Distruzione dei mari: una scelta consapevole e pericolosa

L’oceano: la grande distesa blu dove la vita ebbe inizio, lo specchio d’acqua attraverso il quale civiltà differenti si sono incontrate e sviluppate. Al giorno d’oggi sembra che l’uomo abbia dimenticato il ruolo fondamentale che gli oceani ricoprono per la propria esistenza, apprestandosi sempre più a deturparne la bellezza e gli equilibri. Cerchiamo di fare chiarezza sulla repentina distruzione dei mari e del ruolo antropico in questa tragedia.

Impatto antropico sui mari del mondo

Dobbiamo riconoscerlo: non abbiamo saputo custodire il Pianeta con responsabilità. La situazione ambientale, a livello globale così come in molti luoghi specifici, non si può considerare soddisfacente. Tra questi luoghi vi è proprio il grande Blu.

La popolazione umana sta crescendo in maniera esponenziale, ciò si traduce in una maggiore necessità di spazi e, soprattutto, di risorse. Una buona percentuale di queste ultime proviene proprio dai mari.

La pesca eccessiva, spesso praticata utilizzando reti da pesca non idonee, sta portando ad un impoverimento ecosistemico, con conseguenze future senza precedenti. L’immissione di sostanze tossiche attraverso le acque reflue o lo sversamento di petrolio nei mari. Queste sono solo alcune delle terribili cause che stanno portando i mari del Pianeta al collasso.

Sotto il segno del mercurio

Le attività antropiche, come i processi industriali e minerari-estrattivi, nel tempo hanno contribuito all’aumento delle concentrazioni di mercurio (Hg) negli oceani ed alla distruzione dei mari.

Uno dei drammi legati a questo elemento, si è consumato sull’isola di Bouganville (Papua Nuova Guinea) nel 1963, per mano della Rio Tinto Zinc, uno dei giganti del settore minerario.

Quando ottenne da parte del governo coloniale australiano la licenza per poter iniziare le operazioni di estrazione sull’isola, l’amministrazione stabilì l’utilizzo momentaneo della valle del fiume Jaba, dove vennero scaricati rifiuti altamente nocivi, compresi cianuri e metalli pesanti derivanti dal processo di concentrazione di rame e di oro.

La distruzione dei mari passa anche attraverso lo sversamento in acqua di sostanze come il mercurio.

Questi scarichi nel sistema fluviale distrussero gran parte della vita marina dell’estuario.

Leggi il nostro articolo: “Sotto il segno del mercurio: il futuro degli oceani”

Quest’area del letto del fiume, abitata dalla tribù dei Nasioi, divenne priva di pesce e la diffusione di acque sotterranee inquinate in terreni non compensati non permise l’utilizzo agricolo di questi ultimi e quindi il conseguente sostentamento della popolazione. I problemi locali s’intensificarono ulteriormente dinanzi gli evidenti danni ambientali causati dall’incessante sfruttamento della miniera da parte della compagnia australiana.

Le tonnellate di acidi generati dall’attività mineraria hanno ucciso i fiumi Jaba e Kawerong, che rappresentavano una risorsa di acqua e di cibo per migliaia di persone. Tutta l’area attorno a questi fiumi appare come un paesaggio abbandonato.

La plastica soffoca i mari

L’inquinamento da plastica è diventato uno dei problemi ambientali più urgenti, a causa del rapido aumento della produzione di materiale usa e getta che travolge la capacità del mondo di affrontarli. L’inquinamento da plastica è maggiormente visibile nei Paesi in via di sviluppo, dove i sistemi di raccolta dei rifiuti sono spesso inefficienti o inesistenti.

Le comodità offerte dalla plastica, tuttavia, hanno portato ad una cultura dello scarto che rivela il lato oscuro del materiale stesso. Ad oggi, le plastiche monouso rappresentano il 40% della plastica prodotta ogni anno. Molti di questi prodotti, come i sacchetti di plastica e gli involucri per alimenti, durano da pochi minuti a poche ore, ma possono persistere nell’ambiente per centinaia di anni.

Leggi il nostro articolo: “Isola di plastica. Cos’è? Dov’è? Come si forma?”

Ogni anno, circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica finiscono negli oceani. È l’equivalente di mettere cinque sacchi della spazzatura pieni su ogni piede di costa in tutto il mondo.

Sull’isola di Henderson gli scienziati hanno trovato oggetti di plastica provenienti da Russia, Stati Uniti, Europa, Sud America, Giappone e Cina; trasportati nel Pacifico dal vortice del Pacifico meridionale, una corrente oceanica circolare.

Entro il 2050, la plastica negli oceani supererà i pesci, secondo quanto prevede una relazione della Ellen MacArthur Foundation, in collaborazione con il World Economic Forum. La distruzione dei mari passa anche da qui.

Una volta in mare, la luce del sole, il vento e l’azione delle onde scompongono i rifiuti di plastica in piccole particelle. Queste “microplastiche” si diffondono in tutta la colonna d’acqua in ogni angolo del globo, dal Monte Everest, la vetta più alta, alla Fossa delle Marianne , la depressione più profonda.

Milioni di animali vengono uccisi dalla plastica ogni anno, dagli uccelli ai pesci ad altri organismi marini. Si sa che quasi 700 specie, comprese quelle in via di estinzione, sono state colpite dalla plastica.

Foche, balene , tartarughe e altri animali rimangono strangolati dalle plastiche del nostro quotidiano o impigliati in attrezzi da pesca abbandonati (come le ghost nets). Sono state trovate microplastiche in più di 100 specie acquatiche, tra cui pesci, gamberi e cozze destinati alla nostra tavola.

L’overfishing ed il bycatch depauperano i mari

Con la crescita della popolazione umana è aumentato anche lo sfruttamento dell’ambiente. Inoltre, i nostri metodi di pesca e raccolta di risorse sono diventati sempre più efficienti, portando alla scomparsa di molti animali di grandi dimensioni e alla creazione di ambienti marini insolitamente “vuoti”.

L’overfishing ne è un esempio. Con questo termine si intende il fenomeno della sovrappesca, ovvero quando avviene la rimozione di una specie dall’ambiente ad una velocità che la stessa non può sostenere attraverso il reclutamento, con il risultato di un declinano numerico.

La pressione di pesca è cresciuta in maniera così elevata nel tempo da determinare il sovrasfruttamento di quasi la totalità degli stock delle principali specie commerciali. La biomassa di queste specie è fortemente ridotta e l’eccesso di mortalità da pesca fa sì che un numero insufficiente di individui riesca ogni anno a raggiungere l’età di riproduzione.

Il fenomeno del bycatch comporta la cattura “involontaria” di organismi assieme alla specie ricercata durante l’attività di pesca, specialmente se vengono usate reti come quelle a strascico (non selettive). La distruzione dei mari passa anche da qui.
Credits: Beatrice Martini

Molti vertebrati ed invertebrati marini vengono pescati in modo accidentale durante le operazioni di pesca. Vengono feriti o muoiono durante tale processo, un fenomeno chiamato bycatch.

Un altro effetto legato all’overfishin è un cambiamento drastico e innaturale nella struttura in classi di età delle popolazioni ittiche, dominate da individui in età giovanili e riproduttori di piccola taglia, mentre si riduce la proporzione di individui di età avanzata, cioè dei grandi riproduttori.

Perchè l’industria della pesca possa avere un successo a lungo termine è importante che essa sia ben organizzata. Che stabilisca quote di prelievo ben precise e che monitori continuamente lo stato della risorsa. La situazione del Mediterraneo è al collasso a causa dell’assenza di regolamentazioni razionali e dell’incapacità di far osservare le poche leggi esistenti.

Inquinamento ed eutrofizzazione dei mari

L’inquinamento delle acque ha conseguenze negative sulle persone, gli animali ed interi ecosistemi. Gli oceani sono spesso usati come scarichi all’aperto per rifiuti industriali e liquami urbani.

Un’altra fonte di inquinamento in crescita lungo le aree costiere è lo scarico di nutrienti e composti chimici derivanti dagli allevamenti di gamberetti e salmone. Gli inquinanti scaricati in acqua possono diffondersi rapidamente e su vasta scala a causa della presenza di forti correnti.

Alcune sostanze minerali che solitamente sono essenziali per la vita di piante ed animali possono divenire tossiche se presenti ad elevate concentrazioni. Tra queste vi sono i nitrati ed i fosfati, derivati dai fertilizzanti usati massivamente in agricoltura, dai liquami degli scarichi urbani o dai processi industriali: grandi quantità di queste sostanze innescano il fenomeno di eutrofizzazione.

La piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, la quale causò un disastro ecologico di cui ancora oggi molti ecosistemi ne pagano le conseguenze; a risentirne, anche la stessa pesca locale. La distruzione dei mari passa anche da episodi come questo.

La concentrazione di tali elementi porta ad abnormi crescite di fitoplancton sulla superficie del mare (ma anche di laghi e stagni), creando strati talmente spessi da oscurare la colonna d’acqua. Ciò impedisce alle specie vegetali di fare fotosintesi (e dunque di produrre ossigeno) impedendo la crescita di altre piante, esse stesse fonte di cibo.

Lo strato ad un certo punto degenera, muore e sprofonda; in risposta a tutta questa materia organica morta, alcuni batteri e funghi decompositori si riproducono più rapidamente (condizioni ottimali) consumando tutto l’ossigeno presente sul fondale e generando un’ambiente anossico tutto attorno, portando alla morte di molti esemplari.

Le alghe che si generano vanno poi spesso a ricoprire le barriere coralline, portandole alla morte, necessitando queste ultime di acque limpide. La comunità biologica ne risulta impoverita e semplificata; una sorta di “zona morta” popolata solo da quelle specie adattate all’acqua inquinata ed a bassi livelli di ossigeno.

Un altro grosso elemento di distruzione dei mari è il petrolio. Il greggio ha un peso specifico minore dell’acqua, per cui inizialmente forma una pellicola impermeabile sopra la superficie del mare, causando evidenti danni fisici e tossici diretti alla macrofauna. La successiva precipitazione sul fondale replica l’effetto sugli organismi bentonici. La bonifica dell’ambiente danneggiato richiede mesi o anni.

Il disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon ha causato lo sversamento di petrolio nelle acque del Golfo del Messico in seguito a un incidente riguardante il Pozzo Macondo che si trova a oltre 1.500 m di profondità. Lo sversamento è iniziato il 20 aprile 2010 ed è terminato 106 giorni più tardi. È il disastro ambientale più grave della storia americana.

Massacro di specie a rischio

Uno dei dibattiti più accesi circa lo sfruttamento delle specie a rischio riguarda la caccia alle balene ed il shark finning.

Dopo aver constatato che la caccia aveva drasticamente ridotto le popolazioni di molte specie, nel 1986 un’apposita commissione internazionale (International Whale Commission) finalmente vietò ogni forma di prelievo.

Malgrado ciò alcune specie, come la balenottera azzurra e la balena franca boreale, rimangono oggi a livelli di densità di gran lunga inferiori a quelli precedenti l’inizio della caccia.

Leggi anche il nostro articolo: “Estinzione: a rischio orsi polari e squali”

La lentezza con cui le popolazioni di alcune specie stanno tornando ad accrescersi potrebbe esser dovuta alla continua caccia illegale e pseudo-legale. Infatti, nonostante il divieto imposto dagli accordi internazionali, il Giappone continua a prelevare migliaia di esemplari di alcune specie di balena; giustificando l’operazione con l’apparente necessità di raccolta di maggiori informazioni scientifiche per poter stabilire lo stato delle loro popolazioni.

Il finning è una pratica brutale quanto inutile. Questa consiste nella rimozione delle pinne dagli squali, ributtando il corpo ancora in vita direttamente nell’oceano. Incapaci di nuotare in modo efficace, gli squali muoiono per soffocamento (devono stare in continuo movimento per ossigenare le branchie) o mangiati da altri predatori.

La rimozione di predatori apicali all’interno degli ecosistemi marini porta a disastrosi effetti top-down che si ripercuotono su tutta la catena trofica. Il finning è aumentato dal ’97 per la crescente domanda di pinne per la zuppa e per le cure tradizionali, in particolare in Cina.

L’Ecopost consiglia: alcune letture

Noi di Ecopost teniamo molto all’informazione del singolo. Qui di seguito riportiamo alcuni titoli che vi potranno avvicinare ancora di più alle tematiche trattate nell’articolo.

  • Mariasole Bianco, “Pianeta oceano. La nostra vita dipende dal mare”
  • Charles Moore, “L’oceano di plastica”
  • Filippo Solibello, “Spam. Stop plastica a mare”
  • Nicolò Carnimeo, “Come è profondo il mare”
  • Franco Borgogno, “Un mare di plastica”
  • Frank Schätzing, “Il mondo d’acqua”

L’ambiente minacciato: in Sri Lanka sfiorata la tragedia

https://anchor.fm/lecopost/episodes/Tragedia-sfiorata-in-Sri-Lanka-a-fuoco-una-nave-con-270-mila-tonnellate-di-petrolio-ej9vna

A solo un mese e mezzo di distanza dal disastro ambientale che ha colpito le Mauritius, una nuova tragedia ha rischiato di consumarsi, questa volta, in Sri Lanka. Una petroliera, battente bandiera Panamense, che trasportava 270mila tonnellate di petrolio è rimasta coinvolta in un incendio. Stavolta l’uomo è riuscito risparmiare l’ambiente dall’ennesima marea nera; l’ultima parola agli esperti.

La dinamica dell’accaduto

Intorno alle 8 del 3 settembre nella sala macchine principale della New Diamond è divampato un incendio, a seguito dell’esplosione di una caldaia.

La petroliera, che navigava a 38 miglia nautiche al largo di Sangamankanda Point (ad est dello Sri Lanka), trasportava 270.000 tonnellate di petrolio dal porto di Meena Al Ahmadi in Kuwait al porto di Paradip in India.

Crediti: Sri Lankan Air Force Media

La Marina, l’Air Force, l’Autorità portuale dello Sri Lanka e la Marina e la Guardia costiera indiana hanno lavorato insieme per contenere l’incendio; mentre alcune navi hanno perimetrato l’area, nell’eventualità di una fuoriuscita di petrolio.

Leggi anche il nostro articolo: “Alluvioni estive, la nuova normalità italiana”

Necessario un intervento aereo e navale per poter raffreddare i fianchi della nave e l’utilizzo di acqua e sacchi di polvere chimica secca (DCP), i quali hanno fornito risultati positivi nel soffocare le fiamme a bordo. Un rimorchiatore ha trainato la nave a largo mentre il fuoco veniva domato.

Salvi i 21 membri dell’equipaggio; anche le condizioni di salute del terzo ufficiale di ingegneria della nave, ricoverato all’ospedale Kalmunai dopo aver subito delle lesioni, stanno tornando stabili. 

E’ stato purtroppo confermato che un marinaio filippino a bordo sia rimasto vittima al momento dell’esplosione della caldaia.

Un nemico per l’ambiente

L’incendio sulla nave non ha avuto alcun effetto sulle 270.000 tonnellate di petrolio immagazzinate; sono state adottate le misure necessarie per impedire che l’incendio si propagasse alle strutture di stoccaggio del greggio. Attualmente l’ipotesi di sversamento del carico nell’oceano sembra non sussistere.

Tuttavia, l’Autorità per la protezione dell’ambiente marino è pronta a prendere le misure necessarie per mitigare e gestire il rischio di una possibile fuoriuscita di petrolio in futuro.

Una volta che il petrolio viene immesso nell’ambiente provoca danni, spesso, irreversibili alla fauna e flora locali.

Quasi 100 ore dopo la segnalazione dell’emergenza, la Marina dello Sri Lanka e altre parti interessate sono state in grado di domare l’incendio. Il successo nella gestione di questo disastro ha scongiurato una grave catastrofe marittima.

Sul posto gli esperti

La Marina indiana e le squadre di salvataggio sono salite a bordo della nave in difficoltà e ne ispezioneranno l’interno.

Sebbene l’incendio sia stato completamente spento, esiste la possibilità che si ripresenti a causa dell’elevata temperatura all’interno della nave e delle condizioni dell’ambiente circostante. Pertanto, la Marina dello Sri Lanka è in massima allerta ed è pronta per qualsiasi emergenza.

Leggi anche il nostro articolo: “Disastro alle Mauritius: in mare mille tonnellate di petrolio”

Nel frattempo, una squadra di 10 esperti britannici e olandesi, tra cui esperti di operazioni di salvataggio, valutatori e un consulente legale, sono arrivati in Sri Lanka il 7 settembre in mattinata. Il team di esperti valuterà i danni arrecati alla nave. 

Di conseguenza, i procedimenti riguardanti quest’ultima saranno decisi in base alle loro raccomandazioni.

Il recente dramma delle isole Mauritius

 Il cargo giapponese Mv Wakashio, incagliato dal 25 luglio su una barriera corallina al largo di Mauritius con 4.000 tonnellate di petrolio, si è spezzata in due dopo averne perse oltre 1.000. L’ambiente circostante sta pagando il caro prezzo dell’ennesima incuria umana.

IL 25 luglio 2020 l’ambiente ha ricevuto un duro colpo da parte dell’incuria umana; perdendo, forse per sempre, un’ecosistema unico al mondo.

Le squadre di salvataggio hanno fatto di tutto per pompare le restanti 3.000 tonnellate di petrolio dalla nave. Il governo di Mauritius ha annunciato che chiederà all’armatore e all’assicuratore una compensazione per i danni. La giapponese Nagashiki Shipping si è detta disponibile a pagare eventuali danni. 

Jasvin Sok Appadu del ministero della pesca di Mauritius ha dichiarato che:

“Finora 38 carcasse di delfini son state portate a riva sulle spiagge. I risultati dell’autopsia chiariranno meglio la situazione”.

L’estrazione ed il trasporto del petrolio da parte dell’uomo hanno più volte stravolto e distrutto interi ecosistemi; la totale ripresa di questi ultimi non sempre è scontata. Ora più che mai è essenziale che l’umanità faccia i conti con una realtà senza petrolio. La strada è lunga e probabilmente gli interessi verranno prima del buon senso.

Urge un cambiamento ed una presa di coscienza collettiva, solo così si potrà aspirare al cambiamento.

Earth Overshoot Day 2020 posticipato. È stato il Covid?

Ascolta l’articolo cliccando qui sopra

L’Earth Overshoot Day quest’anno è caduto il 22 agosto. Anche se con quasi un mese di ritardo rispetto al 2019, l’umanità ha consumato del tutto le risorse annuali disponibili sul Pianeta. Alcuni studiosi ipotizzano che questo ritardo sia da attribuire al blocco totale di alcuni mesi imposto dal Covid-19; il quale avrebbe ridotto il consumo di risorse e diminuito l’impronta ecologica annuale dell’umanità.

Earth Overshoot Day: cos’è ?

Anche detto Ecological Debt Day (EDD), l’Earth overshoot day indica, attraverso un calcolo preciso, il giorno nel quale l’umanità consumerà interamente le risorse prodotte dal Pianeta nell’intero anno.

Si stima che, procedendo ai ritmi attuali, intorno al 2050 l’umanità avrà consumato il doppio delle risorse prodotte dalla Terra.

L’EOD segna la data in cui la domanda dell’umanità di risorse e servizi ecologici, in un dato anno, supera ciò che la Terra può rigenerare in quel medesimo arco di tempo. Manteniamo questo deficit liquidando le scorte di risorse ecologiche e accumulando rifiuti, principalmente anidride carbonica nell’atmosfera.

Il concetto di Earth Overshoot Day è stato concepito da Andrew Simms del think tank britannico New Economics Foundation.

Come viene calcolato?

Il Global Footprint Network si occupa di calcolare il giorno definito come Earth Overshoot. Il calcolo è dato dal rapporto tra la biocapacità del Pianeta, ossia l’ammontare di tutte le risorse che la Terra è in grado di generare annualmente, e l’impronta ecologica dell’umanità, ossia la richiesta totale di risorse per l’intero anno.

Leggi anche il nostro articolo: “Trivellazioni in Alaska e incendi in California: l’incubo americano”

In questo modo otteniamo la frazione dell’anno per la quale le risorse generate riescono a provvedere al fabbisogno umano. Infine moltiplicando per il numero di giorni in un anno si ottiene la data dell’Earth Overshoot Day.

  • {\displaystyle BIO} = biocapacità annuale del pianeta Terra;
  • {\displaystyle HEF} = impronta ecologica annuale dell’umanità

{\displaystyle EOD={\frac {BIO}{HEF}}\times 365}

Il Covid rallenta il consumo delle risorse?

Secondo i ricercatori, la velocità con cui l’umanità consuma le risorse della Terra è diminuita drasticamente quest’anno a causa della pandemia da Covid-19. Di conseguenza, l’Earth Overshoot Day è tornato indietro di oltre tre settimane dal 29 luglio 2019 al 22 agosto di quest’anno.

Secondo uno studio condotto da Global Footprint Network, un’organizzazione di ricerca internazionale, il quasi totale stop indotto dal Covid-19 ha portato ad una riduzione del 9,3% dell’impronta ecologica dell’umanità rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tuttavia, per continuare a consumare risorse ecologiche al nostro ritmo attuale, avremmo ancora bisogno dell’equivalente di 1,6 Terre .

L’Earth Overshoot Day è solo un modo per illustrare la portata della sfida biologica che dobbiamo affrontare. Sebbene i dati di quest’anno siano incoraggianti, è necessario che vengano compiuti ulteriori progressi e studi.

Lo spostamento di tre settimane tra le date dell’Earth Overshoot Day nel 2019 e nel 2020 rappresenta il più grande spostamento di un anno da quando è iniziato”l’overshoot” globale negli anni ’70. Da allora, l’aumento della popolazione mondiale e l’aumento dei livelli di consumo pro capite hanno visto l’Earth Overshoot Day spostarsi all’inizio dell’anno, con la data che tocca luglio per la prima volta nel 2019.

Parlano gli esperti

David Lin, che guida il team di ricerca dietro l’Earth Overshoot Day, ha spiegato:

“Quest’anno è stato particolarmente difficile perché volevamo dare un’indicazione di come il Covid-19 abbia influenzato i risultati del 2020 “.

La ricerca di Lin ha rilevato che c’è stato un forte calo delle emissioni di CO2 (del 14,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente).

Leggi anche il nostro articolo:”Disastro alle Mauritius: in mare mille tonnellate di petrolio”

Mike Childs, responsabile delle politiche di Friends of the Earth, ha avvertito che:

“Il miglioramento di quest’anno nel modo in cui utilizziamo le nostre risorse naturali è dovuto esclusivamente al Covid-19 e ai successivi blocchi. A meno che non si verifichi un cambiamento significativo nel modo in cui agiamo, è probabile che la situazione torni alla normalità, o peggio, negli anni successivi “.

Un ritmo insostenibile

La verità è che i ritmi ai quali l’uomo sta sfruttando le risorse disponibili sul Pianeta sono insostenibili. E’ essenziale che avvenga una mobilitazione mondiale verso un diverso tipo di utilizzo delle risorse.

Abbattiamo intere foreste per il legname e per creare ampie zone da pascolo, svuotiamo i nostri mari ed oceani senza dar tempo alla fauna di potersi rigenerare; scarnifichiamo la terra per appropriarci dei suoi minerali e pietre preziose, che alimentano lo sfruttamento umano, abbattendo ogni tipo di diritto.

La realtà dei fatti è che dobbiamo rivoluzionare le nostre vite, guardando al reale utilizzo delle risorse quotidiane e capacitandoci di quanto ognuno di noi effettivamente possa impattare sul Pianeta.

L’Ecopost ha provato a calcolare la propria impronta ecologica e, a malincuore, siamo venuti a conoscenza che servirebbero almeno 2 terre per permetterci di mantenere invariati i nostri stili di vita.

Dato il massiccio ed eccessivo uso delle risorse biologiche del pianeta, le nostre economie sono ora limitate dalla disponibilità della biocapacità della Terra. Per assicurarci di avere un pianeta sano che possa supportarci ora e in futuro, è necessario ridurre la domanda “umana” e mantenere vitale il nostro Pianeta.

Il passato non determina necessariamente il nostro futuro. Le nostre scelte attuali sì. Attraverso decisioni sagge e lungimiranti, possiamo ribaltare le tendenze del consumo di risorse naturali migliorando al contempo la qualità della vita di tutte le persone.

Se siete curiosi di scoprire la vostra “Ecological Footprint” vi rimandiamo al seguente sito.

Estinzione: a rischio orsi polari e squali

La pesca distruttiva e insostenibile sta facendo crollare il numero di squali in molte barriere coralline e, se il riscaldamento climatico continuerà senza sosta, gli orsi polari andranno incontro ad estinzione certa entro la fine del secolo. Questo è quanto riportato in alcuni studi che mettono in luce lo stato di salute di due predatori essenziali per gli ecosistemi marini e terrestri.

Estinzione, cos’è?

Gli studiosi parlano di “annientamento biologico“, miliardi di popolazioni animali sono state perse negli ultimi decenni. L’annientamento della fauna selvatica in un così breve lasso di tempo è il risultato della sesta estinzione di massa ed è più grave di quanto si temesse.

Leggi il nostro articolo: “Giornata mondiale degli Oceani, facciamo il punto”

Gli scienziati incolpano la sovrappopolazione umana ed il consumo eccessivo di risorse. Avvertono che tutto ciò minaccia la nostra sopravvivenza, con poco tempo in cui agire.

Negli ultimi 100 anni si sono estinte quasi 200 specie di vertebrati, circa 2 specie all’anno. Pochi si rendono conto, tuttavia, che in “natura” per raggiungere questi numeri non sarebbe bastato un secolo, ma almeno 10.000 anni. La IUCN (Unione internazionale per la conservazione della natura) ogni anno stila una “red list“. La Lista Rossa IUCN è un indicatore critico della salute della biodiversità nel mondo. 

Molto più di un elenco di specie e del loro stato di salute, è un potente strumento per informare e catalizzare l’azione per la conservazione della biodiversità e il cambiamento delle politiche, fondamentale per proteggere le risorse naturali di cui abbiamo bisogno per sopravvivere. Fornisce informazioni sulla dimensione della popolazione, habitat ed ecologia, minacce e azioni di conservazione.

Le estinzioni sono drammatiche ed a lungo termine, poiché tali perdite sono irreversibili e possono avere effetti profondi che vanno dall’esaurimento delle risorse al deterioramento della funzione e dei servizi dell’ecosistema.

Estinzione squali

Un nuovo studio ha scoperto che le pratiche di pesca insostenibili hanno portato a un calo del numero di squali nelle barriere coralline di tutto il mondo, sconvolgendo l’equilibrio ecologico degli ecosistemi marini. In effetti, gli squali sono già ” funzionalmente estinti ” dal 20 percento delle barriere coralline studiate.

Decenni di sfruttamento eccessivo hanno devastato le popolazioni di squali, lasciando notevoli dubbi sul loro stato ecologico. Tuttavia, gran parte di ciò che si sa su questi ultimi è stato dedotto dai registri delle catture della pesca industriale, mentre sono disponibili molte meno informazioni sugli squali che vivono in habitat costieri. 

Gli squali sono parte integrante delle barriere coralline. Agiscono come specie indicatrici (bio indicatori) che forniscono informazioni sulla salute a tutto tondo degli ecosistemi in cui vivono.

Gli ecologi sono preoccupati che la scomparsa degli squali potrebbe potenzialmente innescare un fenomeno chiamato “mesopredator release“, in cui popolazioni di predatori di medie dimensioni aumentano rapidamente negli ecosistemi dopo la rimozione di grandi carnivori. Tali aumenti rapidi possono forzare improvvisi cambiamenti nella struttura degli ecosistemi.

La pesca incontrollata, le ghost net e la perdita degli habitat in cui vivono hanno portato ad un drastico calo delle popolazioni mondiali di squali.

Leggi il nostro articolo: “Galapagos, flotta cinese nella riserva marina UNESCO”

Tuttavia, permangono opportunità per la conservazione degli squali di barriera: santuari, aree chiuse, i limiti di cattura e l’assenza di reti da pesca. Le popolazioni di squali avranno una possibilità di recupero solo se verranno intraprese risposte concrete.

Lo studio pubblicato su Nature

Lo studio ha coinvolto oltre 100 scienziati, che hanno utilizzato una rete di telecamere subacquee in 58 paesi, coprendo 371 barriere coralline, per osservare gli squali nel loro habitat naturale nell’arco di quattro anni. Le 15.000 ore di riprese video hanno mostrato che gli squali erano spariti da quasi una barriera corallina su cinque.

“In un momento in cui i coralli stanno lottando per sopravvivere in un clima che cambia, la perdita di squali di barriera potrebbe avere conseguenze terribili a lungo termine per interi sistemi di barriera. Potrebbe portare gli squali all’estinzione.”

Ciò è quanto dichiara al The Guardian il dott. Mike Heithaus del Dipartimento di Scienze Biologiche della Florida International University, che ha finanziato lo studio.

Forse non è troppo tardi

Ma non è troppo tardi. I ricercatori hanno scoperto che alle Bahamas, negli Stati Uniti, in Australia, nella Polinesia francese ed alle Maldive gli sforzi di conservazione stanno funzionando e gli squali sono in abbondanza. 

Pratiche come il divieto di determinate attrezzature da pesca e la limitazione del numero di squali che possono essere catturati hanno funzionato in queste regioni.

“Ridurre la mortalità a causa della pesca è la chiave per proteggere le popolazioni degli squali esistenti, ricostruire le popolazioni in cui sono diminuite ed evitarne così l’estinzione. Abbiamo scoperto che ci sono diverse opzioni di gestione per ricostruire efficacemente le popolazioni di squali. Tra queste, la messa al bando delle reti da imbrocco, la definizione dei limiti di cattura e la creazione di grandi aree protette o santuari. Dobbiamo davvero muoverci in modo sostanziale verso la conservazione e il recupero nel prossimo decennio, altrimenti saremo in guai seri”. 

Non esiste una soluzione unica per tutti. I paesi devono capire come affrontare al meglio i numeri in diminuzione nei loro territori, comprendendo quali fattori specifici dell’area (o combinazioni di fattori) siano responsabili del declino degli squali, per evitare la futura estinzione di uno dei predatori più importanti in natura.

Estinzione orsi polari

Secondo uno studio pubblicato sul magazine Nature Climate Change, la riduzione dei ghiacci costringerà gli orsi polari (Ursus maritimus) a terra per un periodo prolungato, privandoli della capacità di cacciare cibo e costringendoli a sopravvivere con il grasso accumulato.

Gli orsi polari saranno così costretti a digiunare per periodi più lunghi di quelli attuali mettendo a rischio la loro sopravvivenza, spiega la ricerca secondo la quale a essere maggiormente in pericolo sono i cuccioli, mentre le femmine adulte sarebbero le ultime a perire.

Il sempre più rapido scioglimento dei ghiacci provoca agli orsi polari serie difficoltà nel reperire le risorse necessarie a sopravvivere. La loro estinzione potrebbe avvenire entro il 2100.

Lo studio prende in esame 13 sottopopolazioni (l’80% della totale popolazione di orsi) e calcola l’energia necessaria a questi ultimi per sopravvivere. I dati vengono poi incrociati con le proiezioni al 2100 sui ghiacci, nel caso in cui il riscaldamento climatico procedesse ai livelli attuali.

Il risultato dello studio

Il risultato è che il lasso temporale per cui gli orsi potrebbero essere costretti a digiunare supera quello per cui sono in grado di restare senza cibo. In altre parole morirebbero di fame. Poiché non solo dovrebbero digiunare di più ma si troverebbero ad affrontare non pochi problemi nel reperire cibo quando possibile.

Nei periodi in cui vi è minor probabilità di reperire il cibo, gli orsi si muovono il meno possibile per risparmiare energia. Ma la riduzione dei ghiacci e il calo della popolazione crea problemi anche su questo fronte; allungando i tempi per trovare un compagno, costringendoli a muoversi di più ed a bruciare energia preziosa per la sopravvivenza.

Il destino degli orsi polari è da tempo al centro del dibattito sul cambiamento climatico causato dall’uomo, con gli ambientalisti da un lato e chi nega il problema riscaldamento dall’altro. Gli scienziati replicano mettendo in evidenza come nei precedenti periodi di temperature elevate gli orsi avevano accesso a fonti alternative, che ora non hanno più.

L’estinzione: un fenomeno dalla velocità mai vista

L’impatto antropico sempre maggiore che esercitiamo sul Pianeta terra, direttamente o indirettamente, sta mettendo a dura prova la gran parte delle specie che vivono al nostro fianco. I predatori all’apice delle catene trofiche sono solo un piccole esempio.

Lo sfruttamento incontrollato dei territori, l’inquinamento dei cieli, della terra e degli oceani, sta portando il fenomeno dell’estinzione ad una velocità mai vista. E’ la prima volta nella storia del Pianeta che una singola specie causa l’estinzione di altre e la distruzione del proprio habitat.

E’ necessario che le politiche mondiali inizino a prendere seriamente la crisi ambientale, in tutte le sue forme, prima che sia troppo tardi.

Galapagos, flotta cinese nella riserva marina UNESCO

Non è la prima volta che la Cina invade le acque della seconda riserva marina più grande al mondo. Già nel 2017 un’imponente flotta cinese di pescherecci si era avvicinata alle Galapagos, facendo il suo ingresso con 297 navi, una delle quali aveva la stiva carica di 300 tonnellate di pescato illegale.

Una nuova minaccia da parte della Cina

Una massiccia flotta di pescherecci cinesi si è avvicinata ai confini dell’area marina protetta delle Galapagos, minacciando di decimare la biodiversità dell’arcipelago. Questa è considerata patrimonio dell’umanità e la zona protetta circostante alle isole offre riparo alla più grande biomassa di squali del mondo, e non solo. Difatti in queste acque vengono a riprodursi diverse specie, molte delle quali inserite nella red list della IUCN.

Leggi il nostro articolo: “Nuovi migranti climatici da Somalia e Bangladesh”

La zona economica esclusiva (ZEE) è un’area del mare, adiacente alle acque territoriali, in cui uno Stato costiero ha diritti sovrani per la gestione delle risorse naturali.

L’immagine illustra chiaramente il limite della ZEE che la flotta cinese non può superare senza incorrere in sanzioni. Quest’ultima si sta mantenendo “legalmente” ai margini della Riserva, entrando comunque in contatto con grandi quantità di pescato.
Crediti: Wikipedia

Circa 265 navi cinesi sono state avvistate entro il limite di 200 miglia nella ZEE dell’arcipelago ecuadoregno per diversi giorni.

I pescherecci in questione sono dei veri e propri cargo con celle frigorifere, sulle quali avvengono i primi processi di lavorazione del pescato. La flotta cinese è situata nella stretta fascia di acque internazionali che si trova tra l’Ecuador e le Galapagos, luogo in cui si apre un’importante rotta migratoria per molte specie a rischio d’estinzione, che nelle acque della riserva trovano rifugio e risorse.

Da questa immagine satellitare si può notare la flotta cinese (in arancione) che pattuglia i confini della riserva marina delle Galapagos.

La flotta in questo momento sta operando nella zona sud ovest dell’arcipelago e la loro presenza non solo sta mettendo a rischio la fauna locale per mezzo della pesca ma, a causa della cattiva gestione, sta anche disseminando rifiuti lungo la propria rotta.

Difatti, massicce quantità di materiali plastici e spazzatura di altro tipo vengono riversati nella Riserva durante la loro permanenza per finire poi sulle vergini coste delle isole.

La contraddizione maggiore risiede nel fatto che la Cina e l’Ecuador siano membri della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Questa impone ai due paesi di contribuire alla conservazione della fauna marina, in particolare delle specie migratorie e delle più vulnerabili.

Un programma di monitoraggio effettuato a Cocos island mostra come il numero degli squali martello abbia subito un declino del 50% negli ultimi 20 anni. Il problema è sempre lo stesso: una volta lasciata la riserva marina gli animali diventano vulnerabili agli ami ed alle reti illegali.

La strategia cinese

La Cina si sta apparentemente comportando in maniera legale, mantenendosi ai margini dell’area protetta. Purtroppo però la realtà dei fatti è un’altra; la flotta sta posizionando chilometri di reti lungo ampie porzioni della ZEE. Tutto ciò che si trova all’interno della riserva rimane “tutelato”, ma ciò che tenta di entrare o di uscire da quest’ultima rimane vittima delle reti.

Chilometri di morte che intrappolano e uccidono qualsiasi specie vi capiti a tiro. Dagli enormi squali balena alle piccole tartarughe, dai pesce martello ai tonni; non vi è selezione alcuna. Ciò porta a conseguenze ecologiche catastrofiche. I pescherecci possono aspettare il pesce ai margini di queste aree, così da non essere legalmente perseguibili.

La cattura e il non rilascio degli esemplari più giovani, ad esempio, crea uno squilibrio importante all’interno delle popolazioni locali. In ecologia si parla di reclutamento, che indica l’aggiunta di nuovi individui in una popolazione dovuta alle nuove nascite. Il reclutamento può portare ad un incremento demografico di una popolazione oppure, se le perdite sono uguali o maggiori al n° dei nuovi nati, ad un crollo demografico.

Questo sta ad indicare quanto le aree marine protette siano essenziali per la biodiversità e per le future riserve proteiche, alle quali l’umanità attinge (abbondantemente).

La flotta cinese nel 2017

Nell’agosto del 2017 la Marina ecuadoregna intercettò una grande flotta da pesca illegale cinese che si era avvicinata alla Riserva delle Galapagos. 297 navi, una delle quali aveva nella stiva più di 300 tonnellate di pescato vietato, in gran parte squali.

Pescato illegale da parte della flotta cinese a largo delle isole Galapagos.

Vennero contati 6.600 squali tra cui due specie altamente a rischio di estinzione, i Seta ed i Martello.

L’inchiesta rivelò successivamente che la nave stava recuperando le catture di un centinaio di pescherecci che navigavano al limite delle acque territoriali circostanti. Quito all’epoca aveva convocato l’ambasciatore cinese per consegnare una protesta ufficiale e la giustizia ecuadoregna aveva condannato i proprietari della nave cinese a una multa di circa 6 milioni di dollari

Leggi il nostro articolo: “Nuova mattanza alle isole Fær Øer: uccisi quasi 300 cetacei in un giorno”

Il capitano e i suoi tre deputati furono detenuti per tre anni in prigione mentre gli altri 16 membri dell’equipaggio per uno. Tutto ciò non fu abbastanza per rallentare il fenomeno. La strage di quell’anno ancora riecheggia negli animi della popolazione locale, la quale vive nel pieno rispetto della natura.

La seconda Riserva più grande al mondo

Dichiarato patrimonio naturale dell’umanità dal 1978, l’arcipelago delle Galapagos è un vero e proprio bacino di biodiversità.

Le riserve marine vengono create in zone contenenti le nursery (asili- luoghi in cui vengono deposte uova e partoriti cuccioli) o perchè presentano un rilevante interesse per le caratteristiche naturali, con particolare riguardo alla flora/fauna marine/costiere.

La presenza della flotta cinese alle Galapagos è preoccupante in quanto la riserva è considerata la seconda più grande al mondo con i suoi 133.000 km 2 di superficie, ed ospita molte specie marine protette. Anche il governo ecuadoregno ha investito molto nella conservazione di questo patrimonio. All’interno della riserva è autorizzata solo la pesca artigianale mentre la pesca industriale è vietata.

Le aree marine protette delimitate dall’uomo sono di scarsa importanza per i grandi pesci e cetacei che percorrono i lunghi corridoi migratori attraverso gli oceani e l’intervento delle autorità è possibile solo quando le navi entrano nelle riserve. Per questo motivo finchè la flotta cinese continuerà a rimanere lungo i margini della riserva il governo ecuadoregno non potrà richiedere alcun tipo di intervento.

Qui di seguito riportiamo alcune vittorie a livello conservativo delle Isole Galapagos:

  • 1978, l’UNESCO dichiara le Isole Galapagos patrimonio naturale dell’umanità
  • 1986, il governo dell’Ecuador crea la Riserva delle risorse marine delle Galapagos
  • 1990, le isole sono dichiarate Santuario delle balene
  • 1998, viene creata la Riserva marina delle Galapagos
  • 2001, l’UNESCO include la Riserva marina delle Galapagos nella lista del patrimonio naturale dell’umanità

Riflessione

Questo evento dovrebbe far discutere e riflettere su come, in futuro, si dovranno tutelare questi luoghi strategici per la biodiversità di tutto il mondo, non solo delle Galapagos.

Capire come combattere le pressioni ecologiche causate dalle flotte illegali nei pressi delle riserve e quelle dovute ai cambiamenti ambientali. Le protein stocks (riserve di proteine) sparse per gli oceani del mondo sono essenziali per la protezione della biodiversità, per la vita del pianeta ma anche, in futuro, per il rifornimento di cibo per l’umanità.

Leggi il nostro articolo: “Ghost net: le reti da pesca che soffocano gli oceani”

Ghost net: le reti da pesca che soffocano gli oceani

reti da pesca

Negli ultimi giorni è divenuta popolare la notizia di un capodoglio, “Furia”, completamente intrappolato in una spadara (rete illegale in molti paesi) nei pressi delle isole Eolie. Non è la prima volta che notizie del genere giungono alle orecchie della stampa nazionale e mondiale; le reti da pesca abbandonate, perse o illegali ogni anno mietono migliaia di vittime negli oceani e prendono il nome di ghost net.

Ghost net, cosa sono?

Per ghost net, o reti fantasma, si intendono tutte quelle reti andate perse o lasciate in mare perchè danneggiate durante le battute di pesca. Quasi invisibili nella penombra, possono essere lasciate aggrovigliate su una scogliera o alla deriva in mare aperto. Possono intrappolare pesci di varie dimensioni, mammiferi, uccelli e altre creature, incluso l’occasionale subacqueo.

Furia, il capodoglio imprigionato in una spadara nel pressi delle isole Eolie. Le ghost net mietono vittime di tutte le dimensioni.
Crediti: Carmelo Isgrò

Le reti impediscono il movimento, causando fame, lacerazioni cutanee, infezioni e soffocamento in coloro che devono tornare in superficie per respirare.

Leggi anche il nostro articolo: “Polveri sottili: cosa sono e quali effetti hanno”

Alcuni pescatori usano reti da posta; queste sono sospese nel mare grazie a boe di galleggiamento lungo un bordo. In questo modo formano una parete della morte verticale lunga centinaia di metri, dove è possibile catturare qualsiasi tipo di animale, indiscriminatamente, in base alle sue dimensioni.

Reti da posta

Se le reti non vengono recuperate in tempo rischiano di dar vita ad un ciclo infinito: difatti, una volta piene, affondano a causa dell’eccessivo carico, avendo superato la capacità di galleggiamento delle boe, e dopo essersi depositate sul fondale il pesce diviene una risorsa per animali bentonici come i crostacei. Una volta alleggerito il carico, i galleggianti sollevano nuovamente la rete e il ciclo continua.

I pescatori spesso abbandonano le reti logore perché è il modo più semplice per sbarazzarsene. Si stima che l’equipaggiamento fantasma rappresenti il ​​10% (640.000 tonnellate) di tutti i rifiuti marini.

Bycatch

Ovunque vi sia la pesca, esiste una cattura accidentale, detta bycatch, di specie non bersaglio, ovvero non di interesse commerciale, come i delfini, le tartarughe e gli uccelli marini. 

Le attuali attrezzature da pesca, spesso quasi invisibili ed estremamente efficienti, catturano le specie di pesci desiderate così come qualsiasi altra cosa sul proprio cammino. Una quantità immensa di biodiversità marina, tra cui molti organismi giovani, viene trasportata con il pescato e poi scartata in mare morta o morente.

Bycatch: tonnellate di pesce catturato involontariamente dalle reti vengono gettate in mare ogni anno.

I leader del settore della pesca comprendono sempre più la necessità di ridurre questo fenomeno. Esistono soluzioni comprovate, come la modifica degli attrezzi da pesca in modo che un numero minore di specie non bersaglio sia catturato o possa sfuggire. In molti casi, queste modifiche sono semplici ed economiche e spesso provengono dagli stessi pescatori.

Leggi anche il nostro articolo: “Nuova mattanza alle isole Fær Øer: uccisi quasi 300 cetacei in un giorno”

Nonostante le nuove tecnologie e il riconoscimento del problema da parte dell’industria ittica, le catture accidentali rappresentano ancora un grave problema. Non solo provocano morti e lesioni perenni, ma i metodi di pesca possono essere dannosi per gli ambienti marini in cui vengono impiegati.

La seconda vita delle reti da pesca

Healthy Seas, in collaborazione con l’Aeolian Islands Preservation Fund (AIPF), Blue Marine Foundation (BLUE) e la Ghost Fishing Foundation, si fa promotore di una missione di recupero delle reti da pesca perse o abbandonate nei fondali marini al largo delle isole Eolie. La missione è interamente sponsorizzata da Aquafil.

Healthy Seas opera nel Regno Unito, in Italia, in Grecia, nei Paesi Bassi e in Belgio. In cinque anni, con la collaborazione di subacquei volontari e pescatori, ha raccolto oltre 375 tonnellate di reti da pesca, l’equivalente del peso di 2 balenottere azzurre.

Crediti: Econyl

Una volta recuperate, le reti da pesca vengono ripulite ed inviate all’azienda Aquafil che si occupa di trasformarle in nylon rigenerato ECONYL®, il nylon riciclabile all’infinito. Il progetto, realizzato inoltre in collaborazione con la Capitaneria e il Comune di Lipari, interessa i diving e pescatori locali che sono direttamente coinvolti nel recupero delle reti.

Leggi anche il nostro articolo: “Sotto il segno del mercurio: il futuro degli oceani”

Questa iniziativa raggiunge anche le scuole; gli studenti hanno l’opportunità di incontrare i subacquei e toccare con mano il problema dei rifiuti marini, approfondendo il tema dell’economia circolare e dell’inquinamento da plastiche. Tale iniziativa ha l’obiettivo di contribuire alla sensibilizzazione e responsabilizzazione della comunità locale verso la salvaguardia dell’ambiente marino (aree marine protette etc.).

Molti brand di fama mondiale, come Gucci, hanno iniziato ad avvicinarsi a questo genere di filato 100% derivato da reti e plastiche raccolte negli oceani.

Un piccolo passo che, unito a sensibilizzazione ed istruzione, potrà fare la differenza per la salvaguardia degli oceani ed attuare un reale cambiamento nel futuro di tutti noi.

Nuova mattanza alle isole Fær Øer: uccisi quasi 300 cetacei in un giorno

Nemmeno l’epidemia da covid-19, che ha colpito e messo in ginocchio il mondo intero, ha impedito il massacro di globicefali e delfini che ogni anno si consuma alle isole Fær Øer. Una pratica secolare che, al mondo d’oggi, non trova giustificazione e, soprattutto, rischia di arrecare seri danni alla salute della popolazione locale. La causa? Il mercurio.

Grindadràp: cos’è?

La caccia alle balene, o Grindadràp, alle isole Fær Øer è praticata fin dal 1584. Un tempo utilizzata come fonte di cibo e denaro, in una regione arsa dal vento e dalle condizioni climatiche avverse, ad oggi è considerata dai molti inutile ed una mera barbarie, perpetrata a discapito di specie già di per sé ampiamente stressate dall’impatto antropico.

Nel periodo estivo a cavallo tra giugno e settembre le meravigliose acque di alcune baie locali si tingono di rosso. I cetacei presi di mira dalla Grindadràp sono i Globicefali (Globicephala melas), animali sociali, come i delfini, nei quali vi è una forte coesione all’interno dei pod (“branchi”).

Globicefalo. Foto di Barney Moss

La caccia si svolge in vari passaggi: avvistamento, inseguimento, spiaggiamento, uccisione e lavorazione.

Gli elementi che costituiscono la caccia alla balena sono ami, funi e strumenti per la misurazione delle balene. Quando i cacciatori avvistano una balena hanno la possibilità di spostarla solo se questa è in prossimità di fiordi e baie.

Leggi anche: “Sotto il segno del mercurio: il futuro degli oceani”

Per condurre il branco di balene verso la riva, le barche formano un semicerchio. Al segnale del caposquadra del gruppo di cacciatori, delle pietre vengono lanciate nell’acqua dietro il branco. I rumori spingono i pod a dirigersi nella direzione opposta al frastuono, la spiaggia. Lo spostamento di un branco di cetacei deve sempre avvenire sotto la supervisione di un’autorità del luogo.

Dopo aver arenato le balene sulla spiaggia comincia una vera lotta a mani nude, carica di violenza, alla quale interi villaggi e turisti assistono emozionati, spesso con i bambini in prima fila. I cacciatori, dopo aver arpionato l’animale dallo sfiatatoio, tagliano il dorso delle prede presso la spina dorsale con uno speciale coltello. Questo è considerato il miglior modo per uccidere l’esemplare, perché induce una morte “rapida”. Naturalmente non è quasi mai così.

Negli ultimi anni si è cercato di spiegare agli abitanti delle isole il concetto di bioaccumulo delle sostanze tossiche come il mercurio nei tessuti degli animali all’apice della catena alimentare. Neppure il timore di malformazioni e degenerazioni del sistema nervoso hanno rallentato o scoraggiato questa pratica, la quale continua ad essere perpetrata.

La prima mattanza del 2020

Il capitano Paul Watson, il fondatore di Sea Sheperd, il 16 luglio ha denunciato la ripresa della caccia alle balene in queste isole. L’ultima Grindadràp risale all’agosto 2019, durante la quale vennero massacrati un centinaio di globicefali.

https://www.facebook.com/captpaulwatson/posts/10158122835045932
La notizia pubblicata dal Capitano Paul Watson, fondatore della Sea Shepherd Conservation Society.

Questa volta il numero è pari a 252 Globicefali e 35 delfini bianchi.

Il ruolo dell’Europa?

Le isole Fær Øer non fanno parte dell’Unione Europea, bensì del Regno di Danimarca. Ottennero l’autonomia nel 1948 e nel corso degli anni hanno acquisito il controllo su quasi tutte le questioni di politica interna, come la gestione della caccia ai cetacei. Non hanno però il controllo dell difesa e gli affari esteri, Con l’eccezione di una piccola forza di polizia e guardia costiera. La forza militare organizzata rimane responsabilità della Danimarca.

L’Europa ha una legislazione rigorosa per la protezione di tutti i cetacei, ma purtroppo le Isole Fær Øer non fanno parte di quest’ultima, quindi il diritto comunitario lì non è applicabile. La Convenzione di Bonn, la Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (CITES) e la Convenzione sulla conservazione della vita selvatica e dell’ambiente naturale europea (Convenzione di Berna) non si applicano alle Isole Fær Øer. 

Leggi anche: “Disastro ambientale in Siberia”

La caccia alle balene pilota (ed altri cetacei) è legale nelle Isole Fær Øer e la Commissione europea ha limitate possibilità di intervenire direttamente e non ha identificato alcuna legge comunitaria che potrebbe essere stata violata dalle attività svolte nelle Isole dalla marina e dalla polizia della Royal Danish in relazione a questa caccia.

Non solo alle Fær Øer

Al mondo, purtroppo, certe mattanze sono all’ordine del giorno e avvengono in molti Paesi.

Per esempio a Taiji, in Giappone, vi è una baia nella quale in certi periodi dell’anno avviene la medesima mattanza. La tecnica di caccia è molto simile, ma i cetacei sono diversi. Ogni anno vengono brutalmente massacrati centinaia di delfini; coloro che non vengono arpionati sono destinati ad una sorte forse ben peggiore: i delfinari.

Leggi anche: “Glifosato, Bayer patteggia sul Roundup: pagherà 10 miliardi”

Per maggiori chiarimenti circa la baia giapponese di Taiji vi rimandiamo alla visione del documentario : The cove.

Sotto il segno del mercurio: il futuro degli oceani

Le attività antropiche, come i processi industriali e minerari-estrattivi, nel tempo hanno contribuito all’aumento delle concentrazioni di mercurio (Hg) negli oceani. La conferenza di Goldschmidt del 2020 ha messo in luce la ricerca del Dr. Ruoyu Sun dell’Università di Tianjin sul metilmercurio trovato nel punto più profondo del nostro pianeta, la fossa delle Marianne.

Lo studio cinese

La conferenza Goldschmidt è la principale conferenza geochimica del mondo. Tenuta annualmente, affronta temi come i cambiamenti climatici, l’astrobiologia, le condizioni ambientali, l’inquinamento, l’ambiente sottomarino e molte altre materie. Quest’anno il congresso si è tenuto alle Hawaii, in forma online, dal 21 al 26 giugno.

Ogni anno, scienziati di tutto il mondo presentano ad una commissione le proprie ricerche e scoperte. Solo dopo un’attenta valutazione, vengono scelti coloro degni di nota. Quest’anno la conferenza ha dato voce ad una scoperta drammatica.

Un gruppo di scienziati dell’università cinese di Tianjin, ha misurato le concentrazioni di mercurio e le composizioni di isotopi in molluschi e crostacei catturati a una profondità di 7.000-11.000 metri e in alcuni sedimenti raccolti a 5.500-9.200 metri nella Fossa delle Marianne e nella Fossa di Yap.

Leggi anche il nostro articolo: “Giornata mondiale degli Oceani, facciamo il punto”

“Durante il 2016-2017, abbiamo dispiegato sofisticati veicoli terrestri per l’esplorazione delle acque sul fondo del mare della fossa delle Marianne e di Yap, tra i luoghi più remoti e inaccessibili della Terra, catturando la fauna endemica e raccogliendo dei sedimenti. Siamo stati in grado di presentare prove inequivocabili della presenza di isotopi del mercurio che provengono esclusivamente dal metilmercurio dell’oceano superiore. La maggior parte di questa sostanza si forma direttamente o indirettamente in seguito a vari processi industriali. Il metilmercurio trovato nelle specie esaminate deriva in gran parte dall’atmosfera e penetra nell’oceano durante le piogge. Sappiamo che questo mercurio si deposita dall’atmosfera nell’oceano di superficie e viene quindi trasportato nell’oceano profondo nelle carcasse di pesci e mammiferi marini, in piccole particelle. Parte di questo mercurio è prodotto naturalmente, ma è probabile che gran parte di esso provenga dall’attività umana”.

Dr. Ruoyu Sun, scienziato a capo della ricerca.

Tuttavia, il metilmercurio viene prodotto naturalmente in quantità minime a queste profondità, ciò implica che il maggior rilascio di questa sostanza, a causa delle azioni umane, è molto più diffuso negli oceani profondi di quanto si pensasse in precedenza.

Il mercurio e la biomagnificazione

I vapori del mercurio (Hg), che provengono in primo luogo dalla crosta terrestre (esplosioni vulcaniche ed incendi) e da attività antropiche come quelle industriali e l’utilizzo di combustibili fossili, sono estremamente tossici.

Va detto che negli ultimi anni l’inquinamento da Hg dovuto a fonti industriali fortunatamente è stato ridotto. Il metilmercurio è una sostanza derivata, presente in piccole concentrazioni nell’acqua di mare, ed assorbito dalle alghe, entrando così nella catena alimentare.

Morte, la conseguenza della presenza di mercurio ed altre sostanze tossiche negli oceani.

Il metilmercurio tende quindi ad accumularsi nei pesci, specialmente nei predatori più grandi e longevi, all’apice della catena trofica, legandosi alle proteine muscolari e divenendo dunque un problema anche per la salute umana. L’effetto del mercurio è particolarmente evidente nelle aree che circondano le industrie metallurgiche, dove piante ed animali sono distrutti nel raggio di km.

Nel 1962 Rachel Carson fu la prima a descrivere il processo di “biomagnificazione“. Spiegò come il DDT ed altre sostanze altamente tossiche diventino sempre più concentrate nei tessuti biologici man mano che si trasmettono nella catena alimentare.

Quindi, la biomagnificazione in ecologia/biologia è il processo per cui l’accumulo di sostanze nocive, come il mercurio, negli esseri viventi aumenti di concentrazione man mano che si sale al livello trofico successivo.

L’immagine ci descrive in maniera semplice e chiara il passaggio del mercurio (prodotto da eventi naturali e antropici) negli oceani.
Crediti: wikipedia

L’immagine qui di sopra permette di comprendere meglio il funzionamento della biomagnificazione del mercurio negli oceani:

un microorganismo di fitoplancton (alla base della catena alimentare negli ecosistemi acquatici) ingloba in sé un atomo di mercurio. Un organismo di zooplancton mangia poi 10 organismi di fitoplancton e ingloba di conseguenza 10 atomi di mercurio; un piccolo pesce mangia 500 organismi di zooplancton e ingloba quindi 5.000 atomi di mercurio; un pesce di media taglia mangia 5 pesci di piccola taglia e ingloba 25.000 atomi di mercurio; un pesce di grossa taglia mangia 2 pesci di media taglia e siamo a 50.000 atomi; infine uno squalo mangia 5 pesci di grossa taglia e ingloba quindi 250.000 atomi di mercurio.

Leggi anche il nostro articolo: “Ripristinare gli oceani entro il 2050: la sfida della scienza”

Nei tessuti di orsi polari in Norvegia e Russia sono state trovate alte concentrazioni di sostanze, tra le quali il mercurio, che hanno un impatto drammatico sulla salute di questi animali.

La baia di Minimata, una tragedia dimenticata

Tra il 1932 ed il 1968 la Chisso corporation (società chimica) riversò nelle acque della baia di Minimata, in Giappone, innumerevoli quantità di mercurio, presenti nelle acque reflue del suo stabilimento.

Il metilmercurio, nel tempo, si depositò nei fanghi sul fondo del mare, luogo in cui vivono e nutrono numerosi microrganismi alla base della catena alimentare. La sostanza tossica fu assorbita da crostacei e molluschi, risalendo la catena alimentare per terminare il proprio viaggio nelle tavolo degli abitanti della baia, molti dei quali pescatori.

Leggi anche il nostro articolo: “Glifosato, Bayer patteggia sul Roundup: pagherà 10 miliardi”

Proprio questi ultimi furono i primi ad accusare le terribili conseguenze di quella che sarebbe stata nominata la “malattia di Minimata”. Una sindrome neurologica che provoca atassia (progressiva perdita del coordinamento muscolare) e parestesia (alterazione della sensibilità degli arti, perdita del senso del tatto). Perdita dell’udito e della vista, disordine mentale ed infine, essendo degenerativa, paresi e morte.

Dopo trent’anni di sversamenti e di omissioni di colpa da parte della Chisso ed il drammatico silenzio del Governo giapponese, finalmente nel 1956 la malattia venne riconosciuta.

Solo dodici anni dopo venne confermato il legame tra sversamenti del mercurio in mare e la malattia; e solo nel 1968 la Chisso smise di inquinare la baia con le proprie acque reflue, delle quali oltretutto negò la tossicità fino all’ultimo.

Una situazione sotto controllo?

Per tutelare i consumatori, con il Regolamento (CE) n. 1881/2006 l’Europa ha fissato i limiti di mercurio consentiti nei prodotti della pesca. A 0,5 mg/kg per i pesci e muscolo di pesce, e 1 mg/kg per lo squalo, pesce spada, tonno, rana pescatrice, storione (etc.).

Qui vi riportiamo alcuni dei valori medi di metilmercurio presenti nei pesci in commercio; i dati sono a cura del CEIRSA (Centro interdipartimentale di Ricerca e documentazione per la Sicurezza Alimentare).

L’Oms lo ha inserito tra le dieci minacce più gravi per la salute umana.

Purtroppo, anche nei Paesi che da decenni hanno regolato o reso illegale l’utilizzo del mercurio, i loro residui chimici continuano ad essere presenti nell’ambiente e ad avere effetti negativi sui sistemi acquatici.

Ecuador, nuova vittoria per gli indigeni Waorani

In Ecuador il 17 giugno 2020 il giudice del tribunale di Pichincha (una provincia del Paese) si è pronunciato a favore dei diritti alla salute, alla vita e all’autodeterminazione degli Waorani; sono state concesse misure cautelari parziali che impongono al governo ecuadoregno di intraprendere azioni urgenti per contenere il virus nel territorio indigeno. 

La covid-19 in Ecuador

Il primo caso di coronavirus nel Paese è stato annunciato dal governo il 29 febbraio e la città di Guayaquil ne è diventata l’epicentro della diffusione in Ecuador; il paese non è riuscito a gestire nuovi contagi, portando il sistema sanitario al collasso.

Dopo il Brasile e il Perù, l’Ecuador è uno dei paesi con il più alto numero di casi da covid-19 in America Latina. Il presidente Lenín Moreno ha dichiarato l’emergenza sanitaria il 12 marzo; il tasso nazionale di infezione è aumentato drammaticamente a partire dal 17 dello stesso mese.

Leggi anche il nostro articolo: “Deforestazione Amazzonia: quando la natura non ha voce”

Il numero sempre maggiore di morti ha portato il paese a dover utilizzare bare di cartone; vengono chiamate le “corona-bare”. Inoltre, molto spesso le famiglie sono costrette a tenere in casa i corpi dei propri cari, tra lo sconforto ed il dolore.

Un’altra grande preoccupazione riguarda l’ingresso del virus nella foresta amazzonica, specialmente in aree abitate da tribù indigene isolate. I nativi sono più vulnerabili alle malattie trasmesse dai virus, a causa della malnutrizione e la quasi totale assenza della sanità.

Una nuova vittoria in Ecuador

Poco più di un anno dopo la storica vittoria legale del Popolo Waorani contro le trivellazioni petrolifere nell’Amazzonia ecuadoriana, la nazione indigena ha nuovamente trionfato. Questa volta la causa era mirata a proteggere le proprie comunità dall’accelerazione del COVID-19 nel loro territorio.

Il 17 giugno 2020, il giudice Delicia de los Ángeles Garcés Abad, del tribunale provinciale di Pichincha, si è pronunciato a favore dei diritti dei Waorani alla salute, alla vita e all’autodeterminazione. La sentenza del tribunale impone al Ministero della Salute di coordinarsi con la leadership Waorani per condurre test COVID-19 con l’aiuto di personale medico.

Garantendo l’assistenza con forniture mediche presso i centri sanitari delle comunità locali; e, per fornire ai Waorani informazioni adeguate e culturalmente rilevanti per fronteggiare la pandemia.

La causa, presentata il 21 maggio 2020, è stata diretta contro il presidente dell’Ecuador Lenín Moreno e il vicepresidente Otto Sonnenholzner, rispettivamente rappresentante legale e delegato del Comitato nazionale per le emergenze, Ministero della sanità, Segreteria umana Diritti, Ministero dell’Ambiente e dell’Acqua e Procuratore Generale. Questi dovranno inviare un rapporto entro otto giorni, che descriva dettagliatamente il monitoraggio delle estrazioni illegali, disboscamento e traffico di droga nel territorio degli Waorani.

In una dichiarazione pubblica al momento della presentazione della causa, i Waorani hanno sottolineato che le loro azioni fossero volte in primo luogo a proteggere i loro anziani (o “Pekinani”), così come i loro parenti isolati all’interno del “Untouchable Zone” nel Parco Nazionale Yasuní.

Una delle principali richieste (senza risposta) degli Waorani è una moratoria immediata su tutte le attività estrattive nel loro territorio. Proprio a causa della della loro vicinanza alle “strade del petrolio”, e del continuo traffico di legname, le comunità sono entrate in contatto con la covid-19. Nonostante l’aumento dei rischi, le operazioni petrolifere e il disboscamento legale e illegale nel loro territorio sono continuate, aumentando il potenziale diffondersi del virus verso i popoli più isolati. 

I Waorani, che contano circa cinquemila soggetti, hanno registrato almeno 188 casi confermati di COVID-19. Si sono auto-organizzati con l’aiuto di università, coalizioni indigene e di civili per affrontare la crisi sanitaria nel loro territorio.

“Oggi la giustizia ecuadoriana si è pronunciata a favore della nostra richiesta di misure precauzionali di fronte all’inazione del governo durante questa pandemia. Il popolo Waorani e i nostri parenti isolati sono in grave pericolo poiché il virus continua a diffondersi rapidamente attraverso l’Amazzonia. Sfortunatamente, la risposta del governo è stata inadeguata e non si sono coordinati con la nostra leadership. Siamo lieti che il giudice abbia ordinato misure precauzionali, ma dobbiamo rimanere vigili. 

Gilberto Nenquimo, il presidente della nazione Waorani

Il leader di Waorani Nemonte Nenquimo, che l’anno scorso ha contribuito a guidare la storica vittoria del suo popolo contro le compagnie petrolifere, afferma:

“Abbiamo combattuto per migliaia di anni per difendere il nostro territorio e le nostre vite da molteplici minacce: conquistatori, battitori di gomma, taglialegna e poi le compagnie petrolifere. Ora, stiamo combattendo contro il virus covid-19 con la nostra antica saggezza e la nostra conoscenza delle piante medicinali. Ma lo Stato sta mettendo a rischio la vita dei nostri anziani (i saggi) e dei nostri parenti che vivono delle profondità della foresta. La nostra richiesta di moratoria sulle operazioni petrolifere non è stata rispettata. È ovvio che lo Stato sta dando la priorità all’estrazione di risorse sul nostro territorio piuttosto che salvarci la vita. Siamo felici di aver vinto queste misure precauzionali, ma c’è ancora molto da fare per proteggere la nostra gente. Lo Stato deve ascoltarci e rispettarci. “

La precedente battaglia (e vittoria)

Il 26 aprile 2019 il popolo Waorani ha vinto una sentenza storica nella corte ecuadoriana, proteggendo mezzo milione di acri dalle trivellazioni petrolifere nella foresta amazzonica. La decisione del tribunale annulla immediatamente il processo di consultazione con i Waorani intrapreso dal governo ecuadoriano nel 2012, sospendendo indefinitamente la vendita all’asta delle loro terre alle compagnie petrolifere.

“Il governo ha cercato di vendere le nostre terre alle compagnie petrolifere senza il nostro permesso. La nostra foresta pluviale è la nostra vita. Decidiamo noi cosa succederà nelle nostre terre. Non venderemo mai la nostra foresta alle compagnie petrolifere. Oggi i tribunali hanno riconosciuto che il popolo Waorani e tutti i popoli indigeni hanno diritti sui propri territori, che devono essere rispettati. Gli interessi del governo verso il petrolio non hanno più valore dei nostri diritti, delle nostre foreste, delle nostre vite”.

Ha dichiarato Nemonte Nenquimo, Presidente della Waorani Pastaza Organization e querelante nella causa. 

Rappresentati indigeni protestano per i propri diritti; grazie alle battaglie di questi ultimi la foresta amazzonica dell’Ecuador ha ancora delle speranze.

La decisione della corte rappresenta una grave battuta d’arresto per i piani del governo ecuadoriano di sviluppare risorse petrolifere attraverso l’Amazzonia centro-meridionale, e potrebbe segnare un momento spartiacque nel movimento indigeno per proteggere, in modo permanente, la foresta pluviale dalla trivellazione petrolifera e da altri progetti estrattivi.

La causa popolare Waorani ha evidenziato il netto divario tra la sete economica del governo ecuadoriano ed i diritti riconosciuti a livello internazionale delle popolazioni indigene

Amazon Frontlines ed il progetto “memoria”

“I nostri anziani stanno morendo e con loro migliaia di anni di conoscenza rischiano di scomparire. Le nostre storie hanno il potere di mantenere vive le nostre conoscenze per le generazioni future”

Queste le parole di Flor Tangoy, appartenente al gruppo dei Siona, le quali si uniscono a quelle di molti altri giovani indigeni che lottano per i diritti delle proprie comunità e, soprattutto, per la propria casa; l’Amazzonia. Molti di loro affiancano l’organizzazione no-profit Amazon Frontlines che tenta di aiutare gli indigeni dell’Ecuador a sopravvivere in un mondo in continuo cambiamento.

L’organizzazione no-profit che affianca in Ecuador gli indigeni Secoya, Waorani, Siona e Kofan.
Credits: amazon frontlines

Per centinaia di anni, gli anziani delle comunità indigene hanno condiviso le loro storie ed i loro ricordi con i propri figli, nipoti e vicini. Senza lingue scritte, le culture Secoya, Waorani, Siona e Kofan dipendono dalle storie e dai legami generazionali creati attraverso la tradizione orale.

La colonizzazione, la deforestazione e le dinamiche del mondo contemporaneo si insinuano sempre più nelle realtà indigene in Amazzonia, ed è sempre più difficile trasferire la memoria degli antenati di generazione in generazione.

Leggi anche il nostro articolo: “Brasile, ucciso guardiano della foresta Amazzonica”

L’organizzazione Amazon Frontlines supporta i giovani indigeni nel raccontare le loro storie, mantenendo vivi i ricordi degli indigeni. Ora più che mai, queste ultime devono essere condivise con il mondo esterno, il cui modo di vivere distruttivo è la causa principale della perdita culturale di queste popolazioni.

L’organizzazione sta istruendo giovani indigeni ad utilizzare video, foto e altre tecniche di narrazione per trasmettere le conoscenze e le storie dei propri antenati all’interno delle comunità. Questo permetterà la creazione di film che consentiranno a coloro che vivono al di fuori dell’Amazzonia di capire le mutevoli realtà di questi preziosi popoli.

Ripristinare gli oceani entro il 2050: la sfida della scienza

Secondo la ricerca Rebuilding marine life, pubblicata il 1° aprile 2020 sulla rivista scientifica Nature, sarebbe possibile recuperare gli oceani entro il 2050. Permettere il ripristino della vita marina rappresenta una grande sfida per l’umanità; un obbligo etico ed, economicamente, una scelta intelligente per il raggiungimento di un futuro sostenibile.

Qualche dato sugli oceani

L’oceano copre i 3/4 della superficie terrestre e rappresenta il 99% dello spazio vitale del pianeta in volume; contiene circa 200.000 specie identificate, molte delle quali minacciate di estinzione, ma i numeri effettivi potrebbero trovarsi a milioni. Circa il 40% dell’oceano è pesantemente colpito dall’inquinamento, dal depauperamento delle risorse ittiche, dalla perdita di habitat costieri e da altre attività antropiche.

Anemoni di mare. Molte regioni bentoniche dei nostri oceani ospitano questi affascinanti animali .

Attualmente, almeno 1/3 degli stock ittici è sovra sfruttato ed 1/3 degli habitat marini vulnerabili completamente perso. Una buona parte dell’oceano costiero soffre di eutrofizzazione, riduzione dell’ossigeno ed è stressato dal riscaldamento delle acque. Gli oceani assorbono anche circa i 2/3 dell’anidride carbonica prodotta dall’uomo; inoltre, stiamo assistendo ad un aumento del 26% dell’acidificazione degli oceani dall’inizio della rivoluzione industriale.

Leggi anche il nostro articolo: “Disastro ambientale in Siberia”

L’acqua piovana, l’acqua potabile e il clima sono tutti regolati dalle temperature e dalle correnti dell’oceano. Il 20% delle barriere coralline è distrutto ed un altro 24% è a rischio di collasso. Circa 1 mln di uccelli marini, 100.000 mammiferi marini e annualmente un numero sconosciuto di pesci viene ferito o muore, a causa delle attività umane.

L’inquinamento da plastiche è divenuto ormai un problema mondiale; si stima che circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica entrino globalmente negli oceani ogni anno. Più di 3 miliardi di persone dipendono dalla biodiversità marina e costiera per il proprio sostentamento. Il valore di mercato delle risorse e delle industrie marine e costiere è stimato a 3 trilioni di dollari all’anno; circa il 5% del PIL globale.

Ricordando l’obiettivo 14: vita sott’acqua

Il 25 settembre del 2015 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, composta da 17 obiettivi; il 14° afferma che si debba “preservare e usare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine per lo sviluppo sostenibile”. Il raggiungimento di questo obiettivo richiederà la ricostruzione dei sistemi marini, i quali offrono numerosi benefici alla società.

Una drastica riduzione delle popolazioni di predatori, come gli squali, può squilibrare fortemente gli ecosistemi degli oceani.

Nella ricerca pubblicata su Nature si documenta il recupero di molte popolazioni marine, habitat ed ecosistemi a seguito di interventi di conservazione negli anni passati. I tassi di ripresa suggeriscono che entro il 2050 si potrebbe raggiungere un sostanziale recupero dell’abbondanza, della struttura e della funzione della vita negli oceani; sempre se le pressioni maggiori, incluso il cambiamento climatico, saranno mitigate.

Leggi anche il nostro articolo: “Giornata mondiale degli Oceani, facciamo il punto”

Il conflitto tra la crescente dipendenza dell’uomo dalle risorse oceaniche e il declino della vita marina, focalizza l’attenzione sulla connessione tra conservazione dell’oceano e benessere umano.

Gli interventi sugli oceani

  • La regolamentazione della caccia: la protezione delle specie attraverso la “Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione” (CITES, 1975) e la Moratoria globale sulla caccia commerciale alla balena, sono esempi importanti di azioni internazionali per proteggere la vita marina. Queste sono state integrate da iniziative nazionali per ridurre la pressione di caccia sulle specie in pericolo e proteggere i loro habitat di riproduzione.
L’IWC è l’organismo globale incaricato della conservazione delle balene e della gestione della caccia alle balene.
  • Gestione della pesca: l’incremento nel numero delle popolazioni ittiche depauperate è avvenuto su scala locale e regionale, attraverso azioni di gestione comprovate, tra cui restrizioni di cattura, zone chiuse, regolamentazione della capacità degli attrezzi da pesca. Questi interventi richiedono un’attenta valutazione delle circostanze socioeconomiche, con soluzioni adattate al contesto locale. Le sfide includono povertà e mancanza di lavoro alternativo, pesca illegale e non regolamentata, non dichiarata e gli impatti ecologici che le attività di pesca causano.
  • Miglioramento della qualità dell’acqua. Le politiche per ridurre le immissioni di nutrienti, e fognature per ridurre l’eutrofizzazione delle coste e l’ipossia (assenza di ossigeno – anche dette “zone morte”), sono iniziate quattro decenni fa negli Stati Uniti e nell’Unione Europea, portando oggi ad importanti miglioramenti. Molti inquinanti pericolosi sono stati regolamentati o eliminati gradualmente attraverso la Convenzione di Stoccolma e, in particolare nell’oceano, dalla Convenzione MARPOL, spesso rafforzato dalle politiche nazionali e regionali. L’attenzione recente si è concentrata sulla riduzione e la prevenzione dell’inquinamento da plastica proveniente dall’oceano.
  • Protezione e ripristino degli habitat; La necessità di proteggere meglio gli habitat sensibili ha ispirato le Aree Marine Protette (MPA), come strumento di gestione globale. Nel 2000, solo lo 0,9% dell’oceano era sotto protezione, ma le MPA ora ne ricoprono il 7,4%. La copertura delle MPA continua a crescere dell’8% all’anno. Il ventunesimo secolo ha visto anche un’ondata globale di protezione attiva dell’habitat e iniziative di ripristino. Questi sforzi hanno portato a molti benefici, come il miglioramento delle risorse idriche a seguito del ripristino della barriera corallina.

Gli obiettivi raggiunti

  • Recupero degli stock ittici: gli stock ittici disponibili al mondo sono gestiti in maniera sempre più sostenibile. Molti stock ittici, soggetti a valutazioni a livello globale, suggeriscono un rallentamento del loro esaurimento, sebbene questa tendenza non possa essere verificata per la maggior parte degli stock che non dispongono di valutazioni scientifiche. Inoltre, i 2/3 degli stock ittici commerciali su larga scala sono sfruttati a tassi sostenibili, sebbene, ancora una volta, questa cifra non tenga conto di stock più piccoli, che spesso sono in cattive condizioni. Gli stock valutati in modo scientifico, hanno generalmente una migliore probabilità di recupero grazie al miglioramento dello stato di gestione e regolamentazione rispetto a quelli non valutati, i quali rappresentano ancora la maggior parte degli stock ittici sfruttati, specialmente nei paesi in via di sviluppo.
  • Riduzione dell’inquinamento: Le analisi mostrano che gli inquinanti organici persistenti sono diminuiti anche negli ambienti marini ,che tendono ad accumularli (ad esempio, l’Artico). La transizione verso la benzina senza piombo dagli anni ’80 ha ridotto le concentrazioni di quest’ultimo negli oceani tra il 2010-2016. Il miglioramento delle norme di sicurezza ha anche portato ad una riduzione di 14 volte le grandi fuoriuscite di petrolio dalle petroliere tra il 2010-2019.
  • Ripristino dell’habitat: Le prove che il ripristino della mangrovia può essere ottenuto su larga scala sono venute dalla foresta di mangrovie sul delta del Mekong, probabilmente il più grande restauro di habitat fino ad oggi. Da allora la perdita globale delle foreste di mangrovie è rallentata allo 0,11% all’anno, con popolazioni di mangrovie stabili lungo la costa del Pacifico di Colombia, Costa Rica e Panama e popolazioni in aumento nel Mar Rosso, nel Golfo Arabico e in Cina. Anche i tentativi di ripristino degli ecosistemi di alghe e barriera corallina stanno aumentando a livello globale, sebbene siano spesso di piccola scala.
  • Riduzioni del rischio di estinzione: La percentuale di specie marine valutata nella Lista rossa IUCN come “minacciata di estinzione” è diminuita dal 18,0% nel 2000 all’11,4% nel 2019, con tendenze relativamente uniformi nei bacini oceanici. Tuttavia, molte specie hanno migliorato il loro stato di minaccia nell’ultimo decennio. Per i mammiferi marini, il 47% di 124 popolazioni valutate ha mostrato un aumento significativo negli ultimi decenni, con solo il 13% in calo. Le megattere che migrano dall’Antartide all’Australia orientale sono aumentate dal 10% al 13% all’anno, da poche centinaia di animali nel 1968 alle oltre 40.000 attuali. Pur essendo ancora in pericolo, la maggior parte delle popolazioni di tartarughe marine, per le quali sono disponibili dati, stanno aumentando.

Leggi anche il nostro articolo: “Acqua, un bene comune a rischio”

In conclusione

Gli sforzi per ripristinare la vita marina non possono mirare a riportare l’oceano a un particolare punto di riferimento passato. L’oceano nel tempo è cambiato considerevolmente e – in alcuni casi – irreversibilmente, per mano dell’uomo; basti pensare all’estinzione di almeno 20 specie marine.

L’attenzione dovrebbe essere rivolta all’aumento dell’abbondanza degli habitat/specie “chiave” ed al ripristino della complessità degli ecosistemi bentonici. Il ripristino della struttura ecologica, delle funzioni, della resilienza e dei servizi ecosistemici marini, aumentano la capacità del biota marino di soddisfare le crescenti esigenze di altri 2-3 miliardi di persone entro il 2050.

Per raggiungere tali obiettivi dovrebbero essere intraprese azioni rapide e mirate per evitare eventuali punti di non ritorno, oltre i quali il collasso potrebbe essere irreversibile. Lo studio di Nature indica che il tasso di recupero delle specie e degli habitat marini ad oggi saranno possibili nel caso in cui siano mitigate, o eliminate, le maggiori pressioni, incluso il cambiamento climatico.

La “ristrutturazione” sostanziale degli oceani entro il 2050 è una grande sfida realizzabile per la scienza e la società. Ciò richiederà perseveranza e l’impiego di risorse finanziarie, ma i vantaggi ecologici, economici e sociali saranno di vasta portata. Il successo richiede il lavoro di politiche coordinate, adeguati meccanismi economici e di mercato, progressi scientifici e tecnologici che permettano gli interventi.

Affrontare la sfida della ricostruzione degli oceani entro il 2050 sarebbe una pietra miliare storica nella ricerca dell’umanità, per raggiungere un futuro sostenibile a livello globale.