Le politiche ambientali di Joe Biden: speranza dalle nuove nomine

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Qualche giorno fa i grandi elettori statunitensi si sono finalmente espressi: Joe Biden è ora, a tutti gli effetti, il quarantaseiesimo presidente degli USA e si insedierà tra poco meno di un mese, il 20 gennaio. Il passaggio riguardante i grandi elettori non è che una formalità, un atto che serve a confermare l’intenzione dell’elettorato nel sistema elettorale americano che si compone di due fasi. Prima quella delle urne, andata in scena ad inizio novembre e poi quella del voto dei grandi elettori. Questi ultimi, provenienti in numero variabile da ogni singolo stato, si sono espressi la scorsa settimana.

Il presidente uscente, Donald Trump, come sappiamo, non ha accettato di buon grado la sconfitta, ricorrendo anche a vie legali. In seguito alla consultazione che ha coinvolto i grandi elettori, però, ogni dubbio si è dissipato. Tra un mese, avremo Joe Biden alla Casa Bianca. Il presidente eletto, nel corso della sua campagna elettorale, ha insistito più volte sulla politica climatica. Biden ha promesso che si muoverà in netta controtendenza rispetto al suo predecessore.

Nel video di From Roots to Leaves, attese e speranze per le politiche ambientali nell’amministrazione Joe Biden.

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Quale futuro per le politiche ambientali?

Come abbiamo già diffusamente scritto oqniqualvolta ci siamo occupati di USA e Joe Biden – con articoli e dirette su Facebookle politiche ambientali occuperanno uno spazio davvero importante nei prossimi quattro anni. È proprio per questo motivo che torniamo spesso ad occuparci del presidente americano. Joe Biden ha insistito molto sulla tematica ambientale, prima dell’elezione. Ha affermato di voler puntare forte sulle energie rinnovabili, ha detto che pianterà dei paletti per le multinazionali del fossile e ha promesso di investire moltissimo sulla riconversione energetica. Abbiamo accolto con grande gioia queste sue intenzioni. Ciononostante, ci approcciamo alla presidenza che partirà a breve anche con alcuni legittimi dubbi. Sappiamo infatti bene che una cosa è fare campagna elettorale e una ben diversa è rispettare le promesse fatte quando si cercano consenso e voti.

Che cosa farà dunque Biden? Manterrà le sue promesse in materia di politiche ambientali? O dobbiamo attenderci una presidenza 2020 – 2024 che cambierà poco o nulla rispetto a quanto abbiamo visto dal 2016 ad oggi? Naturalmente, non sono in grado di dare questa risposta. Se però dovessi giudicare le prime mosse del presidente eletto – diciamo pure le primissime, dal momento che deve ancora insediarsi – sarei portato ad essere ottimista. Le prime nomine ufficializzate, infatti, lasciano veramente ben sperare.

Politiche ambientali: un cambio di paradigma

Il principale ente ambientale degli States si chiama Environmental Protection Agency, o EPA. Questo nome ci è poco noto, purtroppo, poiché l’agenzia non ha mai potuto godere di troppa libertà. Sotto l’amministrazione Trump è stata ampiamente imbavagliata, con il presidente che ne limitava continuamente l’operato. L’amministrazione uscente ha persino riscritto alcune leggi per accentrare sul gabinetto presidenziale alcuni dei compiti della Agency. Non dobbiamo stupircene. Trump aveva interesse a difendere la lobby del petrolio, dal momento che numerosi suoi esponenti erano suoi partner d’affari, amici personali o, comunque, convinti elettori.

Dubito che Biden riuscirà a staccare la spina ad una categoria così potente, la quale sta alla base delle economie di numerosi stati federali – pensiamo a che cosa sarebbe il Texas, senza il suo petrolio – eppure ha promesso che lo farà, riconvertendo questa obsoleta fonte energetica, disastrosa per il nostro Pianeta, e spostando i lavoratori di questa industria nel mondo della green energy.

Donne e minoranze nelle nomine di Joe Biden

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Il capo della EPA è di nomina presidenziale e Joe Biden ha scelto Michael Regan per il suo primo mandato. Il Senato dovrà confermare la sua nomina – così come tutte le altre che abbiamo elencato – e, non appena questo step si sarà compiuto, Regan sarà il secondo afroamericano alla guida dell’ente, dopo che Lisa Jackson ne tenne le redini durante la prima presidenza Obama. Oltre a lui, sono stati scelti anche altri nomi strettamente legati all’ambiente, per numerosi ruoli di vertice.

Nel team del futuro presidente troviamo infatti anche Deb Haaland, deputata proveniente dal New Mexico, la quale guiderà il dipartimento degli Interni. Per la prima volta, una nativa americana sarà responsabile di un ministero. Gina McCarthy sarà consigliera nazionale per il clima. Essa assunse la guida della EPA dopo Lisa Jackson, durante il secondo mandato di Obama e fu la donna che impose i primi limiti di emissioni alle centrali elettriche nazionali. Ora avrà il compito di indirizzare gli USA verso le emissioni zero, obiettivo che Biden si è prefissato di raggiungere entro il 2050. Il vice di McCarthy sarà Ali Zaidi, da tempo impegnato in prima linea per l’azione climatica.

Il Ministero dell’Energia sarà guidato da Jennifer Granholm mentre Brenda Mallory prenderà le redini del Council On Environmental Quality, il consiglio sulla qualità dell’ambiente. Si tratta di un’organizzazione che lavora a stretto contatto con il presidente, suggerendogli misure e provvedimenti che tutelino l’ambiente e scoraggiando ogni decisione ad esso nociva.

Notiamo come Biden punti molto sulle donne e sulle minoranze etniche, tenute in disparte da chi lo ha preceduto a Washington. Questa attenzione all’inclusione e questa tutela della diversità fanno onore al presidente. Andiamo ad approfondire ora chi siano le due figure principali in questa lista di nuove nomine.

Il ruolo cruciale dell’EPA e gli obiettivi di Michael Regan

Donald Trump non ha mai visto di buon occhio l’agenzia per l’ambiente. Con una recente norma, il presidente uscente ha cambiato le regole delle analisi costi – benefici prodotte dall’EPA per il gabinetto presidenziale. Questa è la principale mansione della Agency: rendere Washington edotta su quello che ogni provvedimento di politica ambientale comporti per le tasche del contribuente, oltre che per l’habitat e l’ecosistema in cui esso vive, naturalmente. La misura di Trump ha spostato il focus principale dell’EPA dalla tutela ambientale alla valutazione economica, ponendo l’attenzione sugli sbocchi occupazionali. In sostanza l’agenzia per l’ambiente dovrà privilegiare leggi e misure in base a quanto possano far guadagnare il Paese, non a quanto siano impattanti.

Michael Regan al momento è capo del Dipartimento Ambientale del North Carolina e collabora con l’agenzia già da una decina d’anni. Le sue prime sfide saranno quelle di seguire gli sviluppi relativi al disboscamento della foresta di Tongass – la quale non è più area protetta – e di regolamentare le richieste delle compagnie petrolifere di operare all’interno dell’Arctic National Wildlife Refuge. Quest’ultima è una riserva, situata anch’essa in Alaska e nell’Oceano che la bagna, ove l’amministrazione Trump ha consentito le esplorazioni petrolifere. Biden ha promesso che non concederà altre licenze alle compagnie petrolifere ma non ha mai detto che ridurrà quelle attualmente operative. Chissà che Regan non abbia un’idea più restrittiva da sottoporre al presidente.

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Michael Regan. Foto: eenews.net

Con ogni probabilità, l’EPA giocherà un ruolo di primo piano nell’affiancare il gabinetto presidenziale in tema di politiche ambientali. In fin dei conti, il presidente eletto ha promesso un’azione continua e instancabile nella lotta al surriscaldamento globale e, qualora voglia mantenere le sue promesse, avrà sicuramente bisogno di tutto l’aiuto disponibile. Gli obiettivi di Joe Biden sono molto ambiziosi per quanto riguarda il clima, dovranno esserlo anche quelli di Regan. Egli è noto per essere tanto competente quanto battagliero, auspichiamo che combatta con decisione per l’ambiente e la sua tutela.

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Come cambieranno le politiche ambientali con la nomina di Deb Haaland

Il cambiamento climatico è la sfida del nostro tempo.” Questo è il pensiero di Deb Haaland, deputata per lo stato del New Mexico e membro della nazione di nativi americani Laguna Pueblo. La sua nomina da parte del presidente Biden è già stata definita storica perché mai prima di lei un nativo americano aveva ricoperto un simile ruolo. In realtà aver scelto Haaland è ben più importante perché indica il chiaro intento dell’amministrazione in materia di politiche ambientali. È infatti noto a tutti come la futura titolare del Dipartimento degli Interni sia una convinta ambientalista, capace di portare gli USA ad una inversione completa in merito di clima. La giurisdizione del ministero dell’Interno statunitense è infatti davvero molto ampia su numerosi dossier.

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Deb Haaland. Foto: NM Political Report

Supervisione e gestione delle terre federali, management di parchi e riserve, permessi di transito per gasdotti e oleodotti, su tutti questi aspetti la segreteria agli Interni ha voce in capitolo. Haaland e il suo staff, dunque, potranno far sentire la propria voce quando si parlerà di fratturazione idraulica; tema sul quale Biden non si è mai espresso con chiarezza. Il presidente eletto, infatti, ha tenuto una posizione ambivalente nei confronti del fracking: da un lato ha parlato di introdurre un bando per le future concessioni mentre dall’altro non ha mai affermato di voler sospendere le attuali operazioni. La sua vice, Kamala Harris, governatrice della California, proviene da uno Stato tendenzialmente contrario a questo impattante sistema estrattivo; eppure anche lei non si è mai sbilanciata sulla questione.

L’importanza dell’heritage indigeno

Oleodotti e gasdotti hanno violato più volte la sacralità della terra dei nativi americani. Ne abbiamo parlato anche qui, esaminando il caso del Dakota Access e citando quello, del tutto simile, di Keystone XL. La nomina di Deb Haaland per questa posizione sa di sentenza. Appare a questo punto davvero chiaro l’orientamento dell’amministrazione. Le politiche climatiche potranno subire una chiara sterzata verso posizioni decisamente ambientaliste, con Haaland alla guida della vettura degli Interni; essa avrà infatti modo di incidere in maniera seria sui futuri provvedimenti.

Da deputata, la nativa americana firmò un disegno di legge per impegnare Washington a proteggere almeno il 30% dei mari e delle terre federali entro il 2030; una volta preso incarico al dipartimento spetterà a lei gestire quasi 7 milioni di kmq di zone costiere e circa il 20% dell’intero patrimonio terriero degli USA. In un Paese nel quale un quarto delle emissioni ha origine negli impianti di estrazione di idrocarburi siti su terreni pubblici, questa nomina ci sembra davvero una buona notizia.

Luci ed ombre

Le nomine del futuro presidente Joe Biden sono una ventata di aria fresca dopo 4 anni assolutamente stagnanti per quanto riguarda le politiche ambientali statunitensi. Si tratta di un ottimo inizio in questo ambito per il presidente, che ci incoraggia per il prossimo futuro. Attenzione però a non vedere come oro tutto quel che luccichi.

In altri campi, infatti, le nomine di Biden sono state davvero discusse. Farò un solo nome perché non si tratta di questioni di cui ci occupiamo su L’EcoPost: Lloyd Austin. L’ex generale sarà il prossimo Capo del Pentagono. Il suo CV militare parla chiaro e nessuno mette in dubbio la sua competenza, in tanti però ne criticano l’etica. Si tratta di un consigliere di Raytheon Technologies, meglio nota come l’industria della morte. L’azienda produce infatti sistemi missilistici avanzati e droni assassini. Austin è inoltre membro del cda della holding ospedaliera texana Tenet Healthcare Corporation. Un’azienda che fattura annualmente centinaia di miliardi di dollari e non è esattamente un baluardo della salute pubblica.

Le politiche ambientali americane corrono dunque sul binario giusto? Molti degli elementi appena riportati ci fanno ben sperare ma conosciamo bene Biden e la sua storia politica. Sappiamo di come, nella sua lunghissima carriera all’interno dei palazzi, si sia spesso trovato ad appoggiare posizioni tutt’altro che coerenti con quanto espresso dal programma del suo partito, votando quasi da repubblicano. Similmente, sappiamo bene come sia paradigmatico del Grand Old Party privilegiare la crescita economica ad ogni costo, anche quando vada a danno dell’ambiente. Ora che si appresta a rivestire l’incarico più importante della sua vita, Biden saprà dare una direzione netta e decisa al suo Paese? Saprà farsi cicerone di quella transizione energetica di cui il pianeta ha drammaticamente bisogno? Sarà in grado di tenere fede alle sue promesse e segnare una svolta nelle politiche ambientali USA?

Ambiente nella Costituzione: Macron propone referendum

Il 14 dicembre il presidente Macron ha annunciato di voler indire un referendum per modificare l’articolo 1 della Costituzione francese. La revisione costituzionale sancirebbe l’introduzione della protezione della biodiversità, della tutela dell’ambiente e della lotta ai cambiamenti climatici nella Costituzione. L’annuncio è avvenuto a conclusione dell’incontro con la Convenzione sul clima (costituita da 150 cittadini estratti a sorte per valutare misure volte alla lotta ai cambiamenti climatici).  

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Forti critiche al referendum

Il rischio, tuttavia, è che il progetto del referendum potrebbe rimanere nel cassetto.

Secondo l’articolo 89 della Costituzione, infatti, Il progetto o la proposta di revisione deve essere votata prima dall’Assemblea nazionale e poi dal Senato in “termini identici.” Come spiega Jean-Philippe Derosier, professore di diritto pubblico e costituzionalista all’Università di Lille, il problema sorge per il Senato. Con una maggioranza di destra, il Senato è politicamente contrario a Macron. Non c’è motivo per cui dovrebbe fare un simile regalo al capo di stato: una revisione costituzionale di successo sarebbe infatti una vittoria per il presidente. A conferma di ciò, Bruno Retailleau, presidente del gruppo dei “I Repubblicani”, che ha la maggioranza in Senato, si è espresso duramente contro il referendum. Per il senatore, il progetto è un ‘’coup de com’’, una trovata pubblicitaria di Macron per “mascherare i suoi scarsi risultati ecologici.”

Critiche sullo stesso tono piovono da tutti gli schieramenti politici.

Marine Le Pen considera il referendum una “manovra politica” del capo di stato. Il leader dei deputati della LR, Damien Abad, ha giudicato su Public Sénat che si trattava di una “strumentalizzazione dell’ecologia a fini politici”. Anche per i deputati ambientalisti Yannick Jadot e Matthieu Orphelin, il referendum è una trovata ed una strategia politica. Perfino GreenPeace ha commentato il referendum come “essenzialmente simbolico”.

Introdurre la tutela dell’ambiente nella Costituzione è giuridicamente rilevante?

La proposta, in effetti, sembra essere la carta luccicante di un pacco sostanzialmente vuoto.

Giuridicamente, essa appare infatti inutile: gli obiettivi della proposta hanno già valore costituzionale. Dal 2005, la Carta dell’ambiente fa parte del blocco di costituzionalità essendo stata inserita nel preambolo della Costituzione.

La carta mira a specificare i diritti e i doveri dei francesi riguardanti l’ambiente. L’articolo 1 di questo testo afferma che “ognuno ha il diritto di vivere in un ambiente equilibrato e rispettoso della salute.” L’articolo 2 stabilisce il “dovere di preservare e migliorare l’ambiente” come uno dei requisiti che le leggi dovranno rispettare. Questi diritti e doveri dunque fanno già parte dell’ordinamento giuridico francese ed hanno valore costituzionale. Sono stati inoltre convalidati dalla giurisprudenza. Nel 2019, ad esempio, il Consiglio costituzionale ha invocato la Carta per sancire la salvaguardia dell’ambiente come una questione più importante della libertà d’impresa.

Il valore costituzionale della Carta è un argomentazione rilevante che rappresenta una solida base per il “no” del Senato.

Ma i francesi credono nel referendum?

Sembra dunque che la revisione costituzionale sia solamente simbolica. Ma un simbolo, un referendum richiede almeno il sostegno entusiasta da parte dei cittadini. Eppure, la decisione del referendum è stata accolta con cautela dai francesi. Secondo un sondaggio, solo il 35% della popolazione vuole partecipare. Nel dettaglio, il 12% dei francesi dice che è “improbabile” che si rechi a votare e l’8% è “assolutamente certo” che non parteciperà.

L’organizzazione di un tale referendum potrebbe quindi essere un fallimento. Da un lato, solo una lieve maggioranza (53%) ritiene che il referendum contribuirà a rafforzare la tutela dell’ambiente  in Francia. Il 62% degli intervistati ritiene che questo referendum sia “una manovra” da parte di Emmanuel Macron. Lo scopo è di ” conquistare l’elettorato ambientalista a poco più di un anno dalle elezioni presidenziali.”

Ambiente & Costituzione: valore simbolico vs. impegno concreto

La proposta farà parte di un progetto di legge sul clima che traduce in legge circa la metà delle 149 proposte della Convenzione. Le misure proposte dalla Convenzione sono davvero concrete e significative per ridurre le emissioni di gas serra. Includono, ad esempio, la ristrutturazione termica obbligatoria degli edifici, il divieto di pubblicità per i prodotti più inquinanti e l’abolizione di quasi tutti i voli nazionali in aereo. Tuttavia, al di fuori della proposta di riforma costituzionale, non sappiamo quali tra queste saranno adottate. Se queste misure più incisive non venissero approvate, la revisione costituzionale apparirebbe soltanto come un diversivo per distogliere l’attenzione dalla mancata adozione di misure effettive.

Il valore simbolico del referendum non va comunque ignorato. La proposta, infatti, pone più che mai l’ambiente al centro del dibattito pubblico e politico. Essa erge a valore costituzionale la lotta ai cambiamenti climatici e la protezione della biodiversità, ponendoli al pari dei diritti umani. Questo significa consacrare l’interesse collettivo per la tutela dell’ambiente. Significa cristallizzare diritti e doveri in merito alle questioni ambientali . Tuttavia, un simbolo non può e non deve sostituire l’impegno concreto, in questo caso del governo francese.

Papa Francesco: “Vaticano a emissioni zero entro il 2050” [VIDEO]

Il Vaticano, ancora una volta, si è mostrato aperto alle questioni ambientali. E, ancora una volta, è stato Papa Francesco a fissare l’obiettivo di emissioni zero entro il 2050 della Città del Vaticano. Ha poi esortato tutte le nazioni a promulgare l’educazione ambientale integrale. Egli, sin dall’inizio dell’incarico, ha considerato la crisi climatica un problema etico e sociale, che quindi dovrebbe essere affrontato anche dalla Chiesa, la quale millanta da anni i suoi valori di carità e giustizia.

Un problema che però alcuni rappresentanti della Chiesa Cattolica, unitamente ai politici e, di conseguenza, anche gran parte della popolazione, considerano solo una fissazione di giovani esaltati dall’ormai passato mondo hippie. Per molte persone questa realtà era ed è caratterizzata soltanto da fiori tra i capelli, droghe e promiscuità sessuale. Ma, come anche negli anni ’60, non si tratta solo di questo. Le rivoluzioni del ’68, dopo le quali l’ambientalismo si è diffuso in tutto il mondo, hanno rappresentato una grande ribellione di massa contro un sistema basato su consumismo ed eccessiva moralità. Questa era infatti spesso fittizia, ma utile a coprire le sporcizie della società. Oggi, alla permanenza di queste distorsioni sociali dure a morire, si è aggiunta la concretezza dei cambiamenti climatici e le sue terribili conseguenze alle quali sono condannati molti esseri viventi, umani compresi.

Nonostante il 2050 sia ancora troppo lontano, la speranza è che l’appello di Papa Francesco, dopo l’Enciclica Laudato Sì del 2015 e altre importanti iniziative (per esempio The Economy of Francesco: online l’evento voluto dal Papa per un’economia sostenibile), riesca a trasmettere l’importanza e l’urgenza della crisi climatica al mondo intero.

https://www.facebook.com/watch/?v=198120388611591

Le parole di Papa Francesco

L’attuale pandemia e il cambiamento climatico, che non hanno solo rilevanza ambientale, ma anche etica, sociale, economica e politica, incidono sopratutto sulla vita dei più poveri e fragili. Faccio appello alla nostra responsabilità di promuovere con un impegno collettivo e solidale una cultura della cura che metta al centro la dignità umana e il bene comune. Oltre ad adottare alcune misure che non possono più essere rimandate, è necessaria una strategia che riduca le emissioni nette a zero.

La Santa Sede si associa a questo obiettivo muovendosi su due piani. In primo luogo lo Stato della Città del Vaticano si impegna a ridurre a zero le emissioni nette entro il 2050. Secondo, la Santa Sede è impegnata a promuovere un’educazione all’ecologia integrale. Le misure politiche e tecniche devono essere combinate con un processo educativo che favorisca un modello culturale di sviluppo e sostenibilità centrato sulla fraternità e l’alleanza tra l’essere umano e l’ambiente.

Sussidi dannosi per l’ambiente: risorse tolte all’innovazione

In Italia i sussidi dannosi per l’ambiente e gli incentivi alle fonti fossili valgono 35,7 miliardi di euro. È il dato che emerge nel rapporto ‘’Stop sussidi 2020 ’’ di Legambiente. Katiuscia Eroe, responsabile energia di Legambiente, ha introdotto la conferenza di presentazione del rapporto sottolineando ‘’il poco coraggio e la poca volontà politica nell’ affrontare questo tema’’. Il taglio infatti è stato di nuovo rinviato: nella legge di bilancio presentata dal governo il tema non è previsto. Nel frattempo, l’Italia scende al 27°posto nel Climate Change Performance Index 2021secondo il rapporto Germanwatch. Risultato dovuto al rallentamento dello sviluppo delle rinnovabili (31°) e a una politica climatica nazionale inadeguata agli obiettivi di Parigi (peraltro non raggiunti da nessun paese). Risultato che rende ancora più urgenti i tagli ai sussidi dannosi per l’ambiente.

Cosa sono i sussidi dannosi per l’ambiente?

I sussidi dannosi per l’ambiente comprendono ‘’ tutte le misure incentivanti, che intervengono su beni o lavorazioni, per ridurre il costo di utilizzo di fonti fossili o di sfruttamento delle risorse naturali’’.

Sono, per esempio, finanziamenti diretti a centrali che utilizzano derivati del petrolio, gas e carbone, che inquinano e producono emissioni di gas serra.

Sono sconti su tasse (accisa, iva e credito d’imposta) per una serie enorme di utilizzi di benzina, gasolio, gas, ecc. nei trasporti, nel riscaldamento, nelle industrie.

Sono anche finanziamenti ad autostrade, a componentistica, impianti per la fertilizzazione e fondi per la ricerca su carbone, gas e petrolio. In Italia e all’estero.

La maggior parte dei sussidi va alle imprese, oltre 33 miliardi e 2,4 miliardi alle famiglie. Legambiente sottolinea che un semplice taglio avrebbe effetti negativi da un punto di vista economico e sociale. A soffrirne infatti sarebbero le famiglie più povere e le imprese più in difficoltà. Questi sussidi devono dunque trasformarsi. Legambiente parla infatti di ‘’incentivi verso investimenti in efficienza e nell’autoproduzione da rinnovabili, con risultati strutturali in termini di risparmio oltre che vantaggi ambientali.’’

Valore dei sussidi dannosi per settore

Di seguito i principali numeri dei sussidi dannosi per l’ambiente per settore del dossier:

  • Settore energia – 15,3 miliardi per il 2020 destinati . Ventisei sussidi diversi, di cui almeno 15 potrebbero essere eliminati subito, per un valore pari a 8,6 miliardi di euro. In particolare, le trivellazioni ricevono sussidi indiretti per 576,54 milioni di euro, dovuti all’inadeguatezza di royalties e canoni. I contributi a centrali fossili e impianti sono costati, nel 2019, ai contribuenti italiani, 1.316,4 milioni di euro.
  • Settore trasporto – il valore dei sussidi complessivo è di 16,2 miliardi. Di cui 5.154 milioni di euro per il differente trattamento fiscale tra benzina e gasolio e 3.757 milioni di euro per quello tra metano, gpl e benzina
  • Settore agricoltura – sussidi per 2.117,47 milioni di euro alla PAC (sul tema leggi anche: La (non) riforma della PAC: il fallimento è servito – L’Ecopost)
  • Settore edilizia – Il credito d’imposta per l’acquisto di beni strumentali, generalmente associati a elevati consumi energetici ed emissioni, vale 617 milioni di euro. L’esenzione dell’IMU per nuovi fabbricati ammonta a 38,3 milioni di euro, sussidiando il consumo di suolo anziché incentivare le ristrutturazioni.
  • Settore canoni e concessioni – L’inadeguatezza di concessioni e canoni equivale a un sussidio di 509 milioni

Le richieste di Legambiente al governo

Legambiente chiede al governo di agire tempestivamente. Le richieste avanzate sono:   

  1. Inserire nel Recovery plan le scelte di cancellazione di tutti i sussidi alle fossili entro il 2030
  2. Eliminare subito i sussidi diretti alle fossili e per lo sfruttamento dei beni ambientali e aggiornare il Catalogo dei sussidi.
  3. Rivedere subito la tassazione sui combustibili fossili per portare trasparenza e legare la fiscalità alle emissioni di gas serra

Sussidi dannosi per l’ambiente: ostacoli contro l’innovazione e la salute

I sussidi alle fonti fossili sono il principale ostacolo allo sviluppo delle rinnovabili e di interventi di efficienza energetica. Questi ultimi sarebbero competitivi in ogni parte del mondo, ma invece vedono privilegiare carbone, gas e petrolio, resi artificialmente economici dagli aiuti pubblici (Fatih Birol, capo economista dell’International Energy Agency). “Non esiste scusa legata al Covid che tenga dichiara Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente. Ogni euro non più regalato a chi inquina può liberare investimenti in innovazione ambientale ma anche per far uscire il Paese dalla crisi economica e sociale“. Anche Katuscia Eroe sottolinea il peso ingombrante dei sussidi. ‘’I sussidi dannosi sono un macigno sulla possibilità di spingere una innovazione diffusa, nell’interesse del Paese; sono risorse sottratte a investimenti di cui c’è enorme bisogno per uscire dalla crisi. Esistono oggi alternative da fonti rinnovabili meno costose in tanti campi, mentre in altri si dovrebbe promuovere l’efficienza nell’uso dei combustibili invece di fare sconti”.

 Se esistono alternative competitive, perché confermare sussidi che producono un impatto negativo su ambiente e clima?

Il consumo di fonti fossili non è solo causa del cambiamento climatico. È anche alla base dell’inquinamento delle nostre città con drammatiche conseguenze sulla salute, per l’esposizione al PM2,5, ozono, diossido di azoto. L’Agenzia europea dell’ambiente ha stimato 60 mila morti all’anno in Italia causate dall’inquinamento. Per Legambiente, e non si può che condividere, la situazione deve cambiare ora.

Eventi estremi in Italia: danni e vittime. Quando cambierà la politica?

eventi estremi

Quando si parla di eventi estremi legati ai cambiamenti climatici si ha sempre l’impressione che siano qualcosa di lontano. Qualcosa che non ci riguarda in prima persona. Niente di più diverso dalla realtà: negli ultimi dieci anni in Italia sono stati rilevati 946 eventi meteorologici estremi in 507 Comuni. Sono i dati che emergono dal nuovo rapporto dell’Osservatorio CittàClima di Legambiente Rapporto 2020. Il rapporto presenta una mappa dei territori colpiti da fenomeni estremi tra il 2010 e il 2020. Gli eventi estremi hanno causato un numero impressionante di vittime e di danni in tutta Italia. Tuttavia, la politica sembra ancora immobilizzata in una logica emergenziale. Secondo il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini, la governance oggi non funziona: un cambio di rotta è di fondamentale importanza.

Danni significativi

Gli eventi estremi hanno segnato il territorio. I Comuni italiani hanno visto succedersi 416 casi di allagamenti da piogge intense, 319 dei quali avvenuti in città, che hanno determinato:

  • 347 interruzioni e danni alle infrastrutture con 80 giorni di stop a metropolitane e treni urbani;
  • 14 casi di danni al patrimonio storico-archeologico;

Inoltre, sono stati registrati:

  • 39 casi di danni provocati da lunghi periodi di siccità e temperature estreme;
  • 257 eventi con danni dovuti a trombe d’aria;
  • 35 casi di frane causati da piogge intense
  • 118 eventi (89 avvenuti in città) da esondazioni fluviali.

Risultano sempre più drammatiche le conseguenze dei danni da trombe d’aria, che nel Meridione sferzano le città costiere. Al Nord invece si concentrano nelle aree di pianura. Più forti e prolungate le ondate di calore nei centri urbani. Qui infatti, la temperatura media cresce a ritmi più elevati che nel resto d’Italia. Inoltre, i fenomeni alluvionali presentano quantitativi d’acqua che normalmente cadrebbero in diversi mesi o in un anno. Ora, invece, si riversano nelle strade in poche ore e sono seguiti sempre più spesso da lunghi periodi di siccità di cui abbiamo parlato anche in questo articolo.

Dove gli eventi estremi colpiscono di più

Le aree urbanizzate sono le più colpite perché “le più popolose e spesso sprovviste di una corretta pianificazione territoriale, nonché le più esposte agli effetti del cambiamento climatico” secondo il rapporto. Roma è un caso clamoroso. Dal 2010 a ottobre 2020 si sono verificati nella capitale 47 eventi estremi, 28 dei quali riguardanti allagamenti in seguito alle piogge intense. Le altre città maggiormente colpite sono Bari, seguita da Agrigento e Milano.

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Un 2020 catastrofico: morti per eventi estremi in aumento

I dati riportati da Legambiente che riguardano solamente il 2020 sono allarmanti. Dall’inizio di quest’anno a fine Ottobre, si sono verificati 86 casi di allagamento da piogge intense e 72 casi di trombe d’aria. Eventi estremi che risultano in forte aumento rispetto ai 54 casi dell’intero 2019 e ai 41 registrati nel 2018. Inoltre, 15 esondazioni fluviali, 13 casi di danni alle infrastrutture, 12 casi di danni da siccità prolungata, 9 frane da piogge intense. Ad aumentare sono gli eventi estremi che riguardano contemporaneamente anche due o più categorie. Inoltre, gli episodi tendono a ripetersi nei comuni dove si erano già verificati in passato.

Gli eventi estremi mietono vittime, soprattutto. 251 morti sono stati contati nel decennio 2010-2020, di cui 42 riferiti al solo 2019, in aumento rispetto ai 32 del 2018. 50 mila, invece, rileva il CNR, le persone evacuate in seguito a frane e alluvioni. Secondo il Climate Risk Index di Germanwatch, tra il 1999 e il 2018 l’Italia ha registrato complessivamente 19.947 morti. Con questi numeri, l’Italia è al sesto posto nel mondo per numero di vittime causate dagli eventi estremi.

Richieste e proposte di Legambiente

Nel rapporto, Legambiente passa in rassegna una serie di buone pratiche già attive all’estero e in diverse città italiane. Esse spaziano dai regolamenti edilizi sostenibili allo smart mapping e alla tutela delle aree verdi estensive alberate. Sono elencati anche interventi mirati come il detombamento dei corsi d’acqua, il drenaggio, il rallentamento delle acque meteoriche e l’installazione dei semafori anti-allagamento per prevenire fenomeni alluvionali. L’associazione propone inoltre di cambiare le regole d’intervento attraverso:

  • L’approvazione immediata del piano di adattamento climatico;
  • Il rafforzamento delle Autorità di distretto e dei Comuni negli interventi contro il dissesto idrogeologico, 
  • L’approvazione di una legge che porti a un cambio delle regole d’intervento con un patto tra Governo, Regioni e Comuni.

L’Italia preferisce ancora curare che prevenire

Nonostante l’indiscutibile gravità dei dati, “l’Italia rimane oggi l’unico grande Paese europeo senza un piano di adattamento al clima” – afferma Zanchini. Le perdite economiche a causa di eventi estremi sono state di 32,92 miliardi di dollari tra il 1999 e il 2018Sconcertante è il rapporto tra la spesa per riparare i danni e per prevenire. Dal 2013 infatti il nostro Paese ha speso una media di 1,9 miliardi l’anno per riparare i danni e soltanto 330 milioni per la prevenzione. È un rapporto di 6 a 1 “che è la ragione dei danni che vediamo nel territorio italiano” – continua Zanchini. L’Italia continua a rincorrere le emergenze, dunque, cercando di arginare i danni. Tuttavia, un progetto di pianificazione lungimirante è fondamentale. A questo proposito si attende l’approvazione del Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (Pnacc) come anche augurato da Legambiente. Il piano è basato sulla Strategia Nazionale Adattamento al Clima (Snac) adottata nel giugno 2015 ma dopo sei anni non è ancora stato approvato.

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Ecocidio: che cos’è e perché si vuole introdurre

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Il Parlamento francese ha deciso di aggiungere il reato di ecocidio, nel suo codice penale. La prima proposta risale all’anno scorso ed è stata formulata dalla Convenzione dei Cittadini per il Clima, un’assemblea che ha l’obiettivo di accelerare la lotta al cambiamento climatico e renderla condivisa e conosciuta. I lavori sono terminati a giugno e i primi provvedimenti sono stati già accolti. Potrebbe essere il primo passo verso un riconoscimento internazionale. Anche nel resto del mondo, si stanno muovendo i primi passi.

Ecocidio: definizione del reato

Proviamo a fare un esempio che possa aiutare il nostro ragionamento. Se una persona ne uccide un’altra, il capo di imputazione sarà di omicidio, in una delle sue varianti. Questo accade anche con tutte quelle azioni che sono punibili, secondo il nostro ordinamento. Ma cosa succede, se si distrugge la natura, in modo consapevole? Anche nella nostra giurisprudenza, esistono delle pene severe per chi inquina, provoca disastri ambientali oppure omette di bonificare un’area. Tutto questo è regolato dall’articolo 452 del codice penale, con multe anche molto salate o, addirittura, la reclusione.

Quando si causa un’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema o i danni sono molto ingenti, ecco che può essere d’aiuto introdurre il termine ecocidio. Esso prevede, appunto, un deturpamento ingente del territorio. Il problema, nell’utilizzo di questo nuovo tipo di reato, è che non esiste nelle norme nazionali e, tantomeno, in quelle internazionali.

Rimettere al centro la natura

Cambiare prospettiva, a livello legislativo, diventa necessario. Lo pensa anche Marie Toussaint, europarlamentare del gruppo dei Verdi, che ha proposto la creazione di un’Alleanza Parlamentare Internazionale per il Riconoscimento dell’Ecocidio. Vista la grande importanza che la natura riveste nella vita umana, il gruppo vuole promuovere il rispetto dell’ambiente e assimilarlo alle violazioni contro i diritti umani.

Intanto, la Francia ha intenzione di fare da apripista. Le multe possono arrivare a più di quattro milioni di euro e la reclusione dai tre ai dieci anni. Le nuove competenze ambientali all’interno della magistratura saranno perfezionate, per consentire ai tribunali di migliorare la gestione dei casi di inquinamento e delle rivendicazioni civili. Questo sarà possibile creando giurisdizioni ambientali speciali, come ha affermato il ministro della Giustizia Eric Dupont-Moretti.

Dalla Francia al mondo: l’estensione del reato di ecocidio a livello internazionale

Il Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron ha esortato un impegno che si spinga oltre i confini del suo Paese. «La madre di tutte le battaglie è internazionale: garantire che questo termine sia sancito dal diritto internazionale, in modo che i leader siano responsabili dinanzi alla Corte penale internazionale» ha affermato, coinvolgendo i legali, che si occuperanno di rendere attuabili le proposte.

Non mancano altre voci, all’interno dell’Unione Europea. Anche il governo belga ha presentato un disegno di legge simile a quello dell’esagono e la deputata svedese Rebecka Le Moine ha più volte sottolineato la messa in pratica di tutti i principi, di cui tanto si discute a livello sovranazionale. Da Greta Thunberg a Papa Francesco, tanti sono i leader che vogliono fortemente una riforma in questo senso.

Non è così facile: la nozione di ecocidio nel diritto internazionale

Per poter perseguire un reato, specialmente da parte di un tribunale internazionale, i motivi devono essere sufficienti. Questo è uno scoglio da tenere ben in considerazione, quando si parla di ecocidio. Innanzitutto, è molto importante trovare il colpevole, l’individuo che vuole arrecare danni all’ambiente. Poi, si deve dimostrare l’intenzionalità di voler commettere un delitto. Già queste due prove sono molto difficili da trovare. Per fronteggiare le difficoltà appena citate, alcuni gruppi di attivisti stanno radunando avvocati esperti, per dirimere la questione. Il primo passo è trovare una definizione “chiara e giuridicamente solida”.

Anche la Fondazione Stop Ecocide ha lanciato un progetto simile, in concomitanza con il 75° anniversario dall’inizio dei processi per crimini di guerra, a Norimberga. Tenere in seria considerazione questo reato, anche in tempi di pace, sarebbe una grande novità. Intanto, il Tribunale Penale Internazionale ha confermato che darà priorità a crimini, che hanno come conseguenza la distruzione dell’ambiente, lo sfruttamento delle risorse naturali e l’espropriazione illegale della terra.

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Spiragli di luce per le associazioni che si battono per il riconoscimento dei diritti

Una riflessione interessante sul tema arriva proprio dal presidente della fondazione, Jojo Metha, durante un’intervista al Guardian. « Nella maggior parte dei casi l’ecocidio sarà probabilmente un crimine aziendale. Criminalizzare qualcosa alla Corte penale internazionale significa che le nazioni che l’hanno ratificata devono incorporarlo nella propria legislazione nazionale.»

Dalla pesca a strascico, agli incendi in Amazzonia, sino alle piccole isole del Pacifico, minacciate da catastrofi con cause antropiche: serve una definizione chiara, per poter perseguire chi deturpa l’ambiente. Crimini di questo genere non possono più rimanere impuniti.

Aspettando che i giuristi terminino il loro lavoro, noi possiamo, intanto, stare attenti a cosa succede intorno a noi, denunciando eventuali reati e conoscendo la legislazione che, per ora, possediamo.

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Mobilitazione contro la PAC: Timmermans si schiera con gli attivisti

La riforma della politica agricola comune (PAC) ha generato molto malcontento e grande delusione per coloro che si aspettavano una vera svolta. Era infatti necessario un cambiamento che avrebbe indirizzato l’Europa verso un modello di economia più sostenibile. Persino le attuali negoziazioni sono viste con forte scetticismo. Forse, però, una speranza arriva dall’impegno del vicepresidente della commissione europea Frans Timmermans, fortemente critico nei confronti della riforma adottata.

Il 25 novembre, Greta Thunberg insieme ad altre attiviste di Fridays for Future – le belghe Adélaïde Charlier e Anuna De Wever e la tedesca Luisa Neubauer – hanno incontrato online Frans Timmermans per chiedere di ritirare l’attuale proposta della PAC definita “ecologicamente distruttiva” e “che mina gravemente gli obiettivi dell’accordo di Parigi e del Green Deal dell’Unione Europea (UE)”. Quasi 70.000 persone hanno già firmato la petizione della campagna #withdrawthecap.

A partire dal 10 novembre la riforma della PAC è entrata nella fase delle negoziazioni interistituzionali finali, il cosiddetto trilogo che vede coinvolti i Consiglio dei ministri Ue Agricoltura e pesca, il Parlamento europeo (PE) e la Commissione europea (CE) impegnata a definire una posizione unica sulla PAC per il periodo 2021-2027.

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La PAC ammonta alla gigantesca cifra di 358 miliardi di euro, pari a 1/3 dell’intero budget dell’UE. Per la CE, essa rappresenta inoltre una delle politiche chiave per il Green Deal europeo. È stata infatti definita dalla CE come la svolta per la transizione verso ”sistemi produttivi sempre più sostenibili e redditizi”. Che sia un esemplare caso di greenwashing come affermano anche gli ambientalisti?

Le richieste di ritiro della PAC

Di tutt’altro avviso è infatti il fronte ambientalista, che invece ha criticato duramente la riforma della PAC. Questa, infatti, è ritenuta incompatibile con il Green Deal e le strategie associate Farm to Fork, di cui parliamo in questo nostro articolo, e Biodiversity.

Secondo i Verdi e le organizzazioni ambientaliste essa non presenterebbe “migliorie per la protezione dell’ambiente o per il clima” in quanto “ripropone un modello di agricoltura vecchio e non adatto a rispondere alle sfide che ci aspettano”.

Insomma, la delusione è tanta e si aggiunge a quella che aveva già spinto gli europarlamentari dei Verdi, gli attivisti del clima e le organizzazioni della società civile a chiedere alla CE di ritirare la politica agricola. Una mobilitazione, dunque, che non ha coinvolto soltanto i giovani attivisti di Fridays for Future. Il 24 ottobre, Bas Eickhout, insieme ad altri 40 membri del Parlamento europeo, sostenuti da oltre 3000 cittadini, ha inviato una lettera alla Presidente della Commission Ursula von der Leyen. Nella lettera le si chiede di ritirare la proposta della PAC. Questa riforma, infatti, non è più in linea con le priorità della Commissione in materia di clima e biodiversità.

Perché la PAC non è sostenibile

La stessa richiesta è stata avanzata da un gruppo di circa 27 organizzazioni ambientaliste e sanitarie. Queste hanno esortato l’esecutivo dell’UE a presentare una nuova proposta che sostenga realmente gli agricoltori nella transizione verso un’agricoltura sostenibile.

In un’altra lettera alla Presidente Ursula von der Leyen i firmatari accusano il PE e il Consiglio di aver adottato misure che “limitano le ambizioni in materia di clima, ambiente, benessere degli animali e salute pubblica”. Tutto questo permetterebbe o addirittura richiederebbe “agli Stati membri di destinare la maggior parte dei fondi al sovvenzionamento delle solite, o potenzialmente peggiori, pratiche industriali”.

“È improponibile sostenere una spesa di 387 miliardi di euro con il denaro dei contribuenti per peggiorare piuttosto che risolvere la crisi”, dicono alla Presidente e al Vicepresidente. L’architettura verde della PAC è stata “sostanzialmente indebolita”, si lamentano. Avvertono poi che non credono “che i negoziati del trilogo possano risolvere questa situazione”. “Il futuro dei nostri figli deve essere superiore a quello che è politicamente conveniente”, sostengono.

Tuttavia, nell’ultima corrispondenza con i Verdi Ursula von der Leyen ha escluso l’opzione di ritirare la riforma della PAC, convinta che le trattative del trilogo ”possano portare ad una nuova PAC adatta allo scopo”. “Stiamo facendo tutto il possibile per garantire che durante i negoziati del dialogo a tre la PAC sia in linea con il Green Deal”, ha aggiunto.

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La posizione di Timmermans

Di tutt’altro avviso è il vicepresidente Timmermans. Egli addirittura non aveva escluso un possibile ritiro e si era detto ”deluso” di come gli stati membri e gli eurodeputati hanno gestito la riforma della politica agricola. “Devo ammettere onestamente che sono molto deluso. Deluso che il Consiglio europeo e il parlamento europeo sono attaccati ad una politica agricola che non è sostenibile” ha detto Timmermans alla rete televisiva tedesca Tagesschau. ”Oggi il 20 per cento degli agricoltori ottiene l’80 per cento del budget europeo. Non possiamo andare avanti così”, ha aggiunto.

Per Timmermans, la PAC deve rispondere ad ”aspettative più alte” per le azioni per il clima, la protezione della biodiversità e la sostenibilità ambientale, garantendo un giusto reddito agli agricoltori. I giovani di Fridays for Future e le organizzazioni ambientaliste hanno dunque trovato un alleato nella battaglia contro la riforma della PAC. A seguito dell’incontro di ieri pomeriggio, Timmermans ha sottolineato come entrambe le parti ritengano la PAC di importanza cruciale per raggiungere gli obiettivi climatici dell’Europa. E continua: “la Commissione lavorerà per una politica agricola in linea con le strategie Biodiversità e FarmToFork per contribuire a raggiungere l’obiettivo di neutralità climatica”. Una partnership che lascia sperare.

Burger King sceglie gli imballaggi a rendere

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Multinazionali e rispetto dell’ambiente sono un’accoppiata di quelle che solitamente non funziona. La dicotomia tra crescita economica esponenziale ed inarrestabile e tutela dell’ambiente è fortissima, tanto che rileviamo molto spesso, anche qui sulle righe de L’EcoPost, come sia difficile fare convivere i due aspetti. Eppure, dal momento che in tempi recenti la questione ambientale sta avendo sempre maggiore seguito, ecco che anche svariate multinazionali cominciano a mostrare interesse verso la tematica. Tra le ultime, in ordine di tempo, c’è la nota catena di fast food americana, Burger King.

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Riportaci il tuo vuoto

La compagnia alimentare ha annunciato che dall’anno prossimo, dal 2021, darà il via all’utilizzo degli imballaggi a rendere. I primi fast food che cominceranno ad impiegare questo sistema saranno quelli di New York e Portland negli USA e di Tokyo in Giappone. Il piano appare piuttosto interessante. Burger King si è detta determinata a eliminare l’enorme quantità di rifiuti derivante dal packaging in cui sono contenuti i suoi alimenti. Il progetto della compagnia per raggiungere l’ambizioso risultato sarebbe quello di una sperimentazione di imballaggi a rendere.

Panini, bibite o qualunque altro alimento ordinato presso uno store Burger King sarà consegnato all’interno di confezioni le quali dovranno poi essere riportate. Al momento del pagamento sarà richiesto anche un deposito cauzionale, il quale verrà poi riconsegnato non appena il packaging sarà riportato in cassa. Che cosa avverrà ai contenitori usati? Ognuno di essi sarà sterilizzato e poi messo nuovamente a disposizione dello staff del punto vendita.

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Il Loop ovvero pronti al riuso

Al trattamento dei contenitori usati riportati penserà il Loop, servizio di imballaggio circolare sviluppato da Terra Cycle. Tale sistema sarà il solo responsabile addetto alla sanitizzazione dei contenitori di Burger King. Si occuperà di pulire in maniera approfondita ogni pacco, di sterilizzarlo e di restituirlo per tutti i futuri utilizzi. La compagnia si fida molto di questo sistema. O perlomeno così ha affermato nella conferenza stampa ove ha illustrato il suo piano di riuso. “I sistemi di pulizia di Loop sono stati creati per disinfettare i contenitori e le tazze alimentari. Ciò significa che ognuno sarà igienicamente pulito e sicuro prima di ogni utilizzo.” Così Matthew Banton, capo del reparto innovazione e sostenibilità per Burger King Global.

“Durante la pandemia da COVID-19 abbiamo visto l’impatto dell’aumento degli ordini da asporto. Ciò rende questa iniziativa di Burger King ancor più importante.” Ha affermato, nella stessa conferenza stampa di lancio dell’iniziativa Tom Szaky di Terra Cycle. Inizialmente saranno solo alcuni punti vendita delle tre città apripista sopra elencate a impiegare questo tipo di servizio. Nella prima fase sarà il cliente a poter scegliere se utilizzare il contenitore riciclabile o meno, come da decisione aziendale. Qualora questo periodo pilota avesse successo, saranno aggiunte via via nuove città e nuovi punti vendita.

Questo programma sarà di importanza capitale per Burger King, dal momento che la compagnia ha fissato obiettivi ambientali ambiziosi. Entro il 2025 infatti, BK ha promesso che sarà in grado di riciclare tutti i rifiuti che produce negli USA e in Canada. Entro quella data, poi, la catena ha promesso che acquisirà tutti i materiali per i propri imballaggi da fonti riciclate, rinnovabili o, quantomeno, certificate.

L’importanza della decisione di Burger King

Il settore del fast food produce tantissimi rifiuti. Pensiamo semplicemente a quanto ci viene consegnato quando ordiniamo un semplice menù al nostro punto vendita preferito. Il panino verrà servito dentro la sua scatola, in carta rigida o morbida, la quale probabilmente si sporcherà molto dovendo contenere un alimento iper-condito e ricco di salse, rendendo il riciclo più difficoltoso. Assieme all’hamburger riceveremo anche le patatine, all’interno del loro imballaggio in carta e, magari, con un vasetto di salsa, a parte, per insaporirle. Infine avremo anche la bibita, all’interno del suo bicchierone, con il tappo in plastica e la cannuccia, anch’essa plastificata, per consentirci di berla in comodità. A ciò dobbiamo aggiungere la tovaglietta che ci viene messa sul vassoio, i tovaglioli e talvolta i bicchieri in plastica.

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La salsa BBQ Dip, tra le più golose di quelle servite presso Burger King, nell’imballaggio con cui viene servita. Foto: openfoodfacts.org

Consideriamo ad ogni pasto quale montagna di spazzatura viene prodotta. Nessuno di questi rifiuti, infatti, è riutilizzabile, parliamo di prodotti monouso che vengono gettati al termine del pranzo – o della cena o, anche, della colazione, ormai consumabile presso ogni fast food.

In questa ottica la decisione di Burger King è davvero importante, tanto che potrebbe essere l’inizio di una nuova era per il settore. Naturalmente, il fatto che la decisione sull’impiego di contenitori riutilizzabili spetti al cliente fa sorgere alcuni dubbi sulla diffusione di questo sistema. Utenti dei fast food con poca sensibilità ambientale o che non si fidino, magari per – errate – convinzioni igieniche, di adoperare packaging riutilizzato potrebbero annullare l’efficacia di questa soluzione, continuando a fare uso dell’imballaggio usa e getta. L’auspicio è che la possibilità di scelta sia presto eliminata e Burger King serva i suoi panini soltanto in contenitori riutilizzabili. L’annuncio della compagnia è un bel passo avanti per il nostro Pianeta. Come sempre avviene quando parliamo di multinazionali di questa dimensione, però, è lecito restare tiepidi di fronte a simili decisioni.

Burger King e il suo endemico greenwashing

Sorgono dubbi ogni qualvolta un fast food che prospera vendendo carne annuncia misure a favore dell’ambiente. In fin dei conti, se consideriamo le emissioni di gas a effetto serra, il consumo di acqua e l’utilizzo dei terreni, ci accorgiamo di quale impatto abbia l’azienda della carne sul nostro Pianeta. Burger King, poi, non è nuova a grandi proclami che non rispecchiano la realtà.

Qualche anno fa, infatti, la catena lanciò un’iniziativa encomiabile sulla carta, contro la deforestazione. Nelle dichiarazioni pubbliche, la compagnia si impegnava a fermare completamente il disboscamento entro il 2030. All’ombra dei grandi proclami, però, nulla si è mosso. Secondo l’associazione Rainforest Norway, la quale si occupa di monitorare la situazione della deforestazione nel mondo, quell’impegno di BK è completamente infondato. Non vi sono infatti prove che il fast food abbia fatto passi avanti in questo campo.

Con questo paragrafo non si vuole tanto incolpare il marchio in questione, bensì aprire gli occhi a chi legge su quelle che sono le strategie di questi grandi gruppi. Burger King, McDonald’s, KFC ma anche Walmart e Nestlè, tutti questi brand sono legati a marchi come Cargill. Tale azienda è un gigante dell’allevamento, responsabile del disboscamento di ampie fette di Foresta Amazzonica perché interessata a guadagnarsi terreni ove piantare la soia, principale alimento di polli e bovini serviti dai fast food in tutto il mondo.

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Marketing e coerenza

Diversamente da quando avvenuto con la campagna contro la deforestazione, ci auguriamo che questa volta dietro l’iniziativa di Burger King ci sia davvero un’intenzione concreta. Seppure la compagnia non si sia finora mai dimostrata troppo coerente relativamente alla questione ambientale, da ambientalisti vogliamo sperare che questa volta il caso sia diverso. Non possiamo però esserne certi.

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La tematica ambientale, infatti, oggi è di gran moda. Da ogni pulpito sentiamo privati, aziende, politici e uomini di potere riempirsi la bocca di ecologia, surriscaldamento globale e tutela ambientale, spesso senza neanche sapere quel di cui stiano parlando. Alla base del lavoro pubblicitario c’è l’obiettivo di convincere e far credere. Bisogna mettere in testa al target pubblicitario di riferimento che la mia carne è più buona di quella del competitor; i miei prezzi sono più economici dei suoi e la mia compagnia è più corretta. Non è sempre necessario che tali affermazioni corrispondano a verità. Da questo punto di vista, la questione ambientale è un potentissimo veicolo di marketing, di questi tempi. Sarebbe bene che, oltre al fumo pubblicitario, ci sia anche l’arrosto di un genuino impegno per l’ambiente nel forno di Burger King.

La questione ambientale nell’America di Biden

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Un nuovo inizio

Ora è ufficiale. Da sabato sappiamo che gli USA avranno un nuovo presidente e che si chiamerà Joe Biden. I democratici, pur avendo dovuto probabilmente trattenere il fiato più di quanto credevano, riconquistano la Casa Bianca. Donald Trump è stato sconfitto – anche se ancora non ha accettato i risultati e, anzi ha promesso di battagliare negli Stati decisivi dove i due candidati sono arrivati più vicini – e, salvo sorprese, nel mese di dicembre, a Washington, i grandi elettori voteranno per il ticket di Biden e Kamala Harris. Si tratta di un nuovo inizio per gli Stati Uniti, ci auguriamo che valga altrettanto anche per la questione ambientale, la quale con Trump non è mai stata al centro dell’agenda politica. E neppure in periferia, non compariva proprio, su quell’agenda.

Numerose saranno le difficoltà che il quarantaseiesimo presidente USA si troverà ad affrontare. Abbiamo già tentato di delinearne alcune, la settimana scorsa, quando eravamo ancora incerti sull’esito conclusivo della tornata elettorale. Oggi centriamo il focus su quel che significherà – o meglio, potrebbe significare – per l’ambiente la presidenza Biden.

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Il candidato migliore

Sappiamo bene cosa significhino le elezioni. Ogni candidato vuole vincerle e, dunque, durante la campagna elettorale che precede il voto, è abitudine spararne tante, come si suol dire. Cercare di accontentare ogni categoria, di dare una risposta ad ogni bisogno, di accontentare tutti e non scontentare nessuno; questi sono gli obiettivi ogni volta e spesso si esagera, proponendo decisioni e misure che non si ha alcuna intenzione di perseguire, una volta eletti. Biden si è erto a paladino dell’ambiente prima dell’election day. Potrebbe averlo fatto perché il suo avversario non ne parlava affatto e dunque voleva strappargli l’elettorato più sensibile al tema oppure perché ci tiene davvero. Non ci è dato sapere. Lo scopriremo nei prossimi mesi, naturalmente.

Una prima analisi però possiamo già farla. Senza dubbio quello che ha vinto era il candidato migliore relativamente a queste questioni. Joe Biden ha già promesso che rientrerà negli accordi di Parigi, quelli che mirano a mantenere l’aumento delle temperature sul Pianeta all’interno di 1.5 gradi, e che lo farà già nel giorno del suo insediamento. La data è quella del 20 gennaio e possiamo già segnarcela sul calendario, in modo da vedere se manterrà la sua promessa. Io ritengo di sì perché si tratta di una sua bandiera e, comunque, l’apertura del processo di (re)ingresso non comporta molto sul momento, si tratta di un iter che dura circa un anno e, di fatto, fino al gennaio 2022 gli States potrebbero fare quel che preferiscono ambientalmente parlando. Ricordiamo che Trump aveva deciso di uscirne qualche tempo fa. Dal 4 novembre scorso, la decisione è diventata effettiva.

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Se già si fermasse qui, Biden si dimostrerebbe un presidente più attento al nostro Pianeta rispetto a quello che lo ha preceduto. L’ex vice di Obama, però, ha presentato un programma climatico ben più ambizioso di questo semplice passo indietro.

Il programma ambientale di Biden

Le parole chiave di Biden, leitmotiv del suo intero programma, iniziano tutte con la B, esattamente come il suo cognome: Build Back Better. Ricostruire, di nuovo, e farlo meglio. Questi tre vocaboli aprono anche la – corposa – sezione del programma Biden Harris 2020 dedicata all’ambiente. Si legge sulla piattaforma dem: “in questo momento di crisi profonda, abbiamo l’opportunità di costruire un’economia resiliente e più sostenibile. Possiamo indirizzare gli Stati Uniti su un sentiero irreversibile per giungere ad emissioni zero, non più tardi del 2050. Nel farlo creeremo milioni di posti di lavoro ben pagati. Il presidente Trump ha negato la scienza, lasciato la nostra nazione impreparata e vulnerabile. Nonostante la crisi accelerasse, ha ritirato numerose misure ambientali che si preoccupavano di tutelare la salute pubblica, pur avendo a disposizione prove che mettevano in correlazione l’inquinamento e la maggiore presa del contagio.”

“Esattamente come ha fatto in merito al COVID-19, Donald Trump se l’è presa con la scienza e ha fallito anche contro il surriscaldamento globale. Lo ha definito un inganno. Ha permesso che le nostre strutture si deteriorassero e che i le nostre fattorie si allagassero. Ha impedito che gli americani guidassero il mondo nel campo delle rinnovabili. Le sue azioni non solo ci hanno fatto retrocedere in termini di progresso e giustizia ambientale ma ci hanno anche reso più vulnerabili, deboli e meno resilienti, come nazione.”

Ovviamente le parole sono ben farcite di retorica politica ma il messaggio appare chiaro. Biden accusa Trump di negligenza ambientale e promette di raggiungere le emissioni 0 entro il 2050. Si tratta di un piano davvero ambizioso. Probabilmente, così ambizioso da essere inverosimile. C’è poi dell’altro.

Joe Biden e il suo piano ambientale, un focus sull’energia pulita. Il video, in lingua originale, è di ABC News.

Le cifre

C’è un altro punto importante nel programma ambientale del presidente eletto. Naturalmente, non esamineremo l’intero documento – esso è comunque disponibile qui – ma ci concentreremo soltanto sui due aspetti che ritengo principali. “Necessitiamo di milioni di infrastrutture, lavoratori specializzati e ingegneri per costruire una nuova economia basata sull’energia pulita. Questi lavori creeranno nuove opportunità per giovani e anziani, per le persone provenienti da ogni comunità e background. Miglioreremo la qualità dell’aria per i nostri bambini, il comfort delle nostre case e renderemo le nostre imprese più competitive. Gli investimenti mirati faranno in modo che i nuclei che hanno maggiormente sofferto l’inquinamento saranno i primi a beneficiare di questa rivoluzione. Ci riferiamo alle comunità urbane e rurali a basso reddito, a quelle di colore e ai nativi americani.”

“Biden investirà rapidamente 2 trilioni di dollari soltanto durante il suo primo mandato. Ciò ci metterà sulla giusta strada per raggiungere gli ambiziosi obiettivi che la comunità scientifica ci richiede. Creeremo così molti nuovi posti di lavoro che arricchiranno la classe media.”

Di nuovo, ci troviamo di fronte a pura propaganda. Chiaro indicatore di ciò è il riferimento alla middle class, serbatoio elettorale per eccellenza negli USA. Eppure Biden passa in rassegna le vere necessità del suo Paese. Per chi è poco pratico della scala corta utilizzata nella numerazione anglosassone, due trilioni equivalgono a 2mila miliardi, ovvero al nostro bilione poiché in Italia utilizziamo la scala lunga. L’investimento promesso da Biden fa impallidire. Si tratta di un tesoretto pazzesco, con il quale si potrebbe veramente riuscire a reindirizzare l’economia statunitense. Il condizionale però resta d’obbligo, soprattutto dal momento che si dice di liberare questi fondi in soli 4 anni. Ci auguriamo che Biden vi riesca ma dubitarne è legittimo. Se vi riuscisse, significherebbe che davvero tiene alla questione ambientale.

Joe Biden e la questione ambientale

Badiamo bene a non definire Biden un ambientalista. Come si è scritto, è indubbio che sia meglio lui di chi lo ha preceduto – che comunque sarà in carica per altri due mesi abbondanti – ma non è certo un verde, e neppure un progressista sensibile al tema. Joe Biden è un democratico tradizionale; non lo si può neppure definire un politico di sinistra, è semplicemente meno conservatore di chi lo ha preceduto o difenda i colori repubblicani. Come ha ammesso lui stesso: “il Green New Deal non è un mio piano, non lo considererò.”

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Ciononostante, il presidente eletto ha un programma climatico più che accettabile, visto il precedente. C’è una seria possibilità che affronti la questione ambientale con grinta e determinazione. Almeno per i primi 4 anni. Nel 2024, poi, Biden avrà 82 anni e non è detto che si ripresenti alle elezioni. Potrebbe lasciare la sua eredità alla sua vice, Kamala Harris. Essa, da californiana, è probabilmente ben più progressista di Biden. Però va ricordato che detiene posizioni piuttosto destrorse, per una democratica, su numerose tematiche economiche e sociali.

C’è comunque tempo per preoccuparsi del 2024, intanto vediamo che farà il nuovo inquilino della Casa Bianca. Ha promesso seri investimenti riguardo alle infrastrutture, all’industria automobilistica, ai trasporti, al settore energetico, agli edifici, all’urbanistica, all’innovazione e anche all’agricoltura. Sarà in grado di mantenere le sue promesse?

Firmato decreto per l’efficientamento di scuole e ospedali

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Il ministro dell’ambiente Sergio Costa ha firmato il decreto per regolare la destinazione dei soldi per l’efficientamento degli edifici. Se infatti il Decreto Rilancio prevede è pensato per i privati, questa volta si agirà sui luoghi pubblici, dalle scuole ai centri sportivi agli ospedali.

Leggi anche il nostro articolo: “Decreto rilancio: le misure per l’ambiente

Cosa prevede il decreto per l’efficientamento

La firma di un nuovo decreto ministeriale si è resa necessaria per smistare in modo equo e regolamentato i 200 milioni di euro del fondo Kyoto per le scuole. Lo Stato Italiano infatti non ha ancora usufruito della totalità della cifra disponibile. Il decreto ha quindi lo scopo di disciplinare le domande e regolare la concessione dei finanziamenti per la riqualificazione energetica degli edifici di proprietà pubblica.

Di questi soldi, in sostanza, potranno beneficiare le scuole, gli asili nido, le università, gli edifici dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica. Potranno però anche fare domanda gli ospedali, i policlinici, i servizi socio-sanitari e gli impianti sportivi. L’efficientamento riguarderà gli impianti energetici e quelli idrici, così come le modifiche strutturali agli edifici, che serviranno, per esempio, a ridurre al minimo la dispersione di calore.

L’altra faccia della medaglia

La maggior parte delle emissioni deriva dai consumi energetici, e in particolare dal riscaldamento degli edifici. Pertanto, il fatto che il Ministro dell’Ambiente intervenga su questo settore è sicuramente un traguardo importante. Ci si potrebbe chiedere, però, se la comunicazione sia abbastanza efficace nell’invogliare le piccole e grandi realtà locali a prendere provvedimenti in merito. Il fondo Kyoto infatti, il cui bando è stato aperto nel 2015 e rinnovato poi nel 2018, prevedeva uno stanziamento di circa 247 milioni di euro.

Dopo cinque anni, i soldi a disposizione sono ancora quasi immacolati. La speranza è che quest’anno, anche grazie agli incentivi del Decreto Rilancio, la comunicazione in merito all’importanza dell’efficientamento energetico sia più intensa e capillare. D’altra parte, come ha affermato lo stesso Ministro Costa, efficientare significa fare un regalo all’ambiente, all’economia e all’occupazione. Con interventi come questi si incrementa la green economy, già sostenuta dall’ecobonus, e si dà un contributo anche alla grande battaglia contro i cambiamenti climatici che l’emergenza Covid non può far passare in secondo piano”.