo di approvvigionamento energetico che, con le tecnologie che abbiamo a disposizione oggi, è di fatto obsoleto.

A questi lavori, grazie al decreto, è poi possibile abbinare una serie di altri miglioramenti che possono includere l’installazione di pannelli fotovoltaici e pompe di calore. Sebbene siano infatti disponibili altre opzioni tra i lavori collaterali inclusi nel provvedimento, la combinazione appena citata è senza ombra di dubbio la soluzione migliore per raggiungere l’indipendenza energetica, abbattere drasticamente i costi in bolletta ed azzerare le emissioni generate dai consumi della propria abitazione.

La pompa di calore è uno strumento che, di fatto, va a sostituirsi alla vecchia caldaia a gas; una tecnologia destinata a diventare solo un brutto ricordo. Si tratta di un serbatoio d’acqua che viene riscaldato grazie all’energia elettrica. O meglio, sono disponibili anche pompe di calore che funzionano con altri tipi di energia. Ma visto che, oltre ai benefici economici, ci teniamo a sottolinearne i benefici ambientali, va sicuramente evidenziato come, quelle che funzionano ad elettricità, siano di gran lunga preferibili da un punto di vista ecologico.

Se alla pompa di calore abbiniamo un sistema di approvvigionamento energetico che si appoggia su dei pannelli fotovoltaici, il gioco è fatto. Non dobbiamo più acquistare energia da nessuno, risparmiamo e non generiamo emissioni. A questo va aggiunto, oltretutto, il risparmio in termini di consumo energetico generato dal cappotto termico.

Tra le spese coperte dal SuperBonus c’è poi quella relativa ai sistemi di accumulo, o batterie. Un accessorio necessario all’immagazzinamento dell’energia proveniente dai pannelli, che permette alla casa di usufruire dell’elettricità creata anche quando i pannelli fotovoltaici non ricevono la luce solare. Risultato: avrete la vostra casa a emissioni zero, e senza aver speso un euro. Inoltre, il risparmio generato sul lungo termine è incalcolabile.

Per ottenere il beneficio economico sarà necessario aumentare la classe energetica della propria abitazione di almeno due livelli.

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Il nostro consiglio

Non approfittare di un provvedimento tanto vantaggioso è da incoscienti. I vantaggi sono enormi tanto da un punto di vista economico, quanto da quello ambientale. Non va inoltre sottovalutata la spinta che le aziende operanti nel settore della green economy riceverebbero qualora queste soluzioni venissero adottate in massa, con buona pace di chi ha inquinato la nostra aria per decenni, arricchendosi sulla nostra salute e su quella delle generazioni future.

Noi vi abbiamo esposto solamente la soluzione che reputiamo migliore. Tuttavia, prima di prendere ogni decisione, è consigliabile rivolgersi ad aziende operanti nel settore, che sapranno trovare la combinazione ideale per la vostra abitazione e dare delucidazioni più precise in merito a tutte le possibili soluzioni.

Se c’è un momento per fare la propria parte stimolando la conversione ecologica del settore energetico, è questo. Una volta che avremo espulso i combustibili fossili dalle nostre case, tutto il resto verrà da sè. E allora, abbiate il coraggio di fare questo primo passo. Se non lo farete ora, potreste pentirvene amaramente.

Per approfondire il tema vi rimandiamo ad una diretta Facebook di pochi giorni fa, organizzata dal Kyoto Club con ospite il sottosegretario Riccardo Fraccaro, padre di questa manovra.

Ripresa: che ne è stato delle proposte green?

Ripresa: il mondo si prepara a ripartire

Siamo ripartiti. Certo, dobbiamo ancora mettere la marcia lunga e non è detto che il nuovo coronavirus non ci raggiunga di nuovo; per il momento però, la curva del contagio appare in deciso calo e ormai le riaperture si susseguono come da programma. E’ una buona notizia ma non arriva sola. Accanto ad essa, infatti, dobbiamo annoverare come la ripresa non si stia affatto dimostrando quella opportunità green che, non solo noi sull’EcoPost, ci auguravamo. Andiamo a vedere alcune decisioni recenti che sono state prese nel mondo.

Cattivi esempi dal mondo

Da diverse latitudini ci arrivano esempi che indicano esattamente il contrario. In numerose parti del mondo, politici ed imprenditori stanno, più o meno alla luce del sole, studiando strategie per ripartire nella più cupa e totale incuranza dell’ambiente. Per queste persone l’unica ripresa a contare è quella economica. Non si curano di tutelare l’ecosistema.

Partiamo dal Brasile e da quella che sembrerebbe essere la sua idea di ripresa. Il governo di Jair Bolsonaro, come ben sappiamo, non è stato esattamente il migliore a gestire l’emergenza COVID-19. Il governo sudamericano ha ampiamente sottovalutato la pandemia e il Paese è, tuttora, uno dei principali focolai mondiali. Il periodo postvirale, però, rischia di essere ancora peggio, se al potere resteranno gli stessi.

Ripresa, perché non indebolire la legislazione ambientale?

Ricardo Salles, il Ministro dell’Ambiente brasiliano, ha dimostrato come sia tale solo di carica. La sua proposta, durante l’ultimo Consiglio dei Ministri, è in disaccordo totale con quello di cui il suo Ministero si dovrebbe occupare. Per quanto incredibile possa apparire, nei termini e nei modi, la proposta ministeriale è esattamente quella che ora andremo ad illustrare, testimoniata da un video che sta facendo scalpore. Salles ha proposto al suo governo di indebolire ulteriormente la legislazione ambientale, già alquanto permissiva in Brasile, poiché ora la popolazione è distratta dal coronavirus.

Jair Bolsonaro, premier brasiliano, con il suo ministro dell’ambiente, Ricardo Salles. Foto: Teleambiente

La questione amazzonica e il piano di sviluppo brasiliano

Nel video in questione, diffuso dalla Corte Suprema brasiliana, Salles afferma: “Dobbiamo fare uno sforzo ora che la copertura mediatica è calata e tutti parlano solamente di coronavirus. Occorre fare pressione per cambiare le leggi e semplificare le norme. Non abbiamo bisogno del Congresso. Con il caos attuale, non ce le faranno mai passare.” Insomma, non solo Salles si dimostra totalmente incurante della tutela ambientale, pur rappresentando un Paese nel quale si trova un’ampia porzione della principale foresta vergine mondiale e che i suoi concittadini stanno abbattendo come se non ci fosse un domani; egli propone anche di bypassare il Congresso e operare in maniera completamente incostituzionale.

La deforestazione amazzonica è aumentata sensibilmente nei primi 4 mesi del 2020, rispetto allo stesso periodo di riferimento del 2019. Gli ambientalisti incolpano apertamente di ciò il premier Bolsonaro, che più di una volta ha dichiarato di voler aprire l’Amazzonia allo sviluppo economico. Distruggendola.

Il disboscamento della foresta amazzonica è aumentato nei primi mesi del 2020

In sua difesa, Salles ha poi esternato: “Ho sempre difeso la de-burocratizzazione e la semplificazione normativa. In tutti i campi. La rete di queste norme insensate ostacola gli investimenti, la creazione di posti di lavoro ed uno sviluppo sostenibile.” Ovviamente, la realtà è ben lontana dalla sua dichiarazione, in quanto sono proprio le norme definite insensate quelle che tutelano la Foresta Amazzonica e gli altri ampi ecosistemi che costellano un Paese magnifico ed estremamente ricco dal punto di vista biologico com’è il Brasile. Queste norme sono sistematicamente infrante e un governo saggio dovrebbe potenziarle, non certo ridurle o proporre di cancellarle, come sta facendo Bolsonaro e il suo governo, assolutamente criminale dal punto di vista ambientale.

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Ripresa, vogliamo davvero seguire l’esempio cinese?

Sul fronte della lotta al nuovo coronavirus, la Cina è stata descritta come un esempio da seguire. Le misure di quarantena imposte alla città di Wuhan e alla sua provincia, Hubei, nei mesi scorsi, hanno segnato il percorso da seguire per il resto del pianeta. Durante quel brutale periodo di lockdown, la qualità dell’aria cinese migliorò notevolmente. Lo stesso avvenne nel resto del mondo. Dopotutto, le strade erano libere e le industrie chiuse per la maggior parte, inoltre gli aerei erano a terra, dunque tutti i principali inquinanti erano fuori causa. In virtù di ciò, in tanti abbiamo auspicato che questo periodo virtuoso potesse proseguire, all’indebolimento dello stato di quarantena. In Cina, però, non è andata proprio così.

Tassi di inquinamento maggiori di quelli previrali

La settimana scorsa è stato reso pubblico un report stilato dal Centro di Ricerca su Energia e Aria Pulita (CREA), un’organizzazione indipendente che si occupa di inquinamento dell’aria, il quale indica con chiarezza come in Cina l’aria sia più inquinata ora che prima della chiusura forzata. Tale indice non riguarda solo lo Hubei, bensì l’intero Paese. Monitorando le polveri sottili; il diossido di azoto NO2; l’anidride solforosa SO2 e l’ozono, nel periodo di riferimento aprile – maggio, è risultato, al netto dei pattern meteorologici, come tutti gli indicatori abbiano superato i rilevamenti del 2019, dall’interruzione della quarantena. Responsabile di questo picco inquinante sarebbe il carbone. In Cina, infatti, sono attive molte centrali che lo trasformano in energia. Ciò spiegherebbe l’alto tasso di anidride solforosa. Quando il carbone viene bruciato, rilascia zolfo; esso interagisce con l’ossigeno presente nell’aria e crea SO2; per tal motivo se n’è rilevata così tanta.

In Cina l’inquinamento dell’aria, al termine del lockdown, ha superato quello del periodo previrale. Nella foto: Shanghai

Cattivi presagi

La situazione cinese è un pessimo monito. Sia nel 2003 – al termine dell’epidemia di SARS – sia nel 2008 – per riprendersi dalla crisi economica globale – la Cina privilegiò un rapido rilancio economico alla tutela ambientale. In entrambi i casi, il gigante asiatico è riuscito a rimbalzare e ritrovare presto la sua leadership economica. Ancor peggio è rilevare come la Cina, negli ultimi anni, stava riscontrando successo nella sua lotta all’inquinamento, una misura lanciata nel 2014 per migliorare la qualità della sua aria. Nel 2019 era stato calcolato come il gigante asiatico avesse salvato la vita di circa 400mila persone nell’anno 2017, grazie alle sue polizze di contrasto all’inquinamento. Si teme che, ora, questo buon lavoro vada perduto perché la priorità sarà la ripresa economica.

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Regno Unito, la ripresa passa per una centrale a gas

Anche in Europa abbiamo esempi di Stati che pianificano di uscire dalla crisi in maniera non sostenibile. Uno, ad esempio è il Regno Unito. Sull’isola britannica, l’anno prossimo, si terrà un summit climatico mondiale e il Paese aveva promesso, sia con Theresa May sia con Boris Johnson, di impegnarsi in prima persona per contrastare il surriscaldamento climatico. Tale vertice si preannuncia già incandescente, poiché il pianeta non è affatto sulla buona strada e sta perdendo la lotta al cambiamento climatico. A Glasgow 2021, probabilmente, sarà necessario prendere misure drastiche. Troppi Paesi, infatti, hanno politiche ambientali assolutamente inadeguate per rispettare gli accordi presi a Parigi nel 2015.

L’alta corte britannica ha autorizzato la realizzazione di una vasta centrale elettrica a gas, dopo mesi di battaglie legali intraprese da associazioni ambientaliste. Anche da queste parti, a quanto pare. conta la ripresa economica, non la tutela ambientale.

La più grande centrale europea

Ci troviamo nel North Yorkshire e da queste parti la Drax, uno tra i più importanti gruppi energetici britannici, sta pianificando la riconversione della Drax Power Station. La centrale, a carbone, produce al momento circa l‘8% dell’energia di cui ha bisogno il Paese. La centrale è considerata molto sporca, essendo un vecchio stabilimento, altamente inquinante. L’azienda vorrebbe riconvertirlo, utilizzando un ciclo combinato di gas. La centrale è da sempre ostracizzata da molti; lo scorso anno l’ispettorato dei pianificatori raccomandò al governo britannico di negare l’autorizzazione a procedere, poiché ciò sarebbe andato a danneggiare gli obiettivi statali nella lotta al cambiamento climatico. Per la prima volta, un grande progetto veniva fermato a causa delle implicazioni ambientali dovute alla sua realizzazione. Sfortunatamente, però, l’ispettorato non ha autorità per fermare un simile progetto: la decisione spetta al governo.

Infatti Andrea Leadsom, al tempo segretario di Stato per l’economia, l’energia e la strategia industriale, rifiutò questa raccomandazione. e diede via libera al progetto ad ottobre 2019. La questione fu allora sollevata da ClientEarth, un’associazione di avvocati sensibili alla tematica ambientale, i quali hanno fatto causa alla Drax. La settimana scorsa, l’alta corte britannica ha dato ragione all’azienda. I lavori per la maggior centrale a gas d’Europa sembrano poter ora cominciare. Il sito fornirà il 75% dell’energia necessaria al Regno Unito.

Progetto della rinnovata centrale nel North Yorkshire. Foto: Guardian

Il dibattito sulla centrale

E’ necessario specificare come la Drax stia, effettivamente, cercando di creare una centrale avanzata e quanto più efficiente possibile, anche dal punto di vista ambientale. L’ambizione della compagnia è quella di rimuovere, non certo aggiungere, CO2 all’atmosfera. Com’è possibile farlo quando si costruiscono centrali che sfruttano combustibile fossile? Queste centrali di ultima generazione hanno un sistema di cattura e stoccaggio di carbone, il quale dovrebbe imprigionare le emissioni. Il primo passo di questa riconversione è l’utilizzo di biomassa rinnovabile o pellet di legno per alimentare la centrale. In secondo luogo occorrerà concretizzare la strategia di cattura e stoccaggio del carbonio. La tecnica si basa sulla capacità di imprigionare le emissioni per poi stoccarle in caverne sotterranee. Il sistema è noto come BECC, bioenergia e cattura del carbonio, un’accoppiata che mira a riconvertire tutte le centrali fossili in avanguardie della produzione energetica a basso impatto.

Gli ambientalisti, però, si fidano poco di Drax e di questo sistema definito rivoluzionario. In fin dei conti, la società britannica ha la non invidiabile reputazione di essere la principale inquinatrice dell’Europa occidentale. Non sono pochi, infatti, gli studiosi che esprimono ancora perplessità riguardo al sistema BECC. La contabilizzazione del carbonio difesa dalla Drax, origina molte incertezze. L’Imperial College di Londra, tramite il suo centro di ricerca Grantham Institute, ha addirittura indicato in un rapporto che il sistema BECC potrebbe rivelarsi totalmente controproducente, trasferendo le emissioni dal livello atmosferico a quello sotterraneo, per via dello stoccaggio underground. Insomma, il potenziale effettivo della bioenergia e cattura del carbonio, resta ancora puramente teorico, originato da una serie di ipotesi complesse e mai testate su vasta scala.

Abbiamo veramente bisogno del gas?

Il caso di Drax, così come gli altri esaminati prima, può portarci a riflettere sulla ripresa. In quale direzione vogliamo andare d’ora in avanti? Al gigante dell’energia britannico va riconosciuto l’impegno di voler arrivare ad un impronta di carbonio inferiore allo 0. In sostanza, l’azienda vuole assorbire più carbonio di quello che produce. Un intento senz’altro nobile. L’atteggiamento degli ambientalisti, d’altra parte, è altrettanto comprensibile. Personalmente neanche io mi fiderei di un gruppo come Drax, specialmente se basa la sua intera strategia futura su teorie effimere e non ancorate a test affidabili. Aldilà di ciò, però, lo stimolo che vorrei fosse tratto dagli esempi portati nei paragrafi precedenti è un altro: abbiamo veramente bisogno di basarci ancora sul gas e sul fossile per il nostro fabbisogno energetico?

Due sentieri per la ripresa

Riporto prima di chiudere le due posizioni, opposte, di Drax e Greenpeace. Che ci siano da stimolo per intraprendere la miglior strada possibile, ora che cominciamo ad affrontare la complessa questione della ripresa post-crisi.

Secondo il gruppo energetico – e a quanto sembra anche secondo il governo e l’alta corte britannici – non c’è nulla di male nel seguire il sentiero del sistema BECC. “Nella transizione alle emissioni 0 prevista per il 2050, il gas naturale rappresenta una fonte affidabile di approvvigionamento energetico. Nel frattempo il settore delle energie rinnovabili continuerà a crescere, supportato da investimenti da record.” Così ha parlato un rappresentante del dipartimento per l’economia, l’energia e la strategia industriale del Regno Unito.

L’opinione di John Sauven, responsabile di Greenpeace UK, è diametralmente opposta: “Costruire nuove centrali a gas quando il Regno Unito si è imposto un target di emissioni 0, non è certo segno di una leadership climatica. Ha anche poco senso dal punto di vista economico. I costi sono maggiori di quelli che servirebbero per puntare su eolico e solare. Investire capitale per aumentare l’inquinamento può essere legale ma non è certo una posizione difendibile.”

 

 

 

 

 

 

 

La questione del litio nel deserto del Cile

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In Cile vi è il luogo più arido della Terra ed è qui che sono presenti grandissime quantità di litio. Tra la cordigliera costiera cilena e quella andina infatti si sviluppa il deserto Salar de Atacama. Qui le piogge sono quasi del tutto assenti, a causa di una corrente fredda oceanica che costringe la zona ad alta pressione permanente. Le due cordigliere montuose, svettanti, riescono a bloccare qualsiasi influsso di aria fredda. Veri e propri temporali, da queste parti, si vedono solo una volta ogni 40 anni circa. Le città di Toconao e San Pedro Atacama, unici due considerevoli agglomerati nel deserto, riescono ad avere acqua per il loro fabbisogno grazie allo scioglimento delle nevi andine. I ruscelli e fiumi che dalle montagne sfociano nel deserto possono avere piene anche considerevoli. Aldilà dell’interesse turistico, ad ogni modo, il Salar fa notizia per un altro motivo.

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Il deserto dell’Atacama

Litio: sfruttamento e pericoli in Cile

“I Paesi che comprano il litio dovrebbero capire che se nel deserto non ci sarà più acqua per noi sarà la morte. Qui non c’è solo energia, stiamo combattendo per la nostra vita.” Non usa mezzi termini Sonya Ramos, attivista cilena e leader indigena delle popolazioni del Salar. La sua intervista, rilasciata al Guardian, che ha anche girato un video a riguardo, è stata rilanciata anche dall’Internazionale.

La fascia desertica salata dell’Atacama, nel nord del Cile, detiene circa il 30% delle riserve mondiali di litio. Questo prezioso metallo si ottiene tramite un processo di evaporazione dell’acqua. Non serve spiegare quanto essa sia rara nel deserto, nonostante, come si è detto poco prima, le comunità locali abbiano trovato il modo di sopperire alla scarsità di acqua grazie allo sfruttamento delle riserve andine. Il boom della tecnologia che utilizza il litio ha trasformato l’area in una delle zone minerarie più sfruttate sulla Terra. Il fragile ecosistema del deserto salato corre il rischio di essere distrutto. Se così fosse, le riserve idriche locali, non copiose, finirebbero per essere prosciugate e la triste previsione di Ramos per divenire realtà.

Poco distante dall’Atacama si trova il Salar de Uyuni, in territorio boliviano. Le caratteristiche sono del tutto simili a quelle cilene, per cui anche a tali latitudini le aziende che operano nell’estrazione di litio stanno spadroneggiando nel deserto, incuranti dell’habitat e della vita delle comunità locali.

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Il valore del litio

In forma pura, il litio è un metallo tenero color argento. Esso si ossida rapidamente a contatto con aria o acqua. Tra gli elementi solidi è il più leggero e i suoi impieghi principali sono nelle leghe, come conduttore di calore; in alcuni medicinali che combattono il disturbo bipolare e, soprattutto, nelle batterie ricaricabili dei dispositivi elettrici, come componente principale. Consideriamo che nel mondo si contano 7,9 miliardi di sim e, dunque, ci sono più cellulari (soprattutto smartphone) che persone, oltre naturalmente a laptop, console per videogiochi e altri dispositivi i quali utilizzano gli ioni di litio nelle loro batterie e ci rendiamo presto conto di quale sia la richiesta di questo metallo.

La tecnologia che utilizza il litio è a basso impatto e piuttosto facile da integrare. Il metallo è in grado di assorbire elettricità e immagazzinarla, dunque è perfetto per i dispositivi portatili dai quali siamo ossessionati. Calcoli recenti segnalano che passiamo addirittura 7 ore al giorno, in alcuni casi, ad additare il nostro device. A partire dal 2007, la domanda mondiale di batterie agli ioni di litio è aumentata a livello esponenziale. Negli ultimi 15 anni dunque, inevitabilmente, sempre più società hanno ampliato i propri sforzi per soddisfare le richieste internazionali e l’estrazione salina è divenuta la norma.

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Estrazione salina del litio

Elettrolisi del litio e applicazione all’elettronica di consumo

Il litio si produce tramite elettrolisi. Senza perderci oltre nell’affascinante chimica, ciò significa che subisce trasformazioni tramite apporto di energia elettrica. Nel corso di tale processo si utilizzano solitamente cloruro di litio e cloruro di potassio fusi, all’interno di celle in acciaio rivestite con materiale refrattario. Il litio fuso, al loro interno, si accumula presso un catodo in acciaio.

Elettrodo potentissimo, la bassa massa atomica del litio gli regala un alto rapporto potenza – peso e una carica elevata rispetto a metalli concorrenti. Una batteria agli ioni di litio può generare circa 3 V per cella. Una al piombo, ad esempio, non riesce ad andare oltre 2,1 V; una in zinco-carbone non supera neppure 1,5 V. Le batterie al litio sono usa e getta, utilizzabili come pile primarie. Quelle che abbiamo nei nostri cellulari sono agli ioni di litio, ricaricabili e con alta densità di energia.

La ricchezza del suolo del Cile e il suo sfruttamento selvaggio per il litio

A causa dell’alta presenza di litio nel suo suolo, il Cile è oggi un significativo campo di battaglia tra due antichi sfidanti ben noti a chi legge l’EcoPost: l’interesse economico e la tutela ambientale. Il Paese sudamericano è ricco di risorse. Il Cile è il primo produttore mondiale di rame e litio. A queste latitudini troviamo anche giacimenti di ferro, molibdeno, piombo, zinco, oro e argento. Nella parte meridionale del Paese è molto diffuso anche il carbone. L’attività estrattiva e l’export di minerali rappresenta circa un terzo del PIL nazionale.

Si stima che la richiesta di litio potrebbe raddoppiare entro il 2025. La Sociedad Quimica y Minera, azienda cilena operante nell’estrazione di litio, ha promesso che triplicherà la produzione di litio nel corso dei prossimi 10 anni. Azionista di maggioranza di SQM è la famiglia di Augusto Pinochet, alla quale, futile dirlo, interessa ben di più il proprio conto in banca che la tutela del territorio del Salar e di chi lo abita. Quando snoccioliamo i numerosi – e indiscussi, sia chiaro – vantaggi delle energie rinnovabili, consideriamo anche la doppia faccia di tale medaglia. Il mondo si sposta verso le fonti green, ci auguriamo, eppure per poter sfruttare le batterie delle auto elettriche e digitalizzare il lavoro diventeremo dipendenti dal litio. Se per ottenerlo dobbiamo desertificare l’America del Sud e l’Africa, potremmo davvero vantarci della transizione energetica? Il fine della riconversione fino a che punto giustifica l’ulteriore impoverimento delle aree più povere del mondo?

Sono decisioni politiche, ma pensiamoci quando decidiamo di comprarci il nuovo iPhone perché quello vecchio ha compiuto un anno, o quando al nostro smartphone affianchiamo uno smartwatch perché va di moda.

Leggi anche: “Africa, la grande muraglia verde per fermare la desertificazione”

Le proteste nell’Atacama per il litio del Cile

“Consideriamo il bacino del Salar dell’Atacama come un sistema vivente. La distruzione di una sola delle sue parti influenzerà necessariamente il resto. L’acqua nel Salar è vita e quindi intendiamo come dovere etico dello Stato garantirne la protezione per la conservazione della vita in tutte le sue forme.” Scrivono gli attivisti membri del comitato di difesa del Salar. “Comprendiamo l’importanza del litio come materia prima per le batterie utilizzate in settori come le energie rinnovabili e le auto elettriche. Non accettiamo però, in nessuna circostanza, che ciò implichi il sacrificio di acqua e vita nel nostro territorio. Le batterie al litio non sono ecologiche. La loro impronta ambientale viene semplicemente ignorata.”

Proteste per limitare lo sfruttamento nell’Atacama

Sonya Ramos e i suoi concittadini hanno percorso, a piedi, 350 km nel deserto cileno, giungendo fino alla città di Antofagasta, il capoluogo dell’omonima regione, per sollecitare le autorità a non ampliare l’attività estrattiva. La protesta è stata inevitabilmente travolta dall’ondata di proteste che ha affollato Santiago, la capitale cilena, negli scorsi mesi di disobbedienza civile. Il pueblo cileno, infatti, è sceso in piazza per protestare contro un governo considerato affamatore ed anacronistico. La voce degli attivisti, però, pare sia stata ascoltata. Resta ora da vedere se i toni concilianti delle istituzioni siano solo una strategia per tentare di calmare la mareggiata delle proteste che rischia di allagare le stanze dei bottoni cilene.

 

 

L’ambiente dopo il COVID: come ripartire?

Fase 2: nella ripartenza ricordiamoci dell'ambiente

Aspettavamo il 4 maggio con ansia, lo attendevamo da quando il premier lo segnalò come data per l’alleggerimento delle misure restrittive dovute alla pandemia, e finalmente è arrivato. Ora un primo livello dell’agognata normalità è tornato e ne siamo lieti. Naturalmente, l’emergenza non è passata e si corre il rischio di dover tornare indietro, nella sventurata ma realistica ipotesi di una risalita del contagio. Visti i dati comunque incoraggianti, relativamente alla curva del virus, riscontrati negli ultimi giorni, chissà che ora non si possa riprendere a parlare di ambiente, a recuperare il discorso da dove lo avevamo interrotto, a causa del nuovo coronavirus.

Comincia la Fase 2, l’economia spera di ripartire. Illustrazione: Vector

Ambiente e COVID

I due concetti sono legati e lo sono in maniera evidente, anche se in pochi ne parlano. L’EcoPost già ne ha scritto, come ricorderà chi legge con maggior frequenza. Se lo sfruttamento ambientale ha agevolato la diffusione dell’agente patogeno, è inevitabile pensare che l’ecosistema non possa essere trascurato nella fase di ripartenza, quella nella quale ci auspichiamo di lasciarci la pandemia alle spalle.

Un apprezzabile effetto della quarantena forzata è stata, come ben sappiamo, la riduzione pressoché omogenea, a livello globale, delle emissioni inquinanti. Prova tangibile di questo trend è stata, ovviamente, la picchiata dei prezzi del petrolio, giunto in territorio negativo per la prima volta nella storia. Ciò ci ha fatto subito sperare in una concreta riduzione della produzione dell’oro nero, per il futuro almeno più prossimo. Sfortunatamente non è affatto detto che le cose vadano così.

Petrolio: l’impatto sul futuro

Non è affatto semplice ridurre bruscamente la produzione petrolifera, o addirittura interromperla. Consideriamo che la gran parte dei depositi di petrolio sono contenuti all’interno di rocce porose. Per riuscire ad estrarre il greggio occorre forzarne, è il caso di dirlo, la fuoriuscita tramite una costante pressione. Più invecchia il pozzo, più diventa costoso estrarne petrolio. L’atto pratico della chiusura di un pozzo è molto caro. L’operazione poi rischia di diventare un vero e proprio salasso, anche per un signore del petrolio, qualora si dovesse chiudere un pozzo per poi magari doverlo riaprire poco dopo, causa nuovo aumento della domanda. Siamo tristemente a conoscenza del fatto che la nostra società, in nome di una crescita che non guardi in faccia niente e nessuno, è più che disposta a sacrificare l’ambiente sull’altare economico – finanziario.

Barili di petrolio. Foto: Key4biz

Almeno fino all’inizio dell’allarme COVID, lo status quo è dipeso dal petrolio. A sua volta, il settore petrolifero è dipeso da generose iniezioni di capitale, le quali hanno finanziato esplorazione e produzione. Auspichiamo almeno che questa fastidiosa pandemia ci serva da insegnamento, portandoci a riflettere sugli errori dovuti al voto che l’umanità ha fatto al petrolio.

Ipotesi e speranze ambientali

Circola una tesi che ci piace molto. Alcuni sociologi ritengono che i cambiamenti nel nostro comportamento, introdotti dal nuovo coronavirus, potrebbero restare con noi, donandoci nuova sensibilità e regalando al mondo una duratura riduzione dell’inquinamento. Per Goldman Sachs, una delle maggiori banche d’investimento mondiali, al calo della domanda di petrolio nel 2020 seguirà un brusco aumento del prezzo dell’oro nero nel 2021. L’industria petrolifera, secondo questo rapporto, potrebbe non essere in grado di tenerne il passo. Il vuoto causato dai petrolieri potrebbe essere presto riempito dalle rinnovabili, indirizzando il pianeta verso un futuro energetico più pulito e rispettoso dell’ambiente. C’è però anche chi pensa il contrario.

E’ credenza molto diffusa quella che le emissioni risaliranno non appena la domanda di viaggi aerei tornerà a crescere, specialmente nei paesi emergenti. Per LGIM – Legal & General Investment Management, una compagnia di investimenti londinese – l’attuale crollo del prezzo del petrolio sarà un doloroso boomerang, in quanto gli automobilisti saranno stimolati ad acquistare autovetture di cilindrate maggiori, esattamente come avvenne quando i SUV divennero più accessibili. Tali veicoli si diffusero a macchia d’olio, anche nelle città e altri luoghi nei quali, francamente, hanno davvero poca praticità ed utilità, se non quella di appagare un gusto estetico. Ancora una volta, un capriccio umano va a danneggiare l’ambiente. E, in questo caso particolare, il capriccio non è di una multinazionale, un imprenditore senza scrupoli o una corporate venture che deve proteggere ed incrementare un fatturato gigantesco, bensì del privato cittadino.

Lo studio di Goldman Sachs

E’ interessante approfondire lo studio riportato qualche riga fa. Goldman Sachs, nell’individuare uno spiraglio per le energie rinnovabili, ci porta anche a conoscenza di una verità poco piacevole ma della quale dobbiamo cominciare a prendere atto.

Gli analisti della banca d’investimenti affermano: “Il 2020 è fin qui testimone del più massiccio declino delle emissioni globali di anidride carbonica di sempre. C’è possibilità di un ulteriore calo a seconda della durata dell’impatto sul settore trasporti e sull’attività industriale.” Le crisi di ampia portata avute in precedenza, però, hanno sempre portato ad un rimbalzo di emissioni energetiche al loro termine. Gli esempi portati sono quelli del 2008 (fallimento della banca Lehman Brothers) e 1979 (crisi petrolifera). Diversamente dagli altri due casi, però, questa volta le emissioni sono in calo da più tempo. Nel 2019 avevamo già riscontrato una loro flessione, che ora è diventata più netta. Per proseguire la via virtuosa che abbiamo intrapreso, comunque, occorrerà mantenere il percorso nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

Lo schema di Goldman Sachs illustra bene come le fonti rinnovabili siano state via via più utilizzate nel corso degli ultimi 20 anni

I governi dovranno evitare di incentivare le industrie operanti nel fossile, evitando di dar loro supporto se si vuole davvero tagliare questo cordone ombelicale che ci tiene legati a loro. Lo faranno o invece si appelleranno ai posti di lavoro che corrono il rischio di andar perduti? Governi ed investitori saranno finalmente pronti ad investire in maniera decisa e continuativa su forme di energia diverse dal fossile? Ci si presenta di fronte un’opportunità, al termine di questa crisi. Dobbiamo sfruttarla al meglio, per la tutela dell’ambiente ed il bene del nostro Pianeta.

Ambiente: siamo in forte ritardo

Il ritardo è tale che potremmo aver definitivamente perso il treno. Nel dicembre 2015, alla celeberrima conferenza di Parigi, ci eravamo dati un obiettivo ambizioso. L’accordo sottoscritto in quella sede da 195 Paesi si poneva l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale e mantenerlo al di sotto dei 2 gradi Celsius a lungo termine. Tale obiettivo, oggi, ci appare pressoché irraggiungibile. Il calo delle emissioni di cui abbiamo or ora parlato rende più agevole il cammino, senza dubbio, eppure l’obiettivo appare ancora decisamente fuori portata. Per concretizzare quello scenario dovremmo mantenere il calo delle emissioni costante tra il 3,5 e il 6,5% da qui al 2050. Le stime per il 2020 dicono che quest’anno ce la faremo, dato che si prevede una riduzione intorno al 5,4% sui dodici mesi. Per i prossimi 30 anni però?

Il grafico mostra chiaramente il calo delle emissioni dovuto al nuovo coronavirus. Gli altri rettangoli negativi rappresentano la crisi petrolifera e quella seguita al fallimento della banca Lehman Brothers

“Gli sforzi complessivi per ridurre le emissioni di anidride carbonica potrebbero non essere sufficienti per raggiungere l’obiettivo dei 2 gradi.” E’ la lapidaria affermazione degli esperti di Standard & Poor, autori di uno studio similare a quello analizzato e realizzato da Goldman Sachs. “Affinché si realizzi lo scenario ci vorrebbe una riduzione di emissioni equivalente a quella provocata dal COVID – 19 ogni anno, per i prossimi tre decenni.”

Le speranza nelle rinnovabili

In definitiva, il futuro prossimo energetico appare nebuloso, esattamente come quello sanitario. Eppure dovrebbe apparire abbagliante, ora più che mai, la necessità di impegnarsi seriamente sul fronte delle energie rinnovabili. Ci si presentano davanti mesi in cui occorreranno scelte importanti. Se l’assenza di liquidità resetterà il settore petrolifero, lasciando in salute solo le compagnie maggiori, quelle in grado di assorbire lo shock economico e finanziario, con chi si schiereranno società e politica? Con le aziende del fossile o con quelle del rinnovabile? Non è il momento giusto per stilare programmi di supporto e aiuto all’energia pulita?

Interessante approfondimento di Super Quark riguardante le energie rinnovabili

Numerosi istituti finanziari hanno già iniziato, prima della pandemia, a dirottare capitali sui settori della cattura di anidride carbonica o dello sfruttamento di green energy. I giovani ricchi, una categoria di cui poco si parla ma che rappresenta una fetta consistente di investitori, frequentemente desiderano impegnare il proprio denaro in sostenibilità e tecnologie verdi. La Banca d’Inghilterra e altri attori del mondo economico e finanziario hanno cominciato ad integrare, nelle loro stime di rischio, le conseguenze del cambiamento climatico. Di fatto, ciò significa gli investimenti legati alle rinnovabili saranno considerati meno rischiosi, e dunque agevolati, a dispetto di quelli ancora legati al settore petrolifero. Il sentiero è stato preparato e la strada è ora chiaramente indicata da questi enti. E’ un ottimo percorso da imboccare all’uscita del tunnel COVID – 19, resta solo da vedere se sarà seguito.

Parco del Virunga, i bracconieri uccidono 12 ranger

virunga

Siamo nella Repubblica Democratica dell Congo, in uno dei Parchi più belli, ma anche più pericolosi de mondo. Il Parco Nazionale del Virunga è patrimonio dell’Unesco dal 1975, ma oggi come allora è minacciato dai signori della guerra, dagli estrattori di petrolio e dai bracconieri. Questi ultimi, il 10 aprile di quest’anno, hanno fatto una strage, uccidendo ben 12 ranger.

La dinamica dell’accaduto

Un membro del governo congolese ha riferito quanto segue. Un gruppo di civili stava attraversando il parco sotto la scorta di 15 ranger armati, quando un gruppo di 60 uomini appartenenti alle Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (una milizia ribelle Hutu) ha fatto loro un’imboscata. Durante l’attacco 12 ranger e altre quattro persone hanno perso la vita.

A causa dell’altissima quantità di vittime questo attacco è il più mortale avvenuto sino ad ora, come afferma il governo congolese “il più mortale”. Ma molti altri altrettanto spaventosi si sono verificati nel corso degli anni all’interno del parco. Nel 2018 6 ranger sono stati uccisi e il Parco Nazionale era stato chiuso ai turisti per un anno intero, compromettendo una buona parte dell’economia del Paese. Nell’arco di 20 anni 182 ranger hanno perso la vita per salvare il parco e i suoi visitatori dalle milizie ribelli.

L’oro nero del Parco del Virunga

Il Parco Nazionale del Virunga è uno dei luoghi più ricchi di biodiversità della Terra ed ospita gli ultimi rari esemplari di gorilla di montagna. Questi ultimi, per il loro valore nel mercato del contrabbando illegale, sono spesso bersaglio di bracconieri. Di qui la presenza dei ranger, il cui compito è difendere questi esemplari dall’estinzione.

Parco del Virunga
Un gorilla di montagna nel Parco del Virunga

Ma non solo. In anni recenti il Parco è stato bersaglio di trivellazioni, poiché custodisce una grandissima riserva di petrolio. Le operazioni di estrazione possono compromettere gli ecosistemi, ma anche, ovviamente, alimentare il riscaldamento climatico, un fenomeno i cui effetti colpiranno duramente e prima dii molti altri lo stesso continente africano.

Le attività illecite di estrazione nel Parco del Virunga

Formalmente le compagnie petrolifere come SOCO International non hanno il permesso di estrarre petrolio dalle aree protette, come quella del Virunga. In pratica, però, vi sono state alcune operazioni illegali di trivellazione. Nel 2017 l’attivista Rodrigue Katembo è stato insignito del Goldman Environmental Prize per aver denunciato attività estrattive illecite.

Nel 2018 Il primo ministro Augustin Matata Ponyo ha dichiarato che le autorità hanno contattato l’UNESCO per trovare un modo affinché potessero “esplorare giudiziosamente” all’interno del parco al fine di “raccogliere i profitti delle sue risorse a beneficio delle persone che vivono lì”. Il futuro delle estrazioni nel Parco del Virunga è quindi ancora molto incerto.

Una storia dalle antiche radici

Vi è poi una questione storica che riguarda l‘ etnia Hutu. I leader delle Forze di Liberazione del Ruanda, infatti, sono collegati al genocidio avvenuto nel 1994 per mano degli estremisti Hutu nei confronti dei Tutsi e degli Hutu moderati. In cento giorni sono infatti morte dalle 800.000 al milione di persone: il più cruento massacro del xx secolo dopo la seconda guerra mondiale.

Il conflitto trova le sue radici nel colonialismo tedesco prima e belga poi, che ha calcato le orme della più classica mentalità imperialistica basata sul dividi et impera. Una locuzione, questa, che si potrebbe declinare, specialmente in tempi recenti, con appropriati delle loro risorse e tienili in pugno.

Leggi anche: “Effetto serra effetto guerra, ovvero l’umanità che si autodistrugge”

Il fatto che questi gruppi di milizie ribelli esistano ancora è segno del fatto che, molto probabilmente, i finanziamenti interessati da parte dei potenti non sono stati interrotti. In poche parole, è probabile che le grandi compagnie petrolifere, i contrabbandieri, ma anche i governi che non vogliono perdere l’occasione di vendere alle nazioni ricche (di soldi, non di risorse) le preziose risorse naturali di cui l’Africa è ricchissima, finanzino le milizie non governative.

Infatti, promettendo loro soldi immediati, armi e un eventuale supporto, chiedono loro di attaccare i ranger che proteggono il parco. Oppure, addirittura, dicono loro di attaccare, rapire, derubare i turisti del parco, creando un clima di paura che disincentiverebbe una sempre maggiore affluenza.

Un documentario in merito ai loschi traffici che hanno interessato il Parco Nazionale è “Virunga” e puoi trovare il trailer e la nostra recensione qui.

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