Impronta ecologica: cos’è e come calcolarla

Avete mai sentito parlare di “impronta ecologica”? Si tratta di un valore che calcola di quante risorse naturali l’uomo ha bisogno e le confronta con la capacità della Terra di rigenerare quelle risorse. Spesso siamo convinti di vivere in modo sostenibile solo perché riduciamo l’utilizzo di plastica, e la poca che usiamo viene riciclata, oppure perché installiamo delle lampadine al Led. O, ancora, perché compriamo carne non proveniente da allevamenti intensivi. E ben vengano le buone abitudini.

Tuttavia in un discorso complicato come quello della sostenibilità meglio fare affidamento sulla scienza per scoprire quale sia veramente l’impatto ambientale di ognuno di noi. Ecco che ci viene in aiuto, come spesso accade, il web. Esistono infatti diversi siti in cui sarà possibile compilare un questionario per scoprire quanto davvero si viva in modo sostenibile. Attenzione! I risultati potrebbero non essere quelli sperati e le brutte sorprese sono dietro l’angolo.

Per dare un’idea della portata del problema basti dire che ogni anno, a livello globale, vengono consumati 1,9 pianeti. Questo vuol dire che consumiamo quasi il doppio delle risorse rispetto a quelle che la Terra può mettere a disposizione in un anno. E questo, solamente per colpa dei paesi sviluppati. I paesi più poveri, infatti, sono ben al di sotto della soglia di sostenibilità, Questo significa, in parole povere, che il nostro stile di vita, o almeno quello della maggior parte di noi, non è affatto sostenibile e a pagarne le conseguenze saranno le generazioni future, che saranno costrette a “pagare il debito” che stiamo contraendo con la Terra. Tuttavia, prendendo consapevolezza delle nostre pecche grazie agli strumenti online disponibili su vari siti, e di cui vi parliamo più in basso, è possibile aggiustare il tiro. Serve solo un po’ di buona volontà!

Definizione di impronta ecologica

La Treccani da questa definizione:

Strumento che permette di stimare l’impatto, in termini di consumo di risorse e accumulazione di rifiuti, delle attività economiche di produzione o di consumo di un individuo o di una collettività. Può quindi essere visto come un possibile contributo verso il superamento del prodotto interno lordo quale unica misura di sviluppo economico.

I fattori che vengono presi in considerazione nel calcolo

Sono davvero tanti gli elementi che vanno a determinare il proprio impatto ambientale. Qualche aereo preso di troppo o l’inefficienza energetica del condominio in cui vivi, per fare un esempio, sono sufficienti ad annullare quanto di bene fatto sotto altri punti di vista. Da prendere in considerazione sarà ovviamente anche il mezzo con cui ci spostiamo tutti i giorni, il tipo di energia che utilizziamo, se proveniente da un fornitore green oppure no, il modo in cui mangiamo e facciamo la spesa, la quantità di vestiti che compriamo, la percentuale di rifiuti che ricicliamo e tanto altro.

La sostenibilità è composta da tantissimi tasselli e per riuscire a completare il puzzle è necessario impegnarsi a dovere. Ecco qualche sito che viene in nostro aiuto per aiutarci a correggere il tiro. Non vi serviranno più di 5 minuti.

Alcuni siti dove puoi calcolare la tua impronta ecologica

  • Il primo che segnaliamo è FootPrintCalculator, ideato dal Global Footprint Network. La pagina è in inglese ed è necessario inserire la propria mail nell’apposito form. Alla fine del test scoprirete quanti pianeti servirebbero a sostenere l’umanità se tutti avessero le vostre stesse abitudini e quale sia invece il vostro Overshoot Day personale, ovvero il giorno che segna l’esaurimento delle risorse rinnovabili che la Terra è in grado di rigenerare in un anno. Alla fine del test ti sarà possibile consultare i tuoi risultati per capire quale siano i fattori a maggior impatto in rapporto al tuo stile di vita.
  • A seguire ecco quello di WWF Svizzera. Al momento il test non è disponibile sul sito di WWF Italia per problemi di mantenimento, per cui dovremo accontentarci di quello elvetico.  I procedimenti sono simili, con la differenza che alla fine di questo test i tuoi risultati verranno comparati con gli obiettivi Europei di sostenibilità al 2020. Alla fine del test vi basterà inserire “Altro” alla voce “regione di appartenenza” ed il gioco è fatto.
  • Il terzo sito che segnaliamo si differenzia lievemente dagli altri in quanto riesce a calcolare l’impronta ecologica per ogni personale “settore di emissione”: si chiama CarbonFootPrint. Per farlo occorre armarsi di dati abbastanza specifici sull’efficienza della rete elettrica e della fornitura di gas della propria casa. In aggiunta basterà compilare campi relativi ai soliti sospetti: trasporto e abitudini di consumo generali.
  • MioEcoMenù è un altro sito interessante. Il suo scopo è quello di calcolare l’impatto ambientale di un pasto. Basterà inserire le quantità degli ingredienti che abbiamo utilizzato per prepararci il pranzo e sapremo subito se quel piatto può essere considerato sostenibile o meno. Vi diciamo già che se inserirete carne o latticini il valore aumenterà sensibilmente.

Dal calcolo dell’impronta ecologica ad un cambio di abitudini

Ora non vi resta che collegarvi a uno di questi siti per scoprire quanto siate veramente green. Una volta scoperto quali siano le vostre personali cattive abitudini sarà più facile abbassare la propria impronta ecologica. Se vogliamo che il mondo cambi e diventi più ecologico siamo noi a dover fare il primo passo. Primo passo che consiste in una reale ed oggettiva presa di coscienza delle azioni da compiere nella vita di tutti i giorni per diminuire il proprio impatto ambientale. Una correzione delle proprie abitudini passa necessariamente da un processo di comprensione del problema. E spesso può essere molto più facile di quanto sembri.

Spreco alimentare: arriva l’app che salva il cibo dalla spazzatura

Si chiama TooGoodToGo ed è stata fondata nel 2015 a Copenaghen. Ad oggi può contare su più di 8 milioni di utenti che aiutano l’azienda a combattere uno dei problemi più trascurati della società di oggi: lo spreco alimentare. Solo in Italia ogni anno più di 10 milioni di tonnellate di cibo finiscono nel cestino dell’immondizia senza essere consumate. Sono circa 317 kg al secondo. Tradotto in Euro significa gettare 17 miliardi l’anno nella spazzatura. A livello mondiale circa 1/3 del cibo prodotto viene sprecato.

Nonostante non finiamo per consumarli, questi alimenti necessitano comunque di risorse per essere prodotti e, di conseguenza, contribuiscono alle emissioni di gas serra con un peso dell’8% sul totale dei gas ad effetto serra antropogenici immessi ogni anno in atmosfera. Insomma, non solo utilizziamo in maniera poco efficiente le risorse già eccessivamente stressate del pianeta producendo enormi quantità di carne e latticini, ma finiamo anche per buttarli nella spazzatura.

I numeri della piattaforma

L’app, da qualche settimana disponibile negli store italiani, è già stata lanciata in diversi paesi dell’Unione Europea prevenendo l’immissione in atmosfera di 25.541 grammi di CO2 che si sarebbero invece generati con lo smaltimento dei rifiuti. L’idea nasce quando, dopo aver partecipato ad una cena a buffet, i fondatori hanno visto enormi quantità di cibo ancora buono finire nella spazzatura.

In quel momento è scattato qualcosa in loro, che hanno quindi deciso di mettere mano al problema. L’ambizione, si legge su loro sito, è quella di arrivare ad “un mondo senza sprechi scommettendo sul potere delle persone”. I risultati sono più che soddisfacenti. La startup sta crescendo “alla velocità della luce” e ad oggi rappresenta la più importante realtà di riduzione del surplus alimentare al mondo.

Combattere lo spreco alimentare: come funziona TooGoodToGo

Combattere lo spreco alimentare non è mai stato così facile. Basterà scaricare l’app o registrarsi sul loro sito web, geolocalizzarsi e controllare quali siano le attività che aderiscono all’iniziativa nella tua zona. Allo stesso tempo i commercianti immettono nella piattaforma degli annunci per delle “Magic Box” che avranno un prezzo variabile dai 2 a 6 euro. L’utente può prenotarne una, e pagarla, tramite un click e recarsi al punto vendita per il ritiro. Già dal momento del lancio la soluzione è stata adottata da Carrefour Italia, dai ristoranti biologici EXKi e da Eataly, presso il punto vendita di Milano Smeraldo. Ed è proprio nel capoluogo lombardo che TooGoodToGo ha iniziato a concentrare la sua attività, con l’obiettivo di espandersi in tempi brevi in tutta la penisola.

https://www.youtube.com/watch?v=MLiArpuQV74

Il consiglio, per chi non risiede nell’area milanese, è di giocare d’anticipo e controllare l’app già da ora, caso mai volesse sorprenderci. Se invece foste a conoscenza di qualche commerciante a cui potrebbe fare comodo ridurre lo spreco alimentare del proprio negozio, gli basterà contattare l’azienda tramite l’apposito form presente nel sito web ed il gioco è fatto. Vince il consumatore, che acquista cibo a prezzo ridotto, il commerciante, che non è più costretto a gettare le eccedenze nella spazzatura, e, soprattutto, il nostro caro ambiente.

Earth Overshoot Day: la Terra va ogni anno in bancarotta

Se il pianeta Terra fosse un’azienda, sarebbe in bancarotta. Questa non è solo una metafora per spiegare, più o meno, cos’è il sovrasfruttamento. Non esiste nessun più o meno: la Terra è sovrasfruttata. Ogni anno da ormai troppo tempo preleviamo dal conto terrestre più di quanto abbiamo a disposizione. L’organizzazione non governativa Global Footprint Network ha deciso di calcolare ogni anno in modo preciso, rigoroso e scientifico l’Overshoot Day del Pianeta. L’Overshoot Day di un dato anno è il giorno in cui la richiesta da parte dell’umanità di risorse e servizi ecologici supera quello che la Terra può rigenerare in quello stesso anno.

Definizione di Overshoot Day

Dal sito ufficiale dell’Overshoot Day abbiamo tradotto questa definizione:

La data in cui la richiesta dell’umanità di risorse e servizi ecologici in un determinato anno, supera la capacità del pianeta di rigenerarla in quello stesso anno. Manteniamo questo deficit liquidando enormi stock di risorse ecologiche e accumulando “rifiuti”, su tutti la CO2 immessa in atmosfera.

Nel 2020 questa data è caduta il 22 agosto, in lieve ritardo rispetto all’anno precedente “grazie” alla pandemia in atto. Ma, come vedremo più avanti, i grafici dimostrano che si è trattato solo di una pausa temporanea. Già da quest’anno, infatti, il trend è tornato negativo, con l’Overshoot Day che è caduto proprio oggi: 29 luglio.

1970-2019: un veloce tracollo

Nel 1970, quando la popolazione era costituita da poco più di 3 miliardi di individui, i nostri bisogni non richiedevano alla natura molto più di quanto questa offrisse. In questo anno infatti l’Overshoot Day è caduto il 29 dicembre. Da qui in poi, il tracollo è stato esponenziale. Nel 1971 la data è stata il 20 dicembre e, già nel 1976, il 16 novembre. Negli anni ’80 e ’90 siamo passati da novembre a ottobre. Con il nuovo millennio, l’Overshoot Day è caduto ogni anno sempre prima, arrivando nel 2012 al 22 agosto. Questo significa che in 234 giorni abbiamo speso il patrimonio che avremmo dovuto utilizzare in 365 giorni. Nel 2018 l’Overshoot Day è caduto il 1 agosto. Nel 2019, è stato il 29 luglio battendo ogni record. Nel 2020 solamente la pandemia mondiale ha impedito che il primato venisse battuto, posticipandolo al 22 agosto per motivi di ordine superiore.

overshoot day

Come si calcola l’Earth Overshoot Day

Come viene calcolato l’Overshoot Day di un determinato anno? Proprio come una dichiarazione bancaria. Global Footprint Network infatti traccia il reddito e le spese del Pianeta, misurando la domanda della popolazione e l’offerta di risorse e servizi da parte degli ecosistemi. Per quanto riguarda la domanda, essa consiste nell’ impronta ecologica dell’umanità, ovvero nei beni necessari al mantenimento del suo stile di vita. Essi sono i prodotti alimentari e le fibre vegetali, il bestiame e i prodotti ittici, il legname e i prodotti forestali. Oltre che, ovviamente, lo spazio per le infrastrutture urbane e il patrimonio vegetale necessario ad assorbire le emissioni di biossido di carbonio. L’offerta, invece, consiste nella biocapacità di una città, stato o nazione, ovvero i suoi terreni forestali, i pascoli, le colture, le zone di pesca e i terreni edificati. A questo punto Global Footprint Network divide l’offerta, ovvero la biocapacità del pianeta, per la domanda, cioè l’impronta ecologica degli uomini. Dopodiché, moltiplica il numero ottenuto per 365 e ottiene il numero di giorni di quell’anno in cui la biocapacità terrestre è sufficiente a fornire l’impronta ecologica degli uomini.

L’Overshoot Day dell’Italia

Nonostante ci sia una percezione piuttosto diffusa che il nostro stile di vita possa essere in qualche modo considerato sostenibile, magari perché ricicliamo tanto o perché andiamo a pulire le spiagge dalla plastica, i dati ci mostrano un ritratto completamente diverso per quanto riguarda il nostro paese, e non solo. Lo scorso anno, che è stato influenzato positivamente in questo senso dalla pandemia, per l’Italia il “Giorno del superamento terrestre” è caduto il 22 Maggio. Nel 2021 invece è caduto il 13 Maggio. Ogni anno consumiamo quindi il doppio delle risorse a cui avremmo diritto.

Questo trend è confermato anche da tutti gli altri paesi “sviluppati” del mondo. Se non ci fossero i paesi sottosviluppati ad agire ben al di sotto della soglia di sostenibilità, la situazione sarebbe a dir poco pessima e, con ogni probabilità, irrecuperabile.

La bancarotta

Se la domanda di beni ecologici da parte di una popolazione supera l’offerta, quella regione avrà quello che è stato chiamato un “deficit ecologico”. Una nazione che si trova in queste condizioni, per non deludere la domanda interna, ha davanti a sé diverse scelte. O continua a utilizzare i propri beni, fino alla totale liquidazione (pescando eccessivamente, per esempio). Oppure inizia a importare materie prime da nazioni che ne hanno in abbondanza. Entrambe le opzioni, però mantengono comunque alto il deficit poiché liquidano gli stock di risorse ecologiche terrestri e accumulano rifiuti, principalmente anidride carbonica nell’atmosfera. In questo modo quindi il superamento ecologico non viene eliminato, ma solo rimandato.

A livello globale questo ragionamento è molto meno fattibile. Infatti se si considera l’intero pianeta il superamento ecologico coinciderà con il deficit ecologico, poiché non vi è alcuna possibilità di importazione netta di risorse sulla Terra. Da un altro curioso punto di vista, infatti, si può dire che ci servirebbe un’altra “mezza” terra dalla quale importare le risorse per soddisfare appieno i nostri bisogni. Anzi, per essere precisi, con l’Overshoot day di quest’anno, i nostri consumi richiedono l’equivalente di 1,7 pianeti Terra.

Chi è il colpevole?

È anche interessante però considerare gli Overshoot Day di ogni paese. Prevedibilmente, l’Overshoot Day dei Paesi più ricchi cade molto presto: per l’Italia è il 24 maggio, per la Svezia è il 4 aprile, per gli Stati Uniti è il 15 marzo e addirittura il 9 febbraio per il Qatar. I Paesi più poveri e quindi paradossalmente anche quelli meno preparati ad affrontare le conseguenze del cambiamento climatico, come le siccità o l’innalzamento del livello del mare, hanno un Overshoot Day un po’ migliore. Il Vietnam è in testa con il 21 dicembre, seguito da Jamaica (13 dicembre), Cuba (19 novembre) e Colombia (17 novembre). I Paesi non presenti in questa lista sono quelli che ancora non hanno superato l’Overshoot day e che quindi vivono solamente con le risorse che il pianeta mette loro a disposizione per quell’anno. Questi sono, per esempio, l’Islanda, l’Afghanistan, il Pakistan, il Bangladesh, l’India, l’Indonesia e Nuova Zelanda. Quasi tutti gli stati africani, specialmente dell’area sub sahariana, non hanno mai raggiunto un Overshoot Day.

La soluzione

Forse siamo ancora in tempo per intraprendere la terza e più giusta via, la quale però comporta una modifica radicale delle nostre abitudini. Ma non dobbiamo allarmarci, non sarà necessario privarci di tutte le risorse economiche. Anzi, la buona notizia è che questa trasformazione non è solo tecnologicamente possibile, ma è anche economicamente vantaggiosa ed è la nostra migliore possibilità per un futuro prospero.

Secondo il sito ufficiale dell’Earth Overshoot Day, I settori sui quali bisogna agire compiendo scelte sia individuali che collettive sono quattro:

  • Le città: il modo in cui le costruiamo e le gestiamo deve essere compatto e integrante invece di scomposto e segregante.
  • Il modo in cui produciamo energia: bisogna eliminare i combustibili fossili e passare alle fonti rinnovabili.
  • La produzione, distribuzione e consumo del cibo: preferire una dieta locale e a base vegetale invece che industriale e a base animale.
  • Quanti siamo: controllare la crescita demografica, anche e soprattutto attraverso l’emancipazione femminile.

Sembrano (e sono) obiettivi importanti e apparentemente irraggiungibili. Nei fatti però non servono grandi sacrifici per cambiare le nostre abitudini, anche gradualmente, almeno per quanto riguarda i consumi energetici, le abitudini alimentari e il controllo del numero di persone da sfamare nelle nostre famiglie.

Cosa puoi fare tu?

Se, arrivato in fondo all’articolo, pensi di dover iniziare anche tu a fare la tua parte, sei capitato nel posto giusto. L’EcoPost, oltre che essere un blog di informazione ambientale, offre al suo pubblico anche tutta una serie di materiale utile a ridurre l’impatto ambientale del proprio stile di vita.

Qui puoi trovare il nostro articolo sui siti web in cui puoi andare a calcolare la tua personale impronta ecologica, per capire in che modo tu possa abbassarla rientrando entro i limiti di sostenibilità. In generale, infatti, questo tipo di discorso è applicabile non solo alle nazioni, ma anche a tutti noi. Proviamo a pensare, ad esempio, che anche ognuno di noi ha solo un pianeta a disposizione da consumare ogni anno. Il modo in cui ognuno decide di farlo è ovviamente soggettivo. C’è a chi può pesare meno non usare più la macchina. Per qualcun altro invece potrebbe essere più facile ridurre il consumo di carne e latticini, o magare smettere di prendere l’aereo. Ognuno è libero di fare la propria scelta. Ciò che conta è modificare il proprio stile di vita per rientrare entro questi limiti.

Se vuoi altri consigli da applicare alla tua vita di tutti i giorni puoi anche consultare la nostra guida in 15 punti su come cambiare il tuo stile di vita per farlo diventare sostenibile. Perché ricorda, se vuoi che il mondo cambi come desideri, tu devi essere il primo a farlo. Il movimento ambientalista, per vincere la sua battaglia, deve basarsi su una profonda coerenza e unità d’intenti. Solo così potremo riuscire a fermare l’avanzata del cambiamento climatico!

Smartphone ecologico: oggi c’è Fairphone

smartphone ecologico

L’azienda Fairphone ha sede in Olanda e ha già commercializzato due versioni dello smartphone ecologico, vendendo centinaia di migliaia di telefoni. La missione è quella di fornire un prodotto di qualità che possa durare molto di più di uno smartphone “tradizionale”, a volte prodotto appositamente per avere vita breve. I materiali che vengono utilizzati per produrlo sono riciclati oppure provenienti da una filiera certificata come sostenibile. Come se non bastasse, Fairphone ha una particolare attenzione anche verso le condizioni dei lavoratori, un fattore che spesso non è riscontrabile nelle fabbriche delle altre marche più conosciute, le quali non esitano ad avvalersi di manodopera a bassissimo costo, orari di lavoro disumani e, nei casi peggiori, anche sfruttamento minorile.

fairphone

Numeri di una follia

La nostra malattia di consumo di apparecchi elettronici sta degenerando. Si stima che oggi, nel mondo, siano già stati venduti più di 7 miliardi di smartphone. Una cifra enorme se si pensa che prima di 7 anni fa le persone ad averne uno erano in netta minoranza. Come tutti i fenomeni che prendono piede su larga scala, e che non vengono regolati a dovere, anche in questo caso ci sono degli effetti collaterali di cui è una delle vittime è l’ambiente.

Ognuno di questi dispositivi è infatti composto da una parte di materiali reperibili solo in miniera e con processi di lavorazione che lo rendono, al pari di moltissimi altri oggetti tecnologici, uno dei beni con più alto impatto ambientale di tutti. Se a questo aggiungiamo il nostro incontrollabile desiderio di essere “alla moda” ed un conseguente consumo eccessivo di questi prodotti, non è difficile immaginare perché all’ambiente questo non piaccia affatto.

Perchè scegliere un Fairphone

Per rendere così efficienti dei dispositivi così piccoli è necessario ricorrere all’utilizzo di diversi minerali che rendono quindi lo smartphone un oggetto ad alto impatto ambientale. Su tutti il Coltan, di cui troviamo i principali giacimenti in Congo e Brasile. La creazione di queste miniere, così come di tutte le operazioni atte ad estrarre delle risorse naturali dal sottosuolo, possono difficilmente essere considerate sostenibili. Stesso discorso per cobalto, carbonio, alluminio e, ovviamente, litio.

L’estrazione, il trasporto, la lavorazione ed infine lo smaltimento di tutti questi elementi è un problema non da poco in termini di sostenibilità, soprattutto se si considera l’altissimo tasso di ricambio di questi oggetti da parte della collettività. Se ai problemi ambientali aggiungiamo quelli dello sfruttamento dei lavoratori nelle miniere, possiamo renderci conto di quale sia il vero costo di uno smartphone che, alla fine del suo lungo viaggio, viene venduto per qualche centinaio di euro. Attenzione allo smaltimento che, se non effettuato in modo corretto come avviene nella maggior parte dei casi, va ad immettere materiali altamente tossici nell’ambiente che ci circonda.

I costi esternalizzati degli oggetti tecnologici

Cogliamo l’occasione per dare una regola generale quando si fanno acquisti. A un prezzo basso sul mercato corrisponde quasi sempre un riversarsi di questi costi sull’ambiente o sui lavoratori, a meno che non sia la materia prima in sé per sé ad essere particolarmente economica. Per rendersene conto basta recarsi in un qualsiasi punto vendita della grande distribuzione del settore tecnologico, e non solo. Camminando tra gli scaffali degli utensili da cucina vi magari vi imbattete in un frullatore a immersione da 10 euro.

Fermatevi un attimo e riflettete. Quell’oggetto proviene verosimilmente dalla Cina o da un altro paese dove la manodopera costa meno. Se provate a scomporlo noterete che l’oggetto è composto da diverse parti e da materiali tra loro eterogenei. C’è la presa per la corrente, la testa con le lame ed infine il motore vero e proprio composto da chissà cosa. Il tutto ovviamente rivestito di plastica.

Servono più modelli come Fairphone, lo smartphone ecologico

Tutti questi materiali sono stati prodotti, probabilmente senza rispettare gli standard ambientali minimi, in diverse parti del mondo per poi essere trasportati nella fabbrica dove degli operai, sottopagati e sfruttati, o delle macchine hanno assemblato il tutto. Dopo di che il frullatore è stato inserito nel suo packaging, di solito ancora in plastica, per poi essere spedito in Italia ed infine smistato nel punto vendita. Dal prezzo che tu paghi per acquistarlo il venditore deve anche riuscire ad avere un margine di guadagno sufficiente a pagare i commessi e tutte le altre spese di gestione del punto vendita.

Com’è possibile? A pagare quello che non stai pagando tu sarà, nella maggior parte dei casi, o l’ambiente o il lavoratore sfruttato. Oppure entrambi. Giusto o no? Ad ognuno le proprie opinioni, ma vale la pena rifletterci un attimo.

Quanto costa un Fairphone e dove comprarlo

Il Fairphone 2, quello attualmente disponibile, è uno smartphone ecologico con un costo di circa 590 euro. Un prezzo che sembra alto, ed effettivamente lo è se si prendono in considerazione le prestazioni del telefono, che sono paragonabili a modelli di fascia più bassa – che comunque a nostro modo di vedere sono più che sufficienti. Per chi volesse esagerare è possibile anche acquistarne uno ricondizionato a 299 Euro, al momento l’unico disponibile. Il modo migliore è quello di acquistare dal loro sito web, ma in Italia è stato distribuito anche da MediaWorld.

https://www.youtube.com/watch?v=6DW733G76BY

Ma la vera idea innovativa del prodotto sta nella sua progettazione. Il Fairphone è infatti assemblato in modo da far sì che possa durare praticamente in eterno. Il telefono è molto facilmente smontabile, anche da un principiante, proprio affinchè, in caso di guasto, il consumatore possa recarsi sul sito web dell’azienda ed ordinare il pezzo di ricambio che sarà poi in grado di montare da solo. Noi, per sicurezza, una mano da un esperto ce la faremmo dare, almeno le prime volte, ma per chi è appassionato del fai da te non sarà un problema aggiustarsi il proprio Fairphone.

Quindi, come comportarsi?

La prima regole per gli smartphone, così come per tutti gli oggetti tecnologici, è quella di cercare di farli durare il più a lungo possibile. In caso di guasto è sempre consigliabile tentare la riparazione. Quando invece siamo proprio costretti a disfarcene vale la pena fare il famoso “miglio in più” per smaltirlo in modo corretto. MediaWorld, ad esempio, si occupa del recupero degli oggetti tecnologici e sarà quindi sufficiente recarsi in un loro punto vendita per destinare il rifiuto, appartenente alla categoria “speciali” e quindi considerato altamente tossico, ai canali di riciclo o smaltimento più adeguati.

Spesso questi oggetti vengono infatti ricondizionati e rivenduti a prezzo minore, oppure smaltiti in modo corretto in delle apposite filiere. Un ulteriore consiglio è anche quello di valutare gli oggetti ricondizionati anche in fase di acquisto, dato che avranno un impatto ambientale nettamente minore di uno nuovo e riscontrano anche una grande convenienza nel prezzo. Insomma consumate di meno, magari in modo più etico, e riciclate di più. L’ambiente ve ne sarà grato.

Capsule caffè ricaricabili e compostabili: perchè sceglierle

Il mercato delle monodosi di caffè ha subito un’impennata vertiginosa negli ultimi anni e, come spesso accade in questi casi, questo sviluppo incontrollato e così repentino porta con sè delle problematiche ambientali non da poco. Le capsule da caffè non ricaricabili in cui il prodotto viene confezionato sono infatti difficilmente riciclabili e la loro produzione genera un’alta quantità di gas serra a causa dei materiali di cui sono composte. Spesso non si sa con precisione cosa ci sia dietro ad una minuscola capsula con qualche grammo di caffè, ed è raro che queste svengano smaltite in modo corretto. Parliamo di 10 miliardi di capsule vendute ogni anno nel mondo e di 120 mila tonnellate di rifiuti generate, di cui solo una piccola parte è composta da capsule compostabili. Ad Amburgo, per fare un esempio, ne è stato vietato l’utilizzo negli esercizi pubblici. Proviamo a prendere delle contromisure.

capsule-caffè-ricaricabili

Di cosa sono fatte le capsule

La maggior parte delle capsule “tradizionali” in commercio sono composte da alluminio e, nei casi peggiori, anche da plastica. L’eterogeneità del materiale rende dunque difficile il loro smaltimento e, per mancanza di sistemi di raccolta dedicati, si finisce per buttarle nell’indifferenziato. La prima cosa da sapere a riguardo è che i processi produttivi di questi materiali inquinano moltissimo ed è quindi consigliabile evitarli il più possibile.

Il loro smaltimento è allo stesso modo molto dannoso per l’ambiente, ragion per cui la soluzione migliore, una volta acquistate, è quella di tentare di riciclarle. Con le capsule tradizionali questa seconda opzione risulta più difficile, eccezion fatta per quelle della Nespresso che, se restituite presso i punti vendita, vengono riutilizzate. Va fatto notare come, riciclando una capsula in alluminio invece che produrne una nuova, si riduca il suo impatto ambientale del 95%.

La soluzione: le capsule caffè ricaricabili o compostabili

Consapevoli del problema, complice anche una richiesta da parte del mercato odierno di prodotti biodegradabili, i produttori non sono stati a guardare ed hanno provveduto a commercializzare delle alternative. La prima e più diffusa è quella delle cialde compostabili. Queste, una volta utilizzate, possono facilmente essere smaltite nel bidone dell’umido così da da conferirgli una seconda vita come fertilizzante per i campi.

https://youtu.be/b4AtkgAe6Mo

In alternativa, per chi volesse anche risparmiare qualche soldo, esistono delle capsule da caffè ricaricabili con il proprio caffè che poi possono essere lavate e riutilizzate o, in alternativa, riciclate. Queste spesso sono infatti composte da una pellicola in alluminio e un contenitore di plastica facilmente divisibili, in modo che possano essere smaltite adeguatamente.

Dove trovare le capsule da caffè ricaricabili o compostabili

Le cialde biodegradabili e quelle “pelabili”, nome tecnico per indicare le capsule da caffè ricaricabili, sono acquistabili facilmente, oltre che dai rivenditori autorizzati, anche online. Tutte le principali marche hanno provveduto a commercializzarle. Basterà quindi consultare il sito della marca desiderata per trovarle.

La speranza è dunque quella di passare progressivamente ad un utilizzo esclusivo delle alternative sostenibili. Per raggiungere questo scopo risulterà fondamentale un cambio di rotta anche da parte dei consumatori. Ridurre la propria impronta ecologica passa inevitabilmente da un cambio delle proprie abitudini di consumo. Anche dal modo in cui decidiamo di farci un semplice caffè.

Caffè e deforestazione

Quando si parla di caffè, o di altre materie prime prodotte in grandi monocolture come l’olio di palma, non si può non parlare di un problema ad esso connesso, ovvero la deforestazione. La domanda di questa bevanda a livello è mondiale è tra le più alte a livello assoluto. Produrne in così grandi quantità genera inevitabilmente dei problemi ambientali. Alti tassi di disboscamento sono stati infatti collegati alla produzione di caffè. Bisogna quindi cercare di fare attenzione anche quando si sceglie la marca da comprare. Vanno sicuramente privilegiati prodotti equosolidali, spesso più costosi. Oppure in alternativa, con una rapida ricerca su internet sarà facile scoprire se la nostra marca preferita rispetti o meno i criteri di sostenibilità ambientale nella commercializzazione del prodotto.

Inoltre la RainForest Alliance ha creato un marchio per certificare i prodotti che operano secondo dei criteri di sostenibilità ambientale. Non tutte le gamme di prodotti di un marchio rispetteranno questi criteri. Basterà leggere l’etichetta e, spesso, evitare il prodotto appartenente alla fascia di prezzo più bassa per mettere mano al problema.

La moka: regina della sostenibilità

Per quanto le capsule da caffè ricaricabili o compostabili possano essere considerate in generale un’alternativa sostenibile, c’è un’altra opzione che non è da meno. E la conosciamo tutti. La cara vecchia moka, infatti, è senza dubbio l’alternativa più ecologica quando si prepara un caffè. Non produce scarti, se non il fondo di caffè che andrà poi buttato nell’umido. Inoltre la mteria prima che utilizziamo ha subito molte meno lavorazioni, che nel caso delle capsule finiscono per alzare la loro impronta ecologica. Anche in questo caso, come spesso accade, basta fermarsi un attimo per riflettere su quello che consumiamo e guardarsi intorno alla ricerca di alternative sostenibili per riuscire ad abbassare il proprio impatto ambientale. Senza neanche dover faticare troppo.

Ridurre la plastica nell’igiene personale. Ecco come fare

L’igiene personale è importante tanto quanto ridurre il consumo di plastica. Unire le due cose, quindi, è una responsabilità che tutti dobbiamo assumerci, specialmente se pensiamo a quanti contenitori di plastica utilizziamo per la cura del nostro corpo. Ecco come ridurre la plastica nell’igiene personale senza compromettere la nostra preziosa routine:

No all’usa e getta

  • Non utilizzare i rasoi usa e getta. Investire in un rasoio permanente e riutilizzabile, con le lamette intercambiabili.
  • Sostituire gli assorbenti usa e getta con la coppetta mestruale. Comoda, utile e soprattutto riutilizzabile.
  • Prediligere il fai-da-te, soprattutto per le maschere viso che di solito sono usa e getta e confezionate nella plastica.

Occhio al materiale

  • Eliminare gli spazzolini di plastica e utilizzare quelli in legno o bamboo. In alternativa comprare gli spazzolini di plastica con la testina intercambiabile.
  • Non comprare prodotti cosmetici con microsfere esfolianti all’interno o dentifrici con microsfere. Spesso queste sono fatte di plastica, che finisce nelle tubature e poi negli oceani.
  • Per l’esfoliazione del viso e del corpo utilizzare prodotti “meccanici” come spazzole e spugne raschianti.

I cosmetici solidi

  • Per le mani e per la doccia usare le saponette e non più il sapone liquido. Dura molto di più e spesso sono imballate nella carta.
  • Utilizzare shampoo e balsamo solidi. Ebbene sì, è possibile eliminare del tutto i contenitori di plastica comprando questi prodotti che, al pari di una saponetta, si sciolgono a contatto con l’acqua, fanno schiuma e puliscono perfettamente i capelli.
  • Comprare dentifrici in polvere o comunque meno imballati di quelli tradizionali

Acqua e sapone

Ridurre al minimo i prodotti struccanti:

  • Usare l’acqua micellare contiene struccante, detergente e tonico in un solo prodotto.
  • Utilizzare gli oli vegetali (cocco o anche di oliva) per togliere al meglio il trucco occhi, anche con le mani. In questo modo si evita di comprare prodotti struccanti e utilizzare dischetti di cotone.
  • Utilizzare gli innovativi dischetti in microfibra i quali, imbevuti solamente di acqua, rimuovono alla perfezione il trucco del viso e degli occhi.

Nei supermercati asiatici foglie di banano al posto della plastica

Qualche giorno fa su Facebook sono comparse fotografie che sanno di aria fresca, specialmente nel Sud Est Asiatico, che combatte ogni giorno una lotta forse infinita contro la plastica. Nel supermercato Rimping di Chang Mai, nel nord della Thailandia, la verdura è imballata semplicemente con una foglia di banano.

Questa foglia, molto grande, spessa e quindi resistente, è perfetta per sostituire i materiali plastici. Inoltre, nel Sud Est Asiatico di banani se ne trovano in abbondanza e questo è un perfetto esempio sia di utilizzo dei prodotti locali, sia di sfruttamento intelligente e “anti-spreco” delle risorse naturali.

Una rapida diffusione

Poco tempo dopo che le foto in questione sono diventate virali, anche alcuni supermercati in Vietnam hanno seguito lo stesso esempio. A Ho Chi Minh City l’ esperimento è iniziato con i supermercati Saigon Co.op e Lotte Mart, quest’ultimo già sensibile al tema della plastica. Qui infatti sono vendute cannucce di carta e contenitori per il cibo fatti con gli scarti della canna da zucchero. Un rappresentante della catena ha affermato che imballare le verdure con le foglie di banano per ora è soltanto una prova, ma se funziona saranno felici di applicarla anche negli altri supermercati del Paese. Aggiunge inoltre che il banano potrebbe essere utilizzato per avvolgere anche altri prodotti come la carne.

A seguito di queste iniziative, anche la capitale del Vietnam nel nord del Paese non ha voluto essere da meno. Da lunedì scorso infatti la catena di supermercati Big C con sede ad Hanoi ha iniziato ad utilizzare le foglie di banano per imballare le verdure e sta pensando di estendere l’iniziativa anche nelle sedi al centro e al sud del Vietnam. Anche questo supermercato offre già la possibilità di acquistare sacchetti fatti con farina di mais e quindi totalmente biodegradabili.

Asia, la discarica degli USA

Queste iniziative sono importanti per una nazione come il Vietnam, che l’UNEP (United Nations Environment Programme) ha posizionato al quarto posto nel mondo per la quantità di rifiuti plastici gettati nel mare. In generale, il Vietnam butta ogni giorno 2500 tonnellate di plastica. Il, problema, però non è solo dell’Asia. Come riportato dal The Guardian, infatti, l’America ha sempre usato i Paesi in Via di Sviluppo come discarica. Gli USA inviano qui i propri rifiuti plastici sfruttando la debolezza e, in certi casi, la mancanza di regole per lo smaltimento dei rifiuti.

Con la Cina che ha recentemente imposto agli Stati Uniti il divieto di esportare i suoi rifiuti nel proprio Paese, ora sono i restanti paesi del Sud Est asiatico a doverli domare. Senza le istituzioni e le strumentazioni necessarie, però, la plastica viene facilmente riversata nei fiumi e nei mari.

Uno studio condotto da scienziati del Centro Helmholtz per la ricerca ambientale, ha rilevato che il 90% della plastica oceanica proviene da soli 10 fiumi, otto dei quali si trovano in Asia. Iniziative come quella delle foglie di banano quindi, anche se di primo acchito possono far sorridere, sono invece di estrema importanza.

Bottiglia di plastica: ecco la sua lunga vita

bottiglia di plastica

Una bottiglia di plastica, pensate un po’, nasce da risorse naturali come il legno, il carbone, il sale comune, il gas e il petrolio. Sì, anche quest’ultimo si trova naturalmente sul pianeta. Ma, oltre ad essere una risorsa non rinnovabile, il suo trasporto, la sua lavorazione e i suoi utilizzi (per esempio la benzina) sono la principale causa del riscaldamento globale. Purtroppo col tempo per produrre le bottiglie di plastica si è preferito usufruire soprattutto del petrolio, in quanto più economico.

Come nasce una bottiglia di plastica

La bottiglia, quindi, inizia il suo ciclo vitale dall’estrazione del petrolio, dalla sua chiusura nei barili e dal trasporto fino alle raffinerie, spesso a migliaia di chilometri di distanza. Il petrolio greggio è formato da lunghe catene di idrocarburi le quali, attraverso il cosiddetto cracking, si rompono. Si ottengono così molecole molto piccole, i monomeri, i quali poi si riuniscono grazie al calore, alla pressione e all’aggiunta di componenti chimici. Queste nuove catene si chiamano polimeri e formano una resina sintetica molto malleabile. Questa, sciolta e poi raffreddata, si inserisce nel “pallinatore”, uno strumento che crea, appunto, delle piccole sfere.

Le sfere di PET vengono nuovamente riscaldate (e quindi sciolte) e poste negli stampi a forma di tubo lungo e sottile. Il tubo di PET viene quindi trasferito in un secondo stampo, dove una sottile barra d’acciaio viene fatta scivolare all’interno, riempiendo il tubo con aria pressurizzata e dandogli così la forma perfetta della bottiglia che tutti conosciamo. Il tutto deve essere raffreddato velocemente, in modo che il composto mantenga la forma appena assunta. Uno dei modi per farlo è quello di far scorrere dell’acqua fredda attraverso dei tubi che circondano la macchina abbassandone, appunto, la temperatura. In alternativa viene anche usata dell’ aria fredda direttamente sulla bottiglia.

La (breve) vita

A questo punto la bottiglia è pronta per etichette, tappi e imballaggio, fatti ,ovviamente, con altra plastica. A questo punto viene trasportata verso bar e supermercati, dove entreremo noi, baldanzosi, a comprarla. Le bottiglie grandi le portiamo a casa e le beviamo nel giro di una giornata, al massimo due. Quelle piccole, invece, durano soltanto qualche ora prima di essere buttate via. E i numeri lo dimostrano: il consumo medio solo in Italia di acqua in bottiglia è di quasi 200 litri all’anno per persona, il che significa 12 miliardi di bottiglie all’anno. Senza contare gli altri tipi di bibite e bevande che, soprattutto in America, raggiungono numeri elevatissimi.

Va inoltre ricordato come le bottiglie di plastica siano più difficili da riutilizzare rispetto ad altri tipi di contenitori, in quanto, proprio a detta di chi le produce, queste “sono progettate per essere utilizzate una sola volta”.

La morte della bottiglia di plastica

Terminata la bottiglia (e talvolta anche quando non lo è) la gettiamo, se va bene, nel contenitore della plastica dove finiscono anche bottiglie di altri colori, flaconi di detersivo, vaschette, sacchetti e altri imballaggi. Nonostante siano tutti materiali plastici, richiedono sistemi di trattamento diversi e non possono essere riciclati tutti insieme. Oggi fortunatamente esistono macchinari che riconoscono i materiali e li dividono gli uni dagli altri, sempre supervisionati da alcuni operatori. Le bottiglie, quindi, vengono selezionate e raccolte insieme.

bottiglia di plastica

La rinascita della bottiglia di plastica

Queste subiscono un’ulteriore selezione per colore e una compressione per poter essere mandate nei centri di riciclaggio. Qui tagliano i fili metallici che legano le balle di PET, dividono nuovamente le bottiglie una per una e le fanno passare su un separatore di metalli che eliminerà le etichette contenenti alluminio. Dopodiché le bottiglie entrano in una macina che le sminuzza in piccoli pezzi. I cosiddetti “fiocchi” vanno poi nel separatore, dove i resti delle etichette sono aspirati verso l’alto grazie a dell’aria calda. I fiocchi di PET sono poi miscelati e riscaldati a temperature elevate così da sciogliersi e purificarsi. La miscela viene poi lavata con acqua potabile e asciugata.

Infine un laser misura la struttura del PET per espellere eventuali residui estranei. A questo punto il nuovo PET è pronto per il riciclo e diventare, per esempio, un’altra bottiglia. E’ anche importante aggiungere che la plastica non può essere riciclata all’infinito e che dopo qualche passaggio si degrada inesorabilmente. Va inoltre specificato che i rifiuti plastici del mondo sviluppato, vengono spesso spediti in dei mega container a Paesi dove le restrizioni ambientali sono molto più elastiche e, soprattutto, in cui grazie a qualche mazzetta sarà possibile usufruire di mega discariche a cielo aperto. Qui non sempre i rifiuti finiscono per essere riciclati. Anzi, può capitare, per qualsiasi motivo, che vengano dispersi nell’ambiente, con tutte le tragiche conseguenze del caso.

Se finisce nell’indifferenziata

Questo lungo processo, che ho semplificato moltissimo e a cui dovremmo pensare ogni volta che compriamo una bottiglietta, può non avvenire se quella bottiglia si getta nel contenitore dell’indifferenziata. il più comune nelle nostre città. Certo, vi sarà un controllo dei rifiuti per recuperare i materiali riciclabili. Ma è molto facile che qui la bottiglietta si contamini con altri materiali o rifiuti organici per cui il riciclo diventa impossibile. In questo caso finirà nell’inceneritore con altri rifiuti, generando emissioni e sostanze tossiche in alte quantità.

Se quella bottiglia, infine, si getta a terra e nessuno la raccoglie, rischia di finire in mare dove può rimanere intatta dai cento ai mille anni (di solito circa 450) provocando gravi danni alla flora e alla fauna del luogo. Ma questa è un’altra lunghissima triste storia, di cui parliamo nel nostro articolo sulle isole di plastica.

Alcuni consigli per evitare l’utilizzo della plastica

Una soluzione ormai molto diffusa è l’utilizzo delle borracce in alluminio. Queste, infatti, oltre ad essere un’alternativa riutilizzabile alla bottiglie usa e getta, sono anche in grado di mantenere la temperatura del liquido per un periodo variabile in base alla qualità del prodotto. Oggi è molto facile vedere persone utilizzarle, così come trovarne una da comprare a prezzi più che competitivi. Purtroppo però, questa viene utilizzata principalmente per il consumo di acqua, mentre tantissime altre bibite, come ad esempio quelle del marchio Coca Cola, responsabile della maggior parte dell’inquinamento da plastica del pianeta, vengono ancora comprate, e consumate, dentro la plastica. Un ulteriore consiglio è dunque quello di prediligere l’acquisto, anche di questi prodotti, nelle bottiglie di vetro.

Laddove non sia possibile, come può capitare quando si viaggia in paesi in cui l’utilizzo della plastica è all’ordine del giorno, può essere di aiuto fare attenzione alla sigla presente nell’etichetta o, nel caso in cui non ci fosse, al numero che possiamo trovare nella confezione. Quando infatti troviamo la dicitura “1” oppure “PET“, che letteralmente significa polietilene tereftalato, significa che la plastica di cui si compone l’imballaggio è di buona qualità, e può quindi essere riciclato nella sua interezza. Se invece troviamo un “2” o la sigla “PE -HD” (polietilene ad alta densità), vuol dire che la bottiglia può essere ugualmente riciclata, sebbene sia di livello più basso rispetto al PET. Se invece troviamo il “3”, che si riferisce alla sigla PVC (polivinil cloruro) il consiglio è quello di evitare l’acquisto del prodotto, in quanto non potrà essere riciclato. Altri numeri ed altre sigle vengono invece utilizzate per altri tipi di materiale, sempre composti principalmente da plastica, che però raramente vengono utilizzati nel settore alimentare.

Ski Dubai: il pericoloso nonsenso della neve artificiale

La natura non fa altro che insegnarci questo: ogni cosa ha il suo tempo e il suo spazio e, se non rispettati, il servizio extra bisogna pagarlo a caro prezzo. Voi direte: sciare è la mia passione e i soldi per accedere a una pista di neve finta me li sono guadagnati. Il prezzo di cui parliamo, però, non è quantificabile in denaro. E l’impianto Ski Dubai ha un costo che non può essere ripagato col denaro.

La neve, una risorsa preziosa

La neve, come dice Adam Gopnik nel suo splendido libro “L’invenzione dell’inverno”, rende la realtà esteticamente sublime. È però anche una risorsa naturale preziosa, fondamentale per il ciclo della vita sulla terra. È infatti una riserva idrica importante per l’estate, quando si scioglie e rimpingua i fiumi. Quella che non si scioglie, nelle zone ombrose o durante estati fresche (ormai sempre più rare) garantisce la sopravvivenza dei ghiacciai. In inverno, inoltre, grazie al suo forte potere isolante, la neve protegge il suolo dal gelo e, quindi, dalla sterilità.

Sapere quindi che vi sono macchine in grado di produrre neve in luoghi già freddi, ma anche dove la temperatura raggiunge i 40 gradi, come negli Emirati Arabi, dovrebbe essere una buona notizia. Ebbene, non lo è affatto.

I cannoni spara-neve

Ormai siamo sempre più abituati a vedere ai lati delle piste i cannoni spara-neve, ma pochi sanno come funzionano. Quando l’acqua pressurizzata entra in contatto con l’aria compressa, entrambe già fredde per la temperatura esterna, si forma il primo cristallo di ghiaccio. Dopodiché viene aggiunta altra acqua fredda vaporizzata, la quale si addensa intorno al primo nucleo e forma il “fiocco” di neve.

Il consumo di energia per produrre una tonnellata di neve si aggira intorno ai 5,6 kWh. In una notte le macchine ne producono circa 50 tonnellate, consumando in questo lasso di tempo quello che un frigorifero di classe A consuma in un anno. Come se non bastasse, per coprire una pista lunga un chilometro, le tonnellate di neve necessarie sono 10 mila. Fra l’altro, la neve artificiale ha una densità molto maggiore rispetto a quella naturale (400-500 km/ m³ contro 200-300 km/ m³) e per questo ne serve molta di più.

ski dubai

Rincorrere fantasmi

Talvolta si attribuisce alla neve artificiale il merito di proteggere il suolo dal gelo, ma nei fatti questa ha un potere di isolamento molto basso rispetto alla neve naturale. Se pensate che questo sia meglio di niente, è proprio qui il punto. Continuiamo a rincorrere fantasmi, sperando di poter risolvere il problema del riscaldamento globale con la tecnologia. Invece, queste tecnologie sfruttano i combustibili fossili e prosciugano le nostre riserve di acqua. In questo modo la temperatura terrestre aumenta ancora di più e si crea un circolo vizioso infinito. Il suolo sta già soffrendo per il freddo e la mancata protezione della neve che un tempo era molto più abbondante. Perché peggiorare le cose continuando a tirare i lembi di una coperta ormai troppo piccola?

Lo sci primaverile

Ancora peggio è quando si cerca di aumentare la permanenza della neve sulle piste anche nei periodi più caldi, quando dovrebbero sbocciare i primi fiori sul terreno. Dovrebbero, perché a causa della neve artificiale questo non succede. Nei luoghi soggetti a innevamento artificiale è stato infatti riscontrato un ritardo dell’inizio dell’attività vegetativa fino a 20-25 giorni. La conseguenza è un deterioramento progressivo del manto erboso, l’alterazione dell’ecosistema e quindi della biodiversità del territorio.

Le piste della Ski Dubai

La goccia che farà (o ha già fatto) traboccare il vaso è però l’installazione delle macchine produci-neve in località dove questa non si formerebbe mai in natura, come gli Emirati Arabi. La Ski Dubai utilizza la All weather snow making, prodotta dalla compagnia israeliana IDE tecnologies. Questa macchina è una sorta di enorme freezer che produce 500 tonnellate di neve al giorno, più del doppio rispetto a un cannone spara-neve. Per farlo ha ovviamente bisogno di più energia, sia per la quantità di neve prodotta, sia per raffreddare l’acqua e l’aria, non potendo sfruttare la temperatura esterna.

La sua versione più piccola è di 11 metri di altezza, 30 tonnellate di peso e costa 1,2 milioni di euro. Il suo motore ha una potenza di 235 kw, pari a quella di 1565 frigoriferi. Ogni tonnellata di neve prodotta consuma 12 kwh, paragonabile al consumo di un litro di benzina. Pensate a quante tonnellate di “neve” servano per la Ski Dubai: cinque piste da 22500 metri quadrati situate in un felicissimo contenitore di ferro e cemento in mezzo al deserto.

La neve sulle Alpi

Prima di Dubai, questa macchina è stata acquistata dalla Svizzera per gli impianti di Zermatt e Pitzal. Più comprensibile, visto che uno dei mercati più fiorenti in queste zone è proprio quello dello sci. La bolletta per questa macchina “magica” la pagano gli sciatori e, finché il bilancio finanziario è in attivo, nessuno si preoccupa molto della perdita a livello termodinamico. Non esiste infatti nessuna magia, solo un insostenibile sfruttamento di acqua ed energia per soddisfare i “bisogni” di investitori e turisti.

Lo so, non è facile per una località sciistica rinunciare al turismo invernale, che talvolta è la principale fonte di posti di lavoro e di sostentamento. Ma ad oggi l’unico modo per provare a ristabilire i livelli di precipitazioni nevose di 50 anni fa è fermarsi e cambiare business. I segnali del fatto che abbiamo superato i limiti ci sono già stati inviati da molti anni e a questo bisognava e bisogna prepararsi, non correre a veloci e inutili ripari.

Alcuni dati

Come ha rilevato il Centro Geofisico Prealpino, le precipitazioni nevose sono nettamente diminuite a partire dagli anni ’80. Nella zona di Campo dei Fiori a Varese, situata a 1226 m di quota, la media dell’altezza della neve tra il 1967 e il 1987 era di 403 cm. Tra il 1988 e il 2017 si è dimezzata, arrivando a soli 201 cm. A Varese si è passati da 69 cm a soli 33 cm.

Uno studio presentato dal Cnrs nella città di Grenoble rivela che a Col de Porte, a 1.326 metri di altitudine, in cinquant’anni vi è stato un calo della coltre nevosa da 120 a 50 centimetri. All’Alpe d’Huez, che raggiunge i 3.300 metri, nel 2015 sono state aperte solo 30 piste su 130. Sempre secondo lo studio, entro un decennio, due al massimo, tutti le piste da sci al di sotto dei 1.800 metri saranno condannate.

Nel 2015 a Madonna di Campiglio per consentire l’apertura della stagione sciistica sono stati utilizzati 400 mila metri cubi di neve artificiale. A Bormio sono stati investiti 8,5 milioni di euro per un impianto di innevamento programmato. 190 cannoni fissi e 50 cannoni mobili che garantiscono l’innevamento sull’80% delle piste (40 km su 50 totali).

Non sembra anche a voi che la cosa sia un po’ sfuggita di mano? Che sia un controsenso? Che sia una forzatura gigantesca? Se c’è una soluzione, quella è solamente fare un passo indietro e sperare che la neve, un giorno, torni a far parte del ciclo della natura. La quale, se l’avessimo rispettata fin da subito, oggi permetterebbe a noi e alle future generazioni di goderci la neve vera, gratuita e priva di effetti collaterali, che cade sempre e solo dalle nuvole.

Ridurre la plastica a tavola. Ecco come fare

A volte non facciamo attenzione a ridurre la plastica anche a tavola, poiché accecati dalla fame o dalla sete. Ecco alcuni accorgimenti che, invece, è necessario prendere in considerazione, anche all’ora di pranzo.

  • Consumare meno carne, e in generale prodotti animali. Al supermercato sono imballati con grandi quantità di plastica e durano molto meno rispetto, per esempio, ai legumi. Senza contare che la carne proviene da allevamenti intensivi, che causano gravi danni ambientali e alla nostra salute. Attenti in particolare a consumare eccessivamente carne rossa.
  • Evitare gli snack confezionati (barrette, biscotti, patatine). Oltre a essere avvolti nella plastica, spesso contengono moltissimi zuccheri, coloranti e conservanti dannosi per la salute. Meglio preferire la frutta fresca o secca acquistate al mercato o “alla spina”, quindi non confezionata.
  • Evitare in generale i prodotti confezionati o precotti come lasagne, polpette, paste pronte, ravioli. La plastica utilizzata è moltissima, oltre il fatto che contengono moltissimi condimenti, zucchero e conservanti che non servono e che possiamo tranquillamente evitare.
  • Non mangiare in piatti, bicchieri, posate di plastica. Per il pranzo al sacco possiamo portare le posate di metallo e lavarle una volta tornati a casa. Ormai in molti negozi per casalinghi si trovano anche contenitori rigidi per il cibo e bottiglie riutilizzabili. Se organizziamo una festa e dobbiamo per forza comprare le stoviglie usa e getta, preferire quelle biodegradabili.
Stoviglie biodegradabili
  • Evitare i fast food, nei quali si utilizzano grandi quantità di plastica usa e getta. Questo non significa che si debba andare al ristorante e spendere il doppio. Si possono infatti mangiare panini e piadine a pochi euro in un normalissimo bar, serviti su un tovagliolo o un piatto di ceramica.
  • Bere acqua e non bibite. Queste sono SEMPRE e comunque prima imbottigliate e poi vendute, mentre l’acqua scorre anche naturalmente e gratuitamente dal lavandino. Inoltre le bibite spesso contengono zuccheri e sono molto dannose per la salute. Se avete voglia di un succo, preferite una spremuta fatta al momento e non i succhi confezionati, anche se salutari.
  • Nei bar durante il pranzo non ordinare l’acqua nella bottiglietta di plastica. Bere quella della propria borraccia oppure chiedere un bicchiere d’acqua del rubinetto..
  • A casa non usare le bottiglie di plastica. Se nel vostro comune l’acqua è pulita, bevete quella del lavandino. Altrimenti si può investire in un depuratore. E poi diciamocelo, le bottiglie di plastica in mezzo al tavolo stanno proprio male. Meglio una brocca.
  • Mangiare il più possibile a casa. Si producono meno rifiuti plastici (che in qualunque ristorante abbondano) e spesso si mangia più sano, leggero ed economico. Qui un video con alcune ricette sane e veloci.
  • Quando ordinate un cocktail, chiedete di non mettervi la cannuccia. Quasi sempre sono fatte di plastica e quasi sempre finiscono nel sacco nero dell’indifferenziata. Siamo tutti perfettamente in grado di bere senza cannuccia oltre che di comunicare con il barman.