Gli oceani sono uno dei componenti essenziali della vita sulla terra. Senza acqua, infatti, il mondo come noi lo conosciamo non esisterebbe e noi con lui.
Le attività umane stanno danneggiando questa preziosa risorsa naturale e l’inquinamento è uno dei fattori di maggiore rischio. L’uomo infatti riversa nei mari plastica e sostanze nocive che ne uccidono la biodiversità. Anche l’anidride carbonica presente nell’aria acidifica l’acqua e provoca l’estinzione di specie che stanno alla base della catena alimentare oltre che i coralli, habitat di molti organismi. Inoltre l’acidificazione dei mari minaccia la sicurezza alimentare di milioni di persone che dipendono dai frutti di mare, oltre al turismo e ad altre economie legate all’oceano.
Il riscaldamento globale provoca lo scioglimento dei ghiacci, l’alterazione della temperatura marina e delle correnti e, quindi, le catastrofi naturali.
Infine, l’utilizzo eccessivo di acqua per i nostri bisogni igienici, per le coltivazioni e gli allevamenti riduce la presenza complessiva di acqua sul pianeta.
Negli ultimi giorni è divenuta popolare la notizia di un capodoglio, “Furia”, completamente intrappolato in una spadara (rete illegale in molti paesi) nei pressi delle isole Eolie. Non è la prima volta che notizie del genere giungono alle orecchie della stampa nazionale e mondiale; le reti da pesca abbandonate, perse o illegali ogni anno mietono migliaia di vittime negli oceani e prendono il nome di ghost net.
Ghost net, cosa sono?
Per ghost net, o reti fantasma, si intendono tutte quelle reti andate perse o lasciate in mare perchè danneggiate durante le battute di pesca. Quasi invisibili nella penombra, possono essere lasciate aggrovigliate su una scogliera o alla deriva in mare aperto. Possono intrappolare pesci di varie dimensioni, mammiferi, uccelli e altre creature, incluso l’occasionale subacqueo.
Furia, il capodoglio imprigionato in una spadara nel pressi delle isole Eolie. Le ghost net mietono vittime di tutte le dimensioni. Crediti: Carmelo Isgrò
Le reti impediscono il movimento, causando fame, lacerazioni cutanee, infezioni e soffocamento in coloro che devono tornare in superficie per respirare.
Alcuni pescatori usano reti da posta; queste sono sospese nel mare grazie a boe di galleggiamento lungo un bordo. In questo modo formano una parete della morte verticale lunga centinaia di metri, dove è possibile catturare qualsiasi tipo di animale, indiscriminatamente, in base alle sue dimensioni.
Reti da posta
Se le reti non vengono recuperate in tempo rischiano di dar vita ad un ciclo infinito: difatti, una volta piene, affondano a causa dell’eccessivo carico, avendo superato la capacità di galleggiamento delle boe, e dopo essersi depositate sul fondale il pesce diviene una risorsa per animali bentonici come i crostacei. Una volta alleggerito il carico, i galleggianti sollevano nuovamente la rete e il ciclo continua.
I pescatori spesso abbandonano le reti logore perché è il modo più semplice per sbarazzarsene. Si stima che l’equipaggiamento fantasma rappresenti il 10% (640.000 tonnellate) di tutti i rifiuti marini.
Bycatch
Ovunque vi sia la pesca, esiste una cattura accidentale, detta bycatch, di specie non bersaglio, ovvero non di interesse commerciale, come i delfini, le tartarughe e gli uccelli marini.
Le attuali attrezzature da pesca, spesso quasi invisibili ed estremamente efficienti, catturano le specie di pesci desiderate così come qualsiasi altra cosa sul proprio cammino. Una quantità immensa di biodiversità marina, tra cui molti organismi giovani, viene trasportata con il pescato e poi scartata in mare morta o morente.
Bycatch: tonnellate di pesce catturato involontariamente dalle reti vengono gettate in mare ogni anno.
I leader del settore della pesca comprendono sempre più la necessità di ridurre questo fenomeno. Esistono soluzioni comprovate, come la modifica degli attrezzi da pesca in modo che un numero minore di specie non bersaglio sia catturato o possa sfuggire. In molti casi, queste modifiche sono semplici ed economiche e spesso provengono dagli stessi pescatori.
Nonostante le nuove tecnologie e il riconoscimento del problema da parte dell’industria ittica, le catture accidentali rappresentano ancora un grave problema. Non solo provocano morti e lesioni perenni, ma i metodi di pesca possono essere dannosi per gli ambienti marini in cui vengono impiegati.
Healthy Seas opera nel Regno Unito, in Italia, in Grecia, nei Paesi Bassi e in Belgio. In cinque anni, con la collaborazione di subacquei volontari e pescatori, ha raccolto oltre 375 tonnellate di reti da pesca, l’equivalente del peso di 2 balenottere azzurre.
Crediti: Econyl
Una volta recuperate, le reti da pesca vengono ripulite ed inviate all’azienda Aquafil che si occupa di trasformarle in nylon rigenerato ECONYL®, il nylon riciclabile all’infinito. Il progetto, realizzato inoltre in collaborazione con la Capitaneria e il Comune di Lipari, interessa i diving e pescatori locali che sono direttamente coinvolti nel recupero delle reti.
Questa iniziativa raggiunge anche le scuole; gli studenti hanno l’opportunità di incontrare i subacquei e toccare con mano il problema dei rifiuti marini, approfondendo il tema dell’economia circolare e dell’inquinamento da plastiche. Tale iniziativa ha l’obiettivo di contribuire alla sensibilizzazione e responsabilizzazione della comunità locale verso la salvaguardia dell’ambiente marino (aree marine protette etc.).
Molti brand di fama mondiale, come Gucci, hanno iniziato ad avvicinarsi a questo genere di filato 100% derivato da reti e plastiche raccolte negli oceani.
Un piccolo passo che, unito a sensibilizzazione ed istruzione, potrà fare la differenza per la salvaguardia degli oceani ed attuare un reale cambiamento nel futuro di tutti noi.
Nemmeno l’epidemia da covid-19, che ha colpito e messo in ginocchio il mondo intero, ha impedito il massacro di globicefali e delfini che ogni anno si consuma alle isole Fær Øer. Una pratica secolare che, al mondo d’oggi, non trova giustificazione e, soprattutto, rischia di arrecare seri danni alla salute della popolazione locale. La causa? Il mercurio.
Grindadràp: cos’è?
La caccia alle balene, o Grindadràp, alle isole Fær Øer è praticata fin dal 1584. Un tempo utilizzata come fonte di cibo e denaro, in una regione arsa dal vento e dalle condizioni climatiche avverse, ad oggi è considerata dai molti inutile ed una mera barbarie, perpetrata a discapito di specie già di per sé ampiamente stressate dall’impatto antropico.
Nel periodo estivo a cavallo tra giugno e settembre le meravigliose acque di alcune baie locali si tingono di rosso. I cetacei presi di mira dalla Grindadràp sono i Globicefali (Globicephala melas), animali sociali, come i delfini, nei quali vi è una forte coesione all’interno dei pod (“branchi”).
Globicefalo. Foto di Barney Moss
La caccia si svolge in vari passaggi: avvistamento, inseguimento, spiaggiamento, uccisione e lavorazione.
Gli elementi che costituiscono la caccia alla balena sono ami, funi e strumenti per la misurazione delle balene. Quando i cacciatori avvistano una balena hanno la possibilità di spostarla solo se questa è in prossimità di fiordi e baie.
Per condurre il branco di balene verso la riva, le barche formano un semicerchio. Al segnale del caposquadra del gruppo di cacciatori, delle pietre vengono lanciate nell’acqua dietro il branco. I rumori spingono i pod a dirigersi nella direzione opposta al frastuono, la spiaggia. Lo spostamento di un branco di cetacei deve sempre avvenire sotto la supervisione di un’autorità del luogo.
Dopo aver arenato le balene sulla spiaggia comincia una vera lotta a mani nude, carica di violenza, alla quale interi villaggi e turisti assistono emozionati, spesso con i bambini in prima fila. I cacciatori, dopo aver arpionato l’animale dallo sfiatatoio, tagliano il dorso delle prede presso la spina dorsale con uno speciale coltello. Questo è considerato il miglior modo per uccidere l’esemplare, perché induce una morte “rapida”. Naturalmente non è quasi mai così.
Negli ultimi anni si è cercato di spiegare agli abitanti delle isole il concetto di bioaccumulo delle sostanze tossiche come il mercurio nei tessuti degli animali all’apice della catena alimentare. Neppure il timore di malformazioni e degenerazioni del sistema nervoso hanno rallentato o scoraggiato questa pratica, la quale continua ad essere perpetrata.
La prima mattanza del 2020
Il capitano Paul Watson, il fondatore di Sea Sheperd, il 16 luglio ha denunciato la ripresa della caccia alle balene in queste isole. L’ultima Grindadràp risale all’agosto 2019, durante la quale vennero massacrati un centinaio di globicefali.
La notizia pubblicata dal Capitano Paul Watson, fondatore della Sea Shepherd Conservation Society.
Questa volta il numero è pari a 252 Globicefali e 35 delfini bianchi.
Il ruolo dell’Europa?
Le isole Fær Øer non fanno parte dell’Unione Europea, bensì del Regno di Danimarca. Ottennero l’autonomia nel 1948 e nel corso degli anni hanno acquisito il controllo su quasi tutte le questioni di politica interna, come la gestione della caccia ai cetacei. Non hanno però il controllo dell difesa e gli affari esteri, Con l’eccezione di una piccola forza di polizia e guardia costiera. La forza militare organizzata rimane responsabilità della Danimarca.
L’Europa ha una legislazione rigorosa per la protezione di tutti i cetacei, ma purtroppo le Isole Fær Øer non fanno parte di quest’ultima, quindi il diritto comunitario lì non è applicabile. La Convenzione di Bonn, la Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (CITES) e la Convenzione sulla conservazione della vita selvatica e dell’ambiente naturale europea (Convenzione di Berna) non si applicano alle Isole Fær Øer.
La caccia alle balene pilota (ed altri cetacei) è legale nelle Isole Fær Øer e la Commissione europea ha limitate possibilità di intervenire direttamente e non ha identificato alcuna legge comunitaria che potrebbe essere stata violata dalle attività svolte nelle Isole dalla marina e dalla polizia della Royal Danish in relazione a questa caccia.
Non solo alle Fær Øer
Al mondo, purtroppo, certe mattanze sono all’ordine del giorno e avvengono in molti Paesi.
Per esempio a Taiji, in Giappone, vi è una baia nella quale in certi periodi dell’anno avviene la medesima mattanza. La tecnica di caccia è molto simile, ma i cetacei sono diversi. Ogni anno vengono brutalmente massacrati centinaia di delfini; coloro che non vengono arpionati sono destinati ad una sorte forse ben peggiore: i delfinari.
Nel lontano 2008 era stata redatta dall’UE una Direttiva il cui obiettivo era quello di raggiungere un “Buono Status Ambientale delle acque” entro il 2020. Nel 2020, però, la situazione è ancora problematica e gli obiettivi per la riduzione dell’inquinamento del mare sono stati rimandati al 2030.
Mancato obiettivo per limitare l’inquinamento del mare
L’ambiente marino è un patrimonio prezioso che deve essere protetto, preservato e, ove possibile, ripristinato.L’obiettivo finale è quello di mantenere la biodiversità e far sì che oceani e mari siano puliti, sani e produttivi. Queste le esatte parole della lunghissima direttiva del 2008, i cui obiettivi non sono ovviamente ancora stati raggiunti.
Il punto 29 cita l’anno 2020, allora probabilmente visto come appartenente a un futuro lontano anni luce, data la poca tempestività con la quale sono state attuate le misure atte a contenere il riscaldamento climatico. Gli stati membri dovrebbero prendere le misure necessarie per raggiungere e mantenere un buono status ambientale del mare. Anche se dovrebbe essere riconosciuto che questo obiettivo non potrà essere raggiunto prima del 2020.
Un quadro contrastante
Alcuni progressi, certo, sono stati fatti. A tal proposito si possono leggere alcuni dati nella relazione dell’Agenzia Europea per l’Ambiente sugli ecosistemi marini europei (giugno 2020). Alcuni ecosistemi marini sono in recupero a causa di significativi, spesso decennali, sforzi per ridurre gli impatti ambientali delle attività umane. Lo stato di qualità dei mari europei dipinge però un quadro dai colori contrastanti. Se infatti alcune specie mostrano segni di ripresa (le aquile dalla coda bianca nel Mar Baltico sono in crescita), nell’Oceano Artico norvegese, nel Grande Mare del Nord e nel Mar Celtico, negli ultimi 25 anni si è registrato un calo del 20% degli uccelli marini.
La pesca intensiva è diminuita nell’Atlantico nord-orientale e nel Mar Baltico, ma il Mar Mediterraneo e il Mar Nero rimangono fortemente sovrasfruttati. Mentre le norme UE che regolano le sostanze chimiche hanno portato a una riduzione dei contaminanti, si registra un aumento dell’accumulo di plastica e di residui chimici nella maggior parte delle specie marine.
L’ecosistema del Mediterraneo è tuttora tra i più ricchi al mondo, con 17mila specie, ma solo il 6,1% dei suoi stock ittici è pescato in modo sostenibile e solo il 12,7% della sua area non riscontra problemi di inquinamento (ANSA)
Il danno dell’inquinamento del mare può essere irreversibile
La relazione dell’ AEA, quindi, più che una celebrazione dei pochi successi ottenuti, costituisce un monito. Stiamo infatti esaurendo il tempo a disposizione per invertire decenni di incuria ed uso improprio delle risorse del mare. Il danno ai mari può infatti essere irreversibile. Alcune delle cause sono l’inquinamento dei mari e quindi l’alterazione chimico-fisica delle acqua, ma anche il riscaldamento globale che comporta l’acidificazione degli oceani, la scomparsa dei coralli, la formazione di enormi zone morte, senza più alcun barlume di vita.
Ma il danno i mari non comporta soltanto, come si potrebbe pensare, l’estinzione di qualche piccolo mollusco invisibile all’occhio umano. Vi sono conseguenze dirette anche sulle popolazioni europee. Le condizioni dei mari determinano infatti la loro capacità di fornire ossigeno, cibo, un clima abitabile e materie prime, oltre che a sostenere le attività ricreative e la salute. In grande scala, poi, tale situazione ha ripercussioni sulla qualità della vita, sui mezzi di sostentamento e sull’economia.
La speranza resta (almeno fino al 2030)
Gli autori dello studio sono speranzosi che entro il 2030 la situazione dei mari possa migliorare drasticamente. Abbiamo ancora una possibilità di ripristinare gli ecosistemi marini se agiamo in modo deciso e coerente e realizziamo un equilibrio sostenibile tra il modo in cui utilizziamo i mari e il nostro impatto sull’ambiente marino. Così ha affermato Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’AEA.
Questa relazione è infatti un’ulteriore spinta per gli Stati Membri ad agire a favore dei mari del continente. La Commissione ha inoltre prodotto una serie di criteri dettagliati e standard metodologici per aiutare gli Stati membri ad attuare la direttiva sui mari. Alcuni esempi pratici? Ridurre la pesca eccessiva e le pratiche di pesca non sostenibili, ridurre i rifiuti di plastica, i nutrienti in eccesso, il rumore subacqueo e tutti gli altri tipi di inquinamento dei mari. Insieme alla nuova strategia dell’UE sulla biodiversità per il 2030, tra i cui i obiettivi vi è quello di rendere almeno il 30% dei mari una zona protetta, e al Green Deal europeo si dovrebbe poter raggiungere gli obiettivi originari entro il 2030.
La puntata de “I Fatti Vostri” andata in onda sulla Rai il 12 giugno 2020 trasmette un messaggio sbagliato e irrispettoso per chiunque cerchi di combattere la crisi climatica e fare qualcosa di buono per il pianeta e per gli altri.
La plastica inquina i mari e la Rai non lo sa?
In particolare, durante gli ultimi 6 minuti, va in onda un servizio che riguarda una ragazza che ha l’abitudine di gettare tutti gli anni in mare una bottiglia di plastica con al suo interno alcuni messaggi di speranza. Questa bottiglia è stata poi trovata da un volontario di ReTake Mola, un’associazione che si occupa di preservare la bellezza del territorio di Mola di Bari.
Lungi da noi mettere alla gogna pubblica questa ragazza, che sicuramente non aveva idea del danno che apporta all’oceano gettando una bottiglia di plastica in mare, la colpa maggiore è della Rai. La più famosa rete televisiva italiana, infatti, dovrebbe avere tutte le informazioni necessarie riguardo a questo argomento, ma del problema dell’inquinamento del mare non fa cenno. Anzi, quasi idolatra la ragazza, con il rischio di influenzare altre persone a fare lo stesso.
La plastica biodegrdabile è comunque dannosa
Invece, la presentatrice pensa bene di fare ricorso a una bottiglia di plastica biodegradabile e di gettarla in mare, facendo quindi passare il messaggio sbagliatissimo che gettare oggetti biodegradabile in mare non sia un’azione altrettanto deplorevole.
La bottiglia di plastica biodegradabile che la presentatrice ha gettato è infatti composta di amido di mais, il quale per biodegradarsi impiega dai 6 mesi all’anno e mezzo. Un mozzicone di sigaretta ci mette un anno. Quindi possiamo dire che una presentatrice Rai ha gettato un mozzicone di sigaretta nel mare in diretta nazionale davanti a un volontario che si occupa di pulire il mare e le spiagge dai rifiuti.
A voi giudicare questo episodio. Noi siamo sconcertati e speriamo che con questo video possiamo fornire qualche informazione in più riguardo al problema della plastica in mare.
Secondo la ricerca Rebuilding marine life, pubblicata il 1° aprile 2020 sulla rivista scientifica Nature, sarebbe possibile recuperare gli oceani entro il 2050. Permettere il ripristino della vita marina rappresenta una grande sfida per l’umanità; un obbligo etico ed, economicamente, una scelta intelligente per il raggiungimento di un futuro sostenibile.
Qualche dato sugli oceani
L’oceano copre i 3/4 della superficie terrestre e rappresenta il 99% dello spazio vitale del pianeta in volume; contiene circa 200.000 specie identificate, molte delle quali minacciate di estinzione, ma i numeri effettivi potrebbero trovarsi a milioni. Circa il 40% dell’oceano è pesantemente colpito dall’inquinamento, dal depauperamento delle risorse ittiche, dalla perdita di habitat costieri e da altre attività antropiche.
Anemoni di mare. Molte regioni bentoniche dei nostri oceani ospitano questi affascinanti animali .
Attualmente, almeno 1/3 degli stock ittici è sovra sfruttato ed 1/3 degli habitat marini vulnerabili completamente perso. Una buona parte dell’oceano costiero soffre di eutrofizzazione, riduzione dell’ossigeno ed è stressato dal riscaldamento delle acque. Gli oceani assorbono anche circa i 2/3 dell’anidride carbonica prodotta dall’uomo; inoltre, stiamo assistendo ad un aumento del 26% dell’acidificazione degli oceani dall’inizio della rivoluzione industriale.
L’acqua piovana, l’acqua potabile e il clima sono tutti regolati dalle temperature e dalle correnti dell’oceano. Il 20% delle barriere coralline è distrutto ed un altro 24% è a rischio di collasso. Circa 1 mln di uccelli marini, 100.000 mammiferi marini e annualmente un numero sconosciuto di pesci viene ferito o muore, a causa delle attività umane.
L’inquinamento da plastiche è divenuto ormai un problema mondiale; si stima che circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica entrino globalmente negli oceani ogni anno. Più di 3 miliardi di persone dipendono dalla biodiversità marina e costiera per il proprio sostentamento. Il valore di mercato delle risorse e delle industrie marine e costiere è stimato a 3 trilioni di dollari all’anno; circa il 5% del PIL globale.
Ricordando l’obiettivo 14: vita sott’acqua
Il 25 settembre del 2015 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, composta da 17 obiettivi; il 14° afferma che si debba “preservare e usare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine per lo sviluppo sostenibile”. Il raggiungimento di questo obiettivo richiederà la ricostruzione dei sistemi marini, i quali offrono numerosi benefici alla società.
Una drastica riduzione delle popolazioni di predatori, come gli squali, può squilibrare fortemente gli ecosistemi degli oceani.
Nella ricerca pubblicata su Nature si documenta il recupero di molte popolazioni marine, habitat ed ecosistemi a seguito di interventi di conservazione negli anni passati. I tassi di ripresa suggeriscono che entro il 2050 si potrebbe raggiungere un sostanziale recupero dell’abbondanza, della struttura e della funzione della vita negli oceani; sempre se le pressioni maggiori, incluso il cambiamento climatico, saranno mitigate.
Il conflitto tra la crescente dipendenza dell’uomo dalle risorse oceaniche e il declino della vita marina, focalizza l’attenzione sulla connessione tra conservazione dell’oceano e benessere umano.
Gli interventi sugli oceani
La regolamentazione della caccia: la protezione delle specie attraverso la “Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione” (CITES, 1975) e la Moratoria globale sulla caccia commerciale alla balena, sono esempi importanti di azioni internazionali per proteggere la vita marina. Queste sono state integrate da iniziative nazionali per ridurre la pressione di caccia sulle specie in pericolo e proteggere i loro habitat di riproduzione.
L’IWC è l’organismo globale incaricato della conservazione delle balene e della gestione della caccia alle balene.
Gestione della pesca: l’incremento nel numero delle popolazioni ittiche depauperate è avvenuto su scala locale e regionale, attraverso azioni di gestione comprovate, tra cui restrizioni di cattura, zone chiuse, regolamentazione della capacità degli attrezzi da pesca. Questi interventi richiedono un’attenta valutazione delle circostanze socioeconomiche, con soluzioni adattate al contesto locale. Le sfide includono povertà e mancanza di lavoro alternativo, pesca illegale e non regolamentata, non dichiarata e gli impatti ecologici che le attività di pesca causano.
Miglioramento della qualità dell’acqua. Le politiche per ridurre le immissioni di nutrienti, e fognature per ridurre l’eutrofizzazione delle coste e l’ipossia (assenza di ossigeno – anche dette “zone morte”), sono iniziate quattro decenni fa negli Stati Uniti e nell’Unione Europea, portando oggi ad importanti miglioramenti. Molti inquinanti pericolosi sono stati regolamentati o eliminati gradualmente attraverso la Convenzione di Stoccolma e, in particolare nell’oceano, dalla Convenzione MARPOL, spesso rafforzato dalle politiche nazionali e regionali. L’attenzione recente si è concentrata sulla riduzione e la prevenzione dell’inquinamento da plastica proveniente dall’oceano.
Protezione e ripristino degli habitat; La necessità di proteggere meglio gli habitat sensibili ha ispirato le Aree Marine Protette (MPA), come strumento di gestione globale. Nel 2000, solo lo 0,9% dell’oceano era sotto protezione, ma le MPA ora ne ricoprono il 7,4%. La copertura delle MPA continua a crescere dell’8% all’anno. Il ventunesimo secolo ha visto anche un’ondata globale di protezione attiva dell’habitat e iniziative di ripristino. Questi sforzi hanno portato a molti benefici, come il miglioramento delle risorse idriche a seguito del ripristino della barriera corallina.
Gli obiettivi raggiunti
Recupero degli stock ittici: gli stock ittici disponibili al mondo sono gestiti in maniera sempre più sostenibile. Molti stock ittici, soggetti a valutazioni a livello globale, suggeriscono un rallentamento del loro esaurimento, sebbene questa tendenza non possa essere verificata per la maggior parte degli stock che non dispongono di valutazioni scientifiche. Inoltre, i 2/3 degli stock ittici commerciali su larga scala sono sfruttati a tassi sostenibili, sebbene, ancora una volta, questa cifra non tenga conto di stock più piccoli, che spesso sono in cattive condizioni. Gli stock valutati in modo scientifico, hanno generalmente una migliore probabilità di recupero grazie al miglioramento dello stato di gestione e regolamentazione rispetto a quelli non valutati, i quali rappresentano ancora la maggior parte degli stock ittici sfruttati, specialmente nei paesi in via di sviluppo.
Riduzione dell’inquinamento: Le analisi mostrano che gli inquinanti organici persistenti sono diminuiti anche negli ambienti marini ,che tendono ad accumularli (ad esempio, l’Artico). La transizione verso la benzina senza piombo dagli anni ’80 ha ridotto le concentrazioni di quest’ultimo negli oceani tra il 2010-2016. Il miglioramento delle norme di sicurezza ha anche portato ad una riduzione di 14 volte le grandi fuoriuscite di petrolio dalle petroliere tra il 2010-2019.
Ripristino dell’habitat: Le prove che il ripristino della mangrovia può essere ottenuto su larga scala sono venute dalla foresta di mangrovie sul delta del Mekong, probabilmente il più grande restauro di habitat fino ad oggi. Da allora la perdita globale delle foreste di mangrovie è rallentata allo 0,11% all’anno, con popolazioni di mangrovie stabili lungo la costa del Pacifico di Colombia, Costa Rica e Panama e popolazioni in aumento nel Mar Rosso, nel Golfo Arabico e in Cina. Anche i tentativi di ripristino degli ecosistemi di alghe e barriera corallina stanno aumentando a livello globale, sebbene siano spesso di piccola scala.
Riduzioni del rischio di estinzione: La percentuale di specie marine valutata nella Lista rossa IUCN come “minacciata di estinzione” è diminuita dal 18,0% nel 2000 all’11,4% nel 2019, con tendenze relativamente uniformi nei bacini oceanici. Tuttavia, molte specie hanno migliorato il loro stato di minaccia nell’ultimo decennio. Per i mammiferi marini, il 47% di 124 popolazioni valutate ha mostrato un aumento significativo negli ultimi decenni, con solo il 13% in calo. Le megattere che migrano dall’Antartide all’Australia orientale sono aumentate dal 10% al 13% all’anno, da poche centinaia di animali nel 1968 alle oltre 40.000 attuali. Pur essendo ancora in pericolo, la maggior parte delle popolazioni di tartarughe marine, per le quali sono disponibili dati, stanno aumentando.
Gli sforzi per ripristinare la vita marina non possono mirare a riportare l’oceano a un particolare punto di riferimento passato. L’oceano nel tempo è cambiato considerevolmente e – in alcuni casi – irreversibilmente, per mano dell’uomo; basti pensare all’estinzione di almeno 20 specie marine.
L’attenzione dovrebbe essere rivolta all’aumento dell’abbondanza degli habitat/specie “chiave” ed al ripristino della complessità degli ecosistemi bentonici. Il ripristino della struttura ecologica, delle funzioni, della resilienza e dei servizi ecosistemici marini, aumentano la capacità del biota marino di soddisfare le crescenti esigenze di altri 2-3 miliardi di persone entro il 2050.
Per raggiungere tali obiettivi dovrebbero essere intraprese azioni rapide e mirate per evitare eventuali punti di non ritorno, oltre i quali il collasso potrebbe essere irreversibile. Lo studio di Nature indica che il tasso di recupero delle specie e degli habitat marini ad oggi saranno possibili nel caso in cui siano mitigate, o eliminate, le maggiori pressioni, incluso il cambiamento climatico.
La “ristrutturazione” sostanziale degli oceani entro il 2050 è una grande sfida realizzabile per la scienza e la società. Ciò richiederà perseveranza e l’impiego di risorse finanziarie, ma i vantaggi ecologici, economici e sociali saranno di vasta portata. Il successo richiede il lavoro di politiche coordinate, adeguati meccanismi economici e di mercato, progressi scientifici e tecnologici che permettano gli interventi.
Affrontare la sfida della ricostruzione degli oceani entro il 2050 sarebbe una pietra miliare storica nella ricerca dell’umanità, per raggiungere un futuro sostenibile a livello globale.
È un bene primario necessario alla vita in tutte le sue forme conosciute. È il principale costituente di ogni singolo ecosistema esistente sul nostro pianeta. Si tratta dell’elemento da cui ha avuto origine la vita, ai tempi della cosiddetta abiogenesi, circa 4,4 miliardi di anni fa. Non sbagliamo se diciamo che nulla di quel che conosciamo esisterebbe se l’acqua, nel suo stato liquido, non fosse mai comparsa sulla Terra.
Il principale costituente del corpo umano è l’acqua ed essa ricopre circa il 71% della superficie terrestre. Una percentuale destinata ad aumentare, dato il ben avviato scioglimento delle calotte polari e del permafrost, questa però è una storia per un altro giorno.
In termini chimici, quando due atomi di idrogeno si legano tramite legame covalente polare ad uno di ossigeno creano un sistema bifase che, in normali condizioni di pressione e temperatura, si presenta come un liquido incolore e in odore. L’acqua può anche trovarsi allo stato gassoso, sotto forma di vapore acqueo, oppure solido, sotto forma di ghiaccio. Da qui ha avuto origine tutto ciò che conosciamo. L’acqua è uno dei beni più preziosi che possediamo come comunità vivente sul pianeta Terra.
La delicata situazione delle risorse idriche mondiali
Ciononostante, troppo spesso l’acqua viene considerata una merce, piuttosto che un indispensabile strumento di vita. Sul nostro pianeta, l’acqua potabile comincia a scarseggiare. Il sostentamento necessario alla vita di ogni organismo, all’agricoltura e alla produzione industriale, si fa sempre più raro. Dobbiamo tenere sempre presente, infatti, che l’acqua in natura non è quasi mai pura. Grazie alla sua capacità di solvente universale, infatti, contiene al suo interno numerose sostanze disciolte. La maggior parte di queste è di dimensioni microscopiche.
Si stima che sulla Terra siano presenti 1 miliardo e 360 milioni di chilometri cubi di acqua, circa un millesimo del volume complessivo del pianeta. La presenza di acqua potabile in questa cubatura è risibile. Oltre il 97% di questo totale è acqua marina, soprattutto quella che forma gli oceani; il 2% del totale è racchiusa nei ghiacciai e nelle calotte polari; l’1% si trova nelle falde acquifere del sottosuolo mentre appena lo 0,02% è quella presente negli oceani e nei fiumi. L’atmosfera imprigiona, sotto forma di vapore acqueo, circa 13mila chilometri cubi di acqua.
L’acqua dolce, quindi, riveste una percentuale che oscilla poco sopra il 2,5% di questo totale. La principale riserva di acqua potabile sul nostro Pianeta sono i ghiacciai situati in Antartide e Groenlandia, essi custodiscono quasi i due terzi del totale di acqua potabile dell’intero globo. Va dunque da sé che, ogni metro cubo di ghiacciaio perduto, è un metro cubo di acqua che i viventi non possono più utilizzare, poiché essa si discioglie nel mare contaminandosi con le sostanze nocive contenute nell’acqua marina. La restante acqua potabile è contenuta in falde sotterranee o, per una percentuale vicina all’1% del totali di acqua dolce disponibile, in fiumi e laghi. Quest’ultima porzione è la più facilmente accessibile.
Chiunque abbia ben presente questa situazione e disponga dei mezzi economici necessari ha già iniziato la partita per il controllo e la gestione delle fonti idriche. Il settore dell’acqua non è più terreno di pertinenza delle multinazionali dell’imbottigliamento; ultimamente, numerosi gruppi finanziari e fondi d’investimento hanno deciso di entrare con prepotenza in questo campo. È facile prevedere che chiunque controllerà le risorse idriche del nostro pianeta, le infrastrutture necessarie alla loro distribuzione o ancora gestirà le tecnologie di decontaminazione, si ritroverà un immenso tesoro tra le mani.
Partnership pubblico – privato: un bene o un male?
Il cosiddetto oro blu è materia in grado di alimentare business formidabili e conflitti drammatici. L’ONU, nel 2010, ha ufficialmente definito “l’acqua potabile e i sevizi igienico-sanitari un diritto umano essenziale per il pieno godimento del diritto alla vita e di tutti gli altri diritti umani.” Eppure, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ente ultimamente piuttosto bistrattato, ritiene che il 55% delle strutture sanitarie dei paesi in via di sviluppo sia privo dei servizi idrici basilari. Spesso infatti, nel Sud del mondo, l’accesso all’acqua rimane al di fuori degli ospedali, rendendo difficile anche l’operazione del lavaggio delle mani.
Per favorire la distribuzione di acqua dolce a chi ne ha più bisogno occorrono però importanti investimenti, troppo esosi per i governi dei paesi in via di sviluppo. Il pubblico infatti non ha i fondi per rallentare una crisi idrica che viene continuamente accelerata dal cambiamento climatico che intensifica la siccità, ampliando le zone aride; per rimediare alla diffusa cattiva gestione di acquedotti e infrastrutture idriche, un problema noto anche nei Paesi sviluppati, figurarsi nel terzo mondo; per interrompere l’inquinamento delle falde e contenere l’inarrestabile aumento della popolazione mondiale. L’acqua è una perfetta sintesi di che cosa significhi la parola globalizzazione, ne rispecchia tutti i vantaggi e gli svantaggi. Qualora intervenissero investitori privati, si potrebbe ottimizzare considerevolmente la gestione dell’acqua. Come si possono però garantire criteri etici, almeno parzialmente, in queste finalità?
Mentre i ghiacciai continuano a dissolversi come ghiaccioli al sole di Ferragosto e le proiezioni demografiche ci dicono che nel 2050 saremo 9 miliardi di abitanti, è facile nutrire pessimismo per il futuro. Nella complessità di questo scenario è verosimile attendersi che nei prossimi anni svariati Paesi raggiungeranno il fatidico day zero. Il giorno in cui le risorse idriche si esauriranno prima del tempo e dai rubinetti non uscirà più una goccia d’acqua. Negli ultimi anni questa crisi è già stata sfiorata in alcuni centri densamente popolati: Città del Capo (Sudafrica), San Paolo (Brasile) e Chennai (India). Nel 2017, come qualcuno ricorderà, la città di Roma corse lo stesso rischio. Il livello del lago di Bracciano, la riserva idrica della capitale, scese drasticamente, tanto da far temere un parziale prosciugamento dello specchio d’acqua.
Un rapporto, datato 2019, redatto dall’OMS e da UNICEF certifica come nel mondo una persona su tre abbia un accesso limitato all’acqua e ai servizi igienico – sanitari di base. Nelle aree rurali e meno sviluppate, il problema è più grave. Sebbene negli ultimi 20 anni 1,8 miliardi di persone abbia ottenuto accesso all’acqua potabile, “persistono gravi disuguaglianze nell’accessibilità e nella qualità di questi servizi.”
Preservare e tutelare acqua dolce per il prossimo futuro richiederà ingenti risorse economiche. Sappiamo però bene che ogni grande crisi non fa nascere soltanto grandi bisogni, bensì anche grandi opportunità per chiunque sappia leggere la situazione e abbia i capitali per guadagnarci sopra.
Acqua in vendita
Nel sistema economico in cui viviamo, come sappiamo, tutto è business. Stanno dunque spuntando, nelle sale Borsa mondiali, i cosiddetti mercati idrici. Questi rappresentano forme di investimento che cedono i diritti di utilizzi dell’acqua per poterli poi rivendere. In altre parole, un investitore o un fondo può giocare con le forniture idriche di una città o una regione, cedendole al miglior offerente. Ancor peggio, potrà decidere di dissetare una provincia o uno Stato per preservare il proprio investimento. È accettabile che qualcuno abbia la facoltà di aprire e chiudere i rubinetti a piacimento? Non saremmo più sicuri se la fornitura idrica restasse in mano agli Stati piuttosto che essere gestita da attori che si chiamano Barclays, Credit Suisse, Goldman Sachs e Blackstone? Tutti questi facoltosi player della finanza stanno già allungando le proprie mani sulle riserve idriche.
La proprietà e la gestione delle fonti, nella maggior parte dei Paesi, appartiene allo Stato, come nel caso dell’Italia che ha tenuto un referendum dedicato nel 2011. Qualora un governo decidesse di affidare a privati la gestione delle sue fonti, quei privati sarebbero chiaramente obbligati a pagare un canone ma avrebbero poi il diritto di rivendere l’acqua ai loro prezzi. I potenziali guadagni derivanti da questa compravendita sono enormi. Per tal motivo, in alcune zone particolarmente aride e povere, come ad esempio regioni africane o asiatiche, è già cominciata, nel consueto disinteresse occidentale, l’odiosa pratica del land grabbinge quella associata del water grabbing. Chiunque acquisisca un terreno, infatti, è contrattualmente proprietario anche delle eventuali falde acquifere sottostanti.
La politica dei ricchi
Lo Swaziland è un piccolo Stato africano. Il Paese ha una fiorente cultura di canna da zucchero, un ingrediente fondamentale nella produzione della bibita più amata al mondo: la Coca Cola. Non a caso la multinazionale di Atlanta ha una presenza massiccia a quelle latitudini e ha acquistato i diritti di utilizzo di tutte le fonti idriche del territorio. Poiché la canna da zucchero, nella sua maturazione, necessita di ingenti quantità di acqua, gran parte delle risorse idriche vengono sottratte alla popolazione civile, la quale soffre di una cronica scarsità d’acqua per utilizzo domestico.
In questo processo non vi è assolutamente nulla di illegale. La Coca Cola ha stipulato un contratto chiaro e preciso con il Re dello Swaziland, che non ha potuto tirarsi indietro di fronte al massiccio investimento dell’azienda, la quale rappresenta ora il principale datore di lavoro del Paese. Il governo ha privilegiato l’occupazione e il benessere economico dei suoi cittadini, così facendo, però, ha di fatto reso Coca Cola padrona della sua acqua. Naturalmente, l’azienda privilegia le colture alle esigenze della quotidianità della vita degli swazi, non è dal loro benessere che dipendono i dividendi degli azionisti.
C’è il concreto rischio che questa situazione si replichi ovunque, qualora l’acqua fosse privatizzata. Gran parte dell’opinione pubblica italiana, forse pure mondiale, resta favorevole all’acqua pubblica, alla gestione statale di questo bene. Sappiamo però bene come le multinazionali riescano molto spesso ad ottenere ciò che desiderano per incrementare sempre più il giro dei loro affari. Le mire sull’acqua, dunque, non possono che destare sospetto poiché una cosa è certa: la corsa all’acqua è già cominciata.
Ci troviamo a Norilsk, nel territorio di Krasnojarsk, in piena Siberia settentrionale. Questa località è la seconda città al mondo, per popolazione, oltre la linea del Circolo Polare Artico, preceduta soltanto dalla più nota Murmansk. Il centro, sorgendo ad una latitudine di 69 gradi nord, è il più settentrionale della Siberia. La città sorge su suolo completamente ghiacciato, che non disgela mai nel corso dell’anno, il cosiddetto permafrost. È la mattina del 29 maggio e tutto appare solito e consueto, non vi è alcun sentore che si sta per verificare un incidente cui seguirà un disastro ambientale di dimensioni storiche.
Il clima subartico e il fatto di essere uno dei 10 luoghi più inquinati al mondo, non giocano certo a favore dell’appeal turistico di Norilsk. L’impianto industriale cittadino dell’azienda NorNickel è, singolarmente, il polo produttivo più inquinante sul nostro pianeta. L’aria in città è tossica; un’alta percentuale dei circa 105mila abitanti di Norilsk soffre di malattie respiratorie. Tra i cittadini il cancro si manifesta con una probabilità due volte superiore a quella della media russa. L’aspettativa di vita da queste parti è più corta di ben 10 anni rispetto alle altre regioni del vasto Paese.
I fatti dell’ultimo tra i disastri ambientali del mondo
Ora che conosciamo la remota, per noi centro-europei, zona di Norilsk, andiamo a vedere cosa è successo il 29 maggio. All’interno di una centrale termoelettrica nei pressi della città è improvvisamente crollato un serbatoio di carburante. Tale contenitore era colmo di gasolio. In seguito al suo crollo, le oltre 20mila tonnellate di combustibile liquido si sono riversate nel fiume Ambarnaya, che scorre accanto alla centrale. In brevissimo tempo, le acque del fiume si sono tinte di un rosso acceso. Le immagini sono tanto spettacolari quanto terribili; si tratta di una inondazione di gasolio la quale, inevitabilmente, andrà a devastare gli ecosistemi della rete fluviale locale.
https://www.youtube.com/watch?v=Yb4jG47cZtM
Un disastro ambientale ed ecologico
L’evento rappresenta un disastro ambientale di proporzioni catastrofiche. L’associazione ambientalista Greenpeace ha paragonato l’accaduto all’incidente della petroliera Exxon Valdez, nel 1989. Le conseguenze di tale misfatto, nel quale, come qualcuno ricorderà, si versò in mare una quantità di petrolio incredibile, pari a circa 41 milioni di litri, in seguito all’incagliamento di una superpetroliera nello stretto di Prince William, stretta insenatura del golfo di Alaska.
Il presidente russo, Vladimir Putin, ha immediatamente dichiarato lo stato d’emergenza per l’intera regione, chiedendo ai gestori della centrale di assumersi le proprie responsabilità. In seguito, però, appurato che la centrale è in gestione alla ditta NTEK – sussidiaria di NorNickel, il gigante estrattivo cui abbiamo accennato in apertura – e che NorNickel è di proprietà di Vladimir Potanin, oligarca russo, naturalmente miliardario e naturalmente prezioso alleato dello zar del nuovo millennio, si è deciso di non sostituire il CEO e di non nazionalizzare l’impresa.
Putin ha dichiarato pubblicamente che si attiverà presto, assieme ai suoi funzionari, per modificare la normativa in modo da evitare che in futuro si ripetano simili disastri ambientali e ha criticato duramente le autorità locali, ree di non aver risposto in maniera coordinata ed efficace allo sversamento in acqua di tutto questo gasolio. Teniamo presente che la situazione è stata insabbiata per diversi giorni, prima che il 3 giugno la peculiare colorazione dei fiumi contaminati non rendesse nota a chiunque la situazione.
Ci auguriamo che il presidente Putin sia in buona fede e speriamo che il suo governo, dal potere pressoché infinito, riesca a trovare una quadra per evitarci di dover descrivere un simile disastro anche tra qualche tempo. Resta comunque il fatto che, ad oggi, abbiamo 20mila tonnellate di gasolio le quali stanno arrivando in mare dai fiumi siberiani. Questo disastro ambientale, non può attendere la prossima normativa.
Lo stato di emergenza garantisce lo stanziamento di ampie risorse per portare soccorso nella zona interessata dall’incidente. Al fine di capire a cosa sia dovuto il crollo del serbatoio, è stata avviata un’indagine. È però sotto gli occhi di tutti come si sia perso fin troppo tempo prezioso. Putin si è personalmente lamentato di essere stato informato troppo tardi e di aver appreso la notizia dai social network. Il governatore della regione di Krasnojarsk, Alexander Uss, ha dichiarato di essere stato informato solamente nella giornata di domenica 31 maggio.
Se ciò non bastasse, ricordiamo che non è la prima volta che NorNickel si trova coinvolta in simili incidenti. Già nel 2016 la società era stata responsabile di un disastro ambientale. In tale occasione del materiale inquinante stipato in un impianto metallurgico si era riversato nel fiume Daldykan. Anche tale corso d’acqua, in quella occasione, si era tinto completamente di rosso.
Alexei Knizhnikov, rappresentante dell’associazione ambientalista WWF per la Russia, ha confermato che il volume di gasolio disperso nell’Ambarnaya sarebbe notevolmente superiore a quello fuoriuscito nel Mar Nero, 13 anni fa, a causa dell’incidente dello stretto di Kerch. In tale occasione, una nave cisterna affondò rilasciando in acqua 5mila tonnellate di gasolio. Secondo Svetlana Radionova, responsabile dell’agenzia russa per la tutela ambientale, in seguito al crollo del serbatoio a Norilsk, la concentrazione degli elementi inquinanti nell’Ambarnaya è ora decine di migliaia di volte superiore al massimo consentito dalla già piuttosto generosa normativa locale attuale.
La chiazza rossa dovuta al gasolio disperso, Foto: Vistanet.it
L’ecosistema del fiume Ambarnaya e dei suoi confluenti e affluenti è condannato da questo insostenibile inquinamento, non ci è dato sapere se e quando si riprenderà.
Le cause del disastro ambientale
Nel momento in cui si scrive la situazione è ancora in sviluppo. Come sappiamo infatti, fiumi e corsi d’acqua sono dominati dalle correnti e questo significa che ora dopo ora, giorno dopo giorno, la macchia rossa di gasolio si sposta, nonostante i tentativi di contenerla e gli sforzi delle autorità russe che agiscono in stato di emergenza.
Attualmente la superficie interessata è ampia circa 350 chilometri quadrati, con il combustibile che ha percorso un diametro di 12 chilometri dal punto della sua dispersione. I dati sono però naturalmente in continuo aggiornamento e, a seconda di quando questo articolo verrà letto, potrebbero essere già cambiati, ci auguriamo in meglio.
A quanto è stato ricostruito, i pilastri a sostegno della cisterna contenente il gasolio avrebbero cominciato ad affondare nel terreno a causa della fusione del permafrost sottostante, causata dall’innalzamento delle temperature. È soltanto un’ipotesi, per il momento. Se confermata, però, sarebbe un altro insindacabile segnale di quanti danni stiamo facendo al nostro Pianeta. Non si escludono comunque neppure le ipotesi di usura eccessiva o danneggiamento strutturale.
Individuazione del colpevole e misure contenitive
Nel corso dell’inchiesta aperta non appena il disastro ambientale è stato reso pubblico è già stato effettuato un arresto. Viatcheslav Starostine, responsabile della centrale elettrica, si trova in fermo provvisorio. Durante i prossimi giorni le forze dell’ordine russe faranno maggior chiarezza.
Al fine di impedire ulteriore diffusione al carburante, il governo ha preso misure importanti: innanzitutto la sistemazione di barriere di contenimento contro la propagazione del gasolio nell’acqua e, in secondo luogo un monitoraggio continuo della marea rossa. Serve però capire in quale modo eliminare il combustibile; bruciandolo? Diluendolo con forti reagenti? Pompandolo nella tundra adiacente? L’ultima soluzione pare la meno percorribile, in quanto la zona è già satura di carburante, mentre le altre due sono al vaglio delle autorità. Ad ogni modo, il diesel non attende certo di sapere quale sarà la decisione finale e sta già cominciando a dissolversi in acqua.
A complicare le operazioni di pulizia ci si mettono anche le caratteristiche del letto del fiume, poco profondo, e quelle dell’area paludosa che lo ospita. Una stima prevede che la pulizia potrebbe durare tra i 5 e 10 anni e il costo superare 1,3 miliardi di euro. Tempi grami attendono la Siberia.
Disastri ambientali anche nel prossimo futuro?
Se l’inchiesta confermasse lo scioglimento del permafrost come responsabile di questo crollo, ci troveremmo di fronte ad un pessimo precedente. In tempi recenti, numerose ondate di caldo hanno interessato la Siberia. La comunità scientifica sospetta che si stia verificando, in numerose località della regione russa, una fusione dello strato di ghiaccio permanente. Una ricerca del 2013 sosteneva che un aumento annuo della temperatura globale pari a 1,5 gradi centigradi sarebbe stato sufficiente a sciogliere completamente il permafrost siberiano. Questo fenomeno si sta svolgendo più velocemente del previsto.
Oltre al surriscaldamento globale, anche la geologia ci sta mettendo del suo. Sono state osservate, sotto la coltre perennemente ghiacciata del suolo siberiano, circa 7000 bolle di gas metano. Queste bulgunyakh, come si chiamano in lingua locale, finiscono quasi sempre per esplodere, rilasciando il gas nell’atmosfera. Qualora tutte queste bolle dovessero scoppiare, o anche se lo facesse solo la maggior parte di esse, un’enorme quantità di gas serra sarebbe rilasciata nell’aria. Il gas fuoriuscito da esse, infatti, contiene una concentrazione di metano 1000 volte più alta di quella normalmente riscontrata nell’atmosfera e un quantitativo di anidride carbonica 25 volte più alto del consueto.
Ancor più preoccupante è il fatto che, all’interno dei crateri formati nello strato di ghiaccio permanente, la concentrazione di metano continua a restare alta per molto tempo dopo l’esplosione del bulgunyakh. Tali bolle, dunque, potrebbero essere il colpo di grazia per il delicato ecosistema siberiano, uno dei più minacciati dal global warming.
Il permafrost, uno strato di ghiaccio permanente sotto la terra, Foto: Blue Planet Earth
Rischi e pericoli connessi alla fusione del permafrost
I ricercatori non si accontentano di capire le cause a cui sia dovuta la comparsa di queste bolle, essi vogliono anche riuscire a stabilire quali bulgunyakh esploderanno per primi. In tal modo sarà possibile stabilite quali fette di popolazione correranno i maggiori rischi e in quale momento.
Il gas serra, ad ogni modo, non è l’unico rischio connesso al disgelo. Dobbiamo infatti anche considerare come l’emisfero nord del nostro Pianeta sia la principale riserva mondiale di mercurio. Secondo uno studio firmato Geophysical Research Letters, infatti, nel suolo perennemente ghiacciato alle latitudini settentrionali della Terra troviamo una quantità di questo elemento tossico doppia rispetto a quello presente in tutti gli altri terreni, negli oceani e nell’atmosfera. Messi assieme. Il mercurio, infatti, si lega ai materiali organici presenti nel suolo, finisce ricoperto di sedimenti prima e di ghiaccio poi, restando intrappolato sotto chiave finché, naturalmente, il surriscaldamento globale non lo liberi dalla sua fredda prigione.
Il cambiamento climatico, contribuendo in prima persona alla fusione del permafrost, rischia di scatenare un disastro ambientale incontenibile. Pensiamo a che cosa succederebbe se il disgelo liberasse non solo la quantità industriale di mercurio di cui abbiamo appena scritto, ma anche le centinaia di batteri e virus rimasti intrappolati nelle carcasse congelate di specie animali e nei residui vegetali ancora non completamente decomposte a causa del ghiaccio.
A causa del surriscaldamento globale, il permafrost è a rischio fusione, Foto: Notizie Scientifiche
Dal disgelo al disastro ambientale
La fusione del permafrost consentirebbe al mercurio di liberarsi nell’aria, avvelenando in un sol colpo le comunità locali che vivono di pesca in Alaska e in Siberia, interrompendo la loro catena alimentare e condannando quelle aree allo spopolamento o alla morte. Ma non solo. Tramite i venti e le correnti d’aria, la tossicità raggiungerebbe anche aree e zone ben distanti da quelle interessate dal ghiaccio permanente, magari densamente popolate.
Il mercurio correrebbe il rischio di viaggiare in maniera inarrestabile nella catena alimentare. Parallelamente, ogni altra sostanza nociva, ogni altro pericolo rimasto intrappolato per secoli sotto la spessa coltre ghiacciata, sarebbe libero di tornare a circolare. Ci viene semplice immaginare, ad esempio, uno scenario con virus in circolazione incontrollata, visto che stiamo ancora lottando contro il nuovo coronavirus. Pensiamo ai batteri portatori di patologie che consideriamo debellate annidati sotto il ghiaccio perenne.
Le minacce nascoste sotto il ghiaccio perenne sono numerose, sarebbe molto difficile affrontarle tutte. Non è che un altro motivo per batterci per la tutela e conservazione del nostro Pianeta, contro lo sfruttamento e il surriscaldamento.
Con la sua risoluzione 63/111 del 5 dicembre 2008, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha designato l’8 giugno come Giornata mondiale degli oceani. La condizione nella quale versano gli universi liquidi di tutto il mondo è drammatica; l’inquinamento, la pesca intensiva e la devastazione degli ecosistemi marini per mano antropica stanno mettendo in ginocchio gli oceani, con conseguenze gravissime per l’uomo.
L’importanza degli oceani
Pensiamo ad un mondo senza oceani; avremmo un pianeta come Marte e nessun ecosistema di supporto alla vita. Gli oceani svolgono un ruolo chiave nel funzionamento del pianeta terra. La maggior parte dell’ossigeno che respiriamo deriva dagli oceani, i quali fungono anche da importanti serbatoi di anidride carbonica.
Possiamo considerare gli oceani come un termostato planetario. Infatti, regolano il clima mondiale: la loro presenza attenua gli sbalzi di temperatura diurni e stagionali, mantenendo le temperature dell’aria entro valori tollerabili per gli organismi viventi.
Sono grandi serbatoi d’acqua e costituiscono il nodo più importante nel ciclo di quest’ ultima sulla terra: da essi l’acqua evapora e sale nell’atmosfera per poi cadere a terra sotto forma di precipitazioni. Infine torna agli oceani attraverso i fiumi.
Gli oceani sono veri e propri serbatoi di biodiversità ed ospitano il primo polmone del mondo. A dispetto di ciò che si pensi, 3/4 dell’ossigeno vengono prodotti dai Cianobatteri, organismi fotosintetici che vivono negli strati più superficiali della colonna d’acqua.
L’uomo e gli oceani: una convivenza difficile
Senza l’oceano non ci sarebbe la vita, non ci sarebbe l’uomo. Dalle acque oceaniche si ricavano infatti grandi quantità di alimenti essenziali per la nostra dieta ed altrettante quantità enormi di petrolio e metano, contenute nei giacimenti sottomarini. L’utilizzo incontrollato delle risorse ittiche ed il massiccio inquinamento delle acque mondiali causano ogni giorno severi e, spesso, insanabili cambiamenti all’equilibrio oceanico.
La baja di Guerrero Negro. Crediti: Lucia Vinaschi
L’overfishing
L’overfishing, o sovrapesca, indica l’impoverimento delle risorse ittiche causato da un’eccessiva e non razionale attività di pesca. In un mondo in cui la richiesta di cibo aumenta esponenzialmente non ci si poteva aspettare risultati diversi.
Questa sempre maggior domanda impedisce alle specie ittiche di crescere, svilupparsi e spesso riprodursi; inoltre, per sostenere i ritmi attuali di pesca, si è arrivati a sottrarre dall’ambiente esemplari sempre più piccoli, atto ritenuto illegale in molti paesi.
Un terzo delle risorse ittiche mondiali hanno subito un collasso, ovvero una diminuzione fino a meno del 10% della loro abbondanza massima osservata. Inoltre, se l’attuale andamento dovesse mantenersi costante, tutte le risorse ittiche distribuite sul pianeta collasserebbero nell’arco dei prossimi 50 anni.
Tecniche di pesca dannose, come quella a strascico, permettono di attingere in acque sempre più profonde e vergini, cominciando così a minacciarne i delicati ecosistemi e le specie ittiche che vi abitano. Questa pratica non solo sottrae all’ambiente biomassa, ma al loro passaggio le reti sradicano interi ecosistemi lasciandosi dietro depauperamento e morte.
La plastica
Possiamo affermare con assoluta certezza che l’uomo stia “soffocando” gli oceani. Si stima che circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica entrino globalmente negli oceani ogni anno, creando una minaccia crescente. Questo potrebbe avere effetti potenzialmente devastanti sull’equilibrio dell’ecosistema marino.
Il Pacific Trash Vortex, noto anche come isola di plastica o Great Pacific Garbage Patch, rappresenta alla perfezione l’uso che stiamo facendo dei nostri mari. Un enorme accumulo di spazzatura galleggiante (composto soprattutto da plastica) situato nell’Oceano Pacifico, cominciatosi a formare a partire dagli anni 80. Si stima che l’ammontare complessivo della sola plastica dell’area sia in totale di 3 milioni di tonnellate. L’estensione è maggiore di quella della Francia.
Le microplastiche sono state rilevate in ogni angolo degli oceani e del Pianeta. Questo è il motivo per cui il problema dell’inquinamento marino da plastica non può essere risolto a livello nazionale o regionale o solo con misure volontarie. Richiede un’azione coordinata e una responsabilità condivisa.
L’inquinamento e le alterazioni chimico-fisiche dell’acqua
È oramai scientificamente comprovato che l’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera (dovuta all’inquinamento), e la conseguente acidificazione degli oceani, abbiano un grave effetto sull’ecosistema acquatico, influenzando gli habitat marini e i pesci associati. Ciò sottolinea l’importanza di ridurre le emissioni di gas serra per salvaguardare le risorse oceaniche per il futuro.
Alcune specie avranno successo in condizioni sempre più acidificate, mentre molte altre no. Di conseguenza, quelle specie ittiche che fanno affidamento su risorse specifiche durante le loro diverse fasi di vita, potrebbero scomparire. Ciò porterebbe a enormi cambiamenti nella diversità dei pesci nel prossimo futuro, con conseguenze potenzialmente gravi per il funzionamento dell’ecosistema marino, insieme ai beni e servizi che forniscono.
Tutti noi beneficiamo dei combustibili fossili; carbone, gas, petrolio, ma a quale prezzo? Ogni anno nuovi giacimenti petroliferi vengono sfruttati e quantità immense di CO2 riversate nell’atmosfera. Prodotti come i fertilizzanti, usati indiscriminatamente in molte parti del mondo per aumentare i raccolti, una volta raggiunto il mare ne trasformano ampie porzioni in “zone morte”, ovvero carenti si ossigeno. Quella del Golfo del Messico è una delle più famose ma si stiamo che ne esistano ormai più di 400 nel mondo.
La zona morta (in giallo) nel Golfo del Messico. Crediti: Ocean for future
Madison Stewart: Shark Girl
Madison Stewart è una giovane filmmaker subacquea, divemaster e conservazionista australiana che ha deciso di dedicare la propria esistenza alla salvaguardia dell’oceano ed, in particolare, di alcuni suoi abitanti: gli squali. Avendo trascorso gran parte della sua infanzia in acqua ed avendo visto le drammatiche conseguenze dell’impatto antropico sugli ecosistemi marini, la passione di Madison per l’oceano è diventata una vera e propria missione nella vita.
Nel 2019, in Indonesia, crea la Project Hiu Foundation, con lo scopo di convertire i pescatori di squali in guide nel settore dell’eco-turismo.
Il problema di molte realtà attiviste, infatti, è l’approccio con il quale denunciano certe ingiustizie; spesso viene puntato il dito contro le persone sbagliate, ovvero l’ultimo anello della catena. Davanti a tanta barbarie non si riesce a comprendere che gli stessi carnefici non siano i nemici ma la chiave per un reale cambiamento.
Le maggiori richieste di pinne e carne di squalo provengono dalla Cina, Australia e Stati Uniti. Il mercato della pesca agli squali ha trovato terreno fertile in Indonesia e, proprio a causa della povertà dilagante, molte famiglie sono costrette a ripiegare su questa pratica, rischiando la vita in mare per settimane.
Crediti: Project Hiu
Project Hiu ha dato a questi pescatori un’altra possibilità, impiegando alcuni di loro nell’area di Lombok, aiutando l’isola e la scuola locale con materiali didattici, acqua pulita e beni primari di cui una comunità povera necessita. “E’ stato il mio modo più efficace per influenzare il commercio degli squali” afferma. Non è stato di certo un processo veloce, ma alla fine è riuscita a trattenere le barche di un pescatore e della sua famiglia per un anno intero.
Documentari e libri
Quale modo migliore per celebrare questi meravigliosi universi liquidi se non attraverso l’informazione? Conoscere meglio gli oceani e capire la loro importanza ci permetterà di pretendere una loro maggiore tutela.
Il 1° giugno si è celebrata la giornata mondiale delle barriere di coralli ma, ad oggi, non vi è proprio nulla da festeggiare. In un Pianeta sempre più devastato dall’incuria umana, sta avanzando una strage silenziosa: la moria delle barriere coralline. E’ ormai assodato che l’incontrollata produzione di anidride carbonica abbia conseguenze fatali sui reef; l’aumento della temperatura e l’acidificazione dei mari sono una combinazione mortale per questi meravigliosi ecosistemi.
I reef e la loro importanza (anche per l’uomo)
Le barriere coralline sono veri e propri ecosistemi ed hanno un valore inestimabile per vari motivi. Sono sistemi complessi e ricchi di biodiversità; costituiti e accresciuti dalla sedimentazione degli scheletri calcarei dei coralli, animali polipoidi che vivono in simbiosi mutualistica con delle alghe unicellulari fotosintetizzanti (Zooxantella).
Le barriere di coralli occupano circa 300.000 kmq nei mari poco profondi di tutto il mondo e solitamente sono situati in acque poco profonde (max 30 metri), proprio per la loro peculiare capacità di fare fotosintesi. Pertanto necessitano di catturare quante più possibili frequenze della radiazione solare. Vi sono anche delle eccezioni, dove la fauna coralligena può arrivare ad 80 metri di profondità.
I reef sono importanti barriere che assorbono la potenza di onde e tempeste, mantenendo al sicuro le comunità costiere. La scomparsa delle barriere coralline aggrava la crisi da pesca eccessiva (overfishing), rimuovendo i link nella catena alimentare e privando alcuni pesci e crostacei di un luogo adatto in cui nascere e svilupparsi.
Sono altamente produttivi e creano una quantità di biomassa superiore a qualsiasi altro ecosistema marino, fornendo così un’importante risorsa alimentare per le popolazioni costiere. La quantità di vita che ruota attorno ad un reef di coralli è paragonabile solo a quella presente nelle foreste pluviali. Sono importanti serbatoi di biodiversità, ospitano specie endemiche, presenti solo in quei luoghi, e risultano essere il sito di riproduzione di centinaia di specie animali, molte delle quali sono a rischio di estinzione.
Infine, i reef favoriscono lo sviluppo delle economie locali con il turismo, attirando appassionati di snorkeling e subacquei.
I coralli e la capacità di smaltire CO2
Tutte le grandi estinzioni di massa si sono verificate in seguito ad un massiccio aumento ed accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera (dopo un’intensa attività vulcanica, ad esempio). Tali concentrazioni creano un effetto serra ed il conseguente aumento anomalo della temperatura terrestre, la quale comporta cambiamenti climatici e l’estinzione di molte specie.
Ad oggi si parla di 6° estinzione di massa e, per giunta, totalmente perpetrata per mano dell’uomo. Perchè?
Un grafico che illustra quella che si dice sia una correlazione causale tra CO2 e temperatura, con la CO2 come causa. Crediti: Zfacts.com
Nel grafico è riportato in rosso l’aumento dell’anidride carbonica (CO2) a partire dalla rivoluzione industriale fino ad oggi, mentre in blu l’aumento di temperatura.
A partire dal 2018 la CO2 ha raggiunto le 410 parti per milione e non accenna a rallentare, detenendo così il record di concentrazione più alta mai registrata sul pianeta. Oggi giorno questi livelli si manifestano sotto forma di cambiamenti climatici anomali e distruttivi; si prevede che entro 200 anni porteranno alla scomparsa di almeno 1 milione di specie.
Una delle funzioni più importanti dei coralli è la loro capacità di convertire l’anidride carbonica in roccia. Proprio come le grandi foreste, anche le barriere coralline regolano le concentrazioni di CO2 nell’atmosfera, utilizzandola a proprio vantaggio.
La CO2 sciogliendosi in acqua forma l’acido carbonico, il quale si dissocia e si lega al calcio già presente nel mare, formando il carbonato di calcio: lo scheletro dei coralli.
Esempio di scheletro esterno in carbonato di calcio
Purtroppo i coralli di tutto il mondo stanno registrando un drammatico crollo demografico e, di conseguenza, vi sarà una sempre minore capacità di fissare la CO2. Ciò significa che l’anidride carbonica, prodotta in maniera incontrollata dall’attività antropica, smetterà di essere compensata e porterà a drammatiche fluttuazioni di temperatura negli oceani e ad un aumento dell’acidità dell’acqua.
Il Bleaching dei coralli
Il fenomeno dello sbiancamento dei coralli (o bleaching) si verifica quando l’acqua del mare diventa eccessivamente più calda del normale; tale innalzamento delle temperature porta i coralli ad espellere le Zooxantelle, delle alghe unicellulari che vivono all’interno dei tessuti del corallo e che donano loro le tipiche colorazioni.
Queste alghe, tramite la fotosintesi, provvedono al nutrimento ed alla crescita del corallo in una relazione mutualistica; una volta espulse le alghe, il corallo muore letteralmente di fame. Se lo stress da calore venisse superato in tempo, il corallo avrebbe buone probabilità di ripresa; in caso contrario, gli organismi perirebbero.
Tale fenomeno sta devastando i coralli di tutto il mondo, e la Grande Barriera Corallina australiana ne è l’emblema.
Corallo sano: i coralli e le alghe dipendono gli uni dagli altri. C. stressato: in situazione di stress termico le alghe vengono espulse. C. sbiancato: è vulnerabile e morente. Crediti: NOAA
Metà della Grande Barriera Corallina australiana è stata sbiancata fino alla morte. Tale sbiancamento massiccio è un problema globale innescato dai cambiamenti climatici e quella australiana mostra quanto possa esser esteso il danno: si è stimato che il 30% dei coralli sia morto nel 2016 ed un altro 20% nel 2017.
Gran parte dell’ecosistema marino lungo la costa nord della Barriera Corallina è diventato sterile e scheletrico, con poche speranze di ripresa.
Centinaia di specie marine dipendono da una barriera in salute; questa dona cibo e protezione dai predatori. Se l’ecosistema corallino collassa tutte le centinaia di specie legate ad esso potrebbero andare in contro all’estinzione.
I Coral Gardeners ed il progetto “adotta un corallo”
Crediti: Coral Gardeners
E’ nei meravigliosi mari della Polinesia Francese, precisamente nell’isola di Mo’orea, che nel 2017 nasce la start-up di “Coral Gardeners“; creato grazie alla passione ed al rispetto del mare di giovani pescatori e surfers, il progetto mira alla salvaguardia a lungo termine delle barriere coralline di tutto il mondo.
Grazie ad un programma di recupero, questi “giardinieri del reef” riportano in vita la barriera “piantando” coralli vivi sulla precedente struttura coralligena, ormai morta.
Crediti: Coral Gardeners
Il progetto è strutturato in due parti:
aumentare la consapevolezza nelle persone attraverso l’istruzione, i social media e programmi di affiliazione
la “ripiantumazione” dei giovani coralli in acqua ad opera di personale specializzato
Inoltre, il progetto ha permesso di:
fare passi in avanti nella comprensione di queste creature e dell’ecosistema che sorreggono
sviluppare e attuare metodi innovativi di ripristino della barriera corallina (micro frammentazione, colla naturale, banca genetica etc.)
migliorare il lavoro di squadra sul campo durante le attività di ripristino della barriera corallina (nuove tecniche per piantare e di monitorare i coralli etc.)
monitorare la crescita dei coralli, la sopravvivenza e altri indicatori scientifici che permettano di creare un trend
Per prendere parte alla missione (a distanza), è attiva l’iniziativa di “Adopt corals“, attraverso la quale è possibile adottare un corallo, per la modica cifra di 25 euro, e contribuire così al finanziamento del progetto.
Chasing Coral
Il documentario “Chasing Coral” è un viaggio subacqueo che mira a spiegare e denunciare il fenomeno dello sbiancamento dei coralli e della sua relazione con i cambiamenti climatici.
Il film fa immergere gli spettatori in un universo liquido molto differente da quello che ci aspetteremmo. La vita che solitamente ruota attorno al reef sparisce, i colori lasciano spazio al bianco dei coralli in via di morte e al marrone, predominante in molte barriere, che sta ad indicare un reef ormai irrecuperabile. Predatori e prede lasciano spazio ad un silenzio assordante e ad un ambiente spettrale.
Crediti: OPS – Oceanic Preservation Society
Qui potete trovare il documentario completo; è consigliata la visione a tutti coloro che vogliano aprire gli occhi sulle drammatiche conseguenze delle nostre azioni su ecosistemi delicati come il Reef.
Il Dr. Ove Hoegh-Guldberg, che nel 2017 fu uno dei principali consiglieri scientifici di riferimento per il documentario, afferma:
“It’s not too late for coral reefs… indeed, for many other ecosystems that are facing challenges from climate change. It’s still possible to reduce the rate at which the climate is changing, and that’s within our power today.”
“Non è troppo tardi per le barriere coralline … anzi, anche per molti altri ecosistemi che affrontano le sfide del cambiamento climatico. È ancora possibile ridurre la velocità con cui il clima sta cambiando, e questo è in nostro potere oggi. “
Attualmente siamo ormai perfettamente in grado di risalire alle cause embrionali del declino ambientale, eppure, come ci dimostra la storia, non ne facciamo buon uso.
“Sono solo esagerazioni, dati portati all’estremo, per convincere i politici a fare qualcosa”. Qualcuno potrebbe commentare così il nuovo studio condotto dall’Università tecnologica di Nanyang di Singapore, il quale afferma che il livello globale del mare potrebbe salire di un metro entro il 2100.
Di quanto aumenterà il livello del mare?
Tralasciamo il fatto che, anche fosse un’esagerazione che considera solo le condizioni peggiori possibili, sarebbe comunque un motivo valido per responsabilizzare i politici e far sì che le condizioni non peggiorino ulteriormente. Il problema è che questa non è affatto un’esagerazione. Si tratta piuttosto dello scenario nel quale i Paesi del mondo si troveranno nel caso continuassero ad emettere la quantità di anidride carbonica attuale.
Comunque, per essere precisi, lo studio dice che il livello del mare potrebbe aumentare da 0,6 a 1,3 metri entro il 2100 e da 1,7 a 5,6 metri entro il 2300. Se invece, nello scenario migliore, riuscissimo a contenere le emissioni e mantenere la temperatura globale al di sotto dei 2 gradi centigradi, l’innalzamento del livello del mare potrebbe essere di “soli” 0,5 metri.
Come si può vedere, l’opzione “il mare non subirà un innalzamento” non è contemplata. È quindi accertato che per questo problema non si possa fare più nulla, se non contenerne gli effetti. Il co-autore dello studio Stefan Rahmstorf del Potsdam Institute for Climate Impact Research ha proposto un interessante parallelismo con il Coronavirus. “Come nella pandemia di Covid-19, il tempismo è fondamentale per prevenire la devastazione. Se si aspetta di avere un problema serio, è già troppo tardi. A differenza del Covid-19, però, una volta che le calotte glaciali sono state destabilizzate oltre i limiti, l’innalzamento del livello del mare non può essere fermato per secoli o addirittura per millenni”.
Come è stato condotto lo studio
L’epidemia di Covid-19 ci ha dimostrato anche un altro fatto importante: anche i più esperti scienziati possono contraddirsi tra loro, o comunque giungere a risultati differenti a seconda di quando, dove e in che modo hanno condotto i propri studi. Per questo, il coordinatore dello studio in questione Benjamin P. Horton ha deciso di contattare 106 specialisti da atenei di tutto il mondo selezionandoli in base al loro curricula. Questi ultimi dovevano contenere almeno sei recenti articoli scientifici sull’innalzamento del livello del mare a seguito del riscaldamento globale. Non solo, dovevano essere stati pubblicati dal 2014 ad oggi su accreditate riviste scientifiche. Gli autori dello studio hanno poi fatto una media dei dati riportati su queste ricerche. E i risultati, come si è visto, non sono stati affatto incoraggianti.
Per quanto infatti alcuni dati possano divergere, quello principale, ovvero che il livello del mare si innalzerà di molto nei prossimi anni, ricorre in tutti gli studi. Vi è solo un dato sul quale gli scienziati sono discordi o incerti ovvero il futuro delle calotte di ghiaccio della Groenlandia e dell’Antartide. I dati satellitari e le misurazioni sul campo mostrano infatti che queste regioni si stanno sciogliendo più rapidamente di quanto previsto dagli scienziati. Pertanto è ancora difficile stimarne precisamente le conseguenze.
Conseguenze dell’innalzamento del livello del mare
I livelli medi del mare si sono alzati di circa circa 23 centimetri dal 1880. Di questi, circa 7 centimetri derivano dagli ultimi 25 anni. A fronte di questo innalzamento i danni sono già stati ingenti. Pensiamo però che questa non è nemmeno la metà dell’altezza stimata per il 2100, quando, a questo punto, le conseguenze per il mondo saranno disastrose. Il continente che più sarà colpito è l’Asia (Cina, Bangladesh, India, Vietnam, Indonesia,Thailandia, Filippine e Giappone), con il 70% dei suoi abitanti che dovranno abbandonare le loro case. Il New York Timesha scritto che alcune città come Mumbai (India) e Ho Chi Min (Vietnam) scompariranno, così come Shanghai. Dovremmo anche prepararci a dire addio ad alcuni patrimoni culturali, come a quello di Alessandria d’Egitto.
Il cambiamento del livello del mare a livello globale nel corso degli anni. Fonte: Focus.it
L’innalzamento del livello del mare minaccia anche alcuni servizi basilari come l’accesso a Internet, dato che molte delle infrastrutture comunicative sottostanti le città si trovano proprio in prossimità del mare. Per non parlare degli effetti devastanti sugli habitat marini, degli uccelli e delle piante, dell’erosione delle coste, delle inondazioni, della contaminazione delle falde acquifere e del suolo agricolo con il sale marino.
Cosa ha già causato l’innalzamento del livello del mare
Un team di ricercatori australiani ha stabilito che sono cinque gli atolli scomparsi nelle Isole Salomone, una nazione insulare del Pacifico meridionale, a est della Papua Nuova Guinea. Gli scienziati russi hanno riportato che una piccola isola dell’Artico è scomparsa. Verso la fine del 2018 un giornale locale ha riportato che una piccola isola disabitata poco al largo della costa del Giappone potrebbe non riemergere mai più dopo essere scomparsa sotto il livello del mare.
“Tutto questo è una finestra sul futuro – ha affermato Nunn della University of Sunshine Coast. – ci dice ciò che accadrà nei prossimi 20 anni in tutto il resto del mondo, e non solo in un contesto insulare. Può accadere a New Orleans, Los Angeles e tutte le altre città costiere. Prima iniziamo a pensarci, meno sarà doloroso”.
Infatti, senza necessariamente arrivare alla sommersione di interi continenti, si possono vedere questi effetti già nelle maggiori città del mondo. Rotterdam, nei Paesi Bassi, ha già da molti anni costruito la Maeslant Barrier, una barriera per gran parte sottomarina lunga come la Torre Eiffel. New Orleans ha progettato un enorme sistema di barriere, dighe, argini e pareti che si estendono per circa 560 chilometri intorno alla città. New York stava vagliando, almeno prima che l’amministrazione Trump bloccasse i fondi per il progetto (leggi qui l’articolo in merito), la possibilità di costruire una gigantesca barriera al largo di Manhattan. Gli effetti dell’innalzamento del mare su Venezia, poi, li vediamo spessissimo sui notiziari.
Il caso delle Isole Kiribati
In alcuni luoghi del mondo, però non vi sono barriere che tengano. La Repubblica di Kiribati, un gruppo di 33 isole del Pacifico dove vivono 100 mila persone, si trovano a circa 2 metri sopra il livello del mare. Considerando le suddette previsioni degli scienziati, queste isole saranno prima o poi inabitabili. Infatti, per nove milioni di dollari Kiribati ha già comprato otto chilometri quadrati di terra per evacuare, un giorno non molto lontano, l’intera popolazione.
Le isole Kiribati si trovano a 1.8 metri sul livello del mare
Le isole Kiribati si trovano sulla linea internazionale del cambio di data, il che significa che sono le prime ad assistere all’inizio del nuovo giorno. In un certo senso si può dire che Kiribati sia già nel futuro. Ironia della sorte, i suoi abitanti stanno assistendo a una triste anteprima di ciò che comporterà la crisi climatica. La quale, proprio come l’alba di un nuovo giorno, arriverà per tutti.
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