In Italia sono aumentati gli eventi metereologici estremi

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C’è un saggio dello psicologo ed economista norvegese Per Espen Stoknes che ha un titolo che sembra uno scioglilingua. Si chiama What We Think About When We Try Not to Think About Global Warming. È interessante (non per lo scioglilingua), perché contiene numerose ricerche sulle barriere cognitive che offuscano la nostra mente quando dobbiamo considerare la pericolosità del riscaldamento globale.

La prima barriera menzionata è la distanza. Il cambiamento climatico è spesso percepito come qualcosa di ancora lontano; lontano in senso spaziale (succede altrove, non dove vivo io), temporale (avrà effetti significativi solo in futuro) e sociale (riguarda persone diverse, più povere). Ecco, questa distanza non esiste, è un meccanismo erroneo del nostro cervello. Una di quelle barriere che non ci permettono di percepire la minaccia a cui siamo sottoposti.

Questo vale anche per noi, che viviamo in Italia, e che pensiamo che la crisi climatica sia avvertita solamente in remoti atolli del Pacifico. Ce lo dimostra il nuovo rapporto dell’Osservatorio CittàClima di Legambiente.

Escalation di eventi metereologici estremi

Sta crescendo, di anno in anno, il numero degli eventi metereologici estremi e dei comuni colpiti in Italia. Dal 2010 al 1 novembre 2021 sono stati registrati 1.118 eventi estremi sulla mappa de rischio climatico, 133 solo nell’ultimo anno, con un 17,2% in più rispetto alla passata edizione del rapporto. Per eventi estremi si intende fenomeni come allagamenti da piogge intense, stop alle infrastrutture, trombe d’aria, esondazioni fluviali, prolungati periodi di siccità, temperature estreme, grandinate, frane e danni al patrimonio storico.

I comuni colpiti sono stati 602 (95 in più rispetto allo scorso anno, quasi +18%), e le vittime 261. La città più colpita è Roma dove si sono verificati 56 eventi, di cui ben oltre la metà hanno riguardato allagamenti a seguito di piogge intense. Subito dopo Bari con 41 eventi, principalmente allagamenti da piogge intense (20) e danni da trombe d’aria (18). Infine Milano con 30 eventi totali.

Le aree più colpite da alluvioni, trombe d’aria e ondate di calore sono 14. Si tratta di grandi aree urbane e di territori costieri: a città come Roma, Bari, Milano, Genova e Palermo, vanno aggiunti la costa romagnola e a Nord delle Marche (42 casi), la Sicilia orientale e la costa agrigentina (38 e 37 eventi estremi), l’area metropolitana di Napoli (31 eventi estremi), il Ponente ligure e la provincia di Cuneo, con 28 casi in tutto, il Salento, con 18 eventi, la costa Nord Toscana (17), il Nord della Sardegna (12) e il Sud dell’isola con 9 casi.

Mancata prevenzione

Secondo i dati della Protezione Civile, ogni anno spendiamo 1,55 miliardi per la gestione di queste emergenze. Ma, cosa più allarmante, il rapporto tra spese per la prevenzione e quelle per riparare i danni è di 1 a 5. Legambiente rileva che “si tratta di un quadro complesso, quello del nostro Paese, di rischi e impatti in corso, in cui da decenni si continua a spendere un’enorme quantità di risorse economiche per rincorrere i danni provocati da alluvioni, piogge e frane, a fronte di poche risorse spese per la prevenzione”.

I motivi

Perché gli eventi estremi stanno aumentando anche da noi? Non è una domanda semplice, ma iniziamo col dire che, a causa del riscaldamento globale, il clima mediterraneo si sta estremizzando sempre più.

Lo spiega il climatologo Antonello Pasini su Linkiesta: «Il riscaldamento globale di origine antropica sta facendo estendere verso nord la circolazione equatoriale e tropicale. In questo modo siamo sempre più colpiti dai caldissimi anticicloni africani, invece di essere sotto la protezione del più mite anticiclone delle Azzorre. Quando poi gli anticicloni africani si ritirano sul Sahara lasciano un territorio e soprattutto un mare molto caldo che, quando scendono correnti da nord o nord-ovest più fredde o anche solo più fresche, creano un contrasto termico molto forte e forniscono vapore acqueo ed energia dal basso ai sistemi atmosferici, rendendoli più violenti ed estremi».

Al cambiamento climatico, poi, vanno aggiunte le caratteristiche del nostro territorio. «Per calcolare il rischio da eventi estremi e dunque i danni vanno considerate anche la vulnerabilità del territorio e l’esposizione dei nostri beni e delle nostre persone – continua Pasini – Anche in questo caso in Italia non siamo messi bene, perché i territori, spesso a causa di un’antropizzazione esagerata, sono molto fragili, soprattutto all’arrivo di piogge violente che non hanno la possibilità di essere assorbite ma defluiscono in superficie, facendo diventare le strade dei fiumi in piena. Spesso, inoltre, ci esponiamo in zone dove non dovremmo, magari impegnandoci in abusi che ci si ritorcono contro».

Cosa fare?

Il rapporto di Legambiente si chiude con quattro priorità che il nostro paese dovrebbe tenere in conto per aumentare la resilienza e ridurre la vulnerabilità del territorio ai cambiamenti climatici. In primis, l’approvazione del Piano di adattamento ai cambiamenti climatici. Il nostro paese ancora non ne dispone uno, è fermo in attesa di approvazione dal 2018. A differenza di altri 23 paesi europei, l’Italia è l’unico a non disporre di un Piano nazionale di adattamento.

Tale mancanza può avere un notevole impattato nella programmazione delle risorse di Next Generation UE. Si tratta infatti di un documento necessario, secondo l’associazione ambientalista, per arrivare preparati alla
fine del 2022, quando sarà possibile rivedere gli interventi previsti dal Recovery Plan, pianificando specifici progetti nelle aree urbane e territoriali più a rischio.

Altra priorità è la necessità di prevedere un programma di finanziamento e intervento per le 14 aree del Paese più colpite. Il “Programma sperimentale di interventi per l’adattamento ai cambiamenti climatici in ambito urbano” del Ministero della transizione ecologica è un primo passo, ma occorre farne altri. Come, ad esempio, individuare le aree urbane più critiche e introdurre un fondo pluriennale che permetta alle città la programmazione degli interventi più urgenti.

Inoltre, è importante rafforzare il ruolo delle Autorità di Distretto e dei Comuni negli interventi contro il dissesto idrogeologico. E infine bisogna mettere la sicurezza delle persone al primo posto, rivedendo le norme urbanistiche: nonostante l’aumento degli eventi estremi, si continua a costruire in aree a rischio idrogeologico, ad intubare corsi d’acqua, a portare avanti interventi che mettono a rischio vite umane durante piogge estreme e ondate di calore.

Che legame c’è tra riscaldamento globale e uragani

Uragano

Domenica pomeriggio, l’uragano Ida ha toccato terra negli Stati Uniti. Nel momento in cui scrivo, il suo passaggio ha lasciato in Louisiana quasi un milione di persone senza elettricità e ha provocato almeno sei morti. Il National Hurricane Center (NHC) lo ha classificato di categoria 4, definendolo “estremamente pericoloso”. “Possiamo dire che questo sarà uno degli uragani più forti a colpire la Louisiana, almeno dal 1850”, ha detto pochi giorni fa il governatore John Bel Edwards.

La quantità di danni che eventi meteorologici estremi come questo potrebbero causare, insieme ai vari record raggiunti nella stagione degli uragani dell’anno passato, hanno portato molte persone a chiedersi se esista un legame tra uragani e riscaldamento globale. Bisogna fare una premessa: non è una questione facile, sul tema ci sono opinioni contrastanti.

Prima di proseguire, però, bisogna fare alcune precisazioni.

Un paio di cose da sapere sugli uragani

Per prima cosa, che cos’è un uragano? Un uragano è una grande tempesta che si forma al di sopra delle acque tropicali o subtropicali dell’Atlantico. Spesso abbiamo sentito parlare anche di tifoni, ma sono la stessa cosa? Non esattamente. Gli uragani si differenziano dai tifoni per una semplice ragione: il luogo in cui avvengono. Nell’Atlantico si usa il termine uragano, mentre nel Pacifico si usa quello di tifone.

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Le condizioni ideali per la loro formazione sono tre:

  • bassa pressione
  • acqua calda
  • umidità atmosderica

Con questi ingredienti durante la stagione estiva (solitamente tra giugno e novembre) possono crearsi delle tempeste simili a torri di vento che ruotano ad alta velocità su se stesse. Se queste torri non sono rallentate da venti laterali o dalla terraferma continuano a crescere indisturbate.

L’intensità di una tempesta si misura in base alla cosiddetta scala di velocità del vento Saffir-Simpson, che va da uno a cinque. Quando una tempesta arriva al terzo punto della scala è classificato come uragano grave, con venti di almeno 178 chilometri all’ora e una forza sufficiente a danneggiare abitazioni e sradicare degli alberi. Le tempeste di categoria quattro con velocità fino a 252 chilometri orari, come l’uragano Ida che sta colpendo la Louisiana, possono radere al suolo degli abitati, provocare una diffusa mancanza di elettricità e determinare molte morti.

Il riscaldamento globale influenza gli uragani?

Gli uragani sono fenomeni complessi. Il dibattito tra gli scienziati sull’ipotesi che il riscaldamento globale possa giocare un ruolo importante nella formazione degli uragani prosegue ormai da anni. Sono stati prodotti numerosi studi scientifici, alcuni anche in contrasto tra di loro.

Ora, benché non è ancora arrivata una risposta definitiva, esiste però un ampio consenso su una cosa: il riscaldamento globale sta cambiando le tempeste.

Sulla base dei dati raccolti fino ad ora, i ricercatori concordano che, a causa del riscaldamento globale, gli uragani stanno aumentando la loro intensità, ma non necessariamente la loro frequenza (il numero complessivo è rimasto più o meno lo stesso negli ultimi decenni). Tutto ciò significa che in futuro le tempeste avranno determinate caratteristiche. Vediamo quali sono.

1 Venti più forti

Come abbiamo visto, uno dei fattori per la formazione di uragani è la temperatura dell’acqua. Acqua più calda significa più energia per alimentare le tempeste. In un report del 2013, gli esperti dello Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) sostenevano di essere “virtualmente certi” che ci sia stato un “aumento di frequenza e intensità dei cicloni tropicali più forti, nell’Atlantico settentrionale, a partire dagli anni Settanta”.

È stato calcolato che a ogni grado di aumento della temperatura media dovuto al riscaldamento globale i venti si rafforzano di circa 8 chilometri orari. E con venti più forti si avranno anche danni maggiori, tra cui linee elettriche abbattute, tetti danneggiati e peggiori inondazioni costiere.

2 Più pioggia

Dal punto di vista fisico, esiste un legame tra aumento della temperatura e aumento delle precipitazioni. Per semplificare, con l’aumento delle temperature, aumenta anche la quantità di acqua che evapora dagli oceani, che a sua volta porta a una maggiore formazione di nubi e quindi a un aumento delle precipitazioni.

Ciò significa che possiamo aspettarci che le future tempeste generino maggiori quantità di pioggia. Si calcola che per ogni grado Celsius di riscaldamento atmosferico, l’aria potrà trattenere circa il 7% in più di acqua. Se a ciò si aggiunge l’innalzamento del livello del mare, uragani che scaricano più acqua renderanno più probabili inondazioni nelle aree costiere.

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3 Tempeste più lente

I ricercatori non sanno ancora bene il motivo, ma negli ultimi anni hanno osservato che le tempeste si muovono più lentamente. Alcuni dicono che potrebbe essere in parte responsabile un rallentamento della circolazione atmosferica globale, o dei venti globali.

Il passaggio lento delle tempeste fa sì che le piogge restino intense e battenti per lunghi periodi a livello locale. E questo non fa che peggiorare le cose. Per spiegarlo bene gli scienziati hanno usato una metafora: cioè che succede con tempeste più lente è come quando si cammina in un cortile e si spruzza con un tubo acqua sul terreno. Se si cammina velocemente, l’acqua non avrà la possibilità di formare una pozza. Ma se si cammina lentamente, si creeranno delle grosse pozzanghere.

4 Tempeste più estese

L’aumento del calore intorno ai tropici implica anche l’estendersi dell’area in cui gli uragani potranno svilupparsi, il che produrrà gravi tempeste in territori più settentrionali rispetto al passato.

Nel Pacifico questa mutazione fa sì che il punto focale dei tifoni si stia spostando dalle Filippine verso il Giappone. Nell’Atlantico, i ricercatori stanno cercando di appurare se i cambiamenti climatici contribuiranno a modificare l’itinerario degli uragani al punto da spingere in futuro alcuni di essi verso il RegnoUnito.

5 Tempeste più volatili

Le tempeste, inoltre, si intensificano in modo sempre più veloce. Ad esempio, l’uragano Delta dell’ottobre 2020 è stata la tempesta che più rapidamente è passata da depressione tropicale a uragano di categoria 4. Ha effettuato questatransizione in sole 36 ore. Secondo una recente ricerca pubblicata su Nature, la proporzione di tempeste tropicali che si sono rapidamente trasformate in potenti uragani è triplicata negli ultimi trent’anni.

Infine, le conclusioni riportate sono un buon punto di partenza per dire che il riscaldamento globale produce conseguenze anche sugli uragani. Nei prossimi anni, grazie allo sviluppo delle attrezzature tecnologiche, potremo sicuramente conoscere molte più cose su questi fenomeni meteorologici così complessi.

Barriere coralline, la frontiera del 3D le salverà?

https://anchor.fm/lecopost/episodes/Barriere-coralline-in-3D-una-strada-percorribile-elpihl

Il riscaldamento globale e la sempre maggiore acidificazione delle acque del Pianeta, a causa delle emissioni di anidride carbonica, stanno portando le barriere coralline verso l’estinzione. Saranno i primi ecosistemi al mondo ad estinguersi a causa della nostra incuria? Non è detta l’ultima parola. Dall’allevamento dei coralli alla stampa 3D, gli scienziati stanno utilizzando nuovi metodi per salvare una parte vitale del nostro Pianeta.

La minaccia per le barriere coralline

Le barriere coralline stanno affrontando una minaccia senza precedenti: le emissioni globali di CO2, il surriscaldamento degli oceani, l’acidificazione delle acque e la pesca eccessiva.

Il corallo prospera grazie ad una relazione vantaggiosa con le alghe zooxantelle, che vivono all’interno dei suoi polipi. Queste ultime utilizzano i prodotti di scarto del corallo, fornendogli i nutrienti attraverso la fotosintesi. Le temperature del mare sempre più elevate costringono il corallo a espellere le alghe portandolo a morire letteralmente di fame.

Durante un evento di sbiancamento (bleaching) dei coralli, le barriere coralline arrivano a subire enormi morie. L’acidificazione degli oceani aggrava il problema: erodendo la barriera corallina e costringendo i coralli a spendere molta più energia per costruire i loro scheletri di carbonato di calcio e rallentando il proprio tasso di crescita.

Proteggono le nostre coste dall’erosione, sono le nursery dei pesci che mangiamo e ospitano il plancton che produce parte dell’ossigeno che respiriamo. A livello globale, le barriere coralline sostengono un quarto di tutta la vita marina e un miliardo di persone.

La temperatura media globale è già di 1 ° C più calda rispetto ai tempi preindustriali. Inoltre, il cambiamento climatico sta intensificando i fenomeni meteorologici periodici; come gli eventi di riscaldamento di El Niño, aumentando le temperature delle barriere coralline e riducendo l’intervallo di recupero tra gli eventi di sbiancamento.

Abbiamo perso il 50% delle barriere coralline negli ultimi 20 anni; si prevede che oltre il 90% morirà entro il 2050, secondo una presentazione all’Ocean Sciences Meeting di San Diego, in California, all’inizio di quest’anno.

È uno dei motivi per cui nel 2015 le nazioni del mondo si sono impegnate a limitare il riscaldamento globale a 1,5 ° C sopra i livelli preindustriali, una temperatura che avrebbe consentito alle barriere coralline di sopravvivere. Non è ancora chiaro se raggiungeremo questo obiettivo.

L’uomo e le barriere coralline, una convivenza possibile?

Alcuni studi dimostrano che le barriere coralline hanno maggiori probabilità di riprendersi da un evento di riscaldamento se sono protette da altri stress, come la pesca eccessiva, l’inquinamento da agricoltura e danni da parte delle imbarcazioni.

La Coral Reef Alliance sta lavorando con le comunità di pescatori in Honduras, i quali dipendono fortemente dalla barriera corallina. La pesca eccessiva, e non regolamentata, colpisce le barriere in diversi modi: uno di questi è la rimozione degli erbivori, come i pesci pappagallo. Difatti, il loro pascolo limita la proliferazione delle alghe che danneggia i coralli. 

Questa organizzazione non governativa aiuta i residenti attraverso l’acquisto di barche, necessarie al pattugliamento della barriera; fornisce posizioni stipendiate sulla terra ferma e aiuta a diversificare i flussi di reddito, in modo che le persone siano indipendenti dallo sfruttamento dell’ecosistema corallino.

Leggi anche il nostro articolo: Happy World Reef Day, persi l’80% dei coralli

“Possiamo fornire loro alternative quando vi è la necessità di una chiusura temporanea della pesca, mirata a proteggere la barriera corallina; in questo modo possono fornire cibo e un reddito per le loro famiglie. Stiamo costruendo la resilienza nella comunità umana e questo si traduce in resilienza nella comunità di barriera. Con i dati alla mano, la gente ha potuto vedere che gli stock ittici stanno aumentando grazie alle loro azioni”.

afferma Madhavi Colton, direttore della Coral Reef Alliance. 

La speranza è che, creando resilienza, le barriere coralline e le comunità che dipendono da esse, saranno in grado di adattarsi e sopravvivere se il clima si stabilizzerà.

Nuove frontiere

Attualmente un gran numero di scienziati, da ogni parte del globo, sta impegnandosi nel trovare soluzioni che possano dare una speranza all’ormai incontrollato declino delle barriere coralline.

Il giardinaggio dei coralli

Nella Grande Barriera Corallina australiana, che ha perso metà dei suoi coralli negli ultimi cinque anni, un progetto innovativo si sta inserendo nell’industria del turismo. Quest’ultima dipende per il 90% dalla barriera.

“Stiamo cercando di costruire un’economia più sostenibile e resiliente, fornendo agli operatori le competenze e gli strumenti necessari per propagare i coralli nei migliori siti della barriera corallina. Ciò è necessario a permettere una ricostruzione.”

afferma David Suggett, professore associato presso l’Università della tecnologia di Sydney.

Il programma di allevamento di Suggett, in corso da quattro anni, si basa sul giardinaggio dei coralli. Il progetto prevede l’incollaggio di frammenti di corallo vivo, recuperati da parti sane della barriera corallina, a scheletri di coralli morti o strutture artificiali di barriera. 

L’idea è quella di accelerare il processo naturale, per cui frammenti di corallo o polipi vengono trasportati dalle correnti e si fissano su una scogliera, ripopolandola. 

“I tour operator possono ritagliare diverse centinaia di frammenti di corallo sulla barriera corallina in ogni immersione e, entro uno o due mesi, il corallo si incolla naturalmente alla barriera iniziando a crescere”.

Il team ha dovuto creare dei veri e propri vivai , propagando solo le linee madri. Viene usata anche la “fecondazione in vitro”, raccogliendo uova/sperma e fertilizzandoli lontano dai predatori fino a quando i piccoli coralli potranno essere iniettati nuovamente sulla barriera corallina in modo controllato. 

L’editing genetico

“Abbiamo scoperto che una diversità di tipi di barriera corallina fornisce la varietà da cui dipende l’evoluzione. Dobbiamo conservare i siti caldi, che sono importanti fonti di coralli resistenti al calore, così come i siti più freddi che possono diventare importanti habitat futuri “.

afferma Malin Pinsky, professore associato presso la Rutgers University, New Jersey

Si è notata una migrazione dei coralli in direzione dei poli, presentandosi in Giappone, in luoghi un tempo ricoperti di alghe, e nell’Australia meridionale. E’ un segno di speranza.

Di fronte a un profondo cambiamento globale, non è sufficiente proteggere semplicemente le barriere coralline dallo stress: è necessario un intervento attivo e un adattamento, dal giardinaggio dei coralli alla rimozione fisica dei predatori di questi ultimi.

Altri vogliono intervenire ulteriormente impiantando in modo selettivo varietà tolleranti al calore, inclusi polipi coltivati ​​in laboratorio, o anche utilizzando Crispr, una tecnologia di editing genetico rapido, per produrre versioni geneticamente modificate e resistenti.

L’utilizzo di coralli estremofili

Un posto dove guardare sarebbe il Golfo di Aqaba nel Mar Rosso settentrionale. A causa di una stranezza geologica, i coralli si sono evoluti adattandosi a condizioni di caldo estremo, prosperando meglio quando l’acqua si riscalda.

Questi coralli potrebbero rappresentare una popolazione preziosa e unica: le ultime barriere coralline in piedi alla fine del secolo. Eppure attualmente sono scarsamente protette , minacciate dall’inquinamento e dal dilagante sviluppo costiero, che ne compromette la resilienza.

“Prendi la Grande Barriera Corallina settentrionale, con tre anni di sbiancamento consecutivo. In alcuni punti, il 70% del corallo è andato perso. Ciò significa che il 30% del corallo è sopravvissuto, forse perché è più tollerante. Questi sono i coralli che producono la generazione successiva, che eredita alcuni di quei tratti “

In effetti, uno studio ha dimostrato che il corallo sopravvissuto allo sbiancamento sulla Grande Barriera Corallina nel 2016 aveva il doppio della tolleranza al calore dell’anno precedente. Ricerche di laboratorio separate rivelano che i coralli possono trasmettere le loro strategie adattive alla prole .

Le barriere coralline artificiali stampate in 3D

L’impianto di estremofili termici, come i coralli di Aqaba, potrebbe accelerare il processo evolutivo di adattamento al calore, ma significherebbe cambiare drasticamente l’ecosistema, che va contro i principi della conservazione tradizionale, e comporterebbe dei rischi. 

Le barriere coralline artificiali, anche stampate in 3D, possono fornire una buona struttura ai coralli; inoltre i ricercatori stanno ricreando e sperimentando il “rumore” della barriera corallina. Difatti, è dimostrato che l’utilizzo di altoparlanti subacquei per riprodurre i suoni di una barriera corallina sana (in aree degradate) attiri le popolazioni ittiche nell’area, contribuendo a dare il via al recupero dell’ecosistema.

“Affinché l’evoluzione avvenga rapidamente, di solito, richiede molta morte: questo è il segnale della selezione naturale. In questo momento, siamo nel terribile inizio di quel processo. Credo che molti coralli supereranno questo collo di bottiglia, non si estingueranno, troveranno un modo per stare al passo con il cambiamento climatico, purché si dia loro un po ‘di spazio”.

afferma Michael Webster, un ricercatore della New York University.

In altre parole, dipenderà da una buona gestione della barriera corallina e se l’umanità sarà in grado di gestire il cambiamento climatico. Data la portata dello sbiancamento a livello globale, è una previsione coraggiosa: speriamo che abbia ragione.

Evacuazione a Courmayeur: il ghiacciaio può crollare

evacuazione courmayeur

Quando scriviamo che i cambiamenti climatici sono già qui ci riferiamo anche a questo. Il 5 agosto 2020 sono state evacuate circa 70 persone che alloggiavano ai piedi del ghiacciaio di Planpincieux, a Courmayeur, nella bassa Val Ferret. Il caldo inusuale, infatti, potrebbe farlo crollare.

Un caldo inusuale

Il sindaco di Courmayeur, illustrando il motivo dell’evacuazione, ha chiarito la portata del rischio. Un’ enorme calotta di ghiaccio del volume di 500.000 metri cubi potrebbe staccarsi dal ghiacciaio da un momento all’altro. Sarebbe un po’ come se un Duomo di Milano composto di acqua e ghiaccio si riversasse sull’area ai piedi del Planpincieuxv. Per evitare una strage, residenti e turisti sono stati evacuati e al momento la piccola località è rimasta deserta.

La causa di un possibile crollo sarebbe da trovarsi, neanche a dirlo, nell’aumento delle temperature. In particolare, si è verificato uno shock termico dovuto a un clima decisamente troppo caldo per la zona, seguito da un’ondata di freddo improvvisa. Non stupisce, visto che l’Italia è una delle nazioni che più sta subendo l’aumento delle temperature globali. La temperatura media nazionale è infatti aumentata di circa 2,5°C rispetto al periodo 1880-1909, il doppio del valore medio globale.

I ghiacciai si sciolgono sotto i nostri occhi

Quella della Val Ferret è un’anomalia che sta sempre più diventando una norma.  L’ultimo Catasto dei ghiacciai italiani, pubblicato nel 2015, dimostra che in 50 anni la superficie dei ghiacciai italiani è passata da 527 kmq agli attuali 370 kmq, riducendosi di quasi un terzo. La stessa area del Massiccio del Monte bianco era già stata dichiarata a rischio lo scorso settembre, quando si era evidenziato il potenziale crollo di 250.000 metri cubi di ghiaccio. In pochi mesi il rischio è raddoppiato.

Il trend globale non è sicuramente rincuorante. Il Pianeta ha infatti già perso 5000 giga tonnellate di ghiaccio, una superficie grande quanto la Spagna. Il documentario Chansing Ice, sul quale abbiamo scritto un articolo, è illuminante a riguardo. Per esempio, mostra come il ghiacciaio Ilulissat, in Groenlandia, si stia ritirando molto più velocemente della norma. Ci sono infatti voluti 100 anni, dal 1900 al 2000, perché Ilulissat si ritirasse di 12 chilometri. Dopodiché, dal 2000 al 2010, in soli 10 anni, si è ritirato di 14,4 chilometri.

Vanda Bonardo, responsabile nazionale Legambiente Alpi, ha affermato che” l’emergenza climatica sta enormemente accelerando i crolli e la fusione dei ghiacciai. Seppur si tratti di un ghiacciaio da sempre soggetto a crolli e per questo monitorato costantemente da diverso tempo, ma si è vista una massa così grande in movimento. Chiediamo che il Paese affronti le emergenze climatiche al più presto in maniera sinergica e attraverso azioni e politiche di mitigazione e adattamento al clima di ampio raggio, ragionando al tempo stesso sul futuro dei territori montani e delle montagne, un ecosistema estremamente fragile che va difeso e tutelato”.

Nubifragio Palermo: non siamo pronti alla crisi climatica

nubifragio palermo

Di fronte al cambiamento climatico l’umanità non è ancora pronta. Lo dimostra il nubifragio che ha colpito Palermo il 15 luglio 2020, che ha visto cadere oltre 130 mm di acqua in poco meno di 2 ore. Per avere un’idea, nei 3 i mesi estivi (giugno, luglio e agosto) la somma totale delle precipitazioni è di circa 55 mm. Questo valore non si raggiungeva dal 1790, da quando cioè si rilevano i dati. Fortunatamente non è stata registrata nessuna vittima, ma i danni alla città e alle sue infrastrutture sono stati ingenti.

Il dissesto idrogeologico

In Italia purtroppo sentiamo parlare spesso di dissesto idrogeologico. Questo fenomeno consiste nei danni reali o potenziali causati dalle acque, superficiali o sotterranee. Le manifestazioni più tipiche dei fenomeni idrogeologici sono frane, alluvioni, erosioni costiere, subsidenze e valanghe.

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Vi sono alcuni fattori che predispongono un territorio al rischio idrogeologico. Il primo è la conformazione geologica, ovvero l’insieme di rilievi e bacini idrografici di piccole dimensioni, quindi più predisposti alle piene. Conta poi la presenza di corsi d’acqua in una determinata area, e Palermo ne è ricca. Come ha affermato in un’intervista il professore Valerio Agnesi, geologo e direttore del Dipartimento di Scienze della terra e del mare dell’Università degli Studi di Palermo, il capoluogo siciliano era stato scelto dai Fenici per l’ingente presenza di acqua. In particolare vi erano due fiumi, il Kemonia e il Papireto, oggi scomparsi, che delimitavano l’antico centro storico. Con il tempo sono stati interrati e cementificati per permettere lo sviluppo urbano moderno. Ma la natura, prima o poi, vuole restituiti i suoi spazi.

Ecco che allora si aggiunge un altro importante fattore causa dell’aumento del rischio idrogeologico, cioè le attività umane. Tra queste spiccano la concentrazione di persone nelle città, il consumo di suolo e la cementificazione, il disboscamento, l’abusivismo edilizio, l’uso di tecniche agricole poco rispettose dell’ambiente e la mancata manutenzione dei versanti e dei corsi d’acqua.

Nubifragio Palermo: la città era già a rischio idrogeologico

La città di Palermo, racchiudendo in sé tutte le caratteristiche sopraelencate, è la città italiana fanalino di coda per il rischio idrogeologico, per il verde fruibile e la cementificazione. Lo rivela il rapporto sull’ambiente dell’ISPRA del 2018 dal quale emerge che l’avanzamento della cementificazione in proporzione alla popolazione è aumentato più che in qualunque città italiana. Il consumo di suolo pro capite tra il 2016 e il 2017 a Milano è stato di 156 metri quadrati. A Palermo ha raggiunto i 230 metri quadrati.

La cementificazione in queste zone non risparmia nulla, nemmeno le aree che dovrebbero essere protette, come quelle a rischio sismico e lungo il litorale. In più, l’eliminazione del verde blocca l’azione di assorbimento che terreno e alberi possono implementare all’occorrere di piogge e alluvioni. Inoltre più cemento significa più cambiamenti del suolo e quindi un aumento del rischio di frane e dissesti. Secondo l’ISPRA, a Palermo 17 mila persone vivono in abitazioni a rischio frana, più del doppio di Messina e Catania. 

Perdita di denaro e abusivismo

Vi sono poi, fuori dai radar ufficiali, gli abusi edilizi. Palermo è la seconda città italiana per abuso edilizio dopo Catania, tanto che sono stati registrati quasi 5 mila abusi, cioè il 18 per cento del totale di tutta la Sicilia. Nella sostanza, ben 1,1 milioni di metri quadrati sono stati cementificati illegalmente e al di fuori delle norme urbanistiche.

Il tutto realizzato, probabilmente, con i soldi dei cittadini. Soldi che si aggiungono alle spese ingenti che comporta il consumo di suolo. Sempre secondo l’ISPRA Il consumo di suolo costa fino a 3 miliardi l’anno per la perdita dei servizi ecosistemici. Questi sono:

  • La produzione agricola e di legname
  • Lo stoccaggio di carbonio
  • Il controllo dell’erosione
  • L’impollinazione
  • La regolazione del microclima
  • La rimozione di particolato e ozono
  • La disponibilità e purificazione dell’acqua
  • La regolazione del ciclo idrologico
  • La qualità degli habitat.

In Sicilia la perdita in termini di denaro si aggira intorno ai 42 e 66 milioni di euro.

Nubifragio Palermo: il riscaldamento globale tra i protagonisti

Come se non bastasse, negli ultimi decenni si è aggiunto alla lista il problema del riscaldamento globale, che sta dando il colpo di grazia a una città, una regione, e una nazione già in crisi. L’aumento delle temperature ha interessato in particolare l’area mediterranea, che sta passando da un clima temperato a uno sempre più tropicale.

Nel Bel Paese infatti il termometro nel 2019 è arrivato a +1,56°C rispetto agli anni 1961-1990. L’aumento rispetto al più recente periodo 1880-1909 è invece di circa a 2,5°C, più del doppio del valore medio del riscaldamento globale.

Oltre alla desertificazione, problema che interessa ormai il 70% della Sicilia, e all’acidificazione dei mari, il riscaldamento globale comporta l’aumento dei fenomeni estremi. Proprio come nelle aree tropicali infatti le piogge sono diventate più intense, improvvise e circoscritte nel tempo. Come constatato dalla maggiore associazione agricola italiana Coldiretti, le bombe d’acqua sono aumentate del 22% solo nell’ultimo anno. Sono stati poi registrati 157 eventi estremi come nubifragi, frane, siccità e trombe d’aria che hanno causato la morte di 42 persone, 10 in più rispetto all’anno precedente.

Tutto questo avviene perché l’aumento generale delle temperature favorisce una maggior evaporazione dell’acqua che si traduce in alti tassi di umidità nell’aria e di conseguenza in un surplus di energia disponibile per la formazioni di violenti temporali.

Cosa è stato fatto e cosa si farà?

Come ha dimostrato il nubifragio della scorsa settimana e i danni conseguenti ad esso la condizione di Palermo non è migliorata negli ultimi anni, nonostante gli avvisi da parte di scienziati ed associazioni ambientaliste. Anche a causa dello spaventoso rapporto dell’ISPRA, nell’ottobre del 2019 erano stati stanziati dalla regione Sicilia 174 milioni di euro per contrastare il dissesto del territorio e l’erosione delle spiagge. Si trattava di ulteriori risorse che si aggiungevano ai 155 milioni euro già disponibili per la stessa causa.

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Secondo Legambiente però esisteva il rischio che queste risorse potessero finanziare progetti ispirati a logiche del passato e, quindi, che potessero non solo disattendere l’obiettivo del riequilibrio ambientale, ma provocare nuovi dissesti. Inoltre vi è il problema degli appalti, che vengono sempre vinti dalle stesse imprese, nonostante si siano rivelate fallimentari.

Pare che per il 2020 i comuni siciliani bandiranno le gare dei progetti finanziati da altri 630 milioni provenienti dai Fondi territorializzati del Po-Fesr. Di questi 300 milioni saranno dedicati a 352 progetti di riqualificazione urbana e di siti pubblici e culturali. L’assessore alle infrastrutture siciliano Marco Falcone aveva anche richiamato anche le imprese al senso di responsabilità, elencando tanti casi di lavori aggiudicati in tempi record per dare risposte alle emergenze dei territori e non ancora completati dopo molto tempo a causa delle crisi finanziarie delle aziende appaltatrici.

Il tempo fugge, la paura resta

Il tempo però fugge e ciò che rimane sono la paura e i disagi che hanno dovuto subire gli abitanti di palermo durante il nubifragio. I politici, compreso il sindaco della città Leoluca Orlando se ne sono lavati le mani, scaricando il barile sulla mancata allerta della protezione civile. Oltre un metro di pioggia è caduta a Palermo in meno di 2 ore – ha affermato il primo cittadino di Palermo. Una pioggia che nessuno, nemmeno i metereologi che curano le previsioni nazionali, aveva previsto, tanto che nessuna allerta di Protezione Civile era stato emanata per la nostra città. Se l’allerta fosse stata diramata, sarebbero state attivate le procedure ordinarie che, pur nella straordinarietà degli eventi, avrebbero potuto mitigare i rischi. 

La realtà dei fatti, però, è che da moltissimi anni Palermo si trova a rischio idrogeologico e da anni gli ambientalisti e gli scienziati mettono in guardia l’umanità sulla crisi climatica, senza però esser ascoltati o presi su serio.

Happy World Reef Day, persi l’80% dei coralli

coralli

Crediti: theday.co.uk

Il 1° giugno si è celebrata la giornata mondiale delle barriere di coralli ma, ad oggi, non vi è proprio nulla da festeggiare. In un Pianeta sempre più devastato dall’incuria umana, sta avanzando una strage silenziosa: la moria delle barriere coralline. E’ ormai assodato che l’incontrollata produzione di anidride carbonica abbia conseguenze fatali sui reef; l’aumento della temperatura e l’acidificazione dei mari sono una combinazione mortale per questi meravigliosi ecosistemi.

I reef e la loro importanza (anche per l’uomo)

Le barriere coralline sono veri e propri ecosistemi ed hanno un valore inestimabile per vari motivi. Sono sistemi complessi e ricchi di biodiversità; costituiti e accresciuti dalla sedimentazione degli scheletri calcarei dei coralli, animali polipoidi che vivono in simbiosi mutualistica con delle alghe unicellulari fotosintetizzanti (Zooxantella).

Le barriere di coralli occupano circa 300.000 kmq nei mari poco profondi di tutto il mondo e solitamente sono situati in acque poco profonde (max 30 metri), proprio per la loro peculiare capacità di fare fotosintesi. Pertanto necessitano di catturare quante più possibili frequenze della radiazione solare. Vi sono anche delle eccezioni, dove la fauna coralligena può arrivare ad 80 metri di profondità.

Leggi anche il nostro articolo: “Sbiancamento dei coralli: il piano per salvarli arriva dalla Florida”

I reef sono importanti barriere che assorbono la potenza di onde e tempeste, mantenendo al sicuro le comunità costiere. La scomparsa delle barriere coralline aggrava la crisi da pesca eccessiva (overfishing), rimuovendo i link nella catena alimentare e privando alcuni pesci e crostacei di un luogo adatto in cui nascere e svilupparsi.

Sono altamente produttivi e creano una quantità di biomassa superiore a qualsiasi altro ecosistema marino, fornendo così un’importante risorsa alimentare per le popolazioni costiere. La quantità di vita che ruota attorno ad un reef di coralli è paragonabile solo a quella presente nelle foreste pluviali. Sono importanti serbatoi di biodiversità, ospitano specie endemiche, presenti solo in quei luoghi, e risultano essere il sito di riproduzione di centinaia di specie animali, molte delle quali sono a rischio di estinzione.

Infine, i reef favoriscono lo sviluppo delle economie locali con il turismo, attirando appassionati di snorkeling e subacquei.

I coralli e la capacità di smaltire CO2

Tutte le grandi estinzioni di massa si sono verificate in seguito ad un massiccio aumento ed accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera (dopo un’intensa attività vulcanica, ad esempio). Tali concentrazioni creano un effetto serra ed il conseguente aumento anomalo della temperatura terrestre, la quale comporta cambiamenti climatici e l’estinzione di molte specie.

Ad oggi si parla di 6° estinzione di massa e, per giunta, totalmente perpetrata per mano dell’uomo. Perchè?

Un grafico che illustra quella che si dice sia una correlazione causale tra CO2 e temperatura, con la CO2 come causa. Crediti: Zfacts.com

Nel grafico è riportato in rosso l’aumento dell’anidride carbonica (CO2) a partire dalla rivoluzione industriale fino ad oggi, mentre in blu l’aumento di temperatura.

A partire dal 2018 la CO2 ha raggiunto le 410 parti per milione e non accenna a rallentare, detenendo così il record di concentrazione più alta mai registrata sul pianeta. Oggi giorno questi livelli si manifestano sotto forma di cambiamenti climatici anomali e distruttivi; si prevede che entro 200 anni porteranno alla scomparsa di almeno 1 milione di specie.

Leggi anche il nostro articolo: “Entro il 2100 tutti i coralli potrebbero sparire”

Una delle funzioni più importanti dei coralli è la loro capacità di convertire l’anidride carbonica in roccia. Proprio come le grandi foreste, anche le barriere coralline regolano le concentrazioni di CO2 nell’atmosfera, utilizzandola a proprio vantaggio.

La CO2 sciogliendosi in acqua forma l’acido carbonico, il quale si dissocia e si lega al calcio già presente nel mare, formando il carbonato di calcio: lo scheletro dei coralli.

Esempio di scheletro esterno in carbonato di calcio

Purtroppo i coralli di tutto il mondo stanno registrando un drammatico crollo demografico e, di conseguenza, vi sarà una sempre minore capacità di fissare la CO2. Ciò significa che l’anidride carbonica, prodotta in maniera incontrollata dall’attività antropica, smetterà di essere compensata e porterà a drammatiche fluttuazioni di temperatura negli oceani e ad un aumento dell’acidità dell’acqua.

Il Bleaching dei coralli

Il fenomeno dello sbiancamento dei coralli (o bleaching) si verifica quando l’acqua del mare diventa eccessivamente più calda del normale; tale innalzamento delle temperature porta i coralli ad espellere le Zooxantelle, delle alghe unicellulari che vivono all’interno dei tessuti del corallo e che donano loro le tipiche colorazioni.

Queste alghe, tramite la fotosintesi, provvedono al nutrimento ed alla crescita del corallo in una relazione mutualistica; una volta espulse le alghe, il corallo muore letteralmente di fame. Se lo stress da calore venisse superato in tempo, il corallo avrebbe buone probabilità di ripresa; in caso contrario, gli organismi perirebbero.

Tale fenomeno sta devastando i coralli di tutto il mondo, e la Grande Barriera Corallina australiana ne è l’emblema.

Corallo sano: i coralli e le alghe dipendono gli uni dagli altri. C. stressato: in situazione di stress termico le alghe vengono espulse. C. sbiancato: è vulnerabile e morente. Crediti: NOAA

Metà della Grande Barriera Corallina australiana è stata sbiancata fino alla morte. Tale sbiancamento massiccio è un problema globale innescato dai cambiamenti climatici e quella australiana mostra quanto possa esser esteso il danno: si è stimato che il 30% dei coralli sia morto nel 2016 ed un altro 20% nel 2017.

Gran parte dell’ecosistema marino lungo la costa nord della Barriera Corallina è diventato sterile e scheletrico, con poche speranze di ripresa.

Centinaia di specie marine dipendono da una barriera in salute; questa dona cibo e protezione dai predatori. Se l’ecosistema corallino collassa tutte le centinaia di specie legate ad esso potrebbero andare in contro all’estinzione.

I Coral Gardeners ed il progetto “adotta un corallo”

Crediti: Coral Gardeners

E’ nei meravigliosi mari della Polinesia Francese, precisamente nell’isola di Mo’orea, che nel 2017 nasce la start-up di “Coral Gardeners“; creato grazie alla passione ed al rispetto del mare di giovani pescatori e surfers, il progetto mira alla salvaguardia a lungo termine delle barriere coralline di tutto il mondo.

Grazie ad un programma di recupero, questi “giardinieri del reef” riportano in vita la barriera “piantando” coralli vivi sulla precedente struttura coralligena, ormai morta.

Crediti: Coral Gardeners

Il progetto è strutturato in due parti:

  • aumentare la consapevolezza nelle persone attraverso l’istruzione, i social media e programmi di affiliazione
  • la “ripiantumazione” dei giovani coralli in acqua ad opera di personale specializzato

Inoltre, il progetto ha permesso di:

  • fare passi in avanti nella comprensione di queste creature e dell’ecosistema che sorreggono
  • sviluppare e attuare metodi innovativi di ripristino della barriera corallina (micro frammentazione, colla naturale, banca genetica etc.)
  • migliorare il lavoro di squadra sul campo durante le attività di ripristino della barriera corallina (nuove tecniche per piantare e di monitorare i coralli etc.)
  • monitorare la crescita dei coralli, la sopravvivenza e altri indicatori scientifici che permettano di creare un trend

Per prendere parte alla missione (a distanza), è attiva l’iniziativa di “Adopt corals“, attraverso la quale è possibile adottare un corallo, per la modica cifra di 25 euro, e contribuire così al finanziamento del progetto.

Chasing Coral

Il documentario “Chasing Coral” è un viaggio subacqueo che mira a spiegare e denunciare il fenomeno dello sbiancamento dei coralli e della sua relazione con i cambiamenti climatici.

Il film fa immergere gli spettatori in un universo liquido molto differente da quello che ci aspetteremmo. La vita che solitamente ruota attorno al reef sparisce, i colori lasciano spazio al bianco dei coralli in via di morte e al marrone, predominante in molte barriere, che sta ad indicare un reef ormai irrecuperabile. Predatori e prede lasciano spazio ad un silenzio assordante e ad un ambiente spettrale.

Crediti: OPS – Oceanic Preservation Society

Qui potete trovare il documentario completo; è consigliata la visione a tutti coloro che vogliano aprire gli occhi sulle drammatiche conseguenze delle nostre azioni su ecosistemi delicati come il Reef.

Leggi anche il nostro articolo: “Antropocene – L’Epoca Umana” arriva nelle sale italiane”

Il Dr. Ove Hoegh-Guldberg, che nel 2017 fu uno dei principali consiglieri scientifici di riferimento per il documentario, afferma:

“It’s not too late for coral reefs… indeed, for many other ecosystems that are facing challenges from climate change. It’s still possible to reduce the rate at which the climate is changing, and that’s within our power today.”

“Non è troppo tardi per le barriere coralline … anzi, anche per molti altri ecosistemi che affrontano le sfide del cambiamento climatico. È ancora possibile ridurre la velocità con cui il clima sta cambiando, e questo è in nostro potere oggi. “

Attualmente siamo ormai perfettamente in grado di risalire alle cause embrionali del declino ambientale, eppure, come ci dimostra la storia, non ne facciamo buon uso.

 

Caldo record in Siberia. 25 gradi a maggio

caldo record

Si dice che chi parla del meteo non ha nulla da dire. Constatare l’eccezionalità del caldo record in Siberia, però, significa avere moltissimo di cui parlare. Per esempio che il riscaldamento globale non è più solo un pericolo che incombe sull’umanità bensì, come diciamo sempre, il riscaldamento globale è già qui.

I luoghi in cui è stato registrato un caldo record a maggio

La Siberia è sicuramente l’area della terra in cui il caldo record ha fatto più scalpore. Nella città di Khatanga, situata a nord del circolo polare artico, il 22 maggio sono stati registrati 25,4°. Quello che più spaventa è la differenza con la temperatura di questa cittadina in questo stesso giorno negli anni passati, che era in media di 0°. Fino ad ora il record era stato di 12 gradi.

Anche ad est del Mediterraneo le temperature sono state decisamente anomale, nonostante questa zona sia molto calda. La scorsa settimana nella città di Ghor El Safi in Giordania le temperature hanno toccato i 46,5°. In Turchia vi è stato un caldo record per il mese di maggio: 44,5°.

Non esente al caldo è anche il Bel Paese, in particolare il Sud. La Sicilia è la protagonista del caldo record italiano, con picchi di 40°, ma anche in Calabria si sono toccati i 38°. Queste temperature battono ogni record di maggio, non solo regionale, ma anche nazionale.

caldo record

Cosa comporta il caldo record

Le ripercussioni del caldo non hanno tardato ad arrivare. La calotta di ghiaccio siberiano che dal fiume Yanisey si è spostata nel mare di Kara, nel nord della regione, ha iniziato a sciogliersi un mese prima del solito. Come sappiamo, i ghiacci sono un elemento fondamentale per mantenere basse le temperature poiché riflettono la luce solare evitando che questa venga assorbita dalla superficie terrestre. Senza i ghiacci la temperatura, già in aumento, aumenta ancora di più, innescando il cosiddetto feedback positivo.

Non solo. Questo fenomeno può essere dato anche dal fatto che sotto al permafrost ghiacciato si nascondo enormi quantità di metano, un gas 20 volte più riscaldante del’anidride carbonica, il quale rischia di essere rilasciato nell’atmosfera. Spieghiamo meglio questi meccanismi nel nostro articolo “Riscaldamento globale: perché aumenta la temperatura?”.

Nella Repubblica di Komi, in Russia, le inondazioni di maggio 2020 sono state definite le più gravi degli ultimi anni. Roshydromet e le agenzie assicurative mondiali prevedono un aumento delle catastrofi naturali in Russia nel prossimo futuro.

Viviamo nel pirocene?

Si temono inoltre gli incendi, che sono già divampati in tutto il mondo qualche mese fa a causa di caldo e aridità. Oltre alla stessa Siberia, l’Amazzonia ha subito gravi danni, così come le foreste australiane e l’area intorno a Chernobyl. Raffaella Lovreglio,ricercatrice del Dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari, ha affermato che stiamo assistendo a un cambiamento epocale, che potrebbe indurci a chiamare il periodo in cui viviamo con il nome di Pirocene.

Per non parlare, poi, della siccità che colpirà le aree più calde del globo, non esclusa l’Italia. Nel nostro Paese infatti la siccità dell’estate 2020 incombe mostruosamente, come un Idra le cui teste sembrano moltiplicarsi di anno in anno. I danni sul lungo termine, poi, silenziosi ma deleteri, sono incalcolabili: acidificazione degli oceani, sbiancamento dei coralli, alterazione degli habitat e distruzione degli ecosistemi, estinzione delle specie, guerre, fame, migrazioni. E l’elenco potrebbe continuare con molti, troppi punti.

Cosa si sta facendo per combattere il caldo record?

Innanzi tutto è doveroso dire che, purtroppo, a questo punto non possiamo più fare molto per il caldo che si imbatterà sul pianeta quest’anno e quelli a venire. Possiamo solo attutirlo, anche se l’arco di tempo a nostra disposizione è davvero breve: abbiamo solo 8 anni prima che le conseguenze del riscaldamento globale diventino catastrofiche.

Quindici organizzazioni ambientaliste russe, guidate da Greenpeace e Fridays For Future Russia, hanno così inviato una lettera al presidente Vladimir Putin per chiedergli di concentrarsi, nelle misure per la ripresa dal Covid-19, sullo sviluppo verde. Per il momento, però, il governo russo non ha ancora accolto la richiesta degli ambientalisti e non sembra voler combinare la ripresa economica con la protezione del clima. È importante notare che per la Russia il riscaldamento globale sta giocando un ruolo decisivo nel portare soldi nelle casse dello stato.

Lo scioglimento dei ghiacci sta infatti liberando le rotte nel mare dell’Artico e sta rendendo molto più semplici le trivellazioni per attingere all’enorme quantità di petrolio che si trova ancora intoccato sotto le calotte di ghiaccio (ne parliamo nell’articolo “Artico, la battaglia per il Grande Nord”). Pensare che Putin possa rinunciare a questi introiti e arrendersi durante l’ennesimo braccio di ferro con gli Stati Uniti, è altamente improbabile. Bisogna solo sperare che, a fronte del caldo inusuale che coglierà lui e la popolazione russa questa estate, egli non si limiti ad accendere l’aria condizionata.

 

 

 

Il livello del mare potrebbe alzarsi di un metro entro il 2100

livello del mare

“Sono solo esagerazioni, dati portati all’estremo, per convincere i politici a fare qualcosa”. Qualcuno potrebbe commentare così il nuovo studio condotto dall’Università tecnologica di Nanyang di Singapore, il quale afferma che il livello globale del mare potrebbe salire di un metro entro il 2100.

Di quanto aumenterà il livello del mare?

Tralasciamo il fatto che, anche fosse un’esagerazione che considera solo le condizioni peggiori possibili, sarebbe comunque un motivo valido per responsabilizzare i politici e far sì che le condizioni non peggiorino ulteriormente. Il problema è che questa non è affatto un’esagerazione. Si tratta piuttosto dello scenario nel quale i Paesi del mondo si troveranno nel caso continuassero ad emettere la quantità di anidride carbonica attuale.

Comunque, per essere precisi, lo studio dice che il livello del mare potrebbe aumentare da 0,6 a 1,3 metri entro il 2100 e da 1,7 a 5,6 metri entro il 2300. Se invece, nello scenario migliore, riuscissimo a contenere le emissioni e mantenere la temperatura globale al di sotto dei 2 gradi centigradi, l’innalzamento del livello del mare potrebbe essere di “soli” 0,5 metri.

Come si può vedere, l’opzione “il mare non subirà un innalzamento” non è contemplata. È quindi accertato che per questo problema non si possa fare più nulla, se non contenerne gli effetti. Il co-autore dello studio Stefan Rahmstorf del Potsdam Institute for Climate Impact Research ha proposto un interessante parallelismo con il Coronavirus. “Come nella pandemia di Covid-19, il tempismo è fondamentale per prevenire la devastazione. Se si aspetta di avere un problema serio, è già troppo tardi. A differenza del Covid-19, però, una volta che le calotte glaciali sono state destabilizzate oltre i limiti, l’innalzamento del livello del mare non può essere fermato per secoli o addirittura per millenni”.

Come è stato condotto lo studio

L’epidemia di Covid-19 ci ha dimostrato anche un altro fatto importante: anche i più esperti scienziati possono contraddirsi tra loro, o comunque giungere a risultati differenti a seconda di quando, dove e in che modo hanno condotto i propri studi. Per questo, il coordinatore dello studio in questione Benjamin P. Horton ha deciso di contattare 106 specialisti da atenei di tutto il mondo selezionandoli in base al loro curricula. Questi ultimi dovevano contenere almeno sei recenti articoli scientifici sull’innalzamento del livello del mare a seguito del riscaldamento globale. Non solo, dovevano essere stati pubblicati dal 2014 ad oggi su accreditate riviste scientifiche. Gli autori dello studio hanno poi fatto una media dei dati riportati su queste ricerche. E i risultati, come si è visto, non sono stati affatto incoraggianti.

Per quanto infatti alcuni dati possano divergere, quello principale, ovvero che il livello del mare si innalzerà di molto nei prossimi anni, ricorre in tutti gli studi. Vi è solo un dato sul quale gli scienziati sono discordi o incerti ovvero il futuro delle calotte di ghiaccio della Groenlandia e dell’Antartide. I dati satellitari e le misurazioni sul campo mostrano infatti che queste regioni si stanno sciogliendo più rapidamente di quanto previsto dagli scienziati. Pertanto è ancora difficile stimarne precisamente le conseguenze.

Conseguenze dell’innalzamento del livello del mare

I livelli medi del mare si sono alzati di circa circa 23 centimetri dal 1880. Di questi, circa 7 centimetri derivano dagli ultimi 25 anni. A fronte di questo innalzamento i danni sono già stati ingenti. Pensiamo però che questa non è nemmeno la metà dell’altezza stimata per il 2100, quando, a questo punto, le conseguenze per il mondo saranno disastrose. Il continente che più sarà colpito è l’Asia (Cina, Bangladesh, India, Vietnam, Indonesia,Thailandia, Filippine e Giappone), con il 70% dei suoi abitanti che dovranno abbandonare le loro case. Il New York Times ha scritto che alcune città come Mumbai (India) e Ho Chi Min (Vietnam) scompariranno, così come Shanghai. Dovremmo anche prepararci a dire addio ad alcuni patrimoni culturali, come a quello di Alessandria d’Egitto.

livello del mare
Il cambiamento del livello del mare a livello globale nel corso degli anni. Fonte: Focus.it

L’innalzamento del livello del mare minaccia anche alcuni servizi basilari come l’accesso a Internet, dato che molte delle infrastrutture comunicative sottostanti le città si trovano proprio in prossimità del mare. Per non parlare degli effetti devastanti sugli habitat marini, degli uccelli e delle piante, dell’erosione delle coste, delle inondazioni, della contaminazione delle falde acquifere e del suolo agricolo con il sale marino.

Cosa ha già causato l’innalzamento del livello del mare

Un team di ricercatori australiani ha stabilito che sono cinque gli atolli scomparsi nelle Isole Salomone, una nazione insulare del Pacifico meridionale, a est della Papua Nuova Guinea. Gli scienziati russi hanno riportato che una piccola isola dell’Artico è scomparsa. Verso la fine del 2018 un giornale locale ha riportato che una piccola isola disabitata poco al largo della costa del Giappone potrebbe non riemergere mai più dopo essere scomparsa sotto il livello del mare.

Tutto questo è una finestra sul futuro – ha affermato Nunn della University of Sunshine Coast. – ci dice ciò che accadrà nei prossimi 20 anni in tutto il resto del mondo, e non solo in un contesto insulare. Può accadere a New Orleans, Los Angeles e tutte le altre città costiere. Prima iniziamo a pensarci, meno sarà doloroso”.

Infatti, senza necessariamente arrivare alla sommersione di interi continenti, si possono vedere questi effetti già nelle maggiori città del mondo. Rotterdam, nei Paesi Bassi, ha già da molti anni costruito la Maeslant Barrier, una barriera per gran parte sottomarina lunga come la Torre Eiffel. New Orleans ha progettato un enorme sistema di barriere, dighe, argini e pareti che si estendono per circa 560 chilometri intorno alla città. New York stava vagliando, almeno prima che l’amministrazione Trump bloccasse i fondi per il progetto (leggi qui l’articolo in merito), la possibilità di costruire una gigantesca barriera al largo di Manhattan. Gli effetti dell’innalzamento del mare su Venezia, poi, li vediamo spessissimo sui notiziari.

Il caso delle Isole Kiribati

In alcuni luoghi del mondo, però non vi sono barriere che tengano. La Repubblica di Kiribati, un gruppo di 33 isole del Pacifico dove vivono 100 mila persone, si trovano a circa 2 metri sopra il livello del mare. Considerando le suddette previsioni degli scienziati, queste isole saranno prima o poi inabitabili. Infatti, per nove milioni di dollari Kiribati ha già comprato otto chilometri quadrati di terra per evacuare, un giorno non molto lontano, l’intera popolazione.

Le isole Kiribati si trovano a 1.8 metri sul livello del mare

Le isole Kiribati si trovano sulla linea internazionale del cambio di data, il che significa che sono le prime ad assistere all’inizio del nuovo giorno. In un certo senso si può dire che Kiribati sia già nel futuro. Ironia della sorte, i suoi abitanti stanno assistendo a una triste anteprima di ciò che comporterà la crisi climatica. La quale, proprio come l’alba di un nuovo giorno, arriverà per tutti.

Il film Downsizing mostra che la tecnologia non è la soluzione

downsizing

È molto difficile che un film di poco più di due ore riesca a coprire un tema tanto vasto quanto complesso quale è la crisi climatica e le sue possibili soluzioni. Downsizing, la pellicola fantascientifica del 2017 diretta da Alexander Payne e con protagonista Matt Damon, ce l’ha quasi fatta.

La trama di Downsizing

Il film è ambientato negli Stati Uniti in un tempo che potrebbe essere quello odierno. Forse anche leggermente più avanti nel futuro, quando la crisi climatica sarà un problema riconosciuto ormai in tutto il mondo, anche se nel film ancora in pochi se ne rendono conto o sono disposti a fare sacrifici in merito.

Rimpicciolirsi per evitare gli sprechi

Uno di questi sacrifici sarebbe quello di rimpicciolire la propria stazza, diventando esseri umani minuscoli e vivere in un mondo appositamente costruito per gli small, come vengono chiamati coloro che accettano di sottoporsi al downsizing.

Questa nuova scoperta viene osannata come la soluzione definitiva alla crisi climatica. I motivi sono piuttosto semplici: vi sarebbero più risorse e più spazio per tutti.

Per esempio, all’inizio del film, lo scienziato fautore del downsizing mostra in conferenza stampa un sacco nero pieno di spazzatura, che afferra comodamente con una sola mano. Una quantità che, per capirci, potrebbe essere prodotta da una famiglia di quattro persone in circa una settimana. Quella quantità, rivela poi lo scienziato, è stata prodotta da un gruppo di 35 mini-persone in quattro anni.

Leggi anche: “Junker, l’App che ti aiuta con la raccolta differenziata”

Dalla vita mediocre al lusso sfrenato

Paul Safranek (Matt Damon), un fisioterapista con una vita alquanto mediocre, decide di sottoporsi al downsizing. Certo non senza remore, ma sicuramente con molte speranze ed eccitazione. Il downsizing è infatti pubblicizzato come la porta del paradiso, all’interno del quale gli small possono vivere con tutti gli agi e i lussi che hanno sempre sognato.

Questo perché, appunto, un qualunque prodotto proveniente dal mondo dei big costa molto meno ed è disponibile in maggiore quantità. Safranek si ritrova quindi a vivere, in un primo momento, in una villa gigantesca, con giardino, piscina, e tutto ciò che lui, esponente della classe media americana, non avrebbe mai potuto permettersi.

Una scena del film, in cui uno dei ricchi small ammira la rosa di dimensioni reali del vicino di casa Paul Safranek

I lati oscuri del downsizing

Il downsizing, però, ha anche i suoi lati negativi. Tranquilli, non è uno spoiler. Si capisce sin dall’inizio che qualcosa potrebbe andare storto. A cominciare dal fatto che la colonia dei mini-umani, detta Leisureland (letteralmente “la terra del piacere”) è dipinta come troppo perfetta, e noi sappiamo bene che le realtà perfette non esistono, se non nelle pubblicità.

Se è bello come dicono, perché non lo fa anche lei?

Si può capire però anche da un dettaglio della sceneggiatura, quando la moglie di Paul pone questa domanda, tanto innocente quanto significativa all’impiegata che si occupa della burocrazia del downsizing: “Perché, se è tanto bello come dicono, non lo fa anche lei?”. Lei risponde, tentennando, che il marito è affetto da alcune patologie che renderebbero la procedura medica del downsizing pericolosa, se non impossibile.

Ecco che qui inizia a rivelarsi il primo lato negativo: la pericolosità e l’umiliazione cui gli uomini vengono sottoposti durante la trasformazione da “grandi” a “piccoli”. Passaggi che, ovviamente, vengono sempre taciuti fino al momento della firma, durante il quale, sappiamo anche questo, è ormai difficile tirarsi indietro.

Una scena del fim, durante la procedura medica del “downsizing”.

Vi è poi un altro aspetto negativo, anche questo intuibile da subito, ovvero il distacco dalla società, o meglio, dai propri affetti. Diventare piccoli è infatti un processo irreversibile e rende impossibile, per ovvie ragioni, vivere nel mondo reale. Per questo gli small, seppur abbiano il permesso di viaggiare, dovranno vivere per il resto della loro vita in una comunità appartata, appositamente costruita per loro.

Il downsizing non è una soluzione, ma una fuga

Il terzo e più importante lato negativo del downsizing è anche il tema che conduce alla morale finale. La quale, secondo il mio personalissimo parere, poteva essere dichiarata in modo più deciso.

Il downsizing non è una soluzione alla crisi climatica, bensì una fuga codarda dal problema. Sembra infatti logico che i mini-umani possano condurre una vita lussuosa anche senza preoccuparsi dell’ambiente. Ma è altrettanto logico che non conta la quantità di risorse disponibili, bensì il modo in cui vengono utilizzate e distribuite. O meglio, le quantità contano, ma spesso diventano un capro espiatorio per sviare i problemi reali e più impellenti. Ecco perché.

Non solo aumento demografico

Nel film Downsizing viene più volte additata come causa principale del riscaldamento globale l’aumento della popolazione, senza invece fare riferimento allo sfruttamento sbagliato delle risorse, al loro consumo eccessivo e alla loro distribuzione iniqua.

Certo, quello della crescita demografica è un aspetto che ha contribuito alla crisi climatica e per cui è necessario fare qualcosa. Ma, oltre a non essere l’unico problema, non è nemmeno facilmente risolvibile nel breve periodo.

In più, le risorse che la Terra ci dà sarebbero comunque più che sufficienti per sfamare tutti i 7 miliardi di maxi-umani quali siamo. Quello che però la Terra non può fare è sfamarci tutti con gli standard di vita del mondo occidentale. Ed è proprio questa la causa della crisi climatica attuale: non quanti esseri viventi hanno utilizzato le risorse del pianeta, ma in che modo lo hanno fatto.

Leggi anche “Effetto serra effetto guerra, ovvero l’umanità che si autodistrugge”

Come si legge in un articolo dell’Huffpost, la fame nel mondo sarebbe causata più da povertà e disuguaglianze e, aggiungerei, dall’utilizzo sbagliato delle risorse, più che dalla scarsità di queste ultime.

Negli ultimi due decenni, il tasso di produzione alimentare globale è aumentato più rapidamente del tasso di crescita della popolazione. Infatti ad oggi il mondo produce abbastanza cibo per nutrire 10 miliardi di esseri umani. Se così non fosse non potrebbe nemmeno spiegarsi l’obiettivo di sviluppo sostenibile fissato dall’ONU “zero fame nel mondo” entro il 2050.

Perché esiste la fame nel mondo

I problemi sono principalmente due. In primo luogo, molte persone non possono permettersi di acquistare questo cibo. In secondo luogo, la maggior parte del grano prodotto industrialmente è destinato ai biocarburanti e ai mangimi per gli allevamenti intensivi, invece che ai milioni di persone affamate. Le quali, con il riscaldamento globale, la mancanza di acqua, i disastri naturali, lo stanno diventando sempre di più. Il tutto per permettere all’occidentale medio di godersi la grigliata domenicale.

Leggi anche: “I signori del cibo. Il lato più buio dell’industria alimentare”

La famosa foto di Kevi Carter “L’avvoltoio e la bambina”, scattata in Sudan nel 1993. Carter ha immortalato un bambino (allora si credeva fosse una bambina) che cerca di raggiungere il centro ONU a pochi chilometri di distanza. Alle sue spalle l’inquietante presenza di un avvoltoio che attende la potenziale preda. Il bambino alla fine ce l’ha fatta, ma il fotografo si è tolto la vita quattro mesi dopo aver vinto il premio Pulitzer per questa fotografia.

Nessuno è disposto a cambiare abitudini

Infatti, anche se a Leisureland i mini-uomini hanno a disposizione una grandissima quantità di cibo, i problemi della società dei big sono rimasti, poiché alle vecchie abitudini conseguano i vecchi problemi. O, come diceva Einstein, non possiamo pretendere che le cose cambino, se facciamo sempre le stesse cose.

Una società in miniatura, non solo letteralmente

Leisureland quindi non è altro che una società in miniatura, non solo letteralmente. Vi sono infatti anche aree della cittadina poverissime, sovraffollate, dove le persone sono sfruttate e costrette ai lavori più umili per permettere ai ricchi nullafacenti di vivere la loro vita agiata.

Troviamo molti altri dettagli della vita a Leisureland che sono tipici anche della nostra società. Per esempio la beneficenza. I ricchi rifilano i loro scarti ai più poveri pensando di fare un’opera di bene. In realtà, però, questa nasconde soltanto un atto di pietà per sentirsi meglio con se stessi e le loro sporche abitudini.

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Il Dio denaro non è cambiato

Il denaro è il protagonista di Leisureland, come lo è della Terra. Se in un primo momento nel piccolo-mondo il valore dei beni potrebbe sembrare minore, in realtà è solo proporzionato. Il valore di una villa, per esempio, è minore dal punto di vista di un maxi-umano, ma per chi vive a Leisureland inizierà, col tempo, a crescere. Per i mini-poveri, infatti, quella villa varrà comunque tantissimo.

In più, il dowsizing non è gratuito. Paul Safranek ha dovuto pagare una certa somma prima di sottoporsi alla procedura, in base ai vantaggi che avrebbe voluto una volta sbarcato a Leisureland. Chi paga di più, ha più vantaggi (villa, piscina etc.). Chi paga meno ne ha meno. Paul Safranek, avendo investito tutti i suoi risparmi, è diventato un privilegiato. Il downsizing, quindi, non farebbe altro che creare nuovi ricchi, nuovi speculatori, nuovi evasori, nuovi mafiosi, con una veloce scorciatoia.

Insomma, una società capitalistica, per quanto piccola sia, rimane una società capitalistica. Se al suo interno vi sono poche persone che hanno tutto, che fanno troppe feste, che mangiano troppo cibo, che sprecano troppe risorse, vi saranno anche altri che, per forza di cose, avranno meno, che puliscono la loro sporcizia, che mangiano i loro avanzi.

Altre tecnologie possibili

Il downsizing è un scoperta scientifico-tecnologica ovviamente improbabile nella realtà. Ciò non toglie che scienziati e investitori hanno già cercato di mettere a punto nuove tecnologie per fermare il riscaldamento globale velocemente ma soprattutto senza sforzi.

Una di queste è quella promossa da Bill Gates di “oscurare il sole“. Questo fenomeno avviene già naturalmente ogni qualvolta un vulcano erutta, poiché rilascia solfati nell’atmosfera che fungono da minuscoli specchietti i quali riflettono i raggi solari. Di conseguenza, dopo ogni eruzione vulcanica, vi è un abbassamento delle temperature. La soluzione “tecnologica” quindi sarebbe quella di spruzzare solfati in un intero emisfero, così da creare una gigantesca barriera per i raggi solari.

Il vucano Pinatubo, nelle Flippine, eruttò nel 1991 e causò migliaia di morti per i problemi ambientali che ne derivarono.

Ma, senza contare la tristezza di non poter più vedere un cielo terso e azzurro sopra le nostre teste, questa soluzione non agirebbe sulle cause del riscaldamento globale, ma soltanto sul riscaldamento globale. In poche parole, le estrazioni petrolifere e il carbonio nell’atmosfera continuerebbero ad aumentare, provocando morti per malattie polmonari, acidificazione degli oceani, disuguaglianze sociali ed economiche, guerre e così via. Proprio come in Downsizing.

In più vi sono altre conseguenze negative per il clima, ad esempio il fatto che un abbassamento repentino della temperatura comporterebbe il blocco della stagione dei monsoni nelle zone equatoriali e, quindi, ancora più siccità e carestie.

Quale soluzione, allora?

L’unica soluzione è, come sempre, la via più lunga, ma spesso anche la meno tortuosa. Ovvero il cambiamento radicale delle nostre abitudini di vita, dei nostri sistemi economici, del nostro background culturale. Un’altra verità che Downsizing rivela è che la mentalità per cui essere ricchi significa avere soldi è profondamente sbagliata.

Molte delle persone che stanno intraprendendo le più fiere battaglie contro le estrazioni petrolifere sono, secondo i parametri tradizionali, povere. Tuttavia, sono decise a difendere una ricchezza che la nostra economia non ha ancora trovato modo di quantificare.

“Le nostre cucine sono piene di marmellate e di conserve fatte in casa, sacchi di noci, ceste di miele e formaggio, tutti prodotti da noi” ha raccontato a un giornalista Doina Dediu, una paesana rumena che protestava contro il fracking. “Non siamo neanche così poveri. Forse non abbiamo soldi, ma abbiamo acqua pulita e siamo in salute e vogliamo solo essere lasciati in pace”.

Un equilibrio prezioso

La Terra ha un equilibrio prezioso, che comprende una miriade di componenti che devono essere rispettati, che hanno uguale valore e che costituiscono un anello della catena esattamente come gli altri. Non vi sono, nella logica della natura, i privilegiati e i non. Le società umane, grandi o piccole che siano, non sono altro che uno spaccato del mondo. Per questo devono seguire le sue stesse regole e non vi è altra via d’uscita se non l’estinzione della specie.

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L’inverno più caldo di sempre: temperature più alte di 3.5°

La piattaforma scientifica Copernicus Climate Change Service ha da poco pubblicato i dati sul clima dell’inverno appena trascorso e il risultato è a dir poco scioccante. In Europa la media delle temperature è stata di 3.5° sopra la media del trentennio 1981-2010. Un dato che supera di gran lunga la media entro la quale la crescita della temperatura globale deve mantenersi se vogliamo evitare la catastrofe climatica, ovvero di 1.5°.

Esempi concreti

Le prove di questo anomalo trend sono sotto i nostri occhi tutti i giorni. Quest’inverno siamo stati bombardati di notizie provenienti dalle regioni scandinave che lamentavano un caldo inusuale per le temperature polari di quelle terre. Per esempio, in Norvegia sono stati registrati 19 gradi il 2 gennaio, ovvero 25 gradi più della media di questo mese. Analogamente in Svezia il 9 di gennaio ha registrato il giorno più caldo dal 1858.

A Helsinki, in Finlandia, si sono superati gli zero gradi tutti i giorni del mese di gennaio, un trend particolare considerando che per la Finlandia anche solo un giorno sopra lo zero durante l’inverno è anomalo. Solitamente le temperature massime durante questo mese a Helsinki non superano i -1,1 gradi. In Germania la produzione del cosiddetto “Ice-wine” è fallita a causa delle alte temperature durante tutto l’inverno.

A livello globale l’anomalia è stata “soltanto” di 0,8° in più, con picchi di caldo su vaste regioni in Europa, Siberia, l’Asia Centrale e l’Ovest dell’Antartide. E, parlando di Polo Sud, nell’isola di Seymour in Antartide sono stati registrati 20,75%, la temperatura più alta in assoluto da quando sono disponibili i dati.

Leggi il nostro articolo: “Antartide da…record. Registrati per la prima volta 20°C”

Anomalie mensili della temperatura rispetto alla media globale ed europea, confrontate con il periodo 1981-2010, da gennaio 1979 a febbraio 2020. Le barre colorate più scure indicano i valori di febbraio. Fonte dei dati: ERA5. Crediti: Copernicus Climate Change Service / ECMWF.

Le variazioni delle temperature sono normali?

Li sentiamo già, coloro che millantano il fatto che variazioni di questo tipo sono già occorse nella storia della terra, e che le anomalie sono, paradossalmente, fenomeni “normali”.

Ma, come dice Carlo Buontempo, direttore del Copernicus Climate Change Service, “l’Europa ha vissuto il suo inverno più mite in assoluto. Anche se questo è stato un evento davvero estremo a sé stante, è probabile che sia stato reso ancora più estremo dal riscaldamento globale“. E continua: “Un inverno così caldo è sconcertante, ma non rappresenta una tendenza climatica. Le temperature stagionali, soprattutto al di fuori dei tropici, variano significativamente di anno in anno. Noi però confrontiamo i dati climatici risalenti all’era preindustriale per accertare le tendenze climatiche a lungo termine”.

E, come abbiamo visto, i cambiamenti delle temperature nel lungo termine sono stati significativi. Guarda caso hanno anche coinciso con un altro evento anomalo, questa volta sicuramente causato dall’uomo: l’aumento delle emissioni di gas serra nell’atmosfera. Il motivo per cui le emissioni provocano un aumento della temperatura ve lo spieghiamo nel nostro articolo “Riscaldamento Globale, perché aumenta la temperatura?”.

Qui accenno solo al fatto che la concentrazione di CO2 nell’atmosfera è sempre oscillata tra i 180 e 280 parti per milione (ppm), con il picco più basso durante le ere glaciali e quello più alto nei periodi più caldi. Oggi abbiamo superato in modo stabile i 400 ppm. Nel 2013 le emissioni globali di anidride carbonica superavano del 60% quelle del 1990.

Cosa comporta l’aumento delle temperature

Nel corso degli anni la politica ha iniziato a capire la gravità del fenomeno, anche se non abbastanza. L’accordo di Parigi del 2015 è stato forse il più significativo, poiché molti stati del mondo, Stati Uniti compresi, si sono impegnati per ridurre le emissioni. L’obiettivo era allora di mantenere l’aumento delle temperature medie globali sotto i 2°.

In modo lungimirante, Naomi Klein nel suo libro “Una rivoluzione ci salverà” pubblicato proprio nel 2015 lamentava però come anche il limite dei 2 gradi non fosse abbastanza virtuoso. Infatti, già solo con un aumento della media delle temperature di 0,8 gradi gli impatti sul pianeta sono stati allarmanti. La calotta glaciale groenlandese si è sciolta a velocità mai viste prima, gli oceani si sono acidificati, le specie si stanno estinguendo una dopo l’altra.

Inoltre, come riporta l’EM-DAT (The International Disaster Database), nel corso degli anni settanta nel mondo sono stati riportati 660 disastri naturali. Negli anni duemila ce ne sono stati 3322, ovvero cinque volte di più. A questo proposito, un rapporto della Banca Mondiale del 2012 aveva avvertito sul fatto che, continuando di questo passo, saremmo andati incontro a un riscaldamento di 4 gradi in più rispetto alla media.

Questo avrebbe creato un ambiente assolutamente non vivibile per gli esseri umani. Kevin Anderson, vicedirettore del Tyndall Centre per la ricerca sul cambiamento climatico ha affermato ancora più duramente che il riscaldamento di 4 gradi è “incompatibile con una comunità globale organizzata, equa e civilizzata”.

Bisogna fare qualcosa. Ora.

L’obiettivo dei 2° è quindi stato aggiornato a 1.5°. Anche se, a dire il vero, il cambiamento è dato dal fatto che negli scorsi anni non si sono attuate misure sufficienti per raggiungere l’obiettivo prefissato. A cominciare, ovviamente, dagli Stati Uniti, che si sono sfilati dall’Accordo di Parigi dopo l’elezione di Donald Trump.

Le conseguenze sono abbastanza logiche: più si va avanti con il “business as usual” più dovremo aumentare gli sforzi per mantenere le temperature terrestri stabili. Gli scienziati affermano che questo decennio sarà decisivo per le sorti dell’umanità.

Infatti il summit ONU sul clima del 2020 che avrebbe dovuto tenersi a Glasgow questo novembre sarebbe stato fondamentale per indurre i governi di tutto il mondo a un cambiamento radicale. A causa della pandemia globale il Summit è stato però rimandato al 2021. Bisogna solo sperare che con esso non vengano ulteriormente rimandate anche le decisioni riguardo al clima.

Leggi anche: “Conferenza sul clima COP26 rimandata al 2021”