Germania: quale peso per i Verdi nel nuovo governo?

Elezioni Germania Verdi

Si è chiusa un’epoca in Germania. O meglio, si è chiusa un’epoca in Europa. Dopo 15 anni di cancelleria, Angela Merkel ha scelto di non ricandidarsi alle elezioni, svoltesi domenica 26 settembre, cedendo il passo ad Armin Laschet. All’indomani dello spoglio, possiamo dire che i tedeschi non sono stati troppo affascinati dal Delfino di Mutti Merkel, come la chiamano affettuosamente i suoi connazionali. Il vincitore, di misura, è infatti stato lo sfidante – e favorito – Olaf Scholz.

Tre candidati per la Germania

Prima di andare all’analisi del voto, è importante conoscere quali fossero i principali candidati alla cancelleria. Gli sfidanti con più possibilità di successo erano fondamentalmente tre. Ai già citati Laschet e Scholz va aggiunta la terza principale forza in Germania, quella del Partito dei Verdi. Annalena Baerbock, forte della sensibilità ambientale che ultimamente ha coinvolto anche la federazione tedesca, è il volto dei Grüne che, pur arrivando soltanto terza, ha raggiunto un risultato storico per il suo partito. Vediamo chi sono questi tre leader.

Olaf Scholz, un politico di professione

Burocrate notissimo in Germania, Scholz è Ministro delle Finanze e Vicecancelliere della federazione tedesca dal 2018. Pur appartenendo al Partito Socialdemocratico, dunque, ha prestato servizio nel governo della Cristiano-democratica Angela Merkel. I due partiti, in realtà, sarebbero collocati su due assi opposti dello scacchiere politico tedesco. Merkel però, com’è noto, è sempre stata un’abile stratega e tessitrice di alleanze, dunque riuscì a formare, nel marzo 2018 – dopo mesi di trattative in seguito alle elezioni federali del 2017 – la cosiddetta Große Koalition. La grande coalizione rappresentò un’alleanza tra CDU e SPD, ovvero i partiti di Merkel e Scholz. Su quelle fondamenta è stato innalzato il governo attualmente in vigore, il quale resterà in carica fino al giuramento del nuovo.

Nato a Osnabrück e residente a Potsdam, Scholz è attivo in politica dal 1998, in seguito agli studi in giurisprudenza e la specializzazione in diritto del lavoro. Fino al 2011 è stato deputato, dal 2002 al 2004 segretario generale del partito e dal 2007 al 2009 Ministro del Lavoro e degli affari sociali nell’esecutivo Merkel I. Nel 2018 ha agito come commissario ad interim per l’SPD, prima di abbandonare il ruolo in seguito all’elezione di Andrea Nahles e decidere di candidarsi a cancelliere.

Olaf Scholz rappresenta, di fatto, il volto sicuro e affabile della politica tedesca. Pur non provenendo dallo stesso partito della sua predecessora, egli è forse la figura che più le si avvicina agli occhi dei tedeschi. La provata esperienza politica di Scholz e l’ineluttabilità della sua incarnazione di uno status quo cui i cuoi concittadini sono innegabilmente legati sono probabilmente state le sue armi principali in una elezione che, nel momento in cui si scrive, lo vede come trionfatore.

Armin Laschet, un Delfino di scorta

Laschet nasce ad Aquisgrana nel 1961. È Ministro presidente – così si chiamano i governatori dei Land tedeschi – della Renania Settentrionale-Vestfalia, la più popolosa tra le circoscrizioni che compongono la federazione nonché la quarta per estensione. Dall’inizio dell’anno è anche presidente della CDU, il partito di Angela Merkel. Ha iniziato a rivestire questa carica lo scorso gennaio, in seguito alle dimissioni di Annegret Kramp-Kerrenbauer. In precedenza fu vicepresidente dell’Unione Cristiano-democratica di Germania. Tra il 1999 e il 2005 è stato un europarlamentare.

Il 20 aprile 2021, a seguito dell’annuncio di Merkel di non candidarsi, la CDU-CSU scelse Laschet come suo candidato alla cancelleria. La proposta di un nome alternativo a quello della donna che ha guidato il Paese negli ultimi 15 anni è, de facto, l’inizio dell’era del dopo-Merkel. In seguito a una riunione durata circa 6 ore, i 46 membri della direzione del partito hanno optato per la sua candidatura. 31 dirigenti dell’Unione hanno preferito il nome di Laschet a quello di Markus Söder, governatore della Baviera. In lizza vi erano anche Norbert Röttgen e Friedrich Merz.

La campagna elettorale del Delfino di Angela Merkel – la quale forse preferiva la figura di Kremp-Kerrenbauer, in quanto donna e designata da tempo a proseguire in maniera naturale la sua politica – ha posto al centro il mantenimento della rotta impostata. Sfortunatamente per Laschet, però, i tedeschi non hanno scelto di concedergli la stessa fiducia di cui ha goduto Merkel. Il risultato elettorale non esclude già la CDU-CSU dai giochi, poiché la distanza con l’SPD è veramente poca. Entrambi i partiti, a seguito di alleanze stabili e durature, potrebbero trovare i numeri per governare.

Annalena Baerbock, la candidata dei Verdi di Germania

Annalena Baerbock, quarantenne di Hannover, è una dei due presidenti del partito dei Verdi di Germania. La stessa carica è ricoperta anche dal suo collega Robert Habeck. Dal 2013 è deputata presso il Bundestag, il parlamento federale di Berlino. Esperta di Diritto internazionale, Baerbock è stata eletta co-presidente del partito, sconfiggendo l’altra candidata donna, Anja Piel, nel 2018. Soltanto un anno dopo fu riconfermata per altri 24 mesi di mandato con un plebiscito del 97,1% di preferenze, il più alto risultato di sempre per una donna presidente del partito dei Grüne.

Baerbock partiva decisamente svantaggiata rispetto agli altri due candidati di punta, di cui abbiamo già scritto. Lo spoglio ha confermato quanto ci si aspettava, ovvero la sua terza posizione. Ciò non toglie che queste elezioni siano state per i Verdi tedeschi un grande successo. Il partito non aveva mai totalizzato il 15% di preferenze, com’è avvenuto quest’anno.

Ciò si deve non solo al momento che stiamo attraversando, nel quale la sensibilità ambientale è molto alta, bensì anche al fatto che tanto Baerbock quanto Habeck provengono dall’ala moderata dei Verdi. Non sono insomma due ambientalisti intransigenti come altri loro colleghi, non solo in Germania, bensì due fini politici, capaci di trattare e scendere a compromessi. Ciò non è l’ideale a livello ambientale, naturalmente, però per entrare nelle stanze dei bottoni occorre essere in grado di saper mediare. Al fine di riuscirci, qualcosa bisogna concedere. L’elettore si aspetta da un politico che esso – o essa – rimanga bilanciato ed equilibrato. In parlamento entrano politici pacati, non estremisti aggressivi.

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Il risultato delle elezioni in Germania

Ora che abbiamo avuto modo di conoscere meglio gli attori protagonisti, esaminiamo che cosa sia di fatto successo in Germania. Nel momento in cui si scrive questo paragrafo lo spoglio è pressoché concluso, seppure potrebbero ancora verificarsi piccole modifiche nelle percentuali. In seguito alla notte che ha concluso la giornata elettorale, i tedeschi si sono svegliati con un vincitore: quello che si attendevano. Il socialdemocratico Olaf Scholz ha trionfato sui suoi due sfidanti ma non può ancora definirsi cancelliere. La Repubblica federale, risultati alla mano, entra in una nuova epoca. Naturalmente è quella del dopo Merkel, la fine di tre lustri nei quali la cancelliera è sempre stata la stessa, tanto che molti adolescenti e tutti i bambini, in Germania, hanno sempre visto in tv la stessa persona in rappresentanza del loro Paese.

Si tratta però anche dell’alba di un nuovo giorno in quanto difficilmente saranno i grandi partiti tradizionali a decidere quale strada dovrà intraprendere il Paese, poiché toccherà ai giovani leader dei Verdi e del partito dei Liberali di Christian Lindner, rispettivamente terza e quarta forza in Germania dopo la tornata elettorale. Queste due espressioni politiche dovranno trovare innanzitutto un accordo tra loro, prima di decidere se appoggiare l’una o l’altra parte.

Il Bundestag attende, come l’intera Germania, di conoscere la formazione del suo prossimo governo. Elaborazione: FelixMittermeier da Pixabay.

Vincitori e vinti

Scholz, il quale ha diritto alla prima parola dopo aver raccolto il maggior numero di consensi, spera nella costituzione della coalizione cosiddetta semaforo, formata da SPD, Verdi e Liberali. Dall’altra parte Laschet predica umiltà, ricordando al suo avversario che con il 25% dei voti non si può reclamare la cancelleria. In realtà, è proprio il candidato della CDU che dovrebbe mantenersi umile, in quanto la sua carriera politica corre seriamente il rischio di essere finita con questa sconfitta. Il malcontento interno all’Unione è infatti considerevole e ha un unico bersaglio: il grande sconfitto. Laschet confida in un fallimento di Scholz per poter essere lui a intavolare una proposta di alleanza per Verdi e Liberali ma potrebbe essere l’unico a sperare di farcela. Come ha affermato Markus Söder:

“Per l’Unione è una sconfitta, chi perde così tanti voti non può dire che questo. Da secondi non si può pretendere ma soltanto fare un’offerta.”

Il ragionamento di Scholz si colloca molto vicino:

“Gli elettori hanno dato forza a tre partiti: SPD, Verdi e FDP. Questi hanno un mandato chiaro per costruire il prossimo governo.”

L’FDP è il partito liberale. Il candidato dei socialdemocratici ha ben chiaro un concetto: chiunque sia il cancelliere, sarà difficilissimo che esso possa avere i numeri che occorrono per comporre una maggioranza se non farà un’offerta degna ai Verdi. Il partito ambientalista, assieme a quello liberale ma in misura maggiore dato il maggior numero di consensi, sarà l’ago della bilancia nella costituzione del prossimo esecutivo. È possibile – pure probabile – che le trattative richiederanno alcuni mesi.

I numeri del voto in Germania

Snoccioliamo qualche numero per vedere, nel concreto, come siano andate le elezioni in Germania. I Socialdemocratici, partito di centro-sinistra – benché in Germania le collocazioni siano un pò lontane dai nostri tradizionali concetti di destra e sinistra – ha vinto, superando di poco il blocco di centro-destra formato dalla CDU-CSU. Nessuno di questi due storici partiti è riuscito a varcare la soglia del 30% di preferenze. Dal dopoguerra in avanti, non era mai successo. Preoccupante soprattutto è il risultato del partito di Angela Merkel, il quale ha perso il 9% dei consensi.

Al termine del conteggio nelle 299 circoscrizioni elettorali tedesche, i funzionari hanno reso noto che la SPD si è aggiudicata il 25,7% delle preferenze. Il blocco dell’Unione si è fermato al 24,1%. Storicamente, ogni partito vincitore aveva messo assieme almeno il 31% dei consensi. In questa tornata, nessuno ci si è avvicinato.

Chi entra in Parlamento

Al terzo posto si sono classificati, per così dire, i Verdi, con il 14,8% dei voti. Quarta posizione per i Liberali, i quali hanno totalizzato l’11,5% delle preferenze. Soddisfatta anche Die Linke, il partito di sinistra che, pur non avendo raggiunto lo sbarramento del 5%, necessario per entrare al Bundestag, riesce ad approdare in Parlamento grazie a una peculiare norma che garantisce l’ingresso alle formazioni politiche in grado di vincere in tre collegi uninominali, anche senza raggiungere la soglia.

Al termine delle elezioni federali siamo in grado di dire che i seggi nel Bundestag saranno ben 735. Nella legislatura precedente ammontavano a 709. Il sistema elettorale in Germania, estremamente complesso, consente l’allargamento del Parlamento dopo ogni tornata elettorale. Pensiamo a questo quando affermiamo che il leviatano della politica sia più snello, all’infuori dell’Italia.

Il complesso gioco delle alleanze

Com’è chiaro dal paragrafo precedente, nessuno ha i numeri per governare da solo. Per riuscire a formare un governo, sarà dunque indispensabile tessere alleanze. Il partito più corteggiato sarà quello dei Grüne e, a ruota, quello dei Liberali. Le maggioranze possibili sono svariate. L’obiettivo è riuscire a ottenere 368 dei 735 seggi. A quanto è stato detto, i primi due partiti non hanno intenzione di allearsi, sebbene otterrebbero immediatamente il numero dei seggi necessari, superandoli e arrivando a ben 402, più che sufficienti per una buona governabilità della Germania. Questo numero sarebbe superato in caso di un’alleanza di uno qualsiasi dei grandi partiti con Verdi e FDP. Un’alleanza tra il terzo, quarto e quinto partito di queste elezioni, invece, non avrebbe i numeri. Il partito di estrema destra, Alternative Für Deutschland, capace di raggiungere il 10% delle preferenze elettorali, si terrà fuori da qualsiasi trattativa.

Forti dei loro risultati, Verdi e Liberali hanno già cominciato i colloqui. L’obiettivo è, per entrambi, quello di entrare a far parte del prossimo governo federale. Come ha affermato Anton Hofreiter, capogruppo del partito ambientalista in Parlamento, a un’intervista dopo le elezioni con l’emittente ARD:

“Stanno cominciando dei colloqui in una cerchia molto piccola. Perché la cosa possa funzionare, vedremo quali punti in comune possiamo avere e quello di cui entrambe le parti hanno bisogno. È saggio parlare prima con i Liberali, poi vedremo dove questo ci porta.”

I verdi, tradizionalmente, preferiscono dialogare con l’SPD, trovandosi collocati in una sfera politica più sinistrorsa. Il partito liberale, invece, è più vicino all’Unione. Non ci è dato sapere quale ruolo svolgeranno queste ideologie di fondo – ormai piuttosto annacquate – nei colloqui propedeutici alla formazione del prossimo esecutivo. Quel che pare certo è che dovremo attendere mesi, prima che un nuovo governo possa finalmente vedere la luce.

Il non-successo dei Verdi e le dinamiche ambientaliste in Germania

Annalena Baerbock ha esultato al termine delle elezioni, mostrandosi entusiasta del miglior risultato di sempre, in termini di percentuale di consenso, del suo partito nel Paese. Si tratta di una strategia comunicativa molto nota anche in Italia, quella dell’abbiamo vinto tutti che segue una tornata elettorale nella quale, di fatto, è invece accaduto l’esatto contrario. La Costituzione tedesca, a ogni modo, non specifica che diventa cancelliere chi ottiene il maggior numero di preferenze, bensì chi riesca a dar luce a un governo capace di fare il suo lavoro.

Se quel 15% scarso di voti è un buon risultato, in termini di numeri puri, se andiamo a contestualizzarlo, ci rendiamo conto di come si tratti in realtà di una conquista deludente, di un non-successo. Non più di 3 mesi fa, in giugno, i Grüne erano accreditati dagli analisti politici tedeschi del 20% abbondante di preferenze. Secondo qualcuno avrebbero addirittura potuto raggiungere il 22%. Invece queste aspettative sono state considerevolmente ridimensionate.

È oltremodo probabile che questo ridimensionamento comporti anche un ridimensionamento dei sogni verdi di ecologisti e ambientalisti. La radicale rivoluzione green auspicata da tutto il movimento giovanile – e non solo – che segue Greta Thunberg – ed è fortissimo in Germania, dove numerosi giovani sono sensibili a questa battaglia – corre il serio rischio di finire enormemente depotenziata.

Alleanza possibile tra i piccoli di Germania a dispetto dell’ambiente

L’ingresso del Bundestag. Foto di Ingo Joseph da Pexels.

D’altra parte, però, sullo scacchiere politico tedesco, questo risultato dei Verdi potrebbe incentivare moltissimo le trattative con l’FDP. Il partito liberale, infatti, non vedeva di buon occhio la colossale riforma verde che Baerbock e il suo partito avevano reso l’ossatura portante del proprio programma per la cancelleria. Volker Wissing, segretario generale per l’FPD non ha mai nascosto la sua preoccupazione verso la cosiddetta rivoluzione verde che la tenace leader verde propugnava a ogni comizio. I liberali la vedevano infatti come un incubo di tasse, punizioni fiscali e costi scaricati, senza troppe preoccupazioni, sulle spalle di quel ceto medio che rappresenta lo scheletro della Germania contemporanea.

Gli ambientalisti non possono certo vedere di buon occhio questo indebolimento dei Verdi sulle proiezioni estive, eppure, dal punto di vista politico, se si toglie di mezzo l’ambizioso programma ambientale, Grüne e FDP sono due partiti vicinissimi tra loro. Ambedue sono neoliberali in campo economico, nonché tendenzialmente favorevoli all’austerity e al mercato libero. Alla luce di ciò, non dovrebbe dunque essere troppo difficile intavolare una bozza di programma, messi da parte i bollori rivoluzionari.

Verdi e liberali assieme formano un blocco concreto, in grado di dettare tempi e modi a entrambi i partiti maggiori (valgono infatti il 26% circa dei seggi al Bundestag). I retroscena vogliono una CDU dispostissima a collaborare, in quanto vedrebbe in questa alleanza la sua opportunità di scalzare la SPD dal governo. Olaf Scholz, però, non è nuovo ai giochi di palazzo e pare in grado di poter tendere una mano per prendersi il posto di cancelliere, cedendo qualcosa a Verdi e Liberali.

Giochi di potere, elettori confusi e il pianeta a pagarne le conseguenze

Le trame di potere sono le stesse in ogni Paese, non aspettiamoci che il caso Germania sia diverso. Già nel 2017, dopo le ultime elezioni vinte da Merkel, fu necessario un lungo lavoro diplomatico per giungere alla formazione di un esecutivo. È più che probabile che capiterà lo stesso anche nelle prossime settimane. I risultati del voto dipingono un quadro ben chiaro, che stupisce poco. Gli elettori tedeschi – ma potremmo allargare il campione – desiderano cambiamenti sociali e ambientali. Però non troppo. Se i Verdi rappresentano una forza potenzialmente dirompente nei confronti dello status quo; SPD e CDU-CSU sono esattamente l’opposto, ovvero tre partiti tendenzialmente conservatori, sebbene occupino due lati lontani dello spettro politico tedesco.

Il benessere della Germania, locomotiva d’Europa secondo una metafora spesso abusata, viene percepito in pericolo dai tedeschi. Essi naturalmente sanno bene quanta importanza rivesta l’ambiente ma, probabilmente, danno priorità al loro tenore di vita e alle abitudini consolidate e sedimentate nei decenni, dunque sono poco propensi a correre il rischio di sacrificare parte di questo per il bene dell’ambiente.

Gli elettori, incerti e preoccupati, hanno forse sparpagliato il loro voto come il giocatore d’azzardo che distribuisce la sua puntata su vari tavoli di roulette, sperando di azzeccare almeno una combinazione giusta. Non è però detto che sarà Olaf Scholz a fare il croupier. Comunque vadano le trattative politiche, la presenza dei Verdi al governo potrebbe essere un importante segnale per l’ambiente. È lecito però temere il fatto che, a contatto con il potere, la battaglia per il pianeta spunti le sue armi e l’ambiente finisca per pagarne le conseguenze. Non è sufficiente avere persone sensibili al tema che occupano poltrone importanti, serve che da quelle stesse poltrone guidino battaglie e interrogazioni per il bene del nostro ecosistema in sofferenza.

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Nutri-score: la discussa catalogazione nutrizionale

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Lo hanno ideato in Francia e la Germania lo ha subito appoggiato. Parliamo di un sistema di etichettatura e catalogazione di prodotti alimentari, nato tra il 2013 e il 2014 al di là delle Alpi. Accostando visivamente cinque colori progressivi, da verde scuro ad arancione scuro, e cinque lettere – dalla A alla E – si rispecchia il punteggio nutrizionale FSA. Così funziona il Nutri-score, il sistema di assegnazione punti nato per comunicare lo score, o punteggio, di ogni singolo alimento nei termini della Food Standards Agency (FSA).

L’etichetta Nutri-score è dunque un preciso calcolo che mette in secondo piano – per non dire ignora – la totalità della dieta. Esso analizza la salubrità di un prodotto solo ed esclusivamente sulla base dei suoi nutrienti. A seconda di quanti zuccheri, sodio e acidi grassi saturi siano contenuti in 100 grammi di prodotto, esso dà un punteggio. Tramite un semplice rapporto matematico, insomma, si suddividono i cibi in due insiemi: alimenti sani (buoni) o alimenti poco salubri (cattivi).

Nutri-score tavolata
Foto di Nenad Maric da Pixabay 

Unione Europea e Nutri-score

Da quanto è stato ideato a oggi, non sono state molte le nazioni ad aver sposato appieno il Nutri-score. Pochi Paesi, ad oggi, hanno richiesto la sua obbligatoria esposizione sulla parte frontale delle confezioni alimentari. Ciò, però, potrebbe cambiare davvero molto presto, a seguito di una decisione presa… dall’alto. La Commissione Europea, infatti, ha dichiarato di voler proporre un sistema di etichettatura nutrizionale a partire dal 2022. La svolta è parte della strategia farm to fork ed entrerebbe in vigore nel giro di qualche mese.

La decisione, con ogni probabilità, produrrà un conflitto interno. La Francia, coadiuvata da Germania, Belgio e altri Paesi, spinge per l’adozione di Nutri-score quanto prima. L’Italia, invece, è fortemente contraria, convinta che sia necessario adottare un’indicazione diversa. L’idea italiana è quella di una etichettatura cosiddetta a batteria. Essa indica tutti i valori nutrizionali relativi alla porzione consumata.

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La risposta italiana a Nutri-score

L’Italia aveva proposto la sua idea di etichettatura qualche mese fa, nel novembre 2020, per bocca dell’allora ministro all’agricoltura Teresa Bellanova. La soluzione italiana fu denominata NutrInform Battery e si oppose – come fa ancora – al Nutri-score a semaforo. Gli indicatori restano 5 ma sono ben diversi dalla legenda francese. NutrInform – che non è obbligatorio ma adottato solo da chi ne faccia esplicita richiesta – appare si più completo ma anche abbastanza più complesso.

Esso indica il valore energetico (espresso in joule o calorie) del prodotto; i grassi; i grassi saturi; gli zuccheri e il sale in esso contenuti, tutti espressi in grammi. Le rilevazioni si riferiscono alla singola porzione dell’alimento. Poiché l’espressione del singolo dato non aiuta il consumatore a comprendere la salubrità di quel che mangia (principale critica al Nutri-score), ecco che la batteria può indicarci il contenuto in percentuale di ognuno dei 5 indicatori rispetto alla quantità giornaliera di assunzione raccomandata. La soluzione grafica è l’icona della batteria del telefono più o meno carica a seconda del contenuto di quel nutriente in 50 grammi (una porzione) di prodotto.

Sebbene Nutri-score risulti più immediato alla lettura, le sue indicazioni – per usare le parole con cui lo definì il Ministro Bellanova – sono semplicistiche più che semplici. Le lettere del Nutri-score, infatti, sono ottenute da un calcolo piuttosto complesso che tiene conto dei contenuti buoni dell’alimento in rapporto a quelli cattivi. Un calcolo del genere, oltre a non essere attendibile al 100%, finisce inevitabilmente per penalizzare la gran parte degli elaborati piatti tipici italiani.

Nutri-score e NutrInform
Raffronto grafico tra NutrInform (sopra) e Nutri-score (sotto). La grafica della proposta italiana è controintuitiva: più la batteria è carica, più nocivo sarà il prodotto. Elaborazione: greenplanner.it

Alle origini dello scontro

Olio d’oliva, prosciutti, salami tipici e gran parte degli alimenti che tengono alto il valore dell’export italiano sarebbero penalizzati dal giudizio di Nutri-score. I nutrienti in essi contenuti, infatti, non sono esattamente la quintessenza della salute e del benessere. È proprio per tale motivo che NutrInform Battery non si potrà applicare a prodotti riconosciuti DOP, IGT o SGT, sigle che contraddistinguono gran parte delle nostre eccellenze gastronomiche.

Alle origini dello scontro Italia – Francia, che in realtà coinvolge anche altri paesi, non vi sono soltanto la salute e la trasparenza. Si tratta di una battaglia prettamente commerciale. L’idea della Commissione Europea di orientarsi verso una sola etichetta nutrizionale, in modo da evitare confusione e incertezza tra i consumatori europei, ha innescato una miccia che potrebbe presto divenire esplosiva.

Nutri-score, un dramma per l’export italiano?

Nel caso in cui Nutri-score diventasse effettivamente lo standard nell’etichettatura nutrizionale europea, di fronte all’Italia si parerebbe un problema tangibile. Immaginiamoci, alla luce di quanto già scritto, quali problemi causerebbe il sistema a semaforo all’esportazione delle nostre eccellenze alimentari. La reputazione della cucina italiana subirebbe un grosso colpo. I nostri prodotti più noti e golosi non supererebbero probabilmente la classificazione della lettera C, la terza su cinque totali, ove il numero 5 è il più basso possibile. L’olio EVO (extravergine di oliva), re della nostra cucina, diverrebbe un prodotto mediocre, da colore arancione e lettera C, come si diceva.

In definitiva, non si scontrano soltanto due differenti tipi di etichetta, bensì due modi diversi e opposti di considerare gli alimenti e il loro apporto nutrizionale. Dietro alla grafica di semaforo da verde a rosso di Nutri-score e della batteria più o meno carica di NutrInform si cela potenzialmente il futuro della dieta mediterranea. Da decenni i nutrizionisti ci ripetono che sia il miglior modo di alimentarsi. Ora Nutri-score potrebbe cambiare ogni cosa. Oppure no.

Nutri-score dieta mediterranea
Alcuni cibi caratteristici della dieta mediterranea. Foto: Dana Tentis da Pexels

Implicazioni ambientali

In realtà, non dobbiamo farci trascinare da una discussione strumentalizzata. Sebbene Nutri-score corra il rischio di danneggiare l’export italiano, in realtà esso potrebbe compiacere gli ambientalisti. Cerchiamo di spiegare per quale motivo.

Partiamo con il precisare che la dieta mediterranea non è soltanto – ma neanche prevalentemente – olio d’oliva, parmigiano e prosciutto. Per definizione essa privilegia grassi di origine vegetale e ammette un consumo limitato di latticini e insaccati. Questa alimentazione, teniamo ben presente, si basa principalmente sull’abbondante consumo di frutta, vegetali e cereali prima di olio, formaggi e affettati. La retorica italiana sul Nutri-score non è sempre del tutto corretta.

Alla luce di ciò, in questa sua corretta versione, la dieta mediterranea è amica dell’ambiente. Gli alimenti maggiormente impattanti sono proprio quelli che andrebbero consumati più di rado. Prodotti come frutta, verdura e cereali difficilmente verranno penalizzati da Nutri-score, in quanto contengono nutrienti salubri. Per tal motivo, non sarebbe tanto la dieta mediterranea a venire penalizzata, bensì alcuni suoi prodotti che, comunque, dovrebbero essere consumati con moderazione. La dialettica del governo italiano, dunque, segue una logica prettamente commerciale.

Qualunque sia la decisione che prenderà Bruxelles – ove Nutri-score appare in vantaggio – ricordiamo che tutte le nostre decisioni alimentari finiscono per ripercuotersi sull’ambiente. Quello che mangiamo, i prodotti che scegliamo, hanno un impatto, che può essere più o meno nocivo per il pianeta. Nutri-score, NutrInform o qualunque altra etichetta sarà adottata dall’UE, le implicazioni ambientali del cibo che serviamo quotidianamente a tavola hanno un prezzo, dobbiamo tenerlo a mente.

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Energie rinnovabili: flop alle aste per l’installazione

Non è una buona notizia per l’ambiente quella che stiamo per dare. Nonostante siamo in un momento in cui la questione ambientale è attualità stretta, quotidiana, di tendenza potremmo dire, continuiamo a vedere che molti se ne riempiono la bocca ma pochi fanno azioni concrete. Una nuova dimostrazione di ciò ce la da il Gestore dei Servizi Energetici. GSE è una società pubblica incaricata di assegnare i contributi per chiunque scelga di investire nelle energie rinnovabili. In seguito all’ultimo lotto di aste organizzate dalla società per assegnare le installazioni, gran parte di esse non sono state acquistate.

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I numeri delle energie rinnovabili

Come sovente sta accadendo nel nostro Paese, anche l’ultimo lotto di aste per l’installazione di centrali di sfruttamento delle energie rinnovabili si è dimostrato un flop. Entriamo nel merito, facendoci aiutare da alcuni numeri. GSE ha messo all’asta – nelle settimane passate – 1.582 megawatt (MW) di nuova capacità. La quantità avrebbe potuto – e dovuto – attirare l’attenzione di alcuni attori importanti nel mercato energetico. In realtà sono state ricevute offerte soltanto per 98,9 di questi MW. Le aziende ne hanno poi acquistati 73,7. Sarà questa la quantità sulla quale saranno portati avanti progetti di sfruttamento delle energie rinnovabili. Parliamo di meno del 5% della disponibilità totale.

Sulla totalità dei 73,7 MW assegnati, 41,2 se li è aggiudicati ENEL. L’asta di giugno è andata peggio di quella di maggio, nella quale fu venduta soltanto il 12% della potenza posta in vendita.

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Foto di Free-Photos da Pixabay 

Questi numeri ce la raccontano lunga su quanta strada ci sia ancora da fare, in Italia, prima di poter davvero entrare nell’era delle energie rinnovabili. Facciamo un esempio che funga da paragone anche per il profano. Nel corso dei 12 mesi del 2020, il nostro Paese ha messo all’asta 1.800 GW complessivi di energia pulita. GSE ha ricevuto offerte solamente per 470. L’anno scorso è stato naturalmente difficile e complicato e si potrebbe pensare che la longa manus del covid abbia influito in maniera considerevole, falsando il dato. Nello stesso periodo, però, in Spagna sono stati messi all’asta ben 3mila MW di energie rinnovabili. Madrid ha ricevuto richieste per oltre 9mila.

Burocrazia e opposizioni locali, ostacoli spesso insormontabili

Sembra proprio, dunque, che le aziende energetiche non ne vogliano sapere di investire in Italia. Per quale motivo? Le ragioni sono, in realtà, più di una. Il primo problema è una vecchia conoscenza nel nostro Paese, quel leviatano chiamato burocrazia che, inevitabilmente, finisce per rallentare qualunque cosa. I tempi medi di un processo autorizzativo in Italia sono di 5 anni: un lasso di tempo davvero troppo lungo. Ciclicamente i governi mettono l’accento su quanto ci sia bisogno di agevolare gli iter burocratici; un vero e proprio problema in questo Paese, capaci di ostacolare chiunque. Ciclicamente, questi programmi vengono disattesi.

Non è la burocrazia l’unico alto gradino da superare per chiunque voglia fare delle energie rinnovabili il proprio core business. Queste imprese, infatti, si trovano spesso contro comitati di ogni genere, nemici delle infrastrutture che occorrono per sfruttare a dovere una produzione pulita. Enti locali, comitati cittadini, amministrazioni comunali, sovrintendenti del Ministero dei Beni Culturali che bocciano i progetti poiché deturpano il paesaggio… Non è certo semplice insediare una centrale che sfrutti energie rinnovabili, nel nostro Paese. Gran parte dell’Italia è vittima della cosiddetta sindrome nimby ovvero not in my backyard. L’espressione inglese descrive un atteggiamento davvero comune, secondo il quale le persone non si dichiarano contrarie a centrali elettriche da energie rinnovabili – o a qualunque altra novità, però non le vogliono vicino a casa. Non a caso, letteralmente, la frase si traduce con “non nel mio cortile”.

Energie rinnovabili in Italia: lo stato attuale

L’Italia installa ogni anno, in media, circa 800 MW di energie rinnovabili. Per raggiungere l’ambizioso – sebbene necessario – obiettivo europeo di ottenere il 70% di energia pulita nel 2030, dovremmo salire a 7mila MW l’anno di nuova potenza. I numeri sono quelli indicati dal Ministro per la Transizione Ecologica, Roberto Cingolani. Servirebbe un immediato cambio di rotta, dunque. Eppure non stiamo certo assistendo a nulla del genere.

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Foto di Klaus-Uwe Gerhardt da Pixabay 

Situazione allarmante per le energie rinnovabili

Il CEO di Enel Green Power, nonché direttore responsabile della Global Power Generation division, Salvatore Bernabei, si è espresso in maniera piuttosto chiaro sull’attuale situazione italiana. La ha definita preoccupante.

“Il risultato della quinta asta GSE ha visto assegnare circa il 5% della capacità disponibile da energie rinnovabili. L’offerta per i progetti è stata notevolmente inferiore ai volumi di gara e la partecipazione è stata di pochissimi operatori. Siamo ai minimi mai registrati e si tratta di una situazione preoccupante per l’Italia.”

“La lentezza dei processi autorizzativi e l’incertezza sulla capacità di realizzazione rappresentano un freno alla transizione ecologica del Paese. Occorre trovare una soluzione per raggiungere gli obiettivi europei di decarbonizzazione. Gli operatori di un comparto fondamentale per la ripartenza hanno bisogno di certezze.”

Bernabei non si è sicuramente nascosto. Ha ragione da vendere quando sottolinea come ci sia un problema. Numerosi altri Paesi, come la Spagna che abbiamo già citato, puntano in maniera molto aggressiva alle energie rinnovabili, consci che sono queste a costituire la strada maestra per la decarbonizzazione. In Italia questo forse non lo capiamo o comunque, come sistema Paese, non siamo in grado di supportare chi davvero vorrebbe mirare sulla trasformazione in energia di fonti rinnovabili agevolando loro il compito. Di questo passo, le richieste di Bruxelles per una riconversione in tempi brevi non potranno che essere disattese.

Evasione ed elusione fiscale a rallentare l’agenda climatica

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Evasione ed elusione fiscale sono due noti nemici di welfare e legalità. Rappresentano un problema endemico per i sistemi economici, come ben sappiamo noi italiani. Quel che però non sappiamo, poiché non siamo soliti pensarci, è come essi siano un vero e proprio freno a mano tirato anche per l’agenda climatica. Tutto è infatti collegato e ambiente ed economia non fanno certo differenza.

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Elaborazione grafica: Gerd Altmann da Pixabay 

Il rapporto ONU

“L’integrità finanziaria è fondamentale per il successo dell’agenda 2030. Come comunità internazionale impegnata ad affrontare la disuguaglianza e a promuovere lo sviluppo sostenibile, dobbiamo mettere in atto principi di trasparenza, sana governance e responsabilità che così spesso sosteniamo.” È quanto ha affermato Volkan Bozkir, presidente dell’assemblea generale ONU, presentando il rapporto Financial Integrity for Sustainable Development. Il documento è stato pubblicato dall’High Level Panel on International Financial Accountability, Transparency and Integrity for Achieving the 2030 Agenda (FACTI Panel).

All’interno del report, il team di esperti FACTI è stato davvero molto chiaro. Evasione ed elusione fiscale rappresentano una malattia terminale all’interno della società odierna, specialmente in virtù degli ambiziosi obiettivi climatici che ci siamo posti da oggi al 2030. I governi dovrebbero finanziare innanzitutto azioni contro povertà estrema, Covid-19 e crisi climatica. È parere di chi ha redatto il dossier che vadano recuperati miliardi di dollari persi per frodi fiscali, corruzione e riciclaggio di denaro.

“I Paesi in via di sviluppo non possono permettersi di perdere risorse in periodi normali. Tantomeno possono farlo ora, nel mezzo della crisi Covid.” Ha detto Bozkir. “Ogni anno viene riciclato fino al 2,7% del PIL globale.” Gli ha fatto eco il FACTI Panel. Gli esperti hanno domandato ai governi di prendere parte ad un Global Pact for Financial Integrity for Sustainable Development.

Un circuito ben oliato a favorire evasione ed elusione fiscale

Il gruppo di esperti coinvolto nella redazione del documento ha messo in risalto problematiche note nelle pratiche di evasione ed elusione fiscale. Le corporation, specialmente le più grandi, riescono ad avvalersi di giurisdizioni tax-free. Questa pratica, scorretta ma non illegale, è capillarmente diffusa. Conti alla mano, il team ha calcolato che questo modus operandi finisca per costare ai governi fino a 600 miliardi di dollari ogni anno. “Coloro che consentono crimini finanziari devono affrontare sanzioni punitive.” Si legge nel testo del rapporto. Purtroppo, molto spesso ciò non succede. Questo si deve al fatto che occorrono misure, provvedimenti, leggi e sanzioni molto più forti e stringenti per combattere la corruzione e prevenire il circolo vizioso del riciclaggio di denaro.

È a gran voce che sul rapporto si chiede “Maggiore trasparenza in merito alla proprietà delle società e alla spesa pubblica. Serve una più forte cooperazione internazionale per perseguire la corruzione e aumentare i livelli di tassazione sulle gigantesche corporation digitali.” Quante volte i media ci parlano di provvedimenti mirati a tassare gli enormi guadagni delle super-aziende del silicio? Quante volte poi non cambia assolutamente nulla dal momento che certi giganti spadroneggiano nelle stanze della finanza mondiale, la quale regola ogni decisione politica? Questi abusi vanno anche a danno dell’ambiente.

Risorse necessarie al bene comune

“Un sistema finanziario corrotto e fallimentare deruba i poveri. Esso priva il mondo intero delle risorse necessarie a eradicare la povertà, riprendersi dal Covid e affrontare la crisi climatica.” Ha evidenziato Dalia Grybauskaite, co-presidente FACTI ed ex presidente lituana, in sede di presentazione del rapporto. “Chiudere le scappatoie che consentono riciclaggio di denaro, corruzione e abuso fiscale sono passo per trasformare l’economia globale per il bene universale.” Ha invece voluto enfatizzare l’altro co-presidente FACTI, Ibrahim Mayaki, ex primo ministro del Niger. “Un decimo della ricchezza mondiale potrebbe essere nascosto in attività finanziarie offshore. Ciò impedisce ai governi di raccogliere la loro giusta quota di tasse.” Avverte il dossier ONU. In tempi recenti circa 131 milioni di esseri umani hanno ufficialmente superato la soglia della povertà mentre la ricchezza dei miliardari è aumentata del 27,5%. Siamo una società sempre più polarizzata, ove la forbice tra ricchi e poveri aumenta instancabile.

Il Panel vuole promuovere equità, responsabilità e integrità finanziaria. Questa deve essere la strada per condurci ad un progresso nel segno della sostenibilità. Con le parole di Bozkir: “Nessuno di noi trarrà vantaggio dall’incapacità di agire. Spetta a ciascuno di noi mettere in atto un sistema di integrità finanziaria che miri ad uno sviluppo sostenibile. Dobbiamo liberare risorse che altrimenti andrebbero perse e creare fiducia nei nostri piani di governance internazionale, nazionali e locali, dimostrando trasparenza, responsabilità e capacità di realizzare l’agenda 2030.”

Evasione ed elusione fiscale ci sono nemiche nella lotta per il pianeta

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Immagine di kalhh da Pixabay 

Quella al surriscaldamento globale, per la salute del nostro pianeta è una guerra. Questa brutta parola viene spesso abusata, anche quando trattiamo della pandemia, eppure dà il giusto senso dell’entità dello sforzo che dobbiamo affrontare come umanità per uscire dalla situazione in cui ci troviamo. È una guerra che dobbiamo vincere assieme o ci vedrà sconfitti individualmente: nelle nostre comunità, nei nostri Paesi e nelle nostre regioni. Per farlo, bisogna disporre di tutte le risorse possibili. L’illegalità e il malaffare finanziario sono alleati del global warming; dobbiamo tagliare queste corde di sostegno e riprenderci questi fondi per poterne disporre in un’ottica comune, interna alla legalità e all’ecologia. Cattiva finanza e devastazione climatica vanno a braccetto.

Green Economy, cosa si cela dietro il termine

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Green Economy: definizione

Che cos’è l’economia verde

Il termine green economy, in inglese, è ormai diffusissimo anche in Italia, tanto che se ne sente parlare davvero molto spesso. Ma a che cosa ci riferiamo quando parliamo di economia verde o economia ecologica? Si tratta di un modello teorico di sviluppo economico che muove da un’analisi bioeconomica. In tale analisi non si prende in esame soltanto la crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) e i benefici di un determinato regime di produzione di una determinata nazione o comunità. Nel modello si dà anche importanza a quanto quello sviluppo impatti sull’ambiente, ovvero quali potenziali danni porti l’intero ciclo di trasformazione della materia prima al pianeta.

Nel video di HTT, che cos’è la green economy

Come si valuta un modello economico

La valutazione più tipica di ogni modello economico si calcola a partire dall’estrazione delle materie prime, nei luoghi dove esse sono rintracciabili. Poi si mette in conto il loro trasporto; la trasformazione in energia e/o prodotti finiti e da ultimo quali siano i problemi che questo ciclo genera. Tra di essi vanno annoverati anche tutti i possibili disagi, quando non proprio i danni causati all’ambiente al termine del ciclo, nelle fasi di smaltimento ed eliminazione del prodotto.

Gli economisti parlano di retroazione negativa a danno del PIL nel momento in cui il modello economico diventa troppo impattante sull’habitat interessato dall’economia presa in esame. Quando ci sono problemi ambientali, infatti, le attività economiche riducono inevitabilmente la propria resa. Ogni impresa, infatti, è fatta di persone e trae chiaramente vantaggio da una buona qualità dell’ambiente ove opera. Qualora funzionino a regime e nel rispetto ambientale agricoltura, pesca e turismo la salute pubblica ne giova. Lo stesso accade in assenza di disastri naturali e dei drammi che da essi originano.

La green economy sul dizionario

Il celebre dizionario Treccani dà una definizione di green economy chiara e piuttosto immediata. Tale definizione semplifica quanto è stato espresso nelle righe precedenti, incorporando i concetti riportati:

Modello teorico di sviluppo economico che prende in considerazione l’attività produttiva valutandone sia i benefici derivanti dalla crescita sia l’impatto ambientale provocato dall’attività di trasformazione delle materie prime. Forma economica in cui gli investimenti pubblici e privati mirano a ridurre le emissioni di carbonio e l’inquinamento, ad aumentare l’efficienza energetica e delle risorse, a evitare la perdita di biodiversità e conservare l’ecosistema.

Cenni storici

Si potrebbe far risalire il concetto di green economy al 1911. A quell’epoca, il termine non era ancora stato coniato e l’attenzione all’ambiente era davvero molto bassa. In quel periodo Frederick Soddy, chimico e fisico britannico, sviluppò un modello che metteva in relazione la dipendenza economica – politica dai fondamenti della termodinamica. La sua analisi era in netto contrasto con l’economia neoclassica, figlia e dipendente della meccanica newtoniana, che al tempo era già dominante. Le teorie di Soddy restarono piuttosto circoscritte per almeno 60 anni.

All’inizio degli anni ’70, gli studi di Nicholas Georgescu-Roegeneconomista svizzero – prima e Herman Daly – suo collega statunitense – poi, introducono finalmente le scienze ecologiche nel pensiero economico. Di fatto, è a questo punto della storia che si sviluppa il concetto di sostenibilità e il suo fondamento operativo nell’immaginario collettivo.

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Foto: Pixabay

A questi due pionieri seguiranno altri professionisti che renderanno il connubio tra crescita ed ecologia sempre più raffinato, fino al 2014. In quell’anno il noto economista Jeremy Rifkin teorizza un’economia rivoluzionaria se paragonata ai modelli tipici, interamente verde e digitale. Chiunque desideri approfondire il suo modello può farlo consultando il volume “La terza rivoluzione industriale.” I principali concetti nel suo ragionamento sono internet delle cose, ascesa di un commons – economia collaborativa – alternativo al sistema produttivo che va per la maggiore e, infine, quella che forse è la principale necessità perché la green economy prenda piede: l’eclissi del capitalismo.

Dossier Stern, il primo Green Economy Report

Prima di Rifkin si era già iniziato a parlare di un’economia nuova ed ecologica, la quale era anche già stata ribattezzata come verde. Il cosiddetto rapporto Stern, risalente al 2006, propone un’analisi economica che valutava già l’impatto dei cambiamenti climatici a livello sia ambientale sia macroeconomico. Nel documento, il PIL mondiale viene definito minacciato dal surriscaldamento globale. Per essere datato 2006, il dossier resta ancora attualissimo, tanto erano sul pezzo i punti salienti elencati da Nicholas Stern, all’epoca presidente della Banca Mondiale.

Pochi anni dopo, nel 2009, il presidente USA Barack Obama si impegnò a rilanciare l’economia del suo Paese puntando sulla green economy. Era un periodo in cui gli States, così come tutto il mondo, attraversavano una grave crisi, non ancora totalmente risolta. A seguito del crack della banca Lehman Brothers, infatti, l’economia americana versava in recessione profonda. Il modello di sviluppo verde vuole contrastare quello nero dovuto allo sfruttamento di combustibili fossili. L’amministrazione Obama non riuscì a dare molto gioco alla green economy, pur riuscendo ad insediare negli USA numerose attività nel settore. A Donald Trump, come ben sappiamo, interessava ben poco del benessere del pianeta. Chissà che Joe Biden non riesca a dare finalmente slancio all’economia ecologica.

Green economy per superare i vecchi paradigmi

L’economia verde, dunque, non prende in esame soltanto la produzione. Dai concetti scritti quando abbiamo dato la definizione di green economy, emerge come si considerino anche altri valori, compresi quelli legati all’ambiente. Un ciclo economico inserito in quest’ottica dovrà necessariamente evitare di impattare troppo sulla natura. La verde vuole essere un’economia che diminuisce le emissioni di CO2 e, di conseguenza, l’inquinamento. Per riuscire a conservare l’ecosistema ed evitare di danneggiare troppo la biodiversità è necessaria una partnership tra pubblico e privato. Se vogliamo cambiare il nostro sistema economico, dobbiamo infatti tutti caricarci sulle spalle il fardello della sua riconversione.

Un modello teorico che prende sempre più piede

Per tutto quel che si è scritto fin qui si capisce bene come il modello teorico di green economy voglia rompere con i vecchi paradigmi economici. I sistemi di macroeconomia tradizionali, infatti, mettono – più o meno volontariamente – in contrapposizione la crescita o il successo del modello con la tutela del nostro habitat. In Europa, in tempi recenti, il concetto di economia verde sta prendendo sempre più piede. L’Unione Europea continua infatti a pubblicizzare e parlare di questo modello, proponendo numerosi incentivi per le comunità statali che decidano di puntare forte su di esso.

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Foto: Pixabay

Gli stessi governi italiani, nonostante la loro estrema mutevolezza, si dimostrano via via più attenti a questo tema, indipendentemente dal loro colore politico. Naturalmente, c’è chi vi è più attento e chi meno; i partiti più conservatori sono tendenzialmente più lontani dalla sensibilità ambientale, fosse anche solo per non perdere consenso da parte dello zoccolo duro del loro elettorato. Di ricetta verde, però, sentiamo parlare settimanalmente in questi tempi di pianificazione per intercettare i generosi fondi del recovery fund continentale e la proposta non riscontra una opposizione troppo acre, nelle stanze dei bottoni. Negli ultimi anni, i Ministri hanno ideato vari bonus per stimolare la conversione verso la green economy. Sono elementi che ci fanno ben sperare, sebbene la strada appaia ancora davvero molto lunga. Molti di essi, infatti, restano per il momento soltanto sulla carta.

Leggi anche: “Ripresa: che ne è stato delle proposte green?”

Nel concreto

A questo punto abbiamo snocciolato sufficientemente che cosa significhi il termine green economy, da dove derivi e quali siano le sue caratteristiche teoriche. Andiamo dunque ora a vedere che cosa comporti essa nello specifico, nel concreto. Partendo da una generosa quota di investimenti che mirino a migliorare l’efficienza energetica delle comunità aderenti al modello, la green economy punta a salvaguardare l’ecosistema su cui essa si appoggia. Nel farlo, naturalmente, non vuole pregiudicarne la crescita. Un simile atto è chiaramente più facile a dirsi che a farsi; il cambiamento deve partire dalla sensibilità delle persone che nel sistema di economia ecologica sono circoscritte. Riforme politiche e norme comunitarie devono consentire la riscoperta dell’importanza della natura e della sua protezione. Accanto alla conversione economica ne occorre anche una sociale.

Green economy come meccanismo virtuoso

Accrescere il PIL senza danneggiare l’ecosistema può apparire un’impresa. Ciò si deve al fatto che gran parte delle nostre nozioni economiche vedono la crescita come nemica dell’ambiente, poiché dalla rivoluzione industriale in poi è sempre stato così. Le risorse vanno gestite al meglio, dalla culla alla tomba, ottimizzando la produzione e trasformazione. In tal modo, sarà possibile crescere senza impattare sull’ambiente, innescando un meccanismo virtuoso ancora ampiamente sconosciuto nella gran parte dei Paesi cosiddetti sviluppati.

La Terra fa sempre più fatica a tollerare e sostenere l’impatto di un’umanità troppo numerosa, la quale consuma le risorse del Pianeta come se non ci fosse un domani. Così facendo, si aumentano notevolmente i rischi che quel domani non arrivi per davvero. A medio e lungo termine, non esistono alternative possibili all’economia ecologica. L’ambiente può e deve essere considerato un fattore di crescita economica. Il principio alla base del modello di sviluppo green è infatti di una chiarezza cristallina. Se impoveriamo l’ambiente che ci ospita, dunque le sue risorse, e consumiamo eccessivamente le materie prime che esso ci offre, danneggiando le riserve, avremo inevitabilmente un aumento del prezzo delle stesse. Ciò comporta chiaramente un danno economico.

Se invece ci preoccupiamo di tutelare il nostro habitat, potremmo allora contare su uno stabile apporto materico. Inoltre, l’ambiente va protetto, tutelato e gestito al meglio. Tutte queste mansioni richiedono del personale. Questi lavoratori sono quelli a cui ci riferiamo quando parliamo di green jobs. Agricoltori, tecnici addetti alla produzione di energie rinnovabili, operatori ecologici che si occupino del riciclo, bioarchitetti, paesaggisti e biourbanisti. Tutti questi settori possono essere potenziati, all’interno di comunità improntate all’economia verde. Ecco creato il modello virtuoso di cui si parlava poc’anzi.

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Elaborazione grafica: Pixabay

Tutte le difficoltà del nuovo che prova ad avanzare

La trasformazione dell’economia nera in green economy presenta anche problemi e difficoltà. Essa richiede infatti una trasformazione davvero profonda della società, e non sempre essa riesce a comprenderla appieno, tantomeno a metterla in atto senza obiezioni. Come sempre accade, lasciare il seminato, la nostra comfort zone come direbbero gli anglosassoni, e abbracciare il nuovo, non è cosa semplice per molti.

La prima presa di coscienza dovrebbe arrivare da aziende e imprenditori, i quali farebbero bene a creare una responsabilità sociale d’impresa, la quale indichi ai lavoratori tutti i vantaggi della conversione e, in fin dei conti, l’ineluttabilità di essa, se davvero vogliamo salvare questo pianeta. L’adozione di strumenti e tecnologie che impattino meno sull’ambiente, per quanto possano essere più costose, sarebbero già un ottimo primo passo in questa direzione. Gli Stati farebbero bene ad affiancare le aziende in questo cammino. Qualcuno sta provando a farlo. Ad esempio negli USA è nato un organo preposto – il Sustainabilty Accounting Standards Board – che dal 2011 favorisce la divulgazione di informazioni sulla sostenibilità delle aziende, a favore degli investitori. L’organismo è indipendente, slegato da dinamiche politiche o lobbistiche.

Vi sono svariati studi che ci testimoniano come chiunque adotti politiche aziendali affini alla tutela ambientale, riesca poi a rendere meglio sul mercato. la ricerca più nota è quella del Boston Consulting Group. Risale al 2016 e trae un’importante conclusione: gli investitori tenderebbero a premiare le performance migliori sui temi ambientali, con valutazioni maggiori di una percentuale compresa tra 3 e 19% rispetto alla media delle imprese concorrenti. È un segnale di come la strada che si deve intraprendere sia ben indicata per molti. Non ancora per tutti, però.

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Le foreste bruciano: come la corsa al rinnovabile devasta il bosco

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Ci sono stati in cui il patrimonio forestale è ingente. All’interno dell’Unione Europea, le repubbliche baltiche – Lettonia ed Estonia in particolare – sono regioni ove le foreste son presenti in abbondanza. Un’inchiesta del Guardian, testata nota per l’impegno che mette a favore dell’ambiente, ha recentemente messo in luce come esse vengano gestite davvero male, a quelle latitudini e nel resto della UE. Il motivo del loro eccessivo sfruttamento si deve, oltre all’endemica incapacità della politica di salvaguardare l’ecosistema, che non è certo soltanto un problema estone e lettone, all’inseguimento di forme di energia pulita.

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Colpe dei governi e complicità dell’Europa

Nel 2015 il governo estone approvò una pessima misura. Concesse infatti l’autorizzazione (documento in lingua) al disboscamento di alcune porzioni della rigogliosa riserva naturale di Haanja. Ciò consentì la rimozione di aree intere di foresta matura e la rimozione di tronchi storici, interi. Questo alleggerimento delle norme per il disboscamento in Estonia fu figlio di un aumento nella richiesta internazionale di legno. La domanda non aumentò solamente per mobili ed edilizia ma anche a causa di un colpevole che può sorprendere: le politiche europee sul rinnovabile.

Camminando all’interno dell’area della riserva naturale è ormai consueto trovare ceppi che ricordano l’esistenza di alberi abbattuti. L’azienda Valga Puu ha immediatamente approfittato della nuova normativa per presentarsi in loco con le asce. Il brand appartiene alla Graanul Invest Group, maggior produttore europeo di pellet in legno. Questo materiale è bruciato su scala industriale, come biomassa per luce e riscaldamento in pressoché tutte le centrali precedentemente alimentate a carbone.

In Estonia le foreste ricoprono 2 milioni di ettari di superficie nazionale. A conti fatti, ci accorgiamo che si tratta di quasi il 50% dell’intero suolo estone – che ammonta a 4 milioni e mezzo di ettari circa. 380mila di questi 2 milioni di ettari, riserva naturale di Haanja inclusa, appartengono al network europeo Natura 2000. Tale rete è stata progettata per tutelare le foreste europee e i rifugi di specie animali rare e protette. Haanja è la casa di 29 di queste, tra cui cicogna nera, quaglia reale e clanga pomarina. Nessuno a Bruxelles ha fatto nulla per fermare bulldozer e boscaioli.

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Natura 2000 e la giurisdizione forestale nazionale

Le zone tutelate da Natura 2000 sono gestite all’interno delle direttive europee per la protezione degli uccelli, una norma risalente al 1979 e poi aggiornata. A questo provvedimento è stata poi affiancata la normativa per la protezione degli habitat del 1992. Teoricamente, dovrebbero essere queste due leggi a tutelare le zone protette dalla UE. In realtà, però, il disboscamento delle foreste è regolamentato dai governi nazionali, i quali possono tranquillamente calpestare le misure europee sui propri territori nazionali. In Estonia, ad esempio, l’unico limite è quello di non danneggiare le paludi e di evitare l’abbattimento di tronchi durante la stagione degli amori per gli uccelli.

La ONLUS estone ELF (Estonian Fund for Nature) non dà la colpa della distruzione delle sue foreste soltanto al governo. Giustamente, mette la dinamica in una prospettiva più ampia, senza perdere mai di vista il quadro generale. Come sempre, si tratta di una dicotomia tra ambiente e crescita economica. Siim Kuresoo, portavoce di ELF, afferma come ci sia una diretta connessione tra la grande crescita dell’industria europea della biomassa sollecitata e sostenuta da Bruxelles e l’accelerazione del disboscamento delle foreste sul Baltico.

“Vi sono chiare prove che l’intensificazione del disboscamento è guidata almeno in parte da una maggiore richiesta di biomassa per energia e riscaldamento. Oltre la metà dell’esportazione di pellet in legno prodotti nel 2019 in Estonia e Lettonia è andata in Danimarca, Olanda e Regno Unito. Possiamo dunque dire che l’energia pulita usata in quei Paesi ha direttamente contribuito all’abbattimento delle foreste nelle repubbliche baltiche.” Si legge in un report redatto da ELF e la Società Lettone di Ornitologia, di cui Kuresoo è stato co-autore.

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Foreste minacciate

Tra il 2001 e il 2019 in Estonia, Natura 2000 ha perso oltre 15mila ettari della sua area protetta. L’80% di questa riduzione è avvenuta negli ultimi 5 anni. Il governo ha progettato ulteriori interventi nelle zone su cui insistono le sue foreste. In seguito a queste autorizzazioni, gli uccelli boschivi nel Paese stanno scomparendo all’allarmante ritmo di 50mila coppie riproduttive all’anno (numeri da un report nazionale, in lingua estone.) Va da sé che la distruzione prepotente e sistematica del patrimonio forestale stia gravemente danneggiando la capacità delle macchie locali di immagazzinare carbonio. Ciò potrebbe tradursi nell’incapacità dell’Estonia di raggiungere i suoi obiettivi di emissioni zero.

Nel Paese la maggior parte della popolazione considera la natura un elemento sacro del proprio territorio. Ogni operazione di abbattimento forestale dà luogo a proteste e manifestazioni, tanto che i media locali hanno cominciato a parlare di una guerra per le foreste. Gli abitanti di Saku, una cittadina situata circa 25 km a sud di Tallinn, sono riusciti a salvare un’area di foresta che doveva essere abbattuta lo scorso anno. “Convertiamo i nostri alberi in pellet e li vendiamo ai Paesi più ricchi. Questa operazione è considerata sostenibile ma noi ne soffriamo.” Ha detto al Guardian Ivar Raig, uno degli attivisti di Saku.

Sostenibilità in fumo

La sostenibilità è al centro del dibattito europeo sulle rinnovabili. L’obiettivo è quello di rimpiazzare il carbone, il quale come sappiamo è una delle principali fonti d’emissione di carbonio. Sostituirlo con sorgenti più pulite è tra i primi obiettivi della lotta globale al cambiamento climatico. Bruciare pellet di legno invece di carbone sembra essere una soluzione ideale, semplice e neutrale rispetto all’emissione di carbonio. Quando gli alberi bruciati sotto forma di pallini legnosi sono sostituiti con nuove piantumazioni, la matematica ci dice che non incrementiamo lo stock di carbonio liberato in atmosfera. Il processo però non è rapido. Anzi, esso può arrivare a richiedere decenni. E non solo. All’interno della fornace dove viene incenerito, il legno libera più diossido di carbonio per unità energetica rispetto a gas, petrolio e anche carbonio. La dimostrazione la riportò proprio il Guardian, in un reportage del 2018. L’incenerimento di alberi per produrre energia potrebbe accelerare molto l’emissione di CO2 nell’atmosfera, allontanando sempre più gli Stati dagli obiettivi della conferenza di Parigi.

La richiesta di biomassa legnosa e di energia ottenuta dagli alberi si è imposta a partire dal 2009. Una direttiva dell’UE uscita in quell’anno imponeva a ognuno dei membri di ottenere almeno il 20% della propria energia da fonti rinnovabili entro i successivi 10 anni. La stessa misura classificava l’energia da biomassa come carbon-neutral. Tale legge è scritta male. Essa categorizza infatti l’intera energia ottenuta da biomassa legnosa come neutrale; indipendentemente dal fatto che essa sia originata da residui, scarti oppure alberi interi e sani. In tal maniera si è autorizzata la deforestazione per ottenere il pellet. Invece, bisognava specificare che il combustibile andava ricavato soltanto dagli scarti legnosi, residui del corretto mantenimento forestale.

Il video di Marco Torella fa chiarezza sulla biomassa legnosa spiegandone tipologie e conseguenze per l’ambiente

Un errore mai corretto

È un’assurdità che si possano devastare foreste per ottenere energia alternativa al fossile. Nel 2018, quando l’Europa ha deciso di raddoppiare la quota di rinnovabili, la comunità scientifica ha avvertito Bruxelles di questo problema. La politica, però, ha ovviamente preferito non danneggiare la lobby, sempre più ricca e importante a livello economico e finanziario, della biomassa. Dunque nessuno è intervenuto per modificare la misura e il vilipendio delle foreste adulte può continuare indisturbato.

Praticamente ogni Paese europeo ha aumentato la percentuale di bosco abbattuto per ottenere energia. Quasi un quarto degli alberi tagliati in Europa viene convertito in biomassa. Nel 2000 eravamo sotto la quota del 17%. La biomassa legnosa fornisce da sola il 60% di green energy nel vecchio continente; più di eolico e solare messe assieme. Naturalmente, per rispondere a una simile domanda si è sviluppata un’industria continentale il cui core business è l’ascia.

Sussidi e sovvenzioni a danno delle foreste

Gran parte della crescita del settore si deve, oltre che alle direttive europee di cui si è scritto, agli imponenti sussidi per il contribuente. Tra il 2008 e il 2018, i sussidi per le biomasse nei 27 Paesi membri della UE sono cresciuti del 143%. Nel Regno Unito, uscito il 31 dicembre 2020 dall’Unione, il supporto governativo per i progetti di biomassa arriverà ad ammontare a oltre 13 miliardi di sterline entro il 2027, anno in cui scadranno gli attuali termini sulla concessione di sussidi legati alla produzione energetica.

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Foto: Pixabay

La situazione è dunque paradossale. Naturalmente, da ambientalisti, tutti ci auguriamo che ci si liberi quanto prima del carbone e delle altre inquinanti fonti energetiche fossili. D’altra parte, però, di fronte a inchieste come quella del Guardian che si è qui messa in luce (reperibile a questa pagina; tutte le fonti di questo articolo sono in lingua, si è cercato di riportare ogni passaggio principale in lingua italiana nel testo, agevolando chi non legge l’inglese) è d’obbligo domandarsi se non lo si stia facendo nella maniera errata. Non è giusto che le foreste e la natura paghino il prezzo della riconversione energetica. È davvero sbagliato danneggiare le macchie boschive per risanare la situazione dell’approvvigionamento energetico. Se nascondiamo la polvere sotto il tappeto, spostando il problema invece di risolverlo, difficilmente potremmo ottenere grossi risultati nella lotta per il clima. La battaglia la stiamo già perdendo come umanità tutta; forse dovremmo smetterla di colpirci con fuoco amico. Ben vengano sovvenzioni, susside e agevolazioni alla riconversione energetica. Quest’ultima, però, non deve andare a danno del pianeta o siamo daccapo.

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Norvegia: la sentenza della Corte Suprema favorisce i petrolieri

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Qualche settimana fa, in occasione di una collaborazione con gli amici di Kritica Economica, avevamo già parlato di Norvegia e di come gli ambientalisti locali – e non solo – avevano portato di fronte alla Corte Suprema la questione delle esplorazioni petrolifere nel mar Artico, in acque statali. In data 4 novembre 2020, il massimo organo giudiziario del paese scandinavo aveva preso in esame i ricorsi di numerosi gruppi ambientalisti. Questi contestano infatti da tempo la strategia economica norvegese che punta fortissimo sul fossile, in particolar modo sul petrolio, sepolto in grande quantità sotto il mar Artico. Per il 23 dicembre si attendeva un pronunciamento della Corte Suprema su future concessioni esplorative. Gli ambientalisti erano ottimisti sull’esito della sentenza e contavano che l’organo giudiziario si sarebbe schierato dalla loro parte, limitando o addirittura cancellando la possibilità di future esplorazioni petrolifere. È avvenuto esattamente il contrario.

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Una piattaforma petrolifera in mare nel Nord Europa. Foto: Thomas G./ Pixabay

Il verdetto della Corte

La Norvegia ha ogni diritto di moltiplicare le trivelle in Artico e di espandere licenze e operazioni. Non lascia spazio a fraintendimenti la sentenza della Corte Suprema del paese scandinavo. Si sono così gelati – e non a causa del rigido clime norvegese di dicembre – gli animi di Greenpeace Norway e Nature and Youth, le due principali associazioni ambientaliste coinvolte in questa lotta, i due gruppi che più di tutti avevano spinto per una decisione in tribunale.

L’approfondimento video di Euronews sulla vicenda.

Tutto era nato qualche anno fa, a cavallo tra 2015 e 2016. Equinor e altre compagnie che, come lei, operano nel settore del petrolio si erano aggiudicate un’asta governativa per l’assegnazione delle licenze dei prossimi anni. Gli ambientalisti si erano subito attivati. Tale asta avrebbe violato la costituzione norvegese – la quale ha un articolo che tutela l’ambiente e ordina di preservarlo a vantaggio delle generazioni future – e sarebbe andata contro le risoluzioni della Conferenza di Parigi, la quale, all’epoca, era storia fresca seppure oggi, oltre 5 anni dopo, sembra che chiunque se ne sia dimenticato. Quasi nessuno tra gli Stati firmatari, infatti, è al passo con gli impegni presi per mantenere sotto controllo il surriscaldamento globale.

Gli argomenti ambientalisti sono stati integralmente rigettati dalla Corte. All’interno dell’organismo, che si compone di 14 giudici totali, 11 si sono schierati con il governo. Oslo può tranquillamente continuare ad estrarre idrocarburi. Esplorazione ed estrazione petrolifera, secondo la Corte, non entrano in diretto conflitto con il diritto a godere di un ambiente pulito. L’esecutivo non può essere ritenuto responsabile delle emissioni causate dall’esportazione di petrolio.

L’economia della Norvegia

Le argomentazioni della Corte Suprema possono trovare in disaccordo numerosi tra i lettori. Esse appaiono come una forzatura, un cieco meccanismo per giustificare altro sfruttamento ambientale. Dal punto di vista ambientalista, è proprio così. Dobbiamo però indossare gli stessi occhiali dei giudici della Corte Suprema se vogliamo comprendere le motivazioni del loro verdetto. Nuovamente, ci troviamo su quel territorio di confine che divide economia ed ecologia, PIL ed ambiente. Non ci dobbiamo stupire se, ancora una volta, si è scelta la lobby.

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Caratteristico porto norvegese. Si notano barche, la caratteristica architettura nordica e… un silos per lo stoccaggio del petrolio. Il settore del fossile è il principale per l’economia norvegese. Foto: Pixabay

La Norvegia è il maggior produttore di petrolio dell’Europa occidentale. Ogni giorno estrae circa 4 milioni di barili di petrolio equivalente. La politica energetica ed ambientale del governo ha inevitabilmente molto a cuore questo settore, il quale è il principale per l’economia locale. La speranza delle associazioni che avevano firmato i ricorsi era quella di riuscire ad imbrigliare Oslo e le sue politiche a riguardo. Greenpeace e Nature and Youth si erano concentrate su 10 licenze, sperando di creare un precedente valido anche per ogni altra autorizzazione. La Corte Suprema ha però dato loro torto.

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Le reazioni degli ambientalisti

Si tratta di una grave sconfitta per le associazioni ambientaliste che si erano battute per questa vicenda e, in definitiva, per l’intero Pianeta. Natur og Ungdom, norvegese per Nature and Youth, natura e gioventù, se l’è presa molto, in seguito alla sentenza. In un tweet al veleno non ha risparmiato accuse, neppure troppo velate, al governo della Norvegia.

https://twitter.com/NaturogUngdom/status/1341312299341066241?s=20

Il loro messaggio in italiano suona più o meno così: “Ai giovani di oggi manca una protezione giuridica fondamentale. Che li protegga da quei danni ambientali che mettono a repentaglio il nostro futuro. Abbiamo un messaggio per i giovani e tutti gli altri a cui importa: le elezioni arriveranno presto.” Il riferimento alle urne non esprime solo la speranza che un governo diverso si dimostri più attento all’ambiente, è anche un preciso rimando alla sentenza. Tra le varie motivazioni portate dai giudici a giustificazione del diritto governativo di procedere con le licenze, una è politica. Le toghe hanno infatti inserito un passaggio che rimanda alle posizioni espresse dai deputati in parlamento. Secondo quanto scrivono i giudici della Corte Suprema, infatti, un’ampia maggioranza parlamentare ha ripetutamente respinto le proposte per porre fine all’estrazione di petrolio.

Torniamo al ragionamento di partenza, con cui abbiamo aperto il paragrafo. Gli interessi economici sono troppo vasti, troppo importanti per sacrificarli sull’altare della lotta ambientale. Una volta in più, ci si rifiuta di riconoscere il cambiamento climatico come la sfida più importante del nostro tempo. Di nuovo, si pone l’economia sul più alto gradino decisionale.

La Norvegia e il suo petrolio

Il governo norvegese, naturalmente, ha espresso soddisfazione dopo la sentenza della Corte Suprema. Le associazioni ambientaliste, invece, hanno parlato di danni incalcolabili per il futuro. “Fa davvero male al cuore. Non perché abbiamo perso ma per le conseguenze che ci troveremo a pagare.” È il pensiero di Frode Pleym, responsabile di Greenpeace Norway. “Questa sentenza stabilisce, in sostanza, che i politici possono privarci di un ambiente vivibile.” Ha affermato Therese Hugstmyr Woie di Nature and Youth.

La Corte Suprema, nel prender questa decisione, non ha neppure tenuto conto della volontà popolare. La stessa Greenpeace, infatti, aveva proposto un sondaggio ai norvegesi prima che il tribunale prendesse una decisione. Da esso, era emerso come la maggior parte della popolazione del Paese scandinavo preferisse porre fine, una volta per tutte, allo sfruttamento petrolifero del Mar Artico. La decisione si deve alla sensibilità climatica degli abitanti. Il loro governo, però, ha scelto di non dar loro ascolto e lo stesso ha fatto la Corte Suprema.

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Le politiche ambientali di Joe Biden: speranza dalle nuove nomine

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Qualche giorno fa i grandi elettori statunitensi si sono finalmente espressi: Joe Biden è ora, a tutti gli effetti, il quarantaseiesimo presidente degli USA e si insedierà tra poco meno di un mese, il 20 gennaio. Il passaggio riguardante i grandi elettori non è che una formalità, un atto che serve a confermare l’intenzione dell’elettorato nel sistema elettorale americano che si compone di due fasi. Prima quella delle urne, andata in scena ad inizio novembre e poi quella del voto dei grandi elettori. Questi ultimi, provenienti in numero variabile da ogni singolo stato, si sono espressi la scorsa settimana.

Il presidente uscente, Donald Trump, come sappiamo, non ha accettato di buon grado la sconfitta, ricorrendo anche a vie legali. In seguito alla consultazione che ha coinvolto i grandi elettori, però, ogni dubbio si è dissipato. Tra un mese, avremo Joe Biden alla Casa Bianca. Il presidente eletto, nel corso della sua campagna elettorale, ha insistito più volte sulla politica climatica. Biden ha promesso che si muoverà in netta controtendenza rispetto al suo predecessore.

Nel video di From Roots to Leaves, attese e speranze per le politiche ambientali nell’amministrazione Joe Biden.

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Quale futuro per le politiche ambientali?

Come abbiamo già diffusamente scritto oqniqualvolta ci siamo occupati di USA e Joe Biden – con articoli e dirette su Facebookle politiche ambientali occuperanno uno spazio davvero importante nei prossimi quattro anni. È proprio per questo motivo che torniamo spesso ad occuparci del presidente americano. Joe Biden ha insistito molto sulla tematica ambientale, prima dell’elezione. Ha affermato di voler puntare forte sulle energie rinnovabili, ha detto che pianterà dei paletti per le multinazionali del fossile e ha promesso di investire moltissimo sulla riconversione energetica. Abbiamo accolto con grande gioia queste sue intenzioni. Ciononostante, ci approcciamo alla presidenza che partirà a breve anche con alcuni legittimi dubbi. Sappiamo infatti bene che una cosa è fare campagna elettorale e una ben diversa è rispettare le promesse fatte quando si cercano consenso e voti.

Che cosa farà dunque Biden? Manterrà le sue promesse in materia di politiche ambientali? O dobbiamo attenderci una presidenza 2020 – 2024 che cambierà poco o nulla rispetto a quanto abbiamo visto dal 2016 ad oggi? Naturalmente, non sono in grado di dare questa risposta. Se però dovessi giudicare le prime mosse del presidente eletto – diciamo pure le primissime, dal momento che deve ancora insediarsi – sarei portato ad essere ottimista. Le prime nomine ufficializzate, infatti, lasciano veramente ben sperare.

Politiche ambientali: un cambio di paradigma

Il principale ente ambientale degli States si chiama Environmental Protection Agency, o EPA. Questo nome ci è poco noto, purtroppo, poiché l’agenzia non ha mai potuto godere di troppa libertà. Sotto l’amministrazione Trump è stata ampiamente imbavagliata, con il presidente che ne limitava continuamente l’operato. L’amministrazione uscente ha persino riscritto alcune leggi per accentrare sul gabinetto presidenziale alcuni dei compiti della Agency. Non dobbiamo stupircene. Trump aveva interesse a difendere la lobby del petrolio, dal momento che numerosi suoi esponenti erano suoi partner d’affari, amici personali o, comunque, convinti elettori.

Dubito che Biden riuscirà a staccare la spina ad una categoria così potente, la quale sta alla base delle economie di numerosi stati federali – pensiamo a che cosa sarebbe il Texas, senza il suo petrolio – eppure ha promesso che lo farà, riconvertendo questa obsoleta fonte energetica, disastrosa per il nostro Pianeta, e spostando i lavoratori di questa industria nel mondo della green energy.

Donne e minoranze nelle nomine di Joe Biden

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Il capo della EPA è di nomina presidenziale e Joe Biden ha scelto Michael Regan per il suo primo mandato. Il Senato dovrà confermare la sua nomina – così come tutte le altre che abbiamo elencato – e, non appena questo step si sarà compiuto, Regan sarà il secondo afroamericano alla guida dell’ente, dopo che Lisa Jackson ne tenne le redini durante la prima presidenza Obama. Oltre a lui, sono stati scelti anche altri nomi strettamente legati all’ambiente, per numerosi ruoli di vertice.

Nel team del futuro presidente troviamo infatti anche Deb Haaland, deputata proveniente dal New Mexico, la quale guiderà il dipartimento degli Interni. Per la prima volta, una nativa americana sarà responsabile di un ministero. Gina McCarthy sarà consigliera nazionale per il clima. Essa assunse la guida della EPA dopo Lisa Jackson, durante il secondo mandato di Obama e fu la donna che impose i primi limiti di emissioni alle centrali elettriche nazionali. Ora avrà il compito di indirizzare gli USA verso le emissioni zero, obiettivo che Biden si è prefissato di raggiungere entro il 2050. Il vice di McCarthy sarà Ali Zaidi, da tempo impegnato in prima linea per l’azione climatica.

Il Ministero dell’Energia sarà guidato da Jennifer Granholm mentre Brenda Mallory prenderà le redini del Council On Environmental Quality, il consiglio sulla qualità dell’ambiente. Si tratta di un’organizzazione che lavora a stretto contatto con il presidente, suggerendogli misure e provvedimenti che tutelino l’ambiente e scoraggiando ogni decisione ad esso nociva.

Notiamo come Biden punti molto sulle donne e sulle minoranze etniche, tenute in disparte da chi lo ha preceduto a Washington. Questa attenzione all’inclusione e questa tutela della diversità fanno onore al presidente. Andiamo ad approfondire ora chi siano le due figure principali in questa lista di nuove nomine.

Il ruolo cruciale dell’EPA e gli obiettivi di Michael Regan

Donald Trump non ha mai visto di buon occhio l’agenzia per l’ambiente. Con una recente norma, il presidente uscente ha cambiato le regole delle analisi costi – benefici prodotte dall’EPA per il gabinetto presidenziale. Questa è la principale mansione della Agency: rendere Washington edotta su quello che ogni provvedimento di politica ambientale comporti per le tasche del contribuente, oltre che per l’habitat e l’ecosistema in cui esso vive, naturalmente. La misura di Trump ha spostato il focus principale dell’EPA dalla tutela ambientale alla valutazione economica, ponendo l’attenzione sugli sbocchi occupazionali. In sostanza l’agenzia per l’ambiente dovrà privilegiare leggi e misure in base a quanto possano far guadagnare il Paese, non a quanto siano impattanti.

Michael Regan al momento è capo del Dipartimento Ambientale del North Carolina e collabora con l’agenzia già da una decina d’anni. Le sue prime sfide saranno quelle di seguire gli sviluppi relativi al disboscamento della foresta di Tongass – la quale non è più area protetta – e di regolamentare le richieste delle compagnie petrolifere di operare all’interno dell’Arctic National Wildlife Refuge. Quest’ultima è una riserva, situata anch’essa in Alaska e nell’Oceano che la bagna, ove l’amministrazione Trump ha consentito le esplorazioni petrolifere. Biden ha promesso che non concederà altre licenze alle compagnie petrolifere ma non ha mai detto che ridurrà quelle attualmente operative. Chissà che Regan non abbia un’idea più restrittiva da sottoporre al presidente.

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Michael Regan. Foto: eenews.net

Con ogni probabilità, l’EPA giocherà un ruolo di primo piano nell’affiancare il gabinetto presidenziale in tema di politiche ambientali. In fin dei conti, il presidente eletto ha promesso un’azione continua e instancabile nella lotta al surriscaldamento globale e, qualora voglia mantenere le sue promesse, avrà sicuramente bisogno di tutto l’aiuto disponibile. Gli obiettivi di Joe Biden sono molto ambiziosi per quanto riguarda il clima, dovranno esserlo anche quelli di Regan. Egli è noto per essere tanto competente quanto battagliero, auspichiamo che combatta con decisione per l’ambiente e la sua tutela.

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Come cambieranno le politiche ambientali con la nomina di Deb Haaland

Il cambiamento climatico è la sfida del nostro tempo.” Questo è il pensiero di Deb Haaland, deputata per lo stato del New Mexico e membro della nazione di nativi americani Laguna Pueblo. La sua nomina da parte del presidente Biden è già stata definita storica perché mai prima di lei un nativo americano aveva ricoperto un simile ruolo. In realtà aver scelto Haaland è ben più importante perché indica il chiaro intento dell’amministrazione in materia di politiche ambientali. È infatti noto a tutti come la futura titolare del Dipartimento degli Interni sia una convinta ambientalista, capace di portare gli USA ad una inversione completa in merito di clima. La giurisdizione del ministero dell’Interno statunitense è infatti davvero molto ampia su numerosi dossier.

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Deb Haaland. Foto: NM Political Report

Supervisione e gestione delle terre federali, management di parchi e riserve, permessi di transito per gasdotti e oleodotti, su tutti questi aspetti la segreteria agli Interni ha voce in capitolo. Haaland e il suo staff, dunque, potranno far sentire la propria voce quando si parlerà di fratturazione idraulica; tema sul quale Biden non si è mai espresso con chiarezza. Il presidente eletto, infatti, ha tenuto una posizione ambivalente nei confronti del fracking: da un lato ha parlato di introdurre un bando per le future concessioni mentre dall’altro non ha mai affermato di voler sospendere le attuali operazioni. La sua vice, Kamala Harris, governatrice della California, proviene da uno Stato tendenzialmente contrario a questo impattante sistema estrattivo; eppure anche lei non si è mai sbilanciata sulla questione.

L’importanza dell’heritage indigeno

Oleodotti e gasdotti hanno violato più volte la sacralità della terra dei nativi americani. Ne abbiamo parlato anche qui, esaminando il caso del Dakota Access e citando quello, del tutto simile, di Keystone XL. La nomina di Deb Haaland per questa posizione sa di sentenza. Appare a questo punto davvero chiaro l’orientamento dell’amministrazione. Le politiche climatiche potranno subire una chiara sterzata verso posizioni decisamente ambientaliste, con Haaland alla guida della vettura degli Interni; essa avrà infatti modo di incidere in maniera seria sui futuri provvedimenti.

Da deputata, la nativa americana firmò un disegno di legge per impegnare Washington a proteggere almeno il 30% dei mari e delle terre federali entro il 2030; una volta preso incarico al dipartimento spetterà a lei gestire quasi 7 milioni di kmq di zone costiere e circa il 20% dell’intero patrimonio terriero degli USA. In un Paese nel quale un quarto delle emissioni ha origine negli impianti di estrazione di idrocarburi siti su terreni pubblici, questa nomina ci sembra davvero una buona notizia.

Luci ed ombre

Le nomine del futuro presidente Joe Biden sono una ventata di aria fresca dopo 4 anni assolutamente stagnanti per quanto riguarda le politiche ambientali statunitensi. Si tratta di un ottimo inizio in questo ambito per il presidente, che ci incoraggia per il prossimo futuro. Attenzione però a non vedere come oro tutto quel che luccichi.

In altri campi, infatti, le nomine di Biden sono state davvero discusse. Farò un solo nome perché non si tratta di questioni di cui ci occupiamo su L’EcoPost: Lloyd Austin. L’ex generale sarà il prossimo Capo del Pentagono. Il suo CV militare parla chiaro e nessuno mette in dubbio la sua competenza, in tanti però ne criticano l’etica. Si tratta di un consigliere di Raytheon Technologies, meglio nota come l’industria della morte. L’azienda produce infatti sistemi missilistici avanzati e droni assassini. Austin è inoltre membro del cda della holding ospedaliera texana Tenet Healthcare Corporation. Un’azienda che fattura annualmente centinaia di miliardi di dollari e non è esattamente un baluardo della salute pubblica.

Le politiche ambientali americane corrono dunque sul binario giusto? Molti degli elementi appena riportati ci fanno ben sperare ma conosciamo bene Biden e la sua storia politica. Sappiamo di come, nella sua lunghissima carriera all’interno dei palazzi, si sia spesso trovato ad appoggiare posizioni tutt’altro che coerenti con quanto espresso dal programma del suo partito, votando quasi da repubblicano. Similmente, sappiamo bene come sia paradigmatico del Grand Old Party privilegiare la crescita economica ad ogni costo, anche quando vada a danno dell’ambiente. Ora che si appresta a rivestire l’incarico più importante della sua vita, Biden saprà dare una direzione netta e decisa al suo Paese? Saprà farsi cicerone di quella transizione energetica di cui il pianeta ha drammaticamente bisogno? Sarà in grado di tenere fede alle sue promesse e segnare una svolta nelle politiche ambientali USA?

Crisi climatica: quel che non abbiamo capito

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Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

Poco più di 12 mesi fa, l’ormai celeberrima attivista Greta Thunberg, pronunciò quello che probabilmente è il suo discorso più famoso. Era il 23 settembre dello scorso anno e a New York si stava tenendo il Climate Action Summit 2019. Alcuni passaggi di quell’intervento della giovane attivista hanno fatto il giro del mondo. Il più indimenticabile tra questi, naturalmente, è il noto j’accuse già passato alla storia come “How dare you! Speech“. Thunberg, senza mezze parole, andò dritta al punto e con un’onestà disarmante, oltre che una lucidità tutt’altro che comune per una sedicenne, disse: “Siamo all’inizio di un’estinzione di massa e voi siete capaci di parlare solo di soldi o della favola di un’eterna crescita economica: come osate!”

Il deciso intervento di Greta Thunberg al Climate Summit 2019, in un video del Guardian che riporta i passaggi più importanti, sottotitolato in inglese.

In fatto di crisi climatica, però, poco sembra essere cambiato, nonostante l’intervento di Thunberg venne applaudito e riscosse numerosi consensi, all’epoca. Sono infatti sempre più numerosi i motivi di preoccupazione per gli ambientalisti di tutto il mondo; ragioni che sono – purtroppo – anche aumentate in seguito alla pandemia. Sempre che sia legittimo ragionare già in ottica post-pandemia. A ciò si aggiunge anche la tirannia del tempo, che è sempre meno perché l’orologio non aspetta certo i tempi dei governi, i ritmi della burocrazia e le scuse delle multinazionali.

Come se parlassimo due lingue diverse

Che il sentiero su cui ci siamo già messi conduca verso una catastrofe epocale, è ormai una certezza. Lo scioglimento dei ghiacciai, ad esempio, è sempre più rapido, come abbiamo appreso anche grazie alle immagini provenienti da Helheim, in Groenlandia. Lo scenario è davvero infelice e i governi peggiorano persino questa situazione con la loro lentezza, la loro inettitudine ambientale e, forse, persino l’intenzione di non agire per evitare di scontentare ricchi finanziatori che hanno interessi non esattamente green.

Probabilmente è stata ancora Thunberg, lo scorso agosto, a tratteggiare al meglio l’attuale stato della lotta ai cambiamenti climatici. In una lettera firmata assieme ad altre attiviste che stanno diventando sempre più celebri – Luisa Neubauer, Anuna De Wever e Adelaïde Charlier – la svedese afferma come il mondo sia, nonostante tutto quel che accade, ancora in una fase di sostanziale negazione della crisi climatica.”

Il pensiero di Thunberg e delle sue sostenitrici è piuttosto semplice. Sono almeno trent’anni che la scienza punta il dito contro la responsabilità umana nella crisi ambientale e ci dà soluzioni per uscirne. Non sono però molti quelli in posizioni di potere che stiano facendo qualcosa per raggiungerle quelle soluzioni. E proprio questo è il paradosso del nostro tempo: da una parte ci arrivano sempre più avvertimenti e conferme su quanto stia accadendo, dall’altra questi fenomeni non convincono i governi – e neppure i singoli, troppo spesso – a modificare i loro comportamenti. È come se scienza e politica non si capissero, come se parlassero due lingue diverse.

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Una manifestazione di Extinction Rebellion. Il gruppo ha ben capito quale sia il rischio che l’umanità stia correndo.

Cosa non abbiamo capito della crisi climatica?

La tematica ambientale acquisisce via via sempre più importanza sui giornali e nella quotidianità, diventa notizia e argomento di conversazione, eppure, di fatto, non vediamo decisioni nette. Sempre più testate hanno una sezione clima, che per alcune è anche molto importante, come per il Guardian o il New York Times. L’ambientalismo è di moda in Paesi come gli Stati Uniti, che da Al Gore fino a Leonardo Di Caprio hanno avuto importanti testimonial che si sono spesi per la causa; eppure il loro governo – uscente – ha deciso di tirarsi fuori dall’Accordo di Parigi e continua a ritenere la questione ambientale una montatura quando non proprio una calunnia. Anche al Summit del 2019, con il quale ho aperto l’articolo, gli USA formalmente non parteciparono, fatto salvo per l’apparizione – breve e trascurabile – di Donald Trump durata circa 10 minuti.

Gli States sono responsabili di oltre il 14% delle emissioni globali climalteranti. Joe Biden, presidente eletto, ha promesso che invertirà la rotta. Ci auguriamo sia vero perché ne abbiamo davvero molto bisogno. Occorre che qualcuno dia l’esempio poiché, dicono gli esperti, il problema sarà risolto solo con un’azione collettiva, su ampia scala. In un bell’articolo di Business Insider, Federico Del Prete ha intervistato Federico Grazzini, coautore del volume Fa un pò caldo. Secondo il meteorologo Grazzini, che non è l’unico con questa idea, c’è davvero molto che non abbiamo capito della crisi climatica.

Quella consapevolezza che ci manca

“Credo che alla base ci sia una mancata consapevolezza del nostro ecosistema in generale. Non parlo solo a proposito delle complesse teorie atmosferiche ma proprio riguardo al funzionamento del nostro mondo.” Il libro di Grazzini offre interessanti spunti, pensati per ragazzi ma utili anche agli adulti, sul momento climatico che stiamo vivendo. Il meteorologo descrive la velocissima destabilizzazione atmosferica che caratterizza la nostra contemporaneità, portando risposte utili e a volte anche davvero semplici.

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Le attività umane hanno avuto e stanno ancora avendo un impatto troppo forte sul nostro Pianeta.

Spesso mi sento chiedere se la situazione sia davvero così grave. La risposta purtroppo è sì. Credo che ai media manchi la capacità di mettere assieme tutti i pezzi della crisi climatica. Essa è in fondo davvero complessa da capire, prima che minacciosa. C’è poi un altro aspetto, più immediato. Una società come la nostra, residente soprattutto nelle città, ha perso un importante elemento di autentico contatto con la natura. Ciò ostacola in qualche maniera la comprensione di quel che stia accadendo.” Aggiunge Grazzini.

“Tutti gli indicatori presi in esame, dall’estensione dei ghiacci nell’Artico fino all’aumento delle ondate di calore, sono coerenti. Essi confermano non solo il riscaldamento globale in sé ma anche la notevole accelerazione di questo fenomeno. Una volta sparito tutto il ghiaccio dell’Artico, nel giro di qualche decennio, tempi molto brevi, andiamo incontro ad uno scenario che non conosciamo. Quel che sappiamo è che si tratterà di qualcosa di poco rassicurante. La scienza ha una certa responsabilità. Comunicando con il pubblico generico, lo scienziato si esprime molto spesso in termini dubitativi. L’incertezza associata ad una stima può dare l’impressione che non si sappia cosa succederà ma non è così.”

Pandemia e crisi climatica

Il ragionamento dello scienziato, inevitabilmente, finisce per coinvolgere anche il cambio di scenario dovuto alla crisi sanitaria globale. “Se so che sto andando molto velocemente contro un precipizio, non ho bisogno di trasmettere con precisione in che modo cadrò. Non cambia granché se raggiungerò il burrone in un secondo oppure in tre. Finirò comunque per precipitare, dunque tanto vale che mi concentri su come frenare.” Sono le parole di Grazzini per concludere il pensiero ora riportato. La pandemia che sta tenendo in ostaggio il mondo è legata a doppio filo all’ambiente e all’inquinamento, come abbiamo già scritto sulle pagine de L’EcoPost. Il meteorologo lavora in Pianura Padana, una delle zone più sviluppate e quindi inquinate d’Europa. Non a caso, è una di quelle ove la pandemia si è diffusa massicciamente fin dall’inizio.

“La pandemia offre molti spunti di riflessione sulla priorità che dovrebbe avere la questione ambientale. La Pianura Padana è molto soggetta a fenomeni di ristagno degli inquinanti, dovuti a condizioni tipiche, normali per la zona. Con l’alta pressione, l’aria ristagna a lungo. Dovremmo essere più attenti degli altri a emettere inquinanti, perché viviamo in un punto sfavorito. La crisi climatica prolunga sempre di più questi periodi di alta pressione. Va fatto uno sforzo maggiore per pulire la nostra aria in inverno, così come in estate, quando entrano in ballo altri fattori. Le risposte vanno date subito, adesso.”

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Inquinamento e virus. Quando la catastrofe ambientale si traduce in crisi sanitaria.

“La pandemia ci ha mostrato che quando smettiamo di muoverci in modo sconclusionato l’inquinamento diminuisce sostanzialmente, in Pianura Padana come altrove. Tutti gli elementi ci sembrano voler dire: che vantaggio c’è a continuare a goderci il cosiddetto benessere se poi esso ci toglie la salute?” Conclude Grazzini. La sua intervista è stata riportata in maniera approfondita perché ricca di stimoli. Quel che ci dice, in definitiva, è come la situazione sia piuttosto grave.

Uscire dalla crisi climatica si può?

Nello stesso intervento con cui abbiamo aperto questa riflessione, la cittadina svedese più famosa dei nostri tempi ricordava alla platea come ci siano interi ecosistemi al collasso, anche nel preciso momento in cui leggete queste parole. Hanno già cominciato quelli immersi nei mari e negli oceani, sempre più caldi. In tali ambienti anche l’acidità, oltre all’aumento della temperatura, porta alla devastazione di interi habitat. Non ci vorrà molto prima che i problemi che stiamo riscontrando in acqua si spostino sulla terraferma. Stiamo seriamente correndo il rischio di affrontare una prossima sesta estinzione di massa. A quanto pare, le altre cinque ci hanno insegnato ben poco.

Ondate di calore, seguite da grandi migrazioni si scorgono già all’orizzonte. Un’umanità destabilizzata nell’economia e negli apparati di governo non potrà che cercare una via d’uscita, ovvero una via di fuga dalla sua patria. I rifugiati climatici, assieme a quelli economici in cerca di una vita degna e ai profughi che abbandonano terre in guerra dove le uniche alternativa sono morte o povertà, possono diventare presto una bomba a orologeria, oltre che il primo segno della nostra sconfitta su tutta la linea sul fronte della battaglia climatica.

Si può ancora uscire da questa situazione ma bisogna smettere di parlarne, di scriverne, e cominciare ad agire. Possiamo ridurre la crisi climatica a riscaldamento globale e poi questo a clima regolare, senza più bizze e stranezze. Per farlo, però, dobbiamo ridurre a 0 le nostre emissioni climalteranti. Se i governi non cominciano a prendere provvedimenti, tocca a noi cittadini, individualmente, schierarci in prima linea nella battaglia per l’ambiente. Abbiamo bisogno di un’azione corale, collettiva. Tu che cosa pensi di fare?

La rinascita di una discarica nel segno dell’architettura sostenibile

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Dai diamanti non nasce niente, è dal letame che nascono i fiori, come ci insegna Fabrizio De André. Negli Stati Uniti lo hanno preso sul serio. Non è una cosa all’ordine del giorno dover scrivere che negli USA c’è attenzione all’ambiente, ma magari la storia di cui andiamo a parlare può insegnarci a non generalizzare e, perché no, regalarci anche un sorriso nella baia tumultuosa di tristezza e cattive notizie che è lo spettrogramma della questione ambientale. È quello che mi auguro possa fare questo articolo relativo ad una ex discarica trasformata in parco pubblico.

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Fresh Kills Landfill quando era ancora una discarica. Foto: Sciencesource.com

Valorizzazione in chiave green

È davvero strano associare l’immagine di una discarica ai concetti di sostenibilità e rispetto per l’ambiente. In effetti, si tratta di un’operazione pressoché impossibile. Eppure, l’esperienza di Fresh Kills Landfill ci insegna il contrario. Non so se esista l’idea di riciclo per i luoghi – in caso contrario, lo impiegheremo comunque come pratico neologismo – ma questo è esattamente quel che si è fatto in quest’area.

Ci troviamo nel borough di Staten Island, una delle 5 contee sulle quali sorge la città di New York. L’area di Fresh Kills misura ben 890 ettari – in soldoni, più o meno 3 volte la dimensione di Central Park – ed era attiva fin dal 1948. Il suo triste primato era quello di essere l’area di stoccaggio rifiuti più vasta al mondo. Il sito, negli ultimi 50 anni abbondanti era stato utilizzato continuamente, in maniera indiscriminata. Se vi era un rifiuto di qualunque genere da buttare, la destinazione era questa. Anche le macerie del World Trade Center, recuperate dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, sono state stipate in questi campi.

La discarica di Fresh Kills poteva ricevere qualcosa come 29mila tonnellate di rifiuti al giorno. Per renderci conto della quantità di materiale di scarto di cui stiamo parlando, pensiamo alla Statua della Libertà, simbolo di New York. Ebbene l’agglomerato di pattume formato da questa ingente quantità di immondizia, impilato, la supera in altezza. Circa 19 anni fa, tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002, a seguito di una lunga serie di vibranti proteste dell’opinione pubblica locale, l’EPAEnvironmental Protection Agency ha deciso di chiudere la discarica definitivamente. Contestualmente, si scelse di riconvertire l’intera superficie in parco pubblico, ribattezzandola Fresh Kills Park.

Video per promuovere la trasformazione della discarica in parco pubblico.

Da discarica a esempio mondiale di urbanistica sostenibile

I lavori per trasformare Fresh Kills da dumpsite a park, da discarica a parco pubblico, sono coordinati dal New York Department of City Planning e portati avanti dal noto studio di architetti paesaggisti di James Corner. Il piano definitivo è importante e ambizioso. Si tratta di un masterplan di durata trentennale, fondato sulla coesistenza e l’integrazione di sistemi distinti. Il progetto si fonda su tre caposaldi: pianificazione e promozione di una fertile destinazione culturale e un pregevole luogo d’incontro; risanamento dell’area e ripristino della ricchezza originaria tramite recupero e protezione di flora e fauna; enfasi sull’accessibilità del parco attraverso una fitta rete di percorsi e sentieri che favoriscano una mobilità rispettosa dell’ambiente.

L’idea è ambiziosa e impegnativa, sia dal punto di vista temporale che da quello economico. Eppure la dedizione alla riconversione di questa zona che, come si è scritto, era quanto di più distante potesse esserci dalla tutela ambientale, è una notizia tremendamente positiva. Pensare che sia stato possibile trasformare, di punto in bianco, la discarica più grande del mondo in un esempio mondiale di urbanistica sostenibile è fantastico. Fresh Kills ha creato un precedente d’importanza capitale, dimostrando al mondo quali vette possano essere raggiunte, nella lotta al cambiamento climatico, grazie ad una classe dirigente che davvero prenda a cuore la questione e si adoperi per tentare di risolverla.

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Fresh Kills Landfill con lo skyline di New York sullo sfondo. Foto: Power Plants Pythore Mediation.

Un laboratorio di sostenibilità

Dal momento che l’estensione del parco è così importante, esso verrà suddiviso in 5 aree destinate a differenti usi e funzioni. Il punto di arrivo e partenza dei principali percorsi, nonché cuore ricreativo e culturale si chiamerà The Confluence. Attività come ciclismo, pesca e birdwatching si concentreranno nella parte alte del parco, ribattezzata North Park. Lo sport vero e proprio sarà concentrato a South Park, ove sorgeranno campi da calcio, piste d’atletica, centri equestri e tratti panoramici. In questa zona infatti si concentrano avvallamenti che originano scorci suggestivi e significativi. Per favorire il reinsediamento della fauna e della flora è indispensabile che siano introdotte e tutelate aree umide e zone destinate a riserva naturale, esse saranno poste nella parte orientale, East Park. La zona più estesa e più elevata del parco – misurante 220 ettari – è West Park. Con tutta probabilità, in futuro, è qui che sorgerà il memoriale dell’11 settembre.

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Foto di Gundula Vogel per Pixabay.

Fresh Kills ha l’ambizione di porsi come modello mondiale di ripristino, recupero, salvaguardia ambientale e paesaggistica. Il parco desidera issarsi a punto di riferimento per quanto riguarda rimboschimento, valorizzazione dell’habitat naturale, miglioramento della qualità dell’acqua e produzione di energie alternative. Insomma, superando i confini del parco pubblico, l’ex discarica diverrà una moderna piattaforma innovativa, capace di affascinare e porsi come vettore della ricostruzione di un ideale paesaggio collettivo. Fresh Kills è la dimostrazione di come l’architettura e l’urbanistica possano, di fatto, guidare la lotta al cambiamento climatico sul fronte del consumo di suolo.

Dagli USA a Israele: la discarica riconvertita

Una storia simile a quella dell’ex discarica di New York ci arriva da Israele. Nella città di Tel Aviv, o meglio, nella sua periferia, si trova la montagna Hiriya. Dal 1952 al 1999 essa ha lavorato come discarica, ricevendo una quantità di rifiuti tale da creare, appunto, una montagna. Essa poteva vantare, nel 1999, una base di 450mila metri quadrati per un’altezza di 60 metri. Ogni giorno riceveva 3mila tonnellate di rifiuti. Verso la fine degli anni ’90 è cambiato qualcosa. Dopo qualche anno di tentennamento sul futuro di Hiriya la Dan Municipal Sanitation Association, la quale collabora a stretto contatto con l’amministrazione, ha finalmente deciso: la discarica diverrà un parco pubblico.

Al termine di un bando internazionale, i lavori sono stati affidati all’importante studio paesaggistico tedesco Latz und Partner. Il parco di Hiriya potrebbe essere terminato entro la fine dell’anno – più verosimilmente entro il prossimo – e misurerà ben 2000 acri. Sarà il parco urbano più grande al mondo. Esso comprende piste ciclabili, aree pic-nic e persino uno zoo. Vi si trovano un’oasi ed uno stagno e si stanno installando opere d’arte e sculture come monito ed emblema delle buone pratiche ambientali e del rispetto per il paesaggio.

La trasformazione di Hiriya

Un’altra riconversione da discarica a parco si segnala in Catalogna, nella Vall d’en Joan, all’interno del Parco del Garraf. Lì si trovava un vasto centro di accumulo per rifiuti solidi urbani che aveva degradato enormemente la zona. Poi fortunatamente si decise di rimediare a tale sfregio.

Rigenerare le città: quanto è importante il suolo per l’ambiente

Uno dei principali temi nell’architettura contemporanea è la riconversione di edifici in disuso. Numerosi committenti virtuosi sono perfettamente alla luce del fatto che l’ulteriore consumo di suolo rappresenta una spada di Damocle per la questione ambientale, soprattutto in Italia. Spesso ci occupiamo di disastri ambientali nel nostro Paese e li mettiamo sempre in relazione al dissesto idrogeologico causato dall’uomo. Non possiamo più cementificare come se non ci fosse un domani, perché fuor di metafora quel domani rischiamo di non averlo davvero.

Rinnovare spazi e luoghi abbandonati, dunque rigenerare città e nuclei urbani, finisce inevitabilmente per favorire anche il benessere di chi i luoghi li vive. Ad una riqualificazione architettonica ne segue una sociale; ad una rigenerazione ambientale ne segue una umana. L’installazione di coperture artificiali e l’espansione delle superfici costruite non mostrano però segnali di rallentamento, né a livello nazionale né europeo. Come spesso accade, alle teorie e alle belle parole poi non segue molto di concreto. Quel che ci occorre è un vasto programma di rigenerazione urbana, per migliorare vivibilità e qualità ambientale dei centri abitati.

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Le green city

Questa estate si è tenuta la annuale Conferenza Nazionale delle Green City. Nell’occasione è stata presentata la Carta per la rigenerazione urbana, la quale pone l’accento su quanto sia necessario muoversi in direzione di un nuovo concetto di urbanistica, a maggior ragione nella fase di ripartenza a seguito della pandemia. A margine di questo evento, Edo Ronchi – presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, – ha affermato: “La rigenerazione urbana in chiave di green city è una leva decisiva per il Green New Deal in Italia. È necessario investire nel rilancio delle città. Per rimettere in moto attività economiche, investimenti, aumentare l’occupazione, rivitalizzare tessuti sociali ed economici locali dobbiamo varare un programma serio e completo di rigenerazione. […] Vogliamo porre l’accento sul modello delle green city per qualificare progetti e programmi. Ciò richiede convinzione e visione da parte delle amministrazioni locali e la partecipazione di cittadini e imprese in tema di responsabilità sociale e territoriale.”

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Foto di Ildigo per Pixabay.

L’espansione ininterrotta della città va conclusa. Non possiamo continuare a consentire che i centri urbani continuino ad ampliarsi in orizzontale, stremando suolo e territorio. Il patrimonio edilizio già esistente va utilizzato al meglio e riutilizzato continuamente. Degrado, perdita di aree naturali e agricole, erosione, impermeabilizzazione dei suoli, aumento esponenziale del rischio idrogeologico: la lista dei danni connessi alla cementificazione promiscua è un bollettino di guerra. Dobbiamo porci l’obiettivo di azzerare il consumo di terreno.

Trasformare una discarica, il primo passo verso la rigenerazione

Naturalmente questo non è che il primo passo. Immediatamente dopo serve decarbonizzare le città, migliorandone qualità edilizia ed efficienza energetica; dopodiché va aumentata la resilienza dei centri al cambiamento climatico, chiave di cui sono reti e infrastrutture blu e verdi, capaci di trattenere quanta più acqua piovana possibile e di aumentare la qualità patrimoniale del costruito. Non si può poi prescindere da riqualificazione degli spazi, soluzioni di mobilità sostenibile e housing sociale. Insomma, la strada per arrivare ad un pianeta di green city resta piuttosto lunga. In questo articolo, però, abbiamo visto da dove si possa cominciare.

Prendere una discarica, simbolo tangibile dell’impatto ambientale della società, che si materializza sotto forma di ammassi di scarti capaci di creare montagne artificiali di immondizia e trasformarla in un trionfo di natura e sostenibilità come fatto a New York, Tel Aviv e in Catalogna è il primo gradino di una scala che può portare alla green city.

Speriamo che gli esempi riportati possano ispirare e dare avvio a decisioni simili. L’impatto delle città all’interno della questione ambientale è enorme, dunque esse possono giocare un ruolo chiave all’interno della battaglia per salvare il pianeta. Gli sparuti casi che abbiamo riportato devono smettere di far notizia e divenire la normalità. Lo scriviamo spesso: è tempo di agire.