Esiste una petizione online per tassare le emissioni

Tassare le emissioni carbonio è l’obiettivo della nuova petizione “StopGlobalWarming.eu“, che può essere firmata, senza costi e senza sforzi, tranquillamente dal divano di casa.

L’importanza di Internet e i Social Media

Non è certo la prima volta che Internet e i Social Media hanno avuto un ruolo decisivo per cambiamenti sociali importanti. Pensiamo al successo ottenuto dall’hashtag #Metoo, grazie al quale donne e uomini di tutto il mondo si sono fatti forza per combattere insieme una mentalità retrograda e maschilista. Oppure si pensi alla sempre maggiore popolarità della piattaforma di campagne sociali Change.org, il cui direttore Luca Francescangeli ha dichiarato che dal 2012 al 2017 sono state vinte ben 800 petizioni.

Un esempio è l’approvazione, da parte della Camera dei Deputati, dell’emendamento che riconosce il reato di revenge porn. E ancora, Fedez e Chiara Ferragni, grazie alla piattaforma di raccolta fondi Gofoundme hanno raccolto più di 4 milioni di euro da destinare all’ospedale San Raffaele di Milano perché sostenesse i costi dell’epidemia di Covid-19. Lo sciopero digitale per il clima di Fridays For Future ha registrato solo in italia più di 6000 presenze “virtuali”. E la lista potrebbe continuare.

petizione emissioni

Cosa prevede la petizione per ridurre le emissioni

Marco Cappato non si è fatto quindi intimorire dal lockdown e ha creduto nella potenza del web. La campagna StopGlobalWarming.eu è stata infatti promossa da Eumans!, il movimento di Cappato formato dai cittadini europei attivi sullo sviluppo sostenibile, insieme a Science For Democracy.

La proposta della campagna prevede, innanzi tutto, una tassa sulle emissioni (che aumenterà nel corso del tempo), abbassando al contempo le tasse sul lavoro e sui redditi più bassi. Propone poi di abolire il sistema di quote gratuite di CO2 per ogni Stato e introdurrebbe un prezzo fisso per le emissioni, in modo da ridurne le importazioni da parte dei paesi più inquinanti.

Come sappiamo, infatti, in seguito all’Accordo sul Clima di Parigi, è entrato in vigore il “comodo” sistema di scambio di emissioni. Semplificando molto, le nazioni più virtuose, che restano sotto il limite consentito di emissioni, hanno il diritto di vendere le emissioni restanti ad altri paesi, che invece hanno superato la soglia di agenti inquinanti emessi nell’atmosfera.

Questo meccanismo non ha, ovviamente, incentivato un miglioramento da parte delle nazioni più inquinanti, anzi. Ha invece fatto sì che queste continuassero a sforare i limiti senza particolari ripercussioni. Se non quelle, ovviamente, sul riscaldamento globale e sulle popolazioni che più risentono dei cambiamenti climatici (le quali sono anche, paradossalmente, quelle che inquinano meno).

Perché è importante firmare la petizione per ridurre le emissioni

Un altro punto importante della petizione prevede che il ricavato della tassa sul carbone sia destinato a progetti di risparmio energetico e fonti di energia rinnovabile. “Con il prezzo del petrolio ai minimi e le pressioni per rimuovere i vincoli ambientali in nome dell’uscita dalla crisi, si rischia di tornare indietro a modelli di sviluppo disastrosi per l’ambiente – ha dichiarato Cappato -. L’Unione europea e gli Stati nazionali stanno per spendere migliaia di miliardi di soldi pubblici per uscire dalla crisi. Bisogna cogliere l’occasione per promuovere un modello di sviluppo sostenibile”.

La petizione, per poter essere presentata alla Commissione Europea, deve raggiungere quota un milione di firme in sette diversi paesi dell’Unione. Al momento ne sono state raggiunte 26.548. Perché il numero subisca un’impennata, dovrebbe passare il forte messaggio contenuto nel video della Banca Mondiale proprio in merito alla tassazione delle emissioni.

Non è questione di prendere le parti di qualcuno, bensì di pensare al futuro. L’inquinamento non è gratis e, se non controllato, causerà un danno globale senza precedenti. Molti paesi, però, emettono CO2 nell’atmosfera senza alcun costo. Questa bolletta la pagheremo noi, sotto forma di minacce alla salute pubblica, scarsità di cibo e di acqua e disastri naturali. Invece, quando l’inquinamento ha un prezzo, possono essere pagate l’efficienza e l’innovazione per le energie rinnovabili, che faranno risparmiare, sul lungo periodo, molti soldi.

Leggi anche: “Cala l’inquinamento. 11.000 morti in meno in Europa”

Ovviamente, noi crediamo che la tassazione delle emissioni sia solo un modo per favorire la transizione verso un mondo la cui economia non dovrà più basarsi sulla combustione del carbone per sopravvivere. I soldi risparmiati anche grazie all’implementazione delle energie rinnovabili dovranno essere utilizzati anche per un’educazione ambientale capillare, che eradichi la mentalità della ricerca del profitto fine a se stesso, oltre che quella del consumismo estremo. Questo perché il cambiamento di una società va di pari passo con i valori della società stessa. Nel frattempo, è necessario che i cittadini comunichino “ai piani alti” di essere pronti a questo cambiamento. E ora possono farlo.

CLICCA QUI PER FIRMARE LA PETIZIONE!

A che punto è la legge sulla Canapa in Italia

legge canapa

Quando si tratta di affrontare la legge sulla canapa i politici italiani assomigliano molto agli struzzi quando mettono la testa sotto la sabbia. Non fosse che gli animali lo fanno per reali ragioni di sopravvivenza, mentre i politici per il consenso, senza realmente informarsi sulle conseguenze delle loro azioni.

Gli sviluppi della legge sulla canapa in Italia

L’origine della legislazione sulla pianta di canapa risale agli anni ’30, con un divieto totale di coltivazione. Fu un durissimo colpo per l’economia dell’Italia, che era una delle nazioni leader nel mondo per la coltivazione della canapa, seconda solo alla Russia.

La coltivazione della canapa in Italia nel corso degli anni

Nel corso degli anni si sono alternate molte leggi sulla canapa e altrettante loro interpretazioni errate. Nel 2016 finalmente è stata fatta un po’ di chiarezza. La coltivazione industriale di canapa diventava ufficialmente legale, purché nelle varietà di canapa sativa, ovvero quelle al cui interno vi è una presenza irrisoria di THC, la sostanza psicotropa caratteristica della pianta comunemente nota come marijuana.

Un grave lacuna nella legge sulla canapa

Questa legge presenta però una grave lacuna: non viene menzionata la possibilità o meno di coltivare anche l’infiorescenza della canapa, più comunemente nota come cannabis light. D’altro canto, non essendone fatta menzione nella legge, non ne è stato nemmeno fatto divieto. Tanto che, a partire dal 2017, quando la legge è entrata in vigore, i negozi che vendevano cannabis light e i loro prodotti si sono moltiplicati nelle città italiane.

Allo stesso tempo, il settore canapicolo è proliferato. Sono infatti nate più di 3.000 aziende agricole che hanno assunto 10.000 lavoratori, sopratutto giovani, creando un notevole indotto economico alla nazione. In più, dovendo far meno ricorso alle importazioni, si stava aprendo la possibilità per l’Italia di tornare ad essere un’eccellenza mondiale nel settore della canapa.

La cannabis light non è pericolosa

Vi è però sempre stata una forte incertezza, da parte dei venditori di cannabis light, riguardo alla legittimità della loro attività. Sopratutto dopo lo scorso maggio quando Matteo Salvini, allora Ministro degli Interni, aveva ostruito l’attività di questi commercianti e la vendita di inflorescenze della canapa sembrava essere stata definitivamente vietata.

Tutto ciò si scontrava, come spesso accade, con i dati scientifici che riguardano la cannabis light. Le inflorescenze di canapa sativa, infatti, presentano anch’essi una quantità molto bassa di THC, nella maggioranza dei casi inferiore allo 0,5%. Pertanto, non è da considerarsi all’interno della lista stilata dal ministero della salute delle sostanze considerate stupefacenti. In parole semplici, non è da considerarsi una droga.

“Droga” sul balcone sì, cannabis light no: la legge si contraddice

Fra le altre cose, più passa il tempo più lo Stato si contraddice. Ad aprile di quest’anno infatti la Cassazione ha approvato l’assenza di reato per chi coltiva cannabis (non light!) in casa, in minime quantità e ad esclusivo uso personale.

legge canapa

Anche se questa è, a livello generale, una buona notizia, rivela delle contraddizioni e dei problemi da non sottovalutare. Giampaolo Grassi, primo ricercatore del Centro di Ricerca sulla canapa di Rovigo e membro del comitato scientifico di Federcanapa ha commentato così la notizia in un’intervista.

Sembra da schizofrenici. Da una parte danno battaglia a chi coltiva canapa industriale, dalla quale si potrebbe estrarre il CBD che manca all’industria farmaceutica, e dall’altra lasciano libera la coltivazione di varietà contenenti THC, senza alcun tipo di controllo. […] Dove si va ad acquistare il seme con THC e quali varietà? Commercianti poco scrupolosi vendono direttamente le piantine importate da Svizzera ed Austria. Oppure, peggio, provenienti dal mercato nero.

La legge sulla canapa del MS5 e la sua bocciatura

Lo stupore di Giampaolo Grassi deriva dalla bocciatura dell’ emendamento proposto alla Cassazione dal MS5 il quale recitava quanto segue.  “L’uso della canapa composta dall’intera pianta di canapa o di sue parti è consentito in forma essiccata, fresca, trinciata o pellettizzata ai fini industriali, commerciali ed energetici”.

Inoltre, l’emendamento introduceva una tassa sulle infiorescenze di fiori di canapa industriale, accomunandole di fatto ai prodotti di tabacco. In questo modo si legittimava una volta per tutte la produzione e la vendita di questo prodotto, mettendo un freno alle importazioni.

Le conseguenze del divieto

I coltivatori

La conseguenza più diretta ricade sui coltivatori in quanto, in assenza di una legge chiara sulle infiorescenze, questi temono ripercussioni. Giampaolo Grassi continua il suo commento così.

“Non abbiamo le varietà competitive, non abbiamo la semente, non ci sono regole chiare nel moltiplicare le piante, vi è confusione da parte dei giudici, che talvolta interpretano la legge in modo restrittivo. In pratica è ancora estremamente rischioso per un imprenditore investire in canapa.

legge canapa

Medicina e salute

Vi è poi un problema per il settore della medicina e della salute. Nella pianta di canapa è presente Il CBD, una sostanza antinfiammatoria che aiuta ad alleviare i dolori fisici, ma può anche combattere l’ansia, la depressione, lo stress. Con un decreto pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 12 luglio 2018, lo stato stabiliva che la cannabis terapeutica può essere prescritta per ogni tipo di dolore.

Adesso, però, vi è un problema di approvvigionamento. È chiaro che la possibilità di estrarre il CBD anche dalle infiorescenze della canapa e non solo dagli steli ne triplica la quantità disponibile per l’industria farmaceutica, che è invece costretta ad importare il CBD a prezzi maggiori e, talvolta, di qualità inferiore.

Industria del tabacco

Vi sono poi problemi legati all’industria del tabacco e al traffico di stupefacenti. Come dice Giampaolo Grassi, lasciando così le cose, il giro di affari che riguarda il tabacco resterà nelle mani delle quattro multinazionali che racimolano nel nostro paese circa 4 miliardi, investendone circa 0,15. Questo mentre i giovani che avevano creduto nell’opportunità di impiego della canapa rimarranno delusi e demotivati .

Traffico di stupefacenti

E continua. Rimarranno anche alti i traffici di stupefacenti e le mafie ringrazieranno. Nel 2017, primo anno in cui venne distribuita la Cannabis light, il numero dei sequestri di partite di Cannabis da droga è stato del 11-12% in meno rispetto all’anno prima in cui non c’era.

Secondo il Business Insider, che si basa a sua volta su uno studio dell’Università di New York, la cannabis light sottrae fino a 170 milioni all’anno alle organizzazioni criminali in Italia. Questa pianta, infatti, anche se non “sballa”, ha comunque un forte potere rilassante, grazie alla presenza di CBD. A fronte di ciò che dice Salvini, quindi, la cannabis light potrebbe essere un disincentivo al consumo di droghe più pesanti, piuttosto che il contrario.

Una giusta legge sulla canapa può aiutare l’ambiente

Ma arriviamo alla questione che più interessa l’Ecopost, ovvero l’ambiente. Anche se, come abbiamo visto da questo e molti altri articoli, i problemi ambientali, economici e sociali di una nazione sono sempre molto legati.

Se i coltivatori sono disincentivati da leggi fumose e politici bigotti al perpetuare la coltivazione della canapa, questa non svolgerà mai la sua funzione di “salvatrice dell’ambiente“. Perché sì, la canapa, come spieghiamo più nel dettaglio in questo articolo, è una pianta molto sostenibile e con moltissimi vantaggi per un’economia “verde”.

Una funzione disinfestante

Innanzi tutto cresce molto velocemente, non necessita di molta acqua e non ha bisogno di pesticidi. Infatti, avendo un elevato potere di assorbimento della luce, che viene quindi sottratta alle erbe infestanti presenti nel terreno, la canapa ne impedisce la crescita. La canapa assorbe anche metalli pesanti e altri inquinanti (CO2). Viene infatti utilizzata per progetti di bonifica dei terreni contaminati, aggiungendo, fra l’altro, materia organica al suolo.

Un incentivo all’economia circolare

La canapa inoltre potrebbe essere un elemento chiave per una nuova economia, basata sulla circolarità e il commercio di prodotti sostenibili. Della canapa, infatti, si usa tutto e non si butta niente.

  • Dalle sue fibre resistenti si ricavano i vestiti, molto più sostenibili rispetto a quelli in cotone, che richiede un’enorme quantità di acqua. Per non parlare di quelli in poliestere, i cui risvolti negativi per l’ambiente richiederebbero un intero articolo a parte.
  • Dallo stelo si può ricavare una variante della carta, risparmiando la vita a innumerevoli quantità di alberi. Sempre dallo stelo si può ricavare una bioplastica molto resistente e, appunto, biodegradabile.
  • Si può farne largo uso persino nella bioedilizia, rendendo le nostre città molto più green. In tempi recenti si stanno sperimentando alcuni biodiesel e batterie ricavate dalla canapa, che renderebbero più sostenibili i nostri consumi energetici.
  • Infine i semi di canapa e le tanto discusse infiorscenze possono essere un alleato prezioso in cucina. I semi sono molto versatili e contengono una grande quantità di proteine, sempre utili per chi ha adottato una dieta più sostenibile, come quella vegetariana o vegana. I fiori, poi, possono essere usati per infusi, tè e tisane dalle proprietà rilassanti.
legge canapa

La legge sulla canapa non è conveniente

È quindi assurdo come un mercato così conveniente, sostenibile, con un tale potenziale occupazionale ed economico (se proprio vogliamo parlare di soldi) sia ostruito da persone che non hanno la minima idea di come stanno davvero le cose.

E le cose stanno così: la canapa sativa è totalmente innocua e non potrebbe far altro che portare benefici alla nostra nazione, all’ambiente e alla specie umana.

Mascherine, guanti e sanificazione: quali rischi ambientali?

Mascherina COVID

Qualcuno se ne ricorderà. Già qualche settimana fa, in tempi meno sospetti, quando la pandemia marciava ancora a regimi molto alti e la fase 2 non era che un miraggio, L’EcoPost aveva avvertito dai potenziali rischi che i DPI avrebbero portato all’ambiente. I dispositivi di protezione individuale, mascherine e guanti, in questi giorni sono nostri compagni inseparabili. In numerose regioni, ci sono ordinanze che obbligano i cittadini ad indossarli, in altre sono vivamente consigliati. Dal 4 maggio in poi, fino a quando saranno date nuove indicazioni, le mascherine andranno indossate nei luoghi pubblici chiusi. Una mascherina va sostituita ogni 5 ore circa. Per i guanti il ciclo di vita è ancora inferiore. Ognuno di questi dispositivi è un rifiuto speciale. Non differenziabile.

Un guanto monouso gettato a terra, Foto: GoNews

Leggi anche “La mascherina e il suo impatto sull’ambiente”

Legambiente Marche lancia l’allarme

La situazione, naturalmente, si fa critica quando all’enorme utilizzo di questi prodotti si aggiunge l’inciviltà. Legambiente Marche, in seguito ad alcune segnalazioni nel maceratese, ha lanciato un grido di allarme. “Negli ultimi giorni abbiamo ricevuto segnalazioni di DPI abbandonati in strada. Sui marciapiedi, nei parcheggi dei supermercati, vicino a farmacie o esercizi commerciali aperti. Nella crisi sanitaria, molti cittadini si stanno purtroppo lasciando andare a comportamenti incivili e inaccettabili. Tutto questo non è tollerabile.” La comunicazione di Legambiente Marche appare piuttosto perentoria.

Parliamo di strumenti potenzialmente contaminati, dunque possibilmente infetti. Com’è ovvio, i guanti e le mascherine dismessi e abbandonati in strada sono un rischio sanitario per chiunque vi entri in contatto. Pensiamo soprattutto agli operatori ecologici, i quali devono entrarci in contatto a causa della brillantezza della persona che li ha gettati, nella più completa noncuranza del suo prossimo. Essi rischiano di infettarsi inavvertitamente per la leggerezza, potrei usare anche altre parole, di chiunque abbia smaltito i suoi DPI in tale sciagurata maniera.

Mascherine usate ritrovate in mare, al largo di Ancona. Foto: Corriere Adriatico

Mascherine e guanti, la difficoltà dello smaltimento

Il potenziale danno ambientale dovuto a questi prodotti è considerevole. Muoviamo dal ragionamento di Legambiente Marche per generalizzare a livello mondiale il problema. Macerata è naturalmente una piccola cittadina di provincia, poco nota a chiunque stia leggendo lontano dalle Marche, non fosse per un bruttissimo episodio di cronaca nera capitato in città qualche anno fa. Se in ogni conglomerato urbano troviamo la stessa problematica denunciata dall’associazione ambientalista – com’è davvero probabile – la situazione si fa seria.

I DPI sono realizzati in fibra di polipropilene o poliestere, ovvero plastica. Alternativamente, soprattutto i guanti, possono essere realizzati in lattice, nitrile, pvc o altri materiali sintetici. La facciamo semplice? Questi prodotti non hanno nulla nella loro composizione di anche solo lontanamente naturale. Ragioniamo un attimo su che cosa significhi abbandonare queste protezioni sul ciglio della strada. Alla prima precipitazione copiosa, mascherine e guanti buttati in terra, o ancor peggio in mezzo ad aiuole e cespugli, rischiano di essere trascinati dal flusso dell’acqua piovana. Tale veicolo li condurrà inevitabilmente all’interno dei reticoli idrografici superficiali, o dei tombinati. Da lì, naturalmente, il passo successivo è lo sbocco in mare.

L’intelligenza è il principale alleato

Non dovrebbe servire scriverlo ma dal momento che farlo non costa nulla procederemo. Evitiamo di abbandonare guanti e mascherine in strada. Non liberiamoci di questi prodotti in una maniera tanto sciocca, pericolosa e nociva del decoro urbano (oltre che dell’ambiente). L’ideale è gettarle nella raccolta indifferenziata, qualora fosse possibile dedicando un sacco apposito alle protezioni sanitarie. Nel caso si fosse positivi, poi, ogni rifiuto diventa automaticamente speciale. In tal caso occorre sospendere completamente la raccolta differenziata, chiudere in maniera vigorosa i sacchetti della spazzatura, conservarla in un ambiente nel quale non possano accedere animali domestici e, naturalmente, avvertire chi gestisce la raccolta dei rifiuti nel municipio di residenza.

Nello schema, come disporre correttamente dei DPI dopo il loro utilizzo

Mascherine, guanti e sanificazione

Ritornando al comunicato di Legambiente Marche, l’associazione ha aggiunto come occorra prestare attenzione anche al modo in cui si effettuano le sanificazioni. La questione principale, a tal riguardo, è l’utilizzo di ipoclorito di sodio. L’abuso di tale sostanza infatti è nocivo per l’ambiente. Legambiente raccomanda di sanificare solo i luoghi ove sia strettamente necessario farlo e, comunque, sempre in aree circoscritte. “Ai forti dubbi sulla reale utilità delle attività di disinfezione su larga scala in esterni, si accompagna la forte preoccupazione per l’uso di ipoclorito di sodio” afferma l’associazione ambientalista per bocca del suo direttore generale, Giorgio Zampetti. Stando anche a quanto riportato nelle note dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’ISPRA, infatti, gli interventi con ipoclorito di sodio sono impropriamente definiti sanificazione, poiché corrono il rischio di essere troppo invasivi per persone ed ambiente.

Il prodotto, ci dice la stessa Legambiente, è “corrosivo per la pelle e dannoso per gli occhi. Potenzialmente in grado di liberare sostanze pericolose e per l’ambiente con conseguente esposizione della popolazione a gravi rischi.”

Disinfezione di una strada con ipoclorito di sodio. Molti sono i dubbi sull’utilità del prodotto per la sanificazione batterica all’aperto

L’ipoclorito di sodio

Perché mai Legambiente ha sottolineato questo prodotto? Che cos’è l’ipoclorito e per quale motivo dobbiamo fare attenzione al suo utilizzo? L’ipoclorito è il sale di sodio dell’acido ipocloroso. In chimica, lo si indica in formula NaCIO.

Il suo caratteristico colore giallo paglierino e il suo ancor più caratteristico odore penetrante lo rendono facilmente riconoscibile. Quasi nessuno, però, lo chiama con il suo nome. Usato comunemente come sbiancante e disinfettante, l’ipoclorito è noto più comunemente come candeggina, varichina, o ancora, secondo il nome registrato da Angelini Pharma, Amuchina. Naturalmente, in ognuno di questi prodotti, così come nelle loro varianti diffuse a livello regionale (nitorina, acquina, niveina, conegrina, acqua di Labarraque…) l’ipoclorito è diluito in soluzione acquosa, con una percentuale variabile tra l’1 e il 25%. Il prodotto non viene mai adoperato, né commercializzato, in forma pura.

L’ipoclorito, infatti, è un sale pentaidrato particolarmente instabile, che fonde già a soli 18 gradi e può decomporsi, per sfregamento così come per riscaldamento, in maniera anche particolarmente violenta. Per tal motivo, la percentuale del 25% è solitamente ritenuta la misura massima di concentrazione nel suo utilizzo comune. Viste queste sue proprietà, occorre prestare cautela nel suo utilizzo.

Attenzione alla Fase 2

Naturalmente, siamo tutti piuttosto sollevati dal pensiero che stiamo entrando nella fase 2 e presto assisteremo ad un alleggerimento delle misure di distanziamento. Come ben sappiamo però, è necessario fare attenzione, in questa fase, a rispettare tutte le regole che ci verranno date. Se ciò vale per ognuno di noi, nella lotta al contagio e nel contenimento dell’emergenza sanitaria, lo stesso discorso vale dal punto di vista ambientale. “Auspichiamo che i Comuni adoperino con buon senso ed accortezza quei 70 milioni di euro in arrivo per la sanificazione degli uffici, dei mezzi e degli ambienti.” Il riferimento è alla somma che il Governo ha destinato ai presidi locali per disinfettare gli spazi. Non possiamo che unirci all’auspicio di Legambiente.

Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere ogni settimana i nostri articoli più letti, le nostre grafiche ed i nostri video

<

Parco del Virunga, i bracconieri uccidono 12 ranger

virunga

Siamo nella Repubblica Democratica dell Congo, in uno dei Parchi più belli, ma anche più pericolosi de mondo. Il Parco Nazionale del Virunga è patrimonio dell’Unesco dal 1975, ma oggi come allora è minacciato dai signori della guerra, dagli estrattori di petrolio e dai bracconieri. Questi ultimi, il 10 aprile di quest’anno, hanno fatto una strage, uccidendo ben 12 ranger.

La dinamica dell’accaduto

Un membro del governo congolese ha riferito quanto segue. Un gruppo di civili stava attraversando il parco sotto la scorta di 15 ranger armati, quando un gruppo di 60 uomini appartenenti alle Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (una milizia ribelle Hutu) ha fatto loro un’imboscata. Durante l’attacco 12 ranger e altre quattro persone hanno perso la vita.

A causa dell’altissima quantità di vittime questo attacco è il più mortale avvenuto sino ad ora, come afferma il governo congolese “il più mortale”. Ma molti altri altrettanto spaventosi si sono verificati nel corso degli anni all’interno del parco. Nel 2018 6 ranger sono stati uccisi e il Parco Nazionale era stato chiuso ai turisti per un anno intero, compromettendo una buona parte dell’economia del Paese. Nell’arco di 20 anni 182 ranger hanno perso la vita per salvare il parco e i suoi visitatori dalle milizie ribelli.

L’oro nero del Parco del Virunga

Il Parco Nazionale del Virunga è uno dei luoghi più ricchi di biodiversità della Terra ed ospita gli ultimi rari esemplari di gorilla di montagna. Questi ultimi, per il loro valore nel mercato del contrabbando illegale, sono spesso bersaglio di bracconieri. Di qui la presenza dei ranger, il cui compito è difendere questi esemplari dall’estinzione.

Parco del Virunga
Un gorilla di montagna nel Parco del Virunga

Ma non solo. In anni recenti il Parco è stato bersaglio di trivellazioni, poiché custodisce una grandissima riserva di petrolio. Le operazioni di estrazione possono compromettere gli ecosistemi, ma anche, ovviamente, alimentare il riscaldamento climatico, un fenomeno i cui effetti colpiranno duramente e prima dii molti altri lo stesso continente africano.

Le attività illecite di estrazione nel Parco del Virunga

Formalmente le compagnie petrolifere come SOCO International non hanno il permesso di estrarre petrolio dalle aree protette, come quella del Virunga. In pratica, però, vi sono state alcune operazioni illegali di trivellazione. Nel 2017 l’attivista Rodrigue Katembo è stato insignito del Goldman Environmental Prize per aver denunciato attività estrattive illecite.

Nel 2018 Il primo ministro Augustin Matata Ponyo ha dichiarato che le autorità hanno contattato l’UNESCO per trovare un modo affinché potessero “esplorare giudiziosamente” all’interno del parco al fine di “raccogliere i profitti delle sue risorse a beneficio delle persone che vivono lì”. Il futuro delle estrazioni nel Parco del Virunga è quindi ancora molto incerto.

Una storia dalle antiche radici

Vi è poi una questione storica che riguarda l‘ etnia Hutu. I leader delle Forze di Liberazione del Ruanda, infatti, sono collegati al genocidio avvenuto nel 1994 per mano degli estremisti Hutu nei confronti dei Tutsi e degli Hutu moderati. In cento giorni sono infatti morte dalle 800.000 al milione di persone: il più cruento massacro del xx secolo dopo la seconda guerra mondiale.

Il conflitto trova le sue radici nel colonialismo tedesco prima e belga poi, che ha calcato le orme della più classica mentalità imperialistica basata sul dividi et impera. Una locuzione, questa, che si potrebbe declinare, specialmente in tempi recenti, con appropriati delle loro risorse e tienili in pugno.

Leggi anche: “Effetto serra effetto guerra, ovvero l’umanità che si autodistrugge”

Il fatto che questi gruppi di milizie ribelli esistano ancora è segno del fatto che, molto probabilmente, i finanziamenti interessati da parte dei potenti non sono stati interrotti. In poche parole, è probabile che le grandi compagnie petrolifere, i contrabbandieri, ma anche i governi che non vogliono perdere l’occasione di vendere alle nazioni ricche (di soldi, non di risorse) le preziose risorse naturali di cui l’Africa è ricchissima, finanzino le milizie non governative.

Infatti, promettendo loro soldi immediati, armi e un eventuale supporto, chiedono loro di attaccare i ranger che proteggono il parco. Oppure, addirittura, dicono loro di attaccare, rapire, derubare i turisti del parco, creando un clima di paura che disincentiverebbe una sempre maggiore affluenza.

Un documentario in merito ai loschi traffici che hanno interessato il Parco Nazionale è “Virunga” e puoi trovare il trailer e la nostra recensione qui.

Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere ogni settimana i nostri articoli più letti, le nostre grafiche ed i nostri video

<

Il film Downsizing mostra che la tecnologia non è la soluzione

downsizing

È molto difficile che un film di poco più di due ore riesca a coprire un tema tanto vasto quanto complesso quale è la crisi climatica e le sue possibili soluzioni. Downsizing, la pellicola fantascientifica del 2017 diretta da Alexander Payne e con protagonista Matt Damon, ce l’ha quasi fatta.

La trama di Downsizing

Il film è ambientato negli Stati Uniti in un tempo che potrebbe essere quello odierno. Forse anche leggermente più avanti nel futuro, quando la crisi climatica sarà un problema riconosciuto ormai in tutto il mondo, anche se nel film ancora in pochi se ne rendono conto o sono disposti a fare sacrifici in merito.

Rimpicciolirsi per evitare gli sprechi

Uno di questi sacrifici sarebbe quello di rimpicciolire la propria stazza, diventando esseri umani minuscoli e vivere in un mondo appositamente costruito per gli small, come vengono chiamati coloro che accettano di sottoporsi al downsizing.

Questa nuova scoperta viene osannata come la soluzione definitiva alla crisi climatica. I motivi sono piuttosto semplici: vi sarebbero più risorse e più spazio per tutti.

Per esempio, all’inizio del film, lo scienziato fautore del downsizing mostra in conferenza stampa un sacco nero pieno di spazzatura, che afferra comodamente con una sola mano. Una quantità che, per capirci, potrebbe essere prodotta da una famiglia di quattro persone in circa una settimana. Quella quantità, rivela poi lo scienziato, è stata prodotta da un gruppo di 35 mini-persone in quattro anni.

Leggi anche: “Junker, l’App che ti aiuta con la raccolta differenziata”

Dalla vita mediocre al lusso sfrenato

Paul Safranek (Matt Damon), un fisioterapista con una vita alquanto mediocre, decide di sottoporsi al downsizing. Certo non senza remore, ma sicuramente con molte speranze ed eccitazione. Il downsizing è infatti pubblicizzato come la porta del paradiso, all’interno del quale gli small possono vivere con tutti gli agi e i lussi che hanno sempre sognato.

Questo perché, appunto, un qualunque prodotto proveniente dal mondo dei big costa molto meno ed è disponibile in maggiore quantità. Safranek si ritrova quindi a vivere, in un primo momento, in una villa gigantesca, con giardino, piscina, e tutto ciò che lui, esponente della classe media americana, non avrebbe mai potuto permettersi.

Una scena del film, in cui uno dei ricchi small ammira la rosa di dimensioni reali del vicino di casa Paul Safranek

I lati oscuri del downsizing

Il downsizing, però, ha anche i suoi lati negativi. Tranquilli, non è uno spoiler. Si capisce sin dall’inizio che qualcosa potrebbe andare storto. A cominciare dal fatto che la colonia dei mini-umani, detta Leisureland (letteralmente “la terra del piacere”) è dipinta come troppo perfetta, e noi sappiamo bene che le realtà perfette non esistono, se non nelle pubblicità.

Se è bello come dicono, perché non lo fa anche lei?

Si può capire però anche da un dettaglio della sceneggiatura, quando la moglie di Paul pone questa domanda, tanto innocente quanto significativa all’impiegata che si occupa della burocrazia del downsizing: “Perché, se è tanto bello come dicono, non lo fa anche lei?”. Lei risponde, tentennando, che il marito è affetto da alcune patologie che renderebbero la procedura medica del downsizing pericolosa, se non impossibile.

Ecco che qui inizia a rivelarsi il primo lato negativo: la pericolosità e l’umiliazione cui gli uomini vengono sottoposti durante la trasformazione da “grandi” a “piccoli”. Passaggi che, ovviamente, vengono sempre taciuti fino al momento della firma, durante il quale, sappiamo anche questo, è ormai difficile tirarsi indietro.

Una scena del fim, durante la procedura medica del “downsizing”.

Vi è poi un altro aspetto negativo, anche questo intuibile da subito, ovvero il distacco dalla società, o meglio, dai propri affetti. Diventare piccoli è infatti un processo irreversibile e rende impossibile, per ovvie ragioni, vivere nel mondo reale. Per questo gli small, seppur abbiano il permesso di viaggiare, dovranno vivere per il resto della loro vita in una comunità appartata, appositamente costruita per loro.

Il downsizing non è una soluzione, ma una fuga

Il terzo e più importante lato negativo del downsizing è anche il tema che conduce alla morale finale. La quale, secondo il mio personalissimo parere, poteva essere dichiarata in modo più deciso.

Il downsizing non è una soluzione alla crisi climatica, bensì una fuga codarda dal problema. Sembra infatti logico che i mini-umani possano condurre una vita lussuosa anche senza preoccuparsi dell’ambiente. Ma è altrettanto logico che non conta la quantità di risorse disponibili, bensì il modo in cui vengono utilizzate e distribuite. O meglio, le quantità contano, ma spesso diventano un capro espiatorio per sviare i problemi reali e più impellenti. Ecco perché.

Non solo aumento demografico

Nel film Downsizing viene più volte additata come causa principale del riscaldamento globale l’aumento della popolazione, senza invece fare riferimento allo sfruttamento sbagliato delle risorse, al loro consumo eccessivo e alla loro distribuzione iniqua.

Certo, quello della crescita demografica è un aspetto che ha contribuito alla crisi climatica e per cui è necessario fare qualcosa. Ma, oltre a non essere l’unico problema, non è nemmeno facilmente risolvibile nel breve periodo.

In più, le risorse che la Terra ci dà sarebbero comunque più che sufficienti per sfamare tutti i 7 miliardi di maxi-umani quali siamo. Quello che però la Terra non può fare è sfamarci tutti con gli standard di vita del mondo occidentale. Ed è proprio questa la causa della crisi climatica attuale: non quanti esseri viventi hanno utilizzato le risorse del pianeta, ma in che modo lo hanno fatto.

Leggi anche “Effetto serra effetto guerra, ovvero l’umanità che si autodistrugge”

Come si legge in un articolo dell’Huffpost, la fame nel mondo sarebbe causata più da povertà e disuguaglianze e, aggiungerei, dall’utilizzo sbagliato delle risorse, più che dalla scarsità di queste ultime.

Negli ultimi due decenni, il tasso di produzione alimentare globale è aumentato più rapidamente del tasso di crescita della popolazione. Infatti ad oggi il mondo produce abbastanza cibo per nutrire 10 miliardi di esseri umani. Se così non fosse non potrebbe nemmeno spiegarsi l’obiettivo di sviluppo sostenibile fissato dall’ONU “zero fame nel mondo” entro il 2050.

Perché esiste la fame nel mondo

I problemi sono principalmente due. In primo luogo, molte persone non possono permettersi di acquistare questo cibo. In secondo luogo, la maggior parte del grano prodotto industrialmente è destinato ai biocarburanti e ai mangimi per gli allevamenti intensivi, invece che ai milioni di persone affamate. Le quali, con il riscaldamento globale, la mancanza di acqua, i disastri naturali, lo stanno diventando sempre di più. Il tutto per permettere all’occidentale medio di godersi la grigliata domenicale.

Leggi anche: “I signori del cibo. Il lato più buio dell’industria alimentare”

La famosa foto di Kevi Carter “L’avvoltoio e la bambina”, scattata in Sudan nel 1993. Carter ha immortalato un bambino (allora si credeva fosse una bambina) che cerca di raggiungere il centro ONU a pochi chilometri di distanza. Alle sue spalle l’inquietante presenza di un avvoltoio che attende la potenziale preda. Il bambino alla fine ce l’ha fatta, ma il fotografo si è tolto la vita quattro mesi dopo aver vinto il premio Pulitzer per questa fotografia.

Nessuno è disposto a cambiare abitudini

Infatti, anche se a Leisureland i mini-uomini hanno a disposizione una grandissima quantità di cibo, i problemi della società dei big sono rimasti, poiché alle vecchie abitudini conseguano i vecchi problemi. O, come diceva Einstein, non possiamo pretendere che le cose cambino, se facciamo sempre le stesse cose.

Una società in miniatura, non solo letteralmente

Leisureland quindi non è altro che una società in miniatura, non solo letteralmente. Vi sono infatti anche aree della cittadina poverissime, sovraffollate, dove le persone sono sfruttate e costrette ai lavori più umili per permettere ai ricchi nullafacenti di vivere la loro vita agiata.

Troviamo molti altri dettagli della vita a Leisureland che sono tipici anche della nostra società. Per esempio la beneficenza. I ricchi rifilano i loro scarti ai più poveri pensando di fare un’opera di bene. In realtà, però, questa nasconde soltanto un atto di pietà per sentirsi meglio con se stessi e le loro sporche abitudini.

Leggi anche: “Spreco alimentare: quanto cibo buttiamo nella spazzatura?”

Il Dio denaro non è cambiato

Il denaro è il protagonista di Leisureland, come lo è della Terra. Se in un primo momento nel piccolo-mondo il valore dei beni potrebbe sembrare minore, in realtà è solo proporzionato. Il valore di una villa, per esempio, è minore dal punto di vista di un maxi-umano, ma per chi vive a Leisureland inizierà, col tempo, a crescere. Per i mini-poveri, infatti, quella villa varrà comunque tantissimo.

In più, il dowsizing non è gratuito. Paul Safranek ha dovuto pagare una certa somma prima di sottoporsi alla procedura, in base ai vantaggi che avrebbe voluto una volta sbarcato a Leisureland. Chi paga di più, ha più vantaggi (villa, piscina etc.). Chi paga meno ne ha meno. Paul Safranek, avendo investito tutti i suoi risparmi, è diventato un privilegiato. Il downsizing, quindi, non farebbe altro che creare nuovi ricchi, nuovi speculatori, nuovi evasori, nuovi mafiosi, con una veloce scorciatoia.

Insomma, una società capitalistica, per quanto piccola sia, rimane una società capitalistica. Se al suo interno vi sono poche persone che hanno tutto, che fanno troppe feste, che mangiano troppo cibo, che sprecano troppe risorse, vi saranno anche altri che, per forza di cose, avranno meno, che puliscono la loro sporcizia, che mangiano i loro avanzi.

Altre tecnologie possibili

Il downsizing è un scoperta scientifico-tecnologica ovviamente improbabile nella realtà. Ciò non toglie che scienziati e investitori hanno già cercato di mettere a punto nuove tecnologie per fermare il riscaldamento globale velocemente ma soprattutto senza sforzi.

Una di queste è quella promossa da Bill Gates di “oscurare il sole“. Questo fenomeno avviene già naturalmente ogni qualvolta un vulcano erutta, poiché rilascia solfati nell’atmosfera che fungono da minuscoli specchietti i quali riflettono i raggi solari. Di conseguenza, dopo ogni eruzione vulcanica, vi è un abbassamento delle temperature. La soluzione “tecnologica” quindi sarebbe quella di spruzzare solfati in un intero emisfero, così da creare una gigantesca barriera per i raggi solari.

Il vucano Pinatubo, nelle Flippine, eruttò nel 1991 e causò migliaia di morti per i problemi ambientali che ne derivarono.

Ma, senza contare la tristezza di non poter più vedere un cielo terso e azzurro sopra le nostre teste, questa soluzione non agirebbe sulle cause del riscaldamento globale, ma soltanto sul riscaldamento globale. In poche parole, le estrazioni petrolifere e il carbonio nell’atmosfera continuerebbero ad aumentare, provocando morti per malattie polmonari, acidificazione degli oceani, disuguaglianze sociali ed economiche, guerre e così via. Proprio come in Downsizing.

In più vi sono altre conseguenze negative per il clima, ad esempio il fatto che un abbassamento repentino della temperatura comporterebbe il blocco della stagione dei monsoni nelle zone equatoriali e, quindi, ancora più siccità e carestie.

Quale soluzione, allora?

L’unica soluzione è, come sempre, la via più lunga, ma spesso anche la meno tortuosa. Ovvero il cambiamento radicale delle nostre abitudini di vita, dei nostri sistemi economici, del nostro background culturale. Un’altra verità che Downsizing rivela è che la mentalità per cui essere ricchi significa avere soldi è profondamente sbagliata.

Molte delle persone che stanno intraprendendo le più fiere battaglie contro le estrazioni petrolifere sono, secondo i parametri tradizionali, povere. Tuttavia, sono decise a difendere una ricchezza che la nostra economia non ha ancora trovato modo di quantificare.

“Le nostre cucine sono piene di marmellate e di conserve fatte in casa, sacchi di noci, ceste di miele e formaggio, tutti prodotti da noi” ha raccontato a un giornalista Doina Dediu, una paesana rumena che protestava contro il fracking. “Non siamo neanche così poveri. Forse non abbiamo soldi, ma abbiamo acqua pulita e siamo in salute e vogliamo solo essere lasciati in pace”.

Un equilibrio prezioso

La Terra ha un equilibrio prezioso, che comprende una miriade di componenti che devono essere rispettati, che hanno uguale valore e che costituiscono un anello della catena esattamente come gli altri. Non vi sono, nella logica della natura, i privilegiati e i non. Le società umane, grandi o piccole che siano, non sono altro che uno spaccato del mondo. Per questo devono seguire le sue stesse regole e non vi è altra via d’uscita se non l’estinzione della specie.

Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere ogni settimana i nostri articoli più letti, le nostre grafiche ed i nostri video

<

Oggi è Global Digital Strike con Fridays For Future

Il lockdown imposto dalle istituzioni ha costretto gli attivisti di Fridays For Future a mettere un freno alle proprie manifestazioni su strada. Ma serve molto di più per fermare il desiderio di giustizia climatica. Ne è una dimostrazione l’iniziativa di oggi: il Global Digital Strike. Una manifestazione “digitale” il cui annuncio è stato accompagnato dalla pubblicazione di una lettera rivolta ai cittadini italiani, intitolata “Ritorno al futuro”.

global-digital-strike
Credit: Fridays For Future Italia

I numeri del Global Digital Strike e le modalità di partecipazione

161 paesi nel mondo. 15 città in Italia e un unico messaggio: giustizia climatica. Sono questi i numeri con cui Fridays For Future si affaccia ad un appuntamento tanto insolito quanto necessario. Le modalità di partecipazione sono, ovviamente, molto semplici.

Basterà scattare una foto con uno degli iconici cartelloni che caratterizzano le loro iniziative, condividerla utilizzando gli hashtag ufficiali #DigitalStrike e #RitornoalFuturo e geolocalizzarsi a Palazzo Chigi. Inoltre, per l’occasione, saranno fruibili sui loro canali social e sul sito web di Ritorno al Futuro tutta una serie di dirette con le personalità più disparate. Attori, scienziati e cantanti che si uniscono dietro un’unica richiesta: quella di affrontare come si deve la crisi climatica. Per chi volesse è anche possibile firmare una petizione.

La lettera “Ritorno al Futuro”

Cara Italia,

La nostra normalità è stata stravolta e ci siamo svegliati in un incubo. Ci ritroviamo chiusi nelle nostre case, isolati e angosciati, ad aspettare la fine di questa pandemia. Non sappiamo quando potremo tornare alla nostra vita, dai nostri cari, in aula o al lavoro. Peggio, non sappiamo se ci sarà ancora un lavoro ad attenderci, se le aziende sapranno rialzarsi, schiacciate dalla peggiore crisi economica dal dopoguerra.

Forse avremmo potuto evitare questo disastro?

Molti studi sostengono che questa crisi sia connessa all’emergenza ecologica. La continua distruzione degli spazi naturali costringe infatti molti animali selvatici, portatori di malattie pericolose per l’uomo, a trovarsi a convivere a stretto contatto con noi. Sappiamo con certezza che questa sarà solo la prima di tante altre crisi – sanitarie, economiche o umanitarie – dovute al cambiamento climatico e ai suoi frutti avvelenati. Estati sempre più torride e inverni sempre più caldi, inondazioni e siccità distruggono già da anni i nostri raccolti, causano danni incalcolabili e vittime sempre più numerose. L’inesorabile aumento delle temperature ci porterà malattie infettive tipiche dei climi più caldi o ancora del tutto sconosciute, rischiando di farci ripiombare in una nuova epidemia.

Siamo destinati a questo? E se invece avessimo una via d’uscita? Un’idea in grado di risolvere sia la crisi climatica sia la crisi economica? 

Cara Italia, per questo ti scriviamo: la soluzione esiste già.

L’uscita dalla crisi sanitaria dovrà essere il momento per ripartire, e la transizione ecologica sarà il cuore e il cervello di questa rinascita: il punto di partenza per una rivoluzione del nostro intero sistema. La sfida è ambiziosa, lo sappiamo, ma la posta in gioco è troppo alta per tirarsi indietro. Dobbiamo dare il via a un colossale, storico, piano di investimenti pubblici sostenibili che porterà benessere e lavoro per tutte e tutti e che ci restituirà finalmente un Futuro a cui ritornare, dopo il viaggio nell’oscurità di questa pandemia

Un futuro nel quale produrremo tutta la nostra energia da fonti rinnovabili e non avremo più bisogno di comprare petrolio, carbone e metano dall’estero. Nel quale smettendo di bruciare combustibili fossili, riconvertendo le aziende inquinanti e bonificando i nostri territori devastati potremo salvare le oltre 80.000 persone uccise ogni anno dall’inquinamento atmosferico.

Immagina, cara Italia, le tue città saranno verdi e libere dal traffico. Non perché saremo ancora costretti in casa, ma perché ci muoveremo grazie a un trasporto pubblico efficiente e accessibile a tutte e tutti. Con un grande piano nazionale rinnoveremo edifici pubblici e privati, abbattendo emissioni e bollette. Restituiremo dignità alle tue infinite bellezze, ai tuoi parchi e alle tue montagne. Potremo fare affidamento sull’aria, sull’acqua, e sui beni essenziali che i tuoi ecosistemi naturali, sani e integri, ci regalano. Produrremo il cibo per cui siamo famosi in tutto il mondo in maniera sostenibile. 

In questo modo creeremo centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro ben retribuiti, in tutti i settori.

Questo Futuro è davvero possibile, cara Italia, ne siamo convinti. Per affrontare questa emergenza sanitaria stiamo finalmente ascoltando la scienza. Ed è proprio la scienza ad indicarci chiaramente la rotta da percorrere per sconfiggere la crisi climatica. Stavolta sappiamo quanto tempo ci rimane per agire: siamo già entrati nel decennio cruciale. Il momento del collasso dell’unico ecosistema in cui possiamo vivere, il superamento di 1,5°C di riscaldamento globale, già si staglia all’orizzonte. La folle curva di emissioni va capovolta già da quest’anno, e per sempre. Solo se ci riusciremo costruiremo un paese e un mondo più giusto, più equo per tutte e tutti, non a spese dei più deboli, ma di quei pochi che sulla crisi climatica hanno costruito i loro profitti.

Cara Italia, sei di fronte ad un bivio della tua storia, e non dovranno esserci miopi vincoli di bilancio o inique politiche di austerity che ti impediscano di realizzare questa svolta. 

Cara Italia, tu puoi essere d’esempio. Puoi guidare l’Europa e il mondo sulla strada della riconversione ecologica.

Non a tutte le generazioni viene data la possibilità di cambiare davvero la storia e creare un mondo migliore – l’unico in cui la vita sia possibile.

Questa è la nostra ultima occasione. Non possiamo permetterci di tornare al passato. Dobbiamo guardare avanti e preparare il nostro Ritorno al Futuro!

PS: questo è solo l’inizio. Oggi comincia una grande campagna per la rinascita del nostro paese, che ci porterà fino al lancio di una serie di proposte concrete, in occasione del global #DigitalStrike, il 24 aprile. E non saremo soli.

La crisi CoronaVirus come occasione per ripartire da zero

Più volte in questo ultimo periodo abbiamo sostenuto tra le righe di questo blog la necessità di un ritorno alla “normalità” nel segno di una conversione ecologica. Abbiamo i mezzi e le risorse per farlo. E non siamo noi a dirlo.

Abbiamo un’occasione per guadagnare un’indipendenza energetica che al momento ci sfugge a causa della nostra necessità di reperire energia sporca dall’estero quando il sole che tanto amiamo ed il vento che soffia nei nostri mari e nelle nostre montagne potrebbe renderci autosufficienti. Un’occasione anche per rivedere i nostri stili di vita e riorganizzare le nostre città affinché le strade siano percorribili con mezzi sostenibili quali la bicicletta, i servizi di car sharing elettrico e il potenziamento del trasporto pubblico.

Questa volta abbiamo davvero la possibilità di cambiare noi stessi e la nostra società, divenendo un esempio per chi ci guarda dall’estero che a noi potrà ispirarsi. Dimostriamo che si può. Dimostriamo che l’Italia si rialzerà e che saprà farlo meglio degli altri, cambiando davvero le cose e rendendo il nostro paese un posto migliore.

Abbiamo due scenari davanti a noi. Quello del ritorno al business as usual fatto di mari, fiumi ed aria inquinata, di sviluppo insostenibile caratterizzato da visioni di breve termine, di coste sommerse, di alluvioni e lunghi periodi di siccità. E poi c’è quello della rivoluzione ecologica, fatto di energia a zero emissioni, aria e acqua pulita, città a misura di bicicletta, sviluppo sostenibile e, con ogni probabilità, più giustizia sociale.

La vita è una questione di scelte e oggi, più di ieri, ognuno di noi può fare la sua. Se verrà fatta con senso etico l’esito è a dir poco scontato.


Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere ogni settimana i nostri articoli più letti, le nostre grafiche ed i nostri video

<

Prezzo del petrolio ai minimi storici: cos’è successo

Il prezzo del petrolio a Wall Street è crollato

Petrolio a picco

Quella del 20 aprile 2020 sarà ricordata come una data storica. In tale giornata, infatti, l’indice Nymex WTI di Wall Street, il principale indicatore del prezzo del petrolio negli Stati Uniti, ha perso il 305%. A fine serata, un barile di petrolio valeva – (meno) 37 dollari. Dove il meno sta per il segno che indica il dominio dei numeri negativi, quello che si mette davanti alle cifre. Sostanzialmente, il petrolio valeva meno dell’acqua. In termini finanziari ciò significa che l’offerta dei produttori non ha alcuna domanda; detto in parole ancor più povere, un petroliere potrebbe esser disposto a pagare pur di disfarsi delle scorte di petrolio che non riesce a vendere, non avendo più spazio per immagazzinare il prodotto.

Il crollo dei future WTI petroliferi in scadenza a maggio, grafico: CME Group

La situazione è rientrata, se così vogliamo dire, quando alla chiusura delle contrattazioni negli USA è seguita l’apertura di quelle in Asia. I future WTI – così sono denominati, in Borsa, i barili della partita il cui prezzo è precipitato – sono risaliti fino a 1,55 dollari al barile, qualche ora dopo lo shock quantificato perfettamente dal -37,63 a New York. Le azioni denominate future WTI, con scadenza a maggio, non erano mai andate in territorio negativo prima di lunedì.

Le cause del tonfo

In primis dobbiamo annoverare, tra le cause di questa picchiata, la quarantena imposta a gran parte del pianeta a causa del nuovo coronavirus.

L’intero mondo occidentale ha seriamente ridotto la circolazione di automobili, aeroplani e altri mezzi pubblici e privati. Ciò ha inevitabilmente portato ad un abbassamento senza precedenti della domanda, nonostante l’estrazione di greggio non sia stata interrotta, ma soltanto ridotta. Per tal motivo, numerosi proprietari di raffinerie hanno smesso di acquistarlo. Ciò ha dato origine alla paradossale situazione dei produttori, i quali si sono trovati in serie difficoltà. Oltre a non riuscire a vendere il loro prodotto, infatti, non sanno neanche più dove stoccarne le riserve.

La guerra per il petrolio

In secondo luogo, dobbiamo ricordare come Russia, Arabia Saudita e Stati Uniti stiano combattendo, in questo preciso momento, una vera e propria guerra commerciale. I primi due Paesi, che devono gran parte delle loro economie all’oro nero sarebbero i primi responsabili dell’abbassamento della quotazione. Mosca e Riyad, infatti, si sono rifiutati di tagliare la produzione, in pieno disaccordo con le misure dell’OPEC, l’organizzazione che comprende i Paesi produttori di petrolio. Di riflesso, questa decisione ha messo in crisi il settore statunitense dello shale oil. Tale greggio è quello contenuto nelle rocce e sabbie bituminose, estratto tramite la tecnica, oltremodo inquinante, della fratturazione idraulica o fracking.

Petrolio estratto da sabbie bituminose, Foto: Bloomberg

Questa tecnica altamente ditruttiva ha dato modo agli USA di disporre, negli ultimi anni, di grandi quantità di greggio a prezzi tutto sommato convenienti. In fin dei conti, a Donald Trump importa poco se il prezzo più alto lo paghi l’ambiente. Lui capisce solo il linguaggio degli sciacalli dell’economia e della finanza. La sua amministrazione ha favorito e incoraggiato l’impiego della fratturazione idraulica come mai prima. Questa liberalizzazione ha ridotto l’importazione ai minimi, dando modo al settore di fare nuove assunzioni, come promesso in campagna elettorale dal presidente americano.

Leggi anche “La California si oppone a Trump e al fracking forsennato”

Qualche giorno fa, anche la Russia ha deciso di ridurre le proprie operazioni estrattive del 10%, allineandosi alle direttive OPEC.

Gli effetti del crollo

Non è facile fare previsioni, non solo per quanto riguarda il settore estrattivo ma per l’economia mondiale. Se è vero che la morsa della pandemia si sta cominciando ad allentare, non ci è dato sapere quanto potremmo dirci fuori da essa. Quel che si profila, ad oggi, è un futuro di incertezza, difficoltà e possibili bancarotte per numerosi attori del settore petrolifero. Non è da escludere neppure che alcuni produttori possano davvero mettere in conto spese proprie per smaltire quei barili i cui contratti scadono a maggio, poiché liberare spazio in magazzino potrebbe essere la cosa più importante da fare. Nel momento in cui si scrive, infatti, i future WTI per giugno scambiano ancora in territorio positivo. Questo crollo del prezzo del petrolio senza precedenti potrebbe creare un lungo strascico ma la crisi era nell’aria anche prima del COVID.

Nero come il petrolio

Il mondo annega nel greggio. Nonostante lo storytelling che webzine come L’EcoPost, giornali, scienziati, attivisti, giovani e chiunque abbia un briciolo di sale in zucca portano avanti in ogni parte del mondo, assistiamo in questo tempo ad una corsa alla produzione senza precedenti. È come se i produttori non volessero far altro che inondare il Pianeta, saturarlo, renderlo nero come il petrolio. D’altra parte, la domanda sta rallentando. A maggior ragione ora che vige il lockdown, per quanto già da prima la sensibilizzazione al rinnovabile aveva abbassato la richiesta.

Già da mesi, circa 18, le quotazioni del petrolio viaggiano su livelli minimi. Il tema all’ordine del giorno nel corso delle più recenti riunioni dell’OPEC, infatti, è sempre stato il raggiungimento di un accordo per il taglio della produzione. Una riduzione che consentisse al prezzo del barile di rifiatare, risalire verso l’alto, in seguito ad una riduzione dell’offerta. In tal maniera sarebbe stato possibile ricondurre la forbice del prezzo verso un’area più accettabile per i punti di pareggio fiscali di numerosi Stati appartenenti all’organizzazione. Ciò posto, ci troviamo davvero di fronte agli squilli di tromba dei biblici Angeli dell’Apocalisse, per quanto riguarda il settore petrolifero?

Leggi anche: “Dakota Access: l’oleodotto della discordia”

Una cortina fumogena

Difficilmente. Purtroppo, aggiungerei, per chiunque, come chi scrive e legge, si auguri una seria riduzione nell’impiego di questa fonte di energia. Quella di cui abbiamo parlato per molte righe, fino a questo punto, è una mera questione tecnica. Il lotto dei barili di petrolio di maggio, l’insieme dei future WTI registrati all’indice Nymex, si riferisce ad un contratto fisico. Tale accordo presuppone un punto di consegna del petrolio trattato e una data in cui tenere lo scambio di merce. Lo stock è allocato a Cushing, in Oklahoma, dove si trova la partita di oro nero e la sua data di consegna è quella di maggio. Per il mese di giugno ed i successivi, saranno messi in vendita, a Wall Street, altri barili.

Uno stock di barili di petrolio, Foto: InvestingCube

Il detentore del contratto, ovvero chiunque si sia aggiudicato la partita al termine delle contrattazioni, all’avvicinarsi della chiusura della finestra di trading, deve essere pronto a ricevere quanto acquistato. Nel mondo reale, però, ciò non accade così spesso.

Dove osano gli speculatori

Il mercato finanziario non è popolato da linee aeree e benzinai che necessitano di carburante. È popolato da lupi e squali, da speculatori che giocano con il petrolio per guadagnare sui differenziali di prezzo tra acquisto e rivendita. Queste persone non hanno alcun interesse reale a ricevere i barili, non se ne farebbero nulla. Dunque comprano, per poi rivendere il petrolio all’approssimarsi della data di scadenza del future, sperando di riuscire a guadagnare qualcosa sul roll, la rivendita. La data di scadenza del lotto il cui prezzo è precipitato lunedì 20, era martedì 21.

Petrolio e denaro speculativo, un’accoppiata che ben simboleggia il potere dell’alta finanza. Elaborazione: Trend-online

Leggi anche “L’UE sceglie BlackRock come arbitro della finanza green”

Cos’è successo a questo petrolio

Se si è arrivati a questo punto, è perché gli stock di petrolio WTI a Cushing sono cresciuti del 48% da fine febbraio ad oggi. Ciò si deve, come scritto, al calo della domanda. Lo stock è arrivato a 55 milioni di barili, a fronte di una capienza totale dell’hub di circa 76 milioni. I traders, forse distratti dai venti della pandemia, hanno preso atto troppo tardi dell’impossibilità di prenotare ampio spazio di stoccaggio in Oklahoma. Fisicamente non c’era più volume per allocare altro petrolio, indipendentemente dal prezzo che si era disposti a pagare per garantirselo.

Al netto di una situazione tale, chi si sarebbe mai sobbarcato l’acquisto di barili vincolati alla consegna, dal momento che non c’è il posto per effettuarla quella stessa consegna? Nessuno, neppure con un fortissimo sconto. Per tal motivo, il produttore potrebbe vedersi costretto a pagare di tasca propria, affinché qualcuno gli liberi spazio.

La logistica nel deposito di Cushing, grafico: Bloomberg. La linea gialla indica il prezzo del barile, la bianca la quantità di petrolio stoccato presso il deposito. L’ascissa orizzontale segnala a quale mese si riferisce la punta nel grafico

La possibile via di fuga

Il prezzo del petrolio sembrerebbe aver subito rimbalzato, tanto che già ieri era risalito in territorio positivo. Se però nei prossimi giorni si dovesse verificare un netto calo anche relativamente ai future di giugno, come si dovrebbe reagire? I veterani del mercato si aspettano un deprezzamento significativo delle scadenze di giugno – intorno al 15% – ma danno i barili in trattativa per quel mese ancora in area positiva. Qualora si sbagliassero, allora potremmo davvero affermare con certezza l’esistenza di uno stress fisico (l’assenza di spazio) che si riverbera sulle quotazioni di mercato dell’oro nero.

A quel punto occorrerebbe ricorrere a blocchi, a divieti di produzione nel mese di maggio che incidano ben più del 10% stipulato dall’OPEC. Secondo Bloomberg, notoriamente ben informato in materia finanziaria, il governo americano starebbe pensando ad una opzione estrema. Pagare i produttori, con soldi del contribuente, affinché non trivellino, evitando di andare ad aumentare le riserve di greggio. Si tratterebbe, dunque, di un vero e proprio sussidio alla non produzione. Ecco, questa si che potrebbe essere una buona notizia per l’ambiente.

Earth Day 2020, 50 anni di lotte per l’ambiente

earth day

Oggi, 22 aprile 2020, si celebra il cinquantesimo anniversario dell’Earth Day, la Giornata della Terra. Anche se, a dirla tutta, non ci sarebbe nulla da festeggiare, vista la condizione nella quale si trova ancora il pianeta dopo mezzo secolo di manifestazioni, lotte e insufficienti provvedimenti da parte dei politici di tutto il mondo per contrastare quella che è diventata la sfida più grande dell’umanità: il cambiamento climatico.

La storia dell’Earth Day

Gli anni ’70 ci hanno insegnato molto in merito alla capacità degli uomini comuni di far sentire la propria voce, a discapito dei potenti. Per anni, infatti, molti popoli della terra sono stati tacciati, a cominciare dai regimi totalitari e successivamente con il potere lobotomizzante del consumismo e la globalizzazione. Nel famoso ’68, coloro che non volevano più far parte della massa inchinata a ideali pericolosi hanno iniziato a riempire strade e piazze per far sentire la propria voce. Hanno iniziato, insomma, ad agire.

Maggio 1970. Manifestanti davanti alle Casa Bianca contro la guerra in Vietnam.

Ed è così che nel 1970, alle migliaia di manifestazioni contro la guerra del Vietnam, contro la globalizzazione, a favore della liberalizzazione della sessualità e dell’espressione personale, si sono uniti anche gli ambientalisti. Nell’aprile di quell’anno è stato istituito il primo Earth Day, anche se in conseguenza a un evento poco piacevole.

Un anno prima una piattaforma petrolifera californiana si guastò e causò il riversamento di un’elevata quantità di petrolio nel canale di Santa Barbara. Il danno all’ambiente fu enorme e queste tante, troppe gocce nere fecero traboccare il vaso di quello che diventerà ufficialmente il movimento ambientalista. Potremmo quasi considerarli i precursori di quelli che oggi sono i Fridays For Future. Infatti, la maggior parte dei 20 milioni di manifestanti negli Stati Uniti erano studenti e giovani preoccupati per il futuro loro e del pianeta. E che, allora come oggi, stavano facendo la differenza.

La prima pagina del New York Times il 23 Arile 1970.

Leggi anche: “Dakota Access, l’oleodotto della discordia”

Politica, economia e ambiente: collaborazione difficile

Per quanto però sia importante la spinta dal basso per dare il via al cambiamento, questi devono essere sigillati da chi tiene le redini del carro, ovvero i politici e chi detiene il potere. Dopo la nascita dei movimenti ambientalisti, sono stati fatti molti progressi, sono state redatte le prime leggi ambientali e sono nati i primi enti intergovernativi.

  • Il più importante è stato fondato nel 1988 con il nome di Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento climatico. Ancora una volta, fa specie pensare che l’IPCC sia nato più di trent’anni fa e che oggi siamo ancora qui, in piena emergenza. Le conferenze che si sono susseguite negli anni seguenti sono state importanti, anche se non decisive. Di queste ne ricordiamo alcune.
  • Nel 1992 a Rio de Janeiro è stata adottata la Convezione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) con l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra nell’atmosfera. Questa entra in vigore senza alcun vincolo per le nazioni.
  • Nel 1997 viene adottato il Protocollo di Kyoto che prevede riduzioni o limitazioni quantitative delle emissioni di gas serra per trentotto paesi industrializzati più l’UE, con la possibilità di utilizzare lo scambio di quote di emissioni. Il protocollo, però, entra in vigore solo nel 2005.

Dopo il fallimento una piccola svolta

  • Nel 2009 si tiene a Copenaghen la più fallimentare tra tutte le conferenze sul clima. L’obiettivo della COP era quello di stabilire un ambizioso accordo globale sul clima. Nel testo dell’accordo, messo a punto dai capi di stato di USA e Cina, con il contributo di India, Brasile e Sud Africa, si introduce per la prima volta la necessità di evitare il superamento della soglia dei 2°C di temperatura media del pianeta. In più si prevede di stabilire il Fondo Verde per il Clima, ovvero un ingente impegno finanziario da parte dei paesi industrializzati verso quelli più poveri. Di fatto, però, l’accordo non risulta vincolante né operativo e viene tutto rimandato al 2015 (sei anni dopo!!).
  • Nel 2015 a Parigi finalmente si riaccende la speranza. L’obiettivo del famoso accordo di mantenere la temperatura «ben al di sotto dei 2 °C», diventa inderogabile. Una delle disposizioni chiave dell’accordo è la creazione di un meccanismo di revisione per gli impegni dei vari paesi che avrà luogo ogni cinque anni.
Foto scattata a Parigi alla fine della Cop21, dopo che è stato firmato l’Accordo

Cop25 e Cop26. Due fallimenti consecutivi

Ma nel 2019 la COP25 di Madrid è stato un ennesimo fallimento, sopratutto a fronte del fatto che nel 2018 gli Stati Uniti, ovvero uno dei paesi più inquinanti del pianeta si sono sfilati dall’accordo di Parigi.

Inoltre, il tetto massimo delle emissioni globali doveva necessariamente essere abbassato, poiché è scientificamente provato che, con le politiche attuali, il riscaldamento del pianeta raggiungerà i 3,1-3,7°C. Cina, India, Brasile, Sudafrica e Australia però si sono rifiutate di aggiornare il loro limite delle emissioni. Non fosse che ad oggi Cina e India sono i paesi più inquinanti in assoluto.

Leggi anche: “Perché anche la COP25 è fallita”

I capi di Stato hanno quindi deciso, per l’ennesima volta, di rimandare le decisioni al 2020. Ironia della sorte, la COP26 che si sarebbe dovuta svolgere a Glasgow a novembre è stata rimandata al 2021 per la pandemia globale.

Ancora più tristemente ironico è il fatto che il diffondersi su larga scala dell’epidemia di coronavirus è dovuta molto probabilmente ad alcuni dei fattori che hanno determinato il riscaldamento globale. Questi sono, principalmente, l’inquinamento e gli allevamenti di animali selvatici per il consumo della loro carne da parte dell’uomo.

In più, quest’anno segnava l’inizio del decennio determinante per il pianeta. Restano infatti ormai soltanto otto anni per poter diminuire drasticamente le emissioni di gas serra e prevenire una catastrofe climatica.

Leggi anche: “Conferenza Onu sul clima COP26 rimandata al 2021”

L’importanza dell’Earth Day

Ecco perché l’Earth Day quest’anno è ancora più importante. Sia perché dobbiamo tornare a far sentire che i popoli, che negli anni ’70 hanno iniziato questa protesta, non hanno perso la loro voce. Sia perché, anche durante questa tragica emergenza sanitaria, non bisogna dimenticarci di un’altra emergenza, potenzialmente più distruttiva: quella climatica.

Il tema dell’Earth Day di quest’anno è la “climate action“, l’azione climatica. Anche in questo caso la sorte ci ha sbeffeggiato e ha voluto che questo tema fosse protagonista di un periodo nel quale le possibilità di azione sono molto limitate. In realtà, però, stiamo facendo più adesso per il clima di quanto sia mai stato fatto nella storia recente. Gli aerei sono stati bloccati, abbiamo limitato ogni acquisto inutile, abbiamo ridotto gli sprechi, il sistema economico basato sui principi del capitalismo e della crescita infinita è stato bloccato.

Questa quarantena, però, prima o poi finirà. Non dobbiamo quindi sederci sugli allori, ma dobbiamo usare questo tempo per continuare a far sentire la nostra voce, e informarci riguardo al pianeta e al suo futuro. Ecco quindi cosa puoi fare durante la giornata di oggi.

Gli eventi on-line

Eventi in inglese

  • Sul sito ufficiale dell’Earth Day si terrà l’EarthDay Live, una diretta live non-stop dal 22 aprile al 24 aprile. Durante la diretta vi saranno attivisti, artisti, leader politici che cercheranno di ispirare le persone alla mobilitazione e all’azione climatica. Qui si possono consultare tutti gli eventi ufficiali in tutto il mondo.
  • La NASA ha messo a disposizione sul suo sito giochi online, quiz, video informativi, video in diretta dallo spazio.
  • One Earth Film Fest permette di vedere, dopo la registrazione, uno o più film sull’ambiente gratis e di partecipare a discussioni con esperti attraverso la chat di zoom.
  • Su Apple+ è disponibile il nuovo corto sull’ambiente di Apple. Di seguito il trailer.

Eventi in italiano

  • One people One planet è un palinsesto creato da Earth Day Italia e Movimento dei Focolari, che andrà in onda il 22 aprile su Rai Play. Si tratta sostanzialmente della stessa staffetta digitale di Earth Day Live, ma in lingua italiana. Qui si uniranno artisti, scienziati, giornalisti, rappresentanti istituzionali e gente comune che interverranno in una sorta di gigantesca conferenza sul clima alla quale si può assistere gratuitamente dal nostro divano.
  • Flash Mob di Legambiente “Abbracciamola”. L’iniziativa prevede che chiunque voglia aderire posti sui social una propria foto aggiungendo gli hashtag #Abbracciamola ed #EarthDay. “Spazio alla fantasia – dice Legambiente – aprendo alla possibilità di dimostrare il proprio amore per il Pianeta anche abbracciando ad esempio un mappamondo, una foto o disegno della Terra, ma anche una mappa geografica o una versione del pianeta scolpita”.
  • Yoga per la Terra. Extinction Rebellion Verona organizza un evento di Yoga live su zoom per tutti i livelli. L’incontro live si terrà dalle 19:00 alle 20:30. Qui il link all’evento Facebook.

Cosa fare a casa

Infine, ti consigliamo, durante questa giornata, di mettere in atto piccole azioni che fanno bene all’ambiente. Cerca, poi, di far sì che siano l’inizio di un cambiamento e non solo un evento circoscritto. Ecco alcuni esempi.

Il fatto che i piatti vegani siano poco invitanti o senza sapore non corrisponde alla realtà.
  • Cucina e consuma solo cibo vegetariano o vegano.
  • Invece della solita serie TV, scegli di guardare un film o un documentario sull’ambiente. Sul sito di Fridays For Future trovate la sezione “Quarantena For Future” dove ne sono elencati moltissimi. Anche nella nostra sezione “documentari sull’ambiente” potete trovare molti film e serie con le relative recensioni.
  • Sempre sul nostro sito, nella selezione dell’Ecopost, potete trovare i link per acquistare molti libri sull’ambiente. Leggendo un libro consumerete meno energia elettrica rispetto al vedere un film e vi terrà compagnia più a lungo.
  • Svuotate il vostro armadio e liberatevi di ciò che non vi serve, con la promessa di utilizzare, d’ora in poi, soltanto l’essenziale. I vestiti che scartate non buttateli. Dateli in beneficenza oppure consultate il sito di Armadio Verde. Si tratta di una bella iniziativa di scambio di vestiti usati che evita moltissimi sprechi
  • Fate movimento, come Yoga o Pilates. Oppure meditate. Sono attività utili per riconnettersi con noi stessi e con il mondo intorno a noi, non dandolo per scontato. E, ancora una volta, si tratta di pratiche che non comportano eccessivi consumi.
  • Parlate di ambiente con i vostri genitori, i vostri bambini, o i vostri amici, oppure condividete una riflessione o un articolo postandolo sui social. Potreste essere il primo anello di una catena o infondere in qualcuno una nuova consapevolezza ambientale.

L’UE sceglie BlackRock come arbitro della finanza green

blackrock

Un discutibile consulente: BlackRock

Torniamo a parlare del gigante BlackRock, la maggiore società d’investimento al mondo, la quale ha annunciato, qualche tempo fa, di voler legare il suo nome a quello degli investimenti sostenibili. La Commissione Europea deve aver preso sul serio l’impegno della società di trading. E’ infatti cronaca recente l’assegnazione al colosso statunitense del compito di vigilare sulla corretta integrazione dei criteri di sostenibilità ambientale nelle strategie del sistema bancario europeo. Il compenso pattuito per la prestazione di BlackRock è piuttosto esiguo, a questi livelli: 280mila euro. Naturalmente, il valore dell’incarico trascende ampiamente il risvolto economico.

La sede di BlackRock, a Manhattan.

Impegni mai concretizzati

Finora, però, BlackRock non ha fatto seguire azioni significative al suo impegno nella tutela ambientale. Aldilà dell’annuncio, applaudito da molti, di impegnarsi in prima linea perché l’ambiente diventasse criterio basilare all’interno di una strategia d’investimento, BlackRock si è limitata a stanziare dei fondi ETF, tramite la sua divisione iShares e poc’altro. Tutto questo senza mai uscire dal settore dei combustibili fossili, ove vanta ancora importanti quote. Praticamente, non vi sono consigli d’amministrazione di grandi aziende petrolifere ove non sieda un rappresentante dell’azienda. BlackRock detiene il 4,8% di Chevron e ConocoPhilips, il 4,5% di Exxon Mobil e il 5% di Petrobras.

Le partecipazioni aziendali nel settore ammontano a poco meno di 90 miliardi di dollari. Ciò è probabilmente inevitabile quando gestisci un portafoglio di ben 7mila miliardi di dollari, cifra piuttosto difficile da quantificare per chi è esterno alle alte sfere della finanza. Ciò non toglie, però, che quando hai una tale ricchezza legata al petrolio, sorgano seri dubbi riguardo ad un ruolo da paladino ambientale. Il quotidiano britannico Guardian ha provato a fare i conti in tasca a BlackRock, a seguito della svolta ambientale. Secondo la testata, il gruppo controllerebbe indirettamente oltre 3 miliardi di barili di greggio, 1300 tonnellate di carbone e 622 miliardi di metri cubi di gas. Inutile dire che questi dati non ci fanno pensare esattamente alla tutela ambientale come principio di strategia d’investimento.

Il potere economico/ finanziario di BlackRock è immenso, non trovo altre parole, dunque la società potrebbe davvero favorire decisioni concrete per la salvaguardia ambientale.

Chi è BlackRock?

Naturalmente chiunque abbia seguito, su queste pagine, i precedenti articoli relativi al gigante del trading, ha ben presente le dimensioni di BlackRock. Per agevolare però il compito del nuovo lettore, così come per ribadire quanto sia grosso il pesce di cui stiamo parlando, riportiamo qualche dato.

L’azienda è nata nel 1988 per mano di un trader come tanti, chiamato Laurence Fink, per tutti Larry. Insieme a una dozzina di colleghi, Fink ha una intuizione che si rivelerà essere geniale, nonché fonte di una ricchezza smisurata. Si dimette dal suo ben pagato posto di consulente a Manhattan per seguire il suo intuito e creare BlackRock. Nella vita, quando ci si trova al posto giusto nel momento giusto, capitano queste sliding doors imprevedibili. Come quando Bill Gates chiese al suo vicino un prestito per aprire la sua azienda, promettendogli un 20% dei futuri guadagni e il vicino accettò. Come quando Steven Spielberg, dopo aver visto in anteprima Star Wars, firmò un accordo con George Lucas nel quale cedeva al titolare di Lucasfilm il 3% dei futuri introiti del suo Incontri ravvicinati del terzo tipo, in cambio della stessa percentuale sui futuri guadagni della saga western – fantascientifica.

Da un’intuizione, da un azzardo è nata la fortuna di Fink.

BlackRock conta oggi 13.900 impiegati in 30 Paesi. Gestisce circa 6300 miliardi di dollari, un terzo dei quali soltanto in Europa, che rappresentano più del pil di Francia e Spagna. Sommati. Si stima che Aladdin, software aziendale sviluppato per la gestione dei rischi, sia capace di controllare indirettamente altri 20mila miliardi di dollari. Banche centrali del vecchio continente e istituzioni europee si rivolgono puntualmente a BlackRock per consigli finanziari. Ogni legge che abbia a che fare con finanza ed economia, approvata dalla UE, ha subito a qualche livello l’influenza del colosso statunitense. Il deputato liberale tedesco, Michael Theurer, ha affermato: “Le dimensioni di Blackrock ne fanno un potere di mercato che nessuno Stato può più controllare.”

Il peso di BlackRock nel settore del fossile, elaborazione e grafica: The Guardian

Capitalismo e società

BlackRock rappresenta la quintessenza del capitalismo schiacciatutto. In un libro sulla finanza scritta da Heike Buchter, giornalista tedesca, tre anni fa, si legge: “Comincia quando ti alzi la mattina. Prendi i cereali con il latte. Ti vesti. Ti infili le scarpe. Prendi l’auto e vai al lavoro. Accendi il computer. Usi il tuo iPhone. In ognuno di questi momenti, BlackRock è presente.” Difficile darle torto.

La roccia nera, in Europa, possiede quote nell’energia. Nei trasporti. Nelle compagnie aeree. Nell’agroalimentare e nell‘immobiliare. Possiede una cospicua fetta di bond del debito pubblico italiano, come riporta la Reuters citando il database Thomsons One consultato da Investigate Europe. Naturalmente, però, Banca d’Italia preferisce non diffondere questa notizia, con il benestare di BlackRock. In ognuna delle prime dieci banche europee, Fink è azionista di peso. Nel caso di Deutsche Bank è il primo azionista, in quello di Intesa San Paolo il secondo. Ovunque vada, il ceo di BlackRock è accolto come un capo di Stato, si chieda a Matteo Renzi in merito a quella cena privata del 2014. L’Europa chiede a Fink di continuare a investire nel vecchio continente, lui chiede al’Europa di non intralciare i suoi affari con troppe leggi e controlli. Una mano lava l’altra. Entrambe lavano il viso.

Larry Fink accanto a Mario Draghi, al Forum di Davos nel 2014. Foto: Flickr

Leggi il nostro articolo: “New York, bocciata la barriera protettiva per l’innalzamento del mare.”

BlackRock, lo scoglio sicuro

Quis custodiet ipsos custodes, domandava Platone, chi controllerà i controllori? Non sono in molti a preoccuparsi di questo aspetto. Tutt’altro, in Europa, BlackRock è visto come uno sbocco ancor più allettante della grande politica.

George Osborne, che è stato ministro delle Finanze britanniche tra il 2010 e il 2016, ha ora un contratto da consulente con la società. Guadagna moltissimo, naturalmente. La riforma delle pensioni del Regno Unito, quella che ha liberato un mercato di fondi pensionistici ammontante a circa 25 miliardi di sterline porta la sua firma. I rappresentanti dell’azienda sono stati incontrati a più riprese, mentre la stendeva. Frederic Merz, ex capogruppo della CDU al Bundestag, ha ora un contratto con BlackRock. Philippe Hildebrand, ex governatore della banca centrale svizzera, lavora adesso per Fink. Jean-Francois Cirelli, esponente di punta di BlackRock è anche consulente del presidente francese, Emmanuel Macron.

In definitiva, per usare le parole di Daniela Gabor, ricercatrice dell’Università del West England a Bristol che si occupa di legislazione finanziaria anche per conto di Bruxelles: “BlackRock non è solo una storia di fondi passivi. E’ la storia di un potere politico.”

Riproponiamo un breve video sul potere di BlackRock in Europa, già condiviso su queste pagine qualche tempo fa, quando abbiam parlato della società

La questione ambientale

Dopo aver delineato questo identikit della società, torniamo al focus iniziale: la questione ambientale e i dubbi relativi alla nomina da parte della Commissione. Durante il lustro appena concluso, 2015 – 2019, all’interno dei cda di cui fa parte, BlackRock si è opposta all’80% delle mozioni che spingevano per più attente politiche ambientali. Se si confronta questa percentuale con quella dei maggiori asset manager mondiali, ci si accorge che è la più bassa. Nello stesso periodo, le emissioni di CO2 dei suoi gruppi partecipati hanno continuato a salire, si stima del 38% dal 2015 ad oggi. Non certo poco.

Il colosso della finanza, però, si è impegnato per costruirsi una sorta di verginità ecosostenibile, come abbiamo scritto nei mesi passati. A Bruxelles hanno creduto a questo rinnovato impegno. Vorremmo tanto poterlo fare anche noi. Aziende così grandi hanno il potere di sfoggiare l’artiglieria pesante nella battaglia per il clima. A parole hanno mostrato la volontà di volerlo fare, e ne siamo ben lieti. Ora non occorre che far seguire ad esse fatti concreti. Il consulente BlackRock si metterà all’opera non appena la pandemia consentirà la ripartenza a pieno regime dell’Europa. Probabilmente, vaglieranno alcune misure anche prima della celeberrima fase 2. Non ci resta che attendere le mosse del trader, auspicando che davvero mettano la questione ambientale di fronte al proprio salvadanaio. Dubitarne resta però legittimo.

Leggi il nostro articolo: “Dakota Access: l’oleodotto della discordia”

Dakota Access: l’oleodotto della discordia

Dakota Access può rappresentare un serio rischio per l'ambiente e le comunità indigene

Dakota Access: l’infrastruttura

Lo chiamano DAPL, acronimo di Dakota Access Pipeline. Aldilà del nome musicale e scorrevole però, si tratta di un nuovo smacco autorizzato, firmato e sottoscritto dall’amministrazione Trump nei confronti dell’ambiente. Si tratta di un oleodotto interrato statunitense lungo 1886 km. Il condotto ha origine nel North Dakota occidentale, ove è localizzata la riserva petrolifera denominata Bakken. A partire da questo Stato, la pipeline si snoda sotto i territori del South Dakota, dell’Iowa e dell’Illinois, fino a terminare nei pressi di Patoka. Assieme al suo oleodotto gemello, Energy Transfer Crude Oil Pipeline – il quale nasce a Patoka per concludersi in Texas – forma il celeberrimo sistema Bakken, una delle più discusse infrastrutture energetiche statunitense. Il Bakken è tempio e simulacro di quanto inquinante ed arretrato sia l’approvvigionamento energetico degli States, la prima economia mondiale.

Il Dakota Access in costruzione, Foto: Lifegate

I proprietari di Dakota Access

L’oleodotto è di proprietà dell’azienda Energy Transfer, la quale detiene circa il 36,4% delle quote della MarEn Bakken Company LLC e di altri partner finanziari che sono proprietari di quote più piccole. La MarEn Bakken Company è un’azienda creata per supervisionare il sistema Bakken ed è di proprietà della Enbridge Energy Partners e di MPLX, un’associata di Marathon Petroleum. Marathon è una delle maggiori aziende operanti nel settore della raffinazione petrolifera; nei soli Stati Uniti possiede 16 raffinerie in grado di produrre, giornalmente, oltre 3 milioni di barili di petrolio raffinato. Nella lista Fortune 500 del 2018, quella che classifica le più redditizie aziende mondiali, Marathon era al numero 41. La digressione di questo paragrafo può apparire come stucchevole esercizio finanziario ma è stata riportata per far meglio comprendere, al lettore poco ferrato, quali interessi ruotino attorno a questo progetto.

Il settore petrolifero è una sorta di buco nero, nonostante gli sforzi mirati a convertire l’approvvigionamento energetico mondiale, è ancora uno dei campi più redditizi a livello mondiale. La lobby del petrolio è stata capace. nel corso del ‘900 di allungare i suoi tentacoli ovunque.

Politica ed economia

L’oro nero batte ancora abitualmente cassa a Wall Street e uno squalo come Donald Trump lo sa bene. Stando alla dichiarazione dei redditi del Presidente, egli deteneva, nel maggio 2016, dunque prima di venire eletto, circa 50mila dollari di azioni della Energy Transfer. L’anno precedente aveva dichiarato di detenere una quota azionaria aziendale ancora maggiore (si parla di una cifra tra i 500mila e il milione di dollari). Il Presidente ha dichiarato di aver ceduto le sue quote nel corso dell’estate 2016, notizia riportata anche dal Washington Post. Qualunque sia la situazione del portafoglio azionario di Trump, nulla toglie che la sua trionfale campagna elettorale abbia ricevuto 103mila dollari da Kelcy Warren, il CEO di Energy Transfer Partners.

Leggi anche: “L’eredità politica di Bernie Sanders”

Non stupiamoci dei legami tra politici e petrolieri, specialmente negli USA; l’ex governatore del Texas, Rick Perry, è stato membro del board dirigenziale di Energy Transfer fino al 2016. Quell’anno si è dimesso. A seguito della nomina ricevuta da Trump a segretario per l’energia. Dallo scorso anno, non ricopre più tale carica. In un intervento pubblico, il Presidente ha ammesso di appoggiare la realizzazione di DAPL. Secondo una nota del suo staff, la posizione di The Donald “non ha nulla a che fare con gli investimenti personali.”

Rick Perry e Donald Trump, Foto: Business Insider

Le caratteristiche dell’oleodotto

Il diametro della pipeline è di almeno 1,2 metri in ogni suo punto e la capacità è di ben 470mila barili al giorno (circa 75mila m3/d) di petrolio grezzo. La costruzione, partita nel giugno del 2016, si è conclusa ad aprile 2017. Il 14 maggio 2017 il primo barile di petrolio ha percorso il DAPL; il primo giugno seguente, l’oleodotto è diventato commercialmente operativo. Il progetto è costato circa 3,78 miliardi di dollari. Attivisti e politici, non solo statunitensi, hanno evidenziato l’impatto ambientale dell’opera. A seguito di un ricorso, un giudice distrettuale ha stabilito, nel mese di marzo 2020, che il governo non aveva studiato l’impatto ambientale del Dakota Access a sufficienza. In seguito a ciò, lo United States Army Corps of Engineers è stato incaricato di condurre una nuova verifica dell’impatto ambientale. A quasi 3 anni dall’inaugurazione.

Dakota Access e ambiente

Naturalmente, questo articolo non serve solo a constatare l’ovvio. Il centro della questione DAPL non è tanto la collusione tra politica e finanza, non è tanto quello di evidenziare come la lobby petrolifera sia ancora troppo potente da sconfiggere, per quanto entrambi questi due concetti sono molto importanti, all’interno della battaglia ambientale. Il nocciolo della questione, invece, è il fatto che un Paese avanzato come gli USA continuino, imperturbabilmente, ad investire sul fossile.

Leggi anche: “L’ONU propone un divieto per i mercati di animali selvatici”

La costruzione di un simile serpente di metallo, di un tale mostro ecologico, è stata fortemente avversata, fin dall’inizio della pianificazione. Era il lontano 2014 e il Presidente degli Stati Uniti era ancora Barack Obama; lo stesso che partecipava ai documentari di Leonardo Di Caprio, dicendo che la tutela ambientale doveva essere al centro dell’agenda politica, se ricordate. Obama si è dichiarato contrario alla realizzazione del DAPL e ha preso tempo finché ha potuto; la sua amministrazione però non ha mai fatto nulla di davvero concreto per impedirne la costruzione, accontentandosi di lasciare la palla in mano a chi ne avrebbe preso il posto.

Proteste tribali

Tra i primi ad opporsi alla costruzione vi sono stati i nativi americani della tribù Meskwaki, la cui capotribù, Judith Bender, ha da subito segnalato come il tracciato del Dakota Access corra il rischio di andare a prendere il posto dell’oleodotto Keystone XL, altra pipeline contro la cui realizzazione i nativi si stanno battendo. In merito al Keystone, i nativi sembrano avere il coltello dalla parte del manico, come si suol dire, e la sua effettiva costruzione è in serio dubbio. Le tribù Sioux di Standing Rock e Cheyenne River si sono presto unite alla protesta, poiché il progetto taglia diversi luoghi sacri delle comunità, luoghi che ricadono all’interno di riserve protette e, dunque, dovrebbero essere intoccabili. Dovrebbero, appunto.

Una mappa del tracciato dell’oleodotto. Su di essa è indicata anche la zona delle proteste; la riserva indiana di Standing Rock.

Un’annosa questione

L’argomentazione delle tribù è che la realizzazione dell’oleodotto minacci l’acqua, il popolo, la terra e lo stile di vita dei nativi. La verifica ambientale del 2015, prima che la costruzione cominciasse, ha autorizzato il cantiere. Le tribù hanno continuato a protestare per anni, fino a poche settimane fa, quando hanno accolto con gioia il ricorso giudiziario di cui si è scritto. Secondo alcuni ambientalisti e rappresentanti delle tribù, la prima verifica era intrisa di razzismo ambientale a danno delle tribù di nativi. Se così fosse, non sarebbe certo nulla di nuovo per gli Stati Uniti.

D’altra parte, i costruttori, nella fattispecie Energy Transfer per bocca di Kelcy Warren, sostengono di aver avuto poco meno di 400 incontri con oltre 50 tribù di nativi americani prima di iniziare la realizzazione. Secondo Warren, l’oleodotto non passa sotto alcuna proprietà tribale. I 389 incontri tra i costruttori e le tribù sono documentati e, similmente, difficilmente Warren mente, riguardo all’attraversamento di proprietà private. Come ci insegna la storia, però, le tribu dei cosiddetti indiani non basano la loro vita sul possesso e sulla proprietà privata. Per queste persone anche campi, montagne, alberi e fiumi possono essere sacri e nuclei religioso – spirituali della comunità. Ovviamente, nessuno ha la proprietà di questi elementi naturali se non lo Stato.

Documentario realizzato da VOX sulle proteste a Standing Rock

Praticamente dalla scoperta dell’America in poi, comunità bianche e di nativi americani continuano a scontrarsi sulla questione della proprietà privata. Da quando i colonizzatori europei hanno cominciato a recintare i propri spazi, le tribù si sono trovate praticamente in gabbia sulla loro stessa terra. Pensiamo alla loro situazione come a una perenne privazione di diritti e spazi, come un continuo lockdown. Naturalmente, l’EcoPost si occupa di ambiente e non di cultura angloamericana; in questo preciso contesto, però, le due cose sono legate molto strette.

La minaccia del Dakota Access

Nonostante le tribù native siano state i primi e, probabilmente, principali oppositori del progetto, anche altri americani hanno preso parte alle proteste. Gli Stati interessati dall’oleodotto sono, in gran parte, rurali. Numerosi agricoltori, specialmente quelli che vivono e lavorano in Iowa, si sono detti preoccupati dall’erosione del suolo e la riduzione della fertilità successiva alla realizzazione della pipeline. Il sottosuolo dell’Iowa è piuttosto ricco di risorse idriche, le quali corrono ora il rischio di contaminarsi o venire disperse. A ciò, va aggiunto che vi sono zone, lungo il tragitto del Dakota Access, suscettibili di allagamenti. Qualora si verificasse un simile fenomeno in un punto nel quale, malauguratamente, l’oleodotto avesse una perdita, ci troveremmo di fronte ad un disastro ambientale.

Da parte sua, il costruttore ha garantito che avrebbe riparato qualunque danno causato dagli operai, o dal loro lavoro, alle riserve interrate, facendosi carico dello sradicamento delle erbe infestanti presenti negli Stati, diffusesi inevitabilmente durante le fasi di scavo.

Servizio di FOX News sull’inizio dei lavori per il Dakota Access

Ambiente e salute

Numerose associazioni impegnate per l’ambiente si sono opposte con forza a questo progetto. Greenpeace e lo Science and Environmental Health Network, insieme a 160 scienziati impegnati in prima linea per la tutela ambientale, hanno firmato, a suo tempo, una petizione contro DAPL, rimasta inascoltata. Attivisti per l’ambiente in ogni angolo del mondo si sono scagliati contro la mancanza di considerazione ambientale dimostrata dai progettisti. Principale timore, come già denunciavano gli agricoltori, è la catastrofica possibilità di una perdita di petrolio nelle acque del fiume Missouri, fonte di acqua potabile per milioni di cittadini. Per quanto remoto possa apparire un tale rischio, teniamo presenti due dati che al lettore italiano saranno probabilmente sconosciuti.

Leggi anche: “L’Inverno più caldo di sempre. Temperature più alte di 3,5 °C”

L’operatore dell’oleodotto, Sunoco Logistics, è sotto indagine per circa 200 perdite verificatesi negli impianti che gestisce. Nessun concorrente ha sprecato così tanto olio grezzo, da impianti onshore, dal 2010 ad oggi. Le stime della Pipeline and Hazardous Materials Safety Administration, l’autorità americana in merito, segnalano che la Sunoco abbia sprecato 3406 barili di petrolio (oltre 540 metri cubi) negli ultimi 10 anni.

Fin da subito, dal 2015, inoltre, gli ambientalisti hanno avviato una class action contro il costruttore, accusandolo di aver condotto una analisi ambientale incompleta. A parer loro, il rigore della prima analisi fu troppo poco, citando come progetti ben meno impattanti di DAPL richiedano analisi più approfondite e durature. Entrando nel merito, senza perderci in tecnicismi poco comprensibili, diciamo soltanto che Dakota Access non presenta alcuno spill response plan per il fiume Missouri e non ha dedicato luoghi vicini per il deposito di attrezzature necessarie alla prima risposta ad una crisi ambientale provocata da danneggiamento dell’oleodotto. In sostanza, non c’è nulla di pronto qualora si dovesse davvero fronteggiare un incidente con sversamento di petrolio nel fiume.

Prospettive future

Per tal motivo, il tribunale ha deciso di far condurre una nuova analisi ambientale. Comunque vada, però, gli ambientalisti hanno già perso. L’oleodotto è attivo e ha creato oltre 50 posti di lavoro, tutti già occupati da personale regolarmente assunto. Qualora la nuova analisi dimostri che il progetto è più pericoloso di quanto originariamente stabilito (com’è molto probabile), difficilmente un Paese come gli USA prenderà provvedimenti contro una infrastruttura la quale, nel solo Iowa, genera un indotto che coinvolge circa 4000 lavoratori e mette in circolo milioni di dollari tra produttore, fornitore e consumatore. In barba ai nativi, agli agricoltori, ai cittadini che dipendono dal Missouri e, in ultima analisi, a tutti noi che ci preoccupiamo della questione ambientale, il Dakota Access è al suo posto. Il lungo serpente metallico, incurante della minaccia che presenta all’ambiente, trasferisce petrolio lungo gli States.

Il Dakota Access può rappresentare una seria minaccia per l'ambiente e le comunità indigene
Nativi americani e attivisti festeggiano la sentenza che ordina una nuova verifica ambientale per l’impatto di DAPL, Foto: New York Times

Il Paese delle autostrade leggendarie e della libertà di movimento, concede lo stesso privilegio anche al petrolio. Finché ci sarà questa amministrazione difficilmente le cose cambieranno. In tutta onestà, le probabilità di vedere miglioramenti dal punto di vista ambientale sono molto poche, anche qualora il prossimo Presidente dovesse chiamarsi Joe Biden. L’ex vice di Obama è più noto per le sue gaffe che per la sua politica e le sue posizioni sono conservatrici, non certo progressiste, questo teniamolo bene a mente. Esattamente come nel 2016, la scelta presidenziale a novembre sarà de facto tra un repubblicano radicale ed uno moderato.