Perché il cambiamento climatico colpisce di più le donne?

donne

Siamo in un’ epoca nella quale uno degli uomini più potenti dell’industria del cinema è stato incarcerato per molestie contro le donne avvenute molte anni prima, grazie al movimento MeToo. Ma siamo anche in un’epoca in cui il salario medio maschile resta il 21% maggiore rispetto rispetto a quello femminile. Nel nuovo millennio, una ragazzina di 17 anni è diventata la rappresentante di una nuova rivoluzione mondiale. Nello stesso tempo, però, un’azienda simbolo dell’economia globale si è permessa di denigrarla impunemente con una vignetta intimante lo stupro. Ed è proprio per questi molti passi indietro, a fronte dei pochi avanti, che i cambiamenti climatici rappresentano sia una causa sia una conseguenza delle condizioni di vita innegabilmente peggiori delle donne rispetto a quelle degli uomini.

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Le donne e le catastrofi naturali

Come dice il titolo stesso del rapporto UNEP “Le donne nella prima linea del cambiamento climatico”, le persone di sesso femminile corrono maggiori rischi nell’affrontare i cambiamenti climatici rispetto agli uomini. Questo è stato riscontrato soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dove le donne hanno ben pochi diritti. Ma non solo.

Secondo il rapporto Oxfam sullo Tsunami del 2004, si legge che in Asia meridionale alle donne e alle ragazze viene impedito di imparare a nuotare per rispetto delle norme sociali che regolano i codici di abbigliamento. Questo ha ridotto notevolmente le loro possibilità di sopravvivenza in caso di inondazioni. Infatti, sempre secondo il rapporto, in Sri Lanka, India e Indonesia le donne sopravvissute allo Tsunami del 2004 sono state soltanto un terzo degli uomini.

L’economista Miriama Williams ha affermato poi come le donne, avendo solitamente un ruolo di maggiore responsabilità sui bambini e gli anziani, rischiano di rimanere indietro per badare, appunto, a loro. Per le donne incinte, poi, aumentano i disagi a causa della loro scarsa mobilità e della scivolosità dei terreni. Vi è di conseguenza una maggiore possibilità che le donne rimangano ferite o uccise, non tanto per una loro “debolezza” intrinseca, spesso vista erroneamente come causa principale della sofferenza femminile.

La vera causa è invece da ricercare a monte, ovvero in una mancanza di potere decisionale che può impedire loro di uscire di casa nonostante, per esempio, il sorgere livelli d’acqua, in attesa di un’autorità maschile che conceda loro il permesso. Oltre che la mancanza di una dovuta educazione nell’affrontare disagi di questo tipo.

Dopo la catastrofe, la catastrofe non finisce

Il pericolo per le donne non termina però con la fine di un disastro ambientale. Secondo l’ONU, l’80% degli sfollati delle catastrofi naturali sono donne. Anche qui vi sono varie cause. Innanzi tutto, le donne che vivono in una condizione sociale ed economica precaria hanno più difficoltà a risollevarsi dopo una catastrofe. Molto banalmente, se si ritrovano sole, non hanno soldi per ricostruire una casa o comprare un nuovo terreno. Spesso, quindi, sono costrette a prostituirsi, oppure ad affrettare matrimoni non voluti.

Per trovare degli esempi non serve allontanarsi dalla società occidentale. Dopo l’uragano Katrina che ha colpito l’America nel 2005, le donne afro-americane della Louisiana sono state le più colpite. Jacquelyn Litt, professore di studi sulle donne e sul genere alla Rutgers University, ha dichiarato alla BBC che “più della metà delle famiglie povere della città erano formate da madri single. Queste facevano affidamento a comunità interdipendenti per le risorse quotidiane. I dislocamenti provocati dall’uragano hanno eroso quelle reti, mettendo a grande rischio le donne e i loro bambini.

Ruolo primario, considerazione secondaria

Meno acqua, più violenze

Il paradosso per il quale le donne sono emarginate e sottovalutate nonostante ricoprano un ruolo di indiscussa importanza nella gestione delle risorse familiari, diventa un grave problema nei Paesi in via di sviluppo.

Nell’Africa rurale sono solitamente le donne a procurare acqua e legname. Il lago Ciad, che forniva questi beni primari ad almeno quattro nazioni, si è ormai quasi del tutto prosciugato. Le donne sono quindi costrette a cercare l’acqua in luoghi molto lontani dai villaggi. Questo le espone al rischio di violenze e uccisioni molto più frequentemente del solito. Per non parlare del problema delle latrine. La loro mancanza o precarietà per mancanza di acqua o perché distrutte continuamente da disastri naturali, porta le donne a preferire luoghi aperti, appartati e, quindi, lontano dalle abitazioni, il che preclude la loro sicurezza.

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Inquinamento di aria e acqua

La mancanza di latrine causano anche una contaminazione dell’aria e delle falde acquifere notevole. Le donne, che rimangono più spesso tra le mura domestiche e all’interno dei villaggi, sono molto più esposte a questo tipo di inquinamento. Ma non solo. Come si legge sul report “Gender, climate change and health” dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, in Bangladesh, nella regione orientale dell’India, la contaminazione da arsenico delle falde acquifere è molto alta. Le inondazioni intensificano il tasso di esposizione a questa sostanza da parte delle persone svantaggiate dal punto di vista socio economico, le quali sono spesso rappresentate dalle donne.

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Sempre nello stesso documento è riportato il problema delle acque stagnanti in conseguenza delle inondazioni. Il ristagno idrico incide gravemente sulla salute delle donne che sono costrette a bere l’acqua antigienica dei villaggi colpiti. Gli operatori sanitari locali hanno riferito che stanno aumentando anche i problemi ginecologici delle donne a causa di un uso non igienico dell’acqua.

Gli stessi problemi, sia chiaro, possono colpire anche gli uomini. Anche qui può giocare un ruolo funesto la retrograda mentalità per cui essi si sentono in dovere di dimostrare un eroismo e una mascolinità superiore rispetto alla controparte femminile. Bisogna dire, però, che gli uomini, però, si trovano spesso lontano dal nucleo familiare per cause lavorative e riescono quindi ad evitare questi disagi.

Piccole proprietarie terriere

Katharine Wilkinson è una delle autrici di Project Drawndown, un progetto che è stato definito “la risorsa leader mondiale per le soluzioni climatiche”. Durante un TED Talk, Katherine ha sollevato la questione delle donne quali principali coltivatrici del mondo. Esse, infatti, producono dal 60 all’80% della totalità del cibo prodotto nei Paesi a basso reddito. E molte volte lavorano terreni molto piccoli, di neanche cinque acri.

Il problema, però, è che le donne hanno minor accesso alle risorse, come ad esempio ai diritti sulla terra, ai capitali e crediti, a una formazione adeguata e, ovviamente, agli strumenti e alle tecnologie necessarie alla coltivazione. Di conseguenza, producono meno cibo rispetto agli uomini a fronte di una stessa quantità di terreno.

“Se colmiamo queste lacune – dice Katherine – potremmo ricavare il 20-30% in più di cibo dalle coltivazioni”. Ci sarebbe così meno deforestazione, e quindi un risparmio di almeno 2 miliardi di tonnellate di CO2 in 30 anni.

Educazione è emancipazione

Un altro punto importante toccato da Katherine è l’educazione femminile. Nel mondo, 130 milioni di ragazze non hanno accesso al sistema scolastico. Questo comporta enormi conseguenze negative. Si può dire, anzi, che è probabilmente una delle cause principali per cui l’emancipazione femminile è ancora un problema molto diffuso a livello globale.

In primo luogo, come abbiamo visto, le donne hanno spesso un ruolo importante nel nucleo familiare. Dovrebbero quindi essere le prime a ricevere le nozioni di base su, per esempio, cosa sia un tifone e come comportarsi in casi simili.

L’educazione, poi, aumenta le probabilità che una donna raggiunga una stabilità finanziaria e che quindi sia in grado di affrontare i cambiamenti climatici con più resilienza. Sarebbero in grado di sostentarsi anche in caso di perdita della casa o del terreno, senza dipendere dagli uomini o essere condannate alla miseria.

Potrebbero, poi, aumentare le fila di esperti e scienziati che ogni giorno lavorano per trovare soluzioni al problema del cambiamento climatico. Tendenzialmente, inoltre, le donne che intraprendono un percorso scolastico tendono a sposarsi più tardi e, quindi, ad avere meno figli.

Conseguenza, questa, anche di un’ educazione sessuale approfondita, che dovrebbe informare sulla contraccezione e la profilassi dalle possibili malattie veneree. Se vi fosse un maggiore controllo delle nascite, infatti, in 30 anni vi sarebbero un miliardo di persone in meno. Di conseguenza, sarebbero emesse 120 miliardi di tonnellate di CO2 in meno, altrimenti generate per soddisfare i bisogni di una popolazione in aumento.

Non è, però, soltanto una questione demografica. Una donna educata (scolasticamente) è più consapevole delle sue possibilità, del suo valore e della sua dignità. Si sente quindi libera di scegliere e di gestire il proprio corpo e le proprie risorse come meglio crede. Una donna può e deve generare figli esclusivamente per una scelta personale e non perché “capita”, o peggio, perché è ciò che la società si aspetta da lei. Anche qui, non serve arrivare all’Africa sub-sahariana. Negli Stati Uniti, il 45% delle nascite sono indesiderate.

Non vittime, ma risorse

Questo articolo non vuole però far passare le donne come vittime. Anzi. Spesso, proprio a causa del ruolo che ricoprono all’interno del nucleo familiare, hanno una maggiore conoscenza del loro ambiente e delle risorse rispetto alla controparte maschile. Se queste nozioni venissero unite a quelle degli uomini, non potrebbe che giovare alla resilienza dell’umanità ai cambiamenti climatici. Per questo e per il fatto che ad oggi la rappresentanza media delle donne negli organismi internazionali sul clima è inferiore al 30%, sono stati presi alcuni provvedimenti.

Per esempio, è stato inserito un Gender Focal Point che chiede a tutti i Paesi membri delle Nazioni Unite di dichiarare i loro progressi sul gender gap all’interno dei loro confini.

Inoltre, nel 2017 la Commissione Europea ha pubblicato una call for proposals che ha messo a disposizione 20 milioni di euro per progetti di imprenditorialità femminile nel settore dell’energia sostenibile nei paesi in via di sviluppo.

Non è certo abbastanza, e molto di più può essere fatto in nome delle donne. Quello che non smetteremo mai di ripetere e che è anche il motivo che ci ha spinto a creare il nostro sito, è di attuare nel nostro piccolo il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo, rispettando le donne, i loro diritti e la loro dignità nella nostra vita di tutti i giorni.

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Entro il 2100 tutti i coralli potrebbero sparire

coralli

Se state pensando di trascorrere le vacanze estive ai Caraibi, anche per ammirare i loro rinomati fondali marini, sappiate che la barriera corallina in quell’area ha subito una diminuzione dell’80%. Pertanto, l’ecosistema che da essa dipendeva sarà ben meno vario e stupefacente rispetto a qualche anno fa. E la situazione non sta migliorando. Vediamo perché i coralli sono in pericolo.

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I mari si acidificano

L’uomo sta aggiungendo costantemente CO2 nell’atmosfera e gli oceani ne assorbono una grandissima parte. Solo nel corso del 2015 le acque del pianeta hanno assorbito 2 miliardi e mezzo di tonnellate di carbonio e nel 2016 altri 2 miliardi e mezzo.

Le conseguenze sono varie e tutte dannose per la vita nei mari. Innanzi tutto, con una grande quantità di CO2 l’acqua diventa acida, poiché il PH si abbassa. Prima della rivoluzione industriale, Il PH della superficie oceanica era di circa 8,2. Oggi si è abbassato a 8,1. Un calo del 0,1 significa che il mare è il 30% più acido.

Continuando con lo stesso ritmo, entro il 2050 il PH sarà di 8,0 e gli oceani saranno 150 volte più acidi rispetto all’inizio della rivoluzione industriale. Il punto di non ritorno, cioè la soglia critica entro cui i coralli spariscono e l’ecosistema marino cede, è un livello di PH pari a 7,8, ossia quello che ci aspettiamo si verifichi entro il 2100.

Ken Cladeira, studioso dell’atmosfera aveva pubblicato un articolo su Nature dicendo che nei prossimi secoli l’acidificazione potrebbe essere superiore a quella degli ultimi trecento milioni di anni.

Le conseguenze dell’acidità

Ulf Riebesell, biologo oceonografo presso il centro Helmholtz di Ricerca oceanica Kiel in Germania, spiega che l’acidità dell’acqua è dannosa perché i plancton, in questa condizione, prolificano e consumano una quantità enorme di sostanze nutritive, sottraendole agli animali più grandi e compromettendo l’intera catena alimentare.

Questo lo sappiamo anche perché alcune zone della terra hanno già un PH così basso. Nei pressi dell’isola di Ischia, per esempio, vi sono dei camini vulcanici che emettono grandi quantità di CO2 e il PH in queste aree di mare è di 7,8. Qui sono state rilevate soltanto un terzo delle specie esistenti nel resto del mare.

La minaccia ai coralli

Uno studio recente condotto da un gruppo di ricercatori australiani ha rilevato che l’estensione dei coralli sulla Grande Barriera si è ridotta del 50 percento negli ultimi 30 anni. In più, durante lo Ocean Sciences Meeting 2020 dell’American Geophysical Union, Renee Setter e Camillo Mora dell’università delle Hawaii – Manoa, hanno presentato una ricerca preoccupante. Essi dichiarano che circa il 70-90% di tutte le barriere coralline esistenti spariranno nel giro di 20 anni.

Questo è accaduto perché l’acidificazione colpisce maggiormente le creature calcificanti come i ricci, le stelle marine e anche molte specie di coralli. Nella zona con PH 7,8 vicino a Ischia, tre quarti delle specie scomparse sono calcifere. Perché quest? Spiegato semplicemente, l’acidificazione degli oceani rende lo sforzo per la calcificazione molto più “faticoso”, in quanto riduce gli elementi chimici necessari per la formazione del calcio. Elizabeth Kolbert nel suo libro “La sesta estinzione”, scrive che sarebbe un po’ come se tentassimo di costruire una casa mentre qualcuno cerca continuamente di rubarci i mattoni.

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Inoltre, l’acqua così acida è corrosiva per il carbonato di calcio, il quale, semplicemente, si scioglie. Questa corrosione si aggiunge alle già tante minacce dalle quali i coralli sono già costretti a difendersi e per cui consumano molta energia. Tra questi vi sono gli attacchi dei pesci e dei vermi che scavano tane, ma anche i colpi dati dalle onde e dalle tempeste.

Il livello di saturazione diminuisce

La CO2 in acqua, inoltre, abbassa il livello di saturazione dell’acqua. I coralli crescono con rapidità massima con un livello di saturazione dell’acqua pari a 5. Quando il livello è 2 i coralli abbandonano i processo di costruzione.

Prima della rivoluzione industriale il livello di saturazione dei mari era pari a 4 o 5. Ad oggi non esiste nessun luogo del pianeta in cui il livello sia pari o superiore a 4. Se non si abbassano i livelli di emissioni, entro il 2060 non ci sarà più una sola area con un livello maggiore a 3,5. Nel 2100, nemmeno con livelli superiori a 3.

Sbiancamento e altri problemi

I coralli hanno bisogno di calore per crescere, ma quando è troppo è molto dannoso. All’interno dei coralli vivono delle piante, dette zooxantelle, che sono la fonte del loro straordinario colore. Con il caldo, queste iniziano a produrre pericolose concentrazioni di radicali liberi dell’ossigeno, che danneggiano i coralli. I coralli, quindi, espellono queste piante e, di conseguenza, diventano bianchi. Le colonie sbiancate smettono di crescere e, se il danno è di una certa entità, muoiono.

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Altri problemi sono la pesca eccessiva e gli scarichi di rifiuti agricoli. Entrambi favoriscono la crescita delle alghe le quali concorrono con i coralli per accaparrarsi le sostanze nutritive. Alcune di queste, poi, con l’acidificazione degli oceani diventano tossiche. L’uomo ha poi inventato la pesca con dinamite, il cui potenziale distruttivo si spiega da sé.

Infine, le sostanze inquinanti riversate ogni anno negli oceani dall’uomo, rendono il corallo soggetto ad agenti patogeni. Uno di questi è causa di un’infezione batterica detta white band desease, che produce una banda bianca con tessuto necrotico. E’ a causa di questa infezione che la presenza di coralli nei Caraibi è diminuita dell’80 percento.

Un ecosistema importante

Migliaia di specie si sono evolute dipendendo dalle barriere coralline, sia direttamente, per proteggersi e procurarsi il cibo, sia indirettamente, per predare altre creature in cerca di cibo o protezione. Le barriere coralline sono spesso paragonate alle foreste pluviali in quanto varietà di forme di vita che ospitano e sostengono. In un’area di circa un metro quadro sono state individuate più di 100 differenti specie.

Questa immensa catena evolutiva è stata attiva varie ere geologiche, ma gli scienziati dicono che no resisterà all’Antropocene. E’ probabile infatti che i reef siano il primo ecosistema aggiungere l’estinzione ecologica nell’era moderna.

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Cosa fare?

I ricercatori hanno avvisato che il riscaldamento climatico è il maggior killer, non l’inquinamento,che solo una piccola parte della minaccia. “Provare a pulire le spiagge è una cosa buona ed è fantastico provare a combattere l’inquinamento dei mari. Dobbiamo proseguire con questi sforzi”. Spiega Renee Setter dell’Università delle Hawaii. “Ma, alla fine, combattere il cambiamento climatico è quello che realmente serve per proteggere i coralli”.

Finché però non si agisce a monte, con azioni radicali da parte dei governi di tutto il mondo, c’è chi ha pensato di farlo a valle, limitando i danni. L’Istituto italiano di tecnologia (Iit), in collaborazione con il centro di ricerca marina dell’università di Milano-Bicocca situato alle Maldive hanno inventato i cerotti per i coralli. Si tratta di cerotti speciali, biocompatibili e biodegradabili, che si applicano sulle parti lesionate del corallo e rilasciano princìpi attivi di vario tipo, come antibatterici, antiprotozoari e antifungini, ognuno dei quali capace di curare una specifica patologia.

“La sesta estinzione” è qui. Finiremo come i dinosauri?

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Il fatto che stiamo assistendo a una estinzione di massa paragonabile a quella che ha portato i dinosauri a sparire dalla faccia della terra non è una teoria, una ipotesi, o una supposizione. E’ la cruda realtà. Elizabeth Kolbert, con il suo libro “La sesta estinzione“, vincitore del premio Pulitzer nel 2015, ce lo spiega molto chiaramente.

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L’estinzione di massa è un fenomeno raro

Il primo fatto più scioccante che Kolbert ci presenta è che le estinzioni di massa sono avvenimenti estremamente rari nella storia del pianeta. Atteniamoci alle sue parole:

Qualsiasi evento verificatosi solo cinque volte da quando il primo animale con uno scheletro è apparso sul pianeta, circa cinquecento milioni di anni fa, deve essere definito estremamente raro. L’idea che un episodio di questo tipo stia avendo luogo proprio ora, sotto i nostri occhi, mi ha messa in allarme.

Stiamo quindi assistendo alla sesta estinzione di massa, ovvero un fenomeno per cui il tasso di scomparsa delle specie si impenna in un arco di tempo insignificante dal punto di vista geologico. Le cause di questa estinzione ingente e improvvisa possono essere molto varie, ma un tratto le accomuna tutte. Vi è un cambiamento improvviso delle condizioni di vita “usuali” e le specie viventi non hanno il tempo evolutivo per adattarsi alle nuove.

Come è avvenuta l’estinzione dei dinosauri

L’estinzione dei dinosauri è stata causata da un asteroide enorme, di 10 chilometri di diametro, che si è abbattuto sulla terra. Nell’esplosione che seguì l’impatto venne rilasciata una quantità di energia pari a un milione delle più potenti bombe atomiche mai testate.

Ma il fattore determinante, più che l’esplosione in sé, è stato il cambiamento climatico sopraggiunto successivamente. Alcune particelle ricche di solfuro si sparsero nell’aria, coprendo il cielo e bloccando i raggi solari. Dopo l’iniziale ondata di calore, vi fu un abbassamento drastico delle temperature e, quindi, un cambiamento improvviso delle condizioni di vita sul pianeta. Le caratteristiche degli esseri viventi che fino ad allora avevano probabilmente caratterizzato un vantaggio, diventarono letali. Questo portò all’estinzione di quasi tutti gli organismi viventi e i mammiferi subirono perdite pari al 100 percento.

La seconda estinzione

Per quanto sia meno conosciuta, l’estinzione di massa che più si avvicina a quella che potrebbe avvenire nella nostra era è la seconda, avvenuta 225 milioni di anni fa. Vi fu infatti una improvvisa e massiccia immissione di carbonio nell’atmosfera la cui causa è ancora un mistero.

L’acqua divenne più acida e la quantità di ossigeno al suo interno crollò al punto che molti organismi morirono, di fatto, per soffocamento. I reef corallini subirono un collasso. […]

Quello che sembra essere un antico “riscaldamento globale” ha portato all’estinzione del 90% di tutte le specie del pianeta. Ed è avvenuto in un tempo abbastanza rapido dal punto di vista geologico: circa 200 mila anni.

La “nostra” estinzione

L’essere umano ha immesso nell’atmosfera 365 miliardi di tonnellate metriche di carbonio in meno di duecento anni. La deforestazione ha contribuito con altre 180 miliardi di tonnellate. E ogni anno ne immettiamo il 6% in più. La concentrazione di diossido di carbonio è aumentata del 40% e quella di metano, un gas serra molto più potente, è più che raddoppiata.

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Il fattore determinante è sicuramente quello del tempo. Come scrive efficacemente Kolbert, vi è una grande differenza tra il bere sei lattine di birra in un’ora oppure in sei mesi. Se immettessimo CO2 nell’aria più lentamente, i processi geofisici entrerebbero in gioco per controbilanciare l’acidificazione. L’odierno riscaldamento globale ha invece luogo a una velocità almeno dieci volte maggiore a quella registrata alla fine di tutte le glaciazioni. A questo proposito Kolbert cita la rivista Oceanography, che dice:

E’ probabile che l’eredità dell’Antropocene (l’era degli uomini, ndr.) sarà il più rilevante, se non catastrofico evento nella storia del nostro pianeta

Cosa sta succedendo?

Un aumento di temperatura di questa entità può portare a una serie di eventi in grado di alterare gli assetti del pianeta. Un esempio è quello dello scioglimento di gran parte dei ghiacciai perenni. Nell’Artico i ghiacci perenni coprono la metà dell’area rispetto a quella di trent’anni fa. Fra altri trent’anni potrebbero scomparire del tutto.

Per non parlare poi dell’acidificazione degli oceani. Di questo passo, gli oceani saranno 150 volte più acidi di quanto non lo fossero prima della rivoluzione industriale e supereranno la soglia critica oltre la quale non l’ecosistema marino inizia a cedere. Infatti, molte piccoli organismi marini che sono la prima fonte alimentare di animali più grossi, come salmoni e balene, non sopravvivranno. L’acidificazione inoltre favorirà la crescita di alghe tossiche e batteri velenosi, che potrebbero infestare l’intero Pianeta.

Molte specie dipendono anche dalle barriere coralline, usate per difesa o per procacciarsi il cibo. I ricercatori oggi ritengono che i coralli saranno il primo ecosistema nell’era moderna a raggiungere l’estinzione. Ad oggi la Grande Barriera si è ridotta del 50% negli ultimi 30 anni.

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Non incolpiamo solo la CO2

Colpevole di una eventuale estinzione di massa non sarà però soltanto il riscaldamento dato dalla CO2 nell’atmosfera. Anche l’azione diretta dell’uomo sta giocando un grande ruolo.

Le aree selvagge” del pianeta ormai non esistono quasi più. L’uomo ha alterato più della metà di superficie libera dai ghiacci, compromettendo gli habitat di molte specie viventi. Abbiamo cancellato molte foreste, dalle quali dipendevano intere catene alimentari, per creare immense aree coltivabili o destinate la pascolo. Continuiamo a costruire città e cementificare intere praterie. Scaviamo miniere, cave, acquedotti e oleodotti. Abbiamo introdotto sostanze inquinanti nell’acqua, nell’aria e sui terreni.

In questo modo abbiamo persino peggiorato gli effetti del riscaldamento. Per stare al passo con gli attuali aumenti di temperatura – dice Ken Caldeira, studioso dell’atmosfera – le piante e gli animali dovrebbero migrare verso i poli a una velocità di dieci metri al giorno. Un eventuale loro spostamento, anche meno drastico, è però reso difficile dall’isolamento degli habitat. Per esempio, i “pezzi”di foresta sono spesso sono divisi da enormi aree coltivate e non permettono agli animali di spostarsi alla ricerca di condizioni migliori.

La causa sono gli esseri umani

Gli unici in grado di spostarsi e, quindi, di spostare organismi, sono proprio gli esseri umani. Anche i nostri continui ed eccessivi viaggi, infatti, continuano a causare la contaminazione dei diversi ecosistemi del pianeta. L’introduzione improvvisa di nuove specie o, peggio, di agenti patogeni sconosciuti, non lascia il tempo alle specie native di abituarcisi e porta, quindi, non pochi problemi. La California sta a acquisendo una nuova specie invasiva ogni 70 giorni. Nelle Hawaii vi è un nuovo invasore in più ogni mese. Prima dell’arrivo dell’uomo le specie si sono stabilizzate nell’arcipelago hawaiano al ritmo di una ogni diecimila anni.

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Da ultimo, ma non per importanza, vi è la più inquietante delle cause dell’estinzione di massa cui stiamo assistendo. E, purtroppo, questa avviene con o senza CO2. Fino a qualche centinaio di anni fa era presente sul pianeta la cosiddetta megafauna, ovvero animali di dimensioni grandissime che, tutto a un tratto, sono scomparsi. Ecco cosa scrive Kolbert:

L’estinzione della megafauna è avvenuta a più riprese. La prima, circa quarantamila anni fa, spazzò via i giganti australiani. La seconda interessò il Nord e Sud America circa 25 mila anni fa. I lemuri giganti del Madagascar, gli ippopotami pigmei e gli uccelli elefante sopravvissero fino al Medioevo. I Moa della Nuova Zelanda resistettero fino al rinascimento. Guarda caso, la sequenza di queste scomparse e la sequenza degli insediamenti umani in questi luoghi sono quasi perfettamente allineate.

Detto senza peli sulla lingua, gli uomini uccidevano questi animali senza misura, fino a portarli all’estinzione. Ovviamente inizialmente non sapevano che più grandi sono gli animali, più è basso il loro tasso di natalità. Le uccisioni, quindi, avvenivano senza remore e per i più disparati motivi che andavano dal cibo, al vestiario, al traffico di questi beni (e quindi, il denaro), fino al semplice “divertimento“. Nonostante adesso vi siano le informazioni necessarie per bloccare questi stermini, molti grandi animali come elefanti, orsi e grandi felini sono ancora largamente minacciati.

Il mammut è uno dei maggiori rappresentanti dell megafauna estinta

Ci uccidiamo anche a vicenda

Kolbert si chiede anche che fine farà la specie umana in queste condizioni. Alcuni dicono che anche noi verremo inevitabilmente annullati dalla trasformazione del paesaggio ecologico visto che, in fondo, ne dipendiamo. Un’altra ipotesi è che l’ingegno umano sappia superare qualunque disastro egli abbia messo in moto, per esempio immettendo sostanze in grado di assorbire l’anidride carbonica.

Oppure, qualcuno dice che, tra qualche anno, saremo in grado di scappare su Marte. Vi è anche l’opzione più positiva, per la quale riusciremo a ridurre le emissioni, fare marcia indietro e a recuperare il recuperabile. Vi è però ancora un problema da superare, quello dell’autodistruzione.

Oltre alla megafauna, infatti, l’uomo ha anche da sempre reciso i rami del suo stesso albero genealogico. Quando l’homo sapiens ha incontrato quello di Neanderthal, per esempio, quest’ultimo non ebbe lunga vita. Pare sia avvenuto un vero e proprio sterminio a discapito dei neandertaliani, i quali, di fatto, non differivano moltissimo da noi. Anzi, è stato accertato che l’Homo sapiens abbia avuto rapporti sessuali con quello di Neanderthal, il che ci porta ancora oggi ad avere una parte dei suoi geni

Ci sono tutte le ragioni per credere che, se gli esseri umani non avessero fatto la loro comparsa, i neandertaliani sarebbero ancora lì, insieme ai cavalli selvaggi e i rinoceronti lanosi. Con la nostra capacità di rappresentare il mondo attraverso segni e simboli, arriva anche la capacità di cambiarlo, e quindi di distruggerlo.

Dal libro “La sesta estinzione”, un uomo di Neandertal vestito secondo i dettami moderni. Come si può notare, non sarebbe così facile distinguerlo da un Homo Sapiens qualunque

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Una lunga storia di genocidi

Non serve, però, arrivare a Neanderthal per confermare la capacità dell’uomo di sterminare i suoi stessi simili e non serve quindi che mi dilunghi elencando la quantità di genocidi, stermini, guerre, omicidi che ogni giorno avvengono sul nostro pianeta.

Se quindi, dopo aver letto questo articolo, vi siete anche solo di poco liberati dell’idea che il rispetto della natura sia solo una futile fissazione dei nuovi giovani “hippie”, e che non avrà conseguenze dirette sulla sopravvivenza della nostra specie, completate il processo leggendo questo libro illuminante.

Riscaldamento globale e criminalità: aumentano i ladri di api

api

Non prendiamoci in giro. Una apocalisse improvvisa stile film hollywoodiano in cui un’onda gigantesca sommerge tutte le città della terra, forse, non accadrà. Stiamo assistendo, però, ad alcuni eventi che ricordano una ipotetica fine del mondo da pellicola. Un esempio è quello dell’aumento di bande criminali che rubano le risorse naturali per venderli a caro prezzo, vista la loro rarità. Le api sono una di queste risorse e il loro furto avviene sempre più spesso.

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I furti agli apicoltori

Un furto recente avvenuto oltreoceano è quello di Mike Potts, un apicoltore del’Oregon. Potts si trovava nel cuore agricolo della California per portare 400 dei suoi alveari. Nella California Central Valley, infatti, la domanda di insetti impollinatori è in forte crescita, dato che da quest’area proviene un quarto di tutta produzione agricola degli Stati Uniti.

Al suo ritorno, pochi giorni dopo, i ladri gli avevano portato via 92 alveari. Il costo della sua perdita si aggira intorno ai 44 mila dollari. Per chiarire questa somma, si pensi che in Italia, dove il costo della vita è decisamente minore, un’arnia costa intorno ai 300 euro, senza contare i costi di manutenzione e le tasse.

Una sorte peggiore è toccata a Lloyd Cunniff, la cui famiglia alleva api da tre generazioni. Cunniff ha subito il furto di 488 alveari. Questo triste evento ha significato per Cunniff la perdita di 100 mila dollari e, cosa più importante, l’unica sua fonte di sostentamento.

L’importanza delle api

L’importanza delle api per il ciclo della vita sulla Terra non è più un mistero. Questi piccoli ma laboriosi animali infatti consentono ai fiori e alle piante di riprodursi e moltiplicarsi. È stato stimato che gli insetti impollinatori favoriscono l’esistenza dell’80% della vegetazione mondiale e del 94% di quella nelle zone tropicali.

La vegetazione è ovviamente importante per mantenere inalterati gli habitat e, quindi, per la salute degli ecosistemi. Le api, però, svolgono una azione diretta anche sulla riproduzione di alcune piante da frutto.

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Nel Nord America le api consentono la produzione del 90% dei prodotti agricoli in commercio. In Europa circa l’84% delle colture alimentari dipendono dall’impollinazione degli insetti pronubi. A livello globale le api contribuiscono al 35% della produzione alimentare.

Alcuni esempi di questi prodotti alimentari sono le mele, le mandorle, i mirtilli, le ciliegie, i ribes, le angurie, i broccoli, le zucche, i meloni, gli asparagi, i cetrioli. Oltre che, ovviamente, il miele.

Più mandorle, meno api

In particolare, negli Stati Uniti si è assistito a un aumento esponenziale nel consumo delle mandorle. Forse è la conseguenza di una maggiore sensibilità delle persone verso un’alimentazione più sana e sostenibile. Più probabilmente è una moda lanciata dalle influencer e che ha portato all’acquisto spasmodico di questo prodotto.

Sta di fatto che, qualunque sia la causa, l’industria delle mandorle ha raddoppiato le sue dimensioni negli ultimi due decenni. Ecco allora perché questo aumento della richiesta e, quindi del valore delle api. Specialmente di quelle da allevamento, che si trovano in quantità maggiori e sono più facilmente reperibili.

Un calo preoccupante

Ma il valore di questi animali non è solo dovuto a un aumento della loro richiesta, bensì alla loro sempre maggiore rarità. Gli apicoltori perdono infatti in media il 40% delle api ogni inverno, a causa delle siccità che inibiscono la produzione del nettare, la cementificazione, i pesticidi tossici.

Negli Stati Uniti il costo di un alveare è passato da soli 35 dollari a più di 200 in pochi anni, e continua a salire. L’impollinazione è quindi diventata un grande affare, causando furti e commercio nero di api.

Si pensa anche che, vista l’abilità che richiede un furto di questo tipo, siano più che altro bande e grandi organizzazioni criminali le autrici dei misfatti. Come ha affermato Charley Nye, ricercatrice di apicoltori dell’Università della California, “Le persone normali non possono rubare 500 arnie con un carrello elevatore e un camion”.

Leggi anche: “Parlamento Europeo per l’ambiente: voto a favore delle api”

Un problema anche italiano

Anche in Italia il problema è sempre maggiore. Secondo la Fai-Federazione Apicoltori Italiani, la frequenza dei furti di interi apiari lascia presupporre l’esistenza di un mercato “giallo-nero”. “Un fenomeno che sa di criminalità organizzata – sottolinea il presidente degli Apicoltori Italiani Raffaele Cirone – e che deve essere contrastato con idonei strumenti.

Oltre a quelli più classici come antifurti e polizze assicurative, videosorveglianza, l’Italia sta sviluppando altre nuove tecnologie. Operatori come Arniasat, Safebee, Spyproject, 3bee hive-tech, tra gli altri, offrono dispositivi satellitari di ultima generazione e che permettono di “seguire” le arnie in caso di furto.

L’inverno è già finito? Gennaio 2020 il più caldo di sempre

gennaio

Le piogge e le nevicate di dicembre ci stavano illudendo che, forse, questo inverno sarebbe rientrato nei canoni della normalità. Invece eccolo qui, il riscaldamento globale, che bussa alla porta del nuovo anno e ci ricorda tempestivamente che è ancora tra noi. Il gennaio 2020 è stato infatti il più caldo mai registrato.

I dati scientifici

Lo dimostrano i dati del Copernicus Climate Change Service, secondo il quale, a livello globale, le temperature del gennaio di quest’anno sono state di 0,03 gradi superiori a quello del 2016, fino ad ora il più caldo registrato.

A livello europeo, la differenza è ancora più marcata. Il gennaio più caldo era stato infatti nel 2007, durante il quale si erano registrate temperature più basse di 0.2 gradi rispetto ad oggi. Tornando ancora più indietro nella storia, se paragoniamo la temperatura media di gennaio nell’era preindustriale, era di ben 1.4 gradi inferiore rispetto ad oggi.

Non è la prima volta che notizie simili raggiungono i canali di informazione mondiali. Nel febbraio dell’anno scorso infatti era trapelata la notizia che gli ultimi cinque anni siano stati i più caldi mai registrati a livello planetario, così come il decennio 2010-2019.

Qualche esempio

Un esempio forse non propriamente scientifico è quello delle temperature dell’area di Bergamo che, nel momento in cui scrivo, si aggirano intorno agli 11 gradi. Giovedì prossimo, poi, si dovrebbero raggiungere i 15 gradi. Un po’ anomalo per il mese di febbraio in una città molto vicina alle Alpi e che solitamente vede le precipitazioni nevose arrivare fino a marzo inoltrato.

Allontanandosi dall’Italia, ma non troppo, il villaggio di Sunndalsora, nell’ovest della Norvegia ha visto i 19 gradi il 2 di gennaio. Questo corrisponde a più di 25 gradi più della media del mese. La cittadina svedese di Orebro, inoltre, il 9 di gennaio ha registrato il giorno più caldo dal 1858.

Il Washington Post riporta che Helsinki, la capitale della Finlandia, ha superato gli zero gradi tutti i giorni di gennaio, il che è molto strano considerando che le temperature massime in questo mese sono di -1.1 gradi. Se poi prima tutte le mattine erano caratterizzate da quasi -7 gradi, quest’anno soltanto sette ore sono andate sotto i -6.7.

https://twitter.com/mikarantane/status/1223557805522722817?s=20

Restando nel nord del mondo, la temperatura media di gennaio nella capitale russa è stata sopra lo zero (0,1 gradi) per la prima volta in assoluto.

Nell’ Antardide argentina, invece, all’inizio di febbraio sono state raggiunte le temperature più alte di sempre: +18,3 gradi. Hanno superato definitivamente quelle del torrido 2015, dove avevano raggiunto il picco di 17,5 gradi.

L’importanza dei ghiacci

Questa ondata di calore ha ovviamente avuto effetti negativi anche sui ghiacci dei poli. Anzi, i ghiacci sono l’area del Pianeta che subisce gli effetti più immediati del riscaldamento globale. La copertura glaciale si è infatti abbassata nel gennaio del 2020 rispetto alla media 1981-2010. In Antartide l’estensione del ghiaccio ha raggiunto i 4,6 milioni di km2, ovvero 0,9 milioni al di sotto della media 1981-2010 di gennaio. Il 2020 è il quarto anno consecutivo con un’estensione notevolmente inferiore alla media di gennaio.

E’ importante soffermarsi sui poli poiché i ghiacci hanno un’importanza cruciale nel regolare la temperatura terrestre. Le superfici bianche infatti sono le uniche a poter riflettere le radiazioni del sole. Anch’esse, oltre all’effetto serra provocato dall’anidride carbonica, possono causare un aumento della temperatura. Lo scioglimento dei ghiacci sarà quindi causa di un ulteriore riscaldamento, e si creerà così un circolo vizioso inarrestabile.

Leggi anche: Riscaldamento globale, perché aumenta la temperatura?

Un mondo in fiamme

Anche nel resto del mondo, comunque, le temperature di questo gennaio sono state molto alte. Si pensi prima di tutto all’Australia, devastata dagli incendi per tutta la durata di gennaio. Ma, sempre secondo Copernicus, le temperature sono state molto al di sopra della media nella maggior parte degli Stati Uniti e del Canada orientale, in Giappone e in alcune parti della Cina orientale e del sud-est asiatico.

Leggi anche: L’Australia brucia ma il mondo pensa ad altro

Come ci ricorda la CNN, la comunità internazionale aveva dichiarato nell’accordo sul clima di Parigi che i paesi partecipanti si sarebbero adoperati per mantenere il riscaldamento globale limitato a 1,5 gradi.
Ma la media del mese scorso è stata tra gli 1,2 e 1,4 gradi celsius, avvicinandosi quindi molto pericolosamente a questa soglia.

Ottobre da record: è stato il più caldo mai registrato

I dati non mentono, mai. Almeno in un mondo dove regna il buon senso. Nel nostro, invece, dove la disinformazione, anche volontaria, regna sulla ragione e su un’analisi onesta dei fatti non è così. Ottobre si aggiunge alla lunga lista dei mesi del 2019 che sono stati i più caldi mai registrati. Le temperature medie mondiali del mese appena trascorso sono state di 0,69°C sopra la media del periodo che va dal 1981 al 2010. Questo è quanto si evince da un comunicato del Copernicus Climate Change Service (C3S), gestito dal Centro Europeo per le Previsioni Meteorologiche a medio termine.

Leggi il nostro articolo: “Gli incendi che stanno devastando la California”

Com’ è stata condotta l’analisi

Il C3S è un ente dell’Unione Europea che conduce delle analisi meteorologiche costanti pubblicandone i risultati con cadenza mensile. Grazie al suo metodo è in grado di rilevare i cambiamenti delle temperature, e non solo, su scala globale comparandoli con i dati relativi agli anni trascorsi. Il risultato è dato dall’intreccio di miliardi di rilevazioni provenienti da satelliti, navi, aerei e stazioni meteo sparsi per tutto il mondo. Oltre a rilevare i cambi delle temperature a livello mondiale il Copernicus Climate Change Service riesce ad ottenere anche altri tipi di dati che permettono di individuare eventuali variazioni a livello locale. 

Nel comunicato sono state inserite anche una serie di altre informazioni più che rilevanti per capire le aree in cui la situazione è peggiore. Nella regione Artica, ad esempio, le temperature sono state molte più alto rispetto alla media. Nel continente Europeo è stato registrato un aumento molto più lieve ad eccezione delle parte nord-orientale dove sono state registrate temperature più o meno in linea con gli anni passati. Mentre nell’America settentrionale la media delle temperature per il mese di Ottobre è stata più bassa rispetto a quella degli anni scorsi.

Leggi il nostro articolo: “Le province italiane più green del 2019”

Ottobre è il quinto mese consecutivo da record del 2019

Il mese appena passato, come si poteva immaginare, non è un esempio isolato. Le rilevazioni fatte dal Copernicus Climate Change Service ci dicono infatti che Ottobre è il quinto mese consecutivo a battere il record di temperatura media su scala globale. Risulta verosimile anticipare che, più in generale, quello che sta trascorrendo sarà l’anno con la temperatura media più alta mai registrata. Va specificato che, sebbene non tutti gli altri mesi abbiano infranto questo record negativo, la maggior parte di essi c’è andata comunque vicino.

Leggi il nostro articolo: “Brasile, ucciso guardiano della Foresta Amazzonica”

Si suol dire che “due indizi fanno una prova”. Solamente in un comunicato da parte del C3S ne abbiamo ben 5, come i mesi appena trascorsi. Se a questi aggiungiamo la lunghissima serie di notizie che continuano a mostrare chiaramente come il nostro pianeta sia in palese difficoltà, risulta veramente difficile capire come ci sia ancora chi sminuisce il problema o, peggio, lo nega senza di fatto avere argomenti che possano essere considerati tali. La scienza ci dice altro. I campanelli d’allarme continuano a suonare, da ogni parte del mondo. Sarebbe meglio iniziare a darsi una mossa.

Lettera ai negazionisti. Smontiamo le bufale sul clima

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Neanche il tempo di gioire per il successo delle manifestazioni di FridaysForFuture che la lobby del negazionismo ha tirato fuori gli artigli per difendersi, anche se in maniera piuttosto goffa. Sin dal giorno successivo al discorso di Greta all’ONU, e in concomitanza con il Terzo Sciopero Globale per il Clima, sono state svariate le testate, se così si possono definire, che hanno riportato diverse notizie atte a smontare la teoria dell’origine antropica dei cambiamenti climatici. Data la loro infondatezza scientifica non ci è difficile smentire queste bufale sul clima, una per una.

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La petizione di “500 scienziati” inviata all’ONU

Una delle notizie più condivise e che ha creato il panico tra chi, sul tema dei cambiamenti climatici, sa poco o niente, è quella di una petizione inviata da 500 scienziati all’ONU dal titolo “There is no climate emergency” che, tradotto, significa “non esiste un’emergenza climatica”. Il promotore di questa lettera è il Professore Guus Berkhout, un personaggio già arcinoto per avere enormi interessi privati nell’industria dei combustibili fossili.

Leggi il nostro articolo: “La lettera di 250 scienziati al governo italiano”

Questa lettera, che ha la velleitaria ambizione di smentire una teoria scientifica supportata dalla maggior parte della letteratura scientifica in ambito climatico, è lunga ben 2 pagine. Due pagine, senza tra l’altro alcun riferimento a delle fonti scientifiche, per smentire 30 anni di scienza climatica. Il primo report dell’IPCC risale infatti a 29 anni fa, 13 anni prima che Greta nascesse.

Chi sono i 500 firmatari dell’ultima tra le bufale sul clima

La prima cosa da chiedersi è: “Chi saranno mai questi luminari della scienza climatica?”. Neanche a dirlo, in calce alla lettera, dei nomi dei 500 scienziati neanche l’ombra. Alla fine del testo è riportata solamente una breve lista di 14 personaggi firmatari. Di questi ben 13 non hanno alcuna pubblicazione scientifica in ambito climatico. Oltre al già citato lobbista Berkhout troviamo un imprenditore vinicolo, un geologo già associato in passato all’industria del carbone, due filosofi, un blogger, due ingegneri, un politico tedesco con molti amici che lavorano in Shell e un matematico. L’unico firmatario che ha credibilità in ambito climatico è Richard Lindzen, un fisico atmosferico notoriamente scettico riguardo l’origine antropica dei cambiamenti climatici. I suoi colleghi del MIT, dopo alcune sue dichiarazioni, hanno pubblicamente scritto una lettera per discostarsi da esse.  

Leggi il nostro articolo: “Il tempo dei dubbi è finito. I cambiamenti climatici sono qui, ora.”

Che la lobby dei combustibili fossili dispensi ingenti somme di denaro a ricercatori per smontare le teoria sul clima non è cosa nuova ed è comprensibile che, di fronte ad una sconfitta così imminente e a delle prove così schiaccianti, le provino tutte per ripulire la propria immagine. Ma la cosa peggiore è che, nonostante la lettera non sia supportata da alcuna fonte scientifica e tra i firmatari ci sia una sola persona su 14 che abbia un minimo di autorità in ambito climatico, un esercito di persone disinformate abbia condiviso la notizia con tanto di insulti verso Greta ed i suoi seguaci.

Il fact-checking della teoria della lettera

Le affermazioni contenute all’interno della lettera sono le solite teorie tanto care ai negazionisti climatici. Su tutte quella secondo cui il pianeta Terra ha già vissuto ampie variazioni di temperatura in passato e che, quindi, quello cui stiamo assistendo oggi sia un fenomeno naturale e che nulla ha a che vedere con le attività umane. Bene. Fa un po’ sorridere dover ancora rispondere a tali affermazioni nel 2019, ma cerchiamo di farlo una volta per tutte.

Leggi il nostro articolo: “Il nuovo report IPCC su ghiacciai e oceani”

La letteratura scientifica in ambito climatico nella sua quasi totalità – si parla del 99% dei climatologi che hanno pubblicazioni sul tema dei cambiamenti climatici – attribuisce al riscaldamento globale un’origine antropica. Qualora non bastassero i report IPCC, a cui hanno partecipato le più illuminate menti del pianeta, si possono elencare tutta una serie di altri studi sul tema. 30 anni di letteratura scientifica, 99% di consensi. Questi sono i dati delle ricerche compiute sull’origine antropica dei cambiamenti climatici.

Gli studi che smontano le bufale sul clima

Ultimo in ordine temporale uno studio pubblicato su Nature, rivista scientifica tra le 2 più autorevoli a livello mondiale, che smonta proprio questa idea. La velocità e la vastità, su scala territoriale, dei cambiamenti di clima cui stiamo assistendo oggi non hanno precedenti storici. Vero è che la terra ha già vissuto periodi “estremi” di surriscaldamento o raffreddamento, come nella tanto citata – per lo più dai negazionisti – piccola età glaciale (1300-1800 d.C) o nel periodo caldo medievale (700-1.300 d.C). Così come è altrettanto vero che questi episodi, che si sono verificati in centinaia di anni e non in 50 come oggi, hanno colpito delle aree geografiche circoscritte in altrettanti periodi differenti.

Leggi il nostro articolo: “I numeri delle manifestazioni di Fridays For Future”

Secondo i dati NOAA, e quindi NASA, un cambiamento così repentino su scala globale della temperatura si è verificato per l’ultima volta ai tempi dei dinosauri. Mai, e sottolineiamo mai, da quando la razza umana vive su questa terra si è mai verificato un cambiamento climatico con un così alto sbalzo di temperatura che ha simultaneamente coperto il Pianeta intero nell’arco di 50 anni. Mai. Chiunque affermi il contrario è disinformato o, peggio, corrotto.

Zichichi, Rubbia & co. contro la scienza

Ha deciso di voler partecipare al party dei negazionisti anche Antonio Zichichi, noto docente di Fisica dell’Università di Bologna. In una sua intervista pubblicata su “Il Giornale” ormai più di 3 mesi fa Zichichi ha nuovamente sostenuto la sua teoria secondo cui non esistono modelli matematici in grado di analizzare quanto sostenuto dagli scienziati del clima: “Il clima rimane quello che è. Una cosa della quale si parla tanto, senza usare il rigore logico di un modello matematico e senza essere riusciti a ottenere la prova sperimentale che ne stabilisce il legame con la realtà».

https://www.youtube.com/watch?v=MN6Y7Q-u3Vw
Mercalli smentisce Rubbia

Se analizziamo i fatti non è difficile scoprire che ad oggi abbiamo già 61 modelli climatici basati su equazioni matematiche, anche piuttosto complesse. Gli scienziati dell’IPCC – vale la pena ricordare che siano proprio loro la voce più autorevole al mondo sul tema – hanno più volte dichiarato che “continua a esserci un’altissima sicurezza sul fatto che che i modelli riproducono il comportamento delle temperature medie superficiali su larga scala, con una correlazione del 99%”. Il legame tra riscaldamento globale ed attività umane c’è, è dimostrato e reale. Anche se può infastidire.

La lista di fonti ufficiali che smontano le bufale sul clima

Se mai un negazionista avrà l’umiltà di leggere questo articolo e confrontarsi con quello che dicono il 99% delle pubblicazioni in ambito climatico che si sono succedute nella storia, ecco solo alcune delle fonti più autorevoli in materia. Iniziamo dal report IPCC (link), che già da solo basterebbe per smentire tutta questa serie di bufale sul clima. Abbiamo poi i dati NOAA (link), i report sullo storico della concentrazione di CO2 nell’atmosfera (link), un report della NASA sulle evidenze del cambiamento climatico (link), il report di Nature sopra citato (link) più una sfilza di articoli di smentita delle bufale sul clima pubblicati da diverse testate. Tra questi citiamo quelli di Open, Valigablu – sì, anche il celebre discorso di Rubbia è pieno di bufale sul clima- Climalternati e Repubblica.

Breve riassunto del contenuto delle fonti elencate. Credits: Chi ha paura del buio?

Questo solo per citare un’infinitesima parte della letteratura a supporto della teoria dell’origine antropica dei cambiamenti climatici. Qualora fosse necessario, non esiteremo a riportare altre fonti.

Lasciamo parlare chi può farlo

Ed eccoci arrivare al nocciolo del problema. Oggi, con l’attenzione che il tema dei cambiamenti climatici sta ottenendo, chiunque si sente legittimato a parlare di riscaldamento globale. Riportiamo uno spezzone di un bellissimo articolo recentemente uscito sull’Huffington Post ad opera di Federico Battiston, fisico e Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana: “Vi sono ormai più esperti in clima in Italia che allenatori di calcio. Ed il che è tutto dire”.

Leggi il nostro articolo: “Il discorso di Greta all’ONU”

Ora, se questo venisse fatto in maniera coerente con quelle che sono le migliori rilevazioni scientifiche disponibili, non ci sarebbe problema. Tutti noi sapremmo perché il pianeta si sta scaldando, quali siano le cause, cosa andrebbe fatto e tutto il resto. Se invece la scienza, come fatto troppo spesso anche da chi sul tema ne sa poco o niente, viene travisata,allora sì che c’è da preoccuparsi.

Video di satira sugli adulti che se la prendono con Greta Thunberg. Sottotitoli disponibili su Youtube

Noi lo ribadiamo, la scienza non è un’opinione. “Va bene, la pensiamo diversamente ma ognuno rimane della propria idea”. Beh, non è così. Ci sono fonti autorevoli ed altre che non lo sono. Ci sono dati raccolti in maniera affidabile e modelli che li riproducono in maniera altrettanto affidabile. E poi ci sono gli altri. Quelli che nel momento in cui sono stati messi a nudo da una ragazzina di 16 anni hanno deciso di vomitargli odio addosso. Smettetela di prendervela con Greta. Iniziate a giudicare i contenuti di quello che dice, iniziati ad ascoltare quello che dice la scienza e l’IPCC. É la stessa Greta la prima a specificarlo: “Non ascoltate me, ascoltate la scienza”. Iniziate a fare qualcosa che sia utile per il futuro vostro e di tutti, invece di alimentare sterili polemiche. Rischiate di fare davvero una brutta figura. Questa battaglia, la perderete.

In Alaska strage di salmoni: l’acqua è troppo calda

Il 6 di agosto un turista in viaggio in Alaska ha pubblicato un video su Facebook che mostrava moltissimi salmoni morti nella baia di Tutka. In poche ore è diventato virale e, dopo non molto tempo, una spiegazione più o meno accurata delle autorità e degli scienziati della zona, è sembrata placare il tutto. Invece la verità, proprio come quelle centinaia di pesci, è infine venuta a galla.

Leggi il nostro articolo: “Una scomoda verità 2”, perché le bugie non durano a lungo

Colpa di una rete da pesca?

“Sarebbe insolito se pesci di qualità simile si fossero raggruppati così strettamente andando nella stessa direzione”, aveva affermato Glenn Hollowell, biologo presso il Dipartimento di Pesci e Selvaggina dell’Alaska, specializzato sul salmone. Secondo lui la causa era da attribuirsi a una rete da pesca difettosa, che ha stretto tra loro una grande quantità di salmoni provocandone la morte. Questi sono poi fuoriusciti una volta che la rete è stata allentata.

https://www.facebook.com/skolabaristy/videos/10218714201833574/
Il video girato dal turista Alex Richter in Alaska

Tuttavia, nelle ultime settimane, altri abitanti hanno riportato morti sospette di salmone in zone diverse dello Stato, da Kuskokwim a Norton Sound fino Bristol Bay, che distano centinaia di chilometri le une dalle altre. A questo punto, quindi, la dottoressa Stephanie Quinn-Davidson, che dirige la Commissione per i pesci del fiume Yukon, ha condotto un ulteriore studio sulla morte dei salmoni lungo tutti i 200 chilometri del fiume Koyukuk.

“Abbiamo esaminato i salmoni morti alla ricerca di eventuali indicazioni di malattie, parassiti, infezioni, tumori e non abbiamo trovato nulla. Abbiamo escluso l’inquinamento perché questa zona è incontaminata, né si trova nei pressi di scarichi di acque reflue”.

Leggi il nostro articolo: “Che cos’è un ecosistema e perché è importante”

E’ stato anche preso in considerazione il fatto che le femmine di salmone muoiono naturalmente circa due mesi dopo la deposizione delle uova, tra giugno e agosto. Tuttavia, attivisti e ricercatori locali hanno constatato che alcuni dei salmoni morti non si erano mai riprodotti né sembravano in procinto di farlo. Inoltre vi erano anche molti salmoni femmina che trasportavano ancora uova sane. Come si legge in un articolo della CNN, probabilmente i pesci non avevano più le energie per deporre le uova e sono quindi morti con uova sane ancora nel corpo.

La vera causa

L’unica spiegazione è quella del caldo. Quinn-Davidson ha anche affermato che in Alaska ci sono stati quattro o cinque giorni di caldo estremo tra il 7 e l’11 luglio con una temperatura di circa 7 gradi al di sopra della media. Gli abitanti hanno affermato di aver visto salmoni morti già il 12 di luglio.

Un altro problema, continua Quinn-Davidson, è che “in molte zone del fiume l’acqua era molto bassa, il che ha reso difficile se non impossibile per i salmoni trovare un rifugio in pozze più fresche e profonde”.

Leggi il nostro articolo: “Il lago Ciad sta evaporando: le prime vittime del riscaldamento”

Sue Mauger è il direttore scientifico del Cook Inletkeeper, un’associazione non governativa che si occupa del mantenimento del fiume Cook Inlet. Egli afferma che le temperature dell’acqua hanno raggiunto record al pari di quelle dell’aria. Nel fiume Cook non sono infatti mai state registrate temperature al di sopra ai 27 gradi centigradi fino ad ora.

Leggi il nostro articolo: “Riscaldamento globale: perché aumenta la temperatura?”

Negli ultimi anni i salmoni stanno subendo molte minacce come la pesca illegale o non controllata, le malattie provenienti dagli allevamenti intensivi, l’acidità degli oceani, le plastiche e le microplastiche negli oceani. Il caldo è quindi un’ulteriore, inutile pericolo da gestire per la sopravvivenza dei salmoni e di chi ne dipende.

Lago Ciad evapora: le prime vittime del clima

lago ciad

Sulle sponde del lago Ciad, situato nel cuore dell’Africa, è in corso un crisi umanitaria di proporzioni enormi. Le milioni di persone che vivono nei Paesi confinanti con il lago (Ciad, Camerun, Niger e Nigeria) soffrono fame e sete, oltre a subire continui attacchi e pressioni da parte dei terroristi di Boko Haram.

Cause e conseguenze

La causa è gran parte da attribuire all’evaporazione del lago Ciad. In soli cinquant’anni si è ridotto del 90%, passando da 25000 km quadrati nel 1963 a meno di 1500 chilometri quadrati nel 2001 (FAO). I governi, poi, non hanno saputo gestire la situazione, ignorando i segnali di allarme e continuando a sfruttare le risorse idriche del lago come se queste fossero inesauribili.

La mancanza di acqua ha così causato una forte siccità, l’inaridimento dei terreni, il collasso del sistema agricolo e gli allevamenti, oltre che una forte diminuzione di biodiversità.

Leggi il nostro articolo: Che cos’è un ecosistema e perché è importante

La quantità di pesce a disposizione è diminuita del 60% e la produzione di pesce essiccato è passata dalle 140.000 tonnellate del 1960 alle 45.000 attuali. Il natron, un impasto di sali naturali ricavato dalle alghe e usato per conservare cibi, conciare pelli e lavorare tessuti è quasi scomparso. Pescatori, allevatori e agricoltori stanno perdendo il lavoro oltre che i beni di prima necessità come cibo e acqua.

Migrazioni forzate

Tutto questo causa anche la migrazione forzata di milioni di persone. Molti scelgono di rimanere nelle vicinanze, sovraffollando i luoghi prescelti, per esempio quelli che ancora godono di acqua lacustre. Dopodiché è molto facile che si generino conflitti e disordini tra i vari gruppi per l’accaparramento dei beni primari.

Leggi il nostro articolo: “Effetto serra effetto guerra” ovvero l’umanità che si autodistrugge

Alcuni tentano la lunga, interminabile traversata di migliaia di chilometri per raggiungere le nazioni nordafricane e, se sono fortunati, l’Europa. Altri si accontentano di gonfiare le fila del gruppo terroristico di matrice islamica Boko Haram. Questo provvede a fornire loro cibo, acqua e, perché no, un punto di riferimento, una speranza alla quale aggrapparsi. Il gruppo, approfittando della crisi sociale ed economica, tenta di imporsi nelle varie città e villaggi intorno al lago Ciad. Promette loro cibo, denaro e benessere, ma utilizza anche la violenza, come dimostrano i frequenti attentati, sorprusi e uccisioni a carico dei civili.

L’aiuto dell’ONU

Per tentare di risolvere questa tragica situazione, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) ha lanciato un piano a scala regionale per la regione del Lago Ciad. Denominato Regional Stabilization Facility for Lake Chad, il piano prevede lo stanziamento di 100 milioni di dollari per finanziare una serie di interventi a favore di questa regione, come il supporto alla lotta contro Boko Haram e il rifornimento dei beni di prima necessità per la popolazione. Il piano sarà operativo a partire dall’1 settembre e per i prossimi due anni. A beneficiarne saranno quattro Paesi: Camerun, Ciad, Niger e Nigeria.

Il tempo dei dubbi è finito. I cambiamenti climatici sono qui, ora.

Caldo record in quasi ogni parte del mondo, siccità, ghiacciai che si sciolgono ad una velocità mai vista prima, alluvioni e ondate di caldo. Tutti scenari già ampiamente previsti dagli scienziati di tutto il mondo. La causa di tutto ciò è una sola e, come se ci fosse bisogno di tutto questo per confermarlo, si chiama riscaldamento globale. In un’annata che potrebbe passare alla storia come la più influenzata dai cambiamenti climatici, le notizie di eventi estremi che si succedono ogni giorno nei giornali di tutto il mondo non lasciano più spazio ad alcun tipo di interpretazione al di fuori di quella da anni paventata dai climatologi. Il cambiamento climatico esiste e, se niente sarà fatto per contrastarlo, avrà conseguenze terrificanti.

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Giugno è stato il più caldo della storia

Il mese di giugno del 2019 è stato il più caldo mai registrato da quando c’è disponibilità di dati. Ad annunciarlo è stata l’ Agenzia dei Satelliti dell’Unione Europea. I dati che hanno portato a questa conclusione sono stati registrati dal Copernicus Climate Change Service per poi essere analizzati dallo European Centre for Medium-Range Weather Forecasts. La temperatura media in tutta Europa è stata di 2 gradi al di sopra della media con picchi di 6-10 °C in Francia, Germania e nord della Spagna. Gli esperti hanno inoltre espresso la loro preoccupazione per l’aumento della probabilità del verificarsi di simili scenari anche nel prossimo futuro, con un grado di probabilità 5 volte maggiore rispetto alla norma.

La recente ondata di calore ha infranto ogni record in Francia toccando la temperatura più alta mai registrata nel paese (45,9 °C). Alcune zone della Spagna sono state messe in ginocchio da incendi di una portata altamente distruttiva. Il nostro paese viene messo a ferro e fuoco da bombe d’acqua di portata apocalittica. Peter Stott, uno studioso dei cambiamenti climatici del Met Office, ha dichiarato che “un’ondata di calore del genere sarebbe stata più mite di 4°C se si fosse verificata 100 anni fa”. I dati, ancora una volta, non lasciano scampo.

Anche l’Alaska brucia: toccati i 32 °C

Questa serie di avvenimenti preoccupanti non hanno però colpito solamente l’Europa. Nella città più fredda degli Stati Uniti, Anchorage (Alaska), sono stati raggiunti i 32,2 °C. La stessa temperatura della Florida. Il record precedente risale al 1969 quando furono toccati i 29 °C. La temperatura media, in questa stagione, dovrebbe invece essere intorno ai 18 °C. Secondo gli esperti l’aumento della temperatura nella regione, verificatasi negli ultimi anni, è dovuto al riscaldamento dell’Oceano Artico. I dati su scale temporali più ampie ci dicono inoltre che l’intera regione si sta scaldano due volte più velocemente rispetto alla media globale.

Le conseguenze di tutto ciò sono quelle che, ormai e a malincuore, conosciamo bene. Oltre a provocare lo scioglimento di ampie aree di ghiacciai che esistevano da milioni di anni, il clima secco e il caldo, in regioni con una così fitta vegetazione, finiscono per scatenare numerosi incendi. Il che significa un’ulteriore immissione di anidride carbonica nell’atmosfera e una contemporanea perdita di alberi, la migliore tecnologia che abbiamo per contrastare i cambiamenti climatici.

I cambiamenti climatici lasciano l’India senz’acqua

La situazione più preoccupante su scala globale, da un punto di vista umanitario, si sta tuttavia verificando in India. Alcune zone del paese, tra cui la regione del Chennai, sono vittima di un periodo di siccità che dura da più di 200 giorni. Nelle aree più aride sono state toccate temperature al di sopra dei 50 °C. Fiumi e laghi in diverse regioni hanno iniziato a prosciugarsi e la disponibilità di acqua potabile diminuisce di giorno in giorno. Le persone hanno smesso di lavare i vestiti per salvaguardare le poche riserve idriche a disposizione e l’IMD ha dichiarato che la popolazione è a rischio di contrarre malattie gravi indipendentemente dalle fasce d’età. La causa principale di tutto ciò è un ampio ritardo nell’arrivo del periodo delle piogge.

Secondo un articolo comparso sul quotidiano La Stampa, inoltre, le razioni di acqua potabile nella penisola asiatica vengono distribuite solamente ai ricchi, con conseguenze devastanti sulla maggior parte della popolazione più povera. Un’ulteriore riprova di ciò che ha già previsto l’ONU: a salvarsi dai cambiamenti climatici potrebbe essere solamente la fascia più abbiente della popolazione mondiale ovvero proprio quella più responsabile del riscaldamento globale.

Una situazione simile si era verificata anche in Australia nei mesi scorsi, a conferma del fatto che nelle regioni equatoriali avvenimenti di questo tipo capiteranno con sempre maggiore frequenza. Altre notizie di problemi causati dai cambiamenti climatici giungono anche da Cuba, dove le temperature hanno infranto ogni record, così come in Cina. La Russia è soggetta ad alluvioni mai viste prima nel paese. In Messico una tempesta ha lasciato le strade di Guadalajara sotto un metro di ghiaccio. Serve altro?

Guadalajara, Messico. Video. The Guardian

I cambiamenti climatici non sono più un’opinione

Per anni abbiamo dovuto assistere a persone, per lo più mal informate, che parlavano dei cambiamenti climatici causati dall’uomo come di una cosa non certa. Non è bastata una percentuale di climatologi, convinta che il riscaldamento globale esista, che tocca il 97%. Così come non sono bastate le immagini di ghiacciai che si sciolgono a vista d’occhio e la discesa in piazza di milioni di ragazzi in tutto il mondo.

Ora non ci sono più scuse. I cambiamenti climatici stanno iniziando a mietere vittime nelle parti più povere del mondo e non ci vorrà molto prima che inizino a farlo anche nelle altre. Per anni siamo stati avvisati di tutto ciò e per anni ci siamo voltati dall’altra parte, sperando che qualcun altro si prendesse carico del problema. Ma questo non si risolverà da solo. I cambiamenti climatici sono qui, oggi più che mai. E ciò a cui stiamo assistendo è solo un piccolo assaggio di quello che potrebbe succedere nei prossimi 50 anni. Ma abbiamo ancora tempo per metterci una pezza. Non ci resta che iniziare a farlo, in fretta.