L’eredità politica di Bernie Sanders

Alla fine ha ceduto. Bernie Sanders ha annunciato la sospensione della sua campagna per le presidenziali 2020. Lo ha fatto con un annuncio in diretta sui suoi canali, dichiarando di sostenere Joe Biden per sconfiggere “il presidente più pericoloso nella storia degli Stati Uniti d’America”. Abbiamo voluto riportare parte del suo discorso e riconoscergli il merito di aver messo l’ambiente al primo posto della sua agenda politica, costringendo gli altri candidati a fare lo stesso.

Bernie-Sanders

Il discorso di Bernie Sanders

“Vorrei poter dare notizie migliori, ma penso che voi conosciate la verità. E cioè che siamo attualmente 300 delegati dietro il Vice Presidente Joe Biden e la vittoria è praticamente impossibile. Quindi, anche se stiamo vincendo la battaglia ideologica e il supporto di così tanti giovani e lavoratori lungo tutto il paese, sono arrivato alle conclusioni che questa battaglia per la Nomination democratica non avrà successo. E quindi, oggi, annuncio la sospensione della mia campagna.

Priorità all’emergenza Coronavirus

Per favore sappiate che non ho preso questa decisione alla leggera. Infatti, è stata una decisione difficile e dolorosa. Nelle scorse due settimane, Jane ed io, in consultazione con lo staff e molti dei miei sostenitori principali, abbiamo fatto una valutazione delle prospettive di vittoria. Se credessi che ci sia una strada percorribile per la nomination, continuerei di certo la campagna, ma semplicemente non c’è. So che ci saranno forse alcuni nel nostro movimento che non sono d’accordo con questa decisione, che vorrebbero che combattessimo fino all’ultima votazione della Convention Democratica. Comprendo quella posizione. Ma mentre vedo la crisi assalire la nazione, esacerbata da un presidente poco propenso o incapace di esercitare qualsiasi tipo di leadership credibile, e mentre vedo il lavoro che deve essere fatto per proteggere le persone nell’ora più buia, non posso in tutta onestà continuare ad organizzare una campagna che non posso vincere. E che interferirebbe con l’importante lavoro richiesto ad ognuno di noi in questo difficile momento.

L’endorsement a Biden e la battaglia contro Trump

Oggi mi congratulo con Joe Biden, un uomo molto rispettabile, con cui lavorerò per portare le nostre idee progressiste avanti. Sul piano pratico, lasciatemi dire anche questo, rimarrò sulla scheda elettorale in tutti gli stati rimanenti e continuerò a raccogliere delegati. Se da una parte Joe Biden sarà il candidato democratico, dall’altra dobbiamo continuare a mettere insieme il maggior numero possibile di delegati alla Convention Democratica, dove saremo in grado di esercitare un’influenza significativa sul partito.

Dopodiché insieme, stando uniti, andremo avanti per sconfiggere Donald Trump, il presidente più pericoloso nella storia americana moderna. E combatteremo per eleggere forti candidati progressisti ad ogni livello, dal Congresso ai consigli scolastici. Come spero che tutti voi sappiate, questa corsa non ha mai riguardato me. Mi sono candidato alle presidenziali perché credevo che, come Presidente, avrei potuto accelerare e istituzionalizzare i cambiamenti progressisti che stiamo costruendo insieme. E se continuiamo a organizzarci e a combattere, non ho dubbi che ciò sarà esattamente quel che succederà. Anche se ora il percorso potrebbe subire qualche rallentamento, cambieremo questa nazione e, assieme agli amici che condividono le stesse idee in tutto il pianeta, cambieremo il mondo intero”.

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Bernie Sanders e la battaglia climatica

Noi ambientalisti non possiamo fare altro che ringraziare Bernie, così come lo chiamano amichevolmente tutti i suoi giovani sostenitori, per aver spostato l’asse del possibile un po’ più in là, anche se dall’altra parte del pianeta. La sua battaglia si giocava negli Stati Uniti, ma con un occhio sempre aperto verso gli altri continenti. La questione climatica, purtroppo o per fortuna, non bada a confini geografici e le emissioni americane, in cima alle classifiche storiche e pro-capite, sono anche nostre. Così come dovrebbero essere anche nostre le soluzioni proposte nel Green New Deal del suo programma. Perciò Bernie Sanders rappresentava una speranza anche per noi e la sua ritirata rappresenta fonte di grande tristezza, in un momento già delicato della storia americana e mondiale.

Per chi vuole vedere comunque il bicchiere mezzo pieno, ricordiamo che la forza della campagna politica di Bernie Sanders stava proprio nella non-personificazione. Dal suo motto “NotMeUs” si evince la forza di un movimento costruito dal basso, dove non importa tanto la sua persona ma il risveglio di una società americana fatta di insegnanti, infermiere, giovani di ogni etnia. Il Senatore del Vermont, nonostante i suoi 78 anni, ha portato una ventata d’aria fresca, galvanizzando le giovani generazioni e coinvolgendo persone che non si erano mai appassionate alla politica. Bernie ha lanciato personaggi come Alexandria Ocasio-Cortez, la quale con ogni probabilità raccoglierà il suo testimone. Inoltre, grazie a lui, l’America sta finalmente parlando di crisi climatica, mettendo in campo soluzioni progressiste inimmaginabili fino a poco tempo fa.

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Bernie Sanders, discorso completo in cui annuncia il ritiro dalle presidenziali del 08/04/20

Il Green New Deal al centro dei programmi

Franz Foti, che ha tradotto il manifesto politico di Sanders per People con il titolo La sfida più grande, ha commentato con queste parole il ritiro del Senatore del Vermont dalle Presidenziali: “Quattro anni fa Sanders ottenne 13 milioni di voti alle primarie democratiche grazie a un’ottima campagna, ma anche in virtù del fatto che era l’unico candidato a rappresentare gli ideali di uguaglianza e giustizia sociale, economica, razziale e climatica. Questa volta, chi più chi meno, quasi la maggioranza dei candidati in campo era di ispirazione progressista. (…)

Sostenevano quasi tutti il college gratuito, un forte intervento sui debiti di studio, la legalizzazione della cannabis, l’introduzione di un sistema sanitario universalistico, l’aumento delle tasse ai redditi più alti, l’aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora, il Green New Deal di Alexandria Ocasio-Cortez. Tutte battaglie storiche di Bernie Sanders, che fino a qualche anno fa erano considerate di nicchia, marginali. Tutte battaglie che prima o dopo sono state poste al centro dei dibattiti tra i candidati, al centro del discorso pubblico”.

Bernie Sanders ha vinto in ogni caso

Possiamo quindi dire, in un certo senso, che Bernie Sanders ha vinto in ogni caso. “La campagna finisce – ha detto Bernie – ma la battaglia per la giustizia continua”. La giustizia climatica, in particolare, è ormai al centro delle piattaforme politiche in tutto il mondo e i movimenti ambientalisti sono più vivi che mai, anche se momentaneamente impossibilitati a riempire le piazze per le restrizioni della pandemia. Bernie Sanders potrà pur aver interrotto la corsa alla Casa Bianca, ma la sua attività politica non finisce qui, soprattutto perché milioni di giovani in tutto il mondo hanno ereditato le sue idee politiche. Lo slogan NotMeUs era molto più di uno slogan.

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Ambiente: la chiave per ripartire

Smart working, l'economia può ripartire con un occhio di riguardo per l'ambiente?

Il titolare del Ministero per l’Ambiente, Sergio Costa, in una recente intervista riportata dall’ANSA, ha detto la sua riguardo al post-emergenza coronavirus. Gli scienziati, o perlomeno la maggior parte di essi, ci ripete come, in questi giorni, l’Italia stia affrontando il famoso “picco” del contagio. Un momento che attendevamo un pò come i bimbi attendono la mattina di Natale, rimandato di settimana in settimana fino a non molti giorni fa.

Sergio Costa, ministro per l’Ambiente e la Tutela del Territorio e del Mare

L’ambiente al primo posto

Costa, naturalmente, ha messo al centro del suo ragionamento l’ambiente. Secondo il ministro, sarà però impensabile ripartire, quando ci saremo lasciati alle spalle la pandemia, senza agire con l’obiettivo di tutelare e proteggere l’ecosistema. “Nessuno vuole immaginare un mondo che rallenti o non produca. Vogliamo però che produca mettendo al primo posto la tutela della salute e dell’ambiente”. Così ha parlato il ministro, all’interno di una intervista rilasciata alla trasmissione L’Italia s’è desta, la quale va in onda sulle frequenze di Radio Cusano Campus.

“Approfittiamo di questa emergenza per rivedere i nostri comportamenti e ripartire con una mentalità completamente diversa.” Ha proseguito il ministro, chiamando in causa ogni cittadino. In fin dei conti, il rispetto e la tutela ambientale non sono certo pertinenza soltanto di industrie e governi. Come ben sappiamo, anche se fin troppo spesso ce ne dimentichiamo, abbiamo tutti, nessuno escluso, una responsabilità importante verso il nostro pianeta. Questi giorni di reclusione morbida, di distanza sociale e di isolamento, si stanno dimostrando una vera e propria manna dal cielo per l’ecosistema, con emissioni inquinanti controllate e tollerabili pressoché in ogni dove. Esattamente quello a cui si riferivano tutti gli ambientalisti, così come spesso chi, proprio come noi su L’EcoPost, fa storytelling ambientale, quando affermavamo che è l’uomo il principale inquinante sul pianeta. Con buona parte dell’umanità in quarantena, la Terra respira.

La natura reclama i suoi spazi

Stanno girando il mondo le immagini di capre cashmere che passeggiano per le deserte cittadine del Galles, occupando strade e brucando siepi nei giardini. Similmente, in alcuni centri montani italiani, lupi e altri animali soliti vivere nel bosco, lontani dall’uomo, sovente si avvicinano ai nuclei urbani, approfittando dello spazio concesso loro dall’uomo in quarantena. L’ambiente muta, e lo sta facendo con forza durante questi giorni di isolamento per l’uomo. Con frequenza sempre maggiore, ad esempio, vengono avvistati branchi di lupi. Alcuni individui si avventurano anche in città costiere, ad esempio in Abruzzo, dove dalla Majella si spingono in centri urbani e periurbani.

Qualora ci dovesse capitare di imbatterci in qualche esemplare di questo splendido animale, o di altre specie che, approfittando del periodo, si avvicinano alla città, teniamo a mente le parole del veterinario Simone Angelucci, responsabile veterinario del Parco Nazionale della Majella. “Non minacciamo lupi, caprioli o cinghiali. Solitamente si allontanano non appena vedono persone. Allontaniamoci gradualmente, senza mostrare paura o aggressività. Se l’animale dovesse avere un comportamento troppo confidenziale, non va sfidato.”

Il trend della selvaggina in città non è dovuto solo al COVID, in Abruzzo è già attualità da qualche anno. La situazione attuale, però, ha rafforzato il fenomeno

Ambiente: il messaggio del ministro

Nell’intervista con cui ho aperto, il ministro Costa prosegue lanciando un messaggio importante, di cui dobbiamo tener conto. “Il mondo del dopo sarà molto diverso da quello pre – COVID. Cambiamo il paradigma produttivo, non solo per raggiungere un’economia più umana ma anche ambientalmente più sostenibile. Non è solo questione di allocare risorse in termini di fondi, quanto di modificare le norme. E lo stiamo facendo. In queste settimane in cui il Ministero ha rallentato l’attività, non abbiamo rallentato il pensiero.” Al momento, non si vede ancora, in concreto, una traduzione di questo più che condivisibile pensiero del ministro.

Milano, motore economico d’Italia, è deserta come numerose altre città durante il lockdown. Foto: Artribune

Naturalmente, siamo più che lieti di ascoltare questo suo impegno. Lo stile di vita che abbiamo condotto fino all’inizio della quarantena; la nostra società ossessionata dalla crescita senza alcun termine, senza alcun limite, senza alcuna verifica che il pianeta sia in grado di assorbire ed accettare gli scatti isterici del capitalismo delle disparità, ci hanno portato a minare gli equilibri dell’ecosistema e a mettere in crisi profonda il nostro habitat. La grande opportunità che ci è stata concessa da questo difficile periodo è sotto gli occhi di tutti. Gli sforzi, sociali ed economici, messi in atto per controllare la pandemia da nuovo coronavirus hanno ridotto ovunque l’impatto dell’attività economica, portando a miglioramenti localizzati, seppur decisi, della qualità dell’aria. La riduzione delle emissioni dovuta alla pandemia, però, non può certo sostituirsi all’insieme di azioni concrete ancora necessario ad arginare il cambiamento climatico.

Come ci ha ricordato la Organizzazione Meteorologica Mondiale, però, è presto per trarre conclusioni definitive circa l’influenza che questo rallentamento, causa pandemia, delle emissioni avrà sulle concentrazioni di gas serra nell’atmosfera.

Nell’elaborazione un raffronto tra la concentrazione di diossido di azoto NO2 sulla Pianura Padana. L’immagine di sinistra si riferisce al 31 gennaio, quella di destra al 15 marzo. L’elaborazione di Copernico, servizio che monitora l’atmosfera, vale più di molte parole

Burocrazia ed impegno quotidiano

“Quando si incrementa la burocrazia si rende più fragile il sistema e l’economia criminale riesce ad inserirsi, diventando intermediario. Stiamo semplificando il sistema, rendendolo più tracciabile” Ha affermato Sergio Costa, dimostrando di avere una visione piuttosto chiara del quadro che, fin troppo spesso e volentieri, lega a doppia mandata sfruttamento ambientale e criminalità organizzata, spesso al soldo della finanza e dell’economia speculativa.

In chiusura del suo intervento, il ministro ha voluto ricordare che cosa possiamo fare individualmente, nell’isolamento casalingo, per l’ambiente. “Tutti siamo chiamati a restare in casa. Questo può essere un modo per scoprire nuovi percorsi, per cambiare atteggiamento. Dobbiamo ricostruire una mentalità nuova per quando ripartiremo. Questa mentalità nuova inizia dalle famiglie. La logica dell’usa e getta si inserisce in un meccanismo mentale sbagliato.” Il riferimento è alla campagna ministeriale #ricicloincasa.

Anche l’ambiente è in crisi

La pandemia, ovviamente, si è presa, in questo periodo, la totalità dei riflettori. Qualunque medium consultiamo in questo periodo, il tema principale – persino l’unico, abbastanza di consueto – è il COVID – 19, l’appiattimento delle curva e questa fantomatica fase 2 che profuma di leggenda. Non che ciò sia evitabile, l’argomento caldo è questo e la stampa, così come chiunque orbiti nel mondo dell’informazione, incluso questo spazio, ne scrive e/o ne parla. Non scordiamoci però, tra una fuga a fare la spesa e una serata di fronte al computer, tra la lettura di un buon libro e l’invasione della cucina per provare questa o quell’altra ricetta che mai più realizzeremo nel corso della nostra vita, di quella che era una crisi seria e impegnativa già da prima: quella ambientale.

Ci stiamo scordando di quella battaglia, e ciò è preoccupante, poiché corriamo seriamente il rischio di dover rifar tutto al termine di questo momento. Quando questo periodo si sarà concluso, ricominceremo a trascurare le emissioni per riportare l’industria ai livelli precedenti alla pandemia? Lo faremo in nome di quella crescita di cui sopra? Se così fosse, e ahinoi è una possibilità tutt’altro che remota, ci ritroveremo daccapo. Le emissioni tornerebbero a crescere velocemente e le belle misure di cui ci riempiamo la bocca alle conferenze sull’ambiente crollerebbero come castelli di carte su tavolini di vetro. Sull’EcoPost ne abbiamo parlato in dettaglio.

Concretizzare l’impegno

Dobbiamo davvero augurarci che il ministro Costa non abbia torto, che le sue parole non lascino il tempo che trovano, ma siano invece fondamento di un ripensamento vero del sistema economico post – pandemia. Vediamo esempi virtuosi in questo periodo, i quali potrebbero divenire casi studio nei prossimi mesi. Ci riferiamo a numerose aziende, molte delle quali italiane, le quali hanno riconvertito gran parte delle proprie linee di produzione per rifornire gli Stati di prodotti atti a combattere il contagio. Questi esempi di cambiamento ci lasciano ben sperare. Una transizione ecologica dell’economia potrebbe essere davvero possibile.

Ritengo positivo, speranzoso e necessario il pensiero del ministro, che sottoscrivo in pieno. La politica però, troppo spesso ci ha abituato a belle parole cui poi non seguono i fatti. Auspico che non sia così questa volta e che il mondo dimostri veramente un’attenzione all’ambiente, quando giungerà il momento di ripartire. Quel giorno non appare più così lontano. Per tal ragione, ho riempito di spunti questo articolo, rilanciando altri articoli che abbiamo pubblicato sulla testata durante la quarantena. Abbiamo l’occasione di ripartire in maniera pulita e rispettosa dell’ecosistema Terra, non ci resta che dimostrare di essere all’altezza di questo compito.

Manifesto per la green economy, la strada che ci auguriamo sarà intrapresa con convinzione al termine di questa pandemia. Elaborazione grafica: Green Report Magazine

La destra italiana contro la scienza:”Rinviare il Green New Deal”

Che la destra Italiana sia tra la schiera dei più grandi nemici della scienza del clima non è una novità. Ma approfittare di una crisi umanitaria della portata del CoronaVirus per provare a favorire qualche sostenitore del partito è, francamente, eccessivo. Persino per loro. Ed invece, proprio in questi giorni, Fratelli d’Italia ha chiesto di sospendere il Green New Deal europeo e dirottare i fondi ad esso destinato per far fronte alla crisi post CoronaVirus. Salvini, che non vuole essere da meno, invoca, in un’intervista rilasciata al direttore del quotidiano “Il Giornale”, quello che lo stesso Sallusti definisce “un mega condono”.

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Fratelli d’Italia si oppone al Green New Deal

Partiamo dal partito guidato da Giorgia Meloni. Già quando era stato il momento di votare per il Green New Deal, in sede europea, i deputati di Fdi avevano votato contro. Per fortuna ciò non è bastato e la misura è stata poi approvata dalla Commissione Europea, guidata da Ursula Von der Leyen. Il 31 marzo alcuni membri del partito che ormai rappresenta una buona fetta della destra italiana – in particolare Carlo Fidanza, Raffaele Fitto, Sergio Berlato, Nicola Procaccini e Raffaele Stancanelli – hanno chiesto alla Commissione di “rinviare il Green New Deal e mettere tutti i fondi a disposizione di lavoratori e aziende per fronteggiare questa crisi. Non è tempo di ambientalismo ideologico”. Una richiesta che va contro ogni principio scientifico che in questo momento, invece, dovrebbe guidarci verso delle prese di decisione sensate e consapevoli.

Immediata la reazione del panorama ambientalista italiano. Con un comunicato pubblicato sul loro sito, i Verdi hanno ben chiarito i motivi per cui questa richiesta possa essere considerata a tutti gli effetti una vera e propria follia: “Gli scienziati di tutto il mondo, e la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno comprovato che le cause ambientali sono al centro della pandemia. Chiedere lo stop al Green New Deal, come fatto da Meloni e Fratelli d’Italia, vuol dire negare la scienza. La pandemia che sta mettendo in ginocchio l’economia mondiale è strettamente legata alle modifiche radicali dell’ambiente e degli ecosistemi, la deforestazione e gli allevamenti intensivi. Il Green New Deal rappresenta l’unico volano per uscire da questa crisi senza precedenti e salvare le sorti del Pianeta”.

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Risposte simili sono arrivate anche dal vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini, dal sottosegretario al Ministero dell’Ambiente Roberto Morassut e da Francesco Ferrante, una delle più importanti figure del movimento ambientalista italiano.  

Salvini e il condono. La storia si ripete

Pur senza appellarsi direttamente alla revoca del Green New Deal, non fa molto di meglio l’altro rappresentante della destra italiana. Matteo Salvini, in un’intervista rilasciata poco dopo l’infelice richiesta del partito di Giorgia Meloni, ha ben pensato di fare una proposta anti-crisi da far venire la pelle d’oca: “Se si vuole partire dovranno essere azzerati i debiti privati e lasciare fare le imprese”. Insomma, come ammesso anche dal diretto de “Il Giornale” Sallusti, la ricetta proposta dal leader della Lega per far ripartire l’Italia comprende al suo interno una bella dose di condoni fiscali ed edilizi.

Anche in questo caso non si è fatta attendere la risposta degli ambientalisti. L’abusivismo edilizio è uno dei principali problemi ambientali del nostro paese. Un provvedimento del genere dunque, oltre a peggiorare una situazione già pessima del consumo di suolo in Italia, finirebbe per favorire chi per anni ha lucrato sulla mancanza di controlli e restrizioni ambientali adeguate. Guardando ai dati, infatti, risulta di una chiarezza lampante il bisogno di investimenti in un’ottica di sostenibilità. Anche, e soprattutto, per quanto riguarda il settore edilizio. Secondo i dati Ispra il 91% dei comuni italiani è a rischio idrogeologico. E ormai comprovato che l’eccessivo consumo di suolo mette a rischio la sicurezza di tutti i cittadini e aumenta il rischio di frane ed alluvioni. Chiedere agli abitanti di Genova per credere.

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L’ennesima posizione antiambientalista di un leader politico che ormai, al pari dei propri colleghi delle destre sovraniste, sembra abbia già deciso di voler completamente ignorare, e quindi negare, gli appelli della scienza sul cambiamento climatico. Una storia che parte da lontano. Da quella votazione per il Paris Agreement in cui Salvini ha optato per un ”NO” e che continua attraverso una serie di dichiarazioni e posizioni negazioniste tenute anche durante il suo breve periodo di governo. Insomma, è ormai chiaro che per gli ambientalisti Matteo Salvini rappresenti un nemico.

La replica del Ministro Costa alla destra: “Il Green New Deal uno stimolo per l’occupazione”

A pochi giorni dalle dichiarazioni dei leader di Lega e Fratelli d’Italia, il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha invece espresso la sua posizione rispondendo negativamente a queste richieste: “Noi non vogliamo ricostruire vecchi schemi, ma vogliamo far confluire risorse europee e nazionali in un paradigma economico nuovo. Non deroghiamo per inquinare di più, ma aiutiamo i cittadini economicamente ad inquinare meno e creare occupazione. Per ogni posto di lavoro perso in settori inquinanti noi possiamo generare da 3 a 5 posti di lavoro nuovi, se abbracciamo uno sviluppo più sostenibile”. Parole che sono state sottoscritte anche dal Ministro dell’Economia Gualtieri e dallo stesso Giuseppe Conte.

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Risulta evidente come questa crisi sia più di un’occasione per far ripartire il paese in un’ottica di sostenibilità e investimenti green. I benefici che potrebbero essere portati da un approccio di questo tipo sono enormi e soprattutto orientati sul lungo termine. Si parla tanto in questi giorni di come il nostro Paese possa uscire migliorato da questa crisi. Per farlo serveranno politiche decise e sostegno a chi vuole ripartire mettendo l’ambiente al primo posto. Il ritorno al “business as usual” potrebbe essere la condanna definitiva.

Conferenza ONU sul Clima “COP26” rimandata al 2021

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È arrivata non senza ripercussioni la notizia ufficiale riguardante la sospensione della Conferenza Onu sul clima del 2020. La COP26 doveva aver luogo a Glasgow, nel Regno Unito, dal 9 al 18 novembre, ma è stata posticipata a data da destinarsi. L’unica certezza è che si terrà nel 2021.

Quali erano i programmi?

“Il mondo sta affrontando una sfida globale senza precedenti e i Paesi sono giustamente concentrati negli sforzi per salvare vite umane combattendo contro il Covid-19. Per questo abbiamo deciso di riprogrammare la CoP26″. Queste le parole pronunciate mercoledì da Alok Sharma, il ministro delle Attività Produttive della Gran Bretagna, incaricato dal premier Boris Johnson di presiedere la conferenza sul clima.

Dal momento che l’Italia co-organizzava la conferenza, era prevista a Milano anche una pre-COP, che doveva tenersi dal 2 al 4 ottobre e che è stata anch’essa rimandata. Non solo, negli stessi giorni era stata organizzata la COP dei giovani “Youth4Climate 2020: Driving Ambition”, fortemente voluta dal ministro dell’ambiente italiano Sergio Costa. L’obiettivo di questo promettente incontro era non solo di dare parola ai giovani, ovvero la categoria più interessata dalle conseguenze della crisi climatica, ma anche quello di ascoltare le loro proposte.

Proprio ieri durante una Live di Lifegate su Instagram, Sergio Costa ha pronunciato parole molto belle in merito alla Cop dei giovani. “Oggi in materia ambientale i giovani sono gli educatori degli adulti, sono più avanti in questo. Questo perché sono meno strutturati e se c’è un problema lo prendono di petto, senza troppe inutili congetture”. Costa era quindi disposto ad ascoltare le loro proposte e portarle al tavolo “dei grandi”.

L’importanza della COP26

Il motivo per cui una conferenza alla quale avrebbero dovuto partecipare 26mila persone sia stata rinviata in un momento di emergenza sanitaria globale sono indiscutibili. Anzi il luogo dove il governo scozzese doveva ospitare la COP26, la SEC Arena, verrà trasformato nel giro di poche settimane in un ospedale dedicato alle vittime di coronavirus. Sono invece oggetto di opinioni le conseguenze che questo ritardo comporterà.

Vi è per esempio chi ribadisce l’urgenza di questa conferenza. Siamo infatti entrati nel decennio dopo il quale non si torna più indietro e non abbiamo, quindi, altro tempo. Se non si riducono drasticamente le emissioni già a partire da quest’anno, la catastrofe climatica sarà inevitabile.

Christiana Figueres, il capo delle Nazioni Unite per il clima che ha supervisionato il vertice di Parigi nel 2015, ha affermato che “le emissioni devono raggiungere il picco quest’anno se vogliamo limitare il riscaldamento a 1,5 ° C.”

Il rischio della regressione

È però sicuramente molto alto il rischio che le Nazioni approfittino del rinvio della Conferenza per rimandare l’azione climatica. D’altra parte sono decenni che i governi “prendono tempo” e rimandano a data da destinarsi le decisioni più importanti sul clima.

Basti pensare alla COP25 di Madrid tenutasi lo scorso dicembre. L’obiettivo della Conferenza era di abbassare il tetto delle emissioni da parte dei diversi paesi del mondo, aggiornandolo sulla base dei dati scientifici più recenti. Ma le nazioni che più di tutte sono responsabili dell’inquinamento del Pianeta, come Cina e India, ma anche Brasile, Sudafrica e Australia, non hanno voluto scendere a compromessi.

Greta Thunberg alla COP25 di Madrid

Tutte le decisioni, dai fondi per i paesi colpiti dalle catastrofi all’aggiornamento dei rispettivi tetti massimi di gas serra, erano state rimandate alla COP26. E questo rinvio aveva già preoccupato gli ambientalisti, i quali ritenevano che un anno fosse troppo in un momento di emergenza climatica quale stiamo vivendo.

Leggi il nostro articolo: “Perché anche la COP25 è fallita”

Inoltre, la crisi economica potrebbe essere utilizzata come scusa per frenare o addirittura bloccare l’impegno per il clima da parte delle nazioni. Donald Trump, per esempio, che già si era sfilato dagli accordi di Parigi, ha utilizzato il coronavirus come giustificazione per annullare le regolamentazioni ambientali che gravavano sulle aziende americane.

Leggi il nostro articolo: “Trump e le lobby del fossile all’attacco durante il coronavirus”

Il rinvio della COP26 può essere un’occasione?

Dall’altro lato vi è chi sostiene le potenzialità di questa pausa e di questa crisi economica. Uno di questi è Sergio Costa il quale vorrebbe che gli aiuti dallo stato per le aziende fossero utilizzati per rilanciare l’efficienza energetica. “Bisogna incentivare aziende e privati cittadini a spostarsi verso sistemi tecnologici meno impattanti” ha affermato. In questo modo, quindi, la speranza è che i ministri giungano alla COP26 con idee ancora più drastiche ed innovative per combattere la crisi climatica.

Inoltre Costa sottolinea il fatto che lui insieme ai ministri dell’ambiente dei vari stati stiano facendo di un limite una virtù. Si stanno infatti sentendo per via telematica, velocizzando di fatto l’apertura dei canali per nuove idee e collaborazioni senza “la scusa” di dover aspettare la Conferenza Climatica. Per esempio, ieri Costa si è sentito con il ministro dell’ambiente inglese, francese e spagnolo, oltre che con la responsabile ONU per il Cambiamento Climatico Patricia Espinosa.

Impossibile una COP26 online

Qualcuno potrebbe obiettare che una conferenza sul clima potrebbe essere svolta essa stessa in via telematica. Costa ha anticipato la polemica dichiarando che uno degli obiettivi della COP è quello di assicurare la massima partecipazione dei paesi aderenti all’accordo di Parigi

Inoltre è un’occasione importante per rendere partecipi i cosiddetti “uditori”, ovvero i rappresentanti delle nazioni che stanno ancora riflettendo riguardo alla loro adesione all’accordo. Il fatto di essere insieme in una stanza, incontrando di persona i vari partecipanti, si sviluppa, secondo Costa, un’empatia unica, motivante e decisamente costruttiva. “La partecipazione e la diversità è ricchezza” ha affermato il Ministro nella live.

E porta poi un esempio concreto, dicendo di essersi recato, poco prima del blocco, in India per incontrare il Ministro dell’ambiente Prakash Javadekar. Anche se non è del tutto convinto della sua adesione agli accordi di Parigi, ha appreso ed ammirato gli sforzi dell’Italia in merito e ha dichiarato di voler partecipare alla COP26.

Il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa

A proposito di paesi scettici nell’abbassare i target delle proprie emissioni, vi è chi vede questa pausa come occasione per ponderare sul risultato delle elezioni negli Stati Uniti. I governi avranno infatti il tempo di adattarsi a un secondo mandato di Donald Trump, o a un nuovo presidente che probabilmente sosterrà l’azione per il clima.

Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia, ha riassunto così la questione per la COP26. “un rinvio della COP era diventato necessario, visti i ritardi nei negoziati provocati dall’emergenza sanitaria globale. Tuttavia, dobbiamo usare al meglio l’ulteriore tempo a disposizione, imparando dalla crisi attuale che occorre prevenire ed evitare le emergenze, oltre che essere attrezzati per affrontarle”.

Fabbriche convertite durante la crisi. Una soluzione per il clima?

La Ferrari ha annunciato la propria conversione per produrre respiratori. Bulgari sostituirà i profumi con i gel per le mani. Le fabbriche di Calzedonia si stanno invece dedicando alla fabbricazione di mascherine. Armani farà camici monouso. E ancora, Geox, Gucci, Prada, Moschino, H&M. Sono alcuni dei nomi delle aziende, abitualmente concorrenti fra loro, scese in campo nell’emergenza Coronavirus. Questo modello di rapida conversione, già sperimentato ai tempi della Seconda guerra mondiale, ci indica che cambiare è possibile. La crisi attuale rappresenta l’ultima chiamata per attuare la transizione ecologica. L’alternativa di un ritorno al passato sarebbe insostenibile sotto tutti i punti di vista.

L’appello della Protezione Civile alle fabbriche italiane

È ormai lunga la lista di aziende che stanno applicando una conversione delle proprie fabbriche per far fronte alle carenti scorte di materiale sanitario degli ospedali italiani. Primo fra tutti: mascherine, respiratori e gel disinfettante. L’appello era partito dalla Protezione Civile: “si dovrebbero poter comprare i ventilatori da terapia intensiva nei supermercati e le mascherine ad ogni angolo, e invece stiamo faticando”, aveva detto Angelo Borrelli il 24 marzo. In una settimana, si è creato un consorzio di imprese solidali che, a detta del Commissario straordinario Arcuri, sarà capace di soddisfare metà del fabbisogno nazionale entro due mesi.

Leggi il nostro articolo: “La mascherina e il suo impatto sull’ambiente”

La solidarietà ovviamente non è l’unico fattore in campo. Infatti, le aziende in conversione potranno beneficiare dei contributi del decreto “Cura Italia”. Sul fronte economico, queste imprese riceveranno finanziamenti agevolati o altri tipi di incentivi per correre contro il tempo. Una conversione trasversale che sta impegnando tutti i settori. Per esempio, ha fatto il giro del web la notizia delle maschere subacquee donate dalla Decathlon e convertite in respiratori grazie all’idea di giovani ingegneri italiani. Molti stanno paragonando ciò che sta avvenendo ai due conflitti mondiali avvenuti nel XX secolo. Se c’è un paragone utile con la Seconda guerra mondiale, è proprio riguardo alla conversione industriale.

La conversione delle fabbriche durante la Seconda guerra mondiale

Jonathan Safran Foer ha riportato numerosi esempi di fabbriche convertite in quegli anni belligeranti: “Già nel 1942, le aziende che in precedenza realizzavano automobili, frigoriferi, lavatrici e mobili in metallo per uffici si erano riconvertite alla produzione militare. Le fabbriche di biancheria intima cominciarono a sfornare reti mimetiche da camuffamento, le calcolatrici si reincarnarono sotto forma di pistole, i sacchetti da aspirapolvere furono trapiantati a mo’ di polmoni nei corpi delle maschere antigas. (…) Il governo impose – e gli americani accettarono – il controllo dei prezzi sul nylon, le biciclette, le scarpe, la legna da ardere, la seta e il carbone. La benzina fu strettamente regolamentata e fu imposto a livello nazionale un limite di velocità di cinquantacinque chilometri orari per ridurre il consumo del carburante e delle gomme”.

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Giovannini: un ripensamento “oltre il Pil”

Il confronto con la Seconda guerra mondiale serve alla causa climatica per il seguente motivo: ciò che sembra impossibile in tempi normali, diventa realistico in situazioni d’emergenza. Le giustificazioni abitualmente addotte, come la mancanza di tempo o di soldi, spariscono per lasciar posto alla concretezza di riforme coraggiose. Il governo avrebbe quindi un enorme potenziale di cambiamento, inimmaginabile in situazioni ordinarie. Purtroppo però, l’ex ministro Enrico Giovannini ci ricorda che le crisi spesso non aiutano la questione ambientale, ma anzi, la eclissano.

Il Presidente dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (Asvis) sottolinea come la crisi economica del 2008-2009 fosse un’occasione perfetta per attuare un ripensamento collettivo dell’economia con concetti che andassero “oltre il Pil”. Invece, si è rimasti nei binari preesistenti e ci sono voluti anni per riconsiderare la crisi climatica come una priorità a livello internazionale. Giovannini si augura che l’emergenza in corso non segua lo stesso corso: “L’Agenda 2030 affronta proprio le tematiche che sono colpite dalla crisi: la salute, il lavoro, l’educazione. Sperare di tornare semplicemente allo stato pre-crisi, magari adottando ricette vecchie tutte centrate sulla dimensione economica, significherebbe fare un grandissimo errore”.

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Una conversione di occupazioni e competenze

Come fare, nel concreto? Giovannini lo ha descritto bene nel suo libro, L’Utopia Sostenibile, acquistabile nella nostra sezione Cultura Sostenibile. Nell’immediatezza di questa emergenza, bisogna “provare ad immaginare eventuali trasferimenti di occupazione e competenze da un settore all’altro. Certo è importante che i fondi pubblici vengano orientati alla ripresa della domanda e che si trasferiscano in spesa delle famiglie e delle imprese. Ma non abbiamo bisogno solo del sostegno al reddito, ma di sostegni all’avvio di nuove attività economiche su cui eravamo poco presenti o poco competitivi”.

Di fatto, i governi dovrebbero convogliare le risorse messe a disposizione verso settori strategici, stimolando la conversione ecologica. Dato che il 70% degli investimenti in materia energetica proviene dai governi, questa crisi offre un’opportunità senza precedenti. Lo ha detto Fatih Birol, intervistato dal Guardian: “le principali economie mondiali stanno preparando pacchetti di interventi. Stimoli ben disegnati possono offrire vantaggi economici e facilitare una svolta nel capitale energetico”. Il direttore esecutivo dell’IEA ritiene che, in assenza di giuste riforme, il declino derivato da questa crisi sarebbe “insostenibile”.

Le crisi e la Shock Doctrine

D’altronde, le crisi sono da sempre un periodo perfetto per attuare cambiamenti radicali, spesso in direzione autoritaria, a favore dei pochi e per niente eco-friendly. Ce lo ricorda magistralmente Naomi Klein con la dottrina “Shock Doctrine”. Lo stesso neoliberalismo, il sistema economico ed ideologico che ha contribuito maggiormente al declino della Terra, si fonda sulla teoria di sfruttamento dei momenti di crisi. Diceva Milton Friedman: “Solo una crisi, reale o percepita, produce un vero cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni che vengono intraprese dipendono dalle idee che circolano in quel momento”.

Capitalismo del Coronavirus o conversione ecologica?

Le crisi hanno portato, nel passato, a grandi trasformazioni sociali come il New Deal di Roosevelt o a grandi fallimenti della storia come l’affermazione della dottrina neoliberale. Dai primi passi mossi dai governi, non sembra che la questione ambientale sia al momento considerata, come se, ancora una volta, si pensasse che la sfera economica sia distaccata dal resto. Il “capitalismo del Coronavirus”, così come l’ha definito la Klein, risulta la strada maestra, perlomeno negli Stati Uniti. Ci auguriamo che in Europa, dopo i grandi proclami degli scorsi due anni, non venga fatto lo stesso errore. La radice delle parole economia ed ecologia è appunto οίκος, che significa “casa”: non può esistere transizione economica che non sia sostenibile anche dal punto di vista ambientale.

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Trump e le lobby del fossile all’attacco durante il Coronavirus

Mentre migliaia di persone continuano a morire ogni giorno in ogni angolo del pianeta a causa della pandemia Coronavirus, c’è chi, invece, non ha esitato a sfruttare questa situazione di emergenza per fare i propri interessi. Ma chi saranno mai questi campioni di buon senso e solidarietà? Se doveste dire un nome a caso probabilmente ci azzecchereste. Si tratta di Donald Trump e delle lobby del fossile americane.

Credit: thefreethoughtproject.com

L’Enviromental Protection Agency al servizio delle lobby del fossile

Appena insediatosi alla Casa Bianca una delle prime decisioni prese da Trump ha riguardato la United States Environmental Protection Agency, anche nota come EPA, ovvero l’ente che dovrebbe vigilare sul rispetto delle leggi ambientali nello Stato. Il primo amministratore da lui scelto per dirigere l’agenzia è stato Scott Pruitt, celebre avvocato delle lobby del petrolio e, ancora peggio, noto negazionista del clima. Il servizio di Pruitt è durato però poco più di un anno. Dopo di ché, al suo posto, il tycoon americano ha scelto Andrew R. Wheeler, un altro avvocato già conosciuto in quanto difensore degli interessi dell’industria del carbone che, durante l’amministrazione Obama, ha più volte provato ad andare contro le decisioni del governo in merito alle regolamentazioni ambientali.

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Non risulta difficile immaginare la quantità di polvere che, durante l’amministrazione Trump, l’EPA abbia nascosto sotto al tappeto. Ma ora che la situazione lo permette, complice anche il fantasma di una possibile crisi economica che rischierebbe di far perdere le elezioni di Novembre al Partito Repubblicano, Trump ha deciso di non farsi più troppi problemi annullando, fino a data da destinarsi, le restrizioni ambientali in vigore per le aziende americane.

Trump e la sospensione delle leggi sull’inquinamento

La decisione di sospendere le restrizioni sullì’inquinamento per le aziende americane è stata resa pubblica tramite un comunicato dell’EPA in data 26 marzo: “Come tutti stanno facendo la U.S. Environmental Protection Agency si adegua all’evoluzione della pandemia COVID-19. Siamo innanzitutto preoccupati per la salute pubblica […]. L’agenzia deve tenere conto di queste importanti considerazioni nel momento in cui continua il proprio lavoro per proteggere la salute dei cittadini e dell’ambiente”. In altre parole l’agenzia ha giustificato questa scelta in virtù della salvaguardia della salute pubblica. Un ragionamento che sfugge a qualsiasi considerazione scientifica. Permettere alle aziende di inquinare ancora di più mentre circola un virus che attacca il sistema respiratorio è una cosa che non può avere senso. Eppure nell’America di Trump e delle lobby del fossile si può. Senza neanche doversi nascondere.

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Immediate le reazioni, colme di sconcerto, di diversi rappresentanti del movimento ambientalista statunitense. Su tutte quella di Cynthia Giles, ex-amministratrice dell’EPA durante la seconda presidenza di Obama: “L’EPA non dovrebbe mai rinunciare al suo diritto e al suo obbligo di agire immediatamente e con forza quando c’è una minaccia alla salute pubblica, a prescindere dal motivo. Non ho ricordi di altri provvedimenti simili, con il quale, di fatto, l’EPA rinuncia alla sua autorità. Questo comunicato rappresenta un’abdicazione alle responsabilità dell’Agenzia nei confronti del paese”.

L’aria inquinata come vettore del Virus

Già in un articolo della scorsa settimana vi abbiamo parlato di come l’aria inquinata favorisca il virus in maniera incontrollata. Questo è infatti in grado di attaccarsi alle polveri sottili, riuscendo in questo modo a percorrere distanze decisamente maggiori. Per non parlare delle conseguenze che la contrazione del virus ha su chi si ritrova con un sistema respiratorio in parte compromesso dall’aria, sporca, che respira. E chi ci rimetterà maggiormente? Tutti coloro che in queste aziende, che ora possono inquinare come non mai, ci lavorano. Per lo più persone con un reddito basso e afro-americane.

L’esempio delle raffinerie

Il Guardian, in un recente articolo, porta come esempio di aziende che trarranno un enorme vantaggio da questa situazione proprio quelle petrolifere. In questa fase gli sarà infatti permesso di smettere di monitorare le proprie emissioni, tra le quali spicca la presenza di un elemento altamente cancerogeno come il benzene. Dieci raffinerie del Texas hanno ampiamente superato i limiti, già non particolarmente restrittivi, che erano in vigore prima di questa presa di posizione da parte di Trump. Va inoltre sottolineato come il provvedimento, che come già detto è entrato in vigore in data 26 marzo, sia retroattivo e debba quindi considerarsi in vigore dal 13 marzo.

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Un dettaglio quanto meno curioso che, tuttavia, è facilmente spiegabile. Il provvedimento è stato richiesto ufficialmente dall’American Petroleum Institute. E cosa è successo in questo ultimo mese? Le big del settore del petrolio hanno perso circa 500 miliardi di dollari in una settimana. Risulta quanto meno sospettabile, dunque, che, per continuare la propria attività, le aziende americane non abbiano avuto scrupoli nell’abbattere i costi legati al proprio processo di estrazione, immettendo alte quantità di inquinanti in atmosfera. Una tesi che, al momento, non è stata dimostrata e che probabilmente non lo sarà mai proprio perché, grazie alla decisione dell’EPA, i dati legati a queste attività non saranno mai trasparenti.

Trump e lobby del fossile: un legame indissolubile

Questa non è altro che un’ulteriore dimostrazione di come Trump sia poco più di un burattino nelle mani delle lobby del fossile americane. In un periodo in cui tanto il settore Oil&Gas quanto quello del carbone hanno subito perdite importanti – si legga in questo senso un interessante articolo di Re:common – quello di Trump non è altro che un timido tentativo di aiutare i propri amici che rischiano di perdere enormi somme di denaro. Tutto ciò nonostante l’Agenzia Internazionale dell’Energia, un ente non proprio noto per le sue ideologie progressiste, abbia chiesto ai leader mondiali e alle istituzioni finanziarie di non far piovere aiuti, durante e dopo il CoronaVirus, verso i settori che non possono più essere considerati sostenibili.

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Per onor di cronaca va inoltre detto che un provvedimento simile a quello americano è stato chiesto anche in Europa dall’ACEA, ovvero l’Associazione Europea dei produttori di automobili. La Commissione di Ursula Von der Leyen, che sta provando a fare del proprio Green New Deal la bandiera del suo mandato, ha però deciso di respingerla al mittente. Gli sciacalli del clima sono in agguato, soprattutto in un momento in cui l’attenzione sulle questioni ambientali è inevitabilmente surclassata dal CoronaVirus. Ora più che mai occorre continuare ad informarsi. Altrimenti, quando tutto questo sarà finito, potrebbe essere troppo tardi.

Dopo la pandemia le emissioni potrebbero aumentare

emissioni

Il drastico calo delle emissioni a causa della pandemia di coronavirus che ha messo in ginocchio il mondo potrebbe non essere duraturo. Anzi, probabilmente causerà un aumento delle emissioni anche più sostanzioso rispetto al periodo precedente il virus. O almeno così si legge in un articolo di Internazionale, dal quale prendo spunto per affermare ciò che segue.

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Crisi climatica in secondo piano

E’ ancora presto per fare previsioni, visto che non sappiamo ancora quando avverrà il picco dei contagi in Italia e nel resto del mondo la “vera” epidemia non è ancora iniziata. Possiamo però intuire come la crisi climatica sia giustamente passata in secondo piano a fronte di un’emergenza che, per essere contenuta, richiede misure repentine e a brevissimo termine.

Come si legge nel suddetto articolo, la lotta al cambiamento climatico scenderà parecchio nella percezione delle priorità globali, e servirà un impegno diplomatico ancora più deciso per evitare un fallimento. Purtroppo, però, la pandemia ha già provocato la cancellazione di alcuni incontri preliminari alla conferenza delle Nazioni Unite sul clima che dovrebbe svolgersi a Glasgow a novembre. E, molto probabilmente, la conferenza stessa sarà rinviata.

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Soldi per salvare l’economia (fossile)

Oltre che dal punto di vista politico, la crisi climatica subirà un disinteresse anche da quello economico. Secondo le ultime previsioni dell’Ocse, la pandemia potrebbe ridurre la crescita del Pil globale nel 2020 dal 3,5% all’1,5%.

Per questo, Giuseppe Conte ha scongelato 25 miliardi di euro per “curare” l’Italia, mentre Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, ha dichiarato di voler mettere a disposizione dell’Unione ben 750 miliardi di euro.

Queste notizie giungono dopo pochi mesi dall’annuncio dell’Unione Europea di un Green New Deal per azzerare le emissioni entro il 2050. A questo scopo, molti soldi pubblici dovevano essere mobilitati per sostenere le industrie nella transizione e per crearne di nuove.

Infatti, come ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia, il 70% degli investimenti mondiali in energia pulita dipende dalle finanze pubbliche. Se questi soldi verranno utilizzati per risollevare le economie delle nazioni colpite dalla crisi, ad oggi basate sui combustibili fossili, il Green New Deal verrà probabilmente declassato.

Uscendo dal panorama europeo, è anche possibile che la Cina, così come gli Stati Uniti, rilancino la costruzione di centrali a carbone e altre infrastrutture inquinanti nel tentativo di far ripartire l’economia.

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Memoria storica

Queste ipotesi si basano anche su dati storici, dal momento che a seguito di ogni crisi economica avvenuta nel mondo dopo la rivoluzione industriale vi è stato un aumento delle emissioni ancor maggiore.

Questo fenomeno si spiega con il fatto che normalmente l’intensità di emissione si riduce con il tempo grazie al progresso tecnologico, che va di pari passo con quello economico. L’efficienza energetica migliora, così come la diffusione di fonti di energia meno inquinanti. Con una crisi economica il progresso potrebbe interrompersi e, quindi, farci tornare al punto di partenza.

Un incremento delle attività già in atto, senza puntare a nuovi investimenti, sarebbe una delle soluzioni più plausibili. In Cina il governo ha promesso sussidi statali alle imprese che avessero ricominciato a produrre. Pare che alcune stiano addirittura fingendo l’attività, accendendo i condizionatori e i macchinari a vuoto per poter accedere agli incentivi. Nel colosso asiatico hanno già riaperto 42 store della Apple e la Toyota riprenderà la produzione nel suo maggiore stabilimento a Guangzhou. E noi, gli iPhone e le auto continueremo imperterriti a comprarle, forse più di prima.

Una frustrazione pericolosa

Internazionale non ha toccato la questione sociale del problema. Provo a farlo io, basandomi sui dati ufficiali ma anche sulla percezione che ho sviluppato riguardo al mondo durante questa strana condizione di isolamento. Sia chiaro, quindi, che non giudicherò, anzi mi sento parte di coloro che hanno attivato il meccanismo mentale che a breve trasformerò in parole.

La brama di tornare a impossessarci dei lussi che durante la quarantena sono diventati meno accessibili, toccherà prima o poi il fondo della molla. Per esempio, già dopo poco tempo dall’inizio della quarantena italiana e, poi, mondiale, Amazon ha aumentato spaventosamente i suoi incassi. La compagnia ha anzi annunciato di voler e dover assumere 100 mila nuovi dipendenti per rispondere alla crescente domanda di questi giorni.

Gli incassi di Amazon nell’ultima settimana.
Fonte: fool.com ( https://www.fool.com/quote/nasdaq/amazon/amzn/#InteractiveChart )

Le persone, poi, si renderanno conto che ricevere la merce a casa è molto conveniente. Gli ordini di Amazon potrebbero quindi non diminuire dopo la pandemia. Aumenteranno così le emissioni dovute ai trasporti dei prodotti acquistati online. Verrà inoltre alimentato il mercato dei prodotti low-cost che sfruttano in modo insostenibile sia la manodopera sia le risorse del pianeta.

Si sta inoltre diffondendo una crescente frustrazione psicologica e sociale che porterà molti a voler abbandonare il proprio nido dopo oltre un mese di “reclusione”. Questo sia per respirare la perduta libertà di viaggiare intorno al mondo, diventata ormai un must per la classe media occidentale.

Ma anche per ricongiungersi con persone lontane, magari lontanissime, dopo che improvvisamente ci siamo resi conto di quanto le relazioni interpersonali siano preziose nella nostra vita. Tutto bello, tutto legittimo, ma l’impennata delle emissioni di milioni di aerei che ricominceranno a solcare i cieli, forse più di prima, sarà un probabile dato di fatto.

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Un barlume di speranza

Vi sono, certo, anche dei fattori che potrebbero far sperare in un proseguo di questa pulizia atmosferica globale di questi funesti mesi. Per esempio la inevitabile difficoltà economica nella quale tutti ci ritroveremo alla fin della pandemia. Senza contare la mancanza di tempo per prenderci ulteriori pause durante l’estate. Tutto questo impedirà a molti di realizzare il proprio desiderio di spiccare il volo una volta che la gabbia verrà aperta.

Dal punto di vista economico, è ancora Birol ad ipotizzare che i politici prenderanno questa pausa totale come un’occasione per ripartire da zero, dando la precedenza all’economia verde.

Inoltre, dice Birol, i governi potrebbero approfittare del crollo del prezzo del petrolio per ridurre i sussidi pubblici agli idrocarburi senza provocare grosse reazioni, e investire quelle risorse nella sanità.

Infine, fino a poco tempo fa era opinione diffusa che solo un rallentamento dell’economia degli Stati Uniti avrebbe impedito la rielezione di Donald Trump a novembre. Ora quel rallentamento sta accadendo e Trump dovrà giocare molto bene le sue carte per non perdere consensi.

Un esempio simile è quello del presidente inglese Boris Johnson, che sta gestendo la situazione in modo tutt’altro che corretto e sta, quindi, perdendo la fiducia di molti dei suoi elettori. E’ logico quindi come un’eventuale caduta dei governi conservatori e spesso anti-verdi che stanno spopolando in tutto il mondo, non potrebbe che rappresentare un lume di speranza per i polmoni del nostro pianeta.

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Glifosato Killer? Era tutto uno scherzo!

Un agricoltore sparge pesticidi sui suoi campi

Il glifosato

Il glifosato è un diserbante sistemico e non selettivo. E’ una sostanza solida ed inodore che viene assorbita per via fogliare (per tal motivo è sistemico) e poi dislocato in ogni altra parte della pianta tramite floema. Il diserbante viene assorbito in 5 o 6 ore e in una decina di giorni è già visibile il disseccamento della vegetazione. Il glifosato interrompe le vie metaboliche plantari, responsabili di sintetizzare fenilalanina, tirosina e triptofano, inibendo l’enzima denominato 3-fosfoshikimato 1-carbossiviniltransferasi. Tale enzima dal nome complicato è necessario alla sopravvivenza della pianta. Il glifosato, in sintesi, per chi non mastica molto di botanica, è un analogo aminofosforico della glicina.

Semplificando ancor di più si tratta di un composto chimico, sviluppato in laboratorio, noto ai più come l’erbicida totale. Il brevetto di produzione è scaduto nel 2001, rendendo il composto una libera produzione. Fino a quell’anno, a partire dal 1970, esso è appartenuto alla Monsanto Company.

Il diserbante a base di glifosato, originariamente brevetto Monsanto, è tra i pesticidi più utilizzati al mondo.

Cenni storici

Il composto tecnicamente denominato N – (fosfonometil)glicina, in formula C3H8NO5P, fu scoperto nel 1950. Lo compose per primo un chimico chiamato Henry Martin, dipendente della Cilag, la quale però non lo rese oggetto di pubblicazione.

Tra il termine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, nell’ambito di una ricerca sull’addolcimento idrico a partire da analoghi dell’acido aminometilfosforico, la Monsanto lo riscoprì. Alcuni di questi addolcitori mostrarono di possedere un blando potere erbicida. Interessata a produrre un diserbante efficace, la compagnia incaricò il suo capace chimico John E. Franz, di ricercare analoghi con il maggior potenziale erbicida. Il glifosato fu il terzo ad essere scoperto. Da quel momento, il mondo ha conosciuto il principe dei diserbanti.A seguito del suo lavoro sul glifosato, John Franz ha ricevuto onoreficenze importanti.

La questione glifosato

L’impiego di questo diserbante è al centro di vicende giudiziarie – anche complesse – da anni. L’eco di alcune di queste sentenze, soprattutto di quelle che, effettivamente, hanno condannato la multinazionale, ha originato anche ricerche scientifiche. Recentemente, il glifosato è stato dichiarato non cancerogeno, dopo che per anni il suo stato era invece quello di sostanza cancerogena.

In realtà, nonostante buona parte dell’opinione pubblica lo considerasse pericoloso, l’agricoltura ha sempre continuato ad utilizzarlo. Spesso e volentieri se n’è addirittura abusato, impiegandolo in maniera massiccia. Come si è scritto infatti, l’efficacia della sostanza è senza pari.

La IARC, agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, inserì nel 2015 il glifosato tra i prodotti “probabilmente cancerogeni”. Sconsigliandone l’uso ma non proibendolo, lasciando una porta socchiusa al legislatore e, soprattutto, all’enorme multinazionale Bayer – Monsanto. Nel biennio 2015 – 2017, il gruppo di ricerca sui pesticidi della FAO/OMS conferma la pericolosità del prodotto e, nei soli Stati Uniti, una class action di agricoltori intenta circa 18mila cause alla multinazionale. Le accuse sono che il loro prodotto a base di glifosato, denominato Roundup, li avrebbe esposti a rischio tumorale. Una stima del Sole 24 Ore, risalente ad agosto, certifica che la vicenda abbia comportato una perdita di valore aziendale pari al 31%. In soldoni, dato il non trascurabile fatturato di Bayer – Monsanto, parliamo di circa 30 miliardi di capitalizzazione.

Il RoundUp, uno degli erbicidi più utilizzati al mondo, è a base di glifosato, Foto: Agweek

La svolta

Tutto è però cambiato, poche settimane fa, in seguito all‘assoluzione della EPA (Environmental protection agency), l’agenzia statunitense per la tutela ambientale. I suoi studi non avrebbero identificato alcun rischio per la salute umana, né alcun rischio alimentare, dovuto all’esposizione al glifosato. Anche esperti italiani si sono schierati con la EPA, affermando come l’insorgenza di problemi, a seguito dell’utilizzo del glifosato, per l’uomo sia prossima allo 0.

La sede della EPA a Washington, Foto: QualEnergia

Angelo Moretto, il direttore del Centro Internazionale per gli Antiparassitari e la Prevenzione Sanitaria e Dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche dell’Università degli Studi di Milano, ha sostenuto come il glifosate sia certamente tra le molecole meno dotate di tossicità per i vertebrati, tra quelle utilizzate nei prodotti fitosanitari. Gli ha fatto eco Donatello Sandroni, giornalista e dottore in ecotossicologia. Secondo Sandroni, il margine di confidenza tra la quantità di composto assorbita dall’essere umano che consuma alimenti trattati con glifosato e la pericolosità del prodotto sarebbe astronomico. Donatello Sandroni ha condotto uno studio approfondito sul glifosato ed i suoi effetti. Il giornalista è tra i maggiori esperti italiani in merito.

Glifosato: un buono o un cattivo?

A quanto sembra, dunque, la questione sembrerebbe essersi risolta. La Bayer è riuscita ad evitare di tornare a processo, per il glifosato, in tempi recenti. Dopo l’assoluzione di cui abbiam parlato ora, sembrerebbe possibile, per la multinazionale, chiudere la questione con perdite all’interno dei 10 miliardi di dollari, ben meno di quanto stimava il Sole 24 Ore. Almeno stando ai numeri aziendali. La strategia degli avvocati della multinazionale, infine pare poter davvero pagare.

Ciò non toglie che sono arrivate a 18.400 le cause aperte negli USA contro il Roundup, prodotto sviluppato da Monsanto e diventato ora proprietà di Bayer. Il colosso tedesco acquisì infatti il leader mondiale di sementi e OGM tra il 2017 e il 2018, per una cifra vicina ai 65 miliardi di dollari, in uno degli accorpamenti più chiacchierati del decennio scorso. Alcune di queste cause, sono state perse dal gigante chimico. Inoltre, non mancano certo scienziati fortemente contrari all’impiego di glifosato. Tra questi segnaliamo il tossicologo francese Christopher Portier. Egli ha condotto uno studio sugli effetti cancerogeni del prodotto, per conto della rivista Environmental Health, dal quale emergono risultati ben diversi da quelli esaminati. Nelle cavie sottoposte a test, infatti, sarebbero state riscontrate insorgenze tumorali. Secondo Portier, il composto alla base del pesticida aumenterebbe le possibilità di contrarre ben 37 forme di cancro.

Dunque la scienza appare divisa, seppure il piatto della bilancia pesi più dalla parte favorevole all’impiego di glifosato. Dunque, che fare?

https://www.youtube.com/watch?v=SM7nw-65lgw
Approfondimento RAI sul glifosato, tratto dalla trasmissione Indovina chi viene a cena

L’inchiesta del Guardian

All’infuori di quali possano essere le personali convinzioni riguardo all’industria chimica e farmaceutica – di cui non ci occuperemo in queste righe poiché avremmo bisogno di uno spazio dedicato solo per tracciare un confine tra realtà e complottismo – la Monsanto non ha operato in trasparenza, per difendere il suo prodotto. Una recente inchiesta portata avanti dal Guardian ha infatti rivelato che l’azienda, nel 2017, ancora non controllata da Bayer, mise pressione ai ricercatori incaricati di accertare la pericolosità del composto. Monsanto finanziò una ricerca parallela, finalizzata ad indicare come il divieto di utilizzare Roundup avrebbe avuto un impatto molto grave su agricoltura e ambiente. Tale ricerca è poi stata impugnata dalla National Farmers Union, e altri organismi impegnati nel mondo dell’agricoltura, per chiedere il ritiro di una misura della UE datata 2017. L’Europa, con quel provvedimento, aveva vietato l’utilizzo del glifosato.

A seguito di questo deciso schieramento lobbista, però, la UE ritirò la misura, delegando la decisione ai singoli Stati membri. La NFU ha ora dichiarato, sui suoi canali, quale sia la fonte della ricerca su cui basa le sue convinzioni in merito al glifosato.

Bayer ha affermato prontamente che un simile comportamento viola i propri principi. Gli autori dello studio hanno dichiarato come il finanziamento non abbia in alcun modo influenzato il loro lavoro.

A seguito dell’acquisizione di Monsanto, nel 2018, Bayer è diventata una tra i principali attori, se non il principale, nel settore chimico

Dal glifosato al Dicamba

A questo punto è importante sottolineare un aspetto importante: come scrive anche Damian Carrington sul Guardian, è ampiamente riconosciuta, nella ricerca sulla tossicità chimica, una certa tendenza da parte dei risultati di studi scientifici a favorire comunque i loro finanziatori. Tale elemento va sempre tenuto presente, quando discerniamo informazioni basate su dati provenienti dalla ricerca.

Prima di chiudere, evidenziamo come la multinazionale Bayer – Monsanto abbia ricevuto, nel mese di febbraio, una missiva poco piacevole dal tribunale del Missouri. La corte sanzionava l’azienda per una cifra intorno ai 15 milioni di dollari e, contestualmente, recapitava una multa per danni punitivi pari a 265 milioni di dollari. Il motivo della condanna non sarebbe legato al glifosato, bensì a Dicamba. Si tratta di un’erbicida molto più giovane e utilizzato da meno tempo. Un coltivatore di pesche americano, residente nel sud-est del Missouri, ha dichiarato di aver ricevuto ingenti danni alle sue colture. I campi circostanti il suo frutteto, adibiti a piantagioni di cotone OGM (la legge statunitense consente tale coltivazione), sarebbero stati inondati con questo prodotto in quanto il cotone chimico è robusto e resistente agli erbicidi. Il Dicamba depositato ma non assorbito ha, letteralmente, avvolto il pescheto, seccandone le foglie e uccidendone gli alberi.

Una confezione dell’erbicida Dicamba

Chissà se davvero possa ritenersi chiusa la questione glifosato. E chissà se ora non se ne aprirà una Dicamba.

ONU: “Il CoronaVirus non distragga dalla lotta per il clima”

Si è da pochi giorni concluso l’incontro dell’ONU in cui è stato presentato il report sullo stato del clima nel 2019, a cura della World Meteorological Organization. Un documento redatto per fare il punto sull’anno appena passato in tema, neanche a dirlo, di cambiamenti climatici. Il Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha colto l’occasione per ricordare che, oltre al CoronaVirus, c’è anche un’altra battaglia da combattere, altrettanto pericolosa, e che non va assolutamente messa in secondo piano: quella legata al clima.

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Il contenuto del report

Partiamo, come sempre, dai dati e dal contenuto del report in modo da capire bene ciò di cui si sta parlando.

  • Nel 2019 gli oceani hanno avuto la temperatura media più alta di sempre, con almeno l’84% dei mari che hanno sperimentato ondate di calore sopra la media.
  • Le temperature registrate in giro per il mondo sono state le più alte di sempre, dopo quelle del 2016.
  • Per il 32esimo anno di fila è stata maggiore la quantità di ghiaccio che è stato perso rispetto a quello guadagnato. Questo fenomeno ha fatto sì che il livello dei mari fosse il più alto di sempre da quando sono iniziate le rilevazioni.
  • Il declino del Circolo Polare Artico ha continuato la sua marcia. Lo scorso Settembre – il periodo in cui raggiunge la sua estensione minima – è stato registrato il terzo dato peggiore di sempre.

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  • La scorsa estate, solo in Francia, le ondate di calore hanno causato 20.000 ammissioni extra negli ospedali e 1.462 morti premature.
  • L’Australia ha appena trascorso il suo anno più “asciutto”, prolungato in maniera ulteriore da una stagione degli incendi apocalittica.
  • Alluvioni e tornado hanno costretto, nel 2019, 22 milioni di persone a lasciare le proprie case, un dato ben più alto rispetto all’anno precedente. Più in particolare ci si riferisce al ciclone Idai che ha colpito il Mozambico, il ciclone Fani che si è scatenato nell’Asia meridionale cui vanno ad aggiungersi l’uragano Dorian nei Caraibi ed altre alluvioni che hanno colpito Iran, Filippine ed Etiopia.
  • L’imprevedibilità del clima e gli eventi meteorologici estremi sono stati un fattore rilevante in 26 delle 33 nazioni che sono state colpite da una crisi alimentare nel 2019. In 12 di queste 26 ne sono stati la causa principale.
  • “Dopo dieci anni di declino costante, la fame nel mondo ha iniziato a crescere nuovamente.” – si legge nel report – “Più di 820 milioni di persone hanno sofferto la fame nel 2018”. I dati, come al solito, non lasciano scampo. La fotografia che esce da questo report è davvero raccapricciante.

Il commento di Guterres sullo stato del clima nel 2019

La reazione più forte, che in parte vi abbiamo già anticipato, è stata proprio quella di Antonio Guterres. Il Segretario Generale dell’ONU non ha fatto nulla per nascondere la sua enorme preoccupazione. “Il cambiamento climatico è la sfida che definirà le sorti della nostra epoca. Al momento siamo ben lontani dal percorso che dovrebbe portarci ad un aumento della temperatura di 1,5/2°C, il target specificato nel Paris Agreement. Il tempo sta scorrendo velocemente e, con lui, le nostre chances di evitare le conseguenze più gravi causate dalla rottura dell’equilibrio terrestre. Dobbiamo proteggere la nostra società. Servono maggiori ambizioni in termini di taglio delle emissioni, di politiche di adattamento e anche nell’individuare soluzioni finanziarie. Occorre arrivare più che preparati a Novembre, quando si terrà la Cop 26 di Glasgow. È l’unico modo che abbiamo per assicurare un futuro più sicuro, prosperoso e sostenibile a tutte le persone che abitano questo pianeta”.

Hoskins: “Il clima è una minaccia ben più grande del CoronaVirus”

Anche il Professor Brian Hoskins, dell’Imperial College di Londra, non ha esitato nell’esprimere la sua preoccupazione: “Questo report è un catalogo dello stato del clima del 2019 e della miseria umanitaria che ha portato con sé; ci indica una minaccia che, per la nostra specie, è ben più grave di ogni virus che conosciamo. Non dobbiamo distrarci dalla necessità di combatterlo, riducendo le nostre emissioni a zero nel più breve tempo possibile”. L’ennesima voce che si aggiunge al coro degli scienziati che, ormai da 30 anni, stanno lanciando campanelli d’allarme da ogni dove.

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Va comunque specificato come, nei giorni scorsi, lo stesso Guterres abbia espresso, eccome, la sua preoccupazione per l’attuale situazione generata dal Corona Virus. Il messaggio che qui ha voluto mandare non riguarda, quindi, una sottovalutazione della problematica. Non si tratta di una gara per definire quale sia il problema peggiore tra clima e CoronaVirus. Entrambe le situazioni vanno affrontate con la massima cautela e con il maggiore impegno possibile.

Guterres: “Il Coronavirus sarà temporaneo. I problemi legati al clima no”

Ciò che, però, voleva sottolineare il Segretario Generale dell’ONU è la differente natura delle due problematiche: “Una cosa è una malattia che tutti prevediamo essere temporanea, come il CoronaVirus, un’altra sono i problemi legati al clima che ci sono da molti anni e rimarranno con noi per decenni. Non sopravvalutiamo la momentanea riduzione delle emissioni. Non combatteremo i cambiamenti climatici con un virus. L’attenzione che deve essere prestata per combattere questa malattia non deve distrarci dalla necessità di sconfiggere il cambiamento climatico e di affrontare tutti gli altri problemi che il mondo sta affrontando. La mia speranza – conclude Guterres – è che le persone saranno in grado di impegnarsi per entrambi gli obiettivi (CoronaVirus e clima) con la stessa forte volontà politica”.

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Parole, queste ultime, che vogliamo sottoscrivere pienamente. Il mondo, Italia su tutti, sta dimostrando che, quando si tratta di affrontare una crisi, cambiare le proprie abitudini, trovare soldi che non sembravano esserci o prendere decisioni impopolari è non solo possibile ma, anzi, ben visto dalla società tutta. La sfida che ci ritroveremo ad affrontare una volta sconfitto il virus sarà ancora più grande e, per certi aspetti, richiederà altrettanto impegno e senso civico da parte di tutti. Non solo dalle istituzioni, troppo spesso ritenute uniche responsabili della crisi climatica in atto. Una buona parte della differenza la facciamo, e la faremo, tutti noi, con le nostre scelte individuali. A poco servirebbero i decreti emanati dalla Presidenza del Consiglio se poi il nostro senso civico non ci spingesse a rispettarli.

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In questi giorni stiamo dimostrando di essere più che in grado di mettere l’interesse collettivo davanti al nostro. Che ci serva da allenamento per quando, tra qualche mese, il nemico da combattere sarà, per certi versi, ben più preoccupante.

Greta Thunberg all’UE: la vostra casa brucia e voi vi arrendete

greta

E’ giustamente passato in secondo piano l’intervento di Greta Thunberg a Bruxelles di giovedì scorso. Riteniamo però doveroso, data la natura del nostro blog, riportare le parole che l’attivista svedese ha pronunciato alla riunione dei ministri dell’Ambiente dell’Unione Europea. Che sono, come è ormai nel suo stile, parecchio pungenti.

Una dura risposta alla Legge sul clima

“Da più di un anno e mezzo stiamo sacrificando la nostra educazione per protestare contro la vostra inoperosità. A settembre oltre 7 milioni e mezzo di persone hanno marciato chiedendovi di unirvi dietro la scienza, per dare a noi un futuro sicuro”.

Così è iniziato l’intervento di Greta Thunberg al Paramento Europeo, in risposta alla nuova “Legge climatica” presentata dalla Commissione. La legge prevede un azzeramento delle emissioni entro il 2050 e il taglio del 50% entro il 2030. La legge però dovrà essere esaminata dal Consiglio e dall’Europarlamento prima di diventare legalmente vincolante. L’Italia e altri undici Paesi hanno scritto alla Commissione per accelerare i tempi sull’aumento del taglio delle emissioni al 2030.

Le parole di Greta Thunberg a riguardo però sono state dure: “L’UE, presentando questa legge sul clima che prevede di azzerare le emissioni entro il 2050, sta indirettamente ammettendo la resa, la rinuncia. State rinunciando all’accordo di Parigi, state rinunciando alle vostre promesse, e state rinunciando a fare tutto il possibile per assicurare un futuro sicuro ai vostri stessi figli.”

Il 2050 è troppo lontano

E continua: “Non abbiamo bisogno di obiettivi per il 2030 o il 2050. Ne abbiamo bisogno per il 2020 e per ogni anno a venire. Dobbiamo iniziare a tagliare le nostre emissioni drasticamente, adesso. I vostri lontani obiettivi non significheranno nulla se le emissioni continueranno seguendo un “business as usual” anche solo per ancora pochi anni. Ciò, infatti, significherebbe utilizzare tutto il nostro bilancio di carbonio prima ancora di raggiungere gli obiettivi del 2030 o 2050.”

Qui Greta si riferisce al Global Carbon Budget 2019, un dossier che presenta una valutazione delle emissioni antropogeniche di biossido di carbonio (CO2) e loro ridistribuzione nell’atmosfera.

Greta denuncia poi come il bilancio di carbone non sia mai stato preso in considerazione nelle politiche di oggi e non sia mai stato comunicato dai principali media. “Ed eccovi qua – accusa Greta – mentre cercate di creare leggi e politiche senza conoscere i fatti, facendo finta che i vostri piani e le vostre policy, che non tengono conto della scienza, potranno in qualche modo risolvere la più grave crisi che l’umanità abbia mai affrontato.

Fate finta che una legge che nessuno è obbligato a rispettare sia una legge. Fingete di poter diventare leader del clima ma comunque costruite e finanziate nuove infrastrutture di fonti fossili. Come se tutto questo non rischierà di infrangere l’intero accordo di Parigi. Continuate a fare finta che una manciata di parole vuote scacceranno questa emergenza”.

Il “Gas New Deal” dell’UE

Queste accuse lanciano direttamente in faccia ai parlamentari UE la loro decisione di febbraio di stanziare 29 miliardi di euro alle fonti fossili. Un provvedimento che rischia di mettere a repentaglio gli obiettivi dell’impegno climatico dell’Europa.

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Anche se nel 2019 si è registrato un rallentamento della crescita delle emissioni, resta il fatto che le emissioni continuano a crescere. L’unica vera soluzione sarebbe una decrescita o uno stop totale. Si unisce a questa idea anche il responsabile delle politiche per il clima di Greenpeace Europa Sebastian Mang. “Senza obiettivi al 2030 basati sulla scienza – dice Mang – né misure per porre fine ai sussidi ai combustibili fossili, ci stiamo preparando al fallimento. Il momento di agire è ora, non tra 10 anni”.

La vostra casa brucia e voi non avete fatto nulla

Il discorso di Greta non ha mancato di toccare le corde più emotive degli ascoltatori, menzionando più volte il futuro dei loro stessi figli. Una metafora da lei utilizzata e che rimarrà sicuramente impressa nella mente di tutti è quella della casa in fiamme.

“Quando i vostri bambini hanno fatto scattare l’allarme antincendio, voi siete usciti per controllare e annusare l’aria. Avete appurato che la casa stesse bruciando davvero, e che non era un falso allarme. Ma poi siete tornati dentro a finire la vostra cena, a guardare il vostro film e siete andati a dormire senza nemmeno chiamare i soccorsi. Mi dispiace ma questo non ha alcun senso. Quando la tua casa va a fuoco non aspetti qualche anno per iniziare a spegnere le fiamme.

“La natura non scende a patti”

E conclude dicendo questo: “Più continuate a scappare dalla verità, più grande sarà il tradimento verso i vostri stessi bambini. […] Voi stessi avete dichiarato che siamo in un’emergenza climatica e ambientale. […] Adesso dovete provare che ci credete davvero”.

“Non saremo soddisfatti di nulla se non di una soluzione basata sulla scienza, che ci dia la possibilità di salvaguardare le condizioni di vita future dell’umanità e della vita per come la conosciamo. Qualunque altra cosa è una resa. Questa legge sul clima è una resa. Perché la natura non scende a patti. Perché non si possono fare compromessi con la fisica. E noi non vi permetteremo di arrendervi sul nostro futuro”.

Greta Thunberg durante il discorso ai parlamentari

Il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans ha poi prontamente risposto a questo intervento. “L’analisi di Greta sulla nostra proposta – dice Timmemans – è basata sul bilancio di carbonio e sul fatto che gli obiettivi di riduzione dovrebbero essere più alti. Io ho provato a spiegarle che noi usiamo un altro approccio e siamo più ottimisti di lei sulle tecnologie emergenti. Ma, se non ci fosse stata lei e il modo in cui ha mobilitato due generazioni di giovani probabilmente oggi non staremmo neanche discutendo una legge sul clima”.

Il virus non deve togliere l’attenzione dal clima

Lo stesso Timmermans, ha poi di recente sostenuto che la legge è importante per mantenere la crisi climatica all’ordine del giorno, mentre l’Europa si confrontava con altre emergenze come il coronavirus. E un po’ queste parole fanno eco a quello che Antonio Guterres ha detto riguardo al clima. Un problema che, dice il Segretario Generale delle Nazioni Unite, che non deve essere perso di vista, nonostante l’emergenza del virus.

A questo proposito, dopo la conferenza è stato chiesto a Greta se non sia stanca di inviare sempre lo stesso messaggio, Greta Thunberg ha risposto che “la gente non ascolta e i media non riportano quello che dico. Dunque dovrò continuare. I media scrivono molto su di me e su cosa faccio, ma non sul contenuto di quello che dico. Parlano forse del clima, ma non della crisi climatica”.

Dopodiché l’attivista svedese si è unita alla manifestazione di Fridays For Future che si teneva davanti al palazzo dove si erano riuniti i ministri.