Nata nel 1993 a Roma, laureanda in Scienze Biologiche. Grazie alla sua famiglia fin da piccola si appassiona alla natura e alla conservazione di quest’ultima decidendo di farne una missione nella vita. Questo la porta in giovane età ad affacciarsi al mondo della subacquea e della fotografia naturalistica, partecipando a corsi (Scuola di fotografia Emozioni Fotografiche) e workshop in tutta Italia, come il “Marine Wildlife 2018” con Canon presso Tethys Research Institute. Durante il liceo vince due premi letterari che la portano ad appassionarsi al giornalismo, specialmente quello ambientale. Affascinata dai lavori delle sue mentori, Ami Vitale e Cristina Mittermeier, punta a diventare anche lei una foto/videoreporter per la conservazione dell’ambiente. Crede fortemente nel potere della parola e delle immagini attraverso le quali spera, un giorno, di poter dare un contributo per la salvaguardia del Pianeta. Nel 2020, grazie a L’Ecopost, le viene data l’occasione di poter affacciarsi al giornalismo e alla denuncia ambientale.
Non è una novità che le candide spiagge dell’isola di Bali vengano periodicamente sommerse dalla plastica, proveniente dal grande Blu. Secondo gli esperti, questo dramma ecologico sta diventando un appuntamento annuale fisso, durante la stagione dei monsoni; a causa della cattiva gestione dei rifiuti e per via della sempre più crescente crisi globale da inquinamento marino. L’ultimo episodio ha inaugurato il 2021, dando il via ad un altro anno all’insegna del vero mostro dei mari: la plastica.
Plastic Bali
No, non è il titolo di un nuovo film in uscita nelle sale a gennaio, ma lo scenario davanti al quale si sono ritrovati i balinesi nei primi giorni dell’anno nuovo. La sabbia bianca delle tipiche spiagge indonesiane lascia il posto a tonnellate di materiali plastici.
I litorali maggiormente colpiti sono quelli di Kuta, Legian e Seminyak collocati a nord dell’isola. In due giorni sono state raccolte circa 90 tonnellate di rifiuti, e durante il secondo giorno di raccolta la quantità è raddoppiata fino a 60 tonnellate.
La stagione monsonica porta alla luce lo scorretto modello di gestione dei rifiuti a Bali.
Wayan Puja, dell’agenzia per l’ambiente ed i servizi igienico-sanitari della zona di Badung, maggiormente colpita, ha dichiarato:
“Abbiamo lavorato molto duramente per ripulire le spiagge, tuttavia la spazzatura continua ad arrivare. Ogni giorno impieghiamo il nostro personale e camion”.
Nel 2010 l’Indonesia ha prodotto 3,2 milioni di tonnellate di plastica. Circa la metà è finita in mare.
Perchè la plastica arriva a Bali?
La dott.ssa Denise Hardesty, ricercatrice presso l’agenzia australiana CSIRO ed esperta di inquinamento da plastiche, ha affermato che attualmente ne viene raccolta una “quantità enorme” dalle spiagge e che la situazione peggiora di anno in anno. Ma perché?
“Non è un fenomeno nuovo e non ci si deve sorprendere; accade ogni anno, ma è aumentato nell’ultimo decennio. La spazzatura probabilmente non viaggia molto e ci sono molte altre spiagge dell’arcipelago indonesiano che subiscono il medesimo destino.
Nel sud-ovest di Bali le spiagge tendono a raccogliere rifiuti quando piogge monsoniche e venti soffiano da ovest a est (annualmente).
La crescente quantità di plastica portata dal mare è in linea con l’aumento globale della produzione di quest’ultima. Le spiagge di tutto il mondo stanno assistendo ad un aumento dei rifiuti, ma nei paesi monsonici troviamo un effetto stagionale molto più forte.”
La dott.ssa Hardesty ha affermato che la comunità locale sta diventando sempre più attiva nel tentativo di ridurre l’uso della plastica, utilizzando una serie di approcci per affrontare il problema alla radice.
Alcune delle cause principali risiedono nel pessimo trattamento e negli inefficaci sistemi di gestione dei rifiuti in Indonesia; Bali e Java hanno appena iniziato a riorganizzarlo.
Il governatore di Bali, Wayan Koster, ha sollecitato un’azione seria per ripulire le spiagge dalla plastica, enorme attrazione turistica.
“L’amministrazione Badung dovrebbe disporre di un sistema di gestione dei rifiuti a Kuta Beach completo di attrezzature e risorse umane adeguate, in modo che possano lavorare rapidamente per ripulire i rifiuti che giungono sulla spiaggia. Inoltre, nella stagione delle piogge, quando ci sono turisti in visita, i sistemi di trattamento dei rifiuti dovrebbero funzionare 24 ore al giorno. Non si può più aspettare”.
Migliaia di turisti sarebbero normalmente a Bali in questo periodo dell’anno, ma la pandemia da Covid-19 ha duramente colpito l’economia dell’isola e decimato l’industria del turismo, con solo arrivi nazionali.
Le strategie: dall’educazione alla Tourist Tax
A Bali manca l’infrastruttura – o un piano – per affrontare la situazione rifiuti. Se le spiagge sono sempre più piene di bottiglie e buste è anche a causa del turismo, di abitudini molto radicate e di una scarsa consapevolezza del ciclo di vita della plastica, dal momento in cui si butta al mare che la riporta a riva sotto forma di rifiuto.
A fine 2018 il governatore balinese Wayan Koster ha annunciato la messa al bando di polistirolo, buste e cannucce di plastica.
Il governo indonesiano si è ripromesso di ridurre i rifiuti di plastica nel mare del 70% entro il 2025. E l’amministrazione di Bali sta convertendo la discarica di Suwung, che con oltre 30 ettari è la più grande dell’isola e si trova nella capitale Denpasar, in un parco ecologico con termovalorizzatore.
Una delle spiagge più famose di Bali, completamente invasa dai rifiuti.
Sempre nel 2018 è stato redatto un nuovo regolamento che include una tassa di $10 per i visitatori stranieri. Il governatore di Bali ha affermato che le entrate derivate dalla tassa andrebbero a favore di programmi che aiutano a preservare l’ambiente e la cultura balinese. La nuova tassa viene proposta alla luce della continua battaglia dell’isola contro i rifiuti di plastica, che inquinano le spiagge e le acque circostanti.
Altrettanto essenziale è la sensibilizzazione del singolo cittadino al tema dei rifiuti; di questo, per esempio, se ne occupa la ONG “Bye Bye Plastic Bags” fondata dai giovani del luogo e che mira ad aumentare la consapevolezza sull’impatto dannoso che la plastica ha sul nostro ambiente, animali e salute, condividendo anche come essere parte della soluzione.
Il Mediterraneo, un tempo luogo di incontro fra popoli e culture diverse e fucina di biodiversità, ad oggi si trova a vivere la sua ora più buia. A causa dei cambiamenti climatici e dell’impatto antropico rischiamo di perdere per sempre un ecosistema unico al mondo. Worldrise Onlus, fondata dalla biologa marina Mariasole Bianco, si batte in prima linea per la tutela e salvaguardia del Mediterraneo; recentemente ha lanciato la sua nuova campagna 30×30, con uno scopo ben preciso: proteggere il 30% dei mari Italiani entro il 2030.
Intervista a Mariasole Bianco, presidente di Worldrise Onlus
La campagna 30×30 nasce grazie a Worldrise Onlus, puoi parlarci di quest’ultima?
Worldrise è un’associazione che agisce per la salvaguardia dell’ambiente marino, attraverso progetti creativi di sensibilizzazione che promuovono il cambiamento individuale e la (ri)connessione alla natura. I progetti di Worldrise vengono coordinati e realizzati coinvolgendo le nuove generazioni per favorire conoscenza e formazione dei futuri custodi del patrimonio naturalistico del Mediterraneo.
Mariasole Bianco, la Presidente di Worldrise Onlus Crediti: Worldrise
Worldrise cerca attraverso il suo lavoro di creare conoscenza e consapevolezza circa le meraviglie dell’ambiente marino, le sue problematiche e le soluzioni di cui disponiamo per cambiare rotta. In questo contesto abbiamo da poco lanciato la campagna Italiana 30X30, un percorso nazionale di respiro internazionale; il cui obiettivo è proteggere il 30% dei mari Italiani entro il 2030.
La campagna nasce per diffondere l’importanza e i benefici della protezione degli ecosistemi marini del Mediterraneo, coinvolgendo diversi settori della società, uniti dalla visione comune di un mare italiano produttivo e resiliente, in cui la tutela della biodiversità diventi volano di sviluppo economico e sociale.
Le AMP (aree marine protette)
Perché è necessario istituire delle AMP (aree marine protette) in almeno il 30% dei mari italiani entro il 2030?
Il Mediterraneo è un mare ricco di biodiversità ma secondo la FAO è anche uno dei mari più sovra sfruttati al mondo; le aree marine protette sono il miglior strumento che abbiamo a disposizione per invertire la rotta. In queste aree la biodiversità viene tutelata e salvaguardata in un’ottica di sviluppo sostenibile, in modo che le bellezze del mare e le sue risorse siano fruibili anche per le generazioni future.
Crediti: Worldrise
Al momento stiamo usando il mare come fosse un conto corrente da cui preleviamo in continuazione senza mai versare un centesimo. Le Aree Marine Protette (AMP) sono dei libretti di risparmio, delle polizze assicurative. Un investimento in grado di produrre non solo benefici ecologici ma anche favorire lo sviluppo sociale ed economico.
Nonostante ciò, ne esistono ancora troppo poche: per questo la campagna 30×30 Italia si propone di sollecitare l’istituzione di più spazi dedicati alla protezione del mare.
30×30 Italia, la nuova campagna di Worldrise
30 è il numero “simbolo” della campagna, ci parli dei 30 obbiettivi?
La protezione del 30% dei nostri mari entro il 2030 è un traguardo che si inserisce in un contesto internazionale molto più ampio e che fa riferimento a una “resolution” approvata durante il Congresso Mondiale della conservazione dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) del 2016.
Questa identifica come necessaria la protezione di almeno il 30% dell’Oceano entro il 2030 per garantirne la funzionalità e produttività, ai nuovi target Post-2020 del Global Biodiversity Framework e all’impegno adottato dalla Unione Europea all’interno della “EU biodiversity strategy for 2030 – Bringing nature back into our lives” e recentemente approvato dal Consiglio Europeo.
Obiettivo della campagna: proteggere il 30% dei mari Italiani entro il 2030. Crediti: Worldrise
Naturalmente il perseguimento di questo ambizioso traguardo finale per il 2030 sarà scandito nel corso degli anni da una serie di obiettivi intermedi, che verranno fissati di anno in anno a seconda del perseguimento degli obiettivi dell’anno precedente. Al momento abbiamo fissato gli obiettivi legati al 2021, indicati sul sito www.30×30.it, legati alla ricerca, alla sensibilizzazione e naturalmente all’azione.
Sul sito www.30×30.it alla sezione “Obiettivi”sarà possibile, per chi desiderasse dare una mano, indicare le priorità relative agli obiettivi futuri e suggerirne dei nuovi da inserire, motivandone l’importanza.E’ una campagna inclusiva che oltre a necessitare del sostegno di tutti desidera anche coinvolgere in maniera attiva tutte le parti in gioco, che siano esse individui, associazioni o enti.
C’è speranza per il Mediterraneo?
Sappiamo che il Mediterraneo è considerato uno dei mari più vulnerabili al riscaldamento globale ed uno dei più sfruttati al mondo.Cosa accadrebbe se si raggiungesse il “tipping point” (punto di non ritorno)?
Il Mediterraneo è un mare di straordinaria ricchezza biologica, abitato da oltre .17.000 specie; caratterizzato da una biodiversità che rappresenta, a seconda di come la si calcoli, dal 4% al 25% della varietà di specie marine globali, circa dieci volte superiore alla media mondiale.
Eppure il “Mare Nostrum” sta cambiando in maniera drastica: secondo la FAO, è il mare più’ sovra sfruttato al mondo, con più del 90% degli stock pescati sopra il livello di sostenibilità, la temperatura superficiale delle sue acque ha raggiunto recentemente il massimo storico di 31°C ed in alcune aree la concentrazione di microplastiche si avvicina ai 10kg per km2.
Le conseguenze se supereremo il “tipping point” saranno sicuramente drastiche; si concretizzeranno con una drammatica perdita di biodiversità che avrà pesanti conseguenze economiche e sociali.
Diventare protagonisti è possibile
Se volessimo prendere parte al cambiamento, come dovremmo fare?
Per prendere parte alla campagna esiste la sezione “Partecipa” sul sito www.30×30.it, dove’è possibile mettere a disposizione il proprio sostegno ed eventualmente le proprie competenze. Le iniziative a cui prendere parte in maniera attiva saranno comunicate man mano nel tempo tramite lo strumento della newsletter, a cui è possibile iscriversi nella sezione “Unisciti a noi” del sito. Chi ne avesse la possibilità potrà donare ed eventualmente aiutarci a divulgare questa importante iniziativa.
Possiamo ancora cambiare rotta ma ci rimane pochissimo tempo per farlo. Sappiamo come vincere la partita, abbiamo le soluzioni dobbiamo però agire immediatamente e creare consapevolezza con ogni mezzo.
Di fronte a inquinamento, cambiamenti climatici, pesca eccessiva, perdita di biodiversità e altri problemi scoraggianti, l’iniziativa singola può sembrare una goccia nell’oceano. Ma ogni goccia conta. Ognuno ha la possibilità di essere un grande agente di cambiamento, attraverso l’arte , la ricerca, l’imprenditoria e l’attivismo; attraverso le azioni che ogni giorno possiamo intraprendere per essere dei cittadini e dei consumatori responsabili.
Nessuno deve rimanere indietro, perché le decisioni che prenderemo nei prossimi anni condizioneranno il futuro del nostro pianeta per i secoli a venire.
Pianeta Oceano: il nuovo libro di Mariasole Bianco
Mariasole Bianco, giovane e intraprendente biologa marina, ci mostra in questo volume tutta la bellezza e la fragilità del mare. Con grande competenza e passione, presenta le storie di coloro ogni giorno si battono per la salute degli oceani, e ci ricorda come il futuro del pianeta dipenda da essi.
Crediti: Mariasole Bianco
Potrete trovare ed acquistare il nuovo libro di Mariasole Bianco nella nostra sezione dedicata ai “Libri sull’ambiente”.
Partendo dall’altopiano del Tibet, passando per la provincia cinese dello Yunnan, fino ad arrivare in Birmania, Thailandia, Laos, Cambogia e Vietnam; la vita di 70 milioni di persone dipende dalle acque del fiume Mekong. Purtroppo una serie di infrastrutture in Cina e in Laos stanno trasformando l’ecosistema in maniera drastica.
Le dighe di Cina e Laos
Mentre la pandemia da Coronavirus sembra non esser ancora cessata nei Paesi dell’Indocina, alcuni Stati a monte hanno continuato a costruire sul fiume Mekong. La Cina ed il Laos, hanno costruito rispettivamente 20 ed 11 enormi dighe idroelettriche.
Queste strutture stanno danneggiando gravemente circa 70 milioni di persone che vivono in Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam. A star peggio sono i milioni di vietnamiti che vivono sul delta del Mekong, l’area più bassa del fiume.
Le acque del fiume, che ha reso famoso il film Apocalypse Now, sostengono le immense risaie del Vietnam e della Thailandia; ospitano migliaia di specie animali in uno degli ecosistemi più ricchi al mondo. Ma questo gigante sta dando segni di collasso.
I problemi dello sfruttamento idroelettrico del Mekong non sono soltanto a medio o lungo termine. Nel 2019, il crollo di una diga in Laos provocò un’alluvione che uccise decine di persone e distrusse migliaia di case. Il governo del Laos concluse che l’incidente fu provocato da un errore umano, senza però individuare i colpevoli.
La costruzione delle dighe lungo il corso del fiume Mekong, ha portato disequilibri e povertà in molte parti dell’Indocina.
Migliaia di persone in Cina, in Cambogia e in Laos, poi, si sono dovute spostare per far posto alle centrali e agli annessi bacini d’acqua. Questi ultimi hanno sommerso interi villaggi, abitati per secoli dalle comunità locali che vivevano lungo il fiume e che, non potendo più contare sull’acqua, hanno dovuto cambiare radicalmente stile di vita.
Il Mekong di oggi non è più quello del passato. Dal momento che è stato prosciugato a causa dell’aumento delle dighe idroelettriche, costruite in Cina e in Laos; le quali hanno sconvolto il suo corso negli Stati a valle e minacciato le risorse alimentari di milioni di abitanti.
Inoltre, questi sbarramenti hanno sconvolto la vegetazione e la vita dei pescatori che ogni anno pescano 2 milioni di tonnellate di pesce. Un record mondiale.
Il fiume che soffre
Nel 2019 il bacino inferiore del Mekong ha conosciuto la sua peggiore siccità degli ultimi 40 anni. La colpa principale non è il cambiamento climatico. Sotto la lente c’è la Cina, secondo la maggior parte degli esperti. Pechino ha costruito undici dighe sul tratto cinese del Mekong dall’inizio del secolo, secondo quanto ha riportato Le Monde.
E il Laos rischia di aggravare la situazione con l’apertura, nel 2019, di una nuova grande diga idroelettrica (la quale produce 1.285 megawatts) provocando pesanti conseguenze negative a valle per i pescatori thailandesi.
Immediata la risposta dei thailandesi che hanno dato l’allarme sullo stato in cui versa oggi il quarto maggior fiume dell’Asia. E si sono organizzati in associazioni per difendere l’integrità del Mekong che sta morendo per asfissia. “Si sta andando dritti verso la catastrofe”, hanno fatto sapere, “i tempi della pesca miracolosa sono finiti ed il futuro non riserva niente di buono”.
Oltre alle dighe, il fiume Mekong presenta gravi problemi di inquinamento dovuto agli scarichi di oltre 210 siti industriali; in particolare si rileva la presenza di metalli pesanti e di arsenico.
Secondo uno studio pubblicato ad aprile e finanziato dal dipartimento di Stato americano, la Cina avrebbe trattenuto per sé, solo nel 2019, un volume considerevole di acqua dietro le proprie dighe costruite sul Mekong; senza preoccuparsi della siccità che poteva provocare a valle.
Una tesi confermata dallo studio del centro di ricerche americano Stimson Center. Il Global Times, quotidiano cinese in inglese, il 5 luglio, sosteneva invece, che la Cina è uno dei Paesi ad aver sofferto maggiormente la siccità, contraddicendo gli studi dei ricercatori stranieri che l’accusano di aver provocato la siccità.
La Cina inoltre ha smentito l’esistenza di un legame di causa-effetto tra le dighe e i fenomeni che si sono verificati a valle; come l’aumento delle temperature, meno piogge e più inondazioni. Oggi, dunque, il Mekong è in pericolo e con lui i pesci, la vegetazione, la vita dei pescatori e quella dei contadini che traggono dal fiume la loro risorsa principale.
L’inquinamento
Il fiume Mekong presenta gravi problemi di inquinamento dovuto agli scarichi di oltre 210 siti industriali, in particolare si rileva la presenza di metalli pesanti e di arsenico. È inserito nella lista dei dieci fiumi più inquinati al mondo.
In Vietnam il problema dovuto all’arsenico interessa anche le acque di pozzo destinate all’uso potabile. Contrariamente a quanto spesso si afferma, la pesca abbondante e l’attività di acquacoltura svolta nel delta del Mekong non sono indici di salubrità delle sue acque.
Possiamo trovare moltissimi inquinanti, metalli pesanti come l’arsenico, mercurio, oltre a pesticidi come il DTT. Si tratta di sostanze che agiscono direttamente sui pesci e sulle piante che crescono lungo le sue sponde. Emblema del disastro ambientale è la specie pesce gatto gigante, tipica del fiume Mekong. Un tempo simbolo del fiume, oggi è quasi scomparsa.
A poche settimane dalla cancellazione dello status di area protetta alla foresta nazionale Tongass, in Alaska rischia di consumarsi l’ennesima ingiustizia ambientale; l’uscente amministrazione accelera sulla firma che darebbe il via alle trivellazioni di olio e gas all’interno dell’area protetta Arctic National Wildlife Refuge, il più grande dei 16 National Wildlife Refuge dell’Alaska. Trump non si smentisce.
Alaska all’asta
L’Alaska, un territorio che sembra non poter trovare pace; l’ennesimo smacco della Casa Bianca a questo Paese riguarda ancora una volta la corsa ai giacimenti petroliferi. Il 24 novembre verranno pubblicate le richieste di candidature (call for nominations) per le compagnie energetiche interessate a comprare i diritti per trivellare in un’area di circa 600mila ettari. Le aziende dovranno indicare le zone esatte di interesse, mirate all’esplorazione del sottosuolo per trovare i giacimenti.
Dopo l’ok del Dipartimento degli Interni alle trivellazioni in Alaska, ora per Trump è una corsa contro il tempo per l’assegnazione dei contratti. Difatti, dopo un mese dalla pubblicazione della ‘call for nominations’, l’amministrazione emetterà un avviso per la vendita delle concessioni dei terreni, che dovrà a sua volta concludersi entro il termine ultimo di 30 giorni.
L’amministrazione Trump sembra non voler dare pace ai ricchi territori dell’Alaska.
Le conseguenze di un’eventuale concessione dei territori vedrebbero coinvolto anche il neo eletto alla Presidenza, Joe Biden. Infatti, la sua politica ambientale poco si confà ad una simile strategia economica. Non ci sarebbe da stupirsi se questo fosse, da parte di Trump, un tentativo di far iniziare il mandato dell’avversario con una spina nel fianco, ponendolo in difficoltà con una gran fetta del suo elettorato.
L’interesse delle compagnie
“La politica di indipendenza energetica” dell’attuale amministrazione ha fortemente sostenuto le compagnie petrolifere nella conclusione di contratti, i quali permettono la ricerca e lo sfruttamento del petrolio nella National Petroleum Reserve in Alaska, ad ovest dell’ANWR. A dispetto di ciò, ad oggi solo poche industrie hanno manifestato un reale interesse.
I motivi alla base di ciò, sono di varia natura; dalle rigide condizioni che imperversano in quei territori, alla scarsa quantità di dati geologici del sottosuolo a disposizione. Dalla mancanza di infrastrutture ai prezzi incerti. Non di minore importanza, i rischi ambientali scoraggiano eventuali finanziamenti da parte delle banche, le quali hanno già annunciato che non sosterranno economicamente progetti in quell’area.
Inoltre, la presunta presenza di grandi quantità di petrolio, tali da giustificare l’inizio delle trivellazioni, si baserebbe su dati raccolti negli anni ’80. Un’indagine del New York Times ha rivelato che, sul sito scelto, è stata effettuata una sola trivellazione esplorativa (pozzo esplorativo), oltretutto con risultati deludenti.
Dunque non è ancora chiaro quanto sia autentico l’interesse delle aziende petrolifere. Difatti, dalla concessione dei terreni all’effettivo inizio dei lavori passerebbe un decennio e per allora la domanda mondiale di combustibile fossile potrebbe essere sensibilmente diminuita.
Un tema che divide
Da sempre i vasti e ricchi territori dell’Alaska hanno contribuito a rendere ancor più netta la separazione, già esistente, nel mondo della politica. Da un lato i Repubblicani, i quali hanno ripetutamente cercato di avviare le trivellazioni nella zona costiera che sarebbe ricca di idrocarburi, puntando quindi sulla “politica di indipendenza energetica” e dividendo anche le comunitànative.
Per gli Inupiat, comunità costiera, l’industria del petrolio rappresenta nuovi posti di lavoro; per i Gwich’in, i quali vivono a sud, lo sviluppo rappresenta invece un rischio. Sul fronte opposto, i Democratici, preoccupati invece per i rischi di disastriambientali e per la tutela di specie animali che popolano la zona.
L’Arctic National Wildlife Refuge (ANWR)
L’Arctic National Wildlife Refuge ( ANWR o Arctic Refuge ) è un rifugio nazionale per la fauna selvatica nel nord est dell’Alaska, Stati Uniti. Il National Wildlife Refuge System è una designazione per alcune aree protette degli Stati Uniti gestite dallo United States Fish and Wildlife Service.
Si estende per 78.050,59 km2 nella regione dell’Alaska North Slope. È il più grande rifugio nazionale per la fauna selvatica del Paese. L’ANWR comprende una grande varietà di specie di piante e animali, come orsi polari, grizzly, orsi neri. Ma anche alci, caribù, lupi, aquile, linci, ghiottoni, martore, castori e uccelli migratori.
E’ stato fondato dal presidente Theodore Roosevelt nel 1903, con il fine ultimo di proteggere vaste aree di fauna selvatica e zone umide negli Stati Uniti; questo sistema ha creato il Migratory Bird Treaty Act del 1918.
Gran parte del dibattito sull’opportunità di perforare nell’area 1002 dell’ANWR si basa sull’effettiva quantità di petrolio recuperabile e sul potenziale danno che l’esplorazione petrolifera potrebbe avere sulla fauna autoctona.
La perdita del permafrost in Alaska, ed altre parti del Pianeta, comporta rischi per gli esseri umani e la fauna selvatica. Crediti: US Geological Survey
Le persone che si oppongono alla perforazione nell’ANWR credono che sarebbe una minaccia per la vita delle tribù indigene, le quali fanno affidamento sui prodotti animali e vegetali locali. Inoltre, la pratica della perforazione potrebbe rappresentare una potenziale minaccia per la regione nel suo complesso. Difatti, quando le aziende esplorano e perforano, eliminano la vegetazione e distruggono il permafrost.
A poche ore dalla definitiva uscita di scena degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi, una nuova preoccupazione ambientale si fa strada. Trump dà il sì al disboscamento della foresta Tongass in Alaska; ma c’è ancora una speranza ed è riposta nelle votazioni che a breve definiranno il nuovo Presidente USA.
L’importanza della foresta
La Foresta Nazionale Tongass, che si estende nel sud-est dell’Alaska, con i suoi 68 mila km 2 è la più grande foresta degli Stati Uniti. La maggior parte della sua area è composta dalla foresta pluviale temperata ed è abbastanza remota da ospitare molte specie di flora e fauna rare e in via di estinzione.
La foresta è un immenso serbatoio di carbonio, che assorbe dall’atmosfera più emissioni di CO2 di quante ne rilasci, svolgendo un ruolo fondamentale nel mitigare il riscaldamento globale. Gli scienziati stimano che Tongass detenga tra il 10 e il 12% del carbonio immagazzinato negli Stati Uniti.
“L’Amazzonia del Nord America” è per lo più un regno selvaggio e senza strade. Muschi, licheni, salmoni, cervi, aquile calve e orsi vivono alle pendici di montagne nastrate di ghiacciai blu e ricoperte da verdi boschi.
Ma mentre l’Amazzonia è definita una foresta pluviale tropicale, Tongass, che si trova alle medie latitudini, è una foresta pluviale temperata; ovvero uno dei biomi più rari sulla Terra (si trova solo nell’Alaska costiera e nella Columbia Britannica, nel Pacifico nord-occidentale, nella costa meridionale del Cile e dell’Isola del Sud della Nuova Zelanda).
Cos’ha fatto l’amministrazione Trump?
Il Presidente Trump ha rimosso le protezioni alla foresta del Tongass per permettere la costruzione di strade e l’utilizzo del legname del conseguente disboscamento. Un avviso, pubblicato mercoledì dal servizio forestale, ha affermato che tutti i territori del Tongass saranno aperti al suo sfruttamento. L’amministrazione Trump sta rimuovendo le garanzie in vigore da quasi 20 anni.
A pochi giorni dalle presidenziali, l’amministrazione Trump ha annunciato che il Tongass sarà esentato dalla Roadless Rule del 2001, che proibisce la raccolta del legname e la costruzione / ricostruzione di strade, con limitate eccezioni all’interno di aree designate.
A partire da giovedì 29 ottobre sarà possibile per le industrie del legname farsi strada nella foresta del Tongass, in Alaska.
In una dichiarazione al The Independent, il Dipartimento dell’Agricoltura (USDA), che sovrintende al servizio forestale, ha affermato che la sua decisione di esentare Tongass dalla Roadless Rule è stata presa con “il sostegno significativo dello Stato dell’Alaska e della delegazione del Congresso dell’Alaska, e con una solida considerazione di molteplici alternative e punti di vista delle parti interessate ”.
“Il Dipartimento ritiene che una maggiore flessibilità per la raccolta del legname e la costruzione di strade nel Tongass possa permettere di affrontare le preoccupazioni economiche e di sviluppo locali, bilanciando le esigenze di conservazione della foresta”
Ha aggiunto una portavoce.
Secondo l’USDA qualsiasi progetto deve essere conforme al Tongass Land Management Plan 2016 ed essere sottoposto a revisione ambientale, ai sensi del National Environmental Policy Act (NEPA).
A luglio, l’amministrazione Trump annunciò una revisione proprio della NEPA, indebolendone la capacità di valutare i danni che potenziali progetti potrebbero causare all’ambiente. Tutto ciò sta mettendo a repentaglio la cultura e la sussistenza delle comunità indigene, il ruolo della foresta nella lotta alla crisi climatica e la fauna selvatica già in pericolo.
Biden, l’unica speranza contro la devastazione di Trump?
Joe Biden ha annunciato la sua intenzione, come futuro Presidente, di avviare il Paese verso una vera e propria rivoluzione energetica.
“L’industria petrolifera inquina in modo significativo e deve essere sostituita nel tempo da fonti di energia rinnovabile”.
Ma vincere le elezioni potrebbe non essere sufficiente per realizzare l’agenda sul clima. Un Presidente americano non può infatti implementare un piano di investimenti simili senza prima avere una solida maggioranza sia al Senato che alla Camera. Anche in questo caso, la parola finale spetterà agli elettori.
La distruzione totale delle foreste che più sostengono la vita del nostro pianeta in pericolo deve finire. Come? Un buon primo passo: votare per i politici che prendono decisioni basate su una solida scienza.
Il riscaldamento globale e la sempre maggiore acidificazione delle acque del Pianeta, a causa delle emissioni di anidride carbonica, stanno portando le barriere coralline verso l’estinzione. Saranno i primi ecosistemi al mondo ad estinguersi a causa della nostra incuria? Non è detta l’ultima parola. Dall’allevamento dei coralli alla stampa 3D, gli scienziati stanno utilizzando nuovi metodi per salvare una parte vitale del nostro Pianeta.
La minaccia per le barriere coralline
Le barriere coralline stanno affrontando una minaccia senza precedenti: le emissioni globali di CO2, il surriscaldamento degli oceani, l’acidificazione delle acque e la pesca eccessiva.
Il corallo prospera grazie ad una relazione vantaggiosa con le alghe zooxantelle, che vivono all’interno dei suoi polipi. Queste ultime utilizzano i prodotti di scarto del corallo, fornendogli i nutrienti attraverso la fotosintesi. Le temperature del mare sempre più elevate costringono il corallo a espellere le alghe portandolo a morire letteralmente di fame.
Durante un evento di sbiancamento (bleaching) dei coralli, le barriere coralline arrivano a subire enormi morie. L’acidificazione degli oceani aggrava il problema: erodendo la barriera corallina e costringendo i coralli a spendere molta più energia per costruire i loro scheletri di carbonato di calcio e rallentando il proprio tasso di crescita.
Proteggono le nostre coste dall’erosione, sono le nursery dei pesci che mangiamo e ospitano il plancton che produce parte dell’ossigeno che respiriamo. A livello globale, le barriere coralline sostengono un quarto di tutta la vita marina e un miliardo di persone.
La temperatura media globale è già di 1 ° C più calda rispetto ai tempi preindustriali. Inoltre, il cambiamento climatico sta intensificando i fenomeni meteorologici periodici; come gli eventi di riscaldamento di El Niño, aumentando le temperature delle barriere coralline e riducendo l’intervallo di recupero tra gli eventi di sbiancamento.
Abbiamo perso il 50% delle barriere coralline negli ultimi 20 anni; si prevede che oltre il 90% morirà entro il 2050, secondo una presentazione all’Ocean Sciences Meeting di San Diego, in California, all’inizio di quest’anno.
È uno dei motivi per cui nel 2015 le nazioni del mondo si sono impegnate a limitare il riscaldamento globale a 1,5 ° C sopra i livelli preindustriali, una temperatura che avrebbe consentito alle barriere coralline di sopravvivere. Non è ancora chiaro se raggiungeremo questo obiettivo.
L’uomo e le barriere coralline, una convivenza possibile?
Alcuni studi dimostrano che le barriere coralline hanno maggiori probabilità di riprendersi da un evento di riscaldamento se sono protette da altri stress, come la pesca eccessiva, l’inquinamento da agricoltura e danni da parte delle imbarcazioni.
La Coral Reef Alliance sta lavorando con le comunità di pescatori in Honduras, i quali dipendono fortemente dalla barriera corallina. La pesca eccessiva, e non regolamentata, colpisce le barriere in diversi modi: uno di questi è la rimozione degli erbivori, come i pesci pappagallo. Difatti, il loro pascolo limita la proliferazione delle alghe che danneggia i coralli.
Questa organizzazione non governativa aiuta i residenti attraverso l’acquisto di barche, necessarie al pattugliamento della barriera; fornisce posizioni stipendiate sulla terra ferma e aiuta a diversificare i flussi di reddito, in modo che le persone siano indipendenti dallo sfruttamento dell’ecosistema corallino.
“Possiamo fornire loro alternative quando vi è la necessità di una chiusura temporanea della pesca, mirata a proteggere la barriera corallina; in questo modo possono fornire cibo e un reddito per le loro famiglie. Stiamo costruendo la resilienza nella comunità umana e questo si traduce in resilienza nella comunità di barriera. Con i dati alla mano, la gente ha potuto vedere che gli stock ittici stanno aumentando grazie alle loro azioni”.
afferma Madhavi Colton, direttore della Coral Reef Alliance.
La speranza è che, creando resilienza, le barriere coralline e le comunità che dipendono da esse, saranno in grado di adattarsi e sopravvivere se il clima si stabilizzerà.
Nuove frontiere
Attualmente un gran numero di scienziati, da ogni parte del globo, sta impegnandosi nel trovare soluzioni che possano dare una speranza all’ormai incontrollato declino delle barriere coralline.
Il giardinaggio dei coralli
Nella Grande Barriera Corallina australiana, che ha perso metà dei suoi coralli negli ultimi cinque anni, un progetto innovativo si sta inserendo nell’industria del turismo. Quest’ultima dipende per il 90% dalla barriera.
“Stiamo cercando di costruire un’economia più sostenibile e resiliente, fornendo agli operatori le competenze e gli strumenti necessari per propagare i coralli nei migliori siti della barriera corallina. Ciò è necessario a permettere una ricostruzione.”
afferma David Suggett, professore associato presso l’Università della tecnologia di Sydney.
Il programma di allevamento di Suggett, in corso da quattro anni, si basa sul giardinaggio dei coralli. Il progetto prevede l’incollaggio di frammenti di corallo vivo, recuperati da parti sane della barriera corallina, a scheletri di coralli morti o strutture artificiali di barriera.
L’idea è quella di accelerare il processo naturale, per cui frammenti di corallo o polipi vengono trasportati dalle correnti e si fissano su una scogliera, ripopolandola.
“I tour operator possono ritagliare diverse centinaia di frammenti di corallo sulla barriera corallina in ogni immersione e, entro uno o due mesi, il corallo si incolla naturalmente alla barriera iniziando a crescere”.
Il team ha dovuto creare dei veri e propri vivai , propagando solo le linee madri. Viene usata anche la “fecondazione in vitro”, raccogliendo uova/sperma e fertilizzandoli lontano dai predatori fino a quando i piccoli coralli potranno essere iniettati nuovamente sulla barriera corallina in modo controllato.
L’editing genetico
“Abbiamo scoperto che una diversità di tipi di barriera corallina fornisce la varietà da cui dipende l’evoluzione. Dobbiamo conservare i siti caldi, che sono importanti fonti di coralli resistenti al calore, così come i siti più freddi che possono diventare importanti habitat futuri “.
afferma Malin Pinsky, professore associato presso la Rutgers University, New Jersey
Si è notata una migrazione dei coralli in direzione dei poli, presentandosi in Giappone, in luoghi un tempo ricoperti di alghe, e nell’Australia meridionale. E’ un segno di speranza.
Di fronte a un profondo cambiamento globale, non è sufficiente proteggere semplicemente le barriere coralline dallo stress: è necessario un intervento attivo e un adattamento, dal giardinaggio dei coralli alla rimozione fisica dei predatori di questi ultimi.
Altri vogliono intervenire ulteriormente impiantando in modo selettivo varietà tolleranti al calore, inclusi polipi coltivati in laboratorio, o anche utilizzando Crispr, una tecnologia di editing genetico rapido, per produrre versioni geneticamente modificate e resistenti.
L’utilizzo di coralli estremofili
Un posto dove guardare sarebbe il Golfo di Aqaba nel Mar Rosso settentrionale. A causa di una stranezza geologica, i coralli si sono evoluti adattandosi a condizioni di caldo estremo, prosperando meglio quando l’acqua si riscalda.
Questi coralli potrebbero rappresentare una popolazione preziosa e unica: le ultime barriere coralline in piedi alla fine del secolo. Eppure attualmente sono scarsamente protette , minacciate dall’inquinamento e dal dilagante sviluppo costiero, che ne compromette la resilienza.
“Prendi la Grande Barriera Corallina settentrionale, con tre anni di sbiancamento consecutivo. In alcuni punti, il 70% del corallo è andato perso. Ciò significa che il 30% del corallo è sopravvissuto, forse perché è più tollerante. Questi sono i coralli che producono la generazione successiva, che eredita alcuni di quei tratti “
In effetti, uno studio ha dimostrato che il corallo sopravvissuto allo sbiancamento sulla Grande Barriera Corallina nel 2016 aveva il doppio della tolleranza al calore dell’anno precedente. Ricerche di laboratorio separate rivelano che i coralli possono trasmettere le loro strategie adattive alla prole .
Le barriere coralline artificiali stampate in 3D
L’impianto di estremofili termici, come i coralli di Aqaba, potrebbe accelerare il processo evolutivo di adattamento al calore, ma significherebbe cambiare drasticamente l’ecosistema, che va contro i principi della conservazione tradizionale, e comporterebbe dei rischi.
Le barriere coralline artificiali, anche stampate in 3D, possono fornire una buona struttura ai coralli; inoltre i ricercatori stanno ricreando e sperimentando il “rumore” della barriera corallina. Difatti, è dimostrato che l’utilizzo di altoparlanti subacquei per riprodurre i suoni di una barriera corallina sana (in aree degradate) attiri le popolazioni ittiche nell’area, contribuendo a dare il via al recupero dell’ecosistema.
“Affinché l’evoluzione avvenga rapidamente, di solito, richiede molta morte: questo è il segnale della selezione naturale. In questo momento, siamo nel terribile inizio di quel processo. Credo che molti coralli supereranno questo collo di bottiglia, non si estingueranno, troveranno un modo per stare al passo con il cambiamento climatico, purché si dia loro un po ‘di spazio”.
afferma Michael Webster, un ricercatore della New York University.
In altre parole, dipenderà da una buona gestione della barriera corallina e se l’umanità sarà in grado di gestire il cambiamento climatico. Data la portata dello sbiancamento a livello globale, è una previsione coraggiosa: speriamo che abbia ragione.
Mater Amazonia. The deep breath of the world, è il nome della mostra dedicata al cuore verde della Terra, l’Amazzonia, che porta la firma dei Musei Vaticani. Allestita nei rinnovati spazi del Museo Etnologico Vaticano Anima Mundi, è stata voluta ed inaugurata dal Santo Padre. La mostra è stata prorogata fino al 26 ottobre 2020.
Mater Amazonia. The deep breath of the world
La mostra nasce dal desiderio di Papa Francesco di portare l’attenzione sui temi odierni riguardanti l’Amazzonia.
Locandina della mostra Mater Amazonia, presso il Museo Etnologico Vaticano.
L’enciclica “Laudato sì”ed il sinodo sull’Amazzonia sono la dimostrazione di quanto questo tema sia centrale nel cuore del Papa, tanto da volere e da inaugurare il 18/10/19 una mostra che potesse creare un dialogo concreto tra il pubblico e questo territorio.
La mostra permette al visitatore di immergersi nel cuore naturale e culturale della foresta, ed è divisa in due settori.
Un indigeno presenzia all’inaugurazione della mostra, presso il Museo Etnologico Vaticano.
Il primo, di tipo educativo-generale, con l’ausilio di alcuni pannelli descrittivi, introduce all’Amazzonia, alle sue popolazioni indigene, alla sua struttura e biodiversità.
Il secondo settore invece, attraverso l’utilizzo del multimediale, trasporta in un’attiva denuncia ecologica nei confronti dell’impatto antropico, sotto forma di incendi, deforestazione, estrazioni minerarie, espansione delle città ed inquinamento. Inoltre, si susseguono scene di vita quotidiana alternate a parole di saggezza degli indigeni nonché di speranza da parte del Santo Padre:
“La difesa della terra non ha altro scopo che la difesa della vita” .
Papa Francesco, incontro con la popolazione indigena dell’Amazzonia, Puerto Maldonado, gennaio 2018
Nella realtà naturale si inserisce quella umana; difatti al centro della mostra sono esposti 120 oggetti rappresentativi delle popolazioni indigene, provenienti da tutti e 9 i Paesi toccati dalla foresta. Attraverso di essi, la mostra vuole sottolineare lo stretto rapporto di equilibrio tra le popolazioni indigene e la natura stessa, generatosi in migliaia di anni.
La posizione della Chiesa
Forte è la posizione della Chiesa: il Cristianesimo può contribuire nel preservare l’ambiente ed essere accanto alle popolazioni indigene locali. Per questo motivo sono presenti due grandi pannelli dedicati ai missionari ed alle missionarie, testimoni di una realtà vissuta in prima linea.
Spiccano i nomi di Chico Mendes, sindacalista, politico e ambientalista brasiliano assassinato nel 1988 e Don Luigi Bolla, il quale, nonostante i pericoli e le minacce di ogni tipo, continuò ad indagare sui costumi, l’etnologia e la cultura degli Shuar ecuadoregni, fino alla sua morte nel 2013.
Don Luigi Bolla Crediti: Beatrice Martini
“La situazione dell’Amazzonia è triste paradigma di quanto sta avvenendo in più parti del pianeta, una mentalità cieca e distruttrice, che predilige il profitto alla giustizia e mette in evidenza l’atteggiamento predatorio con il quale l’uomo si rapporta con la natura.”
Papa Francesco.
Alla fine della sala, come a fare da ponte con la mostra sull’Oceania, è esposto un copricapo di piume proveniente dalla Papua Nuova Guinea. Questa collocazione sta a simboleggiare che, al mondo, esistono tante Amazzonie e che i problemi appena affrontati nella mostra sono in realtà globali.
Anima Mundi, il rinnovato Museo Etnologico del Vaticano
Dopo un periodo di chiusura per ristrutturazione, riapre finalmente al pubblico il Museo Etnologico Vaticano e lo fa con un primo spazio dedicato all’Australia e all’Oceania. Il nome Anima Mundi (anima del mondo), racchiude un significato profondo: i Musei Vaticani visti come una casa comune, che spalanca le porte ai popoli del Mondo intero.
Il curatore del Museo Etnologico Vaticano, Padre Nicola Mapelli, ci accompagna in un viaggio attraverso le meraviglie, le culture ed i conflitti ecologico/sociali dei Paesi rappresentati. L’Anima Mundi vuole cambiare il paradigma del museo come mero contenitore e trasformarlo in un luogo di incontro.
Difatti, il 15/10/2010 nel museo etnologico ci fu l’inaugurazione di una mostra chiamata “Ritual Life”, dedicata all’arte e alla cultura degli Aborigeni australiani. Per organizzarla, i curatori della mostra P. Nicola Mapelli e Katherine Aigner hanno visitato le comunità di origine degli oggetti, per comprenderne a fondo il significato e per avere l’autorizzazione ad esporli. All’inaugurazione in Vaticano, furono presenti diversi Aborigeni australiani che resero vive quelle opere tramite danze tradizionali.
Crediti: Beatrice Martini
“Ci hanno insegnato che il nostro sistema culturale è molto fragile. Hanno conoscenze ancestrali e profonde. Da quell’incontro di visioni diverse è nata una grande voglia di ristrutturare completamente il museo e Padre Mapelli si è fatto artefice di questa rivoluzione”.
Stefania Pandozy, Responsabile del Laboratorio di Restauro Polimaterico dei Musei Vaticani
Trasparenza e Riconnessione nel Museo Etnologico
Trasparenza: è la parola d’ordine nel museo, per la quale Padre Mapelli ha insistito molto.
Il Mondo è come una piazza in cui le culture dialogano, ed il museo vuole rievocare tale assenza di barriere; presentando al pubblico ampi spazi carichi di luce, senza punti di chiusura nelle vetrine ed opere libere dall’ingombro dei classici sostegni. Tutto ciò grazie ai supporti morfologici creati nel rispetto dell’opera.
Crediti: Beatrice Martini
Nella mostra permanente dedicata all’Australia e all’Oceania è esposto solo lo 0,5% dell’intera collezione di quella parte del mondo. Complessivamente, la collezione del Museo Anima Mundi vanta ben 80.000 opere, conservate in moderni depositi climatizzati, collocati al di sopra dell’esposizione. Il concetto di trasparenza è stato applicato anche a questi ultimi, per non far passare l’idea di possesso ed accumulo degli oggetti da parte del mondo occidentale, come troppo spesso accade.
Crediti: Beatrice Martini
Essenziale nel processo di rivoluzione del Museo è stata la filosofia di “Riconnessione” sostenuta da Padre Mapelli: a questo scopo, nel corso del tempo ha viaggiato nei luoghi più remoti del Pianeta per incontrare i discendenti di coloro che hanno inviato le opere, facendosi raccontare cosa significassero e chi fossero gli artisti.
Vi è anche una sezione del Museo dedicata ai non vedenti, i quali possono “avvicinarsi” all’opera ed entrare in contatto con essa attraverso riproduzioni di opere, profumi e suoni che rievocano paesi distanti. La collezione dell’Oceania e dell’Australia presenta al pubblico pezzi unici ed invidiati da tutto il Mondo.
Stefania Pandozy e Padre Mapelli (foto scattata prima della pandemia)
L’Anima Mundi e la sua forte denuncia ecologico/sociale
La mostra, con il suo sguardo sul Mondo, intende sollecitare una riflessione profonda su alcuni temi, molto cari al pontefice: il dialogo con i popoli indigeni e la cura della casa comune. Quello che si snoda attualmente nel Museo è un vero e proprio viaggio, che va dallaPolinesia alla Melanesia, dalla Micronesia alla Nuova Guinea e dall’Australia alla Nuova Zelanda.
Intervistato, Padre Mapelli ha tenuto molto a dar voce e spazio a quelli che oggigiorno sono temi assai delicati: l’impatto antropico nei confronti dell’ambiente e delle minoranze, spesso in estremo legame con quest’ultimo.
“Una volta giunti in Australia ci si presenta davanti agli occhi il mondo spirituale degli Aborigeni australiani, definito “Dreaming”. Nella visione di vari gruppi, gli antenati hanno camminato sul territorio australiano lasciando molti segni ed infine, una volta giunto il momento di andarsene, trasformandosi nella realtà naturale. Dunque, per gli Aborigeni australiani, la natura è molto importante perché non rappresenta solo terra e acqua, ma l’antenato stesso; il quale viene estirpato e dissacrato con i soprusi ambientali.”
E continua:
“Per questo motivo gli Aborigeni lottano fortemente contro le attività che creano danni ai luoghi per loro sacri. L’Australia è uno dei principali produttori di uranio e le comunità stanno avviando forti lotte contro i depositi delle scorie radioattive, ovviamente progettate nelle riserve dei nativi. Altra tragedia quella degli esperimenti nucleari (7 esplosioni) che gli inglesi fecero in Australia. Il Pacifico è stata una delle zone più martoriate dai test atomici americani e inglesi in Micronesia, e francesi in Polinesia.”
Crediti: Beatrice Martini
Crediti: Beatrice Martini
Ristabilire un contatto profondo
Arrivati in Melanesia, non si può non dar voce ad un disastro sociale e ambientale consumatosi sull’isola di Bouganville:
“Le popolazioni indigene dell’isola di Bougainville si schierarono contro i piani di una società mineraria, la quale estraeva minerali dal suolo locale. Come prodotto di pulitura di questi ultimi, produceva immense quantità di mercurio e altre sostanze tossiche. Queste, per incuria, finirono nell’oceano e nelle falde, creando gravi danni fisici alle persone e all’ambiente. Il vescovo dell’isola era molto legato a questo tema tanto da creare un festival ‘dell’acqua’, il quale mirava a sensibilizzare ed istruire circa la sua importanza”.
Per Padre Mapelli gli elementi della natura non devono quindi essere trattati come materia inerte, concetto ormai predominante nella mentalità occidentale, ma bisogna ristabilire un contatto profondo, per contribuire a preservare un Mondo ormai sempre più sfruttato.
Infine:
“La Nuova Zelanda è una nazione “nuclear free”, non possiede centrali ne accetta il passaggio di sottomarini a propulsione nucleare nelle proprie acque territoriali. Dal punto di vista conservativo dell’ambiente ha qualcosa da insegnare al resto del Mondo”.
Il Laboratorio di Restauro Polimaterico del Museo Etnologico Vaticano (tutto al femminile)
Dal 1997 ad oggi, il Laboratorio di Restauro Polimaterico dei Musei Vaticani ha permesso di conservareoltre 60.000 manufatti. Questo si compone di un’equipe tutta al femminile, con restauratrici provenienti da diversi settori della conservazione.
La sua istituzione è stata dunque una vera e propria sfida, che ha visto nascere un nuovo linguaggio; questo ha permesso di avviare un lavoro di gruppo allo scopo di definire peculiarità e criticità di vari materiali che spesso, in questo genere di opere, ritroviamo come elementi costitutivi di un unico pezzo, stabilendo priorità e protocolli conservativi. Proprio la compresenza di più materiali sullo stesso manufatto ha portato a dover definire in comune quale sia il più fragile da salvaguardare nonché, dettaglio non secondario, la scelta del microclima idoneo per preservarlo.
Il team di restauratrici (foto scattata prima della pandemia)
Ancora Stefania Pandozy:
“Padre Mapelli difende la conservazione del bene tangibile ed intangibile attraverso la politica di riconnessione, considerando gli oggetti degli ambasciatori; il laboratorio Polimaterico opera questa difesa individuando ed approfondendo il valore dell’opera stessa nella cultura di origine, affatto scontato come per le opere occidentali, e attraverso una politica del ‘minimo intervento’. Le componenti del team hanno chiaramente rinunciato alla visibilità ed al valore connesso all’epoca di un manufatto (un Michelangelo ha, nell’immaginario collettivo, una risonanza diversa da una corona di piume della Papua Nuova Guinea). Un oggetto etnografico può essere di grandissimo valore nella contemporaneità se, per esempio, parliamo di una maschera della Terra del Fuoco che viene distrutta alla fine del rito”.
L’importanza di creare un dialogo
Il Laboratorio è riuscito a conservare i pigmenti naturali di alcuni manufatti presenti nel Museo, così da permettere ai popoli indigeni la possibilità di ammirare nuovamente i colori di un tempo; cosa che invece spesso non è possibile, a causa di una totale assenza di cultura dei musei.
“Si sono emozionati molto alla vista dei colori ritrovati, e ci hanno permesso di esporli nel Museo. Dunque, questa diviene anche un’operazione culturale di grande valore, che prevede la cura e la condivisione del bene materiale. In questo momento storico, in cui il dialogo interculturale è così fondante, pensiamo che un museo come questo possa portare un valore aggiunto, una prova che si può cambiare paradigma. Qui abbiamo una dimostrazione di ciò: la trasparenza, l’essenzialità delle architetture e l’attenzione al particolare, ci possono aiutare a vedere le cose in un altro modo”.
Con il suo nuovo documentario, David Attenborough ci lascia un vero e proprio testamento, fatto di esperienza e di visioni per il futuro. Ora più che mai, il nostro Pianeta sta accusando i continui soprusi da parte del genere umano, il quale sta raggiungendo il punto di non ritorno. Il documentario è un inno alla vita, al cambiamento ed alla presa di coscienza. La speranza per un futuro di riconnessione con la natura non è del tutto svanita. Basta attuare il cambiamento.
Una vita per il Pianeta
Sono David Attenborough e ho 93 anni. Ho vissuto vita incredibile, e solo ora apprezzo quanto lo sia stata.
David Attenborough nacque l’8 maggio 1926 a Londra, passando la sua giovinezza raccogliendo fossili, rocce ed altri campioni naturalistici. Tutto ciò avrebbe segnato la sua esistenza per sempre. Difatti, è considerato uno dei principali divulgatori naturalistici esistenti. Dal bianco e nero al 4k, i suoi documentari sono carichi di sapere e di speranza per il futuro.
David Attenborough da giovane, durante uno dei suoi programmi incentrati sulle meraviglie del pianeta.
La carriera di Attenborough inizia negli anni ’50; ha poco più di 20 anni e la passione per la natura, che lo porta a viaggiare e ad esplorare i luoghi più selvaggi del globo. Ha conosciuto in prima persona il mondo vivente, in tutte le sue forme e meraviglie, ed ora, ne denuncia con forza la sua rovina.
Cosa stiamo facendo al Pianeta
Negli ultimi 2000 anni sembriamo esserci svincolati dalle restrizioni che governano le attività e la diffusione degli altri animali. Abbiamo eliminato i nostri predatori, saputo tenere le malattie sotto controllo e nulla avrebbe potuto fermare tutto questo; se non noi stessi, continuando a consumare la Terra fino ad esaurirne le risorse.
INDIAN OCEAN 26APR13 – Detail view of tuna transhipment on the high seas in the Indian Ocean from the Taiwanese longliner Yi Long No 202 to the Tuna Queen, a reefer vessel registered in Panama.
The Greenpeace ship Esperanza is on patrol in the Indian Ocean documenting fishing activities.
jre/Photo by Jiri Rezac / Greenpeace
Stiamo convertendo interi ecosistemi forestali in monocolture di palma da olio, creando degli habitat morti a confronto. Ovviamente c’è un doppio incentivo per abbattere le foreste: si trae vantaggio dal legname e dalla possibilità di coltivare le terre disboscate. Abbiamo abbattuto circa 3 trilioni di alberi in tutto il mondo e metà delle foreste pluviali globali è già stata bonificata.
Attraverso la pesca eccessiva, stiamo esaurendo gli hotspot di biodiversità marina. I problemi sono iniziati intorno agli anni ’50, quando i pescherecci hanno cominciato ad avventurarsi in acque internazionali, per raccogliere ciò che l’oceano offriva su scala globale. Abbiamo rimosso più del 90% dei grandi pesci di mare. Senza i predatori il ciclo dei nutrienti oceanici vacilla, poichè questi mantengono i nutrienti sulla superficie degli oceani e li riciclano, così che il plancton possa utilizzarli nuovamente.
Anche i fondali presentano chiari sintomi di malessere e le barriere coralline mondiali sono l’esempio calzante. Si stanno sbiancando ed il fenomeno prende il nome di “bleaching”, dovuto all’espulsione delle alghe simbionti da parte del corallo, il quale non può più nutrirsi e muore. Gli scienziati cominciarono a notare che presso i punti di sbiancamento l’oceano presentava temperature molto più elevate. Gli oceani stanno iniziando a rallentare il loro processo si sottrazione del calore e la temperatura del Pianeta finora è aumentata di 1°C.
Abbiamo sovrasfuttato il 30% degli stock ittici, portandoli a livelli critici. Abbattuto circa 15 miliardi di alberi all’anno, inquinato ed esaurito i giacimenti di fiumi e laghi; ridotto le popolazioni di acqua dolce dell’80%. Stiamo sostituendo il selvatico con l’addomesticato, il 70% della massa totale di uccelli al mondo è addomesticato. Il genere umano rappresenta più di 1/3 del peso dei mammiferi, il 60% è composto dagli animali che mangiamo, provenienti dagli allevamenti. Solo il 4% è costituito da mammiferi in libertà. Ciò fa riflettere.
Metà delle terre fertili del Pianeta è stato convertito in terreni agricoli. Questo ora è il nostro Pianeta, gestito dall’umanità per l’umanità.
Previsioni per il futuro
La scienza afferma che se non si cambierà la rotta attuale, le generazioni future assisteranno per i prossimi 100 anni a quanto segue.
Nel 2030 la foresta amazzonica, abbattuta fino ad impedirle di produrre abbastanza umidità, si trasformerà in una savana secca, portando ad una catastrofica perdita di specie e all’alterazione globale del ciclo dell’acqua. Nel mentre, l’Artide diventerà libero dai ghiacci in estate e, senza il bianco della calotta polare, verrà riflessa nello spazio una minore energia solare, che accellererà il riscaldamento del pianeta.
Nel 2040 in tutto il nord i terreni ghiacciati si scioglieranno, rilasciando enormi quantità di metano, un gas serra molto più potente dell’anidride carbonica. Nell’anno 2050, a causa dell’aumento di temperatura ed acidità, negli oceani moriranno le barriere coralline mondiali e le popolazioni di pesci crolleranno. Nel 2080 la produzione alimentare mondiale entrerà in crisi, a causa del deperimento del suolo, ormai sovrasfruttato. Gli insetti impollinatori scompariranno ed il clima diventerà sempre più imprevedibile.
Nel 2100 la temperatura del nostro Pianeta sarà aumentata di 4°C e ampie porzioni di territori saranno inabitabili e milioni di persone rimarranno senza una casa. Un sesto evento di estinzione di massa è attualmente in corso. Il nostro giardino dell’Eden andrà perduto per sempre.
Non è troppo tardi
Per ridare stabilità al Pianeta è necessario ripristinare la sua biodiversità, ovvero ciò che abbiamo e stiamo continuando a rimuovere per mantenere invariato il nostro stile di vita. Dobbiamo “rinaturalizzare” il mondo e, a detta di David Attenborough, è più semplice di quanto si pensi. Inoltre, i cambiamenti apportati nell’arco di un secolo gioveranno a noi ed alle generazioni future .
Riduzione della popolazione umana: quest’ultima è cresciuta esponenzialmente negli ultimi 100 anni e secondo le ultime stime nel 2100 la popolazione mondiale avrà raggiunto gli 11 miliardi. L’abolizione della povertà, accessibilità a cure mediche e il permettere alle donne in tutto il mondo di continuare a studiare il più a lungo possibile, rallenterà la crescita della popolazione globale, fino a farla stabilizzare.
Investire e puntare al 100% sulle energie rinnovabili: è necessario che si elimini per gradi l’utilizzo dei combustibili fossili, sostituendoli con le energie eterne della natura. Luce solare, vento, acque e fonti geotermiche. Entro 20 anni, si prevede che le rinnovabili diventeranno la principale fonte di energia.
Preservare gli oceani: il mondo vivente, uomo compreso, non può prosperare senza oceani sani. Questi ultimi sono essenziali per l’assorbimento della CO2. Inoltre, sono importanti come fonte di cibo; la pesca rappresenta il maggior raccolto selvatico e, se fatta con criterio, potrà portare vantaggi a tutti. Più gli oceani saranno sani, più pesci saranno disponibili. E’ necessario tutelare le popolazioni ittiche, permettendo loro di incrementare il proprio numero e di raggiungere la maturità sessuale.
Ridurre le aree coltivate: tutto sta nel cambiare la nostra alimentazione. Il pianeta non può sostenere miliardi di predatori, quali siamo noi, perchè non c’è abbastanza spazio. Se adottassimo tutti una dieta per lo più a base di piante, ci servirebbe solo la metà della terra che stiamo sfruttando al momento. Possiamo iniziare a produrre cibo in nuovi spazi, al chiuso, nelle città ed utilizzando meno acqua e pesticidi. Migliorando il nostro approccio all’agricoltura possiamo invertire il processo di sottrazione delle terre, che trova origine proprio in quest’ultima.
Ripristinare le foreste: queste rivestono un ruolo fondamentale nel recupero del Pianeta; difatti, anch’esse intrappolano enormi quantità di CO2 e sono centri di biodiversità. E’ necessario arrestare la deforestazione. Far si che i governi diano sussidi per riforestare ciò che si è perso. Ciò è essenziale per la nostra sopravvivenza, perchè le piante assorbirebbero circa i ⅔ della CO2 emessa fino ad ora.
Conclusioni
La natura è il nostro più grande alleato. In questo mondo, una specie può prosperare solo quando prospera anche tutto il resto attorno ad essa.
Se ci prendiamo cura della natura, la natura si prenderà cura di noi. E’ giunto il momento per la nostra specie di smettere di crescere a tutti i costi. Che inizi a condurre una vita in equilibrio con la natura. Dobbiamo riscoprire come essere sostenibili, come passare dall’essere estranei alla natura, all’essere di nuovo un tutt’uno con essa.
David Attenborough
Crediti: BBC
Qui non si tratta di salvare il Pianeta, ma noi stessi. Perchè la verità è che, con o senza l’uomo, la natura si rigenererà; lo fa da sempre.
Chernobyl apre e chiude questo bellissimo documentario; facendo passare il chiaro messaggio di una natura resiliente, che è comunque in grado di superare gli errori umani, per quanto gravi possano essere. Siamo arrivati fin qui perchè siamo le creature più intelligenti che siano mai esistite e, soprattutto, siamo in grado di immaginare il futuro; ora più che mai abbiamo bisogno di immaginarlo diverso e basato su una profonda riconnessione dell’uomo al Mondo naturale.
E’ in corso un disastro ambientale in Russia, l’ennesimo. La penisola di Kamchatka, nell’estremo oriente russo, è protagonista di un dramma ecosistemico di grande portata; nelle ultime due settimane enormi quantità di biomassa marina sono state rinvenute lungo alcune spiagge della penisola. Greenpeace, scienziati ed il comitato investigativo della Russia stanno cercando di fare chiarezza su quanto sta avvenendo.
A fine settembre i primi problemi
I primi a dare l’allarme sono stati i surfisti e gli abitanti del luogo, che dopo essere entrati in acqua hanno subito una perdita temporanea della vista. Il medico ha diagnosticato ai molti la bruciatura della cornea; inoltre le persone hanno avvertito un senso di debolezza, nausea e mal di gola. Raccontano che il sapore dell’acqua in quei giorni era insolito, non salato, ma amaro.
Ciò che ha sbigottito di più è stato il cambiamento nel colore dell’acqua dell’oceano ma, soprattutto, la comparsa di echinodermi bentonici ed altri animali marini morti. Studi iniziali su campioni di acque costiere indicano la presenza nel mare di un inquinante di consistenza simile all’olio industriale.
Foto e video che ritraevano il disastro ambientale in Russia hanno invaso le piattaforme sociali di tutto il mondo: cavalloni di schiuma giallastra, stelle marine, granchi, foche e polpi, ammassati sulla sabbia delle principali spiagge della penisola.
Greenpeace Russia è stata una delle prime a denunciare l’accaduto, inviando sul posto scienziati ed esperti per cercare di fare chiarezza attraverso azioni concrete. Gli scienziati hanno prelevato campioni di sabbia, di acqua alla foce dei fiumi e in mare aperto, oltre che dalle carcasse rinvenute.
Attualmente è in corso un’indagine penale, avviata ai sensi della parte 2 dell’art. 247, parte 2 dell’art. 252 del codice penale della Federazione Russa (violazione delle norme per la circolazione di sostanze e rifiuti pericolosi per l’ambiente; inquinamento dell’ambiente marino).
Le varie ipotesi del disastro ambientale
Si ritiene che le creature marine rinvenute sulle spiagge siano state vittime di una fuoriuscita di sostanze tossiche nell’Oceano Pacifico, ma la causa ufficiale del disastro ambientale in Russia non è stata ancora stabilita.
Alcuni esperti hanno suggerito che carburante per missili altamente tossico potrebbe essere fuoriuscito in mare. Il primo sito di test, Radygino, dista circa 10 km dall’oceano ed è stato utilizzato per alcune esercitazioni nel mese di agosto.
Vladimir Burkanov, un biologo specializzato in foche, in un commento pubblicato dal quotidiano Novaya Gazeta, ha suggerito che i vecchi depositi di carburante per missili conservati a Radygino potrebbero essersi arrugginiti e il carburante colato nel terreno, per poi finire in mare.
Il biologo Vladimir Rakov, capo del laboratorio di ecotossicologia marina dell’Istituto oceanologico del Pacifico (sezione dell’Estremo Oriente dell’Accademia delle scienze russa), in un’intervista afferma che la morte degli animali marini non è causata dalla fioritura di microalghe tossiche:
“La fioritura di microalghe tossiche nelle acque fredde della Kamchatka è estremamente rara. Inoltre, solo alcune specie marine sarebbero morte. Probabilmente qui c’è un veleno più forte “.
Una caratteristica distintiva di ciò che sta accadendo ora è la massiccia morte di animali bentonici (cioè dei fondali); mentre la superficie dell’oceano sembra essere in discrete condizioni. Non vi è la presenza di carcasse di grandi mammiferi marini e gli stock ittici sembrano stabili. Animali lenti come stelle marine e ricci non hanno avuto la possibilità di spostarsi tempestivamente.
Il sito di Kozelskyè, utilizzato per seppellire sostanze tossiche e pesticidi ormai da quarant’anni; è situato alle pendici di un vulcano, collegato a sua volta con un sistema di laghi e paludi, non lontano dall’Oceano. Greenpeace ha diffuso immagini satellitari che mostrano come la fonte di inquinamento potrebbe presumibilmente essere riconducibile al fiume Nalycheva. Sulla riva di quest’ultimo infatti c’è una discarica di pesticidi di cui si hanno pochissime informazioni.
Greenpeace sul posto per fare chiarezza
Greenpeace parla di disastro ambientale in Russia.
Il 4 ottobre, il team russo di Greenpeace è andato in spedizione in Kamchatka per registrare l’inquinamento dell’area costiera di Khalaktyrsky e delle baie vicine. Al momento, gli attivisti sono riusciti a ispezionare le baie a sud di Petropavlovsk-Kamchatsky, tra cui Vilyuchinskaya, Salvation, Bezymyannaya e altre.
Greenpeace ha registrato l’inquinamento in diversi punti, uno dei quali si sta spostando a sud della penisola di Kamchatka, verso il South Kamchatka Wildlife Refuge, patrimonio mondiale dell’UNESCO “Vulcani della Kamchatka”.
Dopo un controllo preliminare, le autorità locali hanno riferito che i campioni di acqua sono risultati 4 volte superiori per i prodotti petroliferi e 2,5 volte per il fenolo. In relazione al grave inquinamento, sono già stati avviati diversi procedimenti penali.
Greenpeace ha ricevuto e analizzato immagini satellitari nell’area della spiaggia di Khalaktyrsky e delle baie adiacenti. Da ciò sono riusciti a capire le tempistiche dell’inquinamento: dal 1 al 3 settembre, l’area sembrava normale. La foto dell’8 settembre mostra che si sono formate strisce fangose vicino al punto in cui il fiume Nalycheva sfocia nella baia. Probabilmente, come conseguenza dello spostamento del suolo dopo forti piogge. Inoltre, potrebbero essere fuoriuscite sostanze pericolose dal fiume; è in questi giorni che i surfisti hanno i primi segni di avvelenamento.
Il 30 settembre e il 1 ottobre le macchie sono chiaramente visibili nell’acqua, è più torbida. Il 2 ottobre, un numero enorme di carcasse viene trovato sulla riva. Il 5 ottobre, Greenpeace è già sul posto, registrando una grande quantità di schiuma nell’acqua.
Testimonianze
“Abbiamo prelevato campioni, cercato animali morti ed eseguito immersioni di rilevamento del benthos. I nostri risultati hanno mostrato che la condizione dei mammiferi marini e degli uccelli è normale. Tuttavia, durante le immersioni, abbiamo scoperto che a profondità comprese tra 10 e 15 metri c’è una massiccia morte di benthos: il 95% è deceduto. Alcuni grossi pesci, gamberetti e granchi sono sopravvissuti, ma in numero molto ridotto “
“Dopo l’immersione, posso confermare che c’è un disastro ambientale. L’ecosistema è stato minato in modo significativo e ciò avrà conseguenze piuttosto a lungo termine, poiché tutto in natura è interconnesso.”
Il fotografo subacqueo Alexander Korobok, che ha preso parte alla spedizione, ha riferito che durante le immersioni a Salvation Bay, ha avuto un’ustione mucosa.
“I migliori scienziati sono venuti in Kamchatka. Pertanto, al fine di stabilire la fonte di ciò che sta accadendo, è importante continuare la ricerca. Ed è importante per noi stabilire la ragione tecnologica o biologica di ciò che sta accadendo. Attualmente vediamo le conseguenze, ma non capiamo ancora la causa”
La portata del disastro non farà che aumentare, poiché anche quelle specie di animali che si nutrono di benthos moriranno: l’approvvigionamento alimentare è stato distrutto. In tutti i luoghi visitati dalla spedizione sono stati prelevati campioni, che saranno trasferiti per la ricerca nei laboratori di Vladivostok e Mosca.
La costa della baia di Vilyuchinskaya è il territorio dei vulcani della Kamchatka, patrimonio dell’umanità. È su questo sito che nidificano uccelli rari, in particolare l’aquila di mare di Steller, elencata nei libri rossi internazionali e russi. L’aquila vive solo lì: sulla costa del Mare di Okhotsk, lungo le rive delle penisole di Kamchatka e Chukotka.
Fino al 40% della popolazione di aquile che vive nel parco naturale nidifica nella baia di Vilyuchinskaya.
Questi uccelli si nutrono principalmente di pesci di grandi dimensioni, quindi l’inquinamento dell’oceano può portarli alla morte o ad abbandonare i nidi.
Durante il mese di maggio, in Botswana, vennero rinvenute alcune carcasse di elefante, le quali a fine luglio raggiunsero quota 281. L’ipotesi di bracconaggio è stata smentita dal dipartimento della fauna selvatica e dei parchi nazionali; Oggi, a distanza di qualche mese, con le analisi alla mano il mistero sembrerebbe risolto. O quasi. L’unica certezza è che gli elefanti morti siano ormai 330.
I primi decessi a maggio 2020
Il Botswana è un paese dell’Africa meridionale definito dal deserto del Kalahari e dal delta dell’Okavango; e proprio lungo le rive di quest’ultimo si sta consumando, da maggio, un dramma ancora irrisolto.
Le carcasse dei primi mammiferi rinvenuti non furono denunciate immediatamente, ma si aspettò il mese di luglio, quando le morti avevano sfiorato il picco dei 280 casi. Il Botswana ospita circa 13.000 esemplari di pachidermi, più di qualunque altro Paese africano ed ancora stupisce la poca prontezza nell’intervento.
Le morti degli elefanti in Botswana potrebbero essere (indirettamente) legate all’uomo. Crediti: National Park Rescue
A denunciare le morti sono stati i volontari e ricercatori di Elephants Without Borders (EWB), i quali studiano i modelli migratori, il comportamento e l’ecologia degli elefanti, della fauna selvatica e dei loro habitat.
Il recupero della popolazione di elefanti nel Botswana ha portato ad una crescente preoccupazione su come gestire questa grande popolazione. Alcune persone sono preoccupate che gli elefanti si siano ripresi in numero maggiore di quello che l’ambiente può sostenere, e c’è una notevole preoccupazione per l’aumento del conflitto uomo-elefante.
In principio, proprio quest’ultimo venne ipotizzato come causa di morte; ma si resero conto che sui corpi degli elefanti morti vi era ancora la presenza di zampe e zanne. Quegli animali non erano stati toccati dall’uomo.
Nuove ipotesi di morte: i cianobatteri
La specie è classificata come vulnerabile nella Lista Rossa della IUCN e ciò ha creato non poche pressioni al Governo da parte della comunità scientifica e da quella ambientalista. Sono stati condotti dei test e delle analisi sulle carcasse, suolo e acque limitrofe al luogo del decesso.
I test sono stati effettuati in laboratori specializzati in Sudafrica, nello Zimbabwe e in Canada. Sarebbe emerso che nelle pozze vicine ai corpi e dentro questi ultimi ci fosse la presenza di cianobatteri, i quali sono in grado di produrre tossine, dette cianotossine, che possono appartenere alla categoria delle neurotossine.
Crediti: National Park Rescue
Le autorità del Botswana sostengono che stanno indagando meticolosamente. Ma non sono state in grado di escludere né avvelenamenti né malattie. Il modo in cui gli animali muoiono – molti cadono di muso – e gli avvistamenti di altri elefanti che camminano in cerchio indicano qualcosa che potenzialmente attacca i loro sistemi neurologici.
Le carcasse mostrano che erano caduti mentre camminavano, proprio sul loro sterno, il che è molto insolito. Finora non sembra esserci alcun segno chiaro del motivo. Quando accade qualcosa del genere è allarmante. Sono rimaste coinvolte tutte le età e sesso. Diversi elefanti vivi sembravano essere deboli, letargici ed emaciati, con alcuni che mostravano segni di disorientamento, difficoltà a camminare o zoppicare. Abbiamo osservato un elefante camminare in cerchio, incapace di cambiare direzione sebbene incoraggiato da altri membri del branco.
Afferma l’EWB.
Anche la causa antropica per ora rimane esclusa perché le popolazioni locali non hanno più accesso ai veleni convenzionali, come il cianuro e l’antrace, spiega Hervé Fritz, ricercatore del CNRS e direttore del laboratorio di ricerca internazionale Rehabs a Port-Elizabeth (Sud Africa). Questi veleni hanno anche l’effetto collaterale di avvelenare gli spazzini, come gli avvoltoi.
Tuttavia, in Botswana, non è stato osservato alcun danno collaterale.
Forti dubbi da parte della comunità scientifica
Perchè i batteri hanno colpito solo gli elefanti?
Sappiamo che l’elefante, ad esempio, è l’unico animale che beve sotto la superficie dell’acqua. E laddove la profondità è una sfida, mostra chiaramente la possibilità che la specie sia in grado di aspirare il limo, che è proprio dove si trova la crescita dei cianobatteri. Tuttavia, abbiamo ancora molte domande a cui rispondere, come perché solo gli elefanti e perché solo quella zona. Abbiamo una serie di ipotesi su cui stiamo indagando.
Dottor Mmadi Reuben, il capo ufficiale veterinario del Dipartimento della fauna selvatica e dei parchi nazionali del Botswana.
L’unica cosa che gli elefanti fanno rispetto alle altre specie è che vanno a cercare i raccolti nei campi degli agricoltori. Se questi emettessero del veleno, gli elefanti di tutte le età accumulerebbero quella tossina e poi tornerebbero alle loro pozze d’acqua. Questo è almeno, se non più probabile, di questi cianobatteri come causa di morte.
Spero che ciò che il governo ha detto sia vero, perché per testare i campioni di tessuto, devono essere conservati in condizioni specifiche e trasportati rapidamente a laboratori specializzati; ma ciò non è accaduto in Botswana, il che ha alimentato la speculazione sulle potenziali cause. Solo perché i cianobatteri sono presenti nell’acqua ciò non dimostra che gli elefanti siano morti per l’esposizione a quelle tossine. Senza buoni campioni di elefanti morti, tutte le ipotesi sono proprio questo: ipotesi.
Dott.Niall McCann, direttore della conservazione presso l’ente di beneficenza con sede nel Regno Unito National Park Rescue.
Le morti degli elefanti sono da additare all’uomo?
Se non si smentisse l’ipotesi del cianobatteri, l’uomo sarebbe comunque coinvolto in questo dramma.
Il cambiamento climatico sta aumentando sia l’intensità che la gravità delle fioriture algali dannose, rendendo più probabile il ripetersi di questo problema. L’aumentare sempre maggiore delle temperature dell’acqua rende favorevoli le condizioni di proliferazione.
Il Governo farà monitorare le pozze d’acqua per le fioriture nella prossima stagione delle piogge per evitare un’altra moria.
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