Stati Generali 2020: le proteste dei movimenti ambientalisti

Le proteste ambientaliste di tutto il mondo che stavano caratterizzando l’ultimo periodo pre-CoronaVirus sono ripartite. Da Fridays For Future a Extinction Rebellion, fino ad arrivare agli Stati Generali della Green Economy organizzati dai Verdi italiani. Come sono ripartiti i movimenti ambientalisti? E cosa stanno facendo per stimolare una ripresa economica green? Scopriamolo insieme.

stati generali

Firdays For Future in protesta davanti agli Stati Generali

Sono finiti giusto ieri gli Stati Generali dell’Economia. Un’iniziativa del governo italiano atta a decidere come gestire i fondi europei del Recovery Fund. Sebbene l’Unione Europea sia stata abbastanza chiara sulle modalità di utilizzo di quel denaro, da intendersi come finanziamento utile a gestire la conversione ecologica del paese, non si sa ancora quali saranno le decisioni finali. Già vi abbiamo parlato del Piano Colao, un documento richiesto dal Governo Italiano per valutare le possibili modalità di ripresa economica del paese, ma le critiche dei movimenti ambientalisti sono già partite.

Al momento non è dato sapere se e quanto il Governo punterà sulla Green Economy. Ciò che è certo è che alla riunione di questi giorni ci sarà qualcuno che proverà il furbo, tentando di appropriarsi di una parte di quei soldi per sostenere le proprie attività economiche che poco hanno a che fare con la conversione ambientale necessaria. Così come sono state già troppe le volte in cui siamo rimasti delusi dai provvedimenti troppo deboli presi dalle varie maggioranze in questo ambito.

Dunque, per non sbagliare, i ragazzi di Fridays For Future Roma hanno organizzato una manifestazione di fronte a Villa Pamphili per chiedere a gran voce che venga difeso il loro Futuro. Lungi dal presentarsi a mani vuote, i giovani attivisti hanno redatto un vero e proprio programma per la decarbonizzazione del paese. I suoi punti e le richieste di Fridays For Future sono consultabili qui.

Il documento porta la firma di venticinque scienziati di primo livello che non hanno esitato a mettere a disposizione le proprie conoscenze per una causa di primaria importanza come quella climatica.

Extinction Rebellion torna in strada. Azione anche di fronte agli Stati Generali

Non che ci fosse bisogno di specificarlo, ma neanche Extinction Rebellion ha esitato a ripopolare strade per chiedere a gran voce che la ripresa post CoronaVirus abbia come priorità la tanto agognata transizione ecologica.

In Inghilterra, dove il movimento è nato, gli attivisti di XR hanno dato il via a tantissime proteste sparse per tutto il paese. La stessa cosa è accaduta la scorsa domenica a Berlino, dove un corteo ha popolato le strade della capitale tedesca.

Ma anche la sezione italiana, dove il movimento sta faticando un po’ di più rispetto ad altri paesi ad acquisire adepti, la risposta dei “ribelli” agli Stati Generali non si è fatta attendere. Il luogo è sempre lo stesso, Villa Pamphili, ma la performance è particolarmente creativa. 30 sagome coperte da un lenzuolo, con segnati i nomi di persone morte a causa del degrado ambientale cui stiamo assistendo, sono comparse nel giardino. Un’immagine forte che, però, comunica in maniera piuttosto chiara l’urgenza della crisi climatica. Già oggi delle persone stanno morendo a causa del riscaldamento globale che, se non verrà arginato, continuerà a mietere vittime anche nel futuro e con numeri che saranno sempre più preoccupanti.

Gli Stati Generali della Green Economy

L’ultima iniziativa che vogliamo segnalarvi è quella della Federazione dei Verdi italiani. Il movimento politico che a livello europeo sta vedendo crescere i suoi consensi a dismisura, ha accolto in maniera molto scettica le prime indiscrezioni sulla riunione in atto a Villa Pamphili ed ha deciso di organizzare, la scorsa domenica, un controvertice intitolato “Gli Stati Generali della Green Economy”. Un’iniziativa completamente digitale a cui hanno preso parte le più importanti personalità del panorama ambientalista italiano. L’obiettivo era quello di parlare delle enormi potenzialità di una ripresa post-Covid che mettesse al centro la riconversione verde. Non sono mancate proposte ed idee che, con i soldi del Recovery Fund, sarebbero facilmente attuabili ed in grado di dare risultati tangibili anche in un lasso di tempo abbastanza breve.

Il nostro consiglio

Sostenere la causa ambientalista partecipando a manifestazioni, riunioni e sostenendo i gruppi che stanno combattendo giorno dopo giorno in difesa del nostro futuro è un’attività fondamentale. Sono presenti moltissime delegazioni locali per tutte e tre le realtà sopra riportate. Informatevi su quali siano i più vicini a voi ed unitevi a loro. Oltre ad essere un’occasione per conoscere altre persone che come voi vogliono fare qualcosa di tangibile per combattere la battaglia climatica, potrete entrare in contatto con tante persone desiderose di condividere con voi i loro consigli e le loro conoscenze. In ultimo, che sia chiaro, questa battaglia non si vince dal divano.

Ucciso in Messico un altro ambientalista di 21 anni

messico

Il Messico è uno dei luoghi più pericolosi del mondo per gli attivisti ambientali, tanto che non ha risparmiato nemmeno il giovanissimo Eugui Roy Martínez. Il ragazzo aveva 21 anni quando è stato ucciso a colpi di arma da fuoco il 7 maggio scorso, nel comune di San Agustín Loxicha, nel suo ranch all’interno della comunità di Tierra Blanca.

Un passato brillante e un futuro promettente

Eugui era uno studente di biologia molto appassionato di rettili. Durante la quarantena si trovava, appunto, in un ranch dove si è dedicato allo studio di rettili e anfibi. Nonostante la giovane età, Eugui aveva già un passato di studi e pubblicazioni scientifiche importanti e un futuro molto promettente. Per esempio, Eugui guidò il team scientifico che riscoprì una rana (Charadrahyla altipotens) che avevano dichiarato estinta 50 anni fa.

Inoltre, aveva scoperto una nuova specie di vipera e stava proprio scrivendo l’articolo per introdurre la notizia alla comunità scientifica. Aveva già scritto un libro e la sua prima collaborazione nella ricerca scientifica risale al 2012, quando aveva 13 anni, per uno studio riguardo a una rara malattia degli anfibi.

Eugui Roy Martínez

Ucciso perché difendeva gli ecosistemi

Sopratutto, però, Eugui era un attivista e svolgeva attività di cura, conservazione e difesa dell’ambiente, oltre a promuovere l’educazione ambientale tra bambini e adolescenti. Insomma, tutte attività che potrebbero minare il potere costituito che sfrutta le ricche risorse ambientali del Messico per rincorrere un modello economico basato sul profitto.

Il presidente Obrador, infatti, aveva promesso durante la campagna elettorale di combattere la povertà nella nazione sudamericana. Per raggiungere e l’obiettivo Obrador non ha esitato ad utilizzare il metodo più veloce, ma anche quello più dannoso sul lungo termine, ovvero il finanziamento di progetti estrattivi molto redditizi. Le stesse attività, insomma, che gli ecoattivisti messicani come Eugui cercano valorosamente di combattere per preservare l’integrità degli ecosistemi. 

Leggi anche: “Brasile, ucciso guardiano della Foresta Amazzonica”

Non era il primo, si spera sia l’ultimo

Come si legge nell’annuale rapporto pubblicato da Front Line Defenders, solo nel 2019 in Messico sono stati uccisi 24 attivisti ambientali. Dal 2012 il numero sale a 83. Ecco alcuni nomi: Adán Vez Lira, è stato ucciso a colpi di pistola lo scorso 8 aprile. Egli si stava fortemente opponendo a un progetto minerario molto invasivo per l’ambiente.

Il 13 gennaio è scomparso Homero Gómez González, il cui corpo senza vita venne ritrovato pochi giorni dopo con evidenti segni di tortura. Homero si stava di recente battendo contro la deforestazione illegale. Un altro noto caso è quello di Isidro Baldenegro López, ucciso nel 2017. L’uomo aveva vinto il Goldman Environmental Prize per le sue iniziative in difesa della foresta minacciata da imprese del legname e narcotrafficanti. La stessa sorte è toccata a un’altra vincitrice dello stesso importante premio ambientale, Berta Caceres, di origine honduregna. La donna, ambientalista e attivista per i diritti degli indigeni, aveva solo 44 anni quando è stata assassinata nella sua casa, dopo anni di continue minacce.

Cosa puoi fare tu

Il tuo voto politico è importante, così come la diffusione di questa e altre notizie, per mostrare al mondo qual è il prezzo dello sfruttamento ambientale. È poi importante informarsi sulla provenienza di tutto ciò che si acquista, cercando di evitare il più possibile le multinazionali che non dichiarano la sostenibilità e l’eticità dei loro prodotti.

Transizione green: cosa prevede il Piano Colao?

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In questa fase di ripresa si sta parlando molto di transizione green, qualche volta in modo positivo, tante, troppe volte molto negativamente. In un nostro recente articolo abbiamo illustrato come in grandi e importanti aree del mondo i leader politici non stiano assolutamente prendendo in considerazione l’ambiente nelle loro decisioni riguardo alla ripresa post Covid. Per esempio, Riccardo Salles, ministro dell’ambiente brasiliano, ha recentemente proposto al suo governo, guidato da Jair Bolsonaro, di indebolire ulteriormente la legislazione ambientale. In Cina l’inquinamento è salito a livelli ancora superiori rispetto a quelli pre-coronavirus. Nel Regno Unito l’alta corte ha autorizzato la realizzazione di una vasta centrale elettrica a gas, dopo mesi di battaglie legali intraprese da associazioni ambientaliste. E l’Italia? Vediamo quale onda ha deciso di cavalcare.

Transizione green: cosa prevede il piano Colao

Oggi, venerdì 12 giugno, inizieranno gli Stati Generali dell’economia, che si protrarranno presumibilmente fino a lunedì 15 giugno. Si tratta di una serie di incontri durante i quali il Premier Conte, insieme agli esponenti della maggioranza, quelli dell’opposizione, ma anche ai sindacati, a Confindustria e ad altre istituzioni discuteranno sul piano di rilancio economico dell’Italia post-COVID-19.

Protagonista delle discussioni sarà il cosiddetto “Piano Colao“, un insieme di iniziative per il rilancio economico dell’Italia, il cui principale firmatario è il manager Vittorio Colao. Una delle sezioni è intitolata proprio “Infrastrutture e ambiente“. Viene quindi data grande importanza alle infrastrutture le quali dovranno privilegiare senza compromessi la sostenibilità ambientale, favorendo la transizione energetica e il “saldo zero” in
termini di consumo del suolo, in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo.

Transizione
Il manager Vittorio Colao

Telecomunicazioni e smart working

In questa sezione è stata inserita anche una cospicua parte che riguarda le telecomunicazioni, il cui sviluppo ridurrebbe il divario digitale e renderebbe il Paese totalmente e universalmente connesso, permettendo così l’ampia diffusione tra aziende e privati delle tecnologie innovative. A questo proposito è doveroso sottolineare che il Piano Colao mira anche ad incentivare lo smart-working. Seppur non esplicitato tra gli obiettivi del Piano legati a questa pratica, sappiamo come il lavoro da casa potrebbe ridurre di molto le emissioni di anidride carbonica.

La ricercatrice Marina Penna ha infatti affermato che basterebbe anche un solo giorno a settimana di smart working per i tre quarti dei lavoratori pubblici e privati che utilizzano l’automobile per ridurre del 20% il numero di km percorsi in un anno. In questo modo si otterrebbe un risparmio di circa 950 tonnellate di combustibile, oltre a una riduzione di oltre 2,8 milioni di tonnellate di CO2, di 550 tonnellate di polveri sottili e di 8mila tonnellate di ossidi di azoto, con un significativo impatto positivo sulla salute della popolazione.

Dalle fonti fossili alle energie rinnovabili

L’obiettivo più ambizioso, ma anche quello più necessario in vista della transizione green, è quello del passaggio dalle fonti fossili alle energie rinnovabili. La volontà è quella di raggiungere la de-carbonizzazione entro il 2050, sempre secondo le linee guida del Green Deal Europeo. Per farlo, il piano Colao prevede di incentivare le operazioni di efficientamento energetico e transizione energetica, come la produzione o auto-produzione di energia rinnovabile da parte delle imprese attraverso interventi autorizzativi, regolatori e fiscali.

Inoltre, dovrebbero essere incentivate le nuove tecnologie emergenti che supportino questa transizione/conversione energetica e sviluppino
una filiera nazionale. Queste possono essere, per esempio, le rinnovabili, l’idrogeno, i biocombustibili, la conversione della
filiera del petrolio, la carbon capture e lo stoccaggio di CO2.

Economia circolare, aree verdi e trasporti

Un altro punto fondamentale del Piano Colao riguarda l’economia circolare. Anche se il nostro Paese è uno dei più virtuosi in merito alla raccolta differenziata (con il 76,9% abbiamo infatti la più alta percentuale in Europa di recupero e riciclo di rifiuti urbani e industriali), il trattamento di questi rifiuti presenta tutt’ora molte lacune. Per questo il piano Colao ha pensato di aiutare le imprese nell’implemento dell’economia circolare. Per esempio, incentivando adeguatamente la gestione e la conversione dei rifiuti sotto tutte le forme “wasteto” (-material, -energy, -fuel, -hydrogen, -chemical). Oppure semplificando e revisionando le normative esistenti al fine di rendere efficace la gestione
dell’End of Waste
e favorendo il recupero e riutilizzo delle plastiche, non solo imballaggi.

Si prevede inoltre di definire un piano di investimento finalizzato ad aumentare e preservare le aree verdi, il territorio e gli ecosistemi nazionali. Infine, il Piano Colao ha inserito tra gli obiettivi la mobilità sostenibile, ovvero incentivi per il rinnovo del parco mezzi del Trasporto Pubblico Locale verso mezzi a basso impatto, primariamente elettrico, ibrido o con biocombustibile. Anche il trasporto privato otterrà incentivi a favore del rinnovo dei mezzi pesanti privati con soluzioni meno inquinanti. La ciclabilità, così come le ferrovie e i porti subiranno un ammodernamento generale per poter essere più efficienti e quindi più fruibili.

Non mancheranno, ovviamente, incentivi all’edilizia, sia pubblica che privata. L’obiettivo è che diventi economicamente accessibile, socialmente funzionale ed ecosostenibile.

Basterà per una transizione green?

Bisogna però essere cauti e non cantare vittoria prima del tempo. Per il momento, infatti, quelle del piano Colao sono soltanto parole. Si trovano su un pezzo di carta, certo, ma finché non vedremo con i nostri occhi l’indicatore dell’inquinamento calare drasticamente, solo parole rimangono.

Vi sono poi altri dettagli problematici riguardo al piano. Il primo è rappresentato dal fatto che il firmatario principale, Vittorio Colao, è noto per essere un dirigente d’azienda, in particolare è stato amministratore delegato di Vodafone dal 2008 al 2018. Insomma, si può dire che sia uno degli esponenti del capitalismo italiano. Su L’Ecopost abbiamo più volte sottolineato come non solo l’agire, ma anche la mentalità del capitalismo sia fortemente in contrasto con quella ambientalista, che vorrebbe abbattere qualunque barriera sociale ed economica. Viene dunque da chiedersi come un uomo che ha costruito la sua intera carriera manageriale e politica su questo sistema economico possa sostenere la transizione verde. Ovviamente, la nostra speranza è che la sua sia una volontà sincera e non l’ennesimo esempio di greenwashing che vorrebbe solo portare all’aumento infinito del fatturato delle aziende italiane, che siano green o meno.

Spagna, un esempio migliore

Inoltre, l’azzeramento delle emissioni entro il 2050 è un obiettivo ancora troppo timido, contando che abbiamo soltanto 8 anni per mantenere la crisi climatica entro livelli non catastrofici. Ripetiamolo: non abbiamo 30 anni, ne abbiamo 8. Una soluzione più drastica è stata quella della Spagna. Il Ministero per la Transizione Ecologica spagnolo – l’unico dicastero di questo genere nel mondo – ha presentato una legge per la quale il governo di Madrid azzererà i sussidi ai combustibili fossili, vieterà nuove estrazioni di gas, petrolio e carbone, si impegnerà a raggiungere il 70% di energia rinnovabile entro il 2030 e la neutralità carbonica entro il 2050. Anche qui sappiamo che si potrebbe fare di più, ma nel piano Colao non si parla di detrazione dei finanziamenti alle aziende inquinanti, bensì solo di incentivi a chi è più virtuoso in tema ambientale.

Il piano, comunque, non è ancora stato discusso e approvato. Continuate quindi a seguirci per aggiornamenti puntuali a riguardo.

ASviS e 40 milioni di operatori sanitari si schierano a favore di una ripresa verde

Che la pandemia targata Covid-19 abbia tra le sue concause uno sfruttamento sfrenato dell’ambiente è, ormai, qualcosa di risaputo. Proprio per questo motivo oltre 350 organizzazioni mediche, rappresentanti oltre 40 milioni di professionisti tra medici, infermieri e personale sanitario di oltre 90 paesi, hanno deciso di inviare una lettera ai rappresentanti del G20 chiedendo ai leader mondiali che la ripresa post Coronavirus sia improntata in un’ottica di sostenibilità. Una richiesta a cui si aggiunge anche quella dell’ASviS – Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile che ha presentato un piano di recupero da 200 miliardi.

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La lettera degli operatori sanitari al G20

Il messaggio della lettera è piuttosto chiaro e difficilmente fraintendibile. Il personale sanitario si è trovato di fronte a qualcosa di mai visto prima ed ha così deciso di mandare un chiaro segnale a coloro che sono tenuti a prendere decisioni in grado di condizionare la realtà che tutti viviamo. Ecco il testo tradotto della lettera:

Il personale sanitario si unisce in supporto di un approccio pragmatico e scientifico nella gestione della pandemia COVID-19. Nello stesso spirito ci uniamo anche in supporto di un “recupero salutare” da questa crisi.

Abbiamo assistito in prima persona alla fragilità che può colpire le comunità quando la loro salute, la loro sicurezza alimentare e la loro libertà di lavorare sono interrotte da una minaccia comune. I livelli su cui si è sviluppata la tragedia sono molteplici, e aggravati dall’ineguaglianza e dai disinvestimenti che hanno colpito i sistemi sanitari. Abbiamo assistito a morti, malattie e stress mentale a livelli che non vedevamo da anni.

Questi effetti avrebbero potuto essere limitati, se non prevenuti, da investimenti adeguati nella prevenzione della pandemia, nella salute pubblica e nella difesa dell’ambiente. Dobbiamo imparare da questi errori a tornare più forti, più in salute e più resiienti.

Prima del COVID-19, l’inquinamento dell’aria – derivante primariamente dal traffico, dall’inefficiente impiego dell’energia usata per cucinare e riscaldare, gli impianti alimentati a carbone, gli inceneritori e le pratiche agricole – stava già indebolendo i nostri corpi. Aumenta il rischio nello sviluppo e nella gravità di polmoniti, malattie polmonari croniche, cancro ai polmoni, malattie al cuore ed infarti, causando 7 milioni di morti premature ogni anno. L’inquinamento dell’aria causa anche problemi alle gravidanze sfociando in nascite sottopeso e nenonati affetti da asma, mettendo ulteriore peso sui nostri sistemi sanitari.

Una ripartenza davvero salutare non permetterà all’inquinamento di continuare ad invadere l’aria che respiriamo e l’acqua che beviamo. Non permetterà l’avanzamento senza sosta del cambiamento climatico e della deforestazione, rischiando così di liberare nuove minacce alla salute delle popolazioni più vulnerabili.

In un’economia in salute e in una società civile ci si preoccupa dei più vulnerabili. I lavoratori hanno accesso a lavori ben pagati che non inaspriscono l’inquinamento dell’aria e la degradazione della natura; le città danno priorità ai pedoni, ai ciclisti e al trasporto pubblico, e i nostri fiumi e i nostri cieli sono protetti e puliti. La natura trionfa, i nostri corpi sono più resilienti alle malattie infettive, e nessuno viene costretto alla povertà a causa delle spese sanitarie.

Per raggiungere un’economia salutare, dobbiamo usare incentivi e disincentivi in maniera intelligente, al servizio di una società più salutare e più resiliente. Se i governi riformassero il modo in cui dispensano i sussidi, spostandone la maggior parte verso la produzione di energia rinnovabile, la nostra aria sarebbe più pulita e le emissioni climalteranti verrebbero ridotte in maniera massiccia, potenziando una ripresa economica che spronerebbe un aumento del PIL globale di 100 triliardi di dollari da oggi fino al 2050.

Data la vostra attenzione alla risposta al COVID, vi chiediamo che i vostri esperti di medicina e di scienza siano direttamente inclusi nella produzione di tutti i pacchetti economici, che facciano dei report sulle ripercussioni di breve e lungo termine che questi avranno sulla salute pubblica, e che siano da essi approvati.

Gli enormi investimenti che i vostri governi faranno nei mesi a venire in settori chiave quali la salute pubblica, i trasporti, l’energia e l’agricoltura devono avere la protezione e la promozione della salute come asse portante.

Ciò di cui ha bisogno ora il mondo è una #HealthyRecovery. I vostri piani di stimolo devono essere una prescrizione che vanno in quella direzione.

Anche l’ASviS ha un piano: 200 miliardi in investimenti green

 

Il 28 maggio 2020 l’ASviS (L’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) ha presentato un “Pacchetto di investimenti a favore dello sviluppo sostenibile delle città e dei territori”, perfettamente in linea con le proposte della Commissione UE. Si tratta di un vero e proprio intervento per la ricostruzione e l’accrescimento delle diverse forme di capitale (naturale, economico, umano e sociale) colpite dalla crisi post Covid.

L’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile è nata il 3 febbraio del 2016, su iniziativa della Fondazione Unipolis e dell’Università di Roma “Tor Vergata”, per far crescere nella società italiana, nei soggetti economici e nelle istituzioni la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e indirizzarli verso il raggiungimento dei Sustainable Development Goals (SDGs).

Questi obiettivi di sviluppo sostenibile riconoscono lo stretto legame tra il benessere umano e la salute dei sistemi naturali. Attualmente il mondo intero è chiamato ad affrontare delle sfide comuni che toccano diversi ambiti, fondamentali per assicurare il benessere dell’umanità e del pianeta. Dalla lotta alla fame all’eliminazione delle disuguaglianze, dalla tutela delle risorse naturali all’affermazione di modelli di produzione e consumo sostenibili.

Leggi anche il nostro articolo: “L’Italia e gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile. Serve un cambio di marcia”

ASviS: la proposta da 200 miliardi

L’Alleanza propone un programma di investimenti da oltre 201,7 miliardi in 10 anni su ambiente, mobilità, trasformazione digitale, sanità e lotta alla povertà, elaborato da un gruppo di esperti. Articolato in quattro macro aree:

  • transizione verde
  • trasformazione digitale
  • sanità
  • lotta alla povertà

La proposta approfondisce nel dettaglio i contenuti del Rapporto ASviS “Politiche per fronteggiare la crisi da Covid-19 e realizzare l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile”, pubblicato il 5 maggio scorso.

Leggi anche il nostro articolo: “Turismo sostenibile: la chiave per l’estate 2020”

Enrico Giovannini, portavoce ASviS:

“La risposta alla crisi deve essere orientata a portare l’Italia su un sentiero di sviluppo sostenibile da tutti i punti di vista. L’ottima proposta della Commissione europea apre per l’Italia una concreta possibilità di trasformarsi nella direzione dell’Agenda 2030. Ma anche il bilancio pubblico nazionale va orientato alla sostenibilità: per questo proponiamo di eliminare i 19 miliardi annui di sussidi dannosi per l’ambiente per ridurre il cuneo fiscale, sostenere le imprese nel passaggio alle energie rinnovabili e all’economia circolare, investire su giovani e donne. La sostenibilità accresce la produttività delle aziende e migliora la qualità della vita delle persone. Ecco perché il rilancio del Paese deve passare per un ripensamento dei modelli di business e delle politiche a favore dello sviluppo sostenibile”.

L’ASviS propugna la necessità di costruire un’Europa più resiliente, sostenibile ed equa. Anche l’Italia, fra i Paesi più colpiti dalla crisi, può superare gli impatti negativi della Pandemia soltanto con un robusto piano di investimenti a favore delle città e dei territori, per produrre un “rimbalzo in avanti”, stimolando la “resilienza trasformativa” del sistema socio-economico.

Vi raccomandiamo quindi la lettura di questo dossier

Da eroi a paladini del clima

In questi mesi sono state spese in ogni parte del mondo parole di encomio per il personale sanitario che si è trovato ad affrontare una sfida senza precedenti. Abbiamo visto striscioni penzolare dalle finestre, messaggi social di incoraggiamento e sostegno, oltre che una sincera gratitudine. Abbiamo ascoltato i pareri loro e quelli degli esperti, e seguito le loro indicazioni alla lettera, senza batter ciglio. Sarebbe ipocrita, oltre che rischioso, smettere di farlo ora. La loro è una richiesta che, oltre ad essere legittima, si fonda su basi scientificamente solide. Delle voci che si aggiungono a quelle di tantissimi personaggi illustri che, a loro volta, hanno invocato a gran voce una ripresa green. Ora non sono più solo gli scienziati del clima gli unici a richiedere espressamente un cambiamento. Ci sono medici, giovani attivisti e intellettuali da ogni angolo del pianeta. Se non sono avvisaglie queste. poco ci manca. Ciò che è certo è che, in caso di fallimento, non si potrà dire “non ci aveva avvertito nessuno”.

Ripresa: che ne è stato delle proposte green?

Ripresa: il mondo si prepara a ripartire

Siamo ripartiti. Certo, dobbiamo ancora mettere la marcia lunga e non è detto che il nuovo coronavirus non ci raggiunga di nuovo; per il momento però, la curva del contagio appare in deciso calo e ormai le riaperture si susseguono come da programma. E’ una buona notizia ma non arriva sola. Accanto ad essa, infatti, dobbiamo annoverare come la ripresa non si stia affatto dimostrando quella opportunità green che, non solo noi sull’EcoPost, ci auguravamo. Andiamo a vedere alcune decisioni recenti che sono state prese nel mondo.

Cattivi esempi dal mondo

Da diverse latitudini ci arrivano esempi che indicano esattamente il contrario. In numerose parti del mondo, politici ed imprenditori stanno, più o meno alla luce del sole, studiando strategie per ripartire nella più cupa e totale incuranza dell’ambiente. Per queste persone l’unica ripresa a contare è quella economica. Non si curano di tutelare l’ecosistema.

Partiamo dal Brasile e da quella che sembrerebbe essere la sua idea di ripresa. Il governo di Jair Bolsonaro, come ben sappiamo, non è stato esattamente il migliore a gestire l’emergenza COVID-19. Il governo sudamericano ha ampiamente sottovalutato la pandemia e il Paese è, tuttora, uno dei principali focolai mondiali. Il periodo postvirale, però, rischia di essere ancora peggio, se al potere resteranno gli stessi.

Ripresa, perché non indebolire la legislazione ambientale?

Ricardo Salles, il Ministro dell’Ambiente brasiliano, ha dimostrato come sia tale solo di carica. La sua proposta, durante l’ultimo Consiglio dei Ministri, è in disaccordo totale con quello di cui il suo Ministero si dovrebbe occupare. Per quanto incredibile possa apparire, nei termini e nei modi, la proposta ministeriale è esattamente quella che ora andremo ad illustrare, testimoniata da un video che sta facendo scalpore. Salles ha proposto al suo governo di indebolire ulteriormente la legislazione ambientale, già alquanto permissiva in Brasile, poiché ora la popolazione è distratta dal coronavirus.

Jair Bolsonaro, premier brasiliano, con il suo ministro dell’ambiente, Ricardo Salles. Foto: Teleambiente

La questione amazzonica e il piano di sviluppo brasiliano

Nel video in questione, diffuso dalla Corte Suprema brasiliana, Salles afferma: “Dobbiamo fare uno sforzo ora che la copertura mediatica è calata e tutti parlano solamente di coronavirus. Occorre fare pressione per cambiare le leggi e semplificare le norme. Non abbiamo bisogno del Congresso. Con il caos attuale, non ce le faranno mai passare.” Insomma, non solo Salles si dimostra totalmente incurante della tutela ambientale, pur rappresentando un Paese nel quale si trova un’ampia porzione della principale foresta vergine mondiale e che i suoi concittadini stanno abbattendo come se non ci fosse un domani; egli propone anche di bypassare il Congresso e operare in maniera completamente incostituzionale.

La deforestazione amazzonica è aumentata sensibilmente nei primi 4 mesi del 2020, rispetto allo stesso periodo di riferimento del 2019. Gli ambientalisti incolpano apertamente di ciò il premier Bolsonaro, che più di una volta ha dichiarato di voler aprire l’Amazzonia allo sviluppo economico. Distruggendola.

Il disboscamento della foresta amazzonica è aumentato nei primi mesi del 2020

In sua difesa, Salles ha poi esternato: “Ho sempre difeso la de-burocratizzazione e la semplificazione normativa. In tutti i campi. La rete di queste norme insensate ostacola gli investimenti, la creazione di posti di lavoro ed uno sviluppo sostenibile.” Ovviamente, la realtà è ben lontana dalla sua dichiarazione, in quanto sono proprio le norme definite insensate quelle che tutelano la Foresta Amazzonica e gli altri ampi ecosistemi che costellano un Paese magnifico ed estremamente ricco dal punto di vista biologico com’è il Brasile. Queste norme sono sistematicamente infrante e un governo saggio dovrebbe potenziarle, non certo ridurle o proporre di cancellarle, come sta facendo Bolsonaro e il suo governo, assolutamente criminale dal punto di vista ambientale.

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Ripresa, vogliamo davvero seguire l’esempio cinese?

Sul fronte della lotta al nuovo coronavirus, la Cina è stata descritta come un esempio da seguire. Le misure di quarantena imposte alla città di Wuhan e alla sua provincia, Hubei, nei mesi scorsi, hanno segnato il percorso da seguire per il resto del pianeta. Durante quel brutale periodo di lockdown, la qualità dell’aria cinese migliorò notevolmente. Lo stesso avvenne nel resto del mondo. Dopotutto, le strade erano libere e le industrie chiuse per la maggior parte, inoltre gli aerei erano a terra, dunque tutti i principali inquinanti erano fuori causa. In virtù di ciò, in tanti abbiamo auspicato che questo periodo virtuoso potesse proseguire, all’indebolimento dello stato di quarantena. In Cina, però, non è andata proprio così.

Tassi di inquinamento maggiori di quelli previrali

La settimana scorsa è stato reso pubblico un report stilato dal Centro di Ricerca su Energia e Aria Pulita (CREA), un’organizzazione indipendente che si occupa di inquinamento dell’aria, il quale indica con chiarezza come in Cina l’aria sia più inquinata ora che prima della chiusura forzata. Tale indice non riguarda solo lo Hubei, bensì l’intero Paese. Monitorando le polveri sottili; il diossido di azoto NO2; l’anidride solforosa SO2 e l’ozono, nel periodo di riferimento aprile – maggio, è risultato, al netto dei pattern meteorologici, come tutti gli indicatori abbiano superato i rilevamenti del 2019, dall’interruzione della quarantena. Responsabile di questo picco inquinante sarebbe il carbone. In Cina, infatti, sono attive molte centrali che lo trasformano in energia. Ciò spiegherebbe l’alto tasso di anidride solforosa. Quando il carbone viene bruciato, rilascia zolfo; esso interagisce con l’ossigeno presente nell’aria e crea SO2; per tal motivo se n’è rilevata così tanta.

In Cina l’inquinamento dell’aria, al termine del lockdown, ha superato quello del periodo previrale. Nella foto: Shanghai

Cattivi presagi

La situazione cinese è un pessimo monito. Sia nel 2003 – al termine dell’epidemia di SARS – sia nel 2008 – per riprendersi dalla crisi economica globale – la Cina privilegiò un rapido rilancio economico alla tutela ambientale. In entrambi i casi, il gigante asiatico è riuscito a rimbalzare e ritrovare presto la sua leadership economica. Ancor peggio è rilevare come la Cina, negli ultimi anni, stava riscontrando successo nella sua lotta all’inquinamento, una misura lanciata nel 2014 per migliorare la qualità della sua aria. Nel 2019 era stato calcolato come il gigante asiatico avesse salvato la vita di circa 400mila persone nell’anno 2017, grazie alle sue polizze di contrasto all’inquinamento. Si teme che, ora, questo buon lavoro vada perduto perché la priorità sarà la ripresa economica.

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Regno Unito, la ripresa passa per una centrale a gas

Anche in Europa abbiamo esempi di Stati che pianificano di uscire dalla crisi in maniera non sostenibile. Uno, ad esempio è il Regno Unito. Sull’isola britannica, l’anno prossimo, si terrà un summit climatico mondiale e il Paese aveva promesso, sia con Theresa May sia con Boris Johnson, di impegnarsi in prima persona per contrastare il surriscaldamento climatico. Tale vertice si preannuncia già incandescente, poiché il pianeta non è affatto sulla buona strada e sta perdendo la lotta al cambiamento climatico. A Glasgow 2021, probabilmente, sarà necessario prendere misure drastiche. Troppi Paesi, infatti, hanno politiche ambientali assolutamente inadeguate per rispettare gli accordi presi a Parigi nel 2015.

L’alta corte britannica ha autorizzato la realizzazione di una vasta centrale elettrica a gas, dopo mesi di battaglie legali intraprese da associazioni ambientaliste. Anche da queste parti, a quanto pare. conta la ripresa economica, non la tutela ambientale.

La più grande centrale europea

Ci troviamo nel North Yorkshire e da queste parti la Drax, uno tra i più importanti gruppi energetici britannici, sta pianificando la riconversione della Drax Power Station. La centrale, a carbone, produce al momento circa l‘8% dell’energia di cui ha bisogno il Paese. La centrale è considerata molto sporca, essendo un vecchio stabilimento, altamente inquinante. L’azienda vorrebbe riconvertirlo, utilizzando un ciclo combinato di gas. La centrale è da sempre ostracizzata da molti; lo scorso anno l’ispettorato dei pianificatori raccomandò al governo britannico di negare l’autorizzazione a procedere, poiché ciò sarebbe andato a danneggiare gli obiettivi statali nella lotta al cambiamento climatico. Per la prima volta, un grande progetto veniva fermato a causa delle implicazioni ambientali dovute alla sua realizzazione. Sfortunatamente, però, l’ispettorato non ha autorità per fermare un simile progetto: la decisione spetta al governo.

Infatti Andrea Leadsom, al tempo segretario di Stato per l’economia, l’energia e la strategia industriale, rifiutò questa raccomandazione. e diede via libera al progetto ad ottobre 2019. La questione fu allora sollevata da ClientEarth, un’associazione di avvocati sensibili alla tematica ambientale, i quali hanno fatto causa alla Drax. La settimana scorsa, l’alta corte britannica ha dato ragione all’azienda. I lavori per la maggior centrale a gas d’Europa sembrano poter ora cominciare. Il sito fornirà il 75% dell’energia necessaria al Regno Unito.

Progetto della rinnovata centrale nel North Yorkshire. Foto: Guardian

Il dibattito sulla centrale

E’ necessario specificare come la Drax stia, effettivamente, cercando di creare una centrale avanzata e quanto più efficiente possibile, anche dal punto di vista ambientale. L’ambizione della compagnia è quella di rimuovere, non certo aggiungere, CO2 all’atmosfera. Com’è possibile farlo quando si costruiscono centrali che sfruttano combustibile fossile? Queste centrali di ultima generazione hanno un sistema di cattura e stoccaggio di carbone, il quale dovrebbe imprigionare le emissioni. Il primo passo di questa riconversione è l’utilizzo di biomassa rinnovabile o pellet di legno per alimentare la centrale. In secondo luogo occorrerà concretizzare la strategia di cattura e stoccaggio del carbonio. La tecnica si basa sulla capacità di imprigionare le emissioni per poi stoccarle in caverne sotterranee. Il sistema è noto come BECC, bioenergia e cattura del carbonio, un’accoppiata che mira a riconvertire tutte le centrali fossili in avanguardie della produzione energetica a basso impatto.

Gli ambientalisti, però, si fidano poco di Drax e di questo sistema definito rivoluzionario. In fin dei conti, la società britannica ha la non invidiabile reputazione di essere la principale inquinatrice dell’Europa occidentale. Non sono pochi, infatti, gli studiosi che esprimono ancora perplessità riguardo al sistema BECC. La contabilizzazione del carbonio difesa dalla Drax, origina molte incertezze. L’Imperial College di Londra, tramite il suo centro di ricerca Grantham Institute, ha addirittura indicato in un rapporto che il sistema BECC potrebbe rivelarsi totalmente controproducente, trasferendo le emissioni dal livello atmosferico a quello sotterraneo, per via dello stoccaggio underground. Insomma, il potenziale effettivo della bioenergia e cattura del carbonio, resta ancora puramente teorico, originato da una serie di ipotesi complesse e mai testate su vasta scala.

Abbiamo veramente bisogno del gas?

Il caso di Drax, così come gli altri esaminati prima, può portarci a riflettere sulla ripresa. In quale direzione vogliamo andare d’ora in avanti? Al gigante dell’energia britannico va riconosciuto l’impegno di voler arrivare ad un impronta di carbonio inferiore allo 0. In sostanza, l’azienda vuole assorbire più carbonio di quello che produce. Un intento senz’altro nobile. L’atteggiamento degli ambientalisti, d’altra parte, è altrettanto comprensibile. Personalmente neanche io mi fiderei di un gruppo come Drax, specialmente se basa la sua intera strategia futura su teorie effimere e non ancorate a test affidabili. Aldilà di ciò, però, lo stimolo che vorrei fosse tratto dagli esempi portati nei paragrafi precedenti è un altro: abbiamo veramente bisogno di basarci ancora sul gas e sul fossile per il nostro fabbisogno energetico?

Due sentieri per la ripresa

Riporto prima di chiudere le due posizioni, opposte, di Drax e Greenpeace. Che ci siano da stimolo per intraprendere la miglior strada possibile, ora che cominciamo ad affrontare la complessa questione della ripresa post-crisi.

Secondo il gruppo energetico – e a quanto sembra anche secondo il governo e l’alta corte britannici – non c’è nulla di male nel seguire il sentiero del sistema BECC. “Nella transizione alle emissioni 0 prevista per il 2050, il gas naturale rappresenta una fonte affidabile di approvvigionamento energetico. Nel frattempo il settore delle energie rinnovabili continuerà a crescere, supportato da investimenti da record.” Così ha parlato un rappresentante del dipartimento per l’economia, l’energia e la strategia industriale del Regno Unito.

L’opinione di John Sauven, responsabile di Greenpeace UK, è diametralmente opposta: “Costruire nuove centrali a gas quando il Regno Unito si è imposto un target di emissioni 0, non è certo segno di una leadership climatica. Ha anche poco senso dal punto di vista economico. I costi sono maggiori di quelli che servirebbero per puntare su eolico e solare. Investire capitale per aumentare l’inquinamento può essere legale ma non è certo una posizione difendibile.”

 

 

 

 

 

 

 

Wuhan vieta la vendita di fauna selvatica (e non solo) per 5 anni

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Da millenni la Cina porta avanti usanze alle quali l’occidente guarda con orrore. Sangue di tigre, bile di orso, una tradizione culinaria basata su animali selvatici potenzialmente pericolosi per la salute dell’uomo. I “wet market”, come quello di Wuhan, ne sono il palcoscenico.

In una Cina stremata a causa del coronavirus sembra esser finalmente arrivato il buonsenso. Nella notte del 20 maggio 2020 l’amministrazione della città di Wuhan ha diffuso un bando in cui si vieta la caccia, la vendita ed il consumo di carne di animali selvatici per 5 anni, colpendo così l’origine del contagio. Inoltre, in parallelo, verrà avviato un progetto educativo e mirato alla sensibilizzazione circa il tema della fauna selvatica e la sua importanza e tutela.

Cina, Wuhan epicentro della pandemia da Covid-19

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Crediti: Le scienze

Scoppiata tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 a Wuhan in Cina, la pandemia da Covid-19 ha messo in ginocchio il mondo intero in pochi mesi.

Si sono accesi innumerevoli dibattiti sull’origine di questo dramma, spesso sfociati in tesi complottiste o pareri personali. Uno dei primi è stato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha alimentato l’ipotesi che il virus fosse fuoriuscito da un laboratorio di Wuhan.

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La gran parte della comunità scientifica, invece, conferma la tesi per la quale il virus SARS-CoV-2 abbia avuto origine nei pipistrelli e che, attraverso una specie intermedia (come il pangolino – Manis javanica), sia poi passata all’uomo.

Il tema dei grandi mercati cinesi e l’assenza di norme igenico-sanitarie all’interno di questi ultimi. Ma anche il commercio illegale di molte specie selvatiche e la totale mancanza di un’educazione circa la loro importanza ecosistemica, fanno dibattere il mondo intero da molto tempo.

La Cina purtroppo non è nuova alle epidemie. Basti pensare all’asiatica, all’influenza di Hong Kong, passando per la Sars e l’aviaria (H5N1). Il motivo principale per cui la Cina, con tutto il Sud-est asiatico, è un luogo particolarmente favorevole ai virus, è lo stretto contatto tra uomini e animali.

Le concause?

Le fattorie ospitano molti animali allevati in cattività, dagli zibetti ai procioni e alle nutrie. Questi spesso vivono in prossimità del bestiame, come maiali e volatili. Proprio riguardo a questi ultimi non c’è da sottovalutare il fatto che la Cina è sulla rotta migratoria di vari uccelli selvatici come le anatre.

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Wuhan ospita uno dei “wet market” del Paese

Nel Paese vi sono molte risaie, e gli uccelli che planano in queste zone possono essere portatori sani dell’influenza aviaria che viene trasmessa anche tramite le feci. In quegli specchi d’acqua ci sono moltissimi virus, e proprio nelle zone limitrofe sono situati gli allevamenti.

Inoltre, in queste fattorie ci sono di solito i pipistrelli, che si nutrono di notte sopra i recinti, e alcuni dei quali si appollaiano negli edifici. Di solito sono presenti anche nelle case, al punto che intere famiglie sono potenzialmente esposte.

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Quasi sempre la macellazione della carne avviene in totale assenza di norme igenico-sanitarie che permettono il passaggio di eventuali virus tra animale e uomo.

Altri fattori che aumentano il rischio di epidemie sono il disboscamento e l’urbanizzazione ma anche i cambiamenti climatici. Queste tre cause antropiche si abbattono pesantemente su una fauna selvatica già minacciata dal commercio illegale cinese, spesso fortemente legato alla (millenaria) medicina tradizionale.

 

La Cina e gli incentivi agli allevatori di animali selvatici

Le autorità di due province cinesi, il Jiangxi e lo Hunan, hanno deciso di dare degli incentivi in denaro agli allevatori di animali esotici destinati al consumo umano perché convertano le loro attività in altri tipi, come l’allevamento (legale) o le coltivazioni.

In queste due regioni sono presenti molti allevamenti di animali selvatici, spesso destinati ai «wet market», i mercati umidi nel mirino delle autorità dopo lo scoppio dell’epidemia di SARS-CoV-2.

L’intento è quello di permettere agli allevatori di poter cambiare vita senza troppi ostacoli, tra cui quelli di natura economica. Per questo motivo gli allevatori del Jiangxi riceveranno:

  • 120 yuan (15,4 euro) per chilogrammo di cobra o di serpente dei ratti.
  • 75 yuan al chilogrammo (9,6 euro) per i ratti del bambù.

Il fatto che solo due regioni in tutta la Cina si siano affacciate al cambiamento fa riflettere su quanto sarà difficile che il Paese rinunci a certe pratiche, alle quali l’occidente guarda con sdegno.

Cina, Wuhan e i 10 punti per il (temporaneo) cambiamento

L’ordinanza è stata pubblicata sul sito dell’amministrazione comunale della città di Wuhan ed elenca i seguenti 10 punti.

  • Vietare totalmente il consumo di tutte le vite selvatiche terrestri. Per esempio la fauna selvatica acquatica rara e in via di estinzione sotto una speciale protezione dello stato e di altri animali selvatici prescritti da leggi e regolamenti, nonché dei loro prodotti.
  • Proibire severamente la caccia agli animali selvatici.
  • Controllare rigorosamente l’allevamento artificiale di animali selvatici.
  • Vietare a fondo il commercio illegale di specie selvatiche.
  • Applicare rigorosamente le licenze amministrative per la fauna selvatica.
  • Rafforzare la supervisione e l’ispezione degli animali selvatici.
  • Abbattere le attività illegali della fauna selvatica.
  • Rafforzare la pubblicità e l’educazione alla protezione della fauna selvatica.
  • Adempiere alla responsabilità di protezione e gestione della fauna selvatica.
  • La notifica entra in vigore dalla data di promulgazione ed è valida per cinque anni.

La Cina aveva intensificato già da febbraio la repressione alla caccia illegale e sfruttamento della fauna selvatica. Solo il 20 maggio 2020 però sono state adottate misure concrete.

Così Wuhan diventa la quarta città della Cina a prendere l’iniziativa, ma è necessaria una volontà su scala globale per arrestare il traffico di fauna selvatica.

Biodiversità 2020: la strategia UE per salvare la natura

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biodiversità UE

Il 2020 ci ha dimostrato che la biodiversità svolge un ruolo centrale per il benessere non solo del Pianeta ma anche dell’uomo. A causa dell’epidemia da Covid-19, l’UE ha dovuto rimandare al 20 maggio 2020 la presentazione della nuova strategia sulla biodiversità.

La biodiversità nel 2020 secondo l’UE

biodiversità UE
La biodiversità in ecologia è la varietà di organismi viventi nelle loro diverse forme e nei rispettivi ecosistemi.

Deforestazione, inquinamento, urbanizzazione, acidificazione degli oceani, innalzamento delle temperature e distruzione degli habitat naturali sono solo alcune delle terribile cause all’origine della perdita della biodiversità, tutte perpetrate dall’uomo.

Le cinque estinzioni di massa, avvenute negli ultimi 500 milioni di anni, hanno determinato la scomparsa di consistenti percentuali di specie viventi. Gli scienziati, ormai da diverso tempo, affermano che il mondo sta affrontando la sesta estinzione di massa, e che questa sia strettamente legata al pesante impatto antropico. Il tasso complessivo di estinzione delle specie viene oggi stimato da 10 fino a 1.000 volte superiore al tasso di estinzione naturale. Secondo la comunità scientifica entro pochi decenni circa il 75% delle specie viventi scomparirà dalla Terra.

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Secondo la IUCN (International Union for Conservation of Nature), che si occupa di stilare ogni anno una Lista rossa delle specie a rischio, circa il 30% dei vertebrati sta diminuendo in numero, 1/4 dei mammiferi e 1/8 degli uccelli sono attualmente a rischio di estinzione. Ad oggi conosciamo circa 2 milioni di specie animali e vegetali, ma si stima che ci siano ancora altre decine di milioni di specie che rischiano di estinguersi ancor prima di essere scoperte.

Dato che le precedenti strategie adottate sembrano aver fallito, il 2020 sarà un anno decisivo per l’ambiente e la biodiversità. Nel prossimo decennio saranno necessarie azioni incisive e molto più efficaci per invertire la rotta e intraprendere la strada per un futuro sostenibile.

UE: “Riportare la natura nelle nostre vite”

La maggior parte dei Governi del mondo è ormai concorde sul fatto che molti degli obiettivi del Piano Strategico per la Biodiversità 2011-2020 non saranno raggiunti entro il 2020. Inoltre si stima che il Pianeta stia per affrontare una crisi ambientale senza precedenti, con un numero elevatissimo di specie sull’orlo dell’estinzione.

biodiversità UE

Riportare la natura nelle nostre vite“, questo è il titolo della nuova strategia sulla biodiversità che la Commissione Europea ha presentato il 20 maggio del 2020, nella quale si propone di arrestare la perdita della biodiversità entro il 2030.

Attraverso un elenco di impegni, a livello Europeo, verranno affrontate le seguenti tematiche:

  • Destinare il 30% della superficie terrestre e altrettanto per quella marina alle aree protette dell’UE.
  • Mettere a riposo del 10% dei terreni agricoli e con il 30% coltivato a biologico.
  • Tagliare del 50% nell’uso dei pesticidi e del 20% quello dei fertilizzanti.
  • Intensificare la lotta al traffico di animali selvatici.
  • Piantare tre miliardi di alberi.
  • Investire capitali pubblici e privati per 10 miliardi in 10 anni su natura ed economia circolare.
  • Liberare 25.000 chilometri di fiumi da barriere a livello UE.
  • Puntare ad un buono stato di tutte le acque superficiali e sotterranee.
  • Aumentare le zone verdi nelle città con più di 20.000 abitanti.
  • Utilizzare il 10% della superficie agricola UE per creare paesaggi ad alta diversità collegati tra loro.

Uno sguardo al passato: la biodiversità nel 1992

La prima convenzione sulla biodiversità venne firmata a Rio de Janeiro nel 1992 durante il “Summit della Terra“, rappresentando un decisivo passo in avanti per la conservazione della biodiversità e la protezione della natura. La convenzione sulla biodiversità è stata ratificata ad oggi da 196 paesi.

Nel 2002, durante il secondo Summit della Terra a Johannesburg, in Sudafrica, i governanti del mondo diedero alla Convenzione il mandato di ridurre significativamente la perdita di biodiversità entro il 2010 (Obiettivo 2010). A livello internazionale, l’UE ha svolto un ruolo importante nella ricerca di soluzioni a problemi quali la perdita di biodiversità, il cambiamento climatico e la distruzione delle foreste pluviali tropicali.

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UE: continui rinvii per la biodiversità?

Poiché era improbabile che l’UE conseguisse il proprio obiettivo entro il 2010, il 21 giugno 2011 il Consiglio Europeo dell’Ambiente adottò una nuova strategia per proteggere e migliorare lo stato della biodiversità in Europa entro il 2020. Voleva infatti dare modo agli ecosistemi di recuperare la propria resilienza ed essere in grado di fornire i servizi essenziali.

Nel 2014 erano oltre 50 i Paesi che vi aderirono e la strategia divenne un punto di riferimento per tutte le Nazioni Unite.

Questa prevedeva i seguenti obiettivi:

  • Migliore protezione degli ecosistemi e maggiore utilizzo di infrastrutture verdi.
  • Estensione dell’agricoltura e della silvicoltura sostenibili.
  • Migliore gestione degli stock ittici.
  • Controllo più rigoroso delle specie esotiche invasive.
  • Rafforzamento del contributo dell’UE alla prevenzione della perdita di biodiversità a livello mondiale.

Oltre all’obiettivo 2020, la nuova strategia dell’Unione sulla biodiversità definì la “visione 2050“.

Questa afferma che entro il 2050 la biodiversità nell’Unione europea sarà protetta, valutata e opportunamente ripristinata, sia per il suo valore intrinseco, sia per il contributo essenziale che danno al benessere umano ed alla prosperità economica.

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Insomma, il panorama fornito dalle più avanzate ricerche sul sistema Terra ci conferma l’eccezionalità dell’intervento di una singola specie, la nostra, come profonda modificatrice dei sistemi naturali. E’ necessario ricordare che è proprio grazie a questi sistemi che esistiamo e su di essi basiamo il nostro benessere e la nostra economia. Per questo andrebbero tutelati con la massima priorità ed efficienza.

La questione del litio nel deserto del Cile

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In Cile vi è il luogo più arido della Terra ed è qui che sono presenti grandissime quantità di litio. Tra la cordigliera costiera cilena e quella andina infatti si sviluppa il deserto Salar de Atacama. Qui le piogge sono quasi del tutto assenti, a causa di una corrente fredda oceanica che costringe la zona ad alta pressione permanente. Le due cordigliere montuose, svettanti, riescono a bloccare qualsiasi influsso di aria fredda. Veri e propri temporali, da queste parti, si vedono solo una volta ogni 40 anni circa. Le città di Toconao e San Pedro Atacama, unici due considerevoli agglomerati nel deserto, riescono ad avere acqua per il loro fabbisogno grazie allo scioglimento delle nevi andine. I ruscelli e fiumi che dalle montagne sfociano nel deserto possono avere piene anche considerevoli. Aldilà dell’interesse turistico, ad ogni modo, il Salar fa notizia per un altro motivo.

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Il deserto dell’Atacama

Litio: sfruttamento e pericoli in Cile

“I Paesi che comprano il litio dovrebbero capire che se nel deserto non ci sarà più acqua per noi sarà la morte. Qui non c’è solo energia, stiamo combattendo per la nostra vita.” Non usa mezzi termini Sonya Ramos, attivista cilena e leader indigena delle popolazioni del Salar. La sua intervista, rilasciata al Guardian, che ha anche girato un video a riguardo, è stata rilanciata anche dall’Internazionale.

La fascia desertica salata dell’Atacama, nel nord del Cile, detiene circa il 30% delle riserve mondiali di litio. Questo prezioso metallo si ottiene tramite un processo di evaporazione dell’acqua. Non serve spiegare quanto essa sia rara nel deserto, nonostante, come si è detto poco prima, le comunità locali abbiano trovato il modo di sopperire alla scarsità di acqua grazie allo sfruttamento delle riserve andine. Il boom della tecnologia che utilizza il litio ha trasformato l’area in una delle zone minerarie più sfruttate sulla Terra. Il fragile ecosistema del deserto salato corre il rischio di essere distrutto. Se così fosse, le riserve idriche locali, non copiose, finirebbero per essere prosciugate e la triste previsione di Ramos per divenire realtà.

Poco distante dall’Atacama si trova il Salar de Uyuni, in territorio boliviano. Le caratteristiche sono del tutto simili a quelle cilene, per cui anche a tali latitudini le aziende che operano nell’estrazione di litio stanno spadroneggiando nel deserto, incuranti dell’habitat e della vita delle comunità locali.

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Il valore del litio

In forma pura, il litio è un metallo tenero color argento. Esso si ossida rapidamente a contatto con aria o acqua. Tra gli elementi solidi è il più leggero e i suoi impieghi principali sono nelle leghe, come conduttore di calore; in alcuni medicinali che combattono il disturbo bipolare e, soprattutto, nelle batterie ricaricabili dei dispositivi elettrici, come componente principale. Consideriamo che nel mondo si contano 7,9 miliardi di sim e, dunque, ci sono più cellulari (soprattutto smartphone) che persone, oltre naturalmente a laptop, console per videogiochi e altri dispositivi i quali utilizzano gli ioni di litio nelle loro batterie e ci rendiamo presto conto di quale sia la richiesta di questo metallo.

La tecnologia che utilizza il litio è a basso impatto e piuttosto facile da integrare. Il metallo è in grado di assorbire elettricità e immagazzinarla, dunque è perfetto per i dispositivi portatili dai quali siamo ossessionati. Calcoli recenti segnalano che passiamo addirittura 7 ore al giorno, in alcuni casi, ad additare il nostro device. A partire dal 2007, la domanda mondiale di batterie agli ioni di litio è aumentata a livello esponenziale. Negli ultimi 15 anni dunque, inevitabilmente, sempre più società hanno ampliato i propri sforzi per soddisfare le richieste internazionali e l’estrazione salina è divenuta la norma.

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Estrazione salina del litio

Elettrolisi del litio e applicazione all’elettronica di consumo

Il litio si produce tramite elettrolisi. Senza perderci oltre nell’affascinante chimica, ciò significa che subisce trasformazioni tramite apporto di energia elettrica. Nel corso di tale processo si utilizzano solitamente cloruro di litio e cloruro di potassio fusi, all’interno di celle in acciaio rivestite con materiale refrattario. Il litio fuso, al loro interno, si accumula presso un catodo in acciaio.

Elettrodo potentissimo, la bassa massa atomica del litio gli regala un alto rapporto potenza – peso e una carica elevata rispetto a metalli concorrenti. Una batteria agli ioni di litio può generare circa 3 V per cella. Una al piombo, ad esempio, non riesce ad andare oltre 2,1 V; una in zinco-carbone non supera neppure 1,5 V. Le batterie al litio sono usa e getta, utilizzabili come pile primarie. Quelle che abbiamo nei nostri cellulari sono agli ioni di litio, ricaricabili e con alta densità di energia.

La ricchezza del suolo del Cile e il suo sfruttamento selvaggio per il litio

A causa dell’alta presenza di litio nel suo suolo, il Cile è oggi un significativo campo di battaglia tra due antichi sfidanti ben noti a chi legge l’EcoPost: l’interesse economico e la tutela ambientale. Il Paese sudamericano è ricco di risorse. Il Cile è il primo produttore mondiale di rame e litio. A queste latitudini troviamo anche giacimenti di ferro, molibdeno, piombo, zinco, oro e argento. Nella parte meridionale del Paese è molto diffuso anche il carbone. L’attività estrattiva e l’export di minerali rappresenta circa un terzo del PIL nazionale.

Si stima che la richiesta di litio potrebbe raddoppiare entro il 2025. La Sociedad Quimica y Minera, azienda cilena operante nell’estrazione di litio, ha promesso che triplicherà la produzione di litio nel corso dei prossimi 10 anni. Azionista di maggioranza di SQM è la famiglia di Augusto Pinochet, alla quale, futile dirlo, interessa ben di più il proprio conto in banca che la tutela del territorio del Salar e di chi lo abita. Quando snoccioliamo i numerosi – e indiscussi, sia chiaro – vantaggi delle energie rinnovabili, consideriamo anche la doppia faccia di tale medaglia. Il mondo si sposta verso le fonti green, ci auguriamo, eppure per poter sfruttare le batterie delle auto elettriche e digitalizzare il lavoro diventeremo dipendenti dal litio. Se per ottenerlo dobbiamo desertificare l’America del Sud e l’Africa, potremmo davvero vantarci della transizione energetica? Il fine della riconversione fino a che punto giustifica l’ulteriore impoverimento delle aree più povere del mondo?

Sono decisioni politiche, ma pensiamoci quando decidiamo di comprarci il nuovo iPhone perché quello vecchio ha compiuto un anno, o quando al nostro smartphone affianchiamo uno smartwatch perché va di moda.

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Le proteste nell’Atacama per il litio del Cile

“Consideriamo il bacino del Salar dell’Atacama come un sistema vivente. La distruzione di una sola delle sue parti influenzerà necessariamente il resto. L’acqua nel Salar è vita e quindi intendiamo come dovere etico dello Stato garantirne la protezione per la conservazione della vita in tutte le sue forme.” Scrivono gli attivisti membri del comitato di difesa del Salar. “Comprendiamo l’importanza del litio come materia prima per le batterie utilizzate in settori come le energie rinnovabili e le auto elettriche. Non accettiamo però, in nessuna circostanza, che ciò implichi il sacrificio di acqua e vita nel nostro territorio. Le batterie al litio non sono ecologiche. La loro impronta ambientale viene semplicemente ignorata.”

Proteste per limitare lo sfruttamento nell’Atacama

Sonya Ramos e i suoi concittadini hanno percorso, a piedi, 350 km nel deserto cileno, giungendo fino alla città di Antofagasta, il capoluogo dell’omonima regione, per sollecitare le autorità a non ampliare l’attività estrattiva. La protesta è stata inevitabilmente travolta dall’ondata di proteste che ha affollato Santiago, la capitale cilena, negli scorsi mesi di disobbedienza civile. Il pueblo cileno, infatti, è sceso in piazza per protestare contro un governo considerato affamatore ed anacronistico. La voce degli attivisti, però, pare sia stata ascoltata. Resta ora da vedere se i toni concilianti delle istituzioni siano solo una strategia per tentare di calmare la mareggiata delle proteste che rischia di allagare le stanze dei bottoni cilene.

 

 

Londra, 2000 scarpe da bambino per il clima

Londra clima

Londra clima

Non è certo la prima volta che Extinction Rebellion, il provocatorio gruppo di attivisti per il clima di Londra, fa parlare di sé per una manifestazione. Sul nostro sito ne abbiamo parlato spesso. Ieri, lunedì 18 maggio, ci sono riusciti nonostante nessuno di loro sia sceso in piazza.

La protesta a Londra per riportare l’attenzione sul clima

L’idea del gruppo ambientalista, questa volta, è stata se possibile più provocatoria che una manifestazione fisicamente partecipata. Extinction Rebellion ha infatti posizionato 2000 scarpe da bambino in Trafalgar Square, una delle piazze più grandi e più importanti di Londra.

L’idea è quella di ricordare a tutti che la crisi climatica avrà degli effetti devastanti, oltre che su di noi, sulle generazioni future e, quindi, sui nostri stessi figli. Inoltre, la manifestazione serviva a richiamare l’attenzione sul tema del clima, che è stato dimenticato a causa della pandemia di Covid-19.

Boris Johnson riapre Londra

La protesta però nasce anche in seguito alle recenti disposizioni del premier britannico Boris Johnson, il quale ha annunciato l’imminente riapertura di Londra e di tutto il Regno Unito. Lo ha fatto, però, in perfetto stile capitalista, ovvero finanziando con i soldi pubblici le attività dell‘industria degli idrocarburi, un settore altamente inquinante.

Ironicamente, Boris Johnson ha annunciato una possibile riapertura delle scuole dal 1° giugno, guadagnandosi le ire di molti rappresentanti delle regioni, oltre che delle famiglie. Il consiglio della città inglese Hartlepool, per esempio, ha dichiarato che “dato che i casi di Coronavirus localmente continuano a salire, abbiamo concordato che le scuole non riapriranno lunedì 1 giugno”. Il tutto, ovviamente, per la salute degli insegnanti e dei bambini. I quali, ancora una volta, dovrebbero subire le conseguenze decisionali degli adulti.

Che fine fanno le scarpe da bambino?

Le scarpe utilizzate per la protesta, ovviamente, non sono state comprate, bensì fornite da genitori e insegnanti delle comunità locali. Verranno poi donate a Shoe Aid, un’associazione caritativa di assistenza ai più poveri.

Londra clima

Insomma, si può dire che questa protesta sia tutta incentrata sulla lotta all’egoismo. Quello a discapito dei bambini, in primis. Ma sicuramente anche quello che mette in secondo piano la crisi climatica a fronte di un’altra certamente grave, ma che con le giuste precauzioni è stata gestita. Lo striscione appeso nella piazza a Londra, a questo proposito, parla chiaro: “Covid today. Climate tomorrow. Act Now“.

Adesso occorre gestire il clima come problema altrettanto presente e pensare quindi al futuro del mondo, dei bambini e, quindi, dell’umanità.

 

 

Decreto rilancio: le misure per l’ambiente

decreto rilancio ambiente

Quella del Covid-19 è stata una crisi senza precedenti, che ha costretto il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte a firmare il Decreto Rilancio. Il Decreto prevede una serie disposizioni per permettere all’economia italiana di ripartire. È anche, però, un’opportunità per mettere in atto delle pratiche virtuose ed iniziare la transizione verso un’economia a favore dell’ambiente.

Il decreto rilancio per l’efficienza energetica degli edifici

Il provvedimento maggiore è sicuramente quello che riguarda il sistema edilizio. Lo Stato infatti rimborserà il 110% degli interventi di efficientamento energetico sostenute dal 1° luglio fino al 31 dicembre 2020. I soldi verranno rimborsati in cinque quote annuali.Tali interventi sono:

  • Isolamento termico. La spesa per questa operazione deve ammontare ad un massimo di 60.000 moltiplicato per il numero delle unità immobiliari che compongono l’edificio .
  • Sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale con impianti centralizzati per il riscaldamento, raffrescamento o fornitura di acqua calda a condensazione. Tutti devono avere un’efficienza almeno pari alla classe A. Ovviamente è valido anche se abbinato all’installazione di impianti fotovoltaici.La spesa per queste operazioni, compreso lo smaltimento degli impianti sostituiti, non deve superare i 30.000 euro.
  • Tutti gli altri interventi di efficientamento energetico già previsti dalla legislazione vigente.

Importante: Ai fini dell’accesso alla detrazione, gli interventi devono assicurare il miglioramento di almeno due classi energetiche dell’edificio. Oppure il raggiungimento della della classe energetica più alta.

  • L’installazione di impianti solari fotovoltaici connessi alla rete elettrica. La spesa massima deve però essere di 48.000 e comunque nel limite di 2.400 per ogni kW di potenza.
  • L’installazione di infrastrutture per la ricarica di veicoli elettrici.
  • Interventi di efficientamento anti-sismico.

Sostegno per le Zone Economiche Ambientali (ZEA)

Il Decreto Rilancio stanzia anche 40 milioni di euro per l’anno 2020 a favore delle micro, piccole e medie imprese che svolgono attività economiche eco-compatibili. Queste comprendono anche le attività di guida escursionistica ambientale che hanno sofferto una riduzione del fatturato a causa del Covid-19. Per ricevere il denaro le imprese e gli operatori devono risultare attivi alla data del 31 dicembre 2019.

Devono inoltre avere sede legale e operativa nei comuni aventi almeno il 45% della propria superficie compreso all’interno di una ZEA. Infine, devono svolgere attività eco-compatibile ed essere iscritti all’assicurazione generale obbligatoria.

Mobilità sostenibile

  • Il governo predispone poi 120 milioni di euro per incentivare la mobilità sostenibile, a fronte della crisi che subirà il trasporto pubblico. A partire dal 4 maggio, con l’acquisto di una bicicletta, anche a pedalata assistita, un segway, un hoverboard o un monopattino, verrà rimborsato il 60% del prezzo originale. Bisogna però essere residenti in un comune con più di 50.000 abitanti. La detrazione è valida per una sola volta a persona.
  • Per gli anni 2021 e seguenti il Programma incentiva la rottamazione di autoveicoli e motocicli altamente inquinanti.
  • Saranno inoltre finanziati i progetti per la creazione, il prolungamento, l’ammodernamento e la messa a norma di corsie riservate per il trasporto pubblico locale e di piste ciclabili.
  • Infine, per le aziende con più di 100 dipendenti e situate in un comune con pi di 50.000 abitanti sarà obbligatorio predisporre un piano spostamenti casa-lavoro entro il 31 dicembre di ogni anno. Dovranno inoltre nominare un responsabile della mobilità aziendale (mobility manager).

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