Quanto sono verdi le Olimpiadi? Il rapporto tra sport e sostenibilità ambientale

In occasione delle attese Olimpiadi di Tokyo 2020, le quali come sappiamo si stanno svolgendo nel 2021 causa pandemia, è uscito un interessante studio. La Business School e il Global Systems Institute della Università di Exeter, nel Regno Unito, hanno collaborato nella ricerca. Il dossier è stato pubblicato in concomitanza con le Olimpiadi e ha messo in luce il rapporto tra sport e sostenibilità.

I risultati della ricerca non sono troppo positivi se esaminati da un punto di vista ambientalista. A quanto pare sarebbero soltanto quattro le federazioni con un piano strategico relativo alla sostenibilità ambientale.

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Foto di Free-Photos da Pixabay 

Quali progressi stanno facendo gli sport olimpici in fatto di ambiente?

In merito alla sostenibilità ambientale, le Olimpiadi e gli sport olimpici stanno facendo progressi molto lenti, persino troppo potremmo dire. Lo studio degli studenti a Exeter evidenzia come la maggior parte delle federazioni sportive internazionali faccia troppo poco. Per la maggior parte delle world federation di disciplina, infatti, le azioni a favore di clima e ambiente sono minime, se non proprio nulle.

Per poterlo affermare, lo studio ha mosso da un esame approfondito delle strategie ambientali per ciascuna delle 32 federazioni riconosciute dalle Olimpiadi. Esse rappresentano in totale ben 47 sport, quelli di cui possiamo vedere le gare in tv o in streaming su internet. L’università ha suddiviso gli studenti – ricercatori in focus group, ognuno dei quali ha approfondito una federazione. L’obiettivo era quello di esaminare i progressi relativi alla sostenibilità compiuti da ognuna di queste associazioni. I risultati lasciano l’amaro in bocca: come anticipato, soltanto quattro federazioni presentano un piano strategico di qualche tipo relativo alla sostenibilità ambientale. I maggiori progressi, com’era sicuramente prevedibile, giungono da quelle discipline nelle quali è necessario uno stretto rapporto con la natura.

Pochi virtuosi alle Olimpiadi

Delle quattro federazioni che si stanno concretamente muovendo per l’ambiente, i ricercatori hanno stilato una sorta di classifica. In quarta posizione, per così dire, troviamo la FIFA (calcio), in terza la world rowing (canottaggio), in seconda la world athletics (atletica leggera) e in prima la world sailing (vela). I passi in avanti che questa associazioni stanno compiendo, per tendere una mano all’ambiente, sono talvolta passi da formica ma comunque concreti e visibili. Abbiamo poi una decina di federazioni che hanno preso impegno di ridurre il loro impatto ambientale a breve. Purtroppo però, troviamo ben 17 associazioni partecipanti alle Olimpiadi che non stanno davvero muovendo un muscolo per la sostenibilità. Tra queste includiamo anche quella del tennis e del nuoto.

La ricerca lancia un allarme. Si riscontra infatti:

“Una mancanza di comprensione delle pratiche ambientali nelle federazioni olimpiche e una mancanza di responsabilità interna”

Così si legge nel documento e il monito fa pensare. Se siamo davvero in un’epoca storica nella quale la tematica ambientale è molto sentita, come può un mondo virtuoso com’è – o perlomeno dovrebbe essere – quello dello sport che si esibisce alle Olimpiadi, restarle sordo? È un controsenso, un’aberrazione. L’attività fisica è da sempre sinonimo di benessere e virtù, come possono le federazioni non prestare attenzione all’ambiente? L’approccio va chiaramente cambiato ed è bene farlo quanto prima possibile.

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Foto di BLazarus da Pixabay 

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Colpa della decentralizzazione?

Nel compilare lo studio, gli studenti-ricercatori dell’Università di Exeter, riprendendo alcune ricerche precedenti consultate durante l’iter accademico di sviluppo del dossier, hanno puntato il dito contro la governance decentralizzata. Tale frammentazione, a quanto si è scritto:

“ha portato ad annacquare gli obiettivi strategici a livello locale, con conseguenti progressi incoerenti tra le Federazioni sull’ambiente.”

In aggiunta alla ricerca sul campo, o meglio sui campi delle discipline partecipanti alle Olimpiadi, l’Università ha messo nel suo obiettivo anche i siti web delle federazioni. Lo ha fatto per cercare tracce di un impegno, fosse anche soltanto simbolico, nei confronti delle sfide verdi. La stessa indagine è stata condotta sui profili social federali. Ebbene, anche qui i risultati non sono proprio ottimistici. Su un campione di 718.295 tweet complessivamente analizzati, parole chiave come sostenibilità ambientale e affini sono apparse soltanto in 188 cinguettii. I dati si riferiscono all’insieme delle 32 federazioni, a partire dall’anno 2010.

Come già evidenziato nel paragrafo precedente, nonostante la sempre maggiore importanza della tematica ambientale, le agende governative e i grandi eventi mondiali che mirano a sensibilizzare sulla tematica, l’impatto di questa cornice sulle attività mondiali delle federazioni olimpiche è stato minimo, se non proprio nullo.

Valutare e rendicontare chi prenda parte alle Olimpiadi

Secondo Dominique Santini, dottoressa all’Università di Exeter e portavoce della ricerca, sarebbe necessario prendere delle misure per accelerare la conversione verde delle federazioni olimpiche e fare in modo che esse si impegnino maggiormente per quanto riguarda la sostenibilità.

“Per accelerare i progressi sulla sostenibilità ambientale in tutto il movimento olimpico, dovrebbe essere condotta una valutazione d’impatto. Il CIO (Comitato Olimpico Internazionale) dovrebbe stabilire un sistema annuale obbligatorio di rendicontazione della sostenibilità ambientale per le federazioni internazionali, aumentandone la responsabilità.”

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Foto di Gerhard G. da Pixabay 

Ha affermato Santini, prima di aggiungere:

“È necessario creare una piattaforma per formare, supportare e accelerare i progressi sulla sostenibilità ambientale, consentendo la condivisione di pratiche replicabili, finanziamenti e partnership.”

Quanto sarebbe bello – e utile – che le Olimpiadi, la più importante manifestazione sportiva al mondo, si facessero veicolo del messaggio ambientalista, ecologico e mirato alla salvaguardia e tutela del nostro pianeta. Se la gigantesca infrastruttura olimpica diventasse un agglomerato di federazioni sportive sensibili, attente e responsabili, impegnate nella lotta per l’ambiente e il clima, diffonderemmo probabilmente con rapidità un nuovo modo di prenderci cura del nostro habitat. La ricerca mette in luce quanti limiti e quali problemi girino attorno al carrozzone a cinque cerchi ma non demorde, e noi con lei auspichiamo che la torcia olimpica possa diventare foriera anche di un messaggio ecologista e ambientalista.

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Prototipo Adidas: si può correre senza inquinare?

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Forse non tutti sanno che le scarpe da ginnastica sono davvero inquinanti e difficili da riciclare. All’interno del settore della moda, infatti, sono tra gli oggetti più pericolosi per l’ambiente. Si stima che una scarpa da corsa abbia un’impronta di carbonio pari a 13,6 kg di anidride carbonica equivalente (CO2e). Qualcosa però potrebbe presto cambiare. Un prototipo Adidas sviluppato insieme ad Allbirds, infatti, si sarebbe concentrato proprio su questo aspetto e avrebbe un’impronta inferiore ai 3 kg.

FUTURECRAFT.FOOTPRINT, il prototipo Adidas

Lo scorso 12 maggio Adidas ha tolto il velo alla sua ultima creazione. Si chiama FUTURECRAFT.FOOTPRINT ed è una scarpa davvero innovativa. Nè il notissimo brand della tripla striscia né i loro collaboratori di Allbirds hanno rilasciato tutti i dettagli relativi al modello. Dunque non conosciamo ancora ogni caratteristica di questa scarpa green, per così dire. Il prototipo Adidas si presenta leggerissimo, composto da un numero inferiore di componenti i quali presentano pochissimo carbonio nella loro struttura chimica.

Accompagnando la presentazione del modello, Adidas e Allbirds hanno affermato di aver: “scomposto i materiali, rivoluzionato la catena delle loro forniture e sfruttato ogni innovazione.” Anche il design scelto e la manifattura del modello sono rispettose dell’ambiente, perché durante questi processi sono state applicate procedure rispettose dell’ambiente, da parte di tutto lo staff coinvolto. Le fasi dell’ideazione e della produzione di ogni scarpa, infatti, sono solitamente estremamente inquinanti.

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Dettaglio ravvicinato del prototipo Adidas FUTURECRAFT.FOOTPRINT, sul rivestimento leggiamo che l’LCA della scarpa produce 2,94 kg di anidride carbonica equivalente. Foto: solecollector.com

Il prototipo Adidas e l’attenzione all’ambiente

La notizia con la N maiuscola, in questa vicenda, è che il prototipo Adidas FUTURECRAFT.FOOTPRINT presenta un’impronta di carbonio misurata pari a 2,94 chilogrammi di CO2e. I due marchi non hanno mai prodotto prima un modello impattante in maniera così contenuta sull’ambiente. Le due aziende affermano come non sia possibile avvicinarsi ulteriormente a emissioni zero, nell’iter produttivo di una scarpa. È possibile che l’avanzamento tecnologico renda possibile abbassare ancora questa soglia in futuro.

“La nostra partnership con Allbirds è un faro che illumina quanto possa accadere quando due marchi concorrenti della stessa industria uniscono le loro forze nello sviluppo di un design innovativo. Creando in simbiosi e mettendo apertamente a disposizione del partner le proprie competenze e risorse – come l’esperienza di Allbirds nel campo del calcolo dell’impronta di carbonio e le capacità di Adidas di realizzare scarpe competitive e performanti – si può arrivare a risultati importanti. Questa esperienza è una call-to-action per gli altri marchi e una pietra miliare nell’industria sportiva che vuole raggiungere la neutralità carbonica.”

Ha affermato Brian Grevy, membro del direttivo Adidas per i marchi globali.

Nel video di Run Testers un approfondimento sul prototipo Adidas e Allbirds FUTURECRAFT.FOOTPRINT

Il percorso di questo progetto

L’annuncio della collaborazione tra i due marchi per sviluppare una scarpa che avesse un basso impatto ambientale risale al 2020. A quel tempo c’era solo una grande ambizione, quella di riuscire a dar vita ad un modello pulito che fosse il meno inquinante mai creato. Non si tratta della prima volta che Adidas mostra interesse per l’ambiente, dal momento che qualche anno fa ha già dato vita a una scarpa sportiva prodotta interamente con plastica recuperata dagli oceani. È legittimo pensare che il marchio creato da Adi Dassler voglia strumentalizzare l’attenzione al pianeta e stia mettendo in atto del greenwashing con queste iniziative. In fin dei conti, il sospetto è d’obbligo quando parliamo di queste enormi multinazionali, che hanno naturalmente importanti responsabilità sul fronte del surriscaldamento globale. Ciò posto, bisogna spezzare una lancia in favore delle tre strisce, in quanto almeno mostrano dell’interesse a migliorare la loro etica. Non possiamo dire lo stesso di brand altrettanto noti e loro rivali.

Adidas ha dichiarato che intende ridurre la propria impronta di carbonio entro il 2030 e giungere alla neutralità di emissioni entro il 2050. Anche B-Corp Allbirds – questo il nome legale del marchio che ha collaborato allo sviluppo del prototipo Adidas – vuole raggiungere le emissioni zero. Troviamo dunque coerenza nell’iniziativa dei due professionisti delle scarpe.

Allbirds all’avanguardia

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Foto di David Mark da Pixabay 

In tempi non sospetti, ben prima dell’accordo con Adidas, Allbirds aveva già sviluppato una tecnologia LCA (Life Cycle Assessment – analisi del ciclo di vita) che mirava ad abbattere le emissioni. Lo strumento creato dal brand di moda e da alcuni esperti provenienti da industrie di altri settori e terze parti può calcolare con cura l’impronta di carbonio durante ogni fase della catena produttiva. Esso è diventato parte integrante del processo aziendale di creazione e progettazione, in grado di mappare l’impronta di carbonio di ogni prodotto. Recentemente, Allbirds ha creato una versione open-source – gratuita da utilizzare – di questo suo calcolatore, che altro non è se non un software informatico, in modo da renderlo disponibile anche ad altri marchi che vogliano seguirne i passi.

“Abbiamo urgente bisogno di ridurre le nostre emissioni di carbonio. Si tratta di una missione molto più grande di Allbirds o Adidas. Sia che ce ne rendiamo conto sia che non siamo in grado di farlo, questa gara ci vede tutti coinvolti. Ci riguarda come pianeta ed è enormemente più grande delle sfide quotidiane tra compagnie rivali e concorrenti.”

È il pensiero di Tim Brown, co-direttore di Allbirds. Difficile inquadrare meglio le nostre priorità, come società e collettivo.

Energia eolica: tutto ciò che bisogna sapere sull’energia del futuro

Con la continua evoluzione del nostro Pianeta, siamo costretti a fare i conti con il cambiamento climatico: le energie rinnovabili, come l’energia eolica, dunque non rappresentano più solo un’alternativa, ma l’unica soluzione credibile all’eccessivo utilizzo dei combustibili fossili.

L’energia eolica sta diventando sempre più importante. Essa è alla base dello sviluppo di un futuro carbon neutral, con zero emissioni di CO2. A dirsi sembra un’utopia, ma se si continua con un trend in crescita, entro il 2030, questo tipo di energia verde dovrebbe arrivare a coprire il 20% della domanda elettrica globale.

Leggi questa breve guida per avere tutte le informazioni sull’energia eolica.

La definizione della Treccani

L’energia ricavata dalla conversione della forza cinetica del vento in energia meccanica o elettrica.

Energia eolica: cos’è e come funziona. Alcune caratteristiche

L’energia eolica viene ricavata dalla forza del vento, che viene trasformata in forza-lavoro. Questa tecnologia eolica viene utilizzata fin dall’antichità, pensate per esempio alla barca a vela o al mulino, due strumenti piuttosto datati che utilizzano la forza del vento per muoversi.

Ha avuto un grande sviluppo durante gli anni ’70 quando i costi dell’energia derivata dai combustibili fossili ebbero un’impennata: fu necessario quindi trovare nuove modalità per l’approvvigionamento dell’energia.

A seguito di numerosi studi portati a termine nel corso del ‘900 si capì che per trasformare l’energia eolica in elettricità era necessario uno strumento: la pala eolica.

Le pale eoliche, dette anche areogeneratori, ruotano grazie alla forza del vento producendo energia cinetica che viene trasmessa ad un rotore collegato alle pale stesse.

Il rotore conduce l’energia della rotazione all’albero della pala che la porta direttamente al generatore che a sua volta la trasforma in energia elettrica.

Le pale fanno generalmente parte di parchi eolici, più tecnicamente detti wind farm, ossia ”fattorie del vento”, proprio perché ospitano diverse pale eoliche interconnesse tra loro attraverso un collegamento a tensione media e vengono controllate da remoto.

On-shore, near-shore e off-shore: le differenze

In ingegneria energetica si definisce parco eolico o centrale eolica un insieme di aerogeneratori, più comunemente detti turbine, interconnessi tra di loro e situati in un territorio delimitato con lo scopo di produrre energia elettrica sfruttando quella del vento.

Esistono tre tipologie di parchi eolici (on-shore, near-shore e off-shore) vediamo le differenze.

On-shore

Le wind Farm on-shore sono collocate sulla terraferma in luoghi normalmente molto ventosi, come le zone costiere, montuose oppure pianure interne, in modo da sfruttare appieno tutto il vento disponibile per creare elettricità.

Un vantaggio da non sottovalutare dell’eolico on-shore è che si tratta di una fonte molto economica per la produzione di energia in moltissimi paesi europei.

I parchi eolici ben progettati e gestiti hanno inoltre un impatto davvero minimo sul territorio e sull’ecosistema.
Collocandosi sulla terraferma, l’eolico porta con sé diversi benefici, anche in termini economici, alle comunità che vivono negli immediati dintorni dell’impianto, creando posti di lavoro e aumentando il tasso di occupazione.
Il settore eolico infatti, impiega circa 300 mila persone in tutta Europa, principalmente abitanti di zone rurali e decentrate dove sono solitamente posizionate le pale.

Near-shore

Gli impianti eolici near-shore sono costruiti ad una distanza massima di 10 km dalla costa. Hanno caratteristiche molto simili ai parchi on-shore, anche in termini di produzione.
Il vantaggio è che il rumore dovuto al movimento delle pale giunge meno intensamente ai villaggi costieri, disturbando in misura minore la tranquillità degli abitanti.

Off-shore

I parchi off-shore vengono costruiti in mare aperto, lontano dalla costa e consentono di ottenere energia eolica in grande quantità. I costi di realizzazione e manutenzione sono più elevati rispetto a quelli degli impianti on-shore.

La principale differenza tra l’eolico terrestre e l’off-shore è che per realizzare quest’ultimo sono necessari dei cavi sottomarini, che devono essere costruiti sul fondale, per garantire la trasmissione alla terraferma dell’energia prodotta dalle pale eoliche situate al largo.
La produzione di energia eolica ormai è in qualsiasi caso cotrollata da software in grado di monitorare costantemente la produzione e l’impianto stesso.

Eolico domestico

La consapevolezza che il cambiamento climatico è una questione drammatica che riguarda tutti noi sempre più da vicino, ci spinge a trovare delle soluzioni anche nel quotidiano, in particolar modo nell’ambito domestico.

Una soluzione sostenibile è la transizione alle energie rinnovabili anche nelle singole abitazioni. Il mercato ci offre diverse alternative per la produzione ecosostenibile di energia, una delle quali è rappresentata dagli impianti mini o micro eolici ad uso domestico.

Gli impianti micro-eolici, a differenza dei grandi parchi eolici che sono in grado di soddisfare più grandi fabbisogni di energia, sono semplicemente impianti eolici di piccole dimensioni, talmente piccole da poter essere installati nelle singole abitazioni.

La differenza tra il micro eolico e il mini eolico è solo in termini di potenza: il micro eolico raggiunge al massimo i 20 Kw, mentre il mini eolico raggiunge una potenza compresa tra i 20 Kw e i 200 Kw.

Il vantaggio? Oltre a rappresentare un aiuto per il nostro Pianeta, consente anche di risparmiare sulla bolletta. È vero che i costi di installazione e il materiale può essere costoso, ma è anche vero che dura nel tempo.

Vantaggi e svantaggi dell’energia eolica

Senza dubbio l’energia eolica arreca numerosi vantaggi all’ambiente e alle persone (vedi https://www.wwf.ch/it/i-nostri-obiettivi/energia-eolica), vediamoli insieme:

  • è una fonte rinnovabile e facilmente reperibile (il vento non si esaurisce mai!);
  • zero emissioni di CO2, dunque non inquina e non produce rifiuti;
  • i materiali utilizzati per le pale eoliche si riciclano più facilmente rispetto a quelli delle centrali geotermiche, inoltre durano nel tempo (fino a 25 anni);
  • produzione di energia a basso costo nelle aree del Pianeta ventose.

Visti gli effetti positivi, una domanda sorge però spontanea: se l’eolico da una parte rappresenta una soluzione concreta per minimizzare le emissioni di carbonio, dall’altra ci si chiede che cosa potrebbe comportare una sua espansione.
Visti gli effetti positivi dell’energia eolica non solo sull’ambiente, ma anche in termini di costi, non si può però negare che vi siano anche dei fattori sfavorevoli:

  • l’impatto negativo che le pale eoliche hanno sul panorama;
  • inquinamento acustico, dovuto al movimento delle pale nei loro immediati dintorni. Alcuni esperti hanno dichiarato che il rumore generato dalle turbine causerebbe danni neurologici da non sottovalutare. La soluzione a questo problema sarebbe far prevalere gli impianti off-shore in modo da non fare arrivare sulla costa il suono sgradevole del movimento delle pale;
  • in alcune zone del pianeta possono causare un danno ai volatili, in particolar modo agli uccelli migratori e ai pipistrelli, che potrebbero impigliarsi nelle pale eoliche.

Dove si produce l’energia eolica nel Mondo

Nel panorama mondiale, i più grandi produttori di energia eolica sono la Cina e gli Stati Uniti, ma in questi ultimi anni anche i paesi situati nel Nord Europa si stanno muovendo per sfruttare la ventosità del Mare del Nord aumentando la presenza di aereogeneratori eolici. Per esempio, nel 2017 in Danimarca il 43,3% del consumo elettrico derivava dallo sfruttamento dei venti.

Un’altra nazione che sa come sfruttare il vento è la Grecia, dove l’impianto eolico di Kafireas ha un peso molto importante per l’economia del paese.
Il parco eolico è situato nel comune di Karystos sull’isola di Evia e, con le sue 67 turbine eoliche, è il più grande di tutta la Grecia. Per realizzarlo sono stati spesi ben 300 milioni di euro.
Enel Green Power è l’addetta alla gestione dell’impianto nonché alla sua costruzione. Per edificarlo si è usato il riferimento del cantiere sostenibile, energicamente indipendente e ad emissioni zero, grazie all’installazione di pannelli solari.

Altri 83 paesi del mondo sono soliti ad utilizzare l’energia eolica, infatti nel 2018 la capacità di generare energia eolica nel mondo è aumentata del 9,6%. Sempre nel 2017 il 4,4% del fabbisogno energetico planetario era coperto dall’energia eolica.

La situazione in Italia

In Italia, gli impianti eolici sono maggiormente concentrati al Sud e nelle Isole, essendo i luoghi più ventosi dello Stivale: essi soddisfano circa il 6% della domanda energetica nazionale.

L’Italia è attualmente il quinto paese in Europa per la quantità di impianti eolici installati: la maggior parte di essi fu installata durante lo scorso decennio, quando furono messi a disposizione degli incentivi per la costruzione degli impianti.

Ora, anche a causa del lockdown, la costruzione di nuovi impianti ha subito un drastico rallentamento.

Secondo il PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima),entro il 2030 l’Italia dovrebbe arrivare a produrre, grazie allo sfruttamento eolico, circa il 10% lordo del consumo elettrico nazionale.

Gli interventi di repowering (sostituzione delle componenti obsolete degli impianti) e di reblading (installazione di nuove pale più potenti, a seguito dello smantellamento delle vecchie) potrebbero rappresentare una componente importante nella crescita dell’eolico.

Ottime notizie

Il più grande parco eolico del mondo é una novità: si chiama Dogger Bank e verrà costruito entro la fine del 2024 su un altopiano sabbioso situato nel Mare del Nord, dove l’acqua non supera l’altezza di 15/30 metri (basta pensare che questo altopiano, circa 10.000 anni fa era un’isolotto!).

Il campo eolico off-shore ospiterà una serie innumerevole di turbine alte almeno 200 metri, che andranno a soddisfare il 5% della domanda di elettricità proveniente dall’Inghilterra, ossia coprirà il fabbisogno di circa 6 milioni di famiglie.

Il Regno Unito si sta dando da fare per dimostrare il suo reale interesse per l’ambiente ed raggiungere l’obiettivo che si era prefissato per il 2050 di emissioni zero.

Un’altra novità recente è la Baltic Sea Offshore Wind Declaration, un patto siglato nel 2020 da Danimarca, Finlandia, Polonia, Svezia, Germania, Estonia, Lettonia e Lituania.

L’accordo prevede di aumentare la costruzione degli impianti eolici off-shore, sfruttando al massimo la ventosità del mar Baltico fino a produrre 93,5GW di energia.

Verso un futuro ecosostenibile

In questi ultimi anni le classi dirigenti si stanno muovendo in una direzione ecosostenibile. D’altra parte era inevitabile non farlo: il tempo che ci rimane a disposizione per salvare il nostro Pianeta sta diminuendo sempre di più e non abbiamo tempo per le chiacchiere.

È importante che ognuno di noi si adoperi nel suo piccolo per compensare le proprie emissioni di CO2 e per diminuire quindi la propria impronta di carbonio. Solo collaborando si arriverà a quel tanto ambito futuro ad emissioni zero.



Evasione ed elusione fiscale a rallentare l’agenda climatica

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Evasione ed elusione fiscale sono due noti nemici di welfare e legalità. Rappresentano un problema endemico per i sistemi economici, come ben sappiamo noi italiani. Quel che però non sappiamo, poiché non siamo soliti pensarci, è come essi siano un vero e proprio freno a mano tirato anche per l’agenda climatica. Tutto è infatti collegato e ambiente ed economia non fanno certo differenza.

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

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Elaborazione grafica: Gerd Altmann da Pixabay 

Il rapporto ONU

“L’integrità finanziaria è fondamentale per il successo dell’agenda 2030. Come comunità internazionale impegnata ad affrontare la disuguaglianza e a promuovere lo sviluppo sostenibile, dobbiamo mettere in atto principi di trasparenza, sana governance e responsabilità che così spesso sosteniamo.” È quanto ha affermato Volkan Bozkir, presidente dell’assemblea generale ONU, presentando il rapporto Financial Integrity for Sustainable Development. Il documento è stato pubblicato dall’High Level Panel on International Financial Accountability, Transparency and Integrity for Achieving the 2030 Agenda (FACTI Panel).

All’interno del report, il team di esperti FACTI è stato davvero molto chiaro. Evasione ed elusione fiscale rappresentano una malattia terminale all’interno della società odierna, specialmente in virtù degli ambiziosi obiettivi climatici che ci siamo posti da oggi al 2030. I governi dovrebbero finanziare innanzitutto azioni contro povertà estrema, Covid-19 e crisi climatica. È parere di chi ha redatto il dossier che vadano recuperati miliardi di dollari persi per frodi fiscali, corruzione e riciclaggio di denaro.

“I Paesi in via di sviluppo non possono permettersi di perdere risorse in periodi normali. Tantomeno possono farlo ora, nel mezzo della crisi Covid.” Ha detto Bozkir. “Ogni anno viene riciclato fino al 2,7% del PIL globale.” Gli ha fatto eco il FACTI Panel. Gli esperti hanno domandato ai governi di prendere parte ad un Global Pact for Financial Integrity for Sustainable Development.

Un circuito ben oliato a favorire evasione ed elusione fiscale

Il gruppo di esperti coinvolto nella redazione del documento ha messo in risalto problematiche note nelle pratiche di evasione ed elusione fiscale. Le corporation, specialmente le più grandi, riescono ad avvalersi di giurisdizioni tax-free. Questa pratica, scorretta ma non illegale, è capillarmente diffusa. Conti alla mano, il team ha calcolato che questo modus operandi finisca per costare ai governi fino a 600 miliardi di dollari ogni anno. “Coloro che consentono crimini finanziari devono affrontare sanzioni punitive.” Si legge nel testo del rapporto. Purtroppo, molto spesso ciò non succede. Questo si deve al fatto che occorrono misure, provvedimenti, leggi e sanzioni molto più forti e stringenti per combattere la corruzione e prevenire il circolo vizioso del riciclaggio di denaro.

È a gran voce che sul rapporto si chiede “Maggiore trasparenza in merito alla proprietà delle società e alla spesa pubblica. Serve una più forte cooperazione internazionale per perseguire la corruzione e aumentare i livelli di tassazione sulle gigantesche corporation digitali.” Quante volte i media ci parlano di provvedimenti mirati a tassare gli enormi guadagni delle super-aziende del silicio? Quante volte poi non cambia assolutamente nulla dal momento che certi giganti spadroneggiano nelle stanze della finanza mondiale, la quale regola ogni decisione politica? Questi abusi vanno anche a danno dell’ambiente.

Risorse necessarie al bene comune

“Un sistema finanziario corrotto e fallimentare deruba i poveri. Esso priva il mondo intero delle risorse necessarie a eradicare la povertà, riprendersi dal Covid e affrontare la crisi climatica.” Ha evidenziato Dalia Grybauskaite, co-presidente FACTI ed ex presidente lituana, in sede di presentazione del rapporto. “Chiudere le scappatoie che consentono riciclaggio di denaro, corruzione e abuso fiscale sono passo per trasformare l’economia globale per il bene universale.” Ha invece voluto enfatizzare l’altro co-presidente FACTI, Ibrahim Mayaki, ex primo ministro del Niger. “Un decimo della ricchezza mondiale potrebbe essere nascosto in attività finanziarie offshore. Ciò impedisce ai governi di raccogliere la loro giusta quota di tasse.” Avverte il dossier ONU. In tempi recenti circa 131 milioni di esseri umani hanno ufficialmente superato la soglia della povertà mentre la ricchezza dei miliardari è aumentata del 27,5%. Siamo una società sempre più polarizzata, ove la forbice tra ricchi e poveri aumenta instancabile.

Il Panel vuole promuovere equità, responsabilità e integrità finanziaria. Questa deve essere la strada per condurci ad un progresso nel segno della sostenibilità. Con le parole di Bozkir: “Nessuno di noi trarrà vantaggio dall’incapacità di agire. Spetta a ciascuno di noi mettere in atto un sistema di integrità finanziaria che miri ad uno sviluppo sostenibile. Dobbiamo liberare risorse che altrimenti andrebbero perse e creare fiducia nei nostri piani di governance internazionale, nazionali e locali, dimostrando trasparenza, responsabilità e capacità di realizzare l’agenda 2030.”

Evasione ed elusione fiscale ci sono nemiche nella lotta per il pianeta

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Immagine di kalhh da Pixabay 

Quella al surriscaldamento globale, per la salute del nostro pianeta è una guerra. Questa brutta parola viene spesso abusata, anche quando trattiamo della pandemia, eppure dà il giusto senso dell’entità dello sforzo che dobbiamo affrontare come umanità per uscire dalla situazione in cui ci troviamo. È una guerra che dobbiamo vincere assieme o ci vedrà sconfitti individualmente: nelle nostre comunità, nei nostri Paesi e nelle nostre regioni. Per farlo, bisogna disporre di tutte le risorse possibili. L’illegalità e il malaffare finanziario sono alleati del global warming; dobbiamo tagliare queste corde di sostegno e riprenderci questi fondi per poterne disporre in un’ottica comune, interna alla legalità e all’ecologia. Cattiva finanza e devastazione climatica vanno a braccetto.

Perdita di metano in Antartide, scienziati preoccupati

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La rilevazione

Andrew Thurber è uno scienziato, un ricercatore presso l’università statunitense di Oregon State. In questi giorni si è detto “molto preoccupato” in quanto ha rilevato, insieme al suo gruppo di studio e ricerca che si occupa di Antartide, una perdita di metano attiva sul fondale dell’oceano che circonda il continente ghiacciato.

Perdita di metano in Antartide Andrew Thurber
Andrew Thurber (primo piano) in Antartide. Foto: Polar Journal

La motivazione di questa fuoruscita rimane un mistero. Non siamo a conoscenza del motivo per cui il gas sia fuoriuscito. La rilevazione è avvenuta nel braccio di oceano denominato Mare di Ross, una zona che la squadra di Thurber non ritiene vittima del surriscaldamento globale, per ora. Gli scienziati, però, si basano su dati risalenti al 2016, quando si sono recati in loco. Da quell’anno in avanti, il loro lavoro si è svolto esclusivamente in università. All’interno di un laboratorio molto lontano dall’Antartide.

Disgelo e perdita di metano in Antartide, i precedenti storici

Il timore degli scienziati è che questa perdita sia riconducibile a precedenti storici poco entusiasmanti. Dodicimila anni fa, al termine della cosiddetta Era Glaciale, la ritirata improvvisa e massiccia dei ghiacciai provocò consistenti emissioni di gas metano. Ciò fu dovuto all’azione di dissolvimento delle masse solide, ghiacciate, che liberarono numerose strutture, disseminate sul fondale del mare Artico, contenenti metano. La paura è che questo rilevazione possa essere una prima fase della ripetizione di questo fenomeno.

La fuga è stata individuata ad una profondità di circa 10 metri. La localizzazione precisa riporta le coordinate di Cinder Cones, nel McMurdo Sound. Il team di Thurber alla OSU è convinto che in quelle acque siano conservate enormi quantità di gas metano. Le pareti di ghiaccio le terrebbero imprigionate a quelle latitudini. Se però esse dovessero sciogliersi a causa dell’aumento della temperatura dell’acqua, le perdite gassose aumenterebbero rapidamente.

Il Video dell’università di Oregon State sulla fuga di metano in Antartide

Nel preciso momento in cui si scrive, non si riscontra un riscaldamento così significativo, nel Mare di Ross, da poter avvalorare questa tesi. Il rilascio di gas, dunque potrebbe essere dovuto ad altre cause. Il collegamento tra la perdita e il surriscaldamento, ad oggi, è puramente teorico.

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I microbi testimoniano la sofferenza del Pianeta

Che ci fosse qualcosa che non andava, a Cinder Cones, era stato già scoperto nel 2011. Alcuni sub immersi in quelle acque, infatti, si accorsero che la concentrazione di metano nell’acqua era troppo elevata. Passarono però ben 5 anni prima che fosse assemblata una squadra di scienziati – quella guidata da Thurber – e la si inviasse a studiare dettagliatamente il fenomeno.

Le loro osservazioni non sono troppo positive. Andrew Thurber ha affermato: “La scoperta più importante è il ritardo nel consumo del metano. Non è una buona notizia. Nella maggior parte degli oceani, quando fuoriesce metano dal fondale, viene consumato dai microbi sedimentati sul fondo o nella colonna d’acqua sopra la fuga. La lenta crescita dei microbi nel sito di Cinder Cones e la sua profondità, però, significano che il metano si diffonderà quasi sicuramente nell’atmosfera.” I microbi sono fondamentali nell’indicare lo stato di un giacimento gassoso. La presenza di una distesa di microbi bianchi lunga oltre 70 metri attesta la fuoriuscita. La riserva di gas potrebbe avere migliaia di anni.

Il motivo per il quale i microbi non riescono ad arrestare la fuoriuscita sarebbe che il metano sta consumando le alghe le quali formano i sedimenti ove questi agenti bianchi si annidano. Qualunque sia però la causa, su cui anche gli scienziati si stanno interrogando, la situazione non potrà che aggravarsi se il flusso del gas non sarà arrestato.

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La perdita di metano in Antartide, i motivi di preoccupazione

“Ci sono voluti più di 5 anni prima che i microbi si manifestassero e, nonostante ciò, il metano fluiva rapidamente dal fondale marino. La grande domanda da farsi è: quanto è grande il ritardo dei microbi rispetto alla velocità con cui potrebbero potenzialmente formarsi nuove perdite?” In queste parole di Thurber ben si coglie la sua principale preoccupazione. Il timore è che la microfauna marina non riesca ad arrestare questa ed eventuali prossime esfiltrazioni gassose. “Potrebbero volerci anche 5 o 10 anni prima che una comunità di microbi si adatti completamente e inizi a consumare metano.” Ha concluso lo scienziato americano.

Perdita di metano in Antartide superficie

Dunque per un decennio il metano potrebbe trasferirsi dall’acqua all’aria, passando nell’atmosfera per evaporazione. Questo dato è molto preoccupante perché, come sappiamo, il nostro pianeta ha già un grave problema di emissioni, dovuto in larga parte alle attività umane. Mentre aumentano i motivi di preoccupazione, la comunità internazionale continua a fare troppo poco per affrontare questa battaglia che ci riguarda tutti. Chiunque voglia approfondire la ricerca di Thurber e dei suoi due assistenti, Sarah Seabrook e Rory M. Welsh, può farlo sulle pagine della Royal Society Publishing, in lingua originale.

Come aiutare l’ambiente: 15 consigli per uno stile di vita sostenibile

come aiutare l'ambiente

Una delle domande che invade più spesso le menti di persone che si stanno avvicinando all’ambientalismo è: cosa fare per salvare l’ambiente? Il problema dei cambiamenti climatici viene percepito come qualcosa di molto lontano o, ancora peggio, come un problema insormontabile. Beh, non è così. Ognuno di noi può fare la propria parte. Se tutti adottassero in massa una serie di comportamenti ecosostenibili, come quelli che elencheremo qua sotto, il calo delle emissioni necessario per mantenere l’innalzamento della temperatura planetaria al di sotto degli 1,5/2 °C non sarebbe più un miraggio.

Passare ad uno stile di vita sostenibile e capire come aiutare l’ambiente è spesso visto come un obiettivo difficile da raggiungere, anche per via di qualche pregiudizio di troppo. Abbiamo riassunto in 15 punti ciò che ognuno di noi può fare per abbattere drasticamente il proprio impatto ambientale. Alcuni accorgimenti sono più immediati mentre per altri può servire più tempo oltre a un briciolo di organizzazione. Se ti sembra difficile prova a cambiare poco alla volta. Il cambiamento è alla portata di tutti, anche di chi crede di non poterselo permettere. Basta solo fare le scelte giuste. Ecco alcuni consigli per aiutare l’ambiente.

La nostra guida in 15 punti su cosa fare per salvare l’ambiente

Il video della nostra guida ad uno stile di vita sostenibile

1. Adotta un approccio plastic free

Trova un negozio che venda detergenti per corpo e per casa alla spina. Prendi dei contenitori vuoti. Due per tipo di detergente, in modo da averne sempre uno pieno e uno pronto ad essere riempito.

Quando ne hai bisogno vai nei negozi che offrono questo servizio (NaturaSì, Negozio Leggero o altri esercizi locali) invece di comprare l’ennesimo contenitore di cui non hai bisogno. Quando vai a fare acquisti portati sempre
una busta da casa.

2. Individua una lista di alternative sostenibili ai prodotti di uso comune

Ne sono un esempio spazzolini in bamboo, shampi solidi, saponette, borracce in alluminio, cosmetici ecocompatibili, cialde da caffé ricaricabili o compostabili ecc.

3. Trova un contadino di fiducia con prodotti stagionali e a km0

Sono ormai tantissime le aziende agricole che si occupano di vendita diretta e che offrono solamente prodotti stagionali e a km0 nei vari mercati. Altrimenti, per non sbagliare, scarica un’app che contenga la lista degli alimenti stagionali. Ce ne sono a decine. La frutta e la verdura, se di stagione, è molto più saporita, più salutare e spesso costa anche meno.

4. Passa ad un fornitore di energia green

La componente energetica contribuisce al 25% delle emissioni su scala globale. Passando ad un fornitore che utilizza esclusivamente energie rinnovabili sosterrai la conversione ecologica di uno dei settori più inquinanti. Con una vecchia bolletta, il codice fiscale e un IBAN non ci vorranno più di 15 minuti e puoi farlo online o per telefono. I prezzi della materia energetica proveniente da fonti rinnovabili sono ormai più che competitivi rispetto a quella fossile. Se non hai grosse limitazioni economiche valuta l’installazione di una pompa di calore e dei pannelli solari. L’investimento iniziale può spaventare ma nell’arco di qualche anno si ripagherà da solo. Contatta un’azienda che se ne occupa e facci una chiacchierata. Potrebbe essere una svolta.

5. Investi su prodotti ad alta efficienza energetica

Ne sono un esempio le lampadine al LED. Quando dovrai cambiare un elettrodomestico cerca di acquistarne uno che abbia la migliore classe energetica. Valuta l’acquisto di un fornello ad induzione. L’elettricità è molto più facilmente reperibile da fonti rinnovabili. Il gas, come sappiamo, è un combustibile fossile e ne va limitato il più possibile l’uso.

6. Cambia banca

La maggior parte dei grandi gruppi bancari finanzia da anni il settore dei combustibili fossili, ma ci sono alcune eccezioni. Su tutte noi consigliamo “Banca Etica”, ma con una ricerca online puoi trovare anche altre opzioni. Scegliere una banca che sostiene i combustibili fossili significa sostenerli in prima persona.

7. Smetti di abusare dell’automobile e scegli la mobilità sostenibile

Con una buona bicicletta arrivare a fare tragitti anche di 7/8/10 km non è un problema. Fai esercizio fisico, eviti gli imbottigliamenti e, in molti casi, guadagni anche tempo. Anche i mezzi pubblici sono buone scelte in termini di sostenibilità. Se proprio non puoi fare a meno dell’auto, ad esempio per andare a lavoro, organizzati con dei colleghi per fare carpooling. Ridurrete le emissioni per passeggero in maniera significativa.

Valuta l’acquisto di un mezzo elettrico. Ci sono grossi incentivi statali a disposizione. Non si paga il bollo per 5 anni e l’assicurazione costa meno. Ma il vero risparmio sta nella componente energetica. Con meno di 3 euro di elettricità un’auto elettrica ha un’autonomia dichiarata di almeno 250 km. Ma quella effettiva spesso è anche maggiore. Per chi volesse spendere meno sono in commercio
anche scooter e bici elettriche, due mezzi più che adatti agli spostamenti in città.

8. Pensaci due volte prima di acquistare un altro biglietto aereo

L’aereo è di gran lunga il mezzo di trasporto con il maggiore rapporto emissioni per passeggero. Pianifica la prossima vacanza per fare in modo che non ci sia bisogno di prendere un aereo. Rimanendo in Italia oppure andando nei paesi limitrofi si può comunque arrivare in magnifici posti anche via terra e con mezzi sostenibili. Se ogni tanto vuoi rompere questa regola cerca di scegliere compagnie aeree che permettono di aggiungere un piccolo sovrapprezzo per compensare le emissioni. Ma soprattutto fa sì che sia un’eccezione e non farne un’abitudine.

9. Riduci il tuo consumo di alimenti di origine animale

È ormai comprovato che l’impatto ambientale di diete vegetariane o vegane è minore di quelle onnivore. Se non vuoi rinunciare a carne e latticini cerca un produttore locale che utlizzi metodi di allevamento estensivi. Evita il più possibile manzo e maiale. Cerca di privilegiare il pollo. Per quanto riguarda i formaggi quelli di pecora e capra sono i più sostenibili.

10. Smetti di comprare acqua in bottiglie di plastica

Se nel tuo comune l’acqua del rubinetto non è sufficientemente “pulita” trova qualcuno che offra il servizio del vuoto a rendere. In alternativa informati su dove acquistare una caraffa
in grado di filtrare l’acqua. Quest’ultima opzione è anche la più economica. Un filtro costa in media 4 euro e arriva a durare anche più di un mese.

11. Riduci, riusa, ricicla!

Organizzati a puntino per fare la raccolta differenziata. Scarica sul cellulare l’app “Junker”. Quando avrai qualche dubbio su come differenziare qualche rifiuto scannerizza il codice a barre. L’app ti dirà dove buttarlo. Riduci il più possibile la quantità di rifiuti che produci. Privilegia l’acquisto di prodotti sfusi.

12. Smetti di comprare vestiti nuovi solo perchè costano poco

La fast fashion (Zara, H&M & co.) è uno dei settori in assoluto più inquinanti. Le esternalità che ti permettono di pagare un capo così poco gravano sull’ambiente e sui lavoratori sfruttati. Privilegia i marchi che si distinguono per l’impiego di pratiche sostenibii come Patagonia, North Sails, Rapanui e Reformation. Cerca un’attività che si occupi di compravendita di vestiti di seconda mano. Possono regalare parecchie sorprese. Fatti un giro sul sito di Armadio Verde. La loro è una bellissima iniziativa.

13. Resta informato e fai scelte consapevoli

Leggi articoli affidabili e libri, guarda servizi e documentari su questo tema senza abusare dei servizi di streaming. Restare aggiornati ed avere informazioni corrette è fondamentale per orientare il proprio stile di vita in un’ottica di sostenibilità.

14 Sostieni i gruppi ambientalisti e vota in maniera coscienziosa

Partecipa ad incontri, assemblee e manifestazioni Vota partiti che inseriscono il contrasto ai cambiamenti climatici come uno dei punti primari del loro programma. Diffida dei politici e delle aziende che, da un giorno all’altro, si
sono risvegliati ambientalisti. Il greenwashing è una pratica molto diffusa.

15. Pianta alberi o sostieni progetti che se ne occupano

Sono ormai innumerevoli gli enti che lavorano a campagne di riforestazione e rimboschimento. Se hai un giardino pianta qualche albero. Imposta Ecosia come motore di ricerca predefinito. Funziona come Google solo che,
a differenza del colosso americano, reinveste una buona fetta dei propri profitti in progetti di riforestazione. A giugno 2019 aveva già piantato 60 milioni di alberi grazie alle ricerche dei suoi utenti.

Per eventuali suggerimenti, domande o chiarimenti non esitare a contattarci. Siamo sempre pronti ad aiutare qualcuno nel compiere la sua svolta green.

Ora sai cosa puoi fare per salvaguardare l’ambiente

Quello di cambiare le proprie abitudini può sembrare un obiettivo difficile da raggiungere e per alcuni di questi punti, lo riconosciamo, lo è. Ad esempio è vero che ancora i prezzi dell’auto elettrica sono troppo alti, anche se sul lungo termine c’è davvero un risparmio effettivo, e che ci sono ancora troppe poche colonnine per la ricarica nel nostro paese. Discorso simile per i pannelli solari. La convenienza sul lungo termine può infatti non spaventare chi ha delle possibilità economiche medio alte, ma è comprensibile che per altri possa essere un investimento troppo oneroso. Ma non disperate, nel giro di qualche anno i prezzi si abbasseranno. Cercate anche di sfruttare gli incentivi statali che, con il Decreto Rilancio, saranno più che abbondanti per interventi alle proprie abitazioni.

Ci sono però anche parecchi punti che, con un po’ di impegno, si può essere in grado di rispettare abbastanza rapidamente. Ne sono un esempio l’approccio plastic free e, più in generale, tutti quei punti che, di fatto, si riferisocno ad un cambiamento delle abitudini di consumo. Non comprare vestiti prodotto in maniera non sostenibili, cambiare banca e fornitore di energia, mangiare a km0 e ridurre il proprio consumo di alimenti di origine animale. Fondamentale è anche arrivare a comprendere le motivazioni per cui certi comportamenti vadano adottati in modo da capire come aiutare l’ambiente.

Ciò che conta maggiormente sono la tua convinzione e la tua volontà a cambiare abitudini, oltre che aprire la propria mente al cambiamento. Poco alla volta si può fare. E una volta che tutte queste saranno diventate delle abitudini consolidate, il vostro stile di vita antiecologico sarà solamente un brutto e vecchio ricordo.

Questo articolo è stato selezionato da Twinkl tra le migliori risorse per uno stile di vita eco-sostenibile, trovi più informazioni su Twinkl Sustainability Week.

Investimenti verdi: l’Unione Europea promuove la finanza sostenibile

Come determinare la sostenibilità delle attività economiche? L’Unione Europea ha adottato un sistema comune di classificazione che permetterà di implementare le misure per la transizione energetica previste dal Green Deal europeo. Il regolamento è frutto di un’intesa tra il Parlamento europeo e il Consiglio. Già nel dicembre 2019, le due istituzioni  avevano raggiunto un accordo provvisorio, ma che solo a fine maggio è stato vagliato dalle commissioni Affari monetari ed economici e Ambiente, sanità pubblica e sicurezza alimentare. Al centro del progetto c’è la finanza sostenibile.

Investimenti e neutralità climatica

Gli investimenti verdi sono fondamentali perché il continente possa dichiarare la neutralità climatica entro il 2050, riducendo drasticamente le proprie emissioni di gas a effetto serra.  Nonostante gli ingenti aiuti statali ed europei, anche i privati dovranno fare la propria parte: per questo motivo, un quadro comune a cui far riferimento è necessario per comprendere come finanziare progetti realmente sostenibili e non farsi ingannare da quelli caratterizzati dal greenwashing. I prodotti finanziari dovranno essere completamente ecocompatibili, come riportato nella posizione del Consiglio in prima lettura il 1° aprile 2020.

L’ex commissario Valdis Dombrovskis aveva già osservato come il lancio di una tassonomia comune non fosse problematica a livello politico, quanto ostica a livello tecnico, specialmente all’inizio. In realtà, la proposta di unificare legislazioni statali differenti è stata concepita anche come il volano per movimenti finanziari transfrontalieri, visto che gli investitori si erano dimostrati cauti nelle azioni di questo tipo a causa della difficoltà di comparazione degli standard nazionali.

Questa procedura si inserisce, quindi, in un quadro più ampio di azioni per la mitigazione del cambiamento climatico già adottate, come le strategie industriali, per l’economia circolare, senza dimenticare quella per “farm to fork” per rendere la filiera alimentare più sostenibile. La presentazione della strategia per la biodiversità dell’Unione si prefigge di proteggere le risorse naturali del nostro pianeta entro il 2030

finanza sostenibile
La finanza sostenibile promuove investimenti responsabili.

Obiettivi da raggiungere

Gli obiettivi che dovranno raggiungere per essere definite ecosostenibili, oltre al rispetto dei diritti umani e del lavoro, sono sei:

  • la mitigazione dei cambiamenti climatici, attraverso la riduzione delle emissioni o il miglioramento del loro assorbimento;
  • l’adattamento ai cambiamenti, con la prevenzione degli effetti negativi attuali o futuri;
  • la transizione verso un’economia circolare, focalizzata sul riutilizzo delle risorse;
  • la prevenzione e il controllo dell’inquinamento;
  • l’uso sostenibile e la protezione delle acque e delle risorse marine;
  • la tutela e il ripristino della biodiversità e degli ecosistemi.

Per la definizione precisa dei primi due target si prevede la scadenza a fine 2020; per gli altri, l’anno successivo.

La produzione di combustibili puliti ed efficienti da fonti rinnovabili e la creazione di infrastrutture energetiche necessarie per la decarbonizzazione dei sistemi energetici sono la chiave per dare un contributo sostanziale alla mitigazione dell’interferenza antropica. Aumentare la durabilità, la riparabilità e la possibilità di miglioramento dei prodotti ridurrà, inoltre, l’utilizzo di materie prime, diminuendo l’impronta ambientale. La gestione sostenibile delle foreste e delle pratiche agricole si inserisce, infine, in una più ampia opera di protezione del territorio, rimarcando la lotta al degrado del suolo e alla perdita di habitat.

Le attività coinvolte

Si specificano due tipologie di attività che possono essere considerate ammissibili a questo finanziamento: le imprese abilitanti e quelle di transizione. Le prime rientrano nell’ambito dell’applicabilità di tutti e sei gli obiettivi, con delle garanzie di salvaguardia atte a prevenire il greenwashing. Le seconde, invece, sostengono la neutralità climatica in coerenza con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi del 2015, con delle clausole affini al primo tipo di aziende. Sono previsti, poi, dei criteri di vaglio tecnico, con possibili riesami della Commissione, per valutare l’impatto potenziale e su lungo termine, tenendo conto della natura e della dimensione dell’attività economica. In questo modo, si eviterà la frammentazione di molteplici legislazioni nazionali e un più serrato controllo sui finanziamenti.

Nella seconda fase di attuazione, dopo questa approvazione in seconda lettura da parte del Parlamento, si dovranno discutere nello specifico i criteri per il raggiungimento degli obiettivi. Per questo motivo, è stato disposto un gruppo di esperti di finanza sostenibile che fornirà consulenza e un tempestivo scambio di informazioni multilivello per assicurare la trasparenza e il continuo aggiornamento. Gli Stati membri, invece, avranno il compito di stabilire le norme per controllare e sanzionare in modo effettivo, proporzionato e dissuasivo i comportamenti che andranno contro il regolamento.

Passi in avanti, ma una strada ancora lunga

“Per quanto riguarda la posizione del Consiglio per l’istituzione di un quadro che favorisce gli investimenti sostenibili […], vi informo che non è stata presentata alcuna proposta volta a respingere le tali posizioni e non sono stati presentati emendamenti […]. Gli atti proposti si considerano pertanto adottati.” ha asserito  David Sassoli, Presidente del Parlamento europeo durante la sessione plenaria di mercoledì 17 giugno.

Il coordinamento normativo a livello europeo è sicuramente incoraggiante, anche se l’applicazione effettiva potrà essere verificata solamente sul medio periodo. Questo regolamento diviene riferimento decisivo per una transizione ecologica reale e perno della crescita della nuova Unione. Anche se non espressamente compreso nelle modalità di ripresa finanziaria post pandemica, l’azione congiunta non potrà che essere benefica per il rafforzamento dello European Green Deal, sperando che sia la svolta verso una finanza realmente sostenibile.

L’ONU propone un divieto per i mercati di animali selvatici

Ci voleva una pandemia di dimensioni epocali perché accadesse. Alla fine però anche l’ONU ha deciso di schierarsi contro i mercati di animali selvatici.

A prendere questa posizione ci ha pensato Elizabeth Maruma Mrema, Segretario Generale della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Biodiversità. Una misura già temporaneamente adottata dalla Cina che tuttavia non ha mai detto di volerli eliminare in maniera permanente.

mercati-animali-selvatici

I mercati di animali selvatici come veicolo di virus mortali

Come tutti sappiamo la diffusione del CoronaVirus ha la sua origine proprio in uno di questi mercati di animali selvatici. Ma la Cina non è l’unico paese in cui è uso comune consumarli. Pipistrelli, coccodrilli, civette e pangolini sono solo alcune delle specie coinvolte. Questi ultimi, ad esempio, sono considerati a rischio estinzione proprio per via dell’eccessivo bracconaggio da parte dell’uomo. In Cina si pensa che le sue scaglie abbiano poteri curativi e non è ancora escluso che il vettore del virus sia proprio un esemplare di questa specie, oltre al già conclamato pipistrello.

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Passiamo ora al dato più eloquente. Tutte le peggiori epidemie della storia recente sono state una conseguenza del passaggio di un virus dall’animale all’uomo. Una grafica creata appositamente dal WWF ci può aiutare a comprendere la gravità di questo fenomeno.

Le pandemie della storia recente

Andiamo in ordine cronologico:

  • 1967, virus Marburg. Paese di origine: Uganda. 590 infetti, 478 morti. Tasso di mortalità dell’81%. Passaggio all’uomo dal pipistrello.
  • 1976, virus Ebola. Paese di origine: Congo. 14.693 vittime. Passaggio all’uomo dal pipistrello.
  • 1996, virus Nipah. Paese di origine: Malesia. 496 contagiati, 265 vittime. Tasso di mortalità del 53%. Passaggio all’uomo dal pipistrello.
  • 2002, virus Sars. Paese di origine: Cina. 774 vittime. Passaggio all’uomo da pipistrello e topo.
  • 2009, influenza suina. Paese di origine: USA e Messico. 429 vittime. Passaggio all’uomo da maiale.
  • 2012, MERS. Paese di origine: Arabia Saudita. 858 vittime. Passaggio all’uomo da cammello.
  •  2013, influenza aviaria. Paese di origine: Cina. 616 vittime. Passaggio all’uomo da pollo.
  • 2019, CoronaVirus. In corso.
Credit: WWF Italia

Il termine specifico per definire questi virus è “zoonosi” e, come si evince da questi dati, l’origine di queste malattie non è da trovarsi solamente in animali meno soggetti al commercio. Ne sono un esempio lampante l’influenza aviaria e quella suina. Per chiunque volesse approfondire l’argomento consigliamo la lettura di “Spillover”, un libro del 2012 di David Quammer in cui lo scienziato americano spiega come alla base di queste epidemie ci sia la distruzione di ecosistemi, oltre che il commercio illegali di animali. Alcuni report sostengono inoltre che il 75% delle malattie umane conosciute deriva proprio dalla fauna, non solo selvatica.

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In virtù di queste considerazioni risulta evidente come il nostro eccessivo desiderio di alimenti di origine animale, insieme alla già citata perdita di biodiversità, aumenta il rischio di pandemie su scala globale.

L’impatto ambientale dei mercati di animali selvatici

Già abbiamo parlato, non solo in questo articolo, della necessità di ridurre il nostro impatto sugli ecosistemi per salvaguardare, oltre alla nostra salute, anche quella del pianeta in cui viviamo e da cui dipendiamo. Tuttavia, nonostante i ripetuti campanelli d’allarme che arrivano dalla scienza, non sembra che la cosa ci interessi.

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E quello del settore degli allevamenti

Il consumo di carne, di ogni tipo, cresce costantemente a livello globale. Tralasciando per un secondo il discorso legato alle pandemie, occorre focalizzarsi anche sull’impatto che il nostro desiderio di carne e derivati ha sul nostro pianeta. Gli allevamenti di bestiame, non solo quelli intensivi, richiedono un enorme dispendio di risorse.

Una mucca da latte, ad esempio, può arrivare a bere circa 150 litri di acqua al giorno. Così come un manzo necessita di circa 40 kg di mangime al dì. Moltiplicate questi numeri per il numero di capi che attualmente alleviamo su scala globale, che è nell’ordine delle decine di miliardi.

Ora pensate alla quantità di risorse che impieghiamo per produrre questi mangimi che, oltre ad occupare dei terreni che potrebbero essere utilizzate per produrre cibo utile a sfamare quella fetta di popolazione mondiale che soffre di malnutrizione, sono spesse figlie di abbattimento di ampie aree di foreste (vedi i campi di soia dell’Amazzonia) e che, nella maggior parte dei casi, richiedono l’utilizzo di pesticidi su larga scala.

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A tutte queste complicazione vanno aggiunte le emissioni generati dagli scarti degli allevamenti come i liquami, che spesso finiscono per inquinare le falde acquifere, e le eruttazioni e gli escrementi degli animali che emettono metano, ovvero un gas serra climalterante che contribuisce al cambiamento climatico.

Secondo la FAO tutti questi fattori contribuiscono a circa il 17% delle emissioni di gas serra su scala globale – per fare un paragone il contributo del settore dei trasporti è del 13% – anche se secondo molti ambientalisti, molti dei quali hanno scelto diete vegetariane o vegane proprio per questo motivo, questa stima è inferiore rispetto al reale impatto del settore.

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In ultimo pensiamo al problema dell’acqua. Già oggi sono nell’ordine delle centinaia di milioni le persone che non accesso all’acqua potabile e la situazione è destinata a peggiorare con l’avanzare dei cambiamenti climatici. Basti pensare agli innumerevoli bacini idrici sotto stress in ogni angolo del pianeta. Il tutto mentre noi occidentali ci permettiamo di dare 150 litri d’acqua al giorno ad ogni mucca da latte. Suonerà come un’affernazuibe “buonista” ma è proprio così.

Quale conclusione?

Tutte queste considerazioni non possono che mettere in questione la sostenibilità del consumo di prodotti di origine animale e, più in generale, il valore etico e morale del modello di sviluppo occidentale. L’impatto che questo nostro desiderio ha sulla salute di tutti noi e sull’ambiente che ci circonda non è più trascurabile, soprattutto in una fase storica in cui la popolazione mondiale sta crescendo a dismisura. In questi giorni abbiamo l’occasione di riflettere sulle nostre abitudini di consumo. Facciamolo. La sabbia nella clessidra scende, più velocemente che mai. Se non vogliamo essere travolti da catastrofi più grandi noi, come possono essere le pandemie o gli effetti dei cambiamenti climatici, dobbiamo cambiare. In fretta.  

Ambiente: la chiave per ripartire

Smart working, l'economia può ripartire con un occhio di riguardo per l'ambiente?

Il titolare del Ministero per l’Ambiente, Sergio Costa, in una recente intervista riportata dall’ANSA, ha detto la sua riguardo al post-emergenza coronavirus. Gli scienziati, o perlomeno la maggior parte di essi, ci ripete come, in questi giorni, l’Italia stia affrontando il famoso “picco” del contagio. Un momento che attendevamo un pò come i bimbi attendono la mattina di Natale, rimandato di settimana in settimana fino a non molti giorni fa.

Sergio Costa, ministro per l’Ambiente e la Tutela del Territorio e del Mare

L’ambiente al primo posto

Costa, naturalmente, ha messo al centro del suo ragionamento l’ambiente. Secondo il ministro, sarà però impensabile ripartire, quando ci saremo lasciati alle spalle la pandemia, senza agire con l’obiettivo di tutelare e proteggere l’ecosistema. “Nessuno vuole immaginare un mondo che rallenti o non produca. Vogliamo però che produca mettendo al primo posto la tutela della salute e dell’ambiente”. Così ha parlato il ministro, all’interno di una intervista rilasciata alla trasmissione L’Italia s’è desta, la quale va in onda sulle frequenze di Radio Cusano Campus.

“Approfittiamo di questa emergenza per rivedere i nostri comportamenti e ripartire con una mentalità completamente diversa.” Ha proseguito il ministro, chiamando in causa ogni cittadino. In fin dei conti, il rispetto e la tutela ambientale non sono certo pertinenza soltanto di industrie e governi. Come ben sappiamo, anche se fin troppo spesso ce ne dimentichiamo, abbiamo tutti, nessuno escluso, una responsabilità importante verso il nostro pianeta. Questi giorni di reclusione morbida, di distanza sociale e di isolamento, si stanno dimostrando una vera e propria manna dal cielo per l’ecosistema, con emissioni inquinanti controllate e tollerabili pressoché in ogni dove. Esattamente quello a cui si riferivano tutti gli ambientalisti, così come spesso chi, proprio come noi su L’EcoPost, fa storytelling ambientale, quando affermavamo che è l’uomo il principale inquinante sul pianeta. Con buona parte dell’umanità in quarantena, la Terra respira.

La natura reclama i suoi spazi

Stanno girando il mondo le immagini di capre cashmere che passeggiano per le deserte cittadine del Galles, occupando strade e brucando siepi nei giardini. Similmente, in alcuni centri montani italiani, lupi e altri animali soliti vivere nel bosco, lontani dall’uomo, sovente si avvicinano ai nuclei urbani, approfittando dello spazio concesso loro dall’uomo in quarantena. L’ambiente muta, e lo sta facendo con forza durante questi giorni di isolamento per l’uomo. Con frequenza sempre maggiore, ad esempio, vengono avvistati branchi di lupi. Alcuni individui si avventurano anche in città costiere, ad esempio in Abruzzo, dove dalla Majella si spingono in centri urbani e periurbani.

Qualora ci dovesse capitare di imbatterci in qualche esemplare di questo splendido animale, o di altre specie che, approfittando del periodo, si avvicinano alla città, teniamo a mente le parole del veterinario Simone Angelucci, responsabile veterinario del Parco Nazionale della Majella. “Non minacciamo lupi, caprioli o cinghiali. Solitamente si allontanano non appena vedono persone. Allontaniamoci gradualmente, senza mostrare paura o aggressività. Se l’animale dovesse avere un comportamento troppo confidenziale, non va sfidato.”

Il trend della selvaggina in città non è dovuto solo al COVID, in Abruzzo è già attualità da qualche anno. La situazione attuale, però, ha rafforzato il fenomeno

Ambiente: il messaggio del ministro

Nell’intervista con cui ho aperto, il ministro Costa prosegue lanciando un messaggio importante, di cui dobbiamo tener conto. “Il mondo del dopo sarà molto diverso da quello pre – COVID. Cambiamo il paradigma produttivo, non solo per raggiungere un’economia più umana ma anche ambientalmente più sostenibile. Non è solo questione di allocare risorse in termini di fondi, quanto di modificare le norme. E lo stiamo facendo. In queste settimane in cui il Ministero ha rallentato l’attività, non abbiamo rallentato il pensiero.” Al momento, non si vede ancora, in concreto, una traduzione di questo più che condivisibile pensiero del ministro.

Milano, motore economico d’Italia, è deserta come numerose altre città durante il lockdown. Foto: Artribune

Naturalmente, siamo più che lieti di ascoltare questo suo impegno. Lo stile di vita che abbiamo condotto fino all’inizio della quarantena; la nostra società ossessionata dalla crescita senza alcun termine, senza alcun limite, senza alcuna verifica che il pianeta sia in grado di assorbire ed accettare gli scatti isterici del capitalismo delle disparità, ci hanno portato a minare gli equilibri dell’ecosistema e a mettere in crisi profonda il nostro habitat. La grande opportunità che ci è stata concessa da questo difficile periodo è sotto gli occhi di tutti. Gli sforzi, sociali ed economici, messi in atto per controllare la pandemia da nuovo coronavirus hanno ridotto ovunque l’impatto dell’attività economica, portando a miglioramenti localizzati, seppur decisi, della qualità dell’aria. La riduzione delle emissioni dovuta alla pandemia, però, non può certo sostituirsi all’insieme di azioni concrete ancora necessario ad arginare il cambiamento climatico.

Come ci ha ricordato la Organizzazione Meteorologica Mondiale, però, è presto per trarre conclusioni definitive circa l’influenza che questo rallentamento, causa pandemia, delle emissioni avrà sulle concentrazioni di gas serra nell’atmosfera.

Nell’elaborazione un raffronto tra la concentrazione di diossido di azoto NO2 sulla Pianura Padana. L’immagine di sinistra si riferisce al 31 gennaio, quella di destra al 15 marzo. L’elaborazione di Copernico, servizio che monitora l’atmosfera, vale più di molte parole

Burocrazia ed impegno quotidiano

“Quando si incrementa la burocrazia si rende più fragile il sistema e l’economia criminale riesce ad inserirsi, diventando intermediario. Stiamo semplificando il sistema, rendendolo più tracciabile” Ha affermato Sergio Costa, dimostrando di avere una visione piuttosto chiara del quadro che, fin troppo spesso e volentieri, lega a doppia mandata sfruttamento ambientale e criminalità organizzata, spesso al soldo della finanza e dell’economia speculativa.

In chiusura del suo intervento, il ministro ha voluto ricordare che cosa possiamo fare individualmente, nell’isolamento casalingo, per l’ambiente. “Tutti siamo chiamati a restare in casa. Questo può essere un modo per scoprire nuovi percorsi, per cambiare atteggiamento. Dobbiamo ricostruire una mentalità nuova per quando ripartiremo. Questa mentalità nuova inizia dalle famiglie. La logica dell’usa e getta si inserisce in un meccanismo mentale sbagliato.” Il riferimento è alla campagna ministeriale #ricicloincasa.

Anche l’ambiente è in crisi

La pandemia, ovviamente, si è presa, in questo periodo, la totalità dei riflettori. Qualunque medium consultiamo in questo periodo, il tema principale – persino l’unico, abbastanza di consueto – è il COVID – 19, l’appiattimento delle curva e questa fantomatica fase 2 che profuma di leggenda. Non che ciò sia evitabile, l’argomento caldo è questo e la stampa, così come chiunque orbiti nel mondo dell’informazione, incluso questo spazio, ne scrive e/o ne parla. Non scordiamoci però, tra una fuga a fare la spesa e una serata di fronte al computer, tra la lettura di un buon libro e l’invasione della cucina per provare questa o quell’altra ricetta che mai più realizzeremo nel corso della nostra vita, di quella che era una crisi seria e impegnativa già da prima: quella ambientale.

Ci stiamo scordando di quella battaglia, e ciò è preoccupante, poiché corriamo seriamente il rischio di dover rifar tutto al termine di questo momento. Quando questo periodo si sarà concluso, ricominceremo a trascurare le emissioni per riportare l’industria ai livelli precedenti alla pandemia? Lo faremo in nome di quella crescita di cui sopra? Se così fosse, e ahinoi è una possibilità tutt’altro che remota, ci ritroveremo daccapo. Le emissioni tornerebbero a crescere velocemente e le belle misure di cui ci riempiamo la bocca alle conferenze sull’ambiente crollerebbero come castelli di carte su tavolini di vetro. Sull’EcoPost ne abbiamo parlato in dettaglio.

Concretizzare l’impegno

Dobbiamo davvero augurarci che il ministro Costa non abbia torto, che le sue parole non lascino il tempo che trovano, ma siano invece fondamento di un ripensamento vero del sistema economico post – pandemia. Vediamo esempi virtuosi in questo periodo, i quali potrebbero divenire casi studio nei prossimi mesi. Ci riferiamo a numerose aziende, molte delle quali italiane, le quali hanno riconvertito gran parte delle proprie linee di produzione per rifornire gli Stati di prodotti atti a combattere il contagio. Questi esempi di cambiamento ci lasciano ben sperare. Una transizione ecologica dell’economia potrebbe essere davvero possibile.

Ritengo positivo, speranzoso e necessario il pensiero del ministro, che sottoscrivo in pieno. La politica però, troppo spesso ci ha abituato a belle parole cui poi non seguono i fatti. Auspico che non sia così questa volta e che il mondo dimostri veramente un’attenzione all’ambiente, quando giungerà il momento di ripartire. Quel giorno non appare più così lontano. Per tal ragione, ho riempito di spunti questo articolo, rilanciando altri articoli che abbiamo pubblicato sulla testata durante la quarantena. Abbiamo l’occasione di ripartire in maniera pulita e rispettosa dell’ecosistema Terra, non ci resta che dimostrare di essere all’altezza di questo compito.

Manifesto per la green economy, la strada che ci auguriamo sarà intrapresa con convinzione al termine di questa pandemia. Elaborazione grafica: Green Report Magazine

Netflix, lo streaming e l’inquinamento

Streaming in casa

In questi giorni di quarantena, di autoisolamento e di distanza sociale, la tv (o il computer) sono diventate le nostre finestre sul mondo. Non che non lo siano sempre e comunque, soprattutto da quando lo smartphone è diventato un’appendice irrinunciabile della nostra mano. Ai tempi del nuovo coronavirus, però, tale ragionamento è ancor più vero. Costretti tra le pareti di casa, infatti, la visione di film e/o serie tv in streaming è diventata uno dei nostri passatempi preferiti. La piattaforma di maggior successo ad offrire questo tipo di servizio è Netflix, servizio online partito dagli Stati anglofoni e diffusosi ora a macchia d’olio anche in Italia.

A chiunque faccia uso del servizio offerto dalla piattaforma, segnaliamo il documentario Chasing Ice, di cui abbiamo parlato qualche giorno fa. Potete trovare altri interessanti titoli, per cui vale la pena spendere qualche emissioni, nella nostra sezione “Documentari sull’ambiente”.

Netflix e l’impatto ambientale

In fin dei conti, che male può esserci a bombardarsi di serie tv quando ho l’ordine tassativo di restare chiuso in casa? Nonostante, a seguito di precise direttive UE, Netflix e gli altri attori del settore abbiano abbassato la qualità dei propri contenuti, per meglio rispondere all’ampia domanda, la richiesta per questo tipo di servizio è rimasta alle stelle. Partiamo con il dire che, diversamente da quanto alcuni forse pensino, un’attività come la visione online non è certo ad impatto zero.

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Affinché sia infatti possibile, per un solo individuo, usufruire di un contenuto offerto in streaming, è necessario un importante dispendio di elettricità. Questo consumo, a sua volta, provoca emissioni di anidride carbonica. La CO2, come ben sappiamo, inquina l’ambiente.

Da una ricerca, i dati sull’inquinamento da Netflix

Dati concreti su quanto comporti, effettivamente, il binge watching, ovvero la visione forsennata dei nostri show preferiti su Netflix – o similari – ce li ha portati una ricerca condotta da Save on Energy. Tale ricerca, intitolata Netflix & COVID – 19: The environmental impact of your favourite shows, è stata in realtà condotta basandosi sui dati ufficiali, diffusi da Netflix, relativi al periodo compreso tra ottobre 2018 e settembre 2019. Il periodo, dunque, è antecedente alla diffusione del coronavirus. I dati potrebbero quindi essere sottostimati. Dobbiamo però tener presente che la società guidata da Reed Hastings è stata spesso accusata di gonfiare i suoi numeri, per cui possiamo ritenere il campione ugualmente significativo.

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Da questa ricerca sarebbe emerso come l’energia generata dai circa 80 milioni di telespettatori che hanno visionato Birdbox, la produzione di maggior successo della piattaforma, nel periodo di riferimento, abbia comportato per il pianeta una elevatissima emissione di anidride carbonica. Il film thriller a tinte horror con Sandra Bullock non è stato certo un alleato per il nostro pianeta. I calcoli effettuati dai coinvolti in questa ricerca hanno portato un risultato che potrebbe stupire. L’emissione di CO2 ammonta a circa 66 milioni di chili. Esattamente quanto si inquinerebbe affrontando un viaggio in auto di 147 milioni di miglia (e non km, badiamo bene). In sostanza, tutti questi telespettatori hanno inquinato quanto un automobile che, partendo da Londra, giungesse fino ad Istanbul e poi tornasse senza fermarsi. Per oltre 38mila volte.

I film Netflix che hanno generato la maggior quantità di CO2

Gli show più “inquinanti”

Alle spalle del poco invidiabile campione, in questa speciale classifica, si è classificato un altro importante film trasmesso dalla piattaforma. Murder Mystery, interpretato da Adam Sandler e Jennifer Aniston, ha emesso oltre 47 milioni di chili di anidride carbonica nell’aria. Tornando alla metafora automobilistica che ci aiuta a mettere in concreto il dato, parliamo dell’equivalente di un viaggio di oltre 104 milioni di miglia.

Il piatto forte di Netflix, probabilmente, sono le serie tv, e anch’esse dimostrano di sapersi difendere bene sul ring dell’inquinamento. La cintura di campione, in questo caso, la indossa la seguitissima serie Stranger Things, che fa impallidire Bullock e gli altri coinvolti nel progetto Birdbox. L’intrigante terza stagione dello show ha generato un inquinamento equiparabile ad un viaggio automobilistico che supererebbe, attenzione, i 421 milioni di miglia terrestri. Le emissioni totali ammonterebbero a ben 189 milioni di chili di CO2.

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Al terzo posto nel campionato riservato alle serie tv di Netflix troviamo la prima stagione di You. Le emissioni ad essa legate sono pari a quasi 120 milioni di chili. Il paragone stradale, in questo caso, è con un percorso di circa 266 milioni di miglia.

Le serie Netflix che hanno generato la maggior quantità di CO2

Valide alternative a Netflix

Molto spesso non ci rendiamo conto di quanto si inquini usufruendo di contenuto in streaming. Naturalmente, sia ben chiaro, le emissioni generate stando sul divano a guardare la tv o lo schermo del pc con una birra in mano, sono molto inferiori a quelle prodotte dai mezzi pesanti su gomma o addirittura dal campione indiscusso dell’inquinamento mondiale, l’aereo. Ciononostante, lo scopo della ricerca che abbiamo or ora esaminato, come ci ricorda anche la relatrice del dossier, l’esperta di energia per Save on Energy, Linda Dodge: “bisognerebbe limitare le visioni ed il binge watching.”

Foto: paginemediche.it

Naturalmente, i ricercatori comprendono bene le ragioni dietro l’aumento della richiesta per i servizi online, in questo periodo di reclusione morbida, se così vogliam definirla. Eppure, l’invito di Dodge e del suo gruppo di ricerca ci sentiamo di farlo nostro: “Meglio leggere. Optare per puzzle, arti, cucina e così via.” Cerchiamo insomma, per quanto ci sia possibile, di dedicarci ad attività le quali “non implichino l’estensivo e prolungato utilizzo di elettricità, internet e smart device.”

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Questo periodo di isolamento, e i dati di questa ricerca, ci siano da stimolo per ripensare il modo in cui guardiamo i film. Personalmente, prima di chiudere, vorrei ricondividere le parole di Sam Mendes, il regista di American Beauty, di Era mio padre, degli 007 Skyfall e Spectre, nonché del recente 1917, il quale agli ultimi Academy Awards affermò, a ragione, che secondo lui sarebbe ora di tornare a gustare i film laddove sono pensati per essere visti: all’interno delle sale cinematografiche. Forse rinunceremo alla comodità del divano ma ne guadagneremmo personalmente in termini di qualità della visione, oltre che collettivamente in termini ambientali.