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Overfishing: UE accusata di ipocrisia e neocolonialismo

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L’Unione Europea è il maggiore responsabile dei prelievi di tonno pinna gialla nell’Oceano Indiano, una specie gravemente minacciata dall’overfishing. Tuttavia, i danni causati da parte dell’Unione Europea non riguardano solamente gli stock di tonno. L’overfishing minaccia anche l’economia di quei paesi in via di sviluppo che si affacciano su questo oceano. Questa settimana si terrà una riunione straordinaria dell’Indian Ocean Tuna Commission (IOTC), l’organismo di regolamentazione incaricato della gestione degli stock di tonno. In vista di quest’ incontro, la denuncia delle politiche dell’UE definite ipocrite e neocoloniali arriva forte e chiara da alcuni degli stati le cui economie dipendono direttamente dall’Oceano Indiano..

Leggi anche: Overfishing e pesca sostenibile: guida al consumo di pesce – L’Ecopost

Distruzione dei mari: una scelta consapevole e pericolosa (lecopost.it)

UE ed overfishing nell’Oceano Indiano

I paesi dell’UE – principalmente Spagna e Francia – gestiscono una flotta di 43 navi che portano avanti una pesca non sostenibile lontano da casa. Nel 2019 questi pescherecci hanno pescato 70.000 tonnellate di tonno. La somma supera quella degli stati costieri dell’Oceano Indiano quali l’Iran (58.000 tonnellate), lo Sri Lanka e le Maldive (44.000 tonnellate ciascuno).

Le navi dell’UE sono i principali utilizzatori di “sistemi di aggregazione di pesci” (fish aggregating devicesFADs). L’obiettivo di questi dispositivi artificiali è facilitare il raggruppamento di grandi banchi di tonni in una determinata zona. Essi sono solitamente semplici strutture costituite da una parte galleggiante e da una parte sottomarina. La conseguenza dell’utilizzo di tali strumenti è la cattura di esemplari giovanili non ancora maturi: questo incide sui tassi di riproduzione della specie.

Critiche e preoccupazioni per le conseguenze dell’overfishing

Le proposte presentate dall’UE per ridurre l’overfishing in vista della riunione dell’IOTC hanno alzato un polverone di critiche e malcontenti. Il piano di Bruxelles per la pesca sostenibile infatti comprende misure che porterebbero ad una riduzione del pescato del 6% nel 2021 rispetto ai livelli del 2014. Un taglio misero. Una forte reazione arriva dalle Maldive, la cui proposta comporterebbe una riduzione del 14%. Per questo paese la pesca è il settore economico più promettente: circa il 20% della forza lavoro delle Maldive infatti è coinvolta in questa attività, praticata principalmente con lenze e canne piuttosto che con grandi reti.

Adam Ziyad , direttore generale del ministero della pesca delle Maldive e vicepresidente della IOTC  ha definito le proposte dell’Ue come fasulle. Queste misure infatti non si avvicinano neanche lontanamente ai livelli di riduzione richiesti per garantire la conservazione degli stock ittici. Zyad sottolinea il disinteresse degli stati europei nel promuovere una collaborazione con gli stati costieri per una migliore gestione delle risorse ittiche. Questa è urgente e necessaria anche e soprattutto per proteggere gli interessi delle future generazioni di queste aree.

Nirmal Shah, ex presidente della Seychelles Fishing Authority e ora amministratore delegato di Nature Seychelles, ha descritto la proposta dell’UE come una “tattica dilatoria”.

“L’UE è ipocrita ad andare in giro a parlare di overfishing. È una situazione neocoloniale”

Necessità di usare strumenti sostenibili

Né l’Europa né le Maldive hanno proposto di limitare l’utilizzo dei FADs, additati dalle ONG come pratiche determinanti per il collasso degli stock ittici. Sono stati dunque il Kenya e lo Sri Lanka a presentare una proposta separata per farlo.

Stephen Ndegwa, assistente direttore della pesca al ministero dell’agricoltura del Kenya ha ribadito che saranno gli stati costieri e le loro future generazioni a soffrire dell’esaurimento delle risorse ittiche.

“I pescherecci stranieri, come quelli dell’UE, si sposteranno in altri oceani, ma noi non saremo in grado di spostarci e rimarremo bloccati senza risorse“.

La reazione delle ONG

Secondo la Global Tuna Alliance (GTA), un ente indipendente che rappresenta le marche che commercializzano tonno, sarebbe preferibile ridurre il pescato non del 6% ma del 20%. Se è vero che le misure proposte dalle Maldive sono più vicine a questo obiettivo, GTA sottolinea che anch’esse non sono “proporzionate o eque”. Infatti, si focalizzano sulla riduzione dell’utilizzo di pescherecci a circuizione, un tipo di pesca che non è generalmente praticato dai pescatori delle Maldive. Sembra essere dunque un tentativo di modellare la proposta per tutelare i propri interessi, andando a incidere più sulle tecniche di pesca usate dai competitor che sulle proprie.

Inoltre, queste stesse misure vengono definite come “il minimo indispensabile” in una lettera ai capi delegazione dell’IOTC cofirmata da gruppi come il World Wildlife Fund e la Blue Marine Foundation.

Greenpeace ha sottolineato che nessuna delle due proposte è sufficiente a ricostruire la popolazione del tonno ed ha descritto quella l’europea come “oltraggiosa e iniqua”.

In risposta alle critiche, un funzionario dell’UE ha dichiarato che quest’ultima ha fortemente sostenuto la ricostituzione degli stock. Inoltre, è stata “determinante” nella decisione della IOTC di convocare una sessione speciale.

La proposta di Bruxelles viene poi difesa come “ambiziosa ma realistica”. Questa infatti sosterrebbe l’obbligo di ridurre le catture per tutte le flotte, indipendentemente dalle loro dimensioni, in modo giusto ed equo.

Quello che emerge comunque, è l’immagine di un’Europa irresponsabile, priva di lungimiranza, che cela dietro dichiarazioni altisonanti di facciata meri interessi economici. Soprattutto, è un’Europa che contribuisce a perpetuare una delle più gravi pratiche che minacciano la salute degli oceani: l’overfishing.

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di Miriam Santoro
Mar 11, 2021
Nata nel 1998 in provincia di Frosinone, consegue la laurea in ”Comparative, European and International Legal Studies” presso l’Università di Trento a pieni voti. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale ”Law and Sustainable Development” con una specializzazione in diritto dell’ambiente presso l’Università Statale di Milano. Da sempre appassionata di scrittura, si avvicina al mondo del giornalismo grazie ad un tirocinio presso ”OBC Transeuropa” (un think tank che si occupa di sud-est Europa). Viene quindi selezionata per una campagna di sensibilizzazione promossa dall’UNDP, ”Young Environmental Journalist campaign -2020″ e frequenta il corso di giornalismo ambientale di inchiesta promosso dal ”Centro Documentazione Conflitti Ambientali” e dall’associazione ”A Sud”. Durante gli studi si appassiona alla tematica ambientale e diviene consapevole che la protezione dell’ambiente è l’ambito che più di tutti richiede il suo urgente, seppur piccolo, contributo. Crede nel diritto e nella corretta informazione, i suoi strumenti per poter fare la sua parte nella salvaguardia del pianeta e nello sviluppo di una società più sostenibile.

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