Il clima terrestre nella storia

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Gli attori principali nelle mutazioni del clima terrestre

Spesso, anche qui sulle pagine de L’EcoPost, ci occupiamo della questione climatica e ambientale al giorno d’oggi. Siamo una guida alla sostenibilità dunque abbiamo la mission e anche l’ambizione di voler accompagnare chi ci legge in un viaggio per ridurre il nostro impatto sul pianeta. Per farlo, naturalmente, affrontiamo la questione immergendola nella contemporaneità. Eppure per capire al meglio l’evoluzione del clima terrestre può essere utile intraprendere un piccolo trekking nella storia della Terra. In fin dei conti, le mutazioni climatiche sono parte della vita del nostro pianeta da sempre e, di fatto, l’unica novità del nostro tempo è la comparsa di un nuovo attore principale: l’uomo.

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

La nostra specie è sicuramente il principale motivo dei cambiamenti climatici nella era geologica che vede l’umanità protagonista, il cosiddetto antropocene. Con tale espressione – non prettamente geologica, bensì più che altro un indicatore sociologico – si indica l’epoca che stiamo vivendo, quella in cui è l’uomo il padrone e custode del creato. Non stiamo facendo esattamente un buon lavoro. Prima della nostra comparsa, c’era un altro attore protagonista dal quale dipendevano gli sconvolgimenti del clima terrestre. Si tratta dell’anidride carbonica (CO2). Essa ha sempre giocato un ruolo cruciale nel riscaldamento del pianeta e lo si era capito già in tempi non sospetti, due secoli fa.

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay 

La rilevanza dei livelli di anidride carbonica nell’atmosfera

Nel lungo corso della sua vita, il nostro pianeta ha sperimentato diversi livelli di anidride carbonica nell’atmosfera. Vi sono infatti stati momenti – ovviamente dobbiamo pensare a lunghi periodi di tempo – nei quali grandi quantità di CO2 sono uscite dai mari e dalla crosta terrestre. In corrispondenza di questi fenomeni, l’intero pianeta si è riscaldato. Quando invece l’anidride carbonica è rimasta imprigionata, ecco che esso si è raffreddato. Simultaneamente a questi sensibili sbalzi termici, le linee costiere si sono spostate sulla piattaforma continentale e l’altezza del livello dei mari è cambiata più e più volte.

Storici e geologi dividono l’età della terra in eoni, vastissimi periodi di tempo. Quello in cui viviamo oggi si chiama fanerozoico ed è cominciato circa 500 milioni di anni fa. È soprattutto studiando questa epoca che ci siamo accorti di come l’anidride carbonica sia davvero il motore principale del clima terrestre. Dipende infatti dalla quantità di questa ogni profonda variazione climatica avvenuta sulla Terra. Quel che preoccupa è che oggi l’essere umano sta liberando CO2 ad una delle più alte velocità mai riscontrate nelle precedenti ere geologiche. Gli strumenti di rilevazione ci riportano questa verità ed il dato è significativo.

Leggi anche: “CO2 in netto calo nel 2020, eppure non basta

Il clima terrestre cambia continuamente

I negazionisti climatici e chiunque voglia sottovalutare o comunque trascurare il rischio del surriscaldamento globale è solito ricorrere all’arma sempre affilata per la quale dovremmo preoccuparci meno, in fondo il clima terrestre è continuamente cambiato nel corso della storia. Questo è sicuramente vero. Ciononostante, non si tratta certo di un’argomentazione positiva che possa essere strumentalizzata alla narrazione negazionista. Non si tratta infatti di una notizia buona e da prendere alla leggera. Nelle parole di Wally Broecker, noto climatologo della Columbia University scomparso nel 2019: “Il sistema climatico è una bestia furiosa. Ora noi la stiamo stuzzicando.” In una breve frase, l’esperto sintetizzava davvero bene quel che ci sia in ballo.

Consideriamo infatti che l’intera storia umana che ci sia conosciuta, a partire dai nostri antenati meno evoluti, occupa poche migliaia di anni nella storia del pianeta. In soldoni, significa che non siamo che un battito di ciglia per la Terra; se paragonassimo la storia del pianeta ad un giorno di 24 ore dalla sua nascita fino ad oggi, l’uomo non occuperebbe che gli ultimi pochi secondi.

La finestra che ci ha visto stanziati sulla crosta terrestre è stata la più stabile finestra climatica degli ultimi 650mila anni. Qualora dovessimo finire per svegliarla arrabbiata – quella bestia furiosa di cui parlava Broecker – potremmo scatenare una serie di reazioni chimiche a catena che devasterebbero il nostro habitat fino a un punto di non ritorno. Se superassimo infatti tutti i parametri storici che ora vedremo, potremmo finire per riportare il pianeta ad uno stato simile a quello di decine di milioni di anni fa. In tal caso, esso non sarebbe più adatto ad ospitare l’Homo Sapiens. In questa maniera, non ci dimostreremmo esattamente sapienti.

nel video de Il Lato Positivo, una rapida panoramica di come si presentasse il clima sulla Terra prima dell’arrivo dell’uomo.

Un instabile equilibrio

Le misurazioni ci dicono che quando nell’aria era presente la stessa quantità di CO2 di oggi, l’aria era molto più calda e gli oceani più alti di almeno 20 metri. Ci ricorda forse qualche previsione fatta in tempi recenti? Il pianeta starebbe infatti cercando ancora il suo punto di equilibrio con l’innaturale atmosfera saturata dalla nostra civiltà industriale. Non ci è dato sapere in quale maniera vi riuscirà.

Qualora l’anidride carbonica si assesti sui livelli attuali – o comunque non aumenti di molto – la Terra potrebbe impiegare millenni ad assestarsi. Il fatto è che la transizione potrebbe essere tutt’altro che piacevole e trasformare il pianeta in qualcosa di molto diverso dall’amabile cornice che ha cullato l’umanità dalla sua comparsa al giorno d’oggi. La paleoclimatologia ci insegna che la Terra può rispondere alle provocazioni esterne in maniera davvero aggressiva. L’istinto di autoconservazione del pianeta è infatti tale che potrebbe sbaragliare ogni nostro modello, fino al più catastrofico. È infatti già accaduto in passato.

A lezione dalla storia

Ripercorrendo la storia dei cambiamenti che hanno maggiormente influito sul clima terrestre possiamo mettere le mani avanti, preparandoci al meglio agli sconvolgimenti climatici che potrebbero presto arrivare.

Un viaggio nel tempo

Senza indugiare troppo sulla storia della civiltà umana e mantenendo il focus sul clima terrestre, viaggiamo mentalmente fino a diecimila anni fa. I grandi mammiferi erano appena scomparsi, tanto in Eurasia quanto nelle Americhe, a causa degli esseri umani. Su un pianeta molto diverso da quello che conosciamo oggi, il livello dei mari si stava alzando e il ghiaccio si ritirava, tanto che nel giro di qualche millennio l’acqua di disgelo avrebbe alzato enormemente il livello degli oceani, arrivando fino a sommergere sotto di essi le barriere coralline che fino ad allora avevano visto e goduto della luce del sole.

I primi insediamenti umani risalgono a novemila anni fa e, come ci ricordiamo dalle nozioni storiche apprese a scuola, la civiltà nacque nella Mezzaluna fertile, in America centro-meridionale e in Cina. Per quanto strano possa apparire a noi oggi, all’epoca il Sahara era una distesa verde ricca di laghi che ospitavano flora rigogliosa e fauna variegata; ciò era dovuto agli ultimi sussulti di un’era glaciale che aveva stretto la Terra in una morsa fredda per centomila anni e all’innalzamento generale delle temperature sul pianeta.

Giunti a cinquemila anni fa, mentre scoprivamo la scrittura e cominciavamo ad uscire, come specie, da millenni di analfabetismo, il ghiaccio formatosi durante la glaciazione si era sciolto pressoché completamente e il livello degli oceani si era stabilizzato, dando origine alle linee costiere che conosciamo oggi. Il Sahara cominciò ad inaridirsi, come già era successo numerose altre volte nel corso degli eoni e tutti coloro i quali si erano stanziati in Africa occidentale cominciarono a migrare alla ricerca di territori più accoglienti, trovandone uno di loro gradimento presso il Nilo e dando quindi un grande impulso alla nascita di una delle più magnifiche civiltà della storia umana. L’avvento dei faraoni si deve anche a cause ambientali. Non tutti hanno respinto i migranti climatici nel corso della storia. Qualcuno ha preferito trasformarli in risorsa.

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Foto di Scottslm da Pixabay 

Il clima terrestre oggi

Gli studi ci dicono che da quel momento in avanti il clima terrestre rimase più o meno stabile. Secondo le misurazioni geologiche, il successivo grande cambiamento nelle temperature del pianeta è quello avvenuto negli ultimi decenni. Esso non è però dovuto alla Terra, bensì a chi la abita. Gli antichi ci insegnano come la storia abbia il vizio di ripetersi e sia dunque maestra – Historia magistra vitae, scrisse Cicerone nel suo De Oratore – dunque dovremmo utilizzare bene questo dato.

In passato anche una disavventura climatica localizzata ha portato al crollo e alla scomparsa di una società. Pensiamo ad esempio a cosa accadde all’intero mondo dell’età del bronzo. La prima civiltà umana stanziata e sviluppata scomparve, senza appello, flagellata da una terribile carestia. Le comunità stabilitesi sull’Egeo e sul Mediterraneo orientale non si adattarono al peggioramento del clima. Che sia un monito per il nostro tempo?

Per la più grande società della storia antica, l’Impero Romano, non fu così. L’espansione senza precedenti della cultura latina fu agevolata da secoli di clima mite, temperato, se vogliamo persino caldo. Poi però si crearono sistemi di pressione sull’Islanda e le Azzorre, forti e duraturi, i quali discesero sull’Europa simultaneamente alla disfatta dell’Impero. Tra i nemici dei centurioni, si può annoverare anche il gelo improvviso. Naturalmente, sarebbe azzardato – quando non scorretto – attribuire al clima la regia della storia. È però possibile leggere questi periodi anche attraverso questa chiave.

Che cosa possiamo imparare

Possiamo continuare questo nostro viaggio nel tempo e nel clima terrestre ancora a lungo. Potremmo arrivare fino a 40 milioni di anni fa e parlare di catene montuose come l’Himalaya che stavano crollando. Potremmo concentrarci su eruzioni vulcaniche che non abbiamo visto neppure nei più catastrofici disaster movie. Magari potremmo narrare il viaggio dell’India che si stava distaccando dall’Asia. In quel periodo la CO2 era diffusissima e – di conseguenza – la temperatura terrestre molto elevata. Se continuassimo, però, ci ritroveremmo con un articolo lunghissimo che insiste sempre sullo stesso concetto; concetto che è già stato dato e dal quale occorre ora trarre alcune conclusioni.

Si stima che all’alba dei mammiferi – circa 50 milioni di anni fa – le temperature sul pianeta fossero più alte di almeno 13 gradi rispetto a oggi. Il clima terrestre era del tutto inadatto alla fisiologia umana: troppo caldo e troppo umido. Il lettore potrebbe a questo punto erroneamente pensare che l’accordo di Parigi del 2015 sia fin troppo stringente. Perché preoccuparci tanto di stare entro 1,5 gradi di innalzamento se sappiamo che la Terra può sopportare ben alte temperature? Sta proprio qui la lezione che dovremmo imparare da questo approfondimento; abbiamo bisogno di comprendere bene quali siano i modelli che prendiamo come riferimento.

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Foto di catazul da Pixabay 

Riferimenti insufficienti

Nell’inchiesta pubblicata da Peter Brannen su The Atlantic, dalla quale sono stati tratti i dati riportati in questo articolo, si specifica come la maggior parte delle proiezioni di riferimento impiegate in climatologia si fermino alla fine del secolo. Di fatto, non prevedono cosa avverrà dopo il 2100. Gli sconvolgimenti che conducono a variazioni pari o paragonabili alle temperature di altri eoni si verificano su scale temporali molto più lunghe. I modelli che utilizziamo per predire le variazioni future sono dunque attendibili? Presentano per caso alcune lacune?

Negli Stati Uniti queste domande sono all’ordine del giorno nei briefing degli esperti. I ricercatori stanno infatti allargando il loro orizzonte a quello che potrà accadere dopo, ad esempio nel caso in cui la CO2 nell’aria raggiungerà la nefasta soglia di 1200 parti per milione (ppm, secondo un’unità di misura ormai familiare a chi ci legge). Si tratta di un risultato pessimo, tremendo, ma sfortunatamente tutt’altro che impossibile. La nostra specie sta infatti emettendo anidride carbonica nell’aria ad un ritmo enormemente più veloce di quelli che hanno caratterizzato i periodi più estremi dell’era dei mammiferi. Parliamo di una velocità maggiore di circa 10 volte.

I rischi di un clima terrestre fuori controllo

La devastazione del nostro habitat, comunque, potrebbe essere ben più vicina del prossimo secolo. L’acidificazione degli oceani, ad esempio, è un processo già iniziato. I mari potrebbero raggiungere il tasso di acidità di 56 milioni di anni fa ben prima del 2100, se non invertiremo la rotta suicida che abbiamo impostato. Se ci guardiamo incontro regolandoci con il termometro della natura, ci accorgiamo già oggi di come le stagioni stiano diventando sempre più strane e irregolari. Gli orsi polari hanno perso il loro habitat artico e ora cacciano a riva, intrattenendo una dieta assolutamente inedita per loro. Le fioriture sbocciano prima che ci siano api in grado di impollinare. I pigliamosche popolano i boschi settimane dopo che le uova dei bruchi, loro prede, si siano schiuse. Tutto è sfasato e ciò si deve a noi.

Dieci miliardi di tonnellate di ghiaccio si sono già sciolte. Si stima che la metà delle barriere coralline tropicali sia già morta e il tasso di acidità degli oceani è già aumentato del 30%. Le temperature globali sono aumentate dovunque. Non credo ci sia bisogno di snocciolare altri dati per passare il messaggio che si vuole dare in queste righe: dobbiamo invertire la rotta. L’inerzia del clima terrestre e dei suoi sistemi è tale da concederci ancora di farlo ma occorre cominciare a ridurre seriamente le emissioni di CO2. È dalla rivoluzione industriale che avveleniamo il pianeta.

Approfondimento con il fisico Bruno Carli riguardante l’impatto dell’uomo sul clima terreste

Ombre scure all’orizzonte: il rischio estinzione di massa

Nel 1963, Norman Newell, paleontologo statunitense tra i più apprezzati nel suo settore, scrisse Crisi nella storia della vita. Nell’articolo coniò l’espressione estinzione di massa. Con tale termine si intende un cambiamento nelle condizioni di vita molto più veloce di quanto l’evoluzione possa stargli dietro. I toni usati da Newell sono piuttosto catastrofici, forse fin troppo per gli anni ’60. Non per oggi però. Il binario che stiamo percorrendo finisce sull’orlo di un burrone, se agiamo ora il freno della locomotiva è in grado di arrestarla per tempo. Si tratta però di un grosso se.

Leggi anche: “Perché la sesta estinzione di massa è causata dall’uomo

“Progetto di Lustro”. Il piano verde per i fondi Next Generation

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Si chiama “Progetto di Lustro” ed è stato presentato martedì 23 marzo alla Camera in conferenza stampa. È un dossier con 5 azioni chiave per orientare i fondi del Next Generation UE verso una vera transizione ecologica. La sua realizzazione ha coinvolto 15 associazioni, fra cui Legambiente, il Forum Disuguaglianze Diversità e Slow Food Italia. La presentazione nella sala stampa della Camera è stata guidata da Rossella Muroni, a capo del neogruppo parlamentare Facciamo Eco, a cui appartiene anche l’ex ministro dell’istruzione Lorenzo Fioramonti. Dopo anni di assenza dal Parlamento Italiano, i Verdi tornano in campo in stretta collaborazione con le maggiori associazioni ecologiste del paese.

Progetto di Lustro: come nasce e cosa contiene

Rivoluzione verde e digitale, giovani, donne, innovazione, inclusione, lavoro giusto e pulito. Su questi pilastri è nato “Progetto di Lustro”, il piano per investire i fondi del Recovery Fund in chiave ecologica e sostenibile. Sostenibile non solo dal punto di vista ambientale, ma anche economico e sociale. Ciò è ben evidente se si osservano le 15 associazioni partner – Rinascimento Green, 6000 sardine, Slow Food Italia, Slow Food Youth Network, Eumans, Green Italia, #POP, Arci nazionale, Kyoto Club, Fondazione Grameen Italia, Forum Disuguaglianze Diversità, Legambiente Onlus, Associazione le réseau, Movimenta, Focsiv – e lo slogan scelto per la campagna: “Non c’è giustizia climatica senza giustizia sociale”. Il piano, visionabile al seguente link, è stato costruito seguendo cinque progetti faro, cinque principi per l’applicazione del fondo e cinque linee guida per indirizzare il lavoro del governo.

I 5 progetti faro del Progetto di Lustro sono:
1) Efficientamento energetico: riduzione delle emissioni delle abitazioni e del sistema produttivo. Reddito energetico, comunità energetiche
2) Cambio del modello produttivo e di consumo: conversione nella logica della filiera e dell’economia circolare, abbassamento delle emissioni in industria, imprese e agricoltura
3) Mobilità sostenibile: elettrificazione della mobilità e incremento della rete ferroviaria
4) Scuole e università: Investimenti in ricerca, intervento di riqualificazione delle strutture
5) Sicurezza del territorio: ristoro dei territori inquinati, a rischio idrogeologico

Leggi anche: “Mobilità sostenibile, nasce il nuovo ministero”

Società civile e politica: la nascita di Facciamo Eco

Il nome “Progetto di Lustro” nasce dalla volontà di mettere in pratica azioni efficaci in un arco temporale ben definito. Un lustro appunto, ovvero cinque anni, in cui il governo italiano dovrebbe “approfittare” dei fondi in arrivo dall’Unione Europea per compiere la svolta ecologista da tempo richiesta dalla società civile. A sostenere le diverse associazioni sul piano politico c’è il gruppo parlamentare Facciamo Eco-Federazione dei Verdi. Questa nuova componente è nata a inizio marzo 2021 dalla volontà di riportare le istanze ecologiste in parlamento ed è composta da esponenti fuoriusciti dal gruppo misto, fra cui Rossella Muroni (ex Leu e già Presidente di Legambiente), Lorenzo Fioramonti (ex 5 stelle ed ex ministro dell’Istruzione) e Alessandro Fusacchia (ex +Europa).

Si tratta di personalità politiche che da tempo dialogano con i rami più diversificati della società civile, compreso il movimento giovanile Fridays For Future. Ed è proprio alle giovani generazioni che si orientano le principali proposte di Facciamo Eco:

Oggi la “next generation” si mobilita per continuare a chiedere ad alta voce di difendere il Clima e di cambiare il nostro sistema di produrre, consumare, vivere. Sono i giovani dei Fridays For Future che ormai da 3 anni portano in piazza milioni di persone per ricordare alla politica che non c’è un Pianeta B e che la lotta al mutamento climatico deve essere prioritaria. Anche per questo la componente FacciamoEco intende impegnarsi, per difendere e rappresentare le istanze ecologiche di quella prossima generazione di cui stiamo impiegando non più solo le risorse naturali ma ora anche le risorse economiche che arriveranno dall’Unione europea.

Dal sito di Facciamo Eco

Leggi il nostro articolo: “Eni mette gli occhi sul Recovery Fund”

Una “cultura verde” al centro del Progetto di Lustro

Fra le proposte avanzate da Facciamo Eco c’è anche l’istituzione di un servizio civile ambientale “in grado di coniugare la lotta all’emergenza climatica con la lotta alla disoccupazione giovanile”. Su questa stessa linea il piano “Progetto di Lustro” tenta di rendere organiche tematiche fin’ora affrontate separatamente. Istruzione, tutela dell’ambiente e lavoro fanno invece parte di un unica visione per il futuro, che deve essere appunto sostenibile sotto tutti i punti di vista.

“Vogliamo scuole e università sicure e moderne, che non inquinino, e che preparino i giovani alle sfide del futuro”.

Non c’è giustizia climatica senza giustizia sociale

Ai nostri lettori questi concetti potranno sembrare banali. Eppure, è bene ribadirlo, non risultano altrettanto banali ai nostri politici, che si ostinano a proporre piani totalmente inadeguati per la sfida che ci aspetta. È di questa settimana la notizia della visita ufficiale del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio e dell’ad di Eni Claudio Descalzi al nuovo premier libico Abdul Hamid Dbeibah. Sebbene nelle dichiarazioni abbiano citato anche la volontà di aumentare la produzione di rinnovabili, lo scopo della visita era senza dubbio assicurarsi l’appoggio della nuova leadership per i progetti offshore di Eni. Il fatto che l’Italia sia stato il primo paese europeo ricevuto dal nuovo governo non dovrebbe affatto stupire. Eni è infatti il primo produttore di gas in Libia.

Più volte in questo blog abbiamo ribadito come la nostra dipendenza energetica dal Nord Africa infici enormemente la credibilità politica dell’Italia. Il caso Regeni e la detenzione di Patrick Zaki ci ricordano ogni giorno che la strada per la transizione ecologica è un percorso che coinvolge a stretto giro la tutela dei diritti umani. Dall’inizio del suo mandato Fioramonti non ha mai smesso di ribadire questo concetto, denunciando più volte l’imbarazzante strategia dell’Italia nel caso Regeni e non solo. Quando si parla di creare una “cultura ecologica” si intende proprio questo: educare le giovani generazioni alla sostenibilità e allo stesso tempo rendere giustizia a chi è stato vittima di un sistema politico-economico che da decenni è ostaggio di gas e petrolio. “Non c’è giustizia climatica senza giustizia sociale”: un invito immediato, creato dal basso, per indirizzare chi ci governa dall’alto verso l’unica rotta possibile.

Leggi anche: “Giulio Regeni e l’ENI: il filo nero della mancata verità”

Le foreste e l’uomo, relazione complessa anche alla luce del cambiamento climatico

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Che ruolo svolgono le foreste nel contrasto al cambiamento climatico? Il legno potrebbe costituire una valida risorsa energetica? Il tema delle foreste e della loro gestione genera sempre un acceso dibattito. Abbiamo intervistato Luca Caverni, laureato in Scienze Forestali e studioso in questo ambito. Dalle sue parole si evince come una corretta pianificazione forestale potrebbe favorire una gestione dei boschi in grado di mitigare i cambiamenti climatici.

Perché gestire le foreste italiane?

1. Luca, potresti descriverci brevemente la situazione forestale italiana e cosa significa gestione forestale?

“L’Italia è bella e nota grazie anche al suo territorio, caratterizzato da colline e montagne scarsamente popolate. La maggior parte dei lettori, probabilmente, se si affacciasse dalla finestra non osserverebbe foreste (sinonimo di boschi  – comma 1 art. 3 D.lgs 34/2018) seppure queste occupano il 38% della superficie nazionale, ma aree urbane e palazzi (anche io vi rispondo da questa situazione) questo perché le foreste si trovano prevalentemente nelle Aree Interne del Paese. Le foreste italiane sono tra le più ricche a livello europeo per diversità di specie e categorie forestali e per questo sono anche tra le più protette nel continente. Questa ricchezza è anche frutto della interazione millenaria tra l’uomo e la natura. Infatti in Italia meno di un sesto dei boschi (15.4%) non presenta tracce di interventi selvicolturali passati.

Tra i molti esempi del costante rapporto tra uomo e foresta vi è sicuramente il Codice Forestale Camaldolese, testimonianza di come per oltre 8 secoli i monaci hanno gestito i boschi, dimostrando una profonda sintonia tra ricerca spirituale e cura della foresta (oggi all’interno di un Parco Nazionale).

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Foto credit: AlwaysIthaka

“Il 66% delle foreste è di proprietà privata”

Gestire le foreste significa compiere delle scelte, nel rispetto della normativa vigente, conciliando, attraverso azioni concrete, gli aspetti ambientali, economici e sociali che un bosco esprime. Un fattore fondamentale, che consente di conoscere meglio le caratteristiche di ogni foresta, individuarne la vocazione, garantirne la tutela e una gestione lungimirante ed equilibrata nel tempo è la pianificazione forestale. Eppure ad oggi solo il 18% della superficie forestale nazionale è sottoposto ad un Piano di gestione forestale (livello di pianificazione più dettagliato). Grazie alla storia e alla ricerca abbiamo a disposizione conoscenze molto accurate che stimolano continuamente il miglioramento delle tecniche di pianificazione gestionali. Preme sottolineare un aspetto relativo alle foreste private: attualmente il 66% della superficie è di proprietà privata, contraddistinta da una marcata frammentazione fondiaria e dall’assenza di gestione per buona parte della superficie”.

Le foreste nel contrasto al cambiamento climatico

2. Che importanza ha la gestione forestale nel contrasto al cambiamento climatico?

Le foreste, essendo composte da alberi (organismi viventi), non sono elementi statici del paesaggio ma crescono in volume (in Italia quanto 39 piscine olimpioniche[1] ogni giorno) e superficie (un campo da calcio[2] ogni 9 minuti). Essendo vive, reagiscono agli stimoli, inclusi quelli del clima, ma con il cambiamento in atto le loro “reazioni” potrebbero compromettere i servizi ecosistemici (ovvero funzioni e beni primari) finora garantiti. Certamente le foreste vivrebbero anche senza l’uomo, tuttavia è l’uomo che non vivrebbe senza le foreste. Infatti i servizi ecosistemici che le foreste assicurano nel tempo sono di tre tipologie: regolazione e mantenimento (qualità dell’aria, depurazione dell’acqua, prevenzione incendi, protezione dal dissesto idrogeologico…), approvvigionamento (di legname, prodotti spontanei…) e culturali (benefici immateriali, spirituali, ricreativi e sanitari…).

L’IPCC prevede che i disturbi alle foreste boreali (tempeste di vento, incendi e fitopatie…)  conseguenti alle variazioni climatiche, possano diventare più intensi e frequenti. Tuttavia un recente articolo di Nature ricorda come la gestione forestale consenta di aumentare la resilienza e la stabilità delle foreste nel lungo periodo. In questo modo si può preservare o incrementare il carbonio stoccato nella foresta (beneficio evidenziato anche dall’IPCC) e mantenere la biodiversità (par. 2.2.4 Strat. UE Biodivesità 2030).

Gestire le foreste non è sinonimo di deforestare

Quindi, come spiegato al punto 1, gestire non è deforestare, cioè convertire la foresta in altro uso del suolo che rappresenta la seconda causa dei cambiamenti climatici dopo la combustione di fonti fossili. Le cause della deforestazione sono molteplici, tra queste vi è anche il commercio illegale di legname di cui l’Europa è uno dei principali importatori. Anche la deforestazione incorporata, di cui siamo “inconsapevolmente” responsabili attraverso acquisti quotidiani (alimentari, pellame…) non appropriati, contribuisce a danneggiare le foreste.

Tra le varie misure di contrasto messe in atto, l’UE ha individuato, oltre al ripristino forestale, anche la gestione forestale in grado di agevolare una bioeconomia più attenta alle dinamiche globali. L’uso del legno rappresenta comunque un elemento cui non possiamo rinunciare, perché essendo CO2 “solidificata”, materiale riciclabile e alternativo ad altri più energivori (cemento, plastica…), ci consente di mitigare i cambiamenti climatici. Un’altra azione fondamentale di mitigazione dei cambiamenti climatici è la messa a dimora e cura nel tempo del verde urbano“.

Il legno: preziosa risorsa rinnovabile?

3. Foreste e biomassa: esiste un acceso dibattito sulla possibilità di ricavare energia dal legno. Da una parte c’è chi sostiene che non si possa utilizzare il legno perché si compromette il patrimonio forestale, intaccando così la sua capacità di immagazzinare anidride carbonica. Dall’altra c’è chi sostiene che il legno possa costituire una preziosa fonte di energia rinnovabile. In questo quadro che ruolo ha la gestione forestale nel fornire combustibile necessario al Paese?

“Alcune premesse:

  • Entro il 2050 in UE non si dovranno più generare emissioni nette di gas serra.
  • Il settore energetico provoca l’80,5% delle emissioni di gas serra nazionali;
  • In Italia le energie rinnovabili soddisfano il 17,8% dei consumi finali lordi complessivi;
  • La quota di fabbisogno energetico nazionale soddisfatta da importazioni è il 75% del totale.

Precisazioni:

  • In Italia, in UE e nel mondo le bioenergie sono la principale energia rinnovabile;
  • Le biomasse sono incluse tra le fonti rinnovabili (art. 2 D.lgs 387/2003);
  • Il termine biomassa è molto ampio (qui mi riferirò solo ai prodotti e residui forestali);
  • Sulla neutralità climatica c’è un acceso dibattito scientifico, oltre che politico;
  • L’Italia è il primo importatore al mondo di legna da ardere, e quarto di pellet.
  • Dalle foreste italiane, secondo la stima più alta, si preleva solamente il 37,4% del volume che cresce annualmente mentre la media europea è del 65-67%.

Il ruolo della politica nella gestione forestale

Considerati i rischi delle importazioni e il basso tasso di prelievo, ritengo quest’ ultimo accettabile e incrementabile. Tuttavia esso non deve necessariamente soddisfare l’intero fabbisogno nazionale tenuto conto che il legno viene chiaramente impiegato anche per altri fini (tessile, strutturale…). Rispetto alla finalità energetica, vista la scarsa indipendenza nazionale e il rilevante ruolo delle bioenergie, applicando il “principio a cascata”, per cui il legno debba essere impiegato prima per i suoi fini durevoli (Strategia forestale UE e nazionale), si possono conciliare le diverse destinazioni d’uso. Ai fini energetici si destinano soprattutto i residui, così da massimizzare l’impatto positivo delle biomasse verso il clima, che comunque non devono rappresentare l’unica fonte energetica nazionale.

Le politiche dovrebbero sostenere filiere territoriali (senza distorcere il mercato) e tecnologie in grado di abbattere le emissioni. La realizzazione dell’uso a cascata del legno richiede: la pianificazione forestale, la formazione degli operatori, la conoscenza delle aree circostanti al bosco e l’attuazione di processi partecipativi. C’è tanto ancora da fare rispetto alle foreste, ma diffido da soluzioni uniche e sempre valide; la selvicoltura è una scienza, influenzata da tanti fattori nella sua applicazione, ma essenziale per orientarci nelle scelte“.

Leggi anche: “CO2 in netto calo nel 2020, eppure non basta”


[1] volume della piscina: 2500 m3

[2] dimensioni campo da calcio: 110m x75m=8.250 m2.

Evasione ed elusione fiscale a rallentare l’agenda climatica

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Evasione ed elusione fiscale sono due noti nemici di welfare e legalità. Rappresentano un problema endemico per i sistemi economici, come ben sappiamo noi italiani. Quel che però non sappiamo, poiché non siamo soliti pensarci, è come essi siano un vero e proprio freno a mano tirato anche per l’agenda climatica. Tutto è infatti collegato e ambiente ed economia non fanno certo differenza.

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

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Elaborazione grafica: Gerd Altmann da Pixabay 

Il rapporto ONU

“L’integrità finanziaria è fondamentale per il successo dell’agenda 2030. Come comunità internazionale impegnata ad affrontare la disuguaglianza e a promuovere lo sviluppo sostenibile, dobbiamo mettere in atto principi di trasparenza, sana governance e responsabilità che così spesso sosteniamo.” È quanto ha affermato Volkan Bozkir, presidente dell’assemblea generale ONU, presentando il rapporto Financial Integrity for Sustainable Development. Il documento è stato pubblicato dall’High Level Panel on International Financial Accountability, Transparency and Integrity for Achieving the 2030 Agenda (FACTI Panel).

All’interno del report, il team di esperti FACTI è stato davvero molto chiaro. Evasione ed elusione fiscale rappresentano una malattia terminale all’interno della società odierna, specialmente in virtù degli ambiziosi obiettivi climatici che ci siamo posti da oggi al 2030. I governi dovrebbero finanziare innanzitutto azioni contro povertà estrema, Covid-19 e crisi climatica. È parere di chi ha redatto il dossier che vadano recuperati miliardi di dollari persi per frodi fiscali, corruzione e riciclaggio di denaro.

“I Paesi in via di sviluppo non possono permettersi di perdere risorse in periodi normali. Tantomeno possono farlo ora, nel mezzo della crisi Covid.” Ha detto Bozkir. “Ogni anno viene riciclato fino al 2,7% del PIL globale.” Gli ha fatto eco il FACTI Panel. Gli esperti hanno domandato ai governi di prendere parte ad un Global Pact for Financial Integrity for Sustainable Development.

Un circuito ben oliato a favorire evasione ed elusione fiscale

Il gruppo di esperti coinvolto nella redazione del documento ha messo in risalto problematiche note nelle pratiche di evasione ed elusione fiscale. Le corporation, specialmente le più grandi, riescono ad avvalersi di giurisdizioni tax-free. Questa pratica, scorretta ma non illegale, è capillarmente diffusa. Conti alla mano, il team ha calcolato che questo modus operandi finisca per costare ai governi fino a 600 miliardi di dollari ogni anno. “Coloro che consentono crimini finanziari devono affrontare sanzioni punitive.” Si legge nel testo del rapporto. Purtroppo, molto spesso ciò non succede. Questo si deve al fatto che occorrono misure, provvedimenti, leggi e sanzioni molto più forti e stringenti per combattere la corruzione e prevenire il circolo vizioso del riciclaggio di denaro.

È a gran voce che sul rapporto si chiede “Maggiore trasparenza in merito alla proprietà delle società e alla spesa pubblica. Serve una più forte cooperazione internazionale per perseguire la corruzione e aumentare i livelli di tassazione sulle gigantesche corporation digitali.” Quante volte i media ci parlano di provvedimenti mirati a tassare gli enormi guadagni delle super-aziende del silicio? Quante volte poi non cambia assolutamente nulla dal momento che certi giganti spadroneggiano nelle stanze della finanza mondiale, la quale regola ogni decisione politica? Questi abusi vanno anche a danno dell’ambiente.

Risorse necessarie al bene comune

“Un sistema finanziario corrotto e fallimentare deruba i poveri. Esso priva il mondo intero delle risorse necessarie a eradicare la povertà, riprendersi dal Covid e affrontare la crisi climatica.” Ha evidenziato Dalia Grybauskaite, co-presidente FACTI ed ex presidente lituana, in sede di presentazione del rapporto. “Chiudere le scappatoie che consentono riciclaggio di denaro, corruzione e abuso fiscale sono passo per trasformare l’economia globale per il bene universale.” Ha invece voluto enfatizzare l’altro co-presidente FACTI, Ibrahim Mayaki, ex primo ministro del Niger. “Un decimo della ricchezza mondiale potrebbe essere nascosto in attività finanziarie offshore. Ciò impedisce ai governi di raccogliere la loro giusta quota di tasse.” Avverte il dossier ONU. In tempi recenti circa 131 milioni di esseri umani hanno ufficialmente superato la soglia della povertà mentre la ricchezza dei miliardari è aumentata del 27,5%. Siamo una società sempre più polarizzata, ove la forbice tra ricchi e poveri aumenta instancabile.

Il Panel vuole promuovere equità, responsabilità e integrità finanziaria. Questa deve essere la strada per condurci ad un progresso nel segno della sostenibilità. Con le parole di Bozkir: “Nessuno di noi trarrà vantaggio dall’incapacità di agire. Spetta a ciascuno di noi mettere in atto un sistema di integrità finanziaria che miri ad uno sviluppo sostenibile. Dobbiamo liberare risorse che altrimenti andrebbero perse e creare fiducia nei nostri piani di governance internazionale, nazionali e locali, dimostrando trasparenza, responsabilità e capacità di realizzare l’agenda 2030.”

Evasione ed elusione fiscale ci sono nemiche nella lotta per il pianeta

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Immagine di kalhh da Pixabay 

Quella al surriscaldamento globale, per la salute del nostro pianeta è una guerra. Questa brutta parola viene spesso abusata, anche quando trattiamo della pandemia, eppure dà il giusto senso dell’entità dello sforzo che dobbiamo affrontare come umanità per uscire dalla situazione in cui ci troviamo. È una guerra che dobbiamo vincere assieme o ci vedrà sconfitti individualmente: nelle nostre comunità, nei nostri Paesi e nelle nostre regioni. Per farlo, bisogna disporre di tutte le risorse possibili. L’illegalità e il malaffare finanziario sono alleati del global warming; dobbiamo tagliare queste corde di sostegno e riprenderci questi fondi per poterne disporre in un’ottica comune, interna alla legalità e all’ecologia. Cattiva finanza e devastazione climatica vanno a braccetto.

Tagli alle emissioni dell’1%: gli Stati non rispettano gli accordi

tagli alle emissioni

Iniziamo la settimana con un bilancio generale sull’impegno degli stati a favore dell’ambiente. Una piccola anticipazione: la valutazione è molto negativa. Lo svela un rapporto dell’Unfccc, l’agenzia dell’Onu per la lotta al cambiamento climatico, redatto in vista della Cop26, che si terrà a novembre. Il report, pur necessitando di un’integrazione, è molto chiaro: i Paesi hanno ridotto solo dell’1% le loro emissioni rispetto al 2010. Per mantenere gli accordi di Parigi, però, tutti gli Stati firmatari dovrebbero ridurle del 45% entro il 2030. Come sempre, comunque, è necessario attribuire i giusti pesi e misure, soprattutto considerando quali e quanti stati hanno presentato i loro obiettivi.

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Tagli alle emissioni: obiettivi mancati

Al termine della storica Cop21 del 2015, 196 Nazioni hanno firmato l’accordo di Parigi. L’impegno era quello di mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali. Negli anni successivi, questo obiettivo si è inasprito e gli scienziati hanno ritenuto doveroso abbassare l’asticella climatica a 1,5°. Per farlo, sarebbero necessari dei tagli alle emissioni nette mondiali del 45% entro il 2030 e del 100% entro il 2050. Per monitorare i risultati e anche in vista della Conferenza sul clima, che si terrà a Glasgow a novembre 2021, le Nazioni Unite hanno chiesto agli stati di inviare le loro Nationally Determined Contributions (NDC). Si tratta semplicemente di un insieme di documenti che dichiarano il modo in cui il governo che li presenta contribuirà alla limitazione del riscaldamento globale. La scadenza era stata fissata al 31 dicembre 2020.

Meno della metà degli Stati (40%) ha però presentato i dati. Come se non bastasse, dai pochi analizzati emerge che l’impatto combinato di questi Paesi avvierebbe il mondo sulla strada per ottenere una riduzione delle emissioni inferiore all’1% entro il 2030 rispetto al 2010. Un numero che stride con il 45% sopra accennato. A questo proposito, il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha mostrato la sua preoccupazione: “Il 2021 è un anno decisivo per affrontare l’emergenza climatica globale. […] Il rapporto provvisorio di oggi dell’Unfccc è un allarme rosso per il nostro pianeta. Mostra che i governi non sono neanche lontanamente vicini al livello di ambizione necessario per limitare il cambiamento climatico a 1,5 gradi e a raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi”.

tagli alle emissioni

I silenzi che parlano

Gli obiettivi di tagli alle emissioni non sono sufficienti

Probabilmente, alcune delle Parti che hanno consegnato i loro NDC nel 2020 erano anche abbastanza orgogliose. La maggior parte ha infatti aumentato i livelli individuali di ambizione per ridurre le emissioni. Gli ultimi NDC sono inoltre più chiari e più completi del primo ciclo. Per esempio contengono più informazioni sull’adattamento e un maggiore allineamento con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Alla luce di questo, quindi, perché l’obiettivo non è stato centrato?

I dati più eloquenti, come spesso accade, sono quelli nascosti. Solo il 40% dei firmatari dell’Accordo ha presentato gli obiettivi aggiornati e questi contribuiscono solo al 30% delle emissioni globali. Anzi, senza la presenza di Regno Unito e Unione Europea, che sono stati diligenti nel rispettare la consegna, l’elenco sarebbe composto da nazioni davvero poco inquinanti rispetto ai livelli mondiali. Questo ovviamente non giustifica il loro mancato raggiungimento dei target emissivi, che rappresenta un’altra causa dello scarto rilevato. Sicuramente, però, il loro sforzo (o non sforzo) non è determinante nella lotta al riscaldamento globale.

I grandi assenti

Una lotta che sarebbe sicuramente più semplice da vincere se le nazioni più inquinanti, che sono responsabili del 75% delle emissioni, contribuissero alla riduzione delle stesse. Invece, soltanto due delle diciotto nazioni più inquinanti hanno presentato gli NDC. Tra i grandi assenti troviamo gli Stati Uniti, la Cina, l’India, l’Australia e il Brasile. Qualcuno potrebbe muovere due riflessioni per difenderli. Innanzi tutto, queste grandissime realtà potrebbero aver bisogno di più tempo per riorganizzare l’economia e la società. Il 2020, poi, ha rallentato se non bloccato qualunque possibile iniziativa a causa dell’epidemia di Covid. Anche la Segretaria esecutiva dell’Ufccc, Patricia Espinosa, ha chiarito come il Rapporto di sintesi sia “solo un’istantanea, non un quadro completo degli NDC, perché nel 2020 il Covid-19 ha posto sfide significative a molte nazioni rispetto al completamento dei report loro richiesti”.

L’obiettivo dei tagli alle emissioni, però, era stato fissato nel 2015, ovvero ben cinque anni fa, quando la pandemia era ancora un evento ben nascosto tra i piani dell’universo. Allora, poi, il margine di tempo per rivoluzionare il mercato dell’energia era più ampio. Certo, sappiamo che gli Stati uniti hanno attraversato la presidenza di Donald Trump, il quale nel 2017 si è addirittura sfilato dagli Accordi di Parigi. Questo fatto però non rappresenta una scusante, bensì una aggravante che mette in luce come l’elezione dei giusti politici possa cambiare le sorti del mondo. Si potrebbe poi pensare che, essendo questo report soltanto un frammento del quadro, noi non possiamo sapere se gli stati non presenti abbiano o meno un piano per ridurre le emissioni. Si può rispondere a questa semplicistica obiezione con un’altra domanda, ancora più semplice. Se fosse davvero tutto in regola, cosa avrebbero da nascondere?

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Il futuro degli accordi per i tagli alle emissioni

Per quanto riguarda le nazioni che già hanno presentato il piano, queste dovranno puntare le loro frecce più lontano. Come ha affermato Ester Asin, direttrice dell’European Policy Office del Wwf, l’Unione Europea ha concordato un National Climate Action Plan aggiornato più ambizioso. Non risulta però essere sufficiente per affrontare adeguatamente l’emergenza climatica. Ridurre le emissioni nette del 55% entro il 2030 per un Paese così inquinante è un obiettivo ancora lontano da ciò che sarebbe necessario. Per compensare la sua impronta carbonica e quindi la sua responsabilità climatica, l’Europa dovrebbe ridurre i gas serra del 65%. Mostrerebbe così agli altri Paesi che “l’azione climatica, l’uguaglianza sociale e la prosperità economica possono andare di pari passo”.

Il direttore esecutivo di Greenpeace Italia, Giuseppe Onufrio, ha affermato che “nella partita del clima anche l’Unione europea è chiamata a giocare un ruolo decisivo, e così tutti i Paesi membri. L’Italia, in particolare, deve aggiornare profondamente il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima che risponde ai vecchi e ormai superati obiettivi comunitari. Il governo Draghi porti l’ambizione europeista e ambientalista dalle parole ai fatti e utilizzi l’occasione storica del Piano di ripresa e resilienza per portare il nostro Paese all’avanguardia della lotta alla crisi climatica”.

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Riguardo invece all’assenza di molti stati degli stati, Patricia Espinosa ha affermato che un secondo rapporto sarà pubblicato prima della COP26. Ha quindi invitato “tutti i Paesi, in particolare i principali emettitori che non l’hanno ancora fatto, a presentare le loro richieste il prima possibile, in modo che le loro informazioni possano essere incluse nella relazione aggiornata”. Guterres, dal canto suo, ha tentato di vedere una luce nel buio. La pandemia di Covid-19, seppur tragica, ha dato il via allo stanziamento di fondi e piani recupero che offrono l’opportunità di ricostruire un ambiente più verde e pulito. E da qui, secondo il segretario generale dell’Onu, bisogna ripartire per accompagnare le promesse “ad azioni immediate per avviare il decennio di trasformazione di cui le persone e il pianeta hanno così disperatamente bisogno”.

Nasce ufficialmente il Ministero alla Transizione Ecologica

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Una nuova era politica

Ecco che ci risiamo. L’ultima volta che abbiamo votato per le elezioni politiche, in Italia, era il 2018. Ora siamo nel 2021. Sono passati 3 anni e si sono già succeduti 3 governi. Più o meno com’è successo nei 75 anni di storia dell’Italia repubblicana, nel corso dei quali abbiamo avuto oltre 60 esecutivi. Povera Italia.

La classe politica che esprimiamo è di livello infimo, e la cosa appare particolarmente evidente negli ultimi tempi. Le leggi elettorali che il Parlamento propone sono risibili, imbarazzanti nella loro inefficacia. Ciò si deve principalmente al fatto che siano concepite per garantire uno scranno a ogni partito, partitino e micropartito che creiamo praticamente per sport. La cosa peggiore in tutto ciò è che ogni classe politica rispecchia il popolo che la elegge. Dunque prima di giudicare loro dovremmo fare un pò di sana autocritica noi stessi, per chiederci perché mai diamo il potere in mano a certi personaggi.

Antefatto a parte, si è insediato un nuovo esecutivo al termine della scorsa settimana. Novità particolarmente rilevante è la creazione del Ministero alla Transizione Ecologica. Ad esser franchi ci si aspettava qualcosa di più di quel che è stato partorito dalla visione politica di Mario Draghi. Andiamo però con ordine.

Donatella Bianchi, presidente WWF, annuncia ufficialmente la nascita del Ministero della Transizione Ecologica. Immagini: LA7

Il governo Draghi

Il nuovo premier Mario Draghi (classe 1947) è uno degli economisti più eminenti a livello mondiale. Dopo un notevole percorso di studi che lo ha portato anche negli Stati Uniti, ha cominciato la sua carriera presso il Ministero del Tesoro, prima di venire nominato Direttore Esecutivo della Banca Mondiale. Dopo un lungo corso tra le mura amiche del Ministero, con la carica di Direttore Generale, entra in Goldman Sachs. Impiegato presso la sede londinese del colosso finanziario, in quanto Vice Chairman e Managing Director, guida le strategie europee del gruppo.

Nel 2005 diviene il nono governatore della Banca d’Italia. A questo punto la sua carriera si impenna. Viene nominato Presidente del Forum per la Stabilità Finanziaria – che nel 2009 diventa Consiglio per la Stabilità Finanziaria – e poi, nel 2011, l’Eurogruppo lo rende ufficialmente Presidente della Banca Centrale Europea. Al termine del suo mandato in BCE si ritira a vita privata, ufficializzandola tramite le note parole: “del mio futuro chiedete a mia moglie.” Il 13 febbraio 2021 giura come Presidente del Consiglio dei Ministri. Il suo governo nasce da un compromesso tra numerose forze politiche – tutte, praticamente, eccezion fatta per Fratelli d’Italia – e nomina l’altissimo numero di 23 Ministri. Draghi ha dovuto accontentare tutti.

Le parole d’ordine del governo

Naturalmente, non occorre ricordare qui il particolare momento che stiamo attraversando. Il neo-governo Draghi, però, non dovrà occuparsi soltanto della crisi sanitaria ed economica innescata dalla pandemia. L’ex presidente di BCE ha fatto già circolare l’elenco dei principali punti programmatici che dovranno caratterizzare la sua azione politica. L’opera sarà convintamente europeista, come ci stanno dicendo i media da giorni, secondo una strategia che dovrebbe essere la più efficacia per riuscire a disporre dei copiosi finanziamenti parte del Recovery Fund.

L’esecutivo si concentrerà su 5 macro-temi, intenzionato a risolvere altrettante emergenze indicate dallo stesso premier: sanità, lavoro, scuola, imprenditoria e ambiente. Per questo motivo è stata avallata la richiesta forte, esternata principalmente dal Movimento 5 Stelle, della creazione di un Ministero preposto alla Transizione Ecologica.

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Beppe Grillo e Mario Draghi. Sarebbero le menti dietro l’ideazione del Ministero alla Transizione Ecologica. Foto: The Italian Times

La formazione del Ministero alla Transizione Ecologica

Che cosa intendiamo precisamente quando parliamo di Ministero della Transizione Ecologica? Come sarà costruito e chi lo guiderà? Tra i partiti che hanno maggiormente insistito per dar vita al dicastero c’è il Movimento 5 Stelle, come già scritto. Il partito ha parlato di questo ministero come di un ufficio fondamentale in questo preciso momento. Hanno ragione da vendere. Viene allora spontaneo domandarsi come mai, in due anni che sono stati al governo, non abbiano pensato di istituirlo loro stessi. Nonostante nel nostro Paese si parli sempre più sovente di transizione ecologica, siamo ancora piuttosto indietro nel concreto.

Ricordiamo infatti che l’Italia ha fatto dipendere troppo spesso la propria politica estera dalla strategia industriale di ENI (ne abbiamo parlato qui) e non è riuscita ad imporre alcun obbligo ambientale ad Arcelor Mittal a causa della mancanza di una strategia efficace e sostenibile per ILVA. Il nostro Paese spende annualmente circa 19 miliardi di euro in sussidi ambientali che tali non sono – in quanto in realtà danno origine a complicazioni per l’ambiente – e, dal 2011 a oggi, ha già sborsato oltre 600 milioni in multe a Bruxelles per infrazione. Come se non bastasse, 7 dei circa 60 milioni di italiani vivono in aree altamente inquinate. Altrettanti hanno la dimora in zone a grave rischio idrogeologico e di inondazioni. In una simile situazione, è più che mai necessaria l’istituzione di questo ministero.

Esempi dall’estero: Austria

In Austria l’ambientalista Leonore Gewessler è a capo di un ufficio davvero completo in termini di transizione ecologica. Si chiama Ministero per l’azione climatica, l’energia, i trasporti, l’industria e l’innovazione tecnologica. Il Paese – guidato come sappiamo dal conservatore Sebastian Kurz e i suoi improbabili alleati dei Verdi – è all’avanguardia assoluta, in Europa, per quanto riguarda clima ed energia. Lo Stato alpino, in maniera coerente ed intransigente, tanto che potremmo definirla proprio gerarchica, ha dato vita ad una politica ambientale estremamente ambiziosa. Il Ministero di Gewessler coordina ogni settore legato alla sostenibilità: trasporti, energia, industria e innovazione, grazie all’autorità di cui dispone che gli permette di spegnere immediatamente ogni focolaio di dibattito generato relativamente a questi ambiti.

Spagna

Anche in Spagna tali decisioni sono in mano a una donna. Teresa Ribera Rodriguez, vice primo ministro iberica, regge il ministero ribattezzato della transizione ecologica e della sfida demografica. Si è infatti deciso di associare alla battaglia climatica quella contro lo spopolamento e l’abbandono delle zone rurali spagnole. Ribera da sempre sostiene che le energie rinnovabili siano un indispensabile volano per la trasformazione verde e ha riportato il Paese ai primi posti nello sfruttamento di fonti pulite. In questo modo, si è invertita una tendenza che aveva caratterizzato gli ultimi anni. La chiave di volta è stata l’eliminazione dalle bollette dei costi per il sostegno delle rinnovabili che sono stati trasferiti in un fondo alimentato per di più dai fornitori.

Francia

Oltralpe, in Francia, Emmanuel Macron era riuscito a coinvolgere Nicolas Hulot, celeberrimo ecologista, per guidare il potentissimo Ministero della Transizione Ecologica e Solidale. Un unico hub avrebbe dovuto supervisionare l’operato ambientale, energetico, climatico, relativo ai trasporti e all’economia circolare. Per portare avanti questi compiti il budget ammonta oggi a 48 miliardi – ai quali dobbiamo aggiungere la quota di fondi europei che la Francia destinerà a questo ufficio – che non sono troppi per un Paese ben più sensibile del nostro, dove c’è contezza dell’importanza della sfida climatica. La lotta al surriscaldamento dei cosiddetti cugini è molto più combattuta, a livello sociale e politico, rispetto a quanto sia da noi, dove ancora in troppi vedono la creazione di questo dicastero come un mero contentino dato da Mario Draghi a Beppe Grillo, per comprarsi il suo sostegno al governo. E la cosa peggiore è che potrebbe essere la verità.

Hulot si è dimesso nel 2018, denunciando in radio il potere e la pervasività delle lobby. Gli industriali, a suo dire, gli impedivano, di fatto, di procedere spedito verso la decarbonizzazione come avrebbe voluto fare. Vista la situazione di grave emergenza climatica, non si poteva certo procedere a piccoli passi e occorreva un cambiamento radicale. Tristemente, Hulot constatò che il governo e la politica gli erano vicini soltanto a parole e si arrese a quest’evidenza. Stremato e stanco di lottare contro mulini a vento, rassegnò il mandato. A sostituirlo arrivò Barbara Pompili, transfuga dei Verdi e vicinissima politicamente a Macron.

La transizione ecologica in sintesi

Affinché funzioni, il Ministero della Transizione Ecologica deve poter soprintendere e organizzare secondo necessità quello dello Sviluppo Economico. I due ambiti non possono più essere separati, pena l’inefficacia dell’operato. Similmente, dovrebbe avere l’ultima parola anche in decisioni ambientali e – specialmente in Italia – relative alle infrastrutture ed i trasporti.

Eppure il MIse, per com’è concepito nel nostro Paese e per come ha sempre lavorato, è costituito quasi interamente da personale formatosi nell’era del fossile. Tale ministero ha sempre operato a braccetto con ENI, ENEL e i settori dell’industria pesante. Per anni lo staff impegnato nella definizione delle strategie italiane di sviluppo economico ha trattato le rinnovabili come fossero un capriccio troppo costoso e ha utilizzato la parola green energy alla stregua di uno slogan. Al Mit poi, la situazione potrebbe essere pure peggiore. Nessuno ricorda addetti particolarmente zelanti nel campo della manutenzione, della sicurezza o dei trasporti pubblici. Tutti invece sappiamo molto bene come le grandi opere scaldino il cuore a chiunque sia impiegato in quelle stanze.

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Il Ministero dell’Ambiente sarà sostituito da quello alla Transizione Ecologica. Foto: greenme.it

Un ministero di Serie B

Vent’anni fa, nel 2001, il Ministero all’Ambiente – che sarà sostituito da quello alla Transizione Ecologica – disponeva di un budget pari a circa 2 miliardi di euro. Oggi non può contare neppure su 800 milioni. Inevitabilmente, alla riduzione dei fondi è seguito un drastico abbassamento delle competenze. Di fatto, al giorno d’oggi è un dicastero minore. Nonostante clima e ambiente siano parole sulla bocca di tutti e i cambiamenti dovuti al global warming siano già arrivati al nostro uscio.

Nell’equilibrio del potere, la scrivania dell’ambiente è spesso stata assegnata a rappresentanti di second’ordine, sovente per accontentare questo o quel partito che avevano contribuito al trionfo elettorale. Piuttosto di rado la sua titolarità è stata davvero stabilita in base alle competenze. Non era questo il caso con Sergio Costa, persona attenta e capace ma poi a qualche partitino è venuto il mal di pancia, come ben sappiamo. C’è però anche una nota positiva.

Il governo e la sua responsabilità nella transizione ecologica

La scelta di Draghi, con tutti i limiti che ora analizzeremo, presenta infatti una grande opportunità. Il governo sembra volersi assumere, tramite l’instaurazione del Ministero alla Transizione Ecologica, le proprie responsabilità sul nostro futuro. Se vogliamo giocarcela questa sfida ai cambiamenti climatici, dobbiamo porre il potere decisionale in materia ambientale nelle mani di un solo burocrate. Le competenze in materia sono oggi spezzettate tra vari dicasteri e ciò non agevola certo un’azione rapida, coerente ed efficace.

La lezione di Hulot ci insegna che dobbiamo combattere una dura battaglia per resistere alle forti pressioni di chi ha interessi nel fossile. La lobby del petrolio, infatti, non vuole certo darsi per sconfitta e spera di protrarre quanto più a lungo possibile la sua agonia, in barba al pianeta. Vari ministeri guidati da orientamenti e priorità diverse non hanno alcuna possibilità di vittoria contro un nemico così ostico e organizzato.

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Bozza di destinazione dei fondi Recovery Plan per l’Italia. Grafica: ilprimatonazionale.it

I limiti del nuovo dicastero

Il Ministero della Transizione Ecologica riunirà i compiti del Ministero dell’Ambiente e la giurisdizione energetica che fino a qualche giorno fa era nelle mani del titolare del Mise. Ciò naturalmente significa che il nuovo dicastero avrà in sé alcune funzioni precedentemente assegnate allo sviluppo economico ma, simultaneamente, che non ne prenderà il posto in toto. Questo potrebbe essere limitante, mantenendo due polli a razzolare sulla stessa aia.

All’interno del Minambiente esiste già un dipartimento per la transizione ecologica. Esso si occupa, fino a nuova riorganizzazione, di economia circolare, contrasto ai cambiamenti climatici, efficientamento energetico, miglioramento della qualità dell’aria e sviluppo sostenibile. Altri compiti di pertinenza del dipartimento DITEI – possiamo leggere sul sito – sono la cooperazione ambientale internazionale e il risanamento. Queste mansioni dovrebbero ora divenire prioritarie.

Il nuovo Ministero conta di avere a disposizione un ingente budget – parliamo di circa 69 miliardi di fondi Next Generation EU – fin dalla sua nascita. Tali fondi sarebbero destinati alla conversione del sistema produttivo italiano in un modello ben più sostenibile. Energia, industria – e anche lo stile di vita di ogni persona – devono essere meno dannosi per l’ambiente. Questa non è più una novità per nessuno eppure ancora siamo ben lontani dal raggiungere questo risultato. Non è che un bene il fatto che la politica cominci ad occuparsene. Eppure si teme che il dicastero non riesca ad operare all’altezza delle attese. Non solo, ci sono anche voci fuori dal coro le quali sostengono che questo nuovo ministero si riveli un carrozzone, accentrando in maniera imprecisa alcune competenze di altri uffici e fomentando lo spreco di risorse pubbliche.

Dubbi e perplessità

In fin dei conti, dice Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, il Ministero dell’Ambiente nel 1986 era nato proprio per guidare la transizione ecologica. Insomma, ci sono luci e ombre su questo nuovo dicastero, il quale ha grandi possibilità ma potrebbe anche finire per trovarsi costretto tra troppi limiti. Si tratta però di quel rischio che accompagna ogni novità, in fin dei conti.

Lo spazio dedicato al Ministero della Transizione Ecologica da Porta a Porta.

Alla guida del nuovo Ministero della Transizione Ecologica

Il titolare del neonato Ministero sarà Roberto Cingolani, fisico 59enne. Si tratta del manager e responsabile dell’innovazione tecnologica del gruppo Leonardo. Il suo ruolo aziendale – espresso in lingua inglese come fanno tutti oggi, per chissà quale motivo – è quello di Chief Technology & Innovation Officer. Oltre alla guida del dicastero gli saranno date anche le chiavi del costituendo Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica.

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Roberto Cingolani. Foto: quifinanza.it

Cingolani – grande esperto di nanotecnologie – ha un curriculum di tutto rispetto, che può vantare esperienze in grandi e noti centri di ricerca negli USA, in Giappone e in Germania. Nel 2005 ha fondato a Genova l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di cui è stato direttore scientifico prima di entrare in Leonardo. La carriera di Cingolani potrebbe renderlo l’uomo giusto per affrontare il complesso passaggio a quella società sostenibile che l’UE ci chiede di diventare. Potrebbe, appunto.

Anche sulla sua figura, infatti, si addensa qualche dubbio. Leonardo è infatti parte di Finmeccanica, azienda leader nella produzione ed esportazione di armamenti. Si tratta dunque di un uomo che non vive esattamente di salvaguardia del creato, piuttosto che guadagna distruggendolo. Questo aspetto potrebbe essere tutt’altro che marginale. Si tratta di un tecnico molto politico; visto alla Leopolda renziana, al meeting di Rimini organizzato da Comunione e Liberazione e agli incontri pubblici di Gianni Letta e dei Casaleggio.

Naturalmente, è troppo presto per dare un giudizio su Cingolani e il suo neonato ministero. Ci auguriamo naturalmente che serva al meglio il nostro Paese mettendo l’ambiente e la sua tutela davvero al centro della sua opera – e, possibilmente, di quella dell’intero esecutivo – non possiamo però evitare di vedere tutto il quadro, nella sua scomoda interezza.

Mario Draghi: cosa aspettarsi sulle politiche ambientali

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L’ex Presidente della Bce ed economista di fama mondiale Mario Draghi è stato incaricato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di affrontare un nuovo governo. Una notizia accolta con gioia da una buona parte della popolazione, visto il suo “alto profilo”.

Ma cosa possiamo aspettarci dalla sua Presidenza in termini di misure ambientaliste?

Durante il suo primo discorso pubblico dopo l’assegnazione dell’incarico, Draghi non ha esitato a mettere al centro del discorso il Recovery Plan, una risorsa senza dubbio fondamentale se si vuole attuare una vera e propria conversione ecologica del Paese.

Abbiamo a disposizione le risorse straordinarie dell’Ue, abbiamo la possibilità di operare con uno sguardo attento alle future generazioni e alla coesione sociale

Per andare a scovare uno sprazzo di ambientalismo tra le sue prime parole da Premier, bisogna però andare ad interpretare questa frase in un modo che si può definire ottimistico. Tra tutte le crisi elencate da Draghi, di quella ambientale e climatica non ce n’è traccia. Almeno per ora.

L’Unione Europea preme

Tuttavia, l’attenzione che sta rivolgendo l’Unione Europea alla questione ambientale, finirà sicuramente per influenzare alcuni dei provvedimenti inseriti nel Recovery Plan. La pianificazione di uno sviluppo economico che vada a braccetto con la sostenibilità ambientale è infatti uno dei criteri con cui verrà giudicato il documento. Inoltre, sebbene sia a tutti gli effetti un’economista, e sappiamo bene come il binomio economia-sostenibilità sia percepito come antitetico, durante la sua lunga carriera non sembrano esserci grosse macchie in termini di incarichi per aziende particolarmente dannose.

A parte qualche anno passato alla Goldman Sachs, quarta banca al mondo, tra il 2002 e il 2005, in cui è quanto meno probabile che abbia gestito dei fondi di investimento in settori dannosi per l’ambiente, gli altri ruoli ricoperti sono stati per lo più istituzionali. Riguardo a questo, si potrebbe aprire un discorso molto ampio sulle oggettive responsabilità delle istituzioni per l’immobilità con cui hanno affrontato l’avanzare della crisi climatica. Ma quando si parla di ambiente, si parla di futuro. Ed è in quella direzione che bisogna guardare per trovare soluzioni credibili al problema.

L’attenzione verso le giovani generazioni

La situazione cambia drasticamente se invece guardiamo alle parole pronunciate dall’ex-Presidente della Bce durante l’incontro annuale organizzato dalla Fondazione Meeting Per l’Amicizia fra i popoli, tenutosi lo scorso agosto.

“Il ritorno alla crescita che rispetti l’ambiente e non umili la persona è divenuto un imperativo assoluto […]. Il ritorno alla crescita e alla sostenibilità delle nostre politiche economiche sono essenziali per rispondere al cambiamento dei desideri delle nostre società […]. La protezione dell’ambiente, con la riconversione delle nostre industrie e dei nostri stili di vita è considerata dal 75% delle persone nei 16 maggiori Paesi al primo posto nella risposta dei governi a quello che è il più grande disastro sanitario dei nostri tempi

In quest’occasione Draghi ha sottolineato, eccome, la centralità della questione ambientale nella pianificazione di un futuro che possa essere sicuro per le future generazioni. Di fronte a queste dichiarazioni risulta quindi lecito guardare ai prossimi mesi, e perché no ai prossimi anni, con un cauto ottimismo.

D’altronde, che il futuro dell’economia mondiale passi per una conversione ecologica sostanziale, è ormai un dato di fatto. E Draghi questo lo sa bene.

Economia e ambiente possono andare a braccetto

In un momento di totale incertezza come quello che stiamo vivendo, l’assegnazione del ruolo di Primo Ministro ad uno degli economisti migliori del mondo può essere consdierata una vera e propria boccata d’ossigeno. Soprattutto alla luce delle sue dichiarazioni di meno di sei mesi fa. E se a dire che l’idea di uno sviluppo economico incentrato sulla sostenibilità è più che concreta, è un uomo del suo profilo, questo significa che è davvero possibile.

Ciò che resta da vedere, come sempre in questi casi, è se e come le belle parole verranno trasformate in azione. Fino ad ora, di slogan ne abbiamo sentiti fin troppi e, molto spesso, ci hanno lasciato interdetti. Sebbene infatti la questione climatica abbia guadagnato un minimo di attenzione mediatica, siamo ancora ben lontani dal trattarla con l’urgenza che merita. E la colpa è inevitabilmente anche dei governi e dei decisori politici di tutto il mondo. Ad oggi, sebbene qualcosa sia stato fatto, siamo ancora ben lontani dal raggiungimento dei target intermedi previsti per arginare l’aumento della temperatura media mondiale al di sotto dei 2 gradi.

Draghi questo lo sa bene, così come è consapevole dei danni economici, e non solo, che l’avanzare del cambiamento climatico porterebbe all’Italia. Abbiamo a disposizione una chance incredibile per far ripartire il nostro pase in modo green, grazie ad una quantità di finanziamenti mai vista prima. Guai ad abbassare la guardia, i “soliti noti” sono dietro l’angolo e hanno puntato questi soldi da lontano. Ma le parole del neo Presidente del Consiglio dei Ministri dello scorso agosto, possono farci ben sperare.

Speriamo che non ci deluda, come fatto dai suoi predecessori.

Soldi per il clima ai poveri: i Paesi ricchi gonfiano le cifre reali

soldi per il clima

Compra una borraccia riutilizzabile, cambia la caldaia, sensibilizza i tuoi conoscenti sui cambiamenti climatici. In questo modo compierai azioni doverose, encomiabili e sopratutto utili. Ciò non toglie, però, che una larga parte della soluzione alla crisi climatica non stia solo nelle nostre mani, ma anche in quelle dei leader mondiali. Questi, infatti, possono decidere di investire ingenti quantità di soldi per il clima per attutire i già devastanti effetti della crisi. Oppure possono non spenderli, occultando la loro scelta e gonfiando i dati ufficiali. È quello che hanno recentemente fatto alcune nazioni ed enti, come la Banca Mondiale, per poter risparmiare soldi e usarli per altri più comodi progetti.

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

I soldi per l’adattamento climatico

Uno dei punti previsti dagli Accordi sul Clima di Parigi era la messa a disposizione, da parte dei Paesi più benestanti verso quelli più poveri, di 100 miliardi di dollari americani all’anno. Di questi soldi, la metà sarebbero destinati alla mitigazione dei cambiamenti climatici. L’altra metà, invece, all’adattamento. Nei fatti ciò significa che 50 miliardi di dollari all’anno servirebbero alla realizzazione di progetti che aiutino i Paesi in via di sviluppo a interfacciarsi con le tragiche conseguenze del clima che cambia. Come ormai sappiamo, infatti, i Paesi più colpiti sono spesso anche quelli con meno risorse economiche, oltre che con meno responsabilità nell’innesco stesso della crisi.

Secondo le stesse Nazioni Unite, la cifra che dovrebbe essere investita per l’adattamento sarebbe già salita a 70 miliardi l’anno rispetto agli accordi del 2015. Non solo, potrebbe salire a 140-300 miliardi entro il 2030 e a 280-500 miliardi entro nel 2050. Ovviamente tutto dipende dall’efficacia, ma sopratutto dall’attuazione o meno delle misure di adattamento e prevenzione che gli Stati hanno promesso.

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Soldi per il clima gonfiati, ecco chi è stato

Di questo passo, però, non sembra che le suddette cifre possano migliorare. Un recente report della Associazione non governativa “CARE” ha messo in luce come gli Stati aderenti all’accordo di Parigi avrebbero speso soltanto 16,8 miliardi di dollari per l’adattamento, a fronte dei 50 miliardi dovuti. Alcuni di questi, poi, insieme ad altri Enti, avrebbero dichiarato di aver impegnato più soldi per progetti di adattamento di quanti ne abbiano realmente investiti. La somma non sarebbe infatti 16,8 miliardi, ma molto meno: soltanto 9,7 miliardi.

Gli Stati “colpevoli” di questa menzogna sono, secondo l’analisi di CARE, il Giappone, la Francia, la Corea e gli Stati Uniti. Gli altri enti sotto accusa, invece, sono le Banche per lo sviluppo di Asia e Africa, La Banca Mondiale e la Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali. In coda, invece, abbiamo il Fondo per l’Investimento Climatico e il Fondo Internazionale per l’Agricoltura.

Un esempio? Il Giappone ha dichiarato di aver superato i finanziamenti che gli spettavano per l’adattamento al clima di oltre 1,3 miliardi di dollari. I progetti, però, includevano 432 milioni di dollari che non erano destinati a questo scopo. La Banca Mondiale ha dichiarato 832 milioni di dollari in totale, includendo 328 milioni del progetto Earthquake Housing Reconstruction in Nepal, che prevede la costruzione di infrastrutture e abitazioni resistenti ai terremoti. Il piano, però, è una risposta a un rischio sismico non correlato ai cambiamenti climatici. Certamente si tratta di un investimento comunque legittimo, ma sottrae risorse a un’area importante quale quella della resilienza climatica.

Come è stata svolta l’indagine sui soldi per il clima

La ONG CARE ha collaborato con le società civili di Ghana, Uganda, Etiopia, Nepal, Vietnam e Filippine per investigare sulle operazioni di 112 progetti di adattamento attivi in questi Paesi. Il team di valutazione ha attentamente esaminato la documentazione dei progetti e ha condotto interviste alle persone coinvolte (lavoratori, volontari, abitanti del luogo). Da qui sono emersi tre fattori.

  • Gran parte dei finanziamenti per il clima è destinato a progetti che non hanno nulla a che fare con l’adattamento. Un esempio è Il “Nhat Tan Friendship Bridge” in Vietnam. Si tratta di un un impegno finanziario per la costruzione di un ponte che soddisfi il crescente traffico automobilistico di Hanoi. Il suddetto ponte collega il centro della città con l’aeroporto Noi Bai.
  • I donatori esagerano la componente “adattamento climatico” dei loro progetti. Naturalmente il fatto che questa componente sia in parte presente non giustifica l’inserimento di un progetto nell’insieme della resilienza climatica, se questo è pensato per soddisfare principalmente altre esigenze. Abbiamo già menzionato il caso delle abitazioni anti-sismiche in Nepal.
  • Un altro fattore che determina l’esagerazione dei dati è la segnalazione, da parte degli stati, dei prestiti a tasso di interesse fisso verso i paesi sottosviluppati. Queste concessioni sono senza condizioni (scadenze o tassi di interesse, appunto) che le rendono abbastanza vantaggiose per la Nazione che le riceve, tanto da essere considerate “aiuto pubblico allo sviluppo”. Di qui a finire dritti nella categoria “finanziamenti di adattamento” il passo è breve.
Il ponte di Nhat Tan ad Hanoi, Vietnam

La quantità dei progetti esaminati è la dimensione del campione coperto dal progetto è molto alta. Non vi è quindi motivo di credere che i risultati della ricerca non siano validi per il resto dei finanziamenti per l’adattamento riportati dai paesi ricchi. Inutile dire che questa pratica non solo toglie risorse preziose ai Paesi che subiscono le conseguenze del cambiamento climatico innescato dai Paesi ricchi. Questi soldi talvolta vengono anche utilizzati per incrementare la crisi climatica (vedi il caso del ponte per favorire il traffico in Vietnam).

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Anche l’ONU ammette la falla. Le parole di Guterres

Se a molti potrebbe sembrare un report poco credibile, forse le parole del Segretario Generale dell’ONU lo sono di più. Certo, Guterres non ha esplicitato le eventuali frodi, ma ha sottolineato il fatto che entro il 2020 gli obiettivi finanziari dell’accordo di Parigi non saranno raggiunti. Una dichiarazione quindi che stride con la millantata virtù dei Paesi che avrebbero stanziato i fondi giusti, e anche maggiori, per l’adattamento.

È chiaro che non siamo ancora arrivati all’obiettivo di 100 miliardi di dollari ha detto Guterres. E continua: “Nel 2020 questo non accadrà. Tutti i segnali che ho mi fanno pensare che nel 2020 saremo al di sotto del livello di sostegno che gli enti pubblici e privati dei Paesi sviluppati dovevano devolvere a quelli in via di sviluppo per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici”.

Nell’Adaptation gap report 2020 dell’ONU il divario tra ciò che è stato promesso e ciò che è stato invece attuato è ben esplicitato. Vi sono stati dei progressi rispetto al passato, certo. Per esempio “dal 2006 nei paesi in via di sviluppo sono stati realizzati quasi 400 progetti di adattamento. Inoltre, mentre prima i finanziamenti raramente superavano i 10 milioni di dollari, dal 2017 per 21 nuovi progetti si sono raggiunti 25 milioni. Tuttavia, delle oltre 1.700 iniziative di adattamento esaminate, solo il 3 per cento ha già registrato riduzioni reali dei rischi climatici per le comunità comunità locali“.

Come ha ribadito Guterres, è doveroso ricordare che i Paesi del G20 rappresentano l’80% dell’economia globale. Della enorme quantità di denaro da loro posseduto, quello investito in attività industriali legate ai combustibili fossili è il 50% in più rispetto a quello stanziato per l’economia verde. Questo dimostra che l’aumento dei finanziamenti per questi progetti e il termine delle menzogne non solo sarebbero eticamente importanti, ma anche e soprattutto necessari per mitigare la crisi a cui tutto il mondo sta andando incontro.

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Treno Maya, la ferrovia che minaccia la giungla

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MESSICO – Il megaprogetto Treno Maya (Tren Maya in spagnolo) è motivo di vanto per il presidente di sinistra Andrés Manuel López Obrador. Eppure, quello che è iniziato come uno dei più grandi progetti di turismo sostenibile dell’attuale presidente, diventerà l’investimento più dannoso per l’ecosistema.

Si tratta della costruzione di una linea ferroviaria di circa 950 km che collegherà i cinque stati sud-orientali del Chiapas, Tabasco, Campeche, Yucatán e Quintana Roo in un circuito turistico. L’obiettivo è quello di portare i turisti che si riversano su Cancún, Tulum e altre città costiere con le loro ricchezze all’interno della penisola dello Yucatán – che contiene alcuni degli stati più poveri del paese.

 Le rotaie dunque, promuoverebbero lo sviluppo socio-economico del sud e del sud-est del paese come anche la storia e la cultura degli indigeni ai turisti.

Con lo scoppio della pandemia COVID-19, il presidente ha colto la palla al balzo per sottolineare  l’importanza del progetto che, a suo dire, darà forte impulso all’industria del turismo in difficoltà e accelererà la ripresa del Messico dalla crisi economica.

Tuttavia, dietro queste luminose aspettative si nasconde una realtà molto pericolosa: l’impatto ambientale del treno maya è infatti disastroso.

Il Treno Maya è ”un atto di guerra” per le comunità indigene

Gli attivisti e molte comunità indigene avvertono che il treno devasterà l’ecosistema del Messico meridionale.

Anche secondo El Universal, “il progetto viene portato avanti senza considerare gli impatti ambientali che può causare”. La deforestazione è tra i motivi di maggiore preoccupazione.

Il treno attraverserà una delle foreste pluviali più importanti delle Americhe, dopo l’Amazzonia: la riserva della biosfera di Calakmul della giungla Maya. Calakmul è l’unica giungla a fusto alto di tutta la penisola dello Yucatan. Costituita da quasi 3.000 miglia quadrate di giungla è un punto focale per la biodiversità ed ospita un gioiello archeologico: l’antica città Maya di Calakmul.

Il Treno Maya deforesterà la giungla

In un rapporto presentato dal Fondo Nazionale per la Promozione del Turismo (Fonatur) emerge che il 24% dell’area interessata dalla costruzione della ferrovia fa parte proprio della giungla maya. In quest’area, più di 10.000 alberi saranno tagliati per fare spazio alle rotaie.

La deforestazione su larga scala ha già interessato quest’area, oltre che tutto il paese. Secondo uno studio del 2017 del “Center for Social Studies and Public Opinion”, circa il 90-95 per cento del Paese è già stato deforestato, collocando il Messico accanto ad Haiti ed El Salvador come uno dei Paesi con la più grande perdita di alberi al mondo.

In particolare, negli ultimi 20 anni, le foreste tropicali della penisola dello Yucatán, le foreste tropicali sono state rase al suolo per fare spazio agli allevamenti industriali di maiali e ai campi di soia e di palma da olio, secondo Greenpeace Messico.

Oltre al treno passeggeri, il governo prevede di utilizzare i binari per il trasporto di merci. Il timore è che la ferrovia incentivi una maggiore produzione di merci – soprattutto olio di palma e soia. Questi prodotti derivano, come già sottolineato, da pratiche agricole insostenibili che già provocano la deforestazione della zona.

La ferrovia minaccia anche la flora della giungla. Lo Yucatán è un habitat molto importante per il giaguaro ed ospita cinque specie in via d’estinzione.

Infine, nella valutazione di impatto ambientale (MIA) viene riportato che il treno è alimentato a gasolio, uno dei combustibili fossili più dannosi per l’ambiente.

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Un’altra Cancùn?

 Inoltre, il turismo di massa aggreverà gli impatti del cambiamento climatico come già successo nelle località di Cancùn e Tulum.

Dal 2011 al 2012 il numero di turisti a Cancùn è aumentato del 16,9% e ha continuato a crescere tra il 2% e il 5% annuo da allora fino al 2017.

Uno dei tanti esempi degli effetti dell’overturism in quest’area è la morte del 30% del corallo in un parco della barriera corallina di Quintana Roo avvenuta in poco più di quattro mesi a causa del riscaldamento delle acque.

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Il treno maya è un esempio dei megaprogetti che, insieme alla costruzione di beni immobili, stanno trasformando la penisola dello Yucatán e sono problematici. E’ quello che afferma Casandra Reyes García, biologa del Centro di Ricerca Scientifica dello Yucatán e coautore dello studio “Mayan Train”: Perché i biologi sono così preoccupati?”, Essi  includono anche progetti destinati alla transizione energetica verso l’energia eolica e solare.

Il Treno Maya come emblema di sviluppo insostenibile

Se fossero ben sviluppati, tutti questi progetti potrebbero davvero giovare alla popolazione. “Tuttavia, quello che stiamo vedendo è che questi progetti sono realizzati su aree che un tempo erano giungle: dunque richiedono la rimozione di uno strato di alberi e l’eliminazione di 10 centimetri di terreno”, ha sottolineato Reyes.

Un tempo considerato leader nell’azione per il clima tra i Paesi a basso e medio reddito, il Messico sta ora scommettendo su una serie di progetti infrastrutturali costosi dal punto di vista ambientale per dare impulso allo sviluppo e rilanciare l’economia. Quest’approccio è emblematico di una delle maggiori ideologie alla base della distruzione dell’ambiente: l’idea che lo sviluppo sia unilateralmente destinato alla crescita economica. Alla luce di ciò, ci si sente dunque giustificati a fare letteralmente terra bruciata tutt’intorno. Una tale prospettiva a breve termine che consideri ancora ambiente e sviluppo come due facce di una diversa medaglia è inconcepibile ed insostenibile.

Norvegia: la sentenza della Corte Suprema favorisce i petrolieri

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Qualche settimana fa, in occasione di una collaborazione con gli amici di Kritica Economica, avevamo già parlato di Norvegia e di come gli ambientalisti locali – e non solo – avevano portato di fronte alla Corte Suprema la questione delle esplorazioni petrolifere nel mar Artico, in acque statali. In data 4 novembre 2020, il massimo organo giudiziario del paese scandinavo aveva preso in esame i ricorsi di numerosi gruppi ambientalisti. Questi contestano infatti da tempo la strategia economica norvegese che punta fortissimo sul fossile, in particolar modo sul petrolio, sepolto in grande quantità sotto il mar Artico. Per il 23 dicembre si attendeva un pronunciamento della Corte Suprema su future concessioni esplorative. Gli ambientalisti erano ottimisti sull’esito della sentenza e contavano che l’organo giudiziario si sarebbe schierato dalla loro parte, limitando o addirittura cancellando la possibilità di future esplorazioni petrolifere. È avvenuto esattamente il contrario.

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Una piattaforma petrolifera in mare nel Nord Europa. Foto: Thomas G./ Pixabay

Il verdetto della Corte

La Norvegia ha ogni diritto di moltiplicare le trivelle in Artico e di espandere licenze e operazioni. Non lascia spazio a fraintendimenti la sentenza della Corte Suprema del paese scandinavo. Si sono così gelati – e non a causa del rigido clime norvegese di dicembre – gli animi di Greenpeace Norway e Nature and Youth, le due principali associazioni ambientaliste coinvolte in questa lotta, i due gruppi che più di tutti avevano spinto per una decisione in tribunale.

L’approfondimento video di Euronews sulla vicenda.

Tutto era nato qualche anno fa, a cavallo tra 2015 e 2016. Equinor e altre compagnie che, come lei, operano nel settore del petrolio si erano aggiudicate un’asta governativa per l’assegnazione delle licenze dei prossimi anni. Gli ambientalisti si erano subito attivati. Tale asta avrebbe violato la costituzione norvegese – la quale ha un articolo che tutela l’ambiente e ordina di preservarlo a vantaggio delle generazioni future – e sarebbe andata contro le risoluzioni della Conferenza di Parigi, la quale, all’epoca, era storia fresca seppure oggi, oltre 5 anni dopo, sembra che chiunque se ne sia dimenticato. Quasi nessuno tra gli Stati firmatari, infatti, è al passo con gli impegni presi per mantenere sotto controllo il surriscaldamento globale.

Gli argomenti ambientalisti sono stati integralmente rigettati dalla Corte. All’interno dell’organismo, che si compone di 14 giudici totali, 11 si sono schierati con il governo. Oslo può tranquillamente continuare ad estrarre idrocarburi. Esplorazione ed estrazione petrolifera, secondo la Corte, non entrano in diretto conflitto con il diritto a godere di un ambiente pulito. L’esecutivo non può essere ritenuto responsabile delle emissioni causate dall’esportazione di petrolio.

L’economia della Norvegia

Le argomentazioni della Corte Suprema possono trovare in disaccordo numerosi tra i lettori. Esse appaiono come una forzatura, un cieco meccanismo per giustificare altro sfruttamento ambientale. Dal punto di vista ambientalista, è proprio così. Dobbiamo però indossare gli stessi occhiali dei giudici della Corte Suprema se vogliamo comprendere le motivazioni del loro verdetto. Nuovamente, ci troviamo su quel territorio di confine che divide economia ed ecologia, PIL ed ambiente. Non ci dobbiamo stupire se, ancora una volta, si è scelta la lobby.

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Caratteristico porto norvegese. Si notano barche, la caratteristica architettura nordica e… un silos per lo stoccaggio del petrolio. Il settore del fossile è il principale per l’economia norvegese. Foto: Pixabay

La Norvegia è il maggior produttore di petrolio dell’Europa occidentale. Ogni giorno estrae circa 4 milioni di barili di petrolio equivalente. La politica energetica ed ambientale del governo ha inevitabilmente molto a cuore questo settore, il quale è il principale per l’economia locale. La speranza delle associazioni che avevano firmato i ricorsi era quella di riuscire ad imbrigliare Oslo e le sue politiche a riguardo. Greenpeace e Nature and Youth si erano concentrate su 10 licenze, sperando di creare un precedente valido anche per ogni altra autorizzazione. La Corte Suprema ha però dato loro torto.

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Le reazioni degli ambientalisti

Si tratta di una grave sconfitta per le associazioni ambientaliste che si erano battute per questa vicenda e, in definitiva, per l’intero Pianeta. Natur og Ungdom, norvegese per Nature and Youth, natura e gioventù, se l’è presa molto, in seguito alla sentenza. In un tweet al veleno non ha risparmiato accuse, neppure troppo velate, al governo della Norvegia.

https://twitter.com/NaturogUngdom/status/1341312299341066241?s=20

Il loro messaggio in italiano suona più o meno così: “Ai giovani di oggi manca una protezione giuridica fondamentale. Che li protegga da quei danni ambientali che mettono a repentaglio il nostro futuro. Abbiamo un messaggio per i giovani e tutti gli altri a cui importa: le elezioni arriveranno presto.” Il riferimento alle urne non esprime solo la speranza che un governo diverso si dimostri più attento all’ambiente, è anche un preciso rimando alla sentenza. Tra le varie motivazioni portate dai giudici a giustificazione del diritto governativo di procedere con le licenze, una è politica. Le toghe hanno infatti inserito un passaggio che rimanda alle posizioni espresse dai deputati in parlamento. Secondo quanto scrivono i giudici della Corte Suprema, infatti, un’ampia maggioranza parlamentare ha ripetutamente respinto le proposte per porre fine all’estrazione di petrolio.

Torniamo al ragionamento di partenza, con cui abbiamo aperto il paragrafo. Gli interessi economici sono troppo vasti, troppo importanti per sacrificarli sull’altare della lotta ambientale. Una volta in più, ci si rifiuta di riconoscere il cambiamento climatico come la sfida più importante del nostro tempo. Di nuovo, si pone l’economia sul più alto gradino decisionale.

La Norvegia e il suo petrolio

Il governo norvegese, naturalmente, ha espresso soddisfazione dopo la sentenza della Corte Suprema. Le associazioni ambientaliste, invece, hanno parlato di danni incalcolabili per il futuro. “Fa davvero male al cuore. Non perché abbiamo perso ma per le conseguenze che ci troveremo a pagare.” È il pensiero di Frode Pleym, responsabile di Greenpeace Norway. “Questa sentenza stabilisce, in sostanza, che i politici possono privarci di un ambiente vivibile.” Ha affermato Therese Hugstmyr Woie di Nature and Youth.

La Corte Suprema, nel prender questa decisione, non ha neppure tenuto conto della volontà popolare. La stessa Greenpeace, infatti, aveva proposto un sondaggio ai norvegesi prima che il tribunale prendesse una decisione. Da esso, era emerso come la maggior parte della popolazione del Paese scandinavo preferisse porre fine, una volta per tutte, allo sfruttamento petrolifero del Mar Artico. La decisione si deve alla sensibilità climatica degli abitanti. Il loro governo, però, ha scelto di non dar loro ascolto e lo stesso ha fatto la Corte Suprema.

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