Dove comprare frutta e verdura di stagione

A chi non piacerebbe avere un orto dove fare la propria spesa di verdura oppure un albero da cui cogliere i frutti. Purtroppo però questo richiede, oltre alla disponibilità di un terreno, tanto tempo da dedicarvi. Non ci si improvvisa agricoltori. Serve conoscenza, esperienza e tanta buona volontà. Tuttavia oggi. grazie agli agricoltori digitali e agli stand di aziende agricole a chilometro zero sparse per i vari mercati cittadini, è possibile avere costantemente sulla propria tavola frutta e verdura di stagione di certa provenienza e senza additivi di alcun genere con facilità.

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Sono tante infatti le aziende agricole che mettono a disposizione il proprio terreno e la propria conoscenza per fornire ai propri clienti materie prima di eccelsa qualità e di sicura salubrità.

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Gli stand con frutta e verdura di stagione

Pomodori e zucchine d’inverno che non sanno di niente? No, grazie. Per chiunque voglia adottare uno stile di vita sostenibile la stagionalità degli alimenti è, quasi, un comandamento. Soprattutto oggi che, recandosi in qualsivoglia piazza del paese, è molto facile trovare gli stand di agricoltori che coltivano, e vendono, solo frutta e verdura di stagione. A

lcuni di questi sono indipendenti mentre altri fanno parte di un’iniziativa della Coldiretti che riunisce le aziende agricole che ne fanno richiesta sotto il logo di “Campagna Amica”. Sono 374 i mercati a km zero già operanti nella penisola. A questo servizio l’organizzazione aggiunge anche quello dei gruppi di acquisto solidali oltre alla coltivazione di orti urbani sparsi per il paese.

Sul loro sito web è possibile individuare anche una lista di fattorie, agriturismi e ristoranti certificati. Il criterio primario per essere inclusi in questo progetto è quello di coltivare i propri prodotti in maniera naturale. Nei suddetti mercati sono inoltre presenti anche bancarelle che si occupano di vendita di uova, formaggi e carni, ovviamente sempre a km zero. Un’alternativa decisamente più sostenibile rispetto all’acquisto nei vari supermercati.

Qualora non sia presente un mercato di “Campagna Amica” nella vostra città è ormai molto facile trovare stand o negozietti, magari a conduzione familiare, che hanno scelto la strada del prodotto locale e biologico. Basta informarsi un po’.

I vantaggi del rapporto diretto con l’agricoltore

Il rapporto diretto con l’agricoltore offre sempre ottimi spunti in ambito culinario. La conoscenza che ti possono trasmettere, figlia di anni di lavoro sul campo, è inoltre un altro fattore che fa pendere la bilancia dalla loro parte. Ad esempio, sapevate che le fragole con la punta bianca sono state verosimilmente “colorate” affinché potessero sembrare mature prima del tempo? Sì, quelle che lasciano tracce di rosso ovunque le appoggiate. Il contadino di fiducia lo sa. Quelle coltivate in maniera naturale iniziano a prendere colore proprio dalla punta e una volta immagazzinata questa informazione non vi farete più fregare. Il vostro palato e la vostra salute vi ringrazierà.

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Altro vantaggio. La frutta e verdura di stagione è molto più saporita e spesso costa anche meno. E poi, per tornare ai pomodori e alle zucchine, se non provate l’emozione di rimangiare queste prelibatezze dopo mesi di trepidante attesa, forse non potete dire di sapere con certezza cosa significhi la parola felicità.

Frutta e verdura di stagione direttamente a casa tua: gli “agricoltori digitali”

La tecnologia e lo sviluppo digitale hanno portato grande innovazione in tanti campi, compreso quello ortofrutticolo. Oltre agli orti urbani e ad altri progetti in cui chiunque può affittare un pezzetto di terra per poi lavorarselo a piacimento, si stanno espandendo anche una pratica che possiamo definire “adozione degli orti”. Tra le realtà in maggiore espansione per l’adozione di un orto vi segnaliamo Ortiamo e YouFarmer.

La prima nasce a Cagli, in provincia di Pesaro, e può contare su un buon numero di aziende agricole affiliate. Ad oggi sono 13 gli agricoltori digitali coinvolti nel progetto, principalmente sparsi per Marche ed Emilia Romagna ma ci sono aziende affiliate anche a Roma. E la quantità di ortisti che vogliono godere dei loro servizi aumenta di stagione in stagione.

YouFarmer, invece, può contare al momento sul partenariato di 6 aziende agricole ed è presente anche a Roma. Entrambe le piattaforme fungono da ponte tra consumatori e fattori, responsabili di offrire solo prodotti stagionali rispettando i tempi della natura.

Verdura ma non solo

Nonostante l’adozione di orti “classici” vada per la maggiore, non sono solo le verdure ad essere coinvolte in questi nuovi processi. All’interno di questi siti, nella scelta del proprio piano, è infatti possibile adottare anche galline, e di conseguenza ricevere le loro uova. Per chi volesse invece adottare un albero da frutto, basta passare dagli agricoltori digitali di Biorfarm. Una piattaforma nata con lo stesso scopo e gli stessi valori ma con un’unica differenza: tramite il loro sito si può infatti adottare un albero da frutto invece di un appezzamento di terra. Biorfarm al momento può contare su 9 aziende agricole sparse per tutta Italia, ma i suoi numeri sono destinati a crescere di pari passo con l’aumento della richiesta di prodotti biologici e salutari.

Come diventare clienti degli agricoltori digitali

Per ognuna di queste alternative è possibile completare una procedura online in cui è possibile decidere il tipo di ortaggi da coltivare, la grandezza del pezzo di terra che si vuole affittare e altri dettagli relativi alla consegna, o al ritiro, dei prodotti. Il prezzo cambierà a seconda di queste variabili e viene corrisposto tramite canone mensile.

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Per chi volesse invece avvicinarsi al mondo dell’agricoltura ma non dispone di un terreno per farlo, Ortiamo offre addirittura la possibilità di contribuire alla coltivazione del proprio orto. Contribuendo con una parte di forza lavoro il prezzo si abbasserà e si potrà godere di un’ottima possibilità per imparare qualcosa sull’arte dell’agricoltura e, perché no, passare qualche pomeriggio all’aria aperta e a pieno contatto con la natura.

Una filiera più corta

Normalmente quando si compra frutta o verdura nei supermercati questa è già passata tra le mani di diversi attori della filiera. Questo rende necessario, molto spesso, l’utilizzo di additivi per far conservare i prodotti più a lungo. A rimetterci sono dunque la freschezza, le proprietà organolettiche dei prodotti ed ovviamente le falde acquifere, che si impregnano delle sostanze sopra citate.

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Va anche aggiunto che negli svariati passaggi della filiera agroalimentare circa 1/3 dei prodotti non vengono venduti, e quindi spesso sprecati, perché non in linea con gli standard estetici dei supermercati. Attraverso la scelta di acquistare solamente negli stand a km zero o tramite l’adozione di un orto si scongiurano dunque diverse problematiche relative alla qualità dei prodotti, all’incertezza della loro provenienza ed allo spreco. Per una scelta più gustosa ed ecologica, che rispetta i tempi della natura.

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Il vino è sostenibile? La verità sulla bevanda più amata d’Italia

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Se il vino non fosse una bevanda sostenibile, non sarebbe una buona notizia per nessuno, specialmente per noi italiani. Invece, potete stare tranquilli e sorseggiare un buon calice di rosso durante la lettura di questo articolo. Purché lo abbiate acquistato con qualche accorgimento.

L’impronta carbonica del vino

In generale possiamo dire che il vino sia una bevanda sostenibile poiché la sua impronta carbonica è molto bassa. Per essere più chiari, l’impronta carbonica è la quantità di gas serra (CO2eq) emessi durante la produzione, imballaggio e trasporto di un determinato prodotto.

L’impronta carbonica della carne (qui un articolo a riguardo) è molto alta e raggiunge il suo picco massimo con il manzo, oscillando tra i 20 e i 30 kg di gas serra per ogni kg di carne. L’impronta del maiale è decisamente minore, tra i 5 e i 10 kg CO2eq per kg, e quella del pollo è la più bassa tra le carni, tra i 5 e i 7 kg CO2eq per kg. (risefoundation.eu). I legumi, invece, sono tra gli alimenti più sostenibili, con un’impronta carbonica che si aggira tra lo 0,5 e l’1. (Qui l’articolo sulla dieta sostenibile e qui la video intervista con la nutrizionista).

Nulla in confronto alla carne

Nel 2011, quando erano ormai noti i danni ambientali causati dalle attività umane, le Cantine San Marco di Frascati hanno voluto calcolare la Carbon Footprint di una loro bottiglia di vino. Il progetto era il San Marco CarbonFootprint co finanziato dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

I dati, verificati dall’Ente Certificatore Internazionale, indicano che complessivamente una bottiglia di vino bianco Frascati Doc da 0,75 litri rilascia nell’atmosfera 1,22 kg CO2eq. Un litro di vino si aggira intorno ai 990 grammi allorché possiamo dire che un kg di vino emetterà circa 1,68 kg CO2eq, quasi nulla in confronto ai 25 della carne. In percentuale, l’impatto del vino sulle emissioni globali totali è di circa 0,3%, contro lo 10-15% degli allevamenti animali (FAO, 2016).

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Mai sedersi sugli allori

Comunque sedersi sugli allori non è sicuramente la scelta giusta. Vi è infatti sempre un margine di miglioramento poiché, per quanto in piccola parte, anche l’industria vinicola contribuisce all’aumento di emissioni di CO2 e quindi al riscaldamento globale.

L’impatto maggiore di una bottiglia di vino, come rilevato da The Academic Wino, risiede non nel prodotto stesso ma in tutto ciò che gli sta intorno, come l’elettricità per il funzionamento dei macchinari e il packaging, specialmente il vetro, dal trattamento del quale deriva quasi la metà delle emissioni. Ovviamente, poi, una larga parte deriva dal trasporto del vino stesso.

Produrre vino sostenibile è un dovere

Ovviare a questi problemi è sicuramente in larga parte compito delle aziende, che fortunatamente in Italia sono molto virtuose. Ormai da più di dieci anni, infatti, uno dei settori trainanti dello sviluppo sostenibile italiano è quello vitivinicolo. Molte aziende stanno entrando a far parte di programmi strutturati per adottare una produzione sostenibile, sia in vigna sia in cantina.

L’OIV (Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino) è un organismo scientifico intergovernativo che ha elaborato un Piano 2015-2019, il cui primo punto è la promozione della viticoltura sostenibile. L’obiettivo è di aiutare le aziende a reagire al cambiamento climatico e alle condizioni estreme, valutando i costi e i benefici dell’adattamento.

Inoltre, fornisce informazioni sull’impatto della produzione vitivinicola sull’ambiente e propone misure per ridurre le emissioni di gas a effetto serra e per la gestione dei consumi idrici, oltre che ottimizzare l’utilizzo delle risorse naturali.

Buone pratiche di chi produce vino sostenibile

Come fare tutto questo? Le pratiche aziendali vanno dall’utilizzo dei pannelli fotovoltaici per produrre energia elettrica e della caldaia a legna per il riscaldamento della cantina, passando per veicoli elettrici atti al trasporto del vino, fino all’utilizzo in cantina di materiali eco-sostenibili, come pietre, legno, acciaio e corten.

Vi sono già molti progetti che stanno attuando questi cambiamenti nel settore, come V.I.V.A. Stustainable Wine, avviato dal Ministero dell’Ambiente in collaborazione con nove aziende e tre centri. Uno di questi è il Consorzio del Collio, nella cui vigna non si usano più diserbanti, ma solo concimi organici.

Le cantine sono completamente interrate, garantendo così una temperatura dell’ambiente costante, e si utilizzano anche i pannelli solari per il riciclo energetico. Infine, anche le bottiglie sono sostenibili con il 20% in meno di vetro, l’utilizzo di etichette in fibra di cotone e tappi in sughero.

L’Unione Italiana Vini conferma proprio la necessità di attuare politiche volte di recupero delle bottiglie per il riuso nel processo produttivo e l’adeguamento dei materiali da imballaggio e del packaging, oltre che l’importanza di compensare le emissioni attraverso la piantumazione di nuove piante.

Riutilizzare l’anidride carbonica prodotta dalla fermentazione del vino e trasformarla in energia può essere un’altra soluzione già attuata dall’azienda Bodegas Torres, vitivinicola spagnola che ha recentemente promosso il suo programma di sostenibilità Torres & Earth, ideato nel 2007.

Anche qui le macchine aziendali sono state sostituite con veicoli ibridi ed elettrici, tra cui anche un trenino utilizzato per trasportare i turisti tra i vigneti. È stata poi installata una caldaia a biomassa che sfrutta i resti della potatura dei vigneti, gli scarti lavorazione delle uve e il legno derivante dalla pulizia dei boschi. Grazie a questa l’uso di combustibile fossile è stato ridotto del 90%.

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Anche noi siamo responsabili

Ovviamente tutto questo ha grandi costi e, visto il minimo impatto della produzione del vino, possiamo concedere a questa realtà un passaggio più graduale. A patto però che anche noi ci impegniamo a premiare i loro sforzi. Siamo infatti noi i responsabili dell’acquisto di determinati prodotti invece di altri. Cerchiamo quindi di informarci sui metodi utilizzati dalle aziende per la produzione del vino, o semplicemente cerchiamo di comprare quello locale. Sorseggiare vino durante una cena o davanti al camino dopo una giornata stancante dovrebbe essere un rito tanto importante quanto lo scegliere la giusta bottiglia, anticipando così questo momento di piacere.

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Frutta e verdura di stagione per il mese di Aprile: cosa comprare

Nuovo mese, nuova frutta e verdura di stagione. Per una spesa più sostenibile e naturale.

Giunge il tempo di fave, asparagi, carciofi e fragole. Le arance iniziano ad essere off-limits. La lista completa

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Verdure di stagione per il mese di aprile e proprietà benefiche

  • Ravanello: contiene vitamina C, vitamine del gruppo B e sali minerali. Rilassa il sistema muscolare e aiuta contro le affezioni polmonari. Ha proprietà antisettiche e antibatteriche. Depura i reni, stimola la digestione e ha proprietà lassative.
  • Fava: ricca di proteine e fibre vegetali, che abbassano il colesterolo, ed è povera di gassi. Contiene sali minerali, ferra, vitamina B1 e vitamina A, importante per la salute della pelle. Da evitare se si soffre di favismo.
  • Asparagi: hanno proprietà diuretiche e contengono fibre, pertanto sono consigliati in caso di stipsi. I grassi sono quasi nulli. Contengono molti sali minerali come il potassio e sono un’ottima fonte di vitamina C, vitamina A e alcune vitamine del gruppo B.
  • Sedano: ricco di vitamine antiossidanti (A, C, E) e minerali (ferro, magnesio e potassio).
  • Piselli: legumi con una modesta quantità di proteine. Contengono moltissimo acido folico, vitamina indispensabile per il bene del feto e per prevenire patologie cardiovascolari. I piselli sono ricchi di vitamina C e di sali minerali.
  • Patata: ricca di glucidi, vitamine del gruppo B, vitamina C, potassio e oligominerali (rame, ferro, cromo e magnesio).
  • Lenticchie: ricche di proteine, fibre, ferro, magnesio e potassio. Sono molto nutrienti ed energetiche, hanno proprietà antiossidanti e aiutano la concentrazione e la memoria.
  • Erba cipollina: contiene vitamina C e vitamine del gruppo B. Ha un’alta presenza di calcio, magnesio, ferro e fibre.
  • Ceci: fonte di proteine e acidi grassi insaturi come Omega 6. Contengono anche fibre, vitamine del gruppo B e minerali.
  • Verza: ricca di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio.
  • Carota: ricca in vitamina A e carotene, molto importanti per la salute della pelle. Ha una buona presenza di sali minerali e vitamine del gruppo B, D ed E.
  • Carciofo: contiene vitamina C, vitamine del gruppo B e vitamina K, utile nella prevenzione dell’osteoporosi. I carciofi sono fonte di ferro e di rame, importanti per la produzione delle cellule del sangue.
  • Cavolfiore: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio.
  • Broccolo Romanesco: ricco sia di carotenoidi sia di vitamina C, è anche una buona fonte di acqua, fibre, antiossidanti e minerali come potassio e magnesio.
  • Broccolo: contiene un’alta quantità di vitamina C e ha pertanto proprietà antiossidanti. Ha un alto contenuto di sostanze fenoliche ed è quindi un alimento con caratteristiche anti-tumorali.
  • Sedano rapa: ricco di vitamine antiossidanti (A, C, E), minerali (ferro, magnesio e potassio).
  • Fagioli piattoni o taccole: sono ricchi di fibre e hanno un bassissimo indice glicemico. Contengono anche sali minerali come il potassio.
  • Patate novelle: sono ricche di glucidi e pertanto favoriscono il senso di sazietà. Contengono vitamine del gruppo B, vitamina C, potassio, e oligominerali come il ferro.
  • Cime di rapa: ricche di ferro, sali minerali e vitamina A.
  • Rucola: presenta vitamina C, potassio, fosforo e ferro. Favorisce la digestione ed è benefica per il fegato.
  • Indivia: ricca di principi attivi è un alimento diuretico e ha un effetto depurativo e disintossicante.
  • Cicoria: ricca di principi attivi è un alimento diuretico e ha un effetto depurativo e disintossicante.
  • Bietola: contiene fibre, vitamine e sali minerali come potassio e ferro.
  • Finocchio: è composto principalmente d’acqua. Presenta minerali come il potassio e contiene vitamina A, vitamina C e alcune vitamine del gruppo B. Aiuta nella digestione, riduce il gonfiore e ha proprietà antinfiammatorie.
  • Spinaci: sono ricchissimi di ferro il cui assorbimento è favorito dalla vitamina C. Presenta anche carotenoidi (pro-vitamina A) e vitamina E. Ha proprietà antiossidanti e ha un’azione benefica sulla salute degli occhi.
  • Aglio bianco e rosso: ha effetti positivi sull’apparato circolatorio. Aiuta a ridurre il colesterolo e a regolare la pressione.
  • Porro: ha proprietà diuretiche e lassative grazie all’alta presenza di fibre e contiene pochissimi grassi.
  • Sedano: composto principalmente da acqua (88%), la restante parte presenta minerali come ferro e potassio, oltre che vitamine antiossidanti (A,C ed E). Ha un effetto diuretico e digestivo.
  • Lattuga: ha un elevato contenuto di fibre e di vitamine (C, B2 ed E). Contiene potassio, il che rende la lattuga una buona alleata per gli sportivi
  • Cavolo cappuccio: presenta vitamine (C, B-carotene, pro-vitamina A) e per questo ha proprietà antiossidanti e anti-tumorali. L’elevato contenuto di fibre contribuisce al corretto funzionamento intestinale.
  • Cipolla: è composta in gran parte da acqua il che la rende un alimento diuretico. Ha una piccola parte di fruttosio che la rende finte id energia. I solforati e i flavonoidi le conferiscono proprietà antitumorali, specialmente per colon, stomaco e prostata.
  • Scalogno: possiede alcune molecole utili per la regolazione della pressione sanguigna, la diuresi, la riduzione del colesterolo e degli stati infiammatori.

Leggi anche: “Come abbattere il 25% delle tue emissioni di CO2”

Frutta di stagione per il mese di Aprile

  • Cedri: contengono vitamine e sali minerali che conferiscono loro proprietà digestive, disinfettanti, lassative e anticancerogene.
  • Fragole: contengono sali minerali come potassio e magnesio, ma anche vitamina C che conferiscono proprietà antiossidanti. Hanno poi proprietà antinfiammatorie e antivirali.
  • Frutta in guscio: contiene un’alta quantità di grassi buoni (insaturi e polinsaturi) che sono fonte di Omega 6 e Omega 3. Presenta anche un’elevata percentuale di proteine e vitamine del gruppo B (B1, B2, B6). La frutta secca riduce le infiammazioni e fluidifica il sangue, pertanto è indicata contro fenomeni quali trombosi e aterosclerosi.
  • Kiwi: apporta acqua e fibre ed è un’ottima fonte di Vitamina C. Aiuta le funzioni intestinali prevenendo la stipsi.
  • Limone: ricchissimo di vitamina C, ha un’alta concentrazione d’acqua ed ottimi apporti di sali minerali e antiossidanti.
  • Mela: ha un’alta concentrazione di fibre, il colesterolo è assente. Contiene vitamina C e potassio. La sua fermentazione da parte della flora batterica intestinale può avere un effetto protettivo sullo sviluppo del cancro al colon.
  • Nespola: contiene potassio e magnesio ed è fonte di vitamina A. Ha proprietà astringenti, diuretiche e antinfiammatorie.
  • Pera: contiene vitamine e sali minerali (potassio) e ha un alto contenuto di fibre, per questo è molto saziante. Modula l’assorbimento intestinale dei lipidi e previene i disturbi dell’intestino crasso.
  • Pompelmo: è un agrume con un’elevata quantità di vitamina C e ha pertanto proprietà antiossidanti e ipocolesterolemiche. Contiene anche sali minerali, sopratutto potassio.

Leggi anche: “Conferenza ONU sul clima “COP26” rimandata al 2021!

Potrebbero esserci piccole variazioni in base all’esatta regione di provenienza. Per ogni dubbio ci si può sempre rivolgere al contadino di fiducia. Se non ne avete uno, trovatelo. Gli alimenti vegetali consumati in modo sostenibile sono più buoni e, spesso, costano anche meno.

Il nostro consiglio

Il modo più sostenibile di consumare prodotti alimentari è quello di conoscerne l’esatta provenienza. La soluzione migliore sarebbe quella di acquistarli direttamente dai produttori, nei mercati a chilometro zero. Per trovarli potete servirvi del sito della Coldiretti, dove sono indicate le città in cui è già presente il mercato di Campagna Amica. Altrimenti non è ormai inusuale che alcuni alimentari o qualche negozio di frutta e verdura fresca fornisca anche un servizio di consegne a domicilio, specialmente in questi tempi. Segnaliamo inoltre la possibilità di adottare un orto. Valutate anche l’idea di piantare qualche pianta aromatica nel terrazzo o sul davanzale della finestra, possono dare grande soddisfazioni. Così come anche un buon albero da frutto piantato in giardino. Buona spesa!

La raccolta differenziata: come farla al meglio

Non è sempre facile fare la raccolta differenziata correttamente. Sia perché i comuni italiani seguono regole diverse per la gestione dei rifiuti, sia perché spesso è necessario attuare alcuni accorgimenti aggiuntivi. Tenendo presente dunque le possibili variazioni tra le varie aree del paese, ecco una guida generale per differenziare al meglio i propri rifiuti. Il pianeta vi ringrazierà.

Leggi sul sito del governo le regole per la raccolta differenziata durante il COVID-19

Le regole generali della raccolta differenziata

  • La prima regola per svolgere bene la raccolta differenziata è quella di consultare il sito del proprio comune. Ogni città, infatti, segue regole di smaltimento diverse. Per esempio, alcuni comuni prevedono che il vetro e l’alluminio abbiano un cassonetto unico, altri no.
  • Una seconda regola importante è quella di dividere il più possibile i materiali. Bisogna dividere, per esempio, i vasetti di yogurt di plastica dalla loro copertura, solitamente in alluminio. Oppure è bene svitare il tappo in metallo dal vasetto di vetro, anche se si raccolgono insieme. Oppure ancora vi sono sacchetti di carta al cui interno vi è una pellicola di plastica per permettere di vedere il contenuto. Se possibile, togliere la pellicola. Questo faciliterà lo smaltimento dei rifiuti.
  • Pulire sempre i rifiuti da eventuali residui di cibo, poiché rendono difficoltoso lo smaltimento e possono fermentare all’interno dei cassonetti.
  • Portare in discarica i rifiuti di grandi dimensioni, anche se potrebbero potenzialmente essere gettati in un contenitore domestico. Le cassette della frutta, per esempio, si devono portare alla piattaforma ecologica e non vanno nell’organico.
  • Le pile e le batterie, come più in generale i rifiuti elettronici, sono materiali altamente pericolosi, pertanto vanno smaltite soltanto negli appositi centri di raccolta. Anche i farmaci devono essere gettati nell’apposito contenitore che solitamente si trova fuori dalle farmacie.
  • I tessuti in cattivo stato possono essere gettati nell’indifferenziata, mentre se sono in buono stato è bene portarli presso gli appositi raccoglitori appartenenti, di solito, ad associazioni umanitarie.

La raccolta differenziata: ad ognuno il suo contenitore

Umido

La raccolta differenziata ha una colonna portante: la divisione dell’umido dal resto. Forse lo sanno anche i muri, ma per raccogliere l’umido bisogna usare i sacchetti biodegradabili. Qui si buttano tutti i rifiuti biodegradabili quindi gli avanzi di cibo, i filtri del tè (a cui bisogna staccare i punti metallici della pinzatrice), i fondi del caffè, i tovaglioli unti, pezzi di carta e cartoni della pizza sporchi di cibo, la segatura, gli stuzzicadenti, i bastoncini in legno dei gelati, i fiori e piccole piante domestiche, paglia, terriccio, cortecce degli alberi. NON gettate nell’umido la lettiera per gli animali, anche se 100% biodegradabile, bensì nell’indifferenziata.

Carta

La parte più semplice della raccolta differenziata è gettare la carte. Mi raccomando, però, tutta la carta e il cartone gettati qui devono essere puliti. Qui si gettano anche i contenitori porta-uova. I contenitori in Tetra Pak (quelli del latte o dei succhi di frutta) seguono regole diverse per ogni comune. È bene comunque separare sempre i tappi di plastica dal cartone.

I cartoni della pizza puliti vanno nella carta ma, a rigor di logica, saranno sporchi. Gettateli quindi nell’umido. Non buttare nel contenitore della carta tovaglioli o carta da cucina unti o sporchi di cibo, i quali vanno gettati nell’umido.

NON vanno in questo contenitore gli scontrini fiscali, che invece sono destinati all’indifferenziata. In generale per capire se un materiale è cartaceo o plastico, provate a strapparlo. Se si divide facilmente è carta, se fa resistenza è plastica oppure un mix (indifferenziata)

raccolta differenziata

Plastica

Prima di buttare i contenitori in plastica, pulirli da ogni residuo di cibo e separarli da altri materiali. Gettate in questo cassonetto vasetti di yogurt, contenitori di detersivi e shampoo, bottiglie, sacchetti e le retine della frutta e verdura, che sono di plastica (ecco perché è bene comprare prodotti sfusi). Inoltre, buttate qui le stoviglie di plastica (piatti, posate, bicchieri), detti comunemente “di carta”, creando confusione.

Il polistirolo è un materiale particolare, la cui destinazione varia da comune a comune. E’ quindi bene informarsi, anche se solitamente si getta nella plastica.

Le pellicole per alimenti sporche non vanno gettate nella raccolta della plastica bensì in quella dell’indifferenziata. Se vi sono residui di materiali pericolosi quali vernici o colle non gettateli nella plastica, ma portateli al centro di smaltimento più vicino. (Leggi come ridurre la plastica riciclando)

Vetro

Un altro must, anche abbastanza semplice, della raccolta differenziata è il vetro. Ricordatevi, però, di dividere l’eventuale tappo in metallo dal contenitore.

NON sono da gettare nel vetro invece le lampadine e neon, contenitori in pirex (quelli dei tupperware o dei dosatori) e piatti, tazze e bicchieri in ceramica, che sono invece destinati alla piattaforma ecologica, dove è bene portare anche gli specchi e i vetri di grandi dimensioni come le finestre.

Leggi anche: “I benefici del vuoto a rendere”

Metallo

Qui potete gettare latta e lattine, contenitori per alimenti in alluminio, carta stagnola pulita, coperture in alluminio degli yogurt, tappi dei contenitori in metallo. Anche le bombolette spray senza simboli di pericolosità. Quelle pericolose, invece, portatele in discarica, così come gli oggetti ingombranti quali pentole e posate.

La raccolta indifferenziata

Tutto ciò che non va negli altri contenitori o che contiene materiali diversi non divisibili come la carta plastificata degli scontrini, i giocattoli, le penne, i pennarelli, le matite e tutti i prodotti da cancelleria, i pannolini e gli assorbenti (gettare qui anche quelli 100% cotone usati), gli spazzolini, i mozziconi di sigaretta, la lettiera per il gatto, gli ombrelli, i cd e i dvd, il nastro adesivo, le lamette dei rasoi, l’abbigliamento in cattivo stato. Piccoli pezzi di ceramica si possono buttare in questo sacco, ma è preferibile, se sono grandi quantità come servizi di stoviglie o vasi, portarli all’isola ecologica.

Leggi qui dove buttare l’olio usato. Spoiler: non nel lavandino!

Ridurre la plastica durante lo shopping. Ecco come fare

Se pensate che per ridurre il consumo di plastica durante lo shopping dovreste ridurre anche lo shopping, non è così, anche se uno stile di vita più sobrio sarebbe la cosa migliore per tutti. Ecco alcuni consigli per fare acquisti in modo consapevole e plastic-free

  • Evitare, quando possibile, lo shopping online. Per gli imballaggi viene utilizzata moltissima plastica, oltre il fatto che si incentiva l’utilizzo dei mezzi di trasporto a motore e quindi l’inquinamento. Comprando meno on-line, inoltre, si compra meno in generale e, quindi, si risparmia.
  • A meno che non si abbia una grande passione per i film o per la musica, evitare di comprare CD e DVD. In internet vi sono ormai tutti i film e tutta la musica possibile on demand: pagando pochi euro si possono attivare abbonamenti su piattaforme online molto fornite come Netflix e Spotify. Si possono anche acquistare i singoli film e i singoli brani da vedere e ascoltare in streaming. O ancora è possibile prendere in prestito i DVD dalle biblioteche.
  • Per i bambini non comprate né molti né molto spesso giocattoli di plastica, bensì in legno. Oppure si possono organizzare degli scambi di giocattoli con altri bambini.
  • Nei negozi di vestiario controllare sempre le etichette dei capi ed evitare di acquistare quelli in poliestere. Oltre a essere un materiale plastico è anche di bassa qualità e durante il lavaggio rilascia moltissime microplastiche che andranno dritte nel mare. Preferire quindi le magliette in 100% cotone, meglio se biologico, o i maglioni 100% lana.
  • Per lo stesso motivo, quando possibile, comprare i vestiti in negozi che certifichino la sostenibilità dei tessuti utilizzati, come ad esempio la canapa. Spesso costano molto di più, ma sono anche di una qualità molto buona e quindi duraturi.
  • Nei negozi di vestiti non accettare i sacchetti che spesso sono di plastica. Portare con sé durante lo shopping sacchetti di stoffa che sono belli, alla moda e soprattutto riutilizzabili.
  • Comprare il meno possibile. Investire su prodotti di qualità e che durano nel tempo, non badando troppo alle mode del momento (no alla fast-fashion)
  • In generale scegliere oggetti e prodotti imballati il meno possibile e non usa e getta, almeno fino al 2021, quando entrerà in vigore la nuova legge europea che vieta la plastica monouso.
  • Regalare/regalarsi esperienze, non oggetti. Una cena, un massaggio professionale, una gita in montagna o al mare sono sempre molto ben accetti.

Leggi anche come ridurre la plastica al supermercatoe con il riciclo

La pianta di canapa è sostenibile e potrebbe salvarci

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La maggior parte di coloro che leggeranno il titolo di questo articolo avrà due reazioni: o storcere il naso, oppure ammiccare virtualmente e con complicità all’autore. Entrambe, però, sono sbagliate e sono frutto di un lavaggio del cervello che da anni ha nel mirino una pianta dalle proprietà straordinarie: la pianta di Canapa Sativa.

La canapa non è marijuana

La Canapa è una pianta che comprende diverse varietà. Una di queste è la Canapa Indiana, comunemente detta “marijuana”, che contiene cannabinoidi. La sua resina è infatti ricca di una sostanza psicotropa, il THC. La Canapa Sativa, invece, è quasi priva di THC e non ha, pertanto, effetti stupefacenti.

Quando l’Italia era pro-canapa

In passato l’Italia è stato il secondo paese produttore al mondo di Canapa dopo l’ex Unione Sovietica. Questa pianta era utilizzata soprattutto per cordami, vele e tessuti, ma con l’arrivo della plastica e le fibre sintetiche a basso costo, dagli anni ‘50 l’utilizzo della canapa è diminuito fino a cessare definitivamente nel 1975, quando è stata promulgata la legge che ne vietava la produzione, il commercio e l’utilizzo. La motivazione era infondata, ma ha trovato terreno fertile in una nazione ancora tradizionalista e spesso ostinatamente bigotta. Soltanto nel gennaio del 2017, con la legge 242, la Canapa Sativa viene riabilitata. È stato infatti riconosciuto che il suo contenuto di THC è inferiore allo 0,2%, una quantità insignificante che non ha effetti stupefacenti.

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La legalizzazione della pianta di canapa è quindi un evento importante che, oltre a creare nuovi posti di lavoro e nuove possibilità di crescita economica, sarà una boccata d’aria fresca per l’ambiente. La coltivazione della Canapa è infatti ecologica e sostenibile e di seguito spiego il perché.

Pianta di canapa: una coltivazione sostenibile

  • La coltivazione della Canapa non richiede pesticidi, fertilizzanti, diserbanti e in generale sostanze chimiche. Questa pianta ha un elevato potere di assorbimento della luce, che viene quindi sottratta alle altre erbe presenti nel terreno, le quali non potranno sopravvivere. In questo modo la canapa libera il terreno da tutte le erbe infestanti meglio di qualunque diserbante. Assorbendo molta luce, inoltre, cresce molto velocemente (in soli tre mesi) e favorisce il risparmio di tempo, denaro ed energia.
  • Oltre alla luce, la canapa assorbe anche metalli pesanti e altri inquinanti, tanto da essere utilizzata per progetti di bonifica dei terreni contaminati. La canapa, quindi, non esaurisce il suolo, ma lo prepara a qualsiasi coltura successiva, aggiungendo materia organica e aiutandolo a mantenere l’umidità. Per questo la canapa è l’ideale per un’agricoltura circolare, che segue i ritmi della natura. Mantenendo l’umidità, inoltre, non necessita di molta acqua. Infine è in grado di assorbire anidride carbonica in quantità particolarmente elevate.

Vestiti e dintorni

  • La Canapa è la pianta più versatile del mondo, tanto che ogni sua parte ha un utilizzo diverso. Sativa, infatti, significa proprio “utile”. Gli steli diventano fibre tessili molto più sostenibili del cotone, che richiede una grande quantità di pesticidi e fertilizzanti. A parità di terreno, inoltre, produce il 250% in più di fibre rispetto al cotone e 600% in più rispetto al lino. La lavorazione delle fibre è poi del tutto meccanica e non prevede l’utilizzo di sostanze chimiche.

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  • Il tessuto derivato dalla canapa è robusto e durevole, tanto che la sua resistenza alla trazione è otto volte maggiore rispetto al cotone. Questo spiega il suo utilizzo in passato per le vele e per le corde. Il tessuto in canapa è ipoallergenico e non irritante per la pelle. Questa caratteristica rende la Canapa Sativa adatta ai tessuti ospedalieri. La canapa è anche ideale in estate poiché protegge dal caldo ed è molto traspirante. Resiste inoltre alla muffa, assorbe l’umidità e, grazie alle sue qualità di riflesso contro i raggi UV, protegge anche dal sole.
  • È un tessuto lavabile a basse temperatura e a mano grazie alle sue naturali caratteristiche anti-batteriche. Di conseguenza favorisce il risparmio energetico, sia idrico che elettrico. Purtroppo la canapa raggrinzisce facilmente ed è abbastanza rigida al tatto. Con l’utilizzo, comunque, si ammorbidisce, ma se non si può sopportare l’idea di un tessuto rigido, si può optare per una miscela, per esempio con cotone organico.
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Fibre di canapa

La carta di Canapa

  • Sempre dallo stelo si ricava la carta. Un ettaro di canapa produce in una stagione l’equivalente quantitativo di cellulosa che quattro ettari di foresta producono in vent’anni. Inoltre produrre la carta dagli alberi richiede metodi di lavorazione molto più inquinanti. La parte della canapa necessaria per produrre la carta è anche molto chiara, tanto che non necessita di processi di sbiancamento che richiedono un largo utilizzo di cloro. La carta di canapa, grazie alle sue caratteristiche, può essere riciclata fino a sette volte, a fronte delle tre della carta comune.
  • Dallo stelo della canapa si può ricavare anche bioplastica, resistente ma soprattutto biodegradabile. La sua produzione è molto più economica ed ecologica rispetto a quella della plastica comune, visto che gli scarti si degradano ad alta velocità. Questa bioplastica è inoltre completamente riciclabile. Queste proprietà hanno permesso di utilizzare la canapa anche nella bioedilizia, per pannelli, mattoni e intonaco con un ottimo potere di isolamento termo-acustico, protezione da microbi e traspirabilità.

Nuove frontiere della pianta di canapa

  • La Canapa è utilizzabile anche come combustibile, diventando un biodiesel. È una soluzione molto sostenibile in quanto bruciare una biomassa non emette gas serra in eccesso. L’emissione di CO2 derivante dalla combustione, infatti, è controbilanciata dall’assorbimento di CO2 da parte della pianta durante la coltivazione.
  • Recenti studi hanno anche sperimentato la produzione di batterie derivante dalla fibra di Canapa. La cellulosa, infatti, può essere trasformata in sottilissime lamine di elettrodi con elevata capacità di trasporto e conservazione di energia.

La canapa in cucina

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Semi di canapa
  • Ma veniamo alla parte più interessante. La Canapa può anche entrare nel nostro regime alimentare, portando gusto e facendo del bene alla nostra salute. I semi di Canapa possono essere utilizzati da soli come guarnizione sulle insalate, ma possono anche essere macinati e diventare farina, per produrre pane ai biscotti. La farina di semi di canapa è senza glutine e ha un altissimo quantitativo di proteine. Cento grammi di pollo ne contengono infatti 23 grammi, mentre 100 grammi di semi di canapa ne contengono ben 29. La canapa è quindi particolarmente indicata per vegetariani e vegani ed è stata anche proposta come rimedio alla carenza di proteine nei paesi in via di sviluppo.
  • Dai semi, però, si ricava anche l’olio, ricco di grassi insaturi. Ha quindi proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, oltre ad attenuare lo stress, l’insonnia e l’ansia. Dà inoltre sollievo anche a malattie del sistema respiratorio come asma e sinusite. L’olio di Canapa è utilizzato anche nella cosmesi per creme e saponi, poiché rende la cute morbida, elastica e levigata, agendo anche da antinfiammatorio per ridurre i sintomi dell’acne.
  • Il fiore, infine, viene utilizzato per infusi e tisane, oli essenziali e medicine e persino per produrre la birra.

Della pianta di canapa non si butta via niente

Della Canapa, insomma, non si butta via niente e anche questo è motivo di risparmio economico e rispetto ambientale poiché, con un’ unica coltivazione di canapa, si possono realizzare un’infinità di prodotti.

Una nota negativa è data dal fatto che la Canapa richiede molta luce e quindi energia elettrica per le coltivazioni “intensive”. L’utilizzo dei LED consente sì di risparmiare, ma non garantisce gli stessi risultati delle luci tradizionali. I tempi di crescita della pianta infatti aumenterebbero e questo non si traduce necessariamente in un risparmio di energia. Comunque, vi sono soluzioni a tutto, come i pannelli isolanti e fotovoltaici.

Gli investimenti nel settore però sono ancora molto scarsi e di conseguenza i costi di produzione molto alti. Per l’abbigliamento, per esempio, i prezzi della canapa sono proibitivi. L’interruzione della sua coltivazione rende difficile il suo rilancio poiché le modalità di coltivazione devono essere ristudiate e i processi di lavorazione riprogettati. Oltre alle difficoltà pratiche, anche sul piano culturale e informativo il nostro Paese ha ancora molta strada da fare.

Quel che è certo, però, è che prima o dopo la Canapa farà il suo ingresso nelle case degli italiani, anche perché il petrolio finirà e cambiare totalmente le nostre abitudini da un giorno all’altro potrebbe essere difficile. Meglio quindi organizzarsi per tempo e, dopo anni di ingiusta reclusione, fare della canapa una nostra fedele alleata.

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Ridurre la plastica col riciclo. Ecco come fare

Ridurre la plastica col riciclo è il primo passo verso la sua eliminazione definitiva. Riciclando la plastica, infatti, si disincentiva la sua produzione ex-novo oltre il fatto che si riducono i rifiuti abbandonati nell’ambiente. Pensiamo solo che dagli anni ’50 abbiamo prodotto 8,3 miliardi di tonnellate di plastica e ne abbiamo già buttate 6,3 miliardi. Di questi solo il 9% è stato riciclato.

Riciclo dei sacchetti di plastica e altri trucchi

Riciclare tutti i sacchetti di plastica che possediamo. Un buon modo è quello di utilizzarli per raccogliere i bisogni del nostro animale da compagnia, oppure per fare shopping o trasportare oggetti.

  • Riutilizzare il più possibile le bottiglie e le bottigliette di plastica vuote, per metterci altra acqua o altri liquidi. Possono anche essere personalizzati e diventare oggetti decorativi, come vasi o portaoggetti

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  • Utilizzare i contenitori di plastica vuoti, come quelli degli yogurt o delle uova come portaoggetti (monetine, viti, chiodi, chiavi) o vasetti.
  • Utilizzare i tappi delle bottiglie di plastica come portapillole o puntaspilli. Quest’ultimo si può creare inserendo all’interno del tappo del materiale spugnoso o del sughero.
plastica riciclo
  • Nei meandri della vostra dispensa avete trovato un pacchetto di cannucce comprate anni fa e non sapete come utilizzarle? Create qualcosa di nuovo come collane o braccialetti, cornici per fotografie o decorazioni per i muri di casa vostra.

A mali estremi, estrema raccolta differenziata

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  • Non sempre la plastica è riciclabile ed è quindi necessario fare la raccolta differenziata in modo rigoroso. Per esempio lavando i contenitori prima di buttarli, togliendo le ultime foglioline di insalata dalle buste e facendo attenzione a eliminare i materiali diversi dalla plastica. In questo modo aiuteremo le operazioni di riciclo.
  • Quando è possibile e non pericoloso raccogliere le bottiglie, i sacchetti e tutti i materiali plastici abbandonati per strada. Buttarli, poi, nel cestino, preferibilmente quello apposito.
  • Acquistare una macchina per riciclare la plastica in casa come Precious Plastic. Contenitori di cosmetici o detersivi ormai inutili possono diventare portaoggetti, cartellette, portafogli, giocattoli, lampade, orologi, porta cuffiette. Non sono macchine economiche, quindi acquistatela solo se realmente intenzionati ad usarla, altrimenti diventa un altro elemento di spreco.

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Dove buttare l’olio? Non nel lavandino!

dove buttare l'olio

Quante volte ci è capitato di non sapere dove buttare l’olio e quindi scegliere il lavandino? Se state pensando che “tanto io non friggo mai” beh, questo non è sufficiente a scagionarvi. Anche l’olio dei tanto golosi funghetti, carciofini, cetriolini o delle scatolette di tonno non andrebbe mai buttato nello scarico. Vediamo perché.

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L’olio nello scarico

I grassi vegetali possono otturare i tubi di scarico. Infatti, una volta appiccicati sulle pareti del tubo, essi diventano collanti per altri pezzi di cibo che quindi impediranno all’acqua di scorrere regolarmente. Ma questo è il danno minore.

Dopo la frittura infatti l’olio si modifica e si ossida, assorbendo le sostanze inquinanti derivate dalla carbonizzazione dei residui alimentari. Una volta gettato nel lavandino raggiunge le fogne, diventando un potente agente inquinante che rende l’acqua non potabile.

Inoltre l’olio crea un filtro sulla superficie dell’acqua simile a una pellicola che non permette ai raggi solari di penetrare e all’ossigeno di circolare, rendendo l’habitat invivibile. Un litro d’olio è in grado di creare una “pellicola” di un chilometro quadrato, rischiando di soffocare enormi quantità di pesce, e se disperso in un bacino idrico può rendere non potabile fino a un milione di litri di acqua, una quantità pari a quella che un uomo consuma in 14 anni.

I danni ai depuratori

L’olio usato, però, non inquina l’acqua solo direttamente. Questo infatti non è biodegradabile né organico e può intasare i depuratori che hanno il compito di purificare l’acqua. Oltre ai danni alla nostra salute, quindi, danneggia anche le nostre tasche, con migliaia di soldi spesi ogni anno dai privati e dallo Stato per cambiare depuratori e tubi di scarico.

Cosa succede se viene disperso nel suolo

È però anche molto dannoso gettare l’olio usato nella raccolta indifferenziata. Se l’olio viene disperso nel suolo, infatti, impedisce l’assunzione di sostanze nutritive per la flora del terreno, rendendolo sterile. Quando penetra nel terreno, inoltre, avvelena la falda acquifera che fornisce l’acqua potabile e per l’irrigazione delle colture. Può anche rientrare nella catena alimentare come mangime per gli animali, avendo conseguenze non solo su di loro, ma anche su di noi. Se bruciato impropriamente, infine, l’olio usato immette nell’atmosfera sostanze inquinanti in grado di determinare intossicazioni e malattie.

L’olio nel lavandino è illegale

Per una volta, questo problema non è soltanto un capriccio da ambientalisti, ma dal 2006 è entrata in vigore una legge (D.lgs 152/2006) che vieta lo smaltimento dell’olio usato nei tubi di scarico (lavandino o wc) in quanto rientra nella categoria di rifiuti pericolosi. Chiunque effettui uno smaltimento non corretto può essere multato fino a migliaia di euro. Nel caso in cui si tratti di un’attività commerciale, quindi con una grande quantità di rifiuti pericolosi da smaltire, il titolare può anche essere arrestato.

Dove buttare l’olio se non nel lavandino?

Come evitare quindi multe o carcere, ma soprattutto di danneggiare irreparabilmente l’ambiente? Anche se non molto pubblicizzate, in molti Comuni vi sono isole ecologiche nelle quali è possibile portare l’olio raccolto nel corso del tempo (l’olio usato può essere tenuto in casa fino a un anno). Il sito del CONOU (Consorzio Nazionale per la gestione, raccolta e trattamento degli Oli minerali Usati) offre una mappa interattiva dove è possibile inserire la propria città e cercare il punto di raccolta più vicino.

In assenza di queste piattaforme ecologiche, alcuni benzinai così come alcuni supermercati o attività commerciali raccolgono gratuitamente il grasso usato. In alternativa l’olio si può portare in discarica, anche se non è la scelta migliore in quanto non tutte sono adibite alla raccolta di liquidi. Più raramente, tra i bidoni della raccolta differenziata si può trovare quello apposito per l’olio usato.

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Oltre a sapere dove buttarlo, è importante sapere che fine fa

Ma cosa ne fanno, dopo, di questo olio se non è disperdibile nell’ambiente? L’olio usato diventa solitamente biodiesel o lubrificante per macchine agricole, oppure può servire per produrre saponi e cosmetici. Come sempre, comunque, vige la regola di ridurre e controllare le quantità di olio utilizzato in cucina, sia per la nostra salute sia per quella della nostra Madre Terra.

The true cost: quanto costa davvero la moda?

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Sei convinto che quella maglietta ti stia bene. Il modello va di moda, la taglia è giusta, il colore è originale. Un mese dopo sei convinto che quella maglietta ti stia male. Non va più di moda, si è ristretta, il colore non ti sta bene. Oppure ti sta ancora bene, e proprio per quello ne vuoi un’altra. E allora ne compri un’altra, che tanto costa poco.

Ma qual è il vero costo dei vestiti che compriamo? Il documentario The true cost pone sotto i riflettori una delle industrie più inquinanti e meno etiche del mondo: quella della moda. La moda è infatti la seconda industria più inquinante dopo quella del petrolio, a causa sia dello sfruttamento delle risorse naturali, sia dei metodi di lavorazione dei tessuti.

Il nuovo schiavismo della moda

Prima di tutto, però, The true cost mostra come questa inutile e superficiale catena produttiva pesi sulle vite di milioni di persone, sfruttate ai limiti dello schiavismo da grandi aziende con sedi in India e in generale nel sud dell’Asia.

Le compagnie di moda, soprattutto quelle della cosiddetta “fast fashion”, richiedono alle fabbriche tessili enormi quantità di vestiti in pochissimo tempo, senza prendersi la responsabilità delle conseguenze. Non essendo infatti le fabbriche di loro proprietà e non operando sul suolo nazionale, i magnati della moda non possono controllare ciò che in queste fabbriche succede: condizioni di lavoro precarie, orari lavorativi fuori dal limite umano, instabilità degli edifici, rifiuti tossici dispersi nell’ambiente. Ecco il vero prezzo da pagare per quella maglietta che tanto ci piaceva.

Leggi anche: “La fast fashion è il patibolo del pianeta”

https://www.youtube.com/watch?v=QPMU1VHgmEo

Cotone OGM e pesticidi

Lo scopo del documentario, comunque, non è quello di denigrare totalmente il mondo della moda, bensì quello della moda non sostenibile. I vestiti e gli accessori possono essere considerati una forma di creatività, un modo di esprimere la propria personalità oltre che, ovviamente, espletare la loro funzione primaria, quella del coprirsi. Ma tutto ciò deve essere fatto in modo consapevole, comprando quello che poi effettivamente si usa, informandosi sulla sua provenienza e sul modo in cui il materiale è stato trattato.

Anche i tessuti prodotti in Occidente non sono sempre sostenibili. Molto del cotone in commercio è infatti OGM, ovvero modificato geneticamente in modo che possa crescere sempre, senza dipendere dai cicli naturali. Questo tipo di cotone chimico richiede l’utilizzo di pesticidi altrettanto chimici e il bombardamento di sostanze tossiche che ne deriva è spesso causa di malattie mortali per i contadini. Acquistare vestiti fatti con cotone biologico, quindi, è una scelta sicuramente più consapevole.

Leggi anche: “Armani contro la fast fashion: è immorale”

the true cost moda

The true cost svela l’ombra oscura della moda

Un’altra ombra oscura dietro al mercato della moda e che il film mette in luce è quella dei rifiuti. I tessuti infatti non si decompongono se non dopo oltre 200 anni, rilasciando nell’aria gas dannosi per noi e per l’ambiente. Ogni americano butta circa 37 chili di tessuti in un anno, per un totale di 11 milioni tonnellate.

Inoltre, i vestiti donati in beneficenza sono molti di più rispetto a quelli che effettivamente vengono consegnati ai paesi più poveri e spesso vengono inviati proprio nei paesi produttori di vestiti. Vestiti che, però, non sono per loro, bensì per gli occidentali, che poi li scarteranno e li manderanno a chi quei vestiti li ha cuciti. Un circolo vizioso che comprende tutto, dal trasporto delle merci, all’inquinamento, allo sfruttamento. E il suo motore siamo noi, che compriamo incessantemente e inconsapevolmente quantità di vestiti di cui nessuno ha davvero bisogno.

Leggi anche: “Quei vestiti delle feste messi una volta. Come evitare lo spreco”

Per maggiori informazioni e per scaricare il film visita il sito ufficiale

Il documentario è disponibile sulla piattaforma Amazon Prime Video.

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Macchine elettriche: perché convengono

macchine elettriche

Il 2019 potrebbe essere l’anno del boom delle macchine elettriche. I modelli a disposizione dei potenziali acquirenti stanno aumentando di giorno in giorno ed entro la fine dell’anno tutte le principali case automobilistiche ne avranno immesso almeno uno sul mercato. I prezzi stanno diventando sempre più accessibili. Ed inoltre esistono ottimi incentivi messi a disposizione dei consumatori che decidono di fare questa scelta green. I vantaggi ambientali della mobilità elettrica sono talmente evidenti che non è necessario scendere troppo nel dettaglio. Basti dire che le emissioni generate dal settore dei trasporti sono più del 15% del totale a livello mondiale. Ciò che questo articolo si propone di fare è invece scoprire se esiste anche una convenienza economica.

Leggi anche: “Perché le auto elettriche non si diffondono?”

Quanto risparmia chi compra una macchina elettrica

Secondo il blog specializzato VaiElettrico, il primo in Italia a raccogliere le opinioni dei consumatori in questo settore, l’utilizzo di un’auto elettrica permette di risparmiare intorno ai 2.000 euro annui. Se si proietta questo risparmio in un arco di temporale di 10 anni, una durata di vita plausibile per una macchina, arriviamo a toccare un risparmio di circa 20.000 euro. Una cifra decisamente maggiore rispetto alla differenza di prezzo che troviamo oggi tra le macchine elettriche e quelle alimentate con carburanti tradizionali. Differenza di prezzo di listino che, va ammesso, ad oggi esiste ma che, sul lungo termine, è più che giustificata e che verrà comunque ridotta col tempo.

Come si genera questo risparmio

Il risultante risparmio di almeno 2.000 euro all’anno è calcolato su una percorrenza di 15.000 km. Ecco come si genera:

  • Incentivo statale di almeno 4.000 euro, estendibile fino a 6.000 in caso di rottamazione di un vecchio veicolo, sul prezzo di listino.
  • Esonero dal pagamento del bollo per i primi 5 anni
  • Riduzione del costo del tagliando che può arrivare fino a 200 euro
  • Riduzione del costo RCA fino al 50%
  • Minor costo del carburante, specialmente se si ricarica l’auto in casa

Gli scooter elettrici: amici degli spostamenti in città

Un altro modo per ridurre il proprio impatto ambientale legato alla mobilità è l’acquisto di uno scooter elettrico. Allo stesso modo sono disponibili sul mercato anche biciclette elettriche, più che adatte a percorrere distanze anche discretamente lunghe. Queste due alternative sono sicuramente più economiche dell’auto e allo stesso modo convenienti da un punto di vista ambientale, oltre che ideali per l’utilizzo in città.

Un Lifan e3 ad esempio parte da un prezzo di 1.990 euro, a cui può essere applicato uno sconto di 600 euro per chi rottama il suo vecchio scooter, arrivando quindi a costare 1.390 euro. L’autonomia è di circa 60 km. Prezzi e durata della batteria sono simili anche per i modelli più economici di bici elettrica. Esistono, per chi se lo può permettere, anche alternative più costose e performanti.

Leggi anche: “Bonus Bici: l’Italia su due ruote?”

Quali critiche per le macchine elettriche

La prima domanda che viene fatta quando si parla di macchine elettriche è: “Ma poi come si ricarica?”. Se possiedi un garage o un vialetto in cui parcheggiare la macchina il problema è abbastanza relativo. È possibile, infatti, installare a prezzi contenuti un’apposita cassetta, e, stando alle dichiarazioni del Ministro Toninelli, dovrebbero presto essere disponibili incentivi anche per questo. Inutile dire che scegliere un fornitore di energia green abbassa ulteriormente l’impatto ambientale del veicolo. In alternativa, più diffuse nelle grandi città ma non solo, iniziano già a vedersi le prime colonnine pubbliche.

Altra critica che viene mossa è quella dello smaltimento delle batterie. Inoltre per produrle sono necessari processi e prodotti non propriamente eco-friendly. Considerando che lo stesso discorso, però, può essere fatto anche per i veicoli ad alimentazione “tradizionale” sembra un po’ di essere davanti alla storia del “bue che dice cornuto all’asino”. Inoltre in Italia è operativa “Cobat”, un’azienda specializzata nello smaltimento di rifiuti speciali e quindi anche di batterie.

Qualche problema in più potrebbe essere riscontrato per i viaggi lunghi, in quanto l’autonomia delle macchine elettriche difficilmente supera i 350/400 km. Sono tuttavia disponibili apposite App per il cellulare in cui vengono segnalati i punti di ricarica. Va inoltre precisato che per le tratte ad alto chilometraggio l’alternativa più ecologica sono sicuramente i trasporti pubblici su rotaia. Se inoltre si considera che in Italia circa l’80% degli spostamenti in macchina avvengono su distanze inferiori a 25 km, anche questa critica poggia su basi non proprio solide.

I principali modelli di macchine elettriche sul mercato

Le alternative più economiche sono sicuramente le “city car”. Tra queste la Smart ForTwo con un prezzo di listino di 24.748 euro a cui vanno tolti almeno 4.000 di incentivo, così come per tutti gli altri prezzi sotto elencati. Una ForFour costa appena 700 euro in più. A salire troviamo la Volkswagen E-up, il cui prezzo pieno è di 27.000 euro. Per chi avesse esigenza di avere macchine più spaziose ci sono la Peugeot 208 a a 32.000 euro o la Renault Zoe a 34.000.

Per una Mini elettrica occorre invece spendere 40.000 euro. Sulla stessa fascia di prezzo anche la Golf, la BMW i3 e la Kia Niro. Uno dei modelli elettrici più venduti su scala mondiale è, però, la Nissan Leaf, che parte da 36.700 euro. Più costosa la pioniera Tesla, da 59.600 euro. Un investimento in proporzione più alto rispetto alle sorelle a benzina ma che viene ammortizzato in pochi anni e che sul lungo termine, come già detto, genera addirittura risparmio. Per chi invece ha necessità di trovare prezzi più abbordabili sono già disponibili alcuni modelli usati.

Metano e GPL: quanto sono sostenibili?

Non è necessario soffermarsi troppo sull’insalubrità dell’utilizzo di macchine a Diesel e Benzina, che hanno sicuramente i giorni contati. Vogliamo tuttavia esporre i problemi relativi alle macchine a GPL e Metano, alternative percepite come sostenibili ma che, in realtà, non possono più essere considerati come tali. Se infatti è vero che questi veicoli inquinano meno, lo è altrettanto dire che lo fanno di più di quelli elettrici. Come si evince dal nome il GPL, o Gas Petrolifero Liquefatto, è un derivato del petrolio e, di conseguenza, crea problemi ambientali simili a quelli della benzina o del Diesel.

Il metano invece, spesso percepito come sostenibile, è un gas climalterante 25 volte più potente della CO2. Si dovrebbe aprire una parentesi sul BioMetano, generato dagli scarti delle filiere agricole e dai nostri rifiuti organici, ma la sua produzione difficilmente sarà finalizzata al mercato dei carburanti. O comunque non sarà in grado di coprirne tutta la domanda. Va inoltre fatto notare come anche il costo iniziale delle macchine con questo tipo di alimentazione sia più alto dei modelli a benzina: la differenza di prezzo coi modelli elettrici è quindi minore. Inoltre l’elettricità, in proporzione, costa meno di entrambi questi carburanti, fattore sicuramente da considerare quando si valuta quale sia l’opzione più economica.

Il futuro è fatto di macchine elettriche

Mentre in Italia lo sviluppo di questo mercato sta andando un po’ a rilento, in altri paesi si è già intrapresa la strada giusta. In Cina, ad esempio, si possono contare già più di 200 modelli di auto elettriche sul mercato con conseguente calo dei prezzi. Promettente anche la situazione tedesca, dove la Volkswagen ha dovuto chiudere le prenotazioni per la sua E-up a causa delle troppe richieste.

Risulta inoltre verosimile ipotizzare che il trend di diminuzione del prezzo che le batterie hanno subito negli ultimi anni continuerà a verificarsi, risultando quindi anche in un calo del costo dei veicoli. Sempre in Cina stiamo assistendo anche ad un’invasione di autobus elettrici. Stesso discorso per Santiago del Chile. Questo a conferma che a mancare non sono tanto i soldi, quanto il desiderio da parte delle istituzioni di attuare una transizione ecologica sempre più urgente e, sul lungo termine, inevitabile. Forse è il caso di iniziare sin da subito, per non ritrovarsi, come al solito, a dover rincorrere gli altri.